Le grandi guide di Rolandfan

Il Giappone in tempo reale – parte seconda

Nella prima parte di questa guida abbiamo affrontato temi generali, di pubblica utilità.
Ora scenderò in qualche particolare, che come noto è di interesse principalmente del demonio..
Perché sapevatelo la cosa più bella in un viaggio è guardare le minuzie, e fottersene dei musei.
E non mi dite che a Parigi vi interessate più del Louvre che della lunghezza delle gonne, perché non ci credo.
Se fosse così, non stareste leggendo queste note…

Come noto, il Giappone è la terra della tecnologia. Non è un caso se giro con una macchina fotografica fatta in Giappone, ho un’automobile giapponese, e anche se il cellulare è coreano sono sicuro che hanno copiato.
Ai giapponesi la tecnologia piace.
Piace moltissimo, il che è incredibile in un paese per certi aspetti così attaccato alle tradizioni.
Piace così tanto che la applicano a tutto, e in qualche caso secondo me esagerando.
Prendete ad esempio il gabinetto.
Che ci sarà da innovare tecnologicamente in un cesso, direte voi?
Eh….amici (cit.) non sapete cosa dite.
Come è noto, l’unico paese al mondo in cui esiste il bidet è l’Italia. Neanche i francesi ce l’hanno, eppure la parola a occhio e croce l’hanno inventata loro.
E se non ce l’hanno i francesi, malati di grandeur, figuriamoci i giapponesi, che hanno fatto del minimalismo abitativo una ragione di vita.
Per cui si entra in albergo già rassegnati alle solite contorsioni nella vasca per convertirla in un bidet efficiente, che in confronto Roberto Bolle è una statua di sale.
Invece basta un’occhiata al water (più prosaicamente detto tazza del cesso) e subito innalzate lodi all’arugzia e alla tecnologia giappo.
Aspettate ad esultare, date retta a me.
Intanto siamo tutti abituati da millenni a pensare al bagno come ad un oggetto semplice: apro rubinetto, chiudo rubinetto, insapono, risciacquo, insomma le operazioni sono tre o quattro, sempre quelle.
Invece quando ti siedi sulla tazz…sul water, scopri che hai a disposizione una plancia di comando che sembra proprio la stessa di quando hai giocato al simulatore dello shuttle.
Mi correggo, era il simulatore di una navicella klingon, perché le scritte sono in klingoniano.
A questo punto scatta inevitabile il panico, che come primo effetto ha quello di far rientrare la necessità, per cui vi alzate e ve ne andate, sperando che qualcun altro scopra il mistero prima di voi.
Dato che a tutti fa quell’effetto, ad un certo punto è inevitabilmente di nuovo il vostro turno, e stavolta non ci sono santi: la dovete PROPRIO fare.
Quindi siete costretti ad usare quei pochi neuroni a disposizione (gli altri sono impegnati a non farvela fare sotto) per capire che cacchio significano quei simboli.
Niente paura. Ci sono qua io che ho sperimentato per voi.
Ovviamente poco prima di lasciare l’albergo, non per vigliaccheria, ma solo per stare tranquillo eh!?
Diciamo che la strumentazione prevede in sostanza quattro comandi principali. Vado ad elencare:
– Generatore di suoni vari. Cinguettii, rumori stradali, insomma c’è di tutto, per evitare di far sentire cosa state facendo VERAMENTE
– Riscaldamento. Siamo sinceri, quante volte nel freddo dell’inverno ci siamo dovuti alzare per andare al bagno, e abbiamo messo in pratica tutti i riti possibili per reggere l’inevitabile collisione chiappacalda-tavolettagelata? Ecco, in Giappone non esiste più il problema, basta preriscaldare con l’apposita manopola l’appoggiachiappe. Attenzione però: dato che il range di temperatura possibile va da iceberg islandese fino a macchie solari, passare da un piacevole tepore al barbecue delle natiche è un attimo. Stateve accuort.
– Doccia. Pulsante che ho premuto con cautela, stando attento che non ci fossero bocchettoni sopra di me (a parte le zone franche ero ovviamente vestitissimo). Invece come si può immaginare un piacevole e delicato getto si riversa sulle vostre pudenda tentando di rendervi di nuovo lindi e pinti come quando eravate entrati. Non serve a una mazza ma fa piacere.
– Bidet. Dopo aver testato il pulsante “doccia” ovviamente mi sono chiesto che differenza ci fosse con il pulsante bidet. In pratica la traduzione in inglese dal klingoniano deve essere stata fatta da qualcuno che non conosce il klingoniano. O l’inglese. O nessuno dei due. Perché “doccia” in questo contesto vuol dire “leggero getto d’acqua sul culo”, mentre “bidet” significa “rovesciamento di un significativo quantitativo d’acqua su tutto ciò che sta sotto il tropico del cancro”. Sconsigliatissimo.
Per capirci, dalla prossima volta torno a fare il Bolle. Magari qualcuno ce casca pure.

