Libri

Un racconto

Si mise al lavoro presto, di primissima mattina.
Il freddo pungente dell’inverno ormai in arrivo lo colpì senza pietà, ma non lo sorprese: non si aspettava niente di meglio da una vecchia casa in pietra, appena fuori dalla città, senza riscaldamento se non i camini di pietra che servivano anche da cucina.
Aveva scelto quel luogo perché era ritirato dalla città ma allo stesso tempo vicino, e perché aveva sognato per molto tempo di poter vivere una vita più appartata, con i suoi libri, i suoi pochi amici, i ricordi di una gioventù non troppo lontana.
Guardò l’orologio: le sette. Doveva iniziare subito se voleva terminare per la sera.
Credeva di potercela fare per l’ora stabilita, ma non poteva perdere tempo.
Accese il camino per prima cosa mettendo un bel po’ di legna secca, resinosa, che cominciò a crepitare istantaneamente.
Quando fu sicuro che il fuoco era ormai abbastanza forte da rimanere acceso, andò in cucina a prendere una bottiglia di vino.
Scelse una Barbera vivace, non gli piacevano i vini troppo secchi, preferiva qualcosa di più effervescente.
Si versò il primo mezzo bicchiere, guardò il fuoco attraverso il liquido color rubino, poi spense la luce, diede un piccolo sorso e si mise al lavoro.
Il primo, ironicamente, fu “Farenheit 451”.
Una scelta simbolica, e giusta.
Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse. Cosa che può essere imbarazzante. Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all’infelicità permanente.”
Lesse la frase con un leggero sorriso. Lo aveva sempre pensato anche lui, che la conoscenza porta solo infelicità.
Ma non lo faceva per questo, si disse, mentre rompeva in due il libro con forza e gettava le due metà nel fuoco.
Veder bruciare Farenheit 451 era una meta-storia che se si fosse soffermato a pensare gli avrebbe potuto aprire scenari intellettuali quasi infiniti.
Ma non aveva tempo di pensare, non oggi.
Prese un libro minore, di un autore che adorava: “La bambina che amava Tom Gordon”.
Aprì il libro in corrispondenza di un segno, e lesse: “Il mondo aveva i denti e con quei denti poteva morsicarti in qualsiasi momento.”
Il respiro si fece affannoso, mentre l’eco di lontane paure riaffiorava al suo cuore, ma bastò gettare il libro nel fuoco e vederlo bruciare per calmarsi.
Per sicurezza mandò giù un altro bicchiere di vino, che gli scaldò la pancia, senza offuscare il suo pensiero.
Quando prese in mano “Anna Karenina” non ebbe bisogno di aprirlo, ne conosceva l’incipit a memoria: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo
Ne sapeva qualcosa. E non voleva più saperne, così “Anna Karenina” raggiunse gli altri libri nel fuoco dell’oblio.
Andò avanti per un po’, più rapidamente, alternando libri a sorsi di vino.
Si fermò un attimo quando gli capitò in mano il libro di un autore di Istanbul, Orhan Pamuk: “Il museo dell’innocenza”.
Un libro pericoloso, si disse finendo la prima bottiglia; non voleva aprirlo, non voleva leggere.
Non voleva ricordare dove gli avrebbe dovuto fare male l’amore, non voleva sentirselo dire da un turco che neanche conosceva: lo sapeva da solo.
Gettò il libro nel fuoco con rabbia, odiava i libri che amava di più.
Arrivò il pomeriggio, e con il pomeriggio una luce calda che entrò dalla finestra vicino al camino e che illuminò il libro che teneva in mano.
Lo guardò con affetto, in fondo era questo libro ad avergli dato l’ispirazione per la sua vita degli ultimi dieci anni.
Era “Cent’anni di solitudine” e lesse per l’ultima volta la frase che aveva sottolineato con forza, quasi con violenza: “Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.”
Cristo, disse, io ho fatto un patto con il diavolo.
E se possibile scagliò il libro nel fuoco con ancora più violenza, mentre anche la seconda bottiglia di vino finiva mestamente la sua esistenza.
Continuò il suo lavoro, metodico, incessante, silenzioso, con qualche lacrima che spuntava ogni tanto dagli occhi severi.
Il rumore dei passi lo sorprese mentre guardava da minuti una frase, e non riusciva a staccarsene: era la prova del suo fallimento, come uomo e come scrittore, ma allo stesso tempo lo rinfrancava, gli faceva capire che la sua scelta era giusta, che doveva liberarsi delle parole, le sue e quelle degli altri.
Il libro era “Trilogia della città di K.” e la frase recitava: “Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”
Ecco, si disse mentre il rumore di passi si faceva sempre più forte, passi leggeri, ma ritmati, con i tacchi che battevano allegri sulla pietra della casa, ecco: io non lascerò traccia.
Nonostante tutta la mia cultura, i miei studi, la mia applicazione, non ho scritto niente.
Nessun libro, né geniale, né mediocre.
Mi sono chiuso qua, ho rinunciato a tutto, per non avere niente.
Niente.
Lei entrò nel salone, bella, sorridente, con il cappotto in mano per il gran caldo, ma il suo sorriso si spense quando vide gli scaffali della grande libreria completamente vuoti e il libro che volava nel camino per incontrare il suo destino.
Una lacrima spuntò, una sola, lei non era tipo da pianti, ma questo delitto l’aveva colpita perché amava i libri quanto lui, forse di più, e nei pochi mesi della loro storia erano l’argomento più importante, più vero, più sentito.
– Perché? – fu l’unica cosa che riuscì a chiedere, mentre una ruga si insinuava in mezzo alle sue sopracciglia – Perché? –
Lui abbassò il viso a terra, attese qualche secondo, poi lo rialzò, e sorrideva.
Gli occhi di lei lo scrutarono: proprio ora che aveva deciso di fidarsi di quest’uomo, lui l’aveva sorpresa con un gesto incomprensibile.
Lei era brava a leggere gli occhi delle persone e quello che vide la rasserenò, ma voleva comunque una risposta.
– Perché non posso più vivere di parole. Perché ne ho dette, scritte, lette troppe. Perché hanno perso di significato. Perché io ti amo, e non voglio più sentire altre parole se non quelle che tu dirai a me, quando vorrai e come vorrai. Voglio che siano tue le uniche sillabe che leggerò, ascolterò o vedrò per il resto della mia vita –
Lei lo guardò a lungo, gli occhi che passavano da un angolo all’altro di quel viso segnato dagli anni e dalla vita, immobile a un metro da lui.
Poi si girò verso la libreria, dove l’unico libro rimasto faceva bella vista di sé: era “Il nome della rosa”.
Mentre lui rimaneva con il fiato sospeso lei si avvicinò alla libreria, prese il libro e lesse ad alta voce: “Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fonte di empietà.”
Poi lo gettò nel camino, si girò verso di lui, lo abbracciò, e si fece condurre via.

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