Il marketing della forchetta

Una volta gli esercizi commerciali di ristoro – bar, pizzerie, ristoranti, trattorie – almeno a Roma avevano un’insegna e un nome semplice.
In fondo una pizzeria è una pizzeria, e per distinguerla dalle altre, anche in una città densamente popolata come Roma, era sufficiente il nome del proprietario: da Giggi, Sora Lella, Checchino, Meo Patacca e così via.
In alternativa al nome si trovava spesso il soprannome, o il mestiere del “trattore”: al Pompiere, al Pescatore, er Bottaro, dar Poeta, etc.
Qualche volta il mestiere, o alcune specifiche caratteristiche note ma non ufficiali superavano in fama il nome del proprietario: da Marisa aa Vinara, dallo Zozzone, dallo sciancato, i Professionisti e così via (lo Zozzone a Circonvallazione Ostiense si puliva le mani sulla parannanza e faceva il conto con una penna sulla tovaglia di carta al volo, e poi la strappava e ti consegnava l’angoletto. Ma la pizza era gran bona…).
Caso di scuola eclatante, una famosa pizzeria trasteverina il cui nome è sconosciuto a tutti perché l’hanno sempre tutti chiamata “l’obitorio”, per via degli enormi tavoli di marmo grigio su cui venivano lanciate le pizze a velocità tale che se non le intercettavi te le trovavi per terra dall’altra parte.
La più seria alternativa al nome del proprietario era la zona o l’argomento.
Tralasciamo l’evergreen “Bar Sport” perché troppo usato, per ricordare i vari ar Montarozzo, la Sedia del Diavolo (che in realtà si chiamerebbe pomposamente “Ambasciata d’Abruzzo”, ma i romani hanno controllato e l’Abruzzo non è uno stato a sé, quindi il ristorante è stato derubricato a trattoria di quartiere), la Pariolina, e così via.
In realtà, in una città come Roma il quartiere e spesso la via non sono sufficienti a indicare con esattezza l’esercizio, ed ecco una mirabile combinazione di nomi e location, che creano anche una certa armonia ritmica che talvolta piace più della pizza che propinano: Checco allo Scapicollo, Bruno ai Quattro Venti, Giggetto al Portico d’Ottavia e così via.
Infine, i più sofisticati, i veri ripuliti, mettevano solo il cognome. Una specie di garanzia tipo “parola di Amadori”, che ha reso intramontabili alcuni spacciatori di cibo come Perilli, Piperno, Frontoni, Tornatora.

Poi, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a pensare che forse sarebbe stato utile indicare COSA si mangiava in questi posti. Che sì, vabbé, da Giggetto si sta bene, ma alla fine che se magna?
Ecco che timidamente cominciano a nascere i primi “Pizza e Birra”, che non è proprio una sorpresa visto che già negli anni settanta a Monteverde la pizzeria Sandokan strillava “Pizza&Birra 1.500 lire!”, ma spostare il prodotto dal menù all’insegna è un bel passo avanti.
E allora via con il Pomodorino, Fiori di Zucca, la Marinara, Bufala e Pachino, Alici e Mozzarella e tutte le combinazioni possibili di due o tre cibi, fino al geniale “Bir & Fud” (scritto proprio così) che coniuga birrazza e ironia dietro Piazza Trilussa.
Poi però ad un certo punto si è degenerato.
Perché neanche mettere il menù sull’insegna ha soddisfatto i ristoratori romani, alcuni dei quali evidentemente hanno fatto viaggi in luoghi esotici da cui hanno riportato la convinzione che il cliente vada attirato con ogni mezzo, non necessariamente con la buona cucina: è il marketing al massimo livello.
Per cui negli ultimi anni a Roma è tutto un fiorire di Ristoro della Salute, Mucca Bischera, Pulcino Ballerino, Mattarello d’Oro, e chi più ne ha più ne metta, fino all’apoteosi.
Quelli che credono di essere simpatici e originali, e intitolano il loro locale “Nonsolopizza”, “Nonsolocarne”, “Nonsolopane”, “Nonsoloquellochetupensiiovendamasechiedic’hopureartro”.
Che l’istinto sarebbe di entrare, sparare un bel “malimortaccivostri”, e di fronte alle rimostranze del proprietario sorridere e dire: “Nonsolovaffanculo”.

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Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Le frasi che ogni uomo sposato ama sentirsi dire

Non importa chi sia la dolce metà che divide la vostra esistenza.
Non conta il livello sociale, culturale, l’età, la provenienza etnica o religiosa; ci sarà sempre qualcosa che le accomuna e che renderà la vostra vita matrimoniale meravigliosa.
Sono quelle frasi che al momento giusto riempiranno la vostra giornata, la vostra serata e se siete fortunati anche le vostre nottate.
Non vi illudete: non stiamo parlando di amore, passione, tenerezze.
Quelle le potete da ar gatto.
Stiamo parlando delle frasi che sanciranno una volta per tutte la supremazia famigliare.
Sì, avete indovinato: non è la vostra

1. Non è morto nessuno
Un evergreen, una frase ad amplissimo spettro, come il Rochefin, che si può applicare a qualsiasi situazione, dall’aver inciso la “Dama con l’ermellino” sulla fiancata della macchina nuova strusciandola contro un muretto a secco, ad aver inavvertitamente lasciato cadere la vostra Nikon dal tavolino cercando di togliere la tovaglia da sotto le suppellettili come Silvan.
“Non è morto nessuno” è la frase che spegne istantaneamente qualsiasi tentativo di protesta, perché che cazzo, mica è morto qualcuno, no!? e allora perché protestare?
Che poi quando voi vi dimenticate di alzare la tavoletta del bagno la vostra signora esploda come il Monte Fuji, o che aver dimenticato di chiudere il gas quando siete via per il week end provochi una crisi che neanche i missili a Cuba ci riuscirono, questo non conta.
Quando è il vostro momento di lamentarvi, scatta il riflesso condizionato: “non è morto nessuno”. E fine delle discussioni.

2. Me lo potevi dire
Mentre “non è morto nessuno” è una frase difensiva, che tutto sommato contiene un blando riconoscimento di aver fatto una cazzata, “Me lo potevi dire” è invece un attacco senza quartiere: la colpa è tua, sempre tua, solo tua, anche se la cazzata l’ho fatta io, la colpa è tua perché “me lo potevi dire”.
E’ una frase dalle varianti infinite, e come molti musicisti hanno costruito una fortuna sul giro di Do ci sono mogli che hanno consolidato il loro matrimonio unicamente a botte di “me lo potevi dire”.
C’è per esempio il rafforzativo “me lo potevi dire PRIMA”. E quando te lo dovevo dire? Dopo?
Ma un avverbio pleonastico ci sta sempre bene, rafforza l’idea che siete dei coglioni, e che potevate dirlo PRIMA che a venti gradi sottozero tirare il freno a mano vuol dire non usare la macchina fino alla fine dell’era glaciale.
Me lo potevi dire PRIMA che se faccio cadere la bottiglia della coca cola poi non è consigliabile aprirla a tavola mentre indossi la cravatta che ti ha regalato tua madre.
“Me lo potevi dire” nelle mogli più sofisticate può diventare facilmente sarcasmo.
Ad esempio se dopo due mesi di jeans e maglietta vi vede andare in ufficio giacca e cravatta non potrà esimersi da un: “Me lo potevi dire che è arrivata una collega particolarmente bella”, sottolineando il fatto che siete praticamente dei barboni e solo l’ormone è in grado di farvi vestire decentemente.
“Me lo potevi dire” è come una camicia celeste, va bene su tutto.

