In morte di Licio Gelli

La morte è ‘na livella, recitava il Principe de Curtis, e il sipario si è chiuso anche sul grande burattinaio, il maitre di tanti pasti indigesti che abbiamo dovuto mangiare per forza, l’uomo che direttamente o indirettamente è stato protagonista della vita italiana degli ultimi cinquanta anni.
Per i più giovani, e per i più distratti, vorrei raccontare in poche righe chi era Licio Gelli e perché oggi che è morto tutti, compreso me, scrivono di lui.
Ma è impossibile.
Gelli non è stato solo un uomo, un fascista conclamato, un appassionato peronista, un materassaio assurto a capo di una setta segreta.
Gelli è stato un emblema, anzi il principale emblema della tragedia tutta italiana che abbiamo vissuto nel dopoguerra.
Un paese di ignavi, di voltagabbana, di machiavellici governanti.
Un paese in cui mentre metà della popolazione, disgustata dal fascismo (che magari aveva anche abbracciato) finiva a votare PCI e a partecipare entusiasta a comizi di massa, l’altra metà cercava con tutti i mezzi, leciti e illeciti, di tenere in mano un potere che – cambiata la casacca nera con una grisaglia d’ordinanza – non aveva alcuna intenzione di mollare.
E intorno, due popoli, due schieramenti, due gruppi di nazioni che combattevano una guerra non con le armi convenzionali, ma con le armi dello spionaggio, del tradimento, delle esecuzioni sommarie, delle stragi di innocenti.
L’Italia, questo paese in cui abbiamo la fortuna di vivere, è stata al centro di tutto questo.
E Gelli era il centro del centro.
Era l’uomo che manovrava il potere operativo e politico, l’uomo che metteva i suoi adepti a capo di giornali, di imperi economici, nella Guardia di Finanza, a capo dei Servizi Segreti.
Era l’uomo che gestiva il vero potere in Italia, pronto a rispondere alla chiamata dell’occidente qualora fosse stato necessario, occupando il potere con tutti i mezzi possibili.
Il machiavelli del duemila, il vero, unico grande vecchio.
Ma siamo sicuri che sia andata così?
Perché Gelli, il materassaio di Arezzo, poteva veramente sperare di gestire in segreto il potere di un paese come il nostro contando su un’armata brancaleone composta da Berlusconi, Maurizio Costanzo, Bruno Tassan Din, un paio di generali, e altri comprimari?
Noi avremmo dovuto affidare le sorti della nostra appartenenza all’occidente a questo gruppo di pasdaran, e a trecento “gladiatori” comandati da un Presidente della Repubblica malato di protagonismo?
Io penso che il più grande segreto che Gelli abbia portato nella tomba è la consapevolezza, per tutti questi lunghi anni, di essere stato lo specchietto per le allodole.
Non era il grande vecchio, il regista.
Era un attore, come gli altri.
Come le Brigate Rosse, comandate da uno che andava regolarmente a prendere ordini dalla CIA.
Come i vari imprenditori, che però si mettevano magari un capomafia in casa.
Oppure giornalisti che volevano usare la parola come arma di offesa e rilancio, ma che mettevano in piedi magari ridicoli giornaletti che nessuno leggeva.
Per quanto questo paese sia sgangherato, bistrattato, incivile, ingovernabile, spaccato, per quanto abbia espresso e continui ad esprimere leader politici nel migliore dei casi improbabili, o più spesso truffaldini, per quanto noi italiani siamo un popolo di arruffoni, arronzoni, vigliacchi, voltagabbana, nonostante tutto ciò siamo un grande paese, bellissimo, con una storia alle spalle e un futuro davanti, fatto di milioni e milioni di persone che lavorano, amano, piangono, corrono, vivono, e no, non sarebbe bastato un materassaio e la sua armata di pecore per distruggerlo.
Ci sarebbe voluto, e c’era di sicuro in attesa, qualcosa di più.
Per questo, in questo momento in cui molti esprimono alla morte del Venerabile Gelli rabbia, rancore, odio, dispiacere, soddisfazione, nostalgia, e tutta una gamma di sentimenti che fanno capire da che parte si sta, per me è solo rimpianto.
Sì.
Rimpianto.
Perché con la morte di Gelli è definitivamente scomparsa la possibilità di guardarci negli occhi, di dirci cosa eravamo e cosa volevamo, vogliamo essere. Quali sono i nostri ideali. Che popolo siamo diventato.
Invece ora, ancora una volta, siamo in attesa di un altro machiavelli, un santone, un imprenditore, un giovane twittatore, qualcuno che ci governi senza sforzo e senza impegno.
Ho il rimpianto di aver buttato al vento la possibilità di avere un Paese migliore.

Licio_Gelli_sui_quotidiani

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4 thoughts on “In morte di Licio Gelli

  1. Rimpiangere Licio Gelli è onestamente impossibile. Rimpangere un’Italia migliore si, ma io la speranza l’avevo persa già dopo la morte di Berlinguer nel 1984, figurarsi quanto ci speri ora. Condivido con calore la considerazione sui concittadini; fortunatamente nel giro di qualche annetto verremo spazzati via tutti dalla marea africana, allora chissà, forse. In quanto a lui, che marcisca dove merita e dove avrebbe dovuto essere da lungo tempo.

    • Spero di non essermi espresso male: non rimpiango lui, affatto, ma la mancata possibilità di capire qualcosa di più su questo Paese, che amo e odio forse con la stessa intensità e passione.

      • No no, ti sei espresso benissimo! Ho capito il tuo discorso e lo condivido, ho risposto con un pò troppa veemenza perché solo a sentir parlare di Gelli (visto che i suoi sodali sono al potere ancora oggi) mi viene il sangue agli occhi! Un saluto

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