L’attesa

In un racconto precedente, “La Lettera“, ho raccontato la storia di Giulio e Anna, una storia malinconica e con un finale difficile e struggente.
Ma sapete, a volte quando si trova una bella storia ci si affeziona, e non si vuole lasciarla andare.
E allora ho pensato: ma sarà andata veramente così?
Chissà.

Nel quartiere lo conoscevano tutti.
D’altronde era difficile non conoscere un vecchio che tutti i giorni da trenta anni passa le ore di pranzo su una panchina, la stessa panchina, nello stesso parco, seduto nella stessa posizione.
Una volta era un medico e aveva poco tempo, ma trovava sempre una mezz’ora per sedere sulla panchina, a occhi semichiusi per difendersi dal sole, sbirciando ogni tanto l’ingresso del parco.
Dato che abitava in zona non mancava l’appuntamento con la panchina neanche nei fine settimana.
Gli unici giorni in cui non si faceva vedere erano quelli dedicati alle rare, brevi vacanze. Mai più di una settimana di seguito, e quando tornava sembrava ansioso di riprendere il suo posto su quella panchina.
Poi da quando era andato in pensione non aveva saltato un giorno, tranne quando era stato ricoverato per una banale colica renale.
Ma il vecchio, così ormai lo chiamavano tutti, godeva di una salute di ferro e negli ultimi cinque anni era arrivato puntuale, alle ore di pranzo, ed era rimasto seduto per un paio d’ore almeno, tutti i santi giorni.
Se c’era troppo sole si copriva con un cappelletto da pescatore e indossava degli occhiali da sole graduati; se pioveva aveva un giaccone impermeabile nel quale si rannicchiava e un ombrello arancione.
Se pioveva veramente forte lasciava a malincuore la panchina e si riparava sotto una tettoia del parco giochi, ma senza mai perdere di vista l’ingresso del parco.
Era sempre lì, il vecchio.
D’altronde non aveva figli o nipoti, forse, si diceva, una sorella chissà dove; i genitori erano morti da tempo immemorabile e quindi non aveva motivi per allontanarsi da quella panchina.
Non che fosse chiaro cosa ci facesse, perché i pochi che avevano osato fargli delle domande si erano beccati delle occhiatacce che li aveva fatti desistere dal continuare.
Di una cosa erano sicuri: il vecchio era chiaramente in attesa.
Di chi, o di che cosa, questo non si sapeva, e dopo trenta anni era diventato un argomento molto frequentato, nel quartiere.
Il vecchio che aspettava sulla panchina era una storia troppo bella da non raccontare, e via con le ipotesi più incredibili: quasi tutte riguardavano una donna perduta, ma c’era chi parlava di un figlio che lo aveva disconosciuto, di un cane che era fuggito (che se fosse stato vero sarebbe morto da un pezzo, ma al quartiere piacevano le storie impossibili), addirittura di una crisi mistica.
Fatto sta che nessuno ne sapeva veramente niente.
Fuori da quella panchina in verità il vecchio era una persona piacevole: salutava tutti cordialmente, sorrideva, aveva degli amici con cui si vedeva, e qualche volta lo avevano anche pizzicato, quando era più giovane, con una donna sotto braccio.
Ma su quella panchina era lui e lui solo.
Non c’era nessun altro e non voleva nessun altro.
Di solito sedeva in punta, con le mani appoggiate come se stesse per darsi una spinta per alzarsi.
Qualche volta teneva in mano dei fogli di carta, che estraeva da una busta gialla scolorita.
Una lettera, forse.
Raramente aveva con sé qualcosa da mangiare o da bere.
Negli ultimi tempi aveva accettato di scambiare due parole con una ragazza che alle ore di pranzo portava il cane nel parco.
Molti nel quartiere l’avevano poi fermata per sapere se lui le avesse raccontato qualcosa, ma lei assicurò che parlavano del più e del meno, del tempo, del cane, e insomma niente che potesse far capire cosa stesse facendo su quella panchina.
I giorni, i mesi, gli anni passavano, e il vecchio diventava sempre più vecchio, ma ogni giorno sedeva sulla sua panchina, le mani appoggiate, la schiena eretta e lo sguardo indagatore.
Gli anni passavano, bambini diventavano ragazzi, poi uomini e donne, generavano altri bambini, ma il vecchio rimaneva sulla sua panchina.
Fino a quel giorno.
Dovete sapere che quello che segue fu raccontato dal barbiere, che era presente all’evento. Ma il barbiere era vecchio anche lui, forse addirittura più vecchio del vecchio.
Fu forse per questo motivo che molti non gli credettero, o pensarono che avesse abbellito la storia per far scendere qualche lacrima, ma lui insistette, si stizzì, e alla fine tutti dovettero prendere per buona la sua storia.
Fatto sta che il vecchio da un giorno all’altro scomparve.
Dopo trenta e passa anni, non venne più sulla sua panchina al parco.
Qualcuno che conosceva il suo indirizzo provò a suonare al citofono, ma non ebbe risposta.
La portinaia si infastidì del viavai di curiosi, e disse senza mezzi termini che il vecchio non si era più visto, che dopo un paio di giorni si era presentata una ditta di traslochi con le chiavi e una regolare autorizzazione, e aveva portato via tutto.
Il giorno dopo ancora un cartello “vendesi” era comparso con i riferimenti dell’agenzia, e siccome il prezzo richiesto era molto competitivo in un paio di settimane la casa fu venduta.