3. Sei come tuo padre
Ora, qui siamo passati alla denigrazione bella e buona. Perché tuo padre può anche essere Sabin e aver regalato il vaccino antipolio all’umanità, oppure il Mahatma Gandhi, ma è sempre tuo padre, e per induzione uno stronzo.
Anzi, il paradigma dello stronzo che diventerai anche tu.
Quando una donna ti dice “sei come tuo padre”, non è mai perché ti sei fatto un mazzo tanto per tutta la domenica a montare una parete IKEA, oppure perché sei andato a fare la spesa all’unico supermercato aperto di notte perché lei domani deve andare in ufficio presto e non c’è niente per preparare i pranzo ai bambini.
Non è neanche quando hai tollerato il suo collega di stanza tutta la sera sorridendogli e annuendo, anche se l’unico argomento di conversazione che ha è la Roma e tu sei della Lazio.
No.
Questa è la frase che esce quando ad esempio ti scappa un’occhiatina alle tette della baby sitter.
Oppure quando distrattamente ti scappa una falangina nel naso.
O anche quando lanci le mutande nel cesto dei panni sporchi ma sbagli mira e finiscono rovinosamente nel portagioie di tua moglie.
Insomma, quando sei antipatico, casinista, stronzo, fedifrago, puzzi o hai l’alito pesante sei come tuo padre.
Quando fai qualcosa di buono, è culo.

4. Abbiamo qualcosa da fare sabato pomeriggio?

Ecco, quando una donna vi fa questa domanda, la cosa peggiore che possiate fare è rispondere.
La tattica giusta, l’unica che vi può forse – e sottolineo forse – salvare la vita è rispondere con un’altra domanda: “Perché?”
Non credete, non ve la caverete, è un po’ come buttare la palla dall’altra parte a tennis, se avete un Federer prima o poi vi infila.
Ma d’altronde, per rimanere nel tennistico, c’è sempre la speranza che l’avversario la butti a rete.
Invece rispondere vuol dire essere di sicuro passato per le armi, l’unica differenza può solo essere la quantità di dolore inflitta.
In ordine di pericolosità, la risposta peggiore è: “Sì, io vado allo stadio con Gianluigi”.
Ora, per essere chiari, nessuna donna crederà mai che esiste un Gianluigi con cui voi andate allo stadio, e comunque, anche se fosse un amico reale, o anche vostro cognato, ogni donna sa bene che a) Gianluigi vi reggerebbe bordone in ogni caso e b) Sticazzi, hai preso un impegno senza dirmi nulla, sei morto.
Questa risposta può provocare, a secondo del carattere della consorte, una gamma di reazioni che va dalla sfuriata, al gelido sguardo con conseguente chiusura dei rubinetti sessuali per sei mesi.
Se però pensate che “Mi pare niente” sia una risposta soddisfacente, siete dei poveri illusi.
Lei farà un sorriso dolcissimo, foriero di fregature colossali, e vi dirà: “Perfetto, allora per favore dovresti accompagnare mamma a fisioterapia”, oppure “Porti tu la bambina a danza?”, oppure “Meno male perché il giardino ha bisogno di una sistemata.”
Insomma, se avete da fare, siete degli stronzi egoisti che vanno sterminati con il napalm, se non avete niente da fare degli schiavi da usare a piacimento.
Non c’è speranza

5. La vicina è proprio volgare
Qui ragazzi dobbiamo ammetterlo: le donne sono fantastiche a portarvi su terreni scivolosissimi, in cui neanche l’abilità e la grazia di un Bolle riuscirebbero a farvi rimanere in piedi e ad evitare di rompervi una tibia, metaforicamente e non.
La vicina in questione può essere la vicina di casa, la vicina di ombrellone, la vicina sul treno, insomma una donna qualsiasi che però abbia due caratteristiche fondamentali: sia a portata di sguardi e sia una gnocca terrificante.
Vostra moglie non potrà negare che una bionda-occhiazzurri-90/60/90 di un metro e ottanta sia una gnocca da paura, e quindi per dissimulare il suo rosicamento e togliervi anche l’uncia soddisfazione che vi è rimasta, qeulla di un’occhiata furtiva, la butterà in caciara.
Cosa potete rispondere?
La verità? Cioè che se questa vicina vi degnasse anche solo di uno sguardo lascereste moglie, figli e lavoro per una settimana con lei alle Maldive, possibilmente senza scendere mai in spiaggia?
Non credo proprio.
Potete fare due cose, entrambe sbagliate, ma tanto ormai sapete come va a finire, no!?
Potete dire: “E’ vero, è proprio volgare, sarebbe anche una bella ragazza ma mi fa schifo”.
Fratelli, preghiamo insieme per l’uomo che oserà sfidare la sorte con una menzogna così pacchiana, perché il suo viso e i suoi ormoni diranno esattamente l’opposto, ed è la scusa che la moglie cercava per andare su tutte le furie, e tenervi poi il muso per due mesi (oltre ovviamente a chiudere i rubinetti, questo è chiaro).
Ma per fortuna ci sono anche uomini temerari, senza però avere le palle per dichiarare apertamente “Io a quella je farei questo e quello”.
No.
Quelli di noi sinceri ma vigliacchetti proveranno a buttarla là: “Ma no, dai, è una bella donna, forse si è truccata un po’ pesante”.
Come se foste Yves Sant-Laurent che dà un giudizio sul make-up di Monica Bellucci.
Invece siete un disgraziato, che viene improvvisamente investito da una tempesta di parolacce, di cui “Porco!” è la più soave, le altre non le posso scrivere a causa delle vigenti leggi sulla morale pubblica.

Ritratto dell’autore come defunto – autore: Roberto Vacca per L’Orologio 3/8/2016

Con il permesso dell’autore ripubblico questo bellissimo articolo.
Molti libri dell’autore si possono scaricare da http://www.printandread.com

Parecchi pittori davano a loro autoritratti titoli come “Ritratto dell’autore a 36 anni”. Poi James Joyce scrisse il romanzo “Dedalus” il cui secondo titolo era “Portrait of the author as a young man” [Ritratto dell’autore da giovane]. Ci hanno giocato in tanti modi. Dylan Thomas scrisse “Portrait of the author as a young dog” e Sciascia di nuovo: “Ritratto dell’autore da giovane”.
Ho visto dalle statistiche che la speranza di vita media di un uomo italiano è attualmente di 80,1 anni. Io l’ho superata di nove anni e, in maggioranza, i miei amici sono morti. Ogni tanto qualcuno mi dice:
“Mi hanno chiesto se sei ancora vivo e ho risposto di sì. Ho aggiunto che sei ancora molto attivo.”
Rispondo: “Hai detto bene. Negli ultimi nove anni ho pubblicato 7 libri e un teorema (questo in collaborazione); ho scritto più di 200 articoli, di cui alcuni ancora inediti; ho disegnato una dozzina di ritratti – e ho detto tante cose in pubblico e in privato.”
Si potrebbe sostenere che ne ho fatte abbastanza. Quando è che basta? A Praga dicono:

“Abbastanza è già una festa.”

Pure si avvicina il momento, come scrisse Ugo Foscolo:

“….quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future.”

