Italia – Haiti tre a uno

Un racconto malinconico costruito su ricordi felici

Il caldo di quella sera di giugno non me lo dimenticherò mai.
A dire il vero, sono molte le cose che non posso dimenticare a distanza di quarant’anni, e ogni volta che i primi caldi arrivano impietosi a rendere le giornate interminabili e le notti insopportabili precipito a quel quindici giugno di tanti anni fa, e mi sembra di rivedere tutto come in un film.
Ricordo ogni dettaglio di quella sera, il pergolato di una pizzeria di quartiere, le tovaglie di carta e le posate di metallo, con i bicchieri di vetro da acqua e le prime coca-cola che ci riempivano lo stomaco.
Il tavolo con qualche genitore, distante, per non disturbare, e venticinque ragazzini che correvano e urlavano senza sosta.
Venticinque undicenni che smettono di essere bambini e diventano qualcosa di diverso, dei ragazzini senza forma, non-bambini e non-adulti, l’inizio di un limbo senza fine che ancora oggi non smette di perseguitarmi, in un’adolescenza eterna che si confonde con la vecchiaia incipiente.
Ma il 1974 era anche l’anno dei mondiali, ed era pressoché impossibile tenere noi maschi seduti, mentre gli Azzurri – gli imbattibili Azzurri – iniziavano il loro presunto cammino trionfale verso la gloria.
E allora gruppetti di maschi scalmanati a turno scendevano i gradini per entrare nel locale dove un vecchio televisore, vecchio anche per l’epoca, trasmetteva in pochi pollici una partita in bianco e nero, e tornavano con le ultime notizie: “per poco non segna Mazzola”, “quelli sanno solo stare in difesa”, “siamo più forti”.
Urla di entusiasmo di anime entusiaste, e solo uno rimaneva seduto.
Un solo ragazzino non si mischiava con il sudore degli altri, e mangiava tranquillo la sua pizza, bevendo coca-cola e sorridendo alle chiacchiere delle compagne di classe.
Ero io, chiaro, quel ragazzino, perché in quella estate così calda il calcio non era più la mia unica preoccupazione.
Avevo scoperto che non erano solo le corse all’impazzata, le partitelle senza fine sullo sterrato, la bicicletta in salita, che facevano accelerare i battiti del cuore.
Avevo scoperto che ad un certo punto della vita incontri persone che desideri non si allontanino mai più da te, e le vorresti tenere vicino con qualsiasi scusa.
Avevo scoperto l’amore.
L’amore dei ragazzini certo, l’amore che non può essere dichiarato, perché non si sa come fare, che non può essere consumato, perché non si ha consapevolezza del proprio corpo, che non può neanche essere vissuto.
E’ un amore che può essere solo sofferto, e io lo soffrivo per bene, quell’amore per la sorella di un mio compagno di classe.
Aveva un anno di più, ma io ero alto – pensavo che questo bastasse per essere notato – e quando la incontravo sembravamo della stessa età. Andavamo nella stessa scuola, e ci incrociavamo quasi tutti i giorni.
Lei parlava con me, ma ovviamente io non parlavo con lei, non sapevo che dire, non avevo parole, e quindi evitavo di rispondere, magari le sorridevo, ma niente di più.
E stasera, proprio stasera mentre Zoff e i suoi compagni si battevano per noi su un prato tedesco, e tutti gridavano convinti del trionfo che ci attendeva, io ero triste.
Perché lei non c’era, non aveva accompagnato il fratello, e non l’avrei vista per un bel po’.
Era l’ultima volta che noi compagni di classe ci vedevamo prima delle vacanze, e per tre mesi ognuno di noi avrebbe fatto i conti con l’infanzia che se ne andava, per ripresentarci a settembre diversi, più grandi, qualcuna già donna, e qualcuno già con la barba fatta.
E io avrei passato l’estate sdraiato a letto, o al mare, a pensare a quella ragazzina più grande di me, con quei capelli neri lunghi e gli occhi scuri, cercando di trovare le parole che avrei potuto usare la prossima volta.
Sapendo che non lo avrei fatto.
Arrivò l’intervallo della partita, Italia e Haiti inchiodate sullo zero a zero, la pizza ormai finita, la coca cola che ribolliva negli stomaci, e quasi ora di andare via.