Del vecchio non si seppe più nulla, così che il quartiere ebbe ancora una storia da continuare a raccontare molti anni dopo che il vecchio era scomparso e presumibilmente morto, anche se godeva di buona salute.
Ma cosa raccontò il barbiere?
Era dicembre, uno degli ultimi giorni dell’anno, e il freddo secco di una soleggiata giornata invernale entrava nelle ossa e le sbriciolava senza pietà.
Il vecchio era seduto sulla sua panchina, le mani sul marmo, una giacca imbottita ben chiusa, e una sciarpa a proteggere il collo.
Sulla testa un berretto di lana calcato fin sopra gli occhiali.
Il barbiere lo vide bene, dice lui, perché lo salutò con la mano e ne ebbe un breve cenno della testa.
Sapete, il barbiere era testardo, tignoso, era uno di quelli che non si rassegnava alla solitudine di quell’uomo, e ogni tanto provava ad attaccare bottone anche se veniva sempre respinto da una delle occhiatacce del vecchio.
Anche quel freddo giorno di dicembre decise di tentare un approccio, ma non riuscì neanche ad arrivare alla panchina perché il vecchio si alzò di scatto e anche lui si bloccò per guardare cosa stesse succedendo.
Il vecchio si mise in piedi con una rapidità ed un vigore che probabilmente non pensava neanche di avere, occhi e bocca spalancati verso l’ingresso del parco.
Lì, tra le colonne di granito che sorreggevano le siepi, appena varcata la soglia che faceva da limite tra l’asfalto e la ghiaia, una donna avanzava lentamente.
Avrà avuto sessanta anni, forse qualcuno di più, ma ancora una bella donna, con i capelli sale e pepe lunghi, raccolti da un lato e fermati da un legacapelli dorato.
Gli occhi erano intensi, segnati da un trucco che sembrava permanente per quanto era scuro, e sulla fronte un segno colorato.
Era vestita in modo semplice, un paio di jeans infilati dentro stivali marroni, un cappotto blu aperto su una maglia molto chiara.
Al collo una pashmina turchese su cui erano appoggiati, sorretti da una cordicella nera, degli occhiali da vista.
La donna camminò verso il vecchio, lentamente, e ad ogni passo sul suo viso le rughe andavano via, una ad una, man mano che il sorriso si impadroniva di lei.
Poi le rughe tornarono, rughe profonde ai lati della bocca, e sotto gli occhi, ma erano rughe di felicità.
Il vecchio invece non cambiò espressione: rimase con gli occhi spalancati e la bocca aperta, finché lei non gli fu ad un metro.
Solo quando lei arrivò quasi a toccarlo lui finalmente si rilassò, la bocca si richiuse, gli occhi si addolcirono, una lacrima scivolò dall’angolo dell’occhio sinistro.
Solo il sinistro, perché là c’erano il cuore e lo stomaco, ed era la parte sinistra del suo corpo che aspettava questo momento da più di trenta anni.
– Sei tornata… – ebbe la forza di dire il vecchio – Io…ho aspettato qui…come ti avevo promesso… –
Lei annuì, senza avere il coraggio di togliere le mani dal cappotto.
– Ognuno fa le promesse che deve, Giulio, e cerca di mantenerle. Io avevo fatto le mie, e ho cercato di rispettarle. Tu hai fatto le tue, e sei ancora qua. E’ arrivato il momento di scioglierle. –
– Lui dov’è? – chiese il vecchio, impaurito da una presenza che aveva condizionato la sua stessa esistenza.
Lei fece un gesto vago con una mano, come per dire “lassù”.
– Non c’è più. Da un po’. Non sarei tornata, sai, perché non credevo di trovarti. Ma quando ho fatto qualche telefonata per avvisare, mi hanno detto di te. –
Finalmente tolse una mano dalla tasca e fece una lieve carezza sulla guancia del vecchio che adesso piangeva senza ritegno.
– Io…non avevo idea Giulio…non pensavo che tu…fossi capace di questo. Anche io ti ho pensato, tutti i giorni, tutti i giorni della mia vita ho rivissuto quelle due settimane, minuto per minuto, secondo per secondo, e tutti i giorni mi sono chiesta se avevo fatto bene e se facevo bene. –
– Non c’è stato più niente dopo di te, Anna. Niente. Niente per cui valesse la pena vivere, o morire. Niente che mi facesse male allo stomaco, in alto a sinistra. Niente che occupasse lo spazio nel petto e che mi facesse mancare il respiro. Ho atteso perché la speranza è stata l’unica cosa che mi ha mantenuto in vita. –
Lei non piangeva, le lacrime le aveva consumate tutte in lunghi, forse inutili anni di lontananza, vicino ad un uomo che adorava ma non amava, e lontana da questo uomo diventato un vecchio, che aveva amato in maniera assoluta.
Tese la mano.
– Ce l’hai con te? – chiese.
Lui annuì. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Mise una mano nella tasca del giaccone, e con le dita tremanti le porse una busta gialla, corrosa dal tempo, da cui spuntavano dei fogli una volta bianchi, anch’essi ingialliti dal sole e consumati dalle dita del vecchio.
Era la lettera con cui lei gli aveva detto addio.
La lettera che era rimasta per più di trenta, infiniti anni, l’unico legame tra di loro, e che portava le ultime parole che lei gli aveva detto.
La donna prese la busta, la guardò a lungo, sospirò, estrasse la lettera, e infine, guardandolo negli occhi, la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Poi prese il vecchio sottobraccio e gli disse:
– Vieni. Andiamo via. –

panchina

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