Piazzale Douhet

L’uomo che cammina lentamente sul vasto marciapiedi di cemento chiaro è giovane.
Un giovane adulto di quaranta anni o giù di lì che cammina così lentamente da sembrare quasi fermo; e ad un certo punto si ferma davvero, lo sguardo basso e le chiavi della macchina che saltano nervosamente da una mano all’altra.
Si sente stupido, è sicuro che venire qui è stata una pazzia, solo un romantico omaggio ai bei tempi andati, e che non valeva la pena di litigare con sua moglie per questo. Non proprio oggi.
Sente un rumore, alza lo sguardo: sono i camion della nettezza urbana che continuano a raccogliere i resti della nottata, pulendo le strade con le spazzole rotanti, mentre addetti in tenuta arancione spostano la spazzatura caduta in strada verso l’aspiratore.
Sono le 17.00 del 1 Gennaio 2000, e Roma sta dando il benvenuto al nuovo millennio con un bel sole tiepido che scende rapido dietro i palazzi, e una quantità inimmaginabile di immondizia per le strade.
L’emozione di varcare una soglia storica ha moltiplicato le vendite di fuochi d’artificio, coriandoli, birre, panettoni, regali inutili, e tutti i resti sono finiti per strada.
Questo giovane uomo non vive a Roma, anche se ci è nato e cresciuto: da molti anni ormai la sua vita è in Francia, lavora per una grande azienda e ha sposato una donna francese. Anche i suoi figli sono francesi, parlano male l’italiano e quando sono dai nonni romani è sempre una fatica farli dialogare, anche se l’affetto è tanto e sono sempre contenti di questa loro seconda patria lontana.
Per questa occasione speciale, il Capodanno del nuovo millennio, ha insistito lui per venire in Italia: nella battaglia silenziosa tra Roma e Parigi ha vinto la passione italica, quella voglia di stare insieme almeno una volta l’anno a cui non sappiamo rinunciare, questa consuetudine da tribù di paese che abbiamo nel sangue, e alla fine non è stato difficile vincere le ultime resistenze della moglie.
Hanno passato il Natale a Parigi, poi sono scesi a Roma; sono stati giorni intensi, belli, pieni di cose da fare per stare tutti insieme.
Fino a stamattina, quando ha comunicato a sua moglie che aveva un appuntamento e che ci sarebbe andato da solo.
Guarda distrattamente il cellulare mentre ripensa alla discussione, alla moglie che non capiva e a lui che non sapeva cosa dire.
In fondo, cosa avrebbe potuto raccontarle?
Che aveva un appuntamento con un po’ di gente, ma che non sapeva se qualcuno si sarebbe presentato?
Che era un appuntamento preso venti anni prima?
Che c’era solo una persona che sperava di incontrare?
Una pazzia, si ripete. Una vera pazzia.
E poi per l’ennesima volta torna a quei giorni.

