La telefonata

La mattina usciva di casa molto presto.
Odiava il traffico romano, e anche se le automobili in giro erano solo una frazione di quelle che sarebbero state in circolazione venti anni dopo, le strade erano tuttavia molto più strette: il raccordo a due corsie poteva diventare un incubo se solo ci fossero stati dei lavori in corso, o un incidente, o le due cose insieme.
Di solito si svegliava perciò verso le 6, beveva un caffè amaro che la moglie gli preparava con una vecchia moka, poi si lavava, si vestiva e alle 6.30 era già fuori.
Dal quartiere popolare di Roma dove abitava erano buoni 25 chilometri fino alla sua destinazione, un capannone industriale in mezzo a tanti altri sulla Tiburtina.
Di solito a quell’ora faceva il centro: all’epoca chiunque poteva passare in macchina per il centro di Roma, arrivare a Piazza di Spagna, percorrere tutta Via del Corso, girare per Piazza Venezia.
Il raccordo lo odiava, e lo prendeva solo nelle giornate di pioggia intensa, quando sapeva che i sampietrini sarebbero stati un rischio per le ruote piccole e instabili della sua seicento; e anche se qualche volta ci aveva messo anche due ore, preferiva essere sicuro di arrivare.
Di solito però percorreva la Colombo fino al centro e da lì proseguiva per le strade vicino alla stazione Termini.
Non di rado lungo il percorso rallentava la già non frenetica marcia della seicento per guardare da vicino le persone che come lui popolavano la città.
Spazzini non ancora operatori ecologici con la ramazza, autisti che portavano stancamente vecchi autobus verdi con bigliettai sonnecchianti, vecchie puttane che chiudevano baracca per andare a dormire chissà dove, baristi che alzavano la serranda per cominciare la giornata.
Gli era nata poi da tempo l’abitudine di fare una sosta in un vecchio bar allo scalo San Lorenzo.
Aveva delle sedie con la plastica colorata a strisce avvolta sullo scheletro di alluminio e dei vecchi tavolini di formica che non toglieva mai dalla strada, neanche la notte: d’altronde, chi li avrebbe mai potuti rubare?
Il bar era uno schifo a essere sinceri, ma il caffé era buono, i proprietari simpatici e alla cassa c’era fin dalle prime ore del mattino una signora piacente con delle zinne enormi, sempre sorridente e gioviale.
Una volta era anche riuscito a metterci sopra le mani, su quelle zinne, ma poi non aveva dato seguito alla cosa; nonostante ciò la signora gli sorrideva sempre, ma un po’ di meno.
Uscito dal bar accendeva una sigaretta appoggiato alla macchina, una marlboro dal sapore di catrame che gli scendeva nei polmoni svegliandolo più del caffè.
La fumava in silenzio con un gomito appoggiato all’altro braccio, e con quegli occhi socchiusi da fumatore incallito che rendono gli uomini vagamente più interessanti e le donne vagamente più sensuali.
Finita la sigaretta guardava il filtro con curiosità, come se sotto la cenere potesse esserci qualche sorpresa o segreto.
Ma non c’era mai niente, e ogni volta lo lanciava via con un gesto consumato delle dita, una schicchera affinata in anni e anni di vizio che gli permetteva talvolta a lanciare il mozzicone a distanze considerevoli.
Poi risaliva in macchina e percorreva gli ultimi chilometri più sveglio e attento di quanto non fosse prima di fermarsi al bar.
Arrivato al capannone parcheggiava la macchina in uno spazio riservato.
Non che ci fosse molta altra gente durante la giornata, a dire il vero.
L’edificio era adibito quasi completamente a magazzino, e ne usciva di quando in quando un camioncino con della merce imballata: abbigliamento, cancelleria, alimenti, non poteva dirlo e non gli interessava.
In cima al capannone, arrampicato ad una scala, c’era il suo ufficio: una stanza di 30 mq con il pavimento coperto di un vecchio linoleum nero puzzolente, e una scrivania.
Sulla scrivania, un telefono.
Vicino al telefono una poltroncina.
Niente altro.
Quella mattina come tutte le mattine guardò il suo ufficio, senza piacere ma senza astio, e posò a terra la borsa.
Si sedette sulla poltroncina e guardò il telefono.
Forse avrebbe squillato, ma non poteva saperlo. Non lo sapeva mai.
Attese qualche ora, rigirando un elastico tra le dita e fumando di tanto in tanto una sigaretta, poi quando il telefono suonò facendolo sobbalzare leggermente rispose al primo squillo.
– Pronto – disse solo.
Poi ascoltò.