Non solo le ore future, ma anche le ore che trascorrono per me ogni giorno, certe lusinghe non le offrono più. A sessant’anni correvo ancora i 100 metri in 17 secondi; ora ci metto quasi dieci volte di più. Guido la mia auto a 130 km/h, ma sempre più spesso guido con circospezione – a velocità conservative. Per il resto sto bene. Funziono e mi comporto con prudenza crescente più per ragionamento che per essermi sentito inadeguato
Giorni fa un giovane amico mi parlava di suo nonno, che aveva amato molto e che era morto da poco:
“Aveva ancora una memoria ottima. Il 19 luglio scorso mi disse che era l’anniversario del primo bombardamento aereo di Roma. Gli sembrava ancora che fosse successo ieri, invece di 73 anni fa.”
Me lo ricordavo: era stato nel 1943. Stavo per prendere un treno alla Stazione Termini e avevo visto: le bombe che scoppiavano lontano sui binari.
Roma – la città in cui vivo – è cambiata soprattutto nelle periferie che frequento poco. Le innovazioni nell’area centrale sono state graduali e le ho introiettate gradualmente: mi sembra che la città sia sempre la stessa. Invece le città italiane o straniere che non ho frequentato per anni, sono irriconoscibili. Mi danno l’impressione di luoghi stranieri e sconosciuti. Accentuano la sensazione di estraneità, che è naturale perché siamo tutti esiliati dal passato. In tarda età lo sentiamo di più.
Il fatto stesso di sentirmi vivo in un mondo nel quale potrei benissimo essere già defunto, non produce ansia. In certo senso dà sicurezza. Se continuo a stare in giro, non mi limito a cogitare (e quindi mi accorgo di esserci, come diceva Des Cartes), ma posso dire di aver già vinto una sfida. Parto da questa considerazione e decido di continuare a provarci: a inventare qualche cosa di nuovo, a mettere insieme parole che abbiano un senso, a parlare di progetti che nessuno ha mai realizzato ancora.
Qualche anno fa l’intuizione e l’immaginazione avevano cominciato a farmi sentire sorpassato, sopranumerario, presente per sbaglio – per uno screzio nella rete evolutiva degli eventi normali. Ma ora penso che tutto quel che riesco a produrre è un di più, è inaspettato – un regalo, una sorpresa. Continuare a funzionare è un modo per far resuscitare questa individualità antiquata che mi stava dando l’impressione di essere conclusa.
Non corro più il rischio di essere in ritardo. Ogni ora, ogni minuto in cui riesco a essere produttivo equivale alla creazione di un pezzo di vita nuova.
Non è vero quel che scrisse Oscar Wilde: “he who lives more lives than one / more deaths than one must die” [chi vive più vite di una, più morti di una deve morire].
Chi vive più vite è più ricco. Raggiunge la pace interiore. Non si angoscia per nessuna ragione. Riesce anche a divertirsi in modi insoliti. Un modo è quello di stupire gli astanti. Non più con sfoggio di forza o di agilità, ma con le parole. Lo aveva teorizzato nel ‘Seicento barocco il napoletano Giambattista Marino:

“È del poeta il fin la meraviglia—
e chi non sa stupir, vada alla striglia.“

ma le sue poesie non hanno lasciato tracce degne di nota.
È meglio trovare o inventare parole e idee che stupiscano te stesso per primo. Non c‘è un ricetta per farlo. Conviene scegliere una parola o una frase che ti arriva da una voce vicina o che trovi su Internet – poi: prova ad associare liberamente passando ad altre parole, idee, frasi. Queste emergono dal tuo passato. Parli con un te stesso di tanto tempo fa. Non sei mai solo. Intrecci connessioni. Le puoi raccontare agli altri, se non sono troppo banali. Dissemini parti di te e ti avvii serenamente verso l’epoca in cui defungerai davvero e di -te resteranno solo ricordi.

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La foto di Roberto Vacca è di Rodolfo Cardarelli http://www.behance.net/rodocarda

Las estrellas tambien lloran: “Assessore a sua insaputa”

Las estrellas tambien lloran – Sceneggiato in più puntate, di durata indefinita.

Riassunto delle puntate precedenti.
Un sindaco pentastelluto, eletta di un santone genovese, vince le elezioni promettendo una città meravigliosa, in cui il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e essi non costruiranno perché un altro abiti.
Dopo assessori indagati, manager dimissionari, studi legali in mano a pregiudicati che decidono chi comanda, le quinte del teatro vengono giù rivelando che era tutto un dipinto, e che dietro c’era sempre la monnezza in mezzo alla strada e la Nomentana allagata.

Puntata di oggi: “Assessore a sua insaputa”.
Un vecchio bizzoso viene incautamente nominato assessore al bilancio, ma dopo la sua rivelazione che la nomina è stata decisa dagli apostoli dell’unto del signore, viene rapidamente defenestrato con futili motivi.
L’ineffabile eletta del santone dichiara a questo punto che un assessore non basta più, per quel compito ce ne vogliono ben DUE, ma siccome trovarne uno è stato impossibile, trovarne due sarà equiparato alle olimpiadi delle cazzate alla stessa difficoltà della ricerca del santo Graal: 5.0, otto carpiati rovesciati e atterraggio sul cemento.
Ma mentre faticosamente gli addetti ai lavori tentano di rimontare il teatrino, Arfio se ne esce: ma non è che ve siete dimenticati de licenzià er vecchio?
Stupore tra i pentastelluti, e risate del pubblico pagante.
Il vecchio bizzoso è ancora assessore, perché nessuno si è ricordato di dirgli che se ne doveva andare.
Titoli di coda.

Happy birthday, Freddie

Quando John Lennon compì quarant’anni e si presentò dopo un bel po’ di tempo con un nuovo disco, disse “Eccomi, sono qua, stiamo invecchiando insieme”.
E poi invece, mannaggia a lui, ci lasciò troppo presto.
Anche Freddie Mercury ci ha mollato nel 1991, quasi a sorpresa.
All’epoca non c’era il web, e certe cose se non te le dicevano i giornali non potevi saperle e basta, e lui fu attento a non divulgare la notizia della malattia, così ascoltare il nuovo disco dei Queen sapendo che era morto fu insieme uno shock e una bellissima malinconia.
Tra tutte le mie passioni musicali quella per i Queen si posiziona stranamente, come d’altronde loro hanno fatto sulla scena del rock.
Mai completamente affermati nelle vendite (pochissimi “numeri uno”), mai mainstream, mai autoriali, mai tecnicamente all’apice, mai i migliori in qualcosa.
Eppure sempre presenti, trasversali, amati da tutti indistintamente, sia dagli intellettuali con la puzza sotto al naso tutti Bob Dylan e Paul Simon, che dai punk pre e post Police fino agli aficionados del rock classico da tempio della musica come quello dei Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd.
Stevie Howe, chitarrista tecnicamente dotatissimo degli Yes e amico dei Queen, disse una volta: “Non capisco perché io studio come un pazzo, tiro fuori cose spettacolari e poi i ragazzi rifanno sempre i riff di Brian May”.
Mistero, questo dei Queen, che forse può essere capito solo rivedendo uno dei loro concerti.
Se in termini di discografia, autorialità, innovazione non furono i numeri uno, dal vivo furono in assoluto la band più amata, la più incredibilmente spettacolare di tutte.
Grazie a Freddie, di sicuro, e alle sue melodie fatte di un rock orecchiabile che però rimaneva dentro, di sentimenti quale sole-cuore-amore che in mano a lui diventavano opera, di quella sessualità ambigua che piaceva a uomini e a donne, di quel modo di muoversi e parlare che ti rapiva.
La performance a Wembley in Live Aid, che vidi in diretta, ancora mi dà la pelle d’oca: centomila persone che battono le mani al ritmo di Radio Ga-Ga e che formano un’onda umana che segue la velocità del suono nello stadio è qualcosa di incredibile.
Le oltre duecentocinquantamila persone che a Rio cantano “Love of my life” mentre Freddie le guarda e le incita a sostituirsi a lui sono immagini che non se ne vanno via tanto facilmente.
E quindi eccoci qua. Anche tu Freddie non sei voluto invecchiare insieme a me.
Ma ti devo dire, che alla fine te ne sono grato, perché ogni volta che ascolto la tua voce torno ad avere ventisette anni, come ne ho diciassette quando ascolto John, e li avrò per sempre.
Come omaggio alla genialità di questo immenso personaggio, penso che il video di “The Miracle” sia il più bello, delicato, fantasioso mai visto, con una band di piccoli Queen che canta sulle note di un inno alla vita e alla speranza, un’altra Imagine per noi che siamo abbastanza anziani e fortunati da averne ascoltate molte, e averci creduto a lungo.
Happy birthday Freddie.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan – Jason Bourne di Paul Greengrass, con Matt Damon

Trama del Film
E’ la storia della più grande scoperta dell’informatica moderna.
Un genio della Silicon Valley, stanco di dover scrivere e riscrivere le stesse cose, ha inventato un’arma segreta che ha chiamato misteriosamente “CTRL-C e CRTL-V”.
Purtroppo il Direttore della CIA, allo scopo di proteggere il bilancio dello Stato, ha fatto hackerare i computer della società di informativa per carpirne i segreti.
In questo modo è riuscito a ricopiare le sceneggiature del primo film della serie “Jason Bourne” e di incollarle identiche, facendo risparmiare ai suoi amici anticomunisti di Hollywood milioni di dollari, e ricevendone in cambio l’ultima versione di FIFA 2018 in anteprima.
E quindi in questo film incredibilmente abbiamo un buono (Matt Damon), un cattivo (Vincent Cassel), il grande vecchio (Tommy Lee Jones) e la recluta gnocca (Alicia Vikander).
Sì, c’è l’inseguimento con le macchine, le sparatorie, e le acrobazie.
Il film?
Quale film?

