8 Ottobre 1962

L’uomo che si tiene appoggiato al muro per non cadere non è debole, tutt’altro.
A sessantacinque anni è in un’età per cui suo padre sarebbe stato definito anziano, suo nonno vecchio, e suo bisnonno forse non ci sarebbe neanche arrivato vivo; ma lui no: è un bell’uomo maturo, un fisico importante solo leggermente appesantito dalla buona cucina e dal vino caloroso delle sue parti.
Ha i capelli brizzolati, ma i neri e i bianchi sono assurdamente intensi, fili che si intrecciano e raggruppano senza sosta come onde bianche e nere in un oceano senza colore.
La barba invece è tutta bianca, curatissima, e fa da cornice a due occhi celesti intensi come solo al sud si possono trovare.
Ma quest’uomo imponente oggi è debole e non riesce più a camminare.
La donna che gli è vicino, piccola, magra, una signora bella e curata, lo guarda con preoccupazione e tenerezza e gli tiene una mano sul braccio, non per dargli sostegno ma solidarietà.
Fino a qualche minuto prima erano seduti in un bar in fondo a Via Cavour, e ci sono rimasti a lungo.
Roma in ottobre è un luogo magnifico, all’aperto anche di più: il caldo non è asfissiante, la brezza rinfrescante, le nuvole corrono veloci e aiutano a sopportare i raggi del sole a mezzogiorno, per poi disperdersi la sera in un tramonto rosa pallido che ha dell’incredibile.
Sono turisti, così si definiscono, ma hanno anche una missione da compiere.
Sono rimasti in quel bar a bere e a chiacchierare per ore. Ore e ore. Ogni tanto guardano verso i Fori e intravedono lo stradone lastricato di fronte a loro.
Sono poche centinaia di metri, forse solo decine, e sanno che quando finalmente avranno la forza di alzarsi e andare in quella direzione, alla loro sinistra il Colosseo esploderà alla loro vista.
Ma non ce la fanno, non subito. Prendono un altro caffè, poi un altro, poi una bibita.
E poi infine lei lo guarda dritto negli occhi.
Lo vede, che ha paura, lo sente; ma non vuole che questa paura la contagi, lo vuole aiutare.
– Andiamo? – gli dice.
Lui annuisce, e senza una parola si alza e si avvia.
Camminano così, mano nella mano, lentamente: quest’uomo imponente, di matura bellezza, e la sua minuta moglie.
Camminano in silenzio, sempre più piano.
Quando arrivano all’angolo lui gira la testa a destra e vede in lontananza Piazza Venezia, con la colonna di Traiano, poi il Vittoriano con i suoi cavalli alati.
Rimane così per un minuto, finché lei gli tocca il braccio.
Lui si gira e non lo vede, non ha coraggio di guardarlo, ma ne intuisce la maestosità.
Il Colosseo.
E’ in quel momento che le gambe gli cedono, si appoggia al muro, chiude gli occhi e piange, mentre la moglie lo carezza e lo guarda con un amore e una tristezza inifiniti.
Chiude gli occhi, l’uomo, ma l’immagine di quel monumento ce l’ha stampata sulla retina, sempre la stessa immagine, lo stesso luogo, anni e anni e anni fa.

Era solo un bambino, avrà avuto dieci anni, forse nemmeno.
Non era mai stato a Roma, ma se è per questo non era mai stato da nessuna parte.
Aveva passato la sua infanzia in un paesino sulle Madonie, giocando sempre con gli stessi compagni, comprando il pane nello stesso negozio, andando sempre nella stessa, unica scuola.
Un giorno sarebbe diventato un ingegnere, avrebbe costruito bellissimi palazzi, ma ora era solo il figlio del sarto, e a malapena aveva visitato Palermo, accompagnando il padre quando andava a comprare le stoffe nei giorni in cui la scuola era chiusa.
Poi venne il suo compleanno, e i genitori gli mostrarono dei biglietti: erano il traghetto per Napoli e poi il treno per Roma.
Pianse, rise, urlò, fece salti e capriole, la ruota, insomma tutto il repertorio del bambino felice.
Roma! Da quando aveva studiato la storia di Roma era rimasto innamorato dei racconti sui Re e gli Imperatori, Giulio Cesare e Augusto, Caligola il pazzo, Nerone il persecutore di cristiani.
E poi il Circo Massimo, Caracalla, la Bocca della Verità.
E il Colosseo.
Più di qualsiasi altra cosa nella vita questo bambino che un giorno sarebbe diventato ingegnere voleva vedere il Colosseo.
Fu grande la delusione quando finalmente arrivarono a Roma, una mattina di ottobre, caldo e delicato come questo, e i genitori gli dissero che no, non poteva andare subito a vedere il Colosseo.