Dalla grande quantità di giovani e giovanissimi in giro se ne deduce che la cara, vecchia attività riproduttiva è ancora in auge qui in Giappone.
E’ però lecito domandarsi che metodo useranno.La gemmazione? Partenogenesi? Lancio della palla?
No perché se ricordo male dall’ultima volta che ho provato, ci vogliono almeno un elemento per parte. N’omo, na donna, insomma.
Ma gli uomini dove stanno?
Cioè, non è che non se ne vedono in giro, intendiamoci.
E’ pieno di uomini vestiti (male) per andare in ufficio, nei negozi, per le strade.
Ma poi, quando vai nei luoghi deputati al rituale del corteggiamento, non ce stanno.
Ho visto vagaonate di ragazze carine, vestite eleganti (sempre male), spesso in maniera provocante, sedere a gruppi di due, tre, dieci nei bar, starbucks, ristoranti, dappertutto.
Ma sempre senza uomini.
E dove li metttono?
Ho provato a immaginare come funzioni in Giappone il rito dell’accoppiamento, ma non mi è venuto in mente niente di intelligente.
Forse che l’uomo giapponese attende a casa, saltando direttamente tutte quei noiosi preliminari fatti di “ti porto a cena, ti dico quanto sei bella, ti faccio ridere, ti porto a letto” per passare subito all’ultima fase? Interessante…
Oppure l’accoppiamento è prestabilito da un supercomputer della Sony che ogni giorno decide a chi tocca e chi no, ein entrambi i casi inutile dannarsi, tanto te tocca o non te tocca lo sai subito?
O ancora, magari gli uomini giapponesi sono abilissimi nei travestimenti, e siccome sono per lo più glabri basta vestirsi da Sailor Moon per accodarsi ad un tavolo di tope e poi al momento opportuno ZANZAN! ?
Non ho capito, so solo che suggerisco vivamente ai single italiani in ascolto di fare un salto qui per verificare se il tanto vituperato rituale italiano “ciao-bella-come-tantitoli-ce-vieni-a-fa-ngiretto” funzioni ancora…

I giapponesi si vestono male. Malissimo.
Questo non sorprende visto che a parte gli italiani, i francesi e un po’ (ma neanche tanto) gli inglesi tutti gli altri popoli non hanno idea di cosa significhi accoppiare forme e colori.
Ed ecco che istantaneamente il vostro amato Rolandfan, nella sua tenuta da sbarco scarpadaginnasticablu-pantaloneverdemarcioacostine-maglioncinodicachemirearagosta viene eletto Mister Eleganza Tokyo 2015.
Il punto però non è questo.
Magari uno poteva aspettarsi che almeno fosse pieno di persone in abito tradizionale, che almeno lo facessero per noi turisti.
Niente, gli unici due maschi in vestito tradizionale erano i proprietari di un negozio di tessuti che si mandavano bacini tra di loro.
Purtroppo i giapponesi si sono fatti irretire dalla moda occidentale e l’hanno personalizzata con un gusto del trash che non ha eguali.
Il top ovviamente sono delle simpatiche salsicciotte che anche d’inverno si ostinano ad andare in giro con delle parigine, minigonna a pieghe, capelli a caschetto (spesso rosa) con due ciucci e trucco da battona della Salaria.
Ma anche soprabiti bianchi con effige di marylin oppure trucco stile “Spazio 1999”, insomma i giapponesi non si vergognano di niente quando si tratta di andare in giro vestiti ridicoli.
Ovviamente nelle strade più in di Rappongi e Ginza sono tutti negozi di stilisti italiani, perché noi paraculi quando si tratta di approfittarsi degli altri siamo sempre in pole position.