Giudizio della critica
Film che appartiene alla categoria “Torecan” perché dopo due ore di cinepresa a mano senza una supposta vomiterete anche l’anima.
Sembra di stare sulle montagne russe, e dalla parte sbagliata per di più.
Il 90% delle scene è fatto da inseguimenti e sparatorie, in cui la mano dell’operatore doveva essere collegata al cestello di una lavatrice perché è praticamente impossibile capire alcunché.
Per evacuare la sala dopo la proiezione ci sono voluti 40 minuti, perché gli spettatori continuavano ad ondeggiare come se fossero scesi da una barca dell’America’s Cup, e sbattevano continuamente contro i muri, incapaci di infilare la porta.
Chilometri di pellicola rubata all’agricoltura.

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Marciando controvento

Alex Schwazer è stato condannato a otto anni di squalifica, quindi carriera finita, perché recidivo al doping.
Nel 2012 era stato condannato a quattro anni di squalifica, è rientrato ad aprile del 2016 e ha subito vinto una 50km qualificandosi per le Olimpiadi di Rio.
A seguito di un controllo effettuato il 1 gennaio 2016, è stato prima sospeso e poi condannato di nuovo.
In termini di regolamento la condanna è giusta: un atleta di livello internazionale (oro a Pechino nel 2008) recidivo viene di fatto radiato.
La domanda però che in questo specifico caso bisogna porsi è la seguente: Schwazer è VERAMENTE colpevole? Ha di nuovo barato?
E’ molto difficile dare un giudizio su una sentenza, di qualsiasi tipo essa sia, ma è legittimo avere un’opinione, perché le sentenze si rispettano, ma si possono anche valutare e magari opporsi con gli strumenti legittimi.
Personalmente ho molti dubbi sulla colpevolezza di Schwazer, e molte certezze sul fatto che almeno dal punto di vista procedurale la condanna non sia lecita.
Cercherò di elencare i punti principali che secondo me rendono la condanna severa e ingiusta.

1. Schwazer ha ammesso di essersi dopato la prima volta, sebbene tutti i suoi risultati lungo la carriera dimostrano che non sarebbe stato necessario. Tuttavia ha confessato e pagato duramente, è stato licenziato dai Carabinieri, ha perso gli sponsor principali, la fidanzata Carolina Kostner che era stata coinvolta e condannata anche lei per dichiarazioni false, insomma ha attraversato il deserto, e non sembrava proprio che avesse intenzione di ripetere l’errore. Questa è una mia valutazione personale, vale quello che vale, ma è stata la molla che mi ha spinto ad approfondire i fatti.

2. All’epoca del doping Schwazer frequentava un ambiente opaco (eufemismo). Si allenava con quelli che poi sono diventati i suoi “nemici” tecnici (i Damilano), andava dal controverso (altro eufemismo) medico Ferrari, era il cocco della Federazione, insomma era pienamente inserito in quell’establishment che fa la lotta al doping, sì, ma poi sa cose e non parla: l’esempio più lampante è il medico della federazione Giuseppe Fischetto, primario di pronto soccorso (e NON di ematologia) che è contemporaneamente controllore e controllato in quanto consulente IAAF per il doping e rappresentante della Federazione Italiana di Atletica. In pratica questo Fischetto decide lui chi controllare e chi no, e cosa considerare “buono” o meno, e alla fine quando gli sequestrano il computer a seguito delle denunce di Schwazer (che finalmente percepisce di essere stato incastrato) si scopre che sapeva benissimo (come da lui ammesso in un’intercettazione telefonica) che il doping russo era di stato, e anzi, teneva un database con lo stato degli atleti che neanche la IAAF ce l’aveva, e quindi poteva ben decidere chi castigare e chi no, almeno finché la IAAF non ha deciso di fare altri tipi di controlli. Insomma: tutti si dopavano, e Schwazer ha pagato. Però si dopava anche lui e quindi ben gli sta.

3. Scontata la pena Schwazer si è affidato come allenatore al solo Sandro Donati. Donati è da sempre il più grande e agguerrito nemico del doping. Un tecnico preparatissimo, e un grandissimo moralista e rompicoglioni. Non avrebbe MAI accettato di allenare Schwazer se non fosse stato convinto della sua voglia di correre pulito, e non lo avrebbe difeso con tanta veemenza. Anche questa è un’opinione, ma Donati porta anche fatti, che vederemo dopo.

4. In tutti i controlli, settimanali e anche più frequenti, che Schwazer ha fatto nell’ultimo anno non è stato MAI riscontrato nulla di anomalo, TRANNE nel controllo del 1 Gennaio, con una sostanza (tracce di testosterone esogeno) pressoché inutile e comunque in quantità risibili. Certo, potrebbe essere la “pistola fumante”, ma come ha dimostrato Donati anche davanti al CIO è IMPOSSIBILE che un atleta possa doparsi ed essere positivo solo ad un controllo di quel tipo e a nessun controllo prima e dopo.
Quindi i casi sono due: o Schwazer si è dopato con un’abilità mefistofelica, aiutato magari dallo stesso Donati che vive con lui giorno e notte e che ha messo tutta la sua carriera sul piatto della bilancia, oppure il controllo è un falso positivo. Tertium non datur. Io, e moltissimi opinionisti, propendo per la seconda ipotesi.

5. Il controllo del 1 gennaio è stato ripetuto due volte. La prima volta ha dato esito negativo, solo la seconda dopo molti giorni è risultato positivo. Già questo fatto dovrebbe suscitare molti dubbi. Inoltre NON c’è stata (come prescrive il protocollo) una tracciatura del percorso e del possesso della provetta. In sintesi: non si sa chi l’ha gestita, per quali mani è passata, e chi l’ha portata al laboratorio, e già questo sarebbe (o sarebbe dovuto essere…) sufficiente per invalidare le analisi, ma c’è di più. Come è evidente le analisi debbono essere fatte in forma anonima perché facciamo l’ipotesi per assurdo che io sia un medico russo, e mi capita la provetta di un atleta americano più forte, potrei essere tentato di far risultare una positività che non esiste solo per toglierlo di mezzo. Visti gli interessi in ballo – che anche la vicenda Schwazer dimostrano – non è un’ipotesi così peregrina. Eppure quando la provetta finalmente arriva al laboratorio, sulla busta c’è scritta la PROVENIENZA, ossia il paesino di poche anime dove vive Schwazer. Certo, non c’è scritto il suo nome, ma vi invitiamo a verificare quanti atleti di livello internazionale risiedono in quel borgo a parte Alex Schwazer…è chiaro che chiunque si fosse trovato davanti a quella provetta avrebbe saputo senza ombra di dubbio che si trattava dei campioni di Alex. Anche questo fatto sarebbe dovuto essere sufficiente per invalidare l’analisi.

6. Cosa pensa la IAAF della lotta al doping, al di là dei proclami, è abbastanza chiaro. Atleti russi che per anni si sono dopati mentre un medico della federazione italiana e della IAAF teneva un database con i valori ematici, procedure non rispettate e nonostante questo condanne confermate, medici e allenatori sospetti (eufemismo) ai quali si consente di continuare ad allenare e non solo: al già più volte citato Fischetto si consente di fare da medico responsabile del controllo antidoping ai mondiali di marcia di Roma, vinti da Schwazer, proprio colui che lo ha tirato in ballo (e con ragioni solidissime) quando fu pescato la prima volta.