Erano stanchi, avevano passato la notte in traghetto, poi avevano preso il treno; infine erano arrivati in albergo ma era presto: la stanza non era pronta ma potevano accomodarsi sui divani, gli aveva detto il titolare dell’hotel, che in realtà era poco più di una pensione.
E così i due adulti si erano addormentati, e lui era rimasto con il viso incollato alla finestra: lo vedeva da lontano, ne vedeva un pezzetto, ma voleva vederlo tutto.
Entrare, girare nelle gabbie dove tenevano i leoni, salire i gradini dove migliaia e migliaia di spettatori urlavano alla vista del sangue.
Poi voleva vedere i tunnel da dove entravano i gladiatori, immaginare il suolo ricoperto di terra dove combattevano schiavi all’ultimo sangue, lo scranno dell’Imperatore che poteva decidere della vita e della morte degli atleti con un solo gesto della mano.
Voleva vedere tutto questo, e non poteva resistere.
Guardò i genitori: dormivano profondamente, appoggiati sul divano della hall.
Guardò la porta.
Guardò l’uomo alla reception, che era impegnato a fare dei conti.
Fu un attimo: aprì la porta e uscì.
Torno tra cinque minuti, si disse, nessuno se ne accorgerà.
Corse in direzione del Colosseo, e dopo pochi minuti si trovò su Via dei Fori Imperiali, nello stesso punto in cui cinquantacinque anni dopo si sarebbe fermato per appoggiarsi al muro e permettere alle gambe di sorreggerlo.
Ma quel bambino non aveva bisogno di riposare, era pieno di vita e di passione, e continuò a camminare verso il Colosseo, ad ogni passo più grande. Lanciò uno sguardo dall’altra parte e vide i Fori Imperiali pieni di gente, il colonnato che degradava verso il Colosseo, le mura imponenti.
Fece qualche altro passo ma fu costretto a fermarsi: una mano lo aveva afferrato per un braccio.
Era un uomo. Un uomo brutto. I suoi vestiti erano in ordine e i capelli puliti, ma gli occhi no, quelli erano sporchi.
Erano occhi che non gli piacevano; tentò di divincolarsi ma l’uomo lo strinse ancora di più.
– Dove vai ragazzi’? sei da solo? mamma dove l’hai lasciata? –
Erano domande, ma non volevano risposte.
– Vado a vedere il Colosseo… – tentò di dire flebilmente.
L’uomo rise.
Una risata che non avrebbe mai più dimenticato, la risata del demonio, se ma ce n’era stato uno in terra.
– Io penso che tu invece verrai con me oggi. – disse mentre lo trascinava verso un angolo della strada, svelto, verso un arco che dava su una stradina nascosta alla vista dei tanti turisti.
Mentre con la mano teneva il ragazzino, con l’altra si sbottonava la patta dei pantaloni.
Era rapido, l’uomo, ma il ragazzino cercò di fare resistenza, provò a tirare il braccio, poi a dargli un calcio, e infine urlò:
– Lasciami!! –
L’uomo lo guardò con odio poi gli mollò un ceffone sonoro che gli fece istantaneamente sanguinare il naso e disse ad alta voce:
– Ti faccio vedere io come devi rispondere a tuo padre! –
Nessuno, cinquantacinque anni fa, avrebbe mai contestato l’autorità paterna, e nessuno avrebbe criticato un padre che dava un ceffone al figlio.
E quindi nessuno dei turisti che passeggiavano per via dei Fori Imperiali ritenne di doversi fermare; qualcuno guardò la scena distrattamente, qualcun altro pensò forse che l’uomo stava esagerando, ma nessuno intervenne.
Il ragazzino era disperato, e piangeva adesso, mentre l’uomo gli metteva una mano sulla bocca e lo tirava verso il vicolo.
La testa del bambino si muoveva convulsamente, ma la mano che gli chiudeva la bocca era forte, più forte di lui.
Ad un certo punto lo sguardo del bambino vagò, e mentre i piedi perdevano il contatto con il suolo, gli occhi si bloccarono sullo sguardo di un uomo.
Era un uomo giovane, era vestito bene, con un completo scuro, una camicia bianca e una cravatta chiara da cerimonia.
Teneva per mano una bella ragazza con i capelli rosso scuro, vestita di bianco e con un mazzo di fiori in mano.
Sorrideva la donna, era felice.
Così come le altre persone che affiancavano i due: degli anziani, altri giovani, un bambino piccolo accovacciato davanti; tutti eleganti davanti ad una chiesa, di fronte un uomo chinato con in mano una macchina fotografica.
Tutti sorridenti, tutti felici, tutti presi dal momento.
Tranne il giovane uomo, che guardava la scena dall’altra parte della strada.