Il Duemila.
Per un ragazzo di vent’anni il Duemila era lontano anni luce, un’epoca in cui – immaginava – sarebbe stato vecchio, un vecchio quarantenne.
Avrebbe valicato la soglia del millennio reggendosi sulle stampelle, chissà, o da anziano pensionato; così si vedeva in futuro, e sebbene fosse consapevole che i quarantenni erano giovani come lui, solo un po’ più riflessivi, chissà perché lui vedeva se stesso vent’anni dopo sull’orlo della vecchiaia.
Forse perché l’Università, l’inizio della sua vita adulta, era in qualche modo l’apoteosi della giovinezza, e tutto ciò che c’era oltre era chiaramente marchiato con “hic sunt leones” nella mappa della sua vita: la laurea era un traguardo finale, la chiusura della sua adolescenza; dopo ci sarebbe stato il lavoro, magari un matrimonio, dei figli, le responsabilità, e tutto ciò sarebbe stato l’inizio di un inarrestabile declino.
Con questa idea in testa, e con il Duemila lontano, viveva il presente al massimo delle sue forze.
A lezione di giorno, a studiare il pomeriggio e la sera, da qualche parte la notte, poche ore di sonno per volta, poi il campeggio, una ragazza, poi un’altra, poi il pallone, e la bici, e la montagna d’inverno, la band rock con gli amici del liceo. La sua vita era un magma continuo di emozioni, il presente lo avvolgeva stretto e non gli faceva guardare il futuro con chiarezza, ma non gli importava.
Ogni tanto sbirciava a dire il vero, e cercava di guardare il sé del Duemila, ma non gli piaceva quello che immaginava di diventare, e allora tornava al centro del suo personalissimo tornado.
Tutto bello, tutto intenso, tutto con passione e bravura.
Poi all’inizio del secondo semestre arrivò lei.
Entrò in aula alla prima lezione dopo la sessione invernale e il mondo si capovolse: il pavimento sopra la sua testa, il domani improvvisamente migliore dell’oggi, lo stomaco al posto del pancreas che si spostava dove prima c’era la milza, in un ballo che i suoi organi interni fecero, irrequieti, prima che il cuore gli comunicasse che aveva intenzione di fermarsi.
Non fu l’unico, certo, a rimanere colpito da questa ragazzina smilza, con i capelli vagamente rossastri, senza trucco sugli occhi verdi e con un paio di libri tenuti stretti ad un seno inesistente.
Ma fu lui che scelse di darle tutto, subito, senza difesa.
E non le aveva ancora parlato.
Dopo un mese erano là, sui gradini bianchi dell’Università.
Non parlavano, non c’era molto da dire, guardavano qualche pesce che faceva avanti e indietro nella vasca di marmo sotto al monumento. Improvvisamente, al termine di un lungo ragionamento, lei disse solo:
– No. –
Lui annuì.
– No. – ripetè.
– No. – disse di nuovo. E poi aggiunse. – E perché? –
Se fosse stato più adulto avrebbe saputo che non c’è mai un perché, o forse ce ne sono così tanti che è inutile chiederlo, che il fatto stesso di fare quella domanda è una sconfitta per sempre, che solo nelle favole il cavaliere combatte per la sua dama e alla fine la conquista in punta di lancia.
Nella vita reale gli esseri umani si danno e si prendono subito, non dopo un secondo, una settimana, o venti anni.
– Lo sai perché. – disse lei – Ma se vuoi te lo ripeto. –
Lui non replicò, attese.
– Perché sono qui solo per un semestre, perché questa estate mi trasferisco negli Stati Uniti, sono iscritta a Stanford, mio padre lavorerà là e questo è solo un periodo che ho voluto fare qui prima di andarmene definitivamente dall’Italia e da Roma, perché dopo dieci anni passati a girare per l’Italia abbiamo la possibilità di fermarci in un posto, e perché tra due mesi non ti ricorderai più di me, e io di te, e tutto questo non avrà più senso. –
Se c’è una cosa di cui si sarebbe sempre pentito è di non aver urlato, in quel momento.
Di non aver negato, di non aver affermato la sua verità, che era un’altra verità.
Di non aver avuto la forza di promettere, di implorare, di combattere.
Forse non lo fece perché lei aveva ragione.
O lui era troppo debole, o chissà.
Invece le chiese:
– Come ti vedi nel Duemila? –
Lei si girò a guardarlo negli occhi, divertita da quella domanda improvvisa e inaspettata.
Si strinse nelle spalle delicate.
– Non lo so, magari sarò una grassona americana con cinque figli, oppure mi sarò rifatta le tette. –
Lui rise.
– Effettivamente potrebbe essere utile. – disse.
Lei lo guardò con un sorriso ironico ma di rimprovero.
– Forse ho sbagliato a fartici mettere le mani allora. –
Voleva essere una battuta, ma vide che lui si incupì.
Gli si strinse al braccio e gli diede un bacio leggero sulla guancia.
– Solo le favole finiscono a lieto fine, lo sai. – gli sussurrò, mentre lui annuiva.
Alla fine lui saltò in piedi.
– Va bene! – disse con voce squillante. – Facciamo così: ci vediamo il 1 gennaio del 2000, alle cinque del pomeriggio, a Piazzale Douhet. E’ vicino alla fermata della Metro e ci si arriva facilmente; e poi là dietro ci sono un sacco di locali, c’è una birreria che sta lì da sempre, figurati se non ci sarà ancora nel Duemila. Ci vediamo lì così potrò vedere se sei diventata una grassona o se le tue tette saranno piatte come oggi. –
Lei abbassò il viso, rideva e piangeva, poi lo rialzò per guardarlo negli occhi.
– Ci sarò. – disse.

Negli anni che seguirono, tra cartoline sempre più rare e esami sempre più difficili Piazzale Douhet era rimasta una costante.
Prese l’abitudine un po’ folle di dare appuntamento il 1 Gennaio 2000 alle cinque del pomeriggio a Roma, Piazzale Douhet.
– Se ci perdiamo di vista, ci troviamo là. – diceva ignorando qualche sguardo ironico.
In fondo in un mondo senza cellulari e senza email un appuntamento al Duemila gli sembrava la cosa più ragionevole da fare.
Poi ad un certo punto era diventato grande sul serio, era andato in Francia, si era sposato, i suoi amici francesi non conoscevano Roma e tantomeno Piazzale Douhet, e aveva smesso di dare appuntamento a tutti, e anzi se ne era praticamente dimenticato.
Fino a qualche settimana prima, quando il Duemila era ormai alle porte.
Sua moglie gli aveva chiesto:
– Come ti vedevi tu nel Duemila quando eri ragazzo? –
La guardò con la bocca spalancata.
Come mi vedevo.
Con lei.
Vent’anni fa io mi vedevo con lei.
E basta.

