Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

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