La lettera

Quando uscì per andare a pranzo accese finalmente il cellulare.
Aveva avuto dieci pazienti, quella mattina, ed era sfinito.
Non aveva avuto neanche il tempo di chiamare Anna, né di leggere i messaggi.
Al pensiero di lei un sorriso gli partì dagli occhi e si irradiò lungo il viso, mentre accendeva il telefono.
Ripensò alla sera prima, quando lei era rimasta per la prima volta a dormire da lui.
Era una promessa, pensò, una promessa di un futuro insieme.
La conosceva da poco, neanche due settimane, aveva accompagnato una sua amica per una visita ed era stato come se un tir gli fosse improvvisamente venuto addosso, e per quanto poteva saperne, anche per lei era stato lo stesso.
Erano finiti a letto alla prima occasione, e poi ancora e ancora, ma lei era restia a farsi coinvolgere.
Si eclissava per giorni interi, poi tornava, facevano l’amore, oppure andavano a fare lunghe passeggiate in un prato, andavano a cena insieme e poi lei scompariva.
Aveva paura, concluse lui, paura di questa relazione, con un uomo divorziato, così diverso da lei, un medico e una bibliotecaria, che accoppiata.
E invece ieri sera, per la prima volta, era rimasta a dormire da lui.
La mattina si era alzato, l’aveva lasciata dormire, poi era arrivato a studio e non aveva avuto più tempo di chiamarla.
Però aveva pensato a lei tutto il tempo e ora poteva finalmente sentirla.
Mentre varcava il portone la portinaia gli venne incontro.
– C’è una lettera per lei –
Altri soldi, pensò sconsolato, poi la guardò bene: era una busta color giallo chiarissimo e sopra c’era scritto solo “Giulio”.
Lui la fissò a lungo poi alzò lo sguardo verso la portinaia.
– Da dove viene? – chiese secco.
La donna si intimidì un po’.
– L’ha portata stamattina presto una ragazza, pregandomi di non disturbarla e di dargliela quando sarebbe uscito a pranzo –
– Com’era fatta? – chiese lui incalzante, quasi urlando.
– Alta, snella, capelli raccolti in una coda… –
Sentì le gambe che gli cedevano: aveva riconosciuto la calligrafia, ma aveva sperato di sbagliarsi.
Andò al parco, quasi barcollando, scelse una panchina assolata per difendersi dal freddo dell’inverno, e si sedette, testa tra le mani.
Una lettera.
Di Anna.
Se fosse stata una cosa bella non l’avrebbe mandata.
Anzi.
Non l’avrebbe scritta.
Guardò nuovamente il cellulare: nessun messaggio.
Provò a chiamarla: staccato.
Cominciò a respirare affannosamente ma l’aria si rifiutava di entrare nei polmoni, mentre il cuore gli batteva direttamente sotto il mento.
Con le mani tremanti prese la busta, l’aprì lentamente, e ne estrasse qualche foglio pieno della sua calligrafia irregolare, storta, una scrittura di carattere, come lei.
Iniziò a leggere.
“Caro Giulio,
quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Sarò in volo per Delhi, dove poi cambierò aereo per raggiungere il Laos.
Non tornerò, vado a vivere là.
Vedi…non ti ho detto tutto di me, e anche se mi sento il cuore stretto in una morsa per il senso di colpa, l’ho fatto per te, e per me.
Per vivere il più felicemente possibile questi pochi giorni che il destino ci ha riservato.
Io ti amo.
Ti amo più di quanto non abbia mai amato nessuno in vita mia, e in un altro momento, in un altro universo, sarei rimasta in quel letto ad aspettarti.
Ma non posso. Semplicemente, non posso farlo.
C’è un’altra persona. C’è da prima di te. E ci sarà dopo di te.
E’ un insegnante.
Il suo mestiere è di costruire scuole e mettere insieme strutture per consentire ai bambini di crescere istruiti.
Lavora per un’agenzia ONU, ed è sempre in giro.
Due anni fa ha accettato un posto permanente e lo hanno mandato nel Laos.
E’ un paese bellissimo sai, ma difficile, e lui sta lavorando come un pazzo, quasi completamente da solo.
Il primo anno è riuscito a tornare per qualche giorno, poi non ce l’ha fatta più.