Cerchiamo di tirare le conclusioni, perché ci sarebbe molto altro da scrivere.
La mia idea è che il business sportivo sia diventato così grande e ricco che cercare di contrastare il doping è diventato quasi impossibile e antieconomico, e soprattutto non conviene ad un sacco di gente.
Quindi ogni tanto si pesca dal mazzo qualche sprovveduto, o qualche rompicoglioni, magari un nome eclatante, e nel frattempo si consente per esempio a delle strutture statali come quelle russe di fare doping di stato, come quando le nuotatrici della Germania Est vincevano tutte le gare ma avevano delle spalle che neanche Schwarzenegger.
Alex ha fatto un errore: dopo essere stato beccato, invece di starsene zitto e scontare la condanna, ha parlato. Ha raccontato chi erano i medici truffaldini, chi gli passava il doping, cosa girava nell’ambiente, e questo ha scatenato ire e desideri di vendetta.
Il fatto che la IAAF permetta di supervisionare l’antidoping a personaggi che hanno nascosto il doping per anni la dice lunga. Il fatto che si consenta ad una provetta di arrivare ad un laboratorio con il marchio di Alex stampigliato praticamente sopra è un altro chiaro indizio.
Il fatto che non si sia consentito ad Alex di difendersi nei tempi ma lo si sia costretto ad andare a Rio alla vigilia della gara, in un’atmosfera terribile, per poi essere condannato lo stesso, è la vera pistola fumante.
Non ho prove, ma se dovessi scommettere punterei su Alex, sul fatto che ha cercato di ripulirsi il corpo e la coscienza, ma da solo, anche con l’aiuto di Donati, non ce la poteva fare, gli interessi sono troppo grandi e in fondo lui voleva solo vincere le Olimpiadi.
A chi cazzo frega delle Olimpiadi quando si possono fare un sacco di soldi?

schwazer

Non un binario unico, ma un unico binario

Nel leggere e pensare alla strage ferroviaria di Corato, ad ogni parola detta, letta o anche solo immaginata è necessario, inderogabile, pensare alle vittime, alle loro famiglie, alla popolazione.
Non c’è niente da fare, certe morti ti toccano di più.
Perché in qualche modo, da qualche parte della nostra coscienza sporca c’è l’idea che la guerra, la fame, la povertà, la religione, siano fattori di sofferenza e morte che convivono con noi dall’alba dei tempi, e quindi quasi normali, se non addirittura accettabili.
Riusciamo quindi ad andare avanti nella nostra esistenza anche sapendo che centinaia di milioni di persone vivono in stato di indigenza, che milioni di bambini lavorano per il nostro benessere, che ci sono guerre combattute aspramente anche vicino casa.
Siamo riusciti a fottercene anche quando i balcani bruciavano e i cecchini serbi facevano il tiro al bersaglio a Sarajevo.
E anche qua, a casa nostra, prendiamo i 7/8.000 morti l’anno che lasciamo sulle strade come una fatalità in qualche modo inevitabile.
Poi si scontrano due treni, e improvvisamente scopriamo di avere una coscienza.
Non è una cosa negativa, sapete, avere una coscienza, anzi.
Ma quando avremo sfrondato le nostre reazioni di tutta l’emotività possibile, quando avremo smesso di esercitare una competenza rotabile che non abbiamo, quando avremo finito gli insulti verso il “governo ladro”, o addirittura le becere esultanze di qualche coglione pseudo leghista, sarà bene cominciare a ragionare.
E a dirci che nella vita di una persona, di una famiglia, di uno Stato esistono delle priorità.
La strage di Corato ci colpisce perché quelli siamo NOI.
Non erano dei coglioni che andavano a duecento in autostrada, o dei soldati che cercavano di conquistare un pezzo di territorio, o dei poveri disgraziati così sfortunati da nascere in una favela o in un tugurio in periferia di Nairobi.
No.
Quella era gente come me e come voi, studenti, mamme, nonne, bambini, poliziotti, agricoltori.
Gente che amava, odiava, correva, lavorava, sperava esattamente come me e come voi.
Gente magari neanche tanto abbiente, altrimenti non si sarebbero messi su un treno locale per fare diciassette chilometri, ma avrebbero sfoderato una bella macchina o una moto potente.
Nonne coi nipoti, madri morte abbracciati ai figli.
Lo strazio della NOSTRA famiglia.
Proprio per loro e per tutti noi è necessario capire, e cercare di cambiare.
E non venitemi a parlare di binario unico, di sistemi di segnalazione antiquati, o stronzate del genere: in Italia sono circa 15.000 i chilometri a binario unico.
La sola RFI ne conta 9.000, il quindici per cento del totale.
L’errore umano?
Ma di cosa stiamo parlando?
Vogliamo dire la verità? In una tratta – solo una delle centinaia di tratte simili – in cui i treni vanno a cento all’ora e non si scontrano solo perché due cristiani si mandano un segnale di fumo da una parte all’altra del binario, il fatto che un disastro del genere non succeda tutti i giorni è un inno all’efficienza e alla professionalità di queste persone.
La verità per me è un’altra.
La verità è che si è ritenuto di poter gestire i soldi pubblici in maniera SOLO clientelare, senza pensare ANCHE al benessere collettivo.
Quando si parlava di ponte sullo Stretto, non abbiamo fatto la rivoluzione con i forconi, come sarebbe stato giusto.
Anzi, abbiamo permesso ad un governo di malandrini di buttare duecento milioni per una gara, senza considerare stipendi e anche penali.
Quando si è costruita la Roma-L’Aquila abbiamo permesso che si facessero DUE autostrade inutili, invece di una, perché erano due i signorotti democristiani da accontentare.
O quando si costruisce a Roma la nuvola di Fuksas, monumento all’inutilità e allo spreco.
O quando si fa la terza corsia del raccordo anulare, che andava completata per i mondiali del 1990 ma ci ha messo una ventina di anni in più.
O quando si fa un air terminal che non viene usato, o aeroporti nel nulla.
O quando si mette in mano a camorra e ndrangheta ogni singolo chilometro della Salerno-Reggio Calabria.
E potrei andare avanti per ore e ore e ore.
I soldi non si mettono mai per migliorare la vita delle persone, mai, ma solo per il vantaggio di pochi.
Quindi lo volete sapere di chi è la colpa?
E’ vostra.
Sì.
Vostra, e mia, e tua e di tutti quanti noi, che non abbiamo controllato abbastanza, denunciato abbastanza, votato abbastanza.
E che oggi magari in un improvviso rigetto per la politica “politicante” andiamo a votare per dei peracottari che neanche hanno iniziato e già fanno a botte per mettere la moglie o la fidanzata in posizioni lucrose, e chissà cosa succederà dopo.
Quando guardiamo le scene della strage di Corato, cari amici, stiamo bene attenti a quello che diciamo, perché la colpa, alla fine, è solo nostra.

Strage Corato

Analisi di una squadra

Se (sono volentieri accettate tutte le forme di scaramanzia più diffuse) l’Italia dovesse vincere il campionato europeo si scatenerebbero gli esegeti e ci verrebbe propinata l’apologetica più raffinata per spiegarci per filo e per segno perché siamo stati forti.
Scoprirete che sarà citato inevitabilmente il “gruppo”, il “condottiero”, il “soli contro tutto e tutti” per finire nell’apoteosi del “non eravamo delle pippe, visto?!”
Banalità. Solo banalità ricorrenti.
La vera analisi è questa qua, e la faccio PRIMA. Così, se vinciamo potrò vantarmi di averlo detto molto prima, e se perdiamo posso sempre dare la colpa a qualche supercazzola, tipo l’arbitro Moreno, o la lotteria dei rigori.

Gli elementi vincenti della Nazionale Italiana agli Europei di Francia 2016:

1) Allenatore rompicoglioni. Si è visto che fine hanno fatto i bravi papà come Vicini, Donadoni, Prandelli. Tutta gente amata, amatissima, dal pubblico, dai presidenti, dai giocatori. Testimonial del fair play, buoni dentro e fuori. Peccato che questi sono una banda di ragazzotti viziati e ricchi, e se vuoi farli marciare li devi prendere a calci nel culo, dalla mattina alla sera. Quindi servono allenatori con i coglioni di ferro, e pronti a sminuzzare quelli degli altri, tipo Bearzot, Lippi, Capello e appunto Conte. Con un allenatore Mastro Geppetto si finisce sempre nel Paese dei Balocchi.