Prese la borsa, una 48 ore di pelle scura, e la appoggiò sulla scrivania.
Aveva un manico robusto e due zip che tagliavano in due la borsa: poteva contenere tutto il necessario per l’ufficio, ma poteva essere aperta a libretto per poter inserire il necessario per una notte in albergo, un vestito di ricambio, il pigiama, una camicia.
Mentre apriva le zip fece una smorfia.
Una puttana.
Inclinò una spalla in un gesto istintivo che voleva significare un certo fastidio, poi spense la sigaretta che penzolava dalla bocca in un vecchio posacenere divorato dalle bruciature, che originariamente doveva riportare la marca di un’acqua minerale.
Tolse dalla borsa un’agenda, un portadocumenti, un astuccio per gli occhiali, il portabiglietti da visita, dei quaderni, e liberò la zip che dava accesso al doppio fondo.
La zip correva lungo tutto il perimetro interno della borsa e una volta liberato da una copertura di stoffa leggera il fondo della borsa rivelò degli scompartimenti ben ordinati, all’interno dei quali c’erano degli oggetti scuri tenuti fermi da grossi elastici neri.
Le puttane mi stanno simpatiche, pensava.
In fondo, questa era la sua idea, assolvevano un ruolo importante per la società, e facevano un mestiere che fin dai tempi dei romani era ritenuto dignitoso e utile, anche se ai margini della società borghese,
Anch’egli ogni tanto si lasciava andare al piacere di qualche incontro con una gentile battona di Tor di Quinto, che lo trattava quasi da amico tanto che in un paio di occasioni non lo aveva fatto pagare, ma lo aveva rincoglionito con i lamentosi racconti della sua famiglia disastrata.
Ma le puttane non erano tutte brave, sicuro. E ogni tanto facevano le furbe, e serviva una lezione: qualche schiaffone, niente di serio.
Poi però c’erano quelle che esageravano: rubavano sugli incassi, si innamoravano di un cliente, o addirittura volevano mollare perché avevano trovato un “lavoro onesto”.
Sorrise a questo pensiero, mentre slegava gli elastici.
E allora in questo caso finivano a lui.
Prese il caricatore, controllò che fosse pieno, e lo inserì con un colpo secco nell’impugnatura della pistola.
Si accertò che la canna non fosse ostruita, fece muovere piano avanti e indietro il binario, poi prese dalla borsa un cilindro metallico e lo avvitò gentilmente sulla bocca della pistola, fino a stringerlo con forza.
Le puttane avevano un bruttissimo difetto, lo aveva sperimentato lui stesso: erano aggressive.
Quella che aveva strangolato sulla Salaria per farlo sembrare un incidente lo aveva preso a calci e pugni, e mentre lui le stringeva le mani sul collo fino a farla soffocare con una delle sue unghie affilate era riuscita a fargli un segno sulla guancia e per poco non gli cavava un occhio.
Alla moglie aveva dovuto raccontare di essere finito in una rissa mentre prendeva una birra con i colleghi dopo il lavoro, e si era dovuto sorbire la sua ramanzina mentre gli disinfettava la ferita e glie la cauterizzava con l’allume di rocca.
Mai più, era stato chiarissimo: puttana uguale pistola, mai più a mani nude.
Guardò il silenziatore e annuì come per chiudere il dibattito con se stesso.
Appoggiò quindi la pistola sulla scrivania e si tolse la giacca.
Prese dalla borsa una fondina di pelle leggera, con delle bretelle scure e consunte e la indossò, stringendo poi la fibbia in modo che aderisse perfettamente al corpo.
Alzò e abbassò un paio di volte le braccia, se le strinse al copro, le agitò a destra e a sinistra, e quando fu soddisfatto del risultato infilò la pistola nella fondina e rimise la giacca, allacciandola sul davanti.
Poi richiuse la borsa, dopo aver rimesso dentro tutto, la lasciò appoggiata alla scrivania, e uscì.