Non lo vedo da un anno ma prima di partire gli ho fatto due promesse.
Glie le ho fatte io, non me lo ha chiesto lui, non lo farebbe mai.
Gli ho promesso che non lo avrei tradito, e che non appena lui si fosse stabilizzato lo avrei raggiunto.
Come sai, la prima promessa non l’ho mantenuta. Ho conosciuto te, non so come sia stato possibile, ma è un fatto che io mi sia innamorata di te.
Ma gli voglio bene, Giulio, è un uomo magnifico, una persona eccezionale, adorabile, è la persona più incredibilmente appassionata del suo lavoro che si possa immaginare.
E ha bisogno di me; lui ha bisogno di me per sopravvivere in quel posto ancora per altri due anni.
Io glie lo devo, e quindi, anche se ti amo disperatamente, in questo momento sono su un volo per Delhi.
Lui è andato a Ginevra per una conferenza, e stamattina è arrivato a Fiumicino, io sono andata a prenderlo e siamo ripartiti subito insieme.
Tra due settimane ci sposeremo con un rito locale che pare sia molto bello: la sposa veste completamente di rosso e viene portata dallo sposo in una barca su un fiume, mentre tutti gli invitati ai lati del fiume gettano petali sulla sposa, e riso sullo sposo.
Sarà molto suggestivo.
Poi rimarremo lì almeno altri due anni, e dopo andremo insieme nella sua prossima destinazione.
Giulio…non so neanche come dirti quanto mi dispiace, quanto male mi fa separarmi da te, ma noi non ci vedremo più.
Sono state due settimane meravigliose, le più belle della mia vita e non le dimenticherò mai.
Abbi cura di te.
Tua
Anna”
L’uomo rimase immobile, gli occhi che dopo aver letto l’ultima sillaba si rifiutavano di chiudersi e di mettere a fuoco qualsiasi cosa.
Il vento pungente lo faceva lacrimare, ma lo aiutava a mascherare altre lacrime che scendevano lente e inesorabili verso i fogli tenuti stretti da entrambe le mani.
Chiuse infine gli occhi e si lasciò andare al dolore pazzesco che provava, singhiozzando senza ritegno; un uomo adulto sulla panchina di un parco pubblico che piange come un bambino.
Rimase in questa posizione per minuti interi; dieci, quindici forse più.
Poi, sfinito dal pianto e infreddolito, si decise ad aprire gli occhi e a puntare le mani per alzarsi: e la vide.
Stava entrando nel parco, le mani nelle tasche del cappotto, i capelli raccolti e uno sguardo malinconico sul viso.
Vide la lettera in mano a lui e trasalì.
Si avvicinò allora più lentamente.
– L’hai già letta – chiese lei.
L’uomo annuì in silenzio, senza staccarle gli occhi di dosso.
– Non sono riuscita a tornare in tempo – disse lei a occhi bassi.
– Che è successo? – chiese lui delicatamente, per paura che questo fosse un sogno e che qualsiasi rumore potesse risvegliarlo.
– Lui mi è venuto incontro, ci siamo abbracciati, siamo andati insieme verso il gate. Poi si è girato di colpo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Chi è lui?”. Lo ha letto nei miei occhi, Giulio, ha letto che il mio cuore era qua con te. Ho provato a farfugliare qualcosa, ma lui mi ha messo un dito delicatamente sulle labbra e ha detto “Nel paese dove vivo ora gli uomini non cercano di cambiare quello che gli dei hanno deciso. Non porta bene. E io vedo nei tuoi occhi che c’è una persona nel tuo destino e non sono io. Va’ da lui. Non porterò rancore. L’amore non è mai sbagliato, l’amore è sempre giusto Anna. Sempre. Vai da lui e sii felice.” Poi se ne è andato via. E io sono qua –
Lui annuì di nuovo, ma intanto le aveva delicatamente preso una mano.
Si guardarono per un po’, entrambi increduli.
Un brivido di freddo corse sulla schiena di lei, lui la cinse con un braccio e le chiese:
– Rientriamo? –
Lei sorrise e annuì; poi allungò una mano, gli prese la lettera dalla sua e la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Solo allora si avviarono per rientrare a casa.

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