2) Difensori spaccagambe. Hai voglia a citare l’eleganza di Facchetti e Scirea, o la sontuosità di Beckembauer. I tornei si vincono con i Burgnich, i Gentile, gli Schnellinger, i Bergomi, i Gattuso e appunto Chiellini e Bonucci. A Morata glie l’hanno detto: sticazzi che hai giocato con noi fino a ieri, se passi da queste parti ti rompiamo le tibie (per non dire altro). Morata ha girato saggiamente al largo. Pirlo sì, era etereo ed efficace, ma siccome non ce l’abbiamo più, abbiamo rispolverato il randellatore De Rossi, centrale di lotta e di governo. Gli attaccanti avversari devono sapere che se avanzano oltre il centrocampo rischiano. Di brutto.

3) Portiere saracinesca. Zoff che salva col Brasile sulla linea all’ultimo minuto, Toldo che para tutti i rigori, Buffon che finisce i mondiali prendendo un solo goal, quello del suo compagno Barzagli, oltre ad un rigoretto in finale. Insomma, quando tutto è perduto ci vuole uno che la palla in porta non ce la vuole far entrare, a costo di spaccarsi la schiena per saltare come un pirla sulla traversa. E noi ce l’abbiamo.

4) Portatori d’acqua. Rosato, Furino, Oriali, De Napoli, abbiamo una tradizione di gente che produce quantità più che qualità, permettendo ai vari Rivera, Baggio, Totti di fare i beati cazzi loro senza faticare. Oggi non abbiamo grandi campioni, ma grandissimi portatori d’acqua come Parolo, Florenzi, De Sciglio e lo stesso Giaccherini. Gente che corre da sola in una partita quanto Domenghini ha corso per tutti i mondiali del Messico. Le altre squadre finora li hanno guardati senza sapere come arginarli.

5) Le ali. Oltre al già citato Domingo, al mitico Bruno Conti, Franco Causio fino allo stesso Del Piero per necessità, l’Italia ha vinto quando invece di schiantarsi sui muraglioni avversari – di solito sono tutti mediamente più alti e giovani di noi – ha allargato il gioco sulle fasce. E’ il carattere italico della squadra “femmina”, come diceva Gianni Brera, ossia te la faccio annusare ma poi te lo metto in quel posto spuntandoti da dietro quando meno te l’aspetti. Candreva e Florenzi o Darmian sono la perfetta sintesi di questa filosofia.

6) Qualcuno che la butta dentro. Insomma alla fine se hai distrutto il gioco avversario e hai costruito abbastanza, poi ci vuole uno che la schiaffi in porta. Non fa niente se di testa, di stinco, di culo o in rovesciata alla Clark Gable in favore di telecamera come fa Pellè, basta che la buttate dentro. In Germania hanno segnato tutti, in Spagna quasi solo Paolo Rossi. Non fa niente, la palla va buttata dentro e noi, stavolta, lo stiamo facendo.

7) E dulcis in fundo: la stampa. Commentatori improvvisati, vecchie glorie del mezzobusto, ex giocatori con occhialino alla moda, attori e presentatori riciclati. Fin dai tempi della Parietti e della Marini a fare il balletto, o della Ventura alla Domenica Sportiva, fin dal gossip sulla relazione amorosa tra due giocatori ai mondiali di Spagna, per finire alle critiche di pippaggine di questa nazionale, la stampa (principalmente televisiva e radiofonica) dà sempre, rigorosamente, il peggio di sé. Sempre. Ma per fortuna, siccome gli italiani sono incazzosi, permalosi, scontrosi e talvolta anche vaffanculosi, tutta questa valanga di mondezza che la stampa regolarmente rovescia sulle grandi competizioni calcistiche una rabbia che volge in positivo. Quindi grazie anche ai commentatori sportivi, che anche stavolta hanno fatto il loro dovere: non capirci un cazzo.

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Il giorno in cui ci vergognammo di Alì

Ora che The Greatest non c’è più, tutti sono diventati esperti di boxe, tutti ricordano Rumble in the Jungle, o Thrilla in Manilla.
Il pugno dato ai Beatles, oppure il rifiuto di partire per il Vietnam.
E’ naturale.
Mohammed Alì è un’icona, ed un eroe, e tutti noi vogliamo far parte di un’epopea, anche se solo da spettatori.
Ma Mohammed Alì non era un dio, era un uomo come tutti noi, e qualche errore lo ha commesso, nella strada verso la gloria.
E anche se sul ring molte delle sue battaglie divennero epiche, ci fu una notte in cui tutti si vergognarono di lui, e ancora ce ne vergognamo noi che lo adoriamo.
Fu la notte in cui combattè contro Ernie Terrell.

Ernie Terrell non era un gran pugile, diciamolo subito, e probabilmente non meritava di fregiarsi del titolo di “campione del mondo dei pesi massimi”, ma quando lui ed Alì incrociarono i guantoni entrambi erano campioni.
Alì aveva perso il titolo della WBA, una delle due federazioni mondiali di allora, perché invece di affrontare uno sfidante ufficiale aveva concesso subito la rivincita a Sonny Liston.
Allora la WBA fece qualche incontro al termine dei quali emerse Terrell come campione.
Non che i titoli contassero gran che: tutti sapevano, e lo avrebbero saputo per molto tempo ancora, che Alì era The Champ, ma alla fine l’incontro per “riunificare le corone” si fece.
Ora, questo Terrell era uno spilungone, alto più di Alì che pure non era un nano, con due braccia lunghissime.
Non aveva un record immacolato, ma comunque non perdeva da anni.
Non aveva neanche un cazzotto degno di un peso massimo, ma era un buon incassatore e aveva un sinistro fastidioso, che sommato a due braccia lunghe gli aveva permesso una carriera onorevole.
Era anche un buon cantante, aveva una band che si chiamava “Ernie Terrell and the Heavyweigths” e la sorella divenne la cantante solista delle Supremes dopo l’uscita di Diana Ross.
Insomma, un bonaccione questo Terrell.
E poi era amico di Alì.
O comunque si conoscevano da tempo, da quando dilettanti si allenavano insieme a Miami, si dividevano la stanza perché non avevano un dollaro, facevano viaggi insieme per andare a trovare le famiglie, insomma forse non era l’amico del cuore di Alì ma certo non uno sconosciuto.
Però Terrell aveva conosciuto Alì quando era ancora un negro inserito in un contesto di schiavitù e razzismo, e si presentava con il suo nome da schiavo: Cassius Marcellus Clay.
L’uomo che aveva davanti ora non era lo stesso uomo.
Era un uomo arrabbiato, arrabbiatissimo con l’establishment, aveva deciso di cambiare religione, nome, di aderire ad una dottrina che voleva l’indipendenza dei neri americani, insomma un tipetto per niente malleabile, con un carattere supportato da quasi cento chili di muscoli e un’intelligenza pugilistica ineguagliata.
Forse Terrell non era particolarmente intelligente, o forse decise di confrontarsi con Alì anche sul piano dialettico, e non potendo rispondere alle sue poesie sarcastiche in rima, dichiarò che Shakespeare si stava rivoltando nella tomba (cosa probabilmente vera) e cominciò a chiamarlo con il suo nome da schiavo, Cassius Clay.
La reazione di Alì fu troppo immediata per essere stata costruita: andò su tutte le furie durante la conferenza stampa, i due vennero quasi alle mani e Alì promise che l’avrebbe fatta pagare a Terrell.
Chi non conosce Alì, o la boxe, può pensare che “fartela pagare” significa distruggere l’avversario in due round.
Ma Alì, la notte in cui ci vergognammo di lui, era molto più arrabbiato, molto più intelligente, molto più abile e determinato di come si possa immaginare.
Fece esattamente il contrario.
Pur avendo ripetutamente l’opportunità di mandare KO un avversario chiaramente inferiore, lo picchiò con regolarità chirurgica per 15 riprese, stando bene attento a farlo soffrire ma a non farlo andare al tappeto.
La punizione che subì Terrell quella sera fu terribile: un pugile professionista alto e grosso non è un uomo che va al tappeto facilmente, ci vuole un avversario altrettanto forte e determinato.
Ma Terrell, purtroppo per lui, era in grado di sopportare 45 minuti di cazzotti in faccia di Alì senza morire, e così fece, perché Alì quella sera decise che la punizione di Terrell sarebbe stata una lunga agonia, e diverse settimane in ospedale.
Non bastasse, Alì insultò in continuazione Terrell, chiamandolo “zio tom”, oppure “sporco negro”, e chiedendogli urlando “qual è il mio nome ora, eh!? qual è il mio nome?”.
Terrell non rispose, neanche quando Alì gli sputò in faccia; si limitò a contare le migliaia di secondi che lo separavano dalla fine di quella tortura, per poi farsi finalmente ricoverare in ospedale.
Alì vinse, anzi stravinse aggiudicandosi praticamente tutte le riprese.
Era il più grande, ma quella notte avrebbe dovuto e potuto dimostrarlo in altro modo.