L’indirizzo lo aveva imparato a memoria; si aiutò con un Tuttocittà che teneva sempre in macchina, sempre l’ultimo, il più aggiornato.
In ogni caso conosceva abbastanza bene la zona, un gruppo di palazzi sull’Anagnina che spiccava in lontananza anche dall’Appia, palazzi senza storia e senza qualità, giusto un posto dove poteva vivere una puttana.
Parcheggiò la macchina a qualche centinaio di metri, e si avviò con decisione ma con calma verso il portone.
Possedeva per scelta e per natura un aspetto distinto, nessuno gli chiese cosa stesse facendo in piedi davanti ad un portone, era abile a sembrare innocuo.
Finalmente una vecchia signora uscì dal portone ed egli ne approfittò per sgattaiolare dentro; lei gli diede un’occhiata rapida poi lo ignorò. Non avrebbe saputo riconoscerlo neanche se gli fosse tornato davanti, cosa che non aveva alcuna intenzione di fare.
Guardò la cassetta delle lettere per individuare l’appartamento, poi fece le scale silenziosamente e molto piano: non voleva arrivare in cima con il fiatone e fare qualche cazzata solo perché i suoi polmoni reclamavano più ossigeno.
Giunse su un pianerottolo da dove si aprivano tre porte, quella a destra era la sua. Il suo sguardo andò a terra, un tappetino da quattro soldi recitava “Welcome”. Sorrise per l’ironia, poi si immobilizzò per qualche minuto per percepire anche il minimo rumore dalle altre due porte.
Quando fu ragionevolmente sicuro che gli appartamenti fossero vuoti suonò alla porta, ed estrasse la pistola.
Chiuse gli occhi per un attimo, prese un grande respiro e fece un passo indietro.
Sentì i passi che si avvicinavano e la porta che si apriva.
Lei si affacciò per capire chi potesse suonare all’ora di pranzo. Forse pensava ad una vicina, o al postino, chissà, fatto sta che spalancò la porta e gli comparve davanti, mentre lui puntava il silenziatore al suo petto.
Fu così che riconobbe le zinne prima del viso, zinne che sbirciava tutte le mattine presto mentre pagava il suo caffè e su cui una volta aveva avuto il piacere di mettere le mani.
Zinne che adesso sobbalzavano fragorosamente in preda al panico, sormontate da due occhi spalancati per la paura e lo stupore.
E dietro, su un piccolo triciclo, un bambinetto di pochi anni che gli sorrideva curioso.
Fu un attimo, un solo lunghissimo attimo che dipinse a tinte nere le esistenze di tutti, come se un temporale improvviso avesse oscurato la luce del sole.
Poi i suoi occhi si posarono di nuovo su quelli della donna e sparò.
Una volta al cuore, poi quando lei fu a terra un colpo secco sulla fronte per chiudere la pratica.
Rimise la pistola nella fondina e senza girarsi scese le scale, sempre con calma ma un po’ più rapidamente di quando le aveva salite.
Uscì dal portone e si diresse verso la macchina, mise in moto e si avviò verso l’ufficio, e solo quando fu a un chilometro di distanza si rese conto che non respirava da diversi minuti.
Fermò la macchina e scese.
Vomitò bile e lacrime, tossì e pianse, poi si appoggiò al cofano per qualche secondo.
Quando pensò che le gambe lo avrebbero di nuovo sorretto si tirò su, rientrò in macchina, si puli la bocca con un fazzoletto e ripartì.

La mattina dopo uscì come al solito alle sei e mezza.
Scrutò il cielo: era limpido.
Restò un secondo con gli occhi a terra a fissare le scarpe sul marciapiedi, poi decise: avrebbe comunque preso il raccordo.

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