Il falco e il falcone

Oggi è l’anniversario della morte di Falcone, sua moglie e la scorta.
Una strage terribile, compiuta ai danni di un vero Servitore dello Stato, una strage che ha cambiato tutto nella percezione della mafia presso le persone, le autorità, la politica.
Non ci dimentichiamo che fino all’arrivo di Falcone la mafia semplicemente non esisteva.
Prima del 41 bis non si poteva essere condannati per essere mafiosi. Certo, se sparavi, taglieggiavi, rubavi, sì.
Ma la connivenza, l’appartenenza, gli ordini, le organizzazioni, sfuggivano alla giustizia solo perché non esisteva una legge apposita.
A distanza di tanti anni, dopo tante celebrazioni, fatte nei luoghi più importanti e “alti”, come è possibile ricordare Falcone e la sua eredità?
Io un’idea ce l’ho, ma purtroppo è negativa.
Penso che uno come Falcone – o come Borsellino e pochi altri – l’Italia non lo genera spesso e non se lo merita neanche.
Penso che la mafia truculenta, quella che ammazza per il gusto di far valere la propria forza, magari non gira più, ma le mafie che inquinano la vita economica, e politica del Paese sono ancora lì.
Penso che Falcone abbia lottato e sia morto invano.
Penso che il degrado del Paese sia così evidente, da farci dire che almeno quando il nemico era Totò Riina, o le BR, era facile sapere da che parte stare.
Oggi non lo sappiamo più.
A Napoli gli aficionados del PD potranno votare per il figlio/nipote di boss pregiudicati, portati in lista da Verdini. Garantisce lui.
Per dire.
Ma ci sono altri segnali, più profondi, che Falcone ha fallito.
Perché il suo ideale di giustizia, da come me lo ricordo e da tutto quello che ho letto in questi anni, non si limitava ad una guerra “buoni contro cattivi”.
Non era Tex Willer contro gli indiani, o Garibaldi contro gli Austriaci.
Io credo che Falcone avesse un’idea della Giustizia più alta, che permeava tutta la società.
Non è un caso se ancora oggi nelle scuole viene raccontato chi era Falcone, non solo perché faceva lo sceriffo, ma perché aveva un’idea complessiva della Giustizia che è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli.
E mentre noi ci affanniamo a raccontare di Falcone alle generazioni successive, mentre lo Stato si riempie la bocca del suo nome, ecco che un manager dello Stato, pagato da noi dunque, racconta la SUA idea di giustizia, con la g minuscola.
L’idea che chi governa un’azienda, un’azienda dello Stato per di più, debba comandare con il terrore, mettendo i suoi podestà a ringhiare contro i dipendenti, spezzando la volontà di chi resiste con umiliazioni plateali, finché la paura e la sofferenza piegano la resistenza dei dipendenti.
E’ facile, dice Starace, Amministratore Delegato dell’ENEL.
Ma che differenza c’è, chiederei a Falcone se fosse vivo oggi, tra i metodi che usa la mafia per assicurarsi il rispetto dei suoi galoppini, e quelli che usa questa azienda di stato per garantirsi la fedeltà cieca dei suoi dipendenti?
Che differenza c’è tra umiliare un mafioso prendendo a schiaffi la moglie in pubblico, o umiliare un dipendente insultandolo davanti ai suoi colleghi?
Perché l’Italia, questo cazzo di Paese dove non si riesce mai a cambiare le cose in meglio, deve pagare profumatamente un manager per distruggere la vita ai nostri amici, parenti, colleghi?
Perché la mafia non è un corpo estraneo, mi risponderebbe probabilmente Falcone.
La mafia è dentro di noi, siamo noi, la nostra cultura, le nostre radici, le nostre abitudini.
Siamo un popolo di mafiosi, e solo due cose ci salveranno: la Giustizia e la Cultura.
Se sapremo lottare per più Giustizia e più Cultura, Falcone non sarà morto invano.

Capaci

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