Ora è appoggiato alla vetrina di un supermercato, con le mani su un carrello per tenersi.
Non ha la forza di andare avanti, perché sa che è stata una grande, inutile stupidaggine.
Tutto quanto. Quegli inviti ridicoli, quella speranza, questo momento qua.
Chissà cosa credeva, in tutti questi anni, che il futuro fosse un’autostrada in cui ci si potesse dare appuntamento a qualche casello.
Non sa neanche se le persone a cui lo aveva detto fossero ancora vive, figuriamoci ricordarsi di una stupidaggine del genere.
Eppure in qualche meandro del suo cervello questo appuntamento era sempre presente: ogni tanto gli balenava l’immagine di tutti gli amici che aveva conosciuto che si incontravano quel giorno, a festeggiare una rinnovata promessa di affetto per il nuovo millennio.
Scuote la testa e diventa rosso, si vergogna da solo di quello che sta facendo, ma per fortuna non c’è nessuno che guarda questo giovane uomo imbarazzato.
Si rimette in piedi, si stringe la sciarpa e lascia la sicurezza del carrello.
Piazzale Douhet è un una slabbratura su Via Laurentina e non la si vede finché non ci si finisce dentro: i palazzi e gli alberi chiudono alla vista questo piccolo piazzale, con le fermate degli autobus, un ristorante e dei portici stile ventennio.
Gli angoli della piazza sono appoggiati a dei palazzi di marmo bianco squadrati, e lui può nascondersi fino all’ultimo secondo; poi gira, e si ferma.
Guarda il piazzale da lontano, tutto insieme.
E’ spopolato, sono pochissime le macchine che circolano; autobus nessuno, qualche mezzo della nettezza urbana, qualcuno che va a piedi chissà dove.
Guarda di nuovo: non c’è nessuno.
In fondo è sollevato, chissà se si fosse presentato qualcuno a cui aveva dato appuntamento anni prima, che imbarazzo: dei cretini che dopo dieci o venti anni si ritrovano dall’altra parte della macchina del tempo senza sapere bene cosa dirsi o perché sono venuti in questo posto sperduto.
Comincia a camminare piano lungo un lato della piazza, ha deciso che la girerà tutta e poi tornerà alla macchina e alla sua vita razionale di sempre.
In fondo al primo lato iniziano i portici, li imbocca, gira a novanta gradi per percorrere il lato lungo della piazza, e lei è là.
Magra, un cappotto nero dritto, una sciarpa rossa al collo – di sicuro un regalo di Natale – i capelli sempre vagamente rossi, gli occhi sempre di un verde scurissimo, la pelle chiara.
E’ là.
Sa già che passerà il resto della sua vita a cercare di descrivere con le parole quello che sta attraversando in quel momento, senza riuscirci.
Chiude un attimo gli occhi perché non vuole che la vista lo inganni, vuole che l’emozione marchi a fuoco il suo corpo e le sue viscere, per tirarla fuori a piacimento negli anni a venire.
Lei è là e gli sorride, i capelli ondulati di una giovane madonna, il viso inclinato e le braccia strette intorno al cappotto, per il freddo e l’emozione.
Quando riesce a mettere in moto le gambe le si avvicina e poi si ferma quando può finalmente vedere ogni millimetro del suo viso.
– Ti ho detto che sarei venuta. –
Annuisce, non può parlare.
– Non è stato facile, e forse neanche giusto. – continua lei. – Forse avevi ragione tu, se sono qui è perché avevi ragione. –
Lui annuisce, mentre piange.
– Ma ormai è fatta, non possiamo tornare indietro. Siamo andati avanti, e abbiamo fatto bene, sei sempre il ragazzo di venti anni fa, mi piaci un sacco, ma hai una fede al dito, e anche io. Però sono venuta lo stesso, per dirti che mi dispiace, avevi ragione. –
– Lo so. – riesce a farfugliare lui.
– Mi potrai perdonare mai? – gli chiede mentre gli appoggia una mano sul viso per asciugare le lacrime.
Lui la guarda.
– Perdonarti di essere qui, oggi? Di essere la donna della mia vita? Di avere dato un senso a venti anni di attesa? Sì, posso perdonarti. –
Lei gli si butta addosso, lo abbraccia, lui la tiene stretta.
Sono cinque minuti, cinque minuti di amore per venti anni di attesa, cinque minuti di passione per venti anni di pazzia, cinque minuti di tutto per venti anni di niente.
– Non te le sei rifatte le tette, lo sento. – le sussurra mentre le carezza la nuca.
Lei ride, tra le lacrime.
– Volevo vedere se te ne accorgevi. –
Allora ridono, ridono come pazzi, come quei pazzi che sono, ridono come due ragazzi al secondo semestre, come vent’anni fa.
Lei gli prende la mano.
– Devo andare. –
Lui annuisce, lo sa, anche lui deve andare.
In punta di piedi, come venti anni fa, un leggero bacio sulle labbra. Poi fa per andarsene, ma lui la blocca.
– Non aspetterò altri venti anni. –
Lei si ferma, lo guarda intensamente.
Cerca di capire cosa ci sia rimasto di quel ragazzo di venti anni fa dentro di lui, e cosa ci sarà tra venti anni.
Si avvicina di nuovo.
Gli afferra la camicia con le mani, si morde le labbra, gli tira su il colletto fino al mento, lo guarda con gli occhi in fiamme e i denti stretti.
– Non aspetterai altri venti anni. Ci ho messo venti anni a capire che avevo torto, mi servono venti anni della tua vita per farmi perdonare. –
Va via senza voltarsi, ma stavolta lui non è triste.
Quando non la vede più si gira a guardare la piazza.
Piazzale Douhet, torno presto.

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