ali_terrell

La fantasia al potere (e speriamo di no)

La campagna elettorale per l’elezione a Sindaco di Roma è ormai in pieno turbinio.
I candidati sparano le loro cartucce migliori, e noi osservatori semi-imparziali non possiamo che trarne gioia e letizia.
Per il momento in testa è la candidata del M5S Virginia Raggi, con il suo slogan a metà tra il social e la Settimana Enigmistica:

#coRAGGIo
E’ ora di cambiare Roma

Carino, simpatico, umoristico e serio allo stesso tempo.
Ma dato che noi abbiamo spie in ogni dove, siamo riusciti a mettere le mani nella lista degli slogan che la futura non-sindaca di Roma farà esplodere sui mass media da qui al 5 Giugno.
Ed è con non poca soddisfazione che andiamo a spoilerarli tutti senza pietà.

#ammaRAGGIo
Dal fiume sacro conquisteremo il Tirreno

#irRAGGIamoci
Il sole bacia i belli

#atterRAGGIo
Riannettiamoci Fiumicino!

#viRAGGIo
Per una città color seppia

#foRAGGIo
Magnatene e bevetene tutti

#metRAGGIo
Per un GRA più snello e scorrevole

#stiRAGGIo
Dopo il premier-operaio una sindaca-colf

#oltRAGGIo
A stronzi! Ma che, nun me votate?

#scoRAGGIo
Compro una “E” e ve faccio fori a tutti

#miRAGGIo
C’avevate creduto eh!?

Attendiamo nuove e mirabolanti invenzioni del marketing politico, che non ci delude mai.

raggi

Il falco e il falcone

Oggi è l’anniversario della morte di Falcone, sua moglie e la scorta.
Una strage terribile, compiuta ai danni di un vero Servitore dello Stato, una strage che ha cambiato tutto nella percezione della mafia presso le persone, le autorità, la politica.
Non ci dimentichiamo che fino all’arrivo di Falcone la mafia semplicemente non esisteva.
Prima del 41 bis non si poteva essere condannati per essere mafiosi. Certo, se sparavi, taglieggiavi, rubavi, sì.
Ma la connivenza, l’appartenenza, gli ordini, le organizzazioni, sfuggivano alla giustizia solo perché non esisteva una legge apposita.
A distanza di tanti anni, dopo tante celebrazioni, fatte nei luoghi più importanti e “alti”, come è possibile ricordare Falcone e la sua eredità?
Io un’idea ce l’ho, ma purtroppo è negativa.
Penso che uno come Falcone – o come Borsellino e pochi altri – l’Italia non lo genera spesso e non se lo merita neanche.
Penso che la mafia truculenta, quella che ammazza per il gusto di far valere la propria forza, magari non gira più, ma le mafie che inquinano la vita economica, e politica del Paese sono ancora lì.
Penso che Falcone abbia lottato e sia morto invano.
Penso che il degrado del Paese sia così evidente, da farci dire che almeno quando il nemico era Totò Riina, o le BR, era facile sapere da che parte stare.
Oggi non lo sappiamo più.
A Napoli gli aficionados del PD potranno votare per il figlio/nipote di boss pregiudicati, portati in lista da Verdini. Garantisce lui.
Per dire.
Ma ci sono altri segnali, più profondi, che Falcone ha fallito.
Perché il suo ideale di giustizia, da come me lo ricordo e da tutto quello che ho letto in questi anni, non si limitava ad una guerra “buoni contro cattivi”.
Non era Tex Willer contro gli indiani, o Garibaldi contro gli Austriaci.
Io credo che Falcone avesse un’idea della Giustizia più alta, che permeava tutta la società.
Non è un caso se ancora oggi nelle scuole viene raccontato chi era Falcone, non solo perché faceva lo sceriffo, ma perché aveva un’idea complessiva della Giustizia che è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli.
E mentre noi ci affanniamo a raccontare di Falcone alle generazioni successive, mentre lo Stato si riempie la bocca del suo nome, ecco che un manager dello Stato, pagato da noi dunque, racconta la SUA idea di giustizia, con la g minuscola.
L’idea che chi governa un’azienda, un’azienda dello Stato per di più, debba comandare con il terrore, mettendo i suoi podestà a ringhiare contro i dipendenti, spezzando la volontà di chi resiste con umiliazioni plateali, finché la paura e la sofferenza piegano la resistenza dei dipendenti.
E’ facile, dice Starace, Amministratore Delegato dell’ENEL.
Ma che differenza c’è, chiederei a Falcone se fosse vivo oggi, tra i metodi che usa la mafia per assicurarsi il rispetto dei suoi galoppini, e quelli che usa questa azienda di stato per garantirsi la fedeltà cieca dei suoi dipendenti?
Che differenza c’è tra umiliare un mafioso prendendo a schiaffi la moglie in pubblico, o umiliare un dipendente insultandolo davanti ai suoi colleghi?
Perché l’Italia, questo cazzo di Paese dove non si riesce mai a cambiare le cose in meglio, deve pagare profumatamente un manager per distruggere la vita ai nostri amici, parenti, colleghi?
Perché la mafia non è un corpo estraneo, mi risponderebbe probabilmente Falcone.
La mafia è dentro di noi, siamo noi, la nostra cultura, le nostre radici, le nostre abitudini.
Siamo un popolo di mafiosi, e solo due cose ci salveranno: la Giustizia e la Cultura.
Se sapremo lottare per più Giustizia e più Cultura, Falcone non sarà morto invano.

Capaci

I fotografi

I fotografi che amano il ritratto – parlo di quelli seri, appassionati, che investono molto tempo e danaro nella loro attività, non di quelli che si comprano una macchina fotografica da 300 euro per fotografare la fidanzata nuda – possono avere molti stili diversi, e molti modi di vedere le persone.
Basta vedere cosa succede agli eventi in cui una modella viene fotografata da più fotografi: non ci sono due foto uguali, ognuno ha il suo modo di trasformare la realtà in immagine, che dipende dalla sua capacità tecnica, dalla sensibilità, da molti fattori.
Tuttavia i fotografi di ritratto – indipendentemente dal loro stile e dalle loro capacità – possono essere divisi in due categorie, solo in due, che li racchiudono tutti, con i loro modi di fare, le loro idee, le loro capacità.

