Ricordo di una notte di dicembre

 

Un uomo, una ragazzina, un ricordo, un rimorso.

 

Il ricordo più vivido che ho di mio padre risale ad un dicembre di molti anni fa, quando lui aveva l’età che ho io adesso.
L’età che avrà per sempre.
Faceva freddo, era venuto a prendermi non ricordo se ad un allenamento o a qualche altro impegno, comunque so che eravamo in scooter, e che faceva freddo.
Percorremmo tutta la Via Olimpica, erano le otto e mezza di sera e c’era ancora molto traffico, ma non così intenso da impedirci di andare abbastanza veloci.
Lui guidava ingobbito, con quelle spalle che a me sembravano enormi quasi chiuse su se stesse, passando in mezzo alle macchine con delle “esse” molto ampie per essere sicuro di avere più spazio.
Io, dietro, stavo con le mani nella tasca del giubbotto, e canticchiavo sotto il casco.
Canticchiavo perché ero in quell’età in cui l’indifferenza ha un valore, e perché in fondo sono come lui, non mi piace mostrare troppo i miei sentimenti, se non quando serve o ne vale la pena.
E allora invece di stare abbracciata a mio padre, e godermi la sicurezza di quella schiena immensa, me ne stavo eretta con le mani in tasca, mentre lui disegnava le sue esse con lo scooter.
Ricordo ogni metro di quel tragitto, ogni faro di ogni macchina, ogni buca e ogni imprecazione di mio padre, e ricordo che avevamo fretta, perché era tardi e avevamo fame.
Me lo ricordo così bene perché fu l’ultima volta che andammo in scooter insieme, e la prima immagine che ebbi di lui quando mi fu chiaro che non c’era più.
Quel giorno, sotto quel cielo freddo e stellato, una ragazzina adolescente voleva bene a quell’uomo strano con cui litigava un po’ tutti i giorni, solo che non lo sapeva.
No. Non è esatto.
Lo sapeva, ma non sapeva di saperlo.
Ora la ragazzina di oggi sa bene che anche la ragazzina di ieri lo sapeva.
Solo, non sapeva di saperlo, come non lo sanno tutti i ragazzi finché non diventano improvvisamente adulti e non hanno più paura che l’affetto verso i genitori possa cambiare la loro esistenza.
Ma quel giorno, quel giorno non lo sapevo, e non me ne importava.
Quel giorno canticchiavo alla luna, mentre lui si incurvava sempre di più sul manubrio e sorrideva.
Lo sentivo, anche se non potevo vederlo.
Lo sentivo, e ora so che lo sentivo, perché è lo stesso sorriso che ho io quando porto mia figlia: avere dietro di te la tua carne e il tuo sangue, questa è la felicità, la felicità pura, e quell’uomo che disegnava le esse sull’asfalto per evitare le macchine era felice, anche se io canticchiavo e non gli parlavo, anche se avevo le mani in tasca e non lo abbracciavo.
Io ero la sua felicità.
E lui la mia, anche se non lo sapevo. Non sapevo di saperlo.
Rivedo ogni centimetro di quel giaccone sportivo da ex motociclista, quella nuca infilata a forza dentro un casco enorme, quelle ginocchia che non riusciva a tenere dentro.
So tutto perché è l’immagine che ho avuto di lui pochi giorni dopo.
Quando improvvisamente la porta della mia classe si aprì, ed entrò la preside.
Non veniva mai, mai, la preside, mai. Non l’avevamo mai vista in tre anni. Neanche una volta.
Però quel giorno era là, e mi guardava, e poi mi chiamò.
Io mi alzai, lentamente, mentre tutti si zittivano e la professoressa portava una mano alla bocca.
Poi uscimmo, e vidi la sorella di mia madre, e capii che qualcosa non andava, che non sarebbe più andato come prima, ed ebbi paura.
– Mamma? – chiesi.
– Mamma sta bene. – rispose mentre mi prendeva le mani. – Papà ha avuto un brutto incidente. –
Fu un attimo.
Un secondo.
Che dico: un milionesimo di secondo, fu solo il tempo necessario affinché il pensiero affronti le curve strette delle sinapsi e torni indietro alla velocità della luce, ma in quel milionesimo di secondo io provai un sollievo infinito.
Quando qualcuno mi chiede: “qual è la cosa più brutta che hai fatto?”, queste domande da talk show che prima o poi ti fanno tutti, io mento.
Dico: quando ho tradito il mio primo fidanzato, oppure quando non ho aiutato un amico all’esame di Anatomia.
Tutte cazzate.
La cosa più brutta della mia vita è stato quel milionesimo di secondo in cui sono stata contenta che fosse toccato a lui e non a mia madre.
Non ci ho potuto fare nulla, non è stato razionale, è qualcosa che abbiamo scritto nel nostro DNA, qualcosa che condiziona le nostre esistenze.
Quando vedo i miei figli, quando li sento come si stringono a me, e quando vedo come salutano il padre, so che sarebbe così anche per loro, anche se spero che non debbano mai essere messi alla prova come lo sono stata io.
Quel terribile, breve momento di sollievo è scomparso subito dopo.
Nel nulla, come dal nulla era venuto, ma ha lasciato il posto ad un dolorosissimo senso di colpa che non mi ha mai più mollato.
Il senso di colpa per non aver pianto e non essermi disperata subito, per aver provato sollievo mentre mio padre moriva in un ospedale.
Poi sì, ho pianto, ho smesso di mangiare per giorni, mi sono consumata dietro alle sue foto.
Ma il senso di colpa non se ne è andato più via. Mai più.
E’ ancora qua, vivido come in quel momento, come dopo quel milionesimo di secondo. Non me lo sono mai perdonato, mai.
Quando il senso di colpa mi colpì per la prima volta chiusi gli occhi, mentre qualcuno mi teneva e mi abbracciava per paura che svenissi, ma volevo solo cancellare tutto e lasciare che mi arrivasse qualcosa, qualsiasi cosa.
E arrivò.
Arrivò quella notte fredda e stellata, arrivò quello scooter che disegnava delle esse sull’asfalto, arrivò quella schiena ingobbita di un uomo felice, e quella ragazzina che canticchiava, mani nelle tasche.
Arrivò e non andò più via, quell’immagine di me e di te, si prese per mano con il senso di colpa e da allora sono sempre insieme.
Sono quaranta anni, oggi, da quella sera fredda di dicembre.
E sono qua per dirti che ora lo so.
Lo so che lo sapevo.

roma-s-pietro

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