Ad un certo punto mi vennero a chiamare.
– Dai ricomincia, vieni a vedere anche tu! –
Scesi i gradini con tutti i maschi, erano sudati all’inverosimile per il caldo, il forno vicino e l’eccitazione, e solo io non riuscivo ad entusiasmarmi.
All’improvviso, il disastro.
Un tizio mingherlino scappò al controllo dei nostri difensori e segnò.
Haiti uno, Italia zero.
I miei compagni rimasero allibiti, le bocche spalancate, senza sapere cosa dire.
Fossero stati un po’ più grandi avrebbero riempito la sala di parolacce, come fecero gli adulti seduti più lontano dal televisore.
Allora decisero che la passione per il calcio non era sufficiente a reggere l’onta, e tornarono nel giardino per prepararsi ad andare via, delusi.
Io rimasi lì, a guardare, tanto non mi interessava se l’Italia perdeva o vinceva, non pensavo molto ai mondiali, per cui potevo anche restare a fare finta, almeno non ero costretto a fare conversazione.
Poi, senza preavviso, mi accorsi di non essere più solo, e quando mi girai c’era quella ragazzina.
Mi sorrideva. Era venuta con i genitori a prendere il fratello, mi aveva visto e si era fermata.
– Che fai? non sei con gli altri? –
– No, stavo guardando la partita. Stiamo perdendo. – dissi, come se quella fosse una spiegazione.
Lei alzò un sopracciglio.
– Pensavo che a te il calcio non interessasse. Così almeno mi dice mio fratello. –
– Ti parla di me? – chiesi stupito.
Lei sorrise.
– Non tanto, e non volentieri. Sono io che ogni tanto gli chiedo qualcosa. –
E mi guardò.
E quello sguardo fu il primo di molti sguardi che ebbi la fortuna di vedere nella mia vita, lo sguardo di una donna che ti dice con gli occhi le cose che non vuole dirti con le parole, lo sguardo che ti fa capire che tu per lei sei diverso, che forse c’è qualcosa dentro di te che a lei piace, e che forse, forse è possibile che quello che tu hai creduto possa diventare vero.
Ma quello era lo sguardo di una ragazzina, e tutto questo sarebbe diventato possibile solo più tardi.
Quel giorno, mentre l’Italia segnava, pareggiava e poi vinceva, era solo lo sguardo della donna che poteva essere e che io vidi per primo.
E forse anche per ultimo.
Si avvicinò, mi diede un bacio sulla guancia, e poi raggiunse gli altri.
Rimasi lì qualche minuto, gli occhi alla televisione, la testa e il cuore in un luogo lontano, prima di tornare in giardino e scoprire che era già andata via.
E rimasi così anche nei giorni successivi, in cui quel leggero contatto di due labbra sulla guancia riaffiorava in continuazione e mi bruciava senza sosta.
Poi la telefonata, gli occhi spalancati, il pianto irrefrenabile, le carezze di mia madre.
E il funerale, gli abbracci con gli amici, il fratello che singhiozzava senza sosta, il caldo micidiale di Roma, e l’Italia che usciva dai mondiali.
Uscii dalla chiesa da solo, non presi per mano gli altri compagni e mi allontanai da mia madre e mio padre, che mi guardavano preoccupati.
Alzai gli occhi al cielo e mi chiesi cosa avessi fatto di tanto cattivo per soffrire così.
Non ebbi risposta ovviamente, e non ce l’ho tutt’ora, se dopo quaranta anni quel bacio mi fa ancora male, e quella domanda ancora la faccio al cielo, in queste notti di giugno in cui Italia ed Haiti ancora combattono per un pallone, e io per diventare grande.

italia haiti

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5 thoughts on “Italia – Haiti tre a uno

  1. Una storia tenerissima e struggente… con alla sfondo il crepuscolo di quelli che erano stati i protagonisti di un’epoca, dal ’68 in poi. Ricordo ancora la formazione della Polonia che ci eliminò… dolore minore, ma faceva star male.

      • Eh si… ma eravamo vecchietti e spompati. Ed i giovani non erano all’altezza di quelli del ’70… forse poi il blocco della Lazio non era proprio all’altezza degli altri… non me ne vogliano gli amici laziali.

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