Se volete fare un’esperienza di shopping giapponese senza muovervi dall’Italia, o meglio da Roma, basta andare a Porta Portese. Oppure a Ballarò se siete di Palermo e così via.
I negozi giapponesi sono la copia sputata di Porta Portese.
Fuori ci sono degli imbonitori, spesso dotati di fastidiosissimo microfono, che cercano di buttarti dentro il negozio cantilenando e sorridendoti tutto il tempo.
Un po’ quando vai a Via Sannio e ti aggrediscono subito con “giovane, che te serve?”.
La tecnica è la stessa, sorridere e andare avanti.
Se disgraziatamente vi fate convincere ad entrare nel negozio, la catena di comando è identica: il buttadentro vi passa ad un commesso (qua gentilissimo e spesso donna, ma non stiamo a sottilizzare, sto parlando di strategia) che subito vi porta dal boss, quello che “se ne intende”. Ora, io cercavo una banale scheda SD, ma niente, sono stato trattato come se stessi per comprare una lente per l’Hubble.
Il boss si è rivolto a me in klingoniano, e subito ho immaginato il suo corrispondente al banco 12 di Porta Portese “che je damo a ‘sto regazzo? che cercavi, i jeanse?”
Inutile dire al boss di Porta Portese che volevi un cappello di paglia per la fidanzata, così come è inutile dire a Tokyo che cerchi una scheda SD da 16 Gbyte 90 mbyte/s.
“Che taglia porti?” ti chiederà inevitabilmente il boss.
“Che obiettivo ti serve?” ti chiede il suo omologo giapponese.
Uscire senza aver comprato niente, o meglio, avendo comprato solo quello che serva a te, è difficilissimo, anche perché obiettivamente di roba da comprare ce ne sarebbe a tonnellate, ma sono cresciuto a Porta Portese e Via Sannio e gli imbonitori giappo mi fanno un baffo.
Gli altri italiani escono con i trolley pieni. E ovviamente hanno comprato anche i trolley.

Le giapponesi sono carine, per lo più. Mi piacciono i loro visi puliti, sorridenti, la cura con cui si truccano, e anche se si vestono da schifo sono comunque graziose.
Mi fa un po’ ridere come camminano, non so se per fattori fisiologici o culturali: le punte dei piedi rivolte verso l’interno, le ginocchia un po’ storte e i piedi che non si alzano mai da terra più di qualche centimetro, tanto che per quel che ho potuto capire trascinano tutte un po’ i piedi.
Spessissimo mi è capitato di vederne una correre con grazia, probabilmente perché in ritardo, sempre con questo passettino affrettato e mai volgari.
Anche nei negozi, sono sempre sorridenti, gentili, apparentemente mai arrabbiate.
Faccio il confronto con certe commesse che girano a Roma e mi viene lo sconforto.
Le ragazze giapponesi mi danno tutte l’idea di essere la donna ideale per ogni uomo italiano, abituato a certe esternazioni femminili che lasciano interdetti.
Ve lo dico, donne in ascolto: a noi uomini, la gentilezza, ce piace.

La stazione di Tokyo è da evitare per quanto possibile.
Prima di partire cercate una combinazione di treni/aerei che vi eviti l’esperienza di dover capire da dove parte il vostro treno, dove comprare i biglietti, come fare ad accedere alle piattaforme, insomma tutto quello che a casa fate con naturalezza.
Capire qualcosa alla stazione di Tokyo è un’impresa catalogata alle olimpiadi del turismo con un moltiplicatore 4, analogo a quello nei tuffi del triplo carpiato rovesciato avvitato e intanto scatto una foto a quella carina in terza fila prima di entrare in acqua.
La quantità di gente in continuo movimento, il numero immenso di piattaforme e l’assenza di indicazioni comprensibili rende questo luogo simile allo spazioporto di Trantor (se non avete letto Asimov peggio per voi, non meritate neanche che ve la spiego), in cui se vi fermate fate la fine della pallina violentata da Roger Daltrey (nemmeno questa ve spiego, fateve ‘na cultura pop).
Ci sono è vero dei gentilissimi addetti che rilasciano indicazioni, ma immagino che la stazione di Tokyo sia un po’ la cayenna degli impiegati ferroviari, ci mandano solo quelli in punizione, i quali probabilmente odiano il genere umano, sopratttutto senza occhi a mandorla, e mettono un impegno particolare nel mandarvi in posti sbagliati.
Dopo un po’ voi manderete invece loro nei posti giusti, ma questo non risolverà il vostro problema: trovare il binario e il treno giusto, per non ritrovarvi a Ho-chi-min City invece che a Kyoto.
Per fortuna che c’è una cosa che neanche a Tokyo possono cambiare: i numeri. E siccome i giapponesi sono precisi, ogni treno ha un suo numero univoco (dice: pure da noi.E non so’ mica sicuro, sa’…), per cui basta incollarsi al numero giusto e seguirlo dovunque compaia.
Piccolo inconveniente: i numeri dei treni compaiono solo poco prima della partenza, per cui passerete un bel po’ di tempo in ansia finché non vedret spuntare il numerino.
La stazione di Tokyo è sconsigliata per gli ansiosi e i portatori di pacemaker.
Comunque, il treno l’ho preso, e quindi a breve vi saprò dire altro di questo fantastico paese…se sopravvivo, cioè.

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