Guardava il bambino, afferrato per un braccio e con una mano sulla bocca, e poi l’uomo brutto, e poi gli occhi del bambino.
Fu un attimo.
Lasciò la mano della sposa e attraversò la strada, rapidamente, mentre tutti gli altri lo guardavano stupiti, lo chiamavano ad alta voce e la sposa si guardava intorno un po’spaesata.
Il giovane uomo ignorò i richiami e si avvicinò a quella coppia improbabile.
Fece un sorriso, ma si capiva che non era un sorriso gentile, era più un modo per poter parlare.
– Come va? – chiese guardando l’uomo negli occhi.
L’uomo brutto sorrise a sua volta, ma il suo era un sorriso con i denti serrati.
– Sto spiegando a mio figlio che non si risponde male ai genitori. –
Il giovane sposo annuì. Non era convinto, ma anche lui come gli altri non si sarebbe intromesso, normalmente.
Sarebbe andato via: in fondo lo aspettavano impazienti per finire il rito delle foto, ma vide negli occhi del bambino qualcosa che non gli permetteva di allontanarsi.
Era paura, certo, la paura di una punizione, forse, ma non solo.
Spostò lo sguardo verso l’altro uomo e poi vide: la patta dei pantaloni era aperta.
Alzò lo sguardo e gli occhi si incontrarono con quelli cattivi dell’altro, che diventò rosso, cominciò a farfugliare, e allentò leggermente la presa sul ragazzino.
Lui riuscì a togliere la bocca da sotto la mano dell’uomo e ad urlare:
– Non è mio padre!!! –
In un momento cambiò tutto.
Il giovane sposo mise una mano sul braccio dell’uomo e lo strinse forte, così forte da costringerlo a mollare la presa.
Il bambino scappò, lontano, lontano dal Colosseo, lontano da quell’uomo, lontano da Roma.
Corse finché non sbatté sul petto di un Carabiniere, che lo abbracciò mentre piangeva, gli comprò delle caramelle e poi lo aiutò a tornare dai suoi genitori.
L’uomo rimase sotto la presa dello sposo, mentre un poliziotto si avvicinava attratto dalla scena, vide quella brutta persona, la riconobbe come una vecchia e laida conoscenza e lo portò via.
Lo sposo, rimasto solo, mise le mani in tasca e alzò gli occhi verso il cielo.
Poi finalmente li abbassò verso la sposa che lo prendeva in giro dall’altra parte della strada, facendogli ciao con la mano.
Le sorrise, attraversò, e si andò a mettere vicino a lei dove sarebbe rimasto per sempre, in una foto in bianco e nero.

L’uomo con i capelli striati di bianco e di nero è ancora appoggiato al muro.
Ha passato cinquantacinque anni in attesa di avere il coraggio di tornare qui, e ora pensa di non farcela.
Pensa che tornerà indietro, che continuerà a nascondere il momento più brutto della sua vita nello scantinato della memoria, a ricacciarlo indietro ogni volta che tenterà di affiorare alla coscienza.
Ma resiste. Resiste ancora.
Pensa a quell’uomo, al giovane sposo che ha lasciato la sua sposa dai capelli rossi per salvarlo da un demonio.
Pensa che deve a lui, se non a se stesso, il coraggio di attraversare la stessa strada, di guardare la vita negli occhi, anche la parte più brutta.
Lentamente stacca la mano dal muro e abbandona il braccio lungo il corpo.
Rimette la schiena eretta, per ultimo alza la testa e apre gli occhi, quegli occhi di un celeste così intenso che anche un orco ne è stato attratto.
Guarda il Colosseo, per la seconda volta nella sua vita: è bello, è proprio come lo sognava da bambino.
Non trattiene più le lacrime e la donna lo abbraccia: gli tiene il cuore con una mano e gli mette l’altra sulla nuca, lo accarezza leggermente, come fa da quasi quaranta anni.
L’uomo si curva e usa il collo della moglie per appoggiare le labbra e depositare le lacrime.
Alla fine si tira su, la guarda negli occhi:
– Chissà…-
Lei sorride.
– Se è ancora vivo? –
Lui annuisce.
Lei si stringe nelle spalle.
– Andiamo. – gli dice – Torneremo domani, e tutti i giorni. Il Colosseo lo troveremo ancora qua, vedrai. –


All’anulare della mano sinistra porto una fede che era di mio padre e prima di lui di mio nonno e di mio bisnonno.
All’interno sono incise due date: quella del mio matrimonio, e un’altra, per me forse più importante.
Otto ottobre millenovecentosessantadue.
Questo racconto è dedicato al giovane uomo e alla giovane donna dai capelli rossi che quel giorno uscivano felici da una chiesa.
Vicino al Colosseo.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...