Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

scarpe-hello-kitty

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8 thoughts on “Il momento peggiore

  1. Con questa storia ti meriti il vaffa più grosso…

    Piano piano le leggerò tutte ma questa mi ha dato una pugnalata con rigiro dritto al cuore

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