Nella prima categoria ci sono quelli che “hanno uno stile”.
Sono fotografi che hanno trovato il loro binario, sanno sempre esattamente da dove partire e cosa fare per arrivare a destinazione.
“Piegano” le persone che ritraggono alla loro volontà e alle loro idee, in modo che la foto, e il fotografo, siano sempre riconoscibili, e le persone siano solo lo strumento per ottenere il risultato.
Ad ogni set hanno già chiaro come vestiranno la loro modella, come la truccheranno, come vogliono che posi, e sono in grado di creare uno storyboard come una sceneggiatura cinematografica.
Se guardate in successione le foto di questi fotografi, scoprirete dopo un po’ che fanno sempre la stessa foto. O le stesse quattro o cinque foto.
Cambiano le persone, le modelle, il contesto (neanche troppo: molti si innamorano del loro studio, o di casa loro, o di una location particolare), talvolta il trucco, ma la foto no: è la LORO foto, la LORO fotografia.
La loro “cifra stilistica” e le loro cinque pose standard.
Questi fotografi sono per lo più seri, sicuri di sé, presi dal loro lavoro, e poco inclini alla discussione.
Raramente li vedrete esporsi e comunicare il loro sentire; le loro foto parlano da sole, e parlano di loro.
Spesso, o quasi sempre, sono dei leader, e amano esserlo.
Come gli Jedi hanno i loro Padawan così i fotografi con uno stile fanno bottega leonardesca e trasferiscono di buon grado il loro sapere agli eletti.
Gli altri invece sono spesso il “nemico”, con cui confrontarsi e se possibile da battere.
Il fotografo con uno stile adora la mai tanto vituperata gara “a chi ce l’ha più lungo” e dedica una buona parte della propria attività a dimostrare ad altri fotografi la propria superiorità, spesso attraverso l’uso delle stesse modelle che diventano così oggetto di uno scontro che sa tanto di duello medioevale.
I fotografi con uno stile di solito hanno successo, quasi sempre. E sono di moda, qualsiasi sia la moda.
Magari un successo locale, limitato, ma molto spesso ampio e talvolta arrivano alla fama, quella vera.
Tutti i fotografi che iniziano guardano ai fotografi con stile come l’obiettivo da raggiungere, e spesso molti fotografi mediocri scimmiottano stili più o meno in voga, con risultati mediocri come loro.

La seconda categoria è formata da quelli che io chiamo i “cercatori d’oro”.
Sono persone destrutturate, spesso senza idee predefinite, che tremano come foglie alla domanda “che idea hai per il nostro set?”.
Hanno studiato i colori complementari e la composizione, sanno usare la fotocamera e le luci e poi basta.
Non sanno nulla di vestiti, di pose, di trucco, di mood.
Non sanno nulla di nulla.
I cercatori d’oro sanno solo che lì, proprio lì, dentro quella persona, c’è qualcosa che vale la pena guardare, e fermare.
Mentre lavorano scrutano la persona che hanno davanti con quello che io chiamo lo “sguardo dell’entomologo”, cercano di vederne anche i piccoli movimenti, i tic, gli atteggiamenti.
Sono lì con il loro setaccio speciale, a forma di macchina fotografica, sperando che emerga il filone d’oro che hanno intravisto, o anche solo immaginato.
Non si intendono di vestiti, o di altro, e non sono neanche molto interessati. Si accontentano di quello che trovano, di un posto qualsiasi; se sono in studio di una luce semplice.
Quando hanno una persona davanti ne guardano sempre gli occhi, perché sanno che se il kohinoor c’è, uscirà da lì.
I cercatori d’oro si presentano con il torace spalancato e il cuore aperto, perché la loro unica speranza è di convincere la persona che hanno di fronte a fidarsi di loro, a mettere in gioco sentimenti ed emozioni che normalmente rimarrebbero nascosti dietro la pelle.
Le loro foto sono tutte diverse, perché diverse sono le emozioni, diverse sono le persone, diversi sono i luoghi, i momenti e le passioni.
Non sono leader né follower, non si uniscono a branchi, ne possono fare parte per un pezzo del loro cammino, ma restano sempre ai margini e dopo un po’ si allontanano silenziosamente. Hanno la loro storia da cercare e da raccontare, ed è solo loro, e non la condividono perché semplicemente non è possibile.
Ma sanno riconoscere la qualità e gioirne: il cercatore d’oro sta male se non trova la sua pepita, ma non soffre per i successi altrui.
Nessuno vuole essere un cercatore d’oro quando inizia ma è un’inclinazione, che qualcuno asseconda e qualcuno invece ci si trova invischiato nell’inutile ricerca di uno stile.

Io faccio parte di questa seconda categoria.
Noi cercatori d’oro viviamo di grandi delusioni e di altrettanto grandi soddisfazioni, la nostra passione fotografica è fatta di alti e bassi che qualche volta ti distruggono, di invidie (per lo più altrui) e di affetti (per lo più nostri); tutto amplificato, perché nella nostra ricerca non possiamo essere cinici, non possiamo trattare le persone come manichini, non sapremmo come gestirle.
Le nostre foto possono essere molto belle o molto brutte, spesso la seconda più della prima, ma quasi sempre abbiamo la soddisfazione di rappresentare le persone come sentono di essere, come vorrebbero essere, come vogliono sembrare in quel momento e non solo come NOI cerchiamo di farle apparire. Perché ce lo hanno detto loro, attraverso i loro sguardi.

Un cercatore d’oro difficilmente diventerà un fotografo di fama, perché avrà perso molte delle sue energie alla ricerca di quello che gli altri sanno già dove trovare.
Ma in compenso avrà conosciuto davvero molte persone meravigliose.
E questo vale molto di più di una bella foto.

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Foto di rodocarda

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

Le confessioni – di Roberto Andò, con Toni Servillo e Pierfrancesco Favino

Trama del film
Ecco, sono un po’ in difficoltà su questo punto.
A essere sincero quando siamo entrati non riuscivo a capire quella grande folla di gente che fermava le persone all’ingresso del cinema e cercava di parlarci, ma siccome sono forastico e misantropo ho accelerato il passo e mi sono diretto prontamente al mio posto, in attesa che iniziasse il capolavoro.
Solo alla fine del film, quando sono uscito, ho capito che cosa volessero tutte quelle persone.
La stessa cosa che volevo io: capire come andava a finire.
Perché dopo una ventina di minuti all’interno della sala dormivano tutti.
Qualcuno con la testa reclinata, qualcuno appoggiato al braccio della moglie, i pochi bambini in braccio ai genitori, e pochi fortunati che avevano qualche posto libero vicino si sono sdraiati come fanno in aereo quelli in economica sulle lunghe tratte.
Ho aperto gli occhi un paio di volte, solo per rendermi conto che il sonoro del film era coperto dai rantoli del pubblico addormentato.
Che poi, sonoro: in quello spezzone che sono riuscito a vedere prima di crollare, avranno detto sì e no due parole, tutte altisonanti, e sinceramente non c’era gran che da ascoltare.
E così, terminato il film, e ristorato da un sonnellino pomeridiano, anche io mi sono messo davanti al cinema a fermare quelli che entravano: “Ma voi l’avete già visto ‘Le Confessioni’? Che mi sapete dire cosa succede tra i titoli di testa e i titoli di coda? Avete dormito pure voi?”
Ecco, se c’è qualcuno che l’ha visto e vuole farmi sapere cosa succede, mi scriva pure, glie ne sarò grato.

Giudizio della critica
Finalmente insieme i due Raoul Bova del cinema d’autore italiano: Toni Servillo e Pierfrancesco Favino.
Non può esserci film con qualche pretesa che non abbia uno dei due come protagonista.
In questo film Andò non solo li mette insieme, ma riesce anche a far recitare loro le loro maschere preferite: Servillo fa Jep Gambardella, e Favino il politico laido, vigliacco e menzognero.
Non saremo mai abbastanza grati a Sorrentino per averci regalato questa sequenza di cloni, da Suburra a Le Confessioni, in cui tutti sorrentineggiano come se fosse facile.
Film impeccabile: movimenti della macchina perfetti, regola dei terzi rispettata al millimetro, luci sapientemente dosate, nessuna linea che non sia perfettamente parallela, attori bravissimi e credibili.
Insomma, du’ palle.

Le-confessioni

Mia sorella

Chi non ha fratelli o sorelle forse faticherà un po’ a capire.
In tal caso accontentatevi di credermi.

Io ho una sorella. E’ anche lei in giro da qualche parte qui nell’iperspazio digitale. Si chiama Annalisa.
E’ molto più giovane di me ed è femmina, per questo non abbiamo mai fatto da ragazzi la vita che spesso fanno i fratelli: non siamo usciti insieme, non abbiamo frequentato le stesse comitive, non ci siamo scambiati numeri di telefono.
E poi siamo diversi. Diversissimi, così diversi che talvolta c’è da chiedersi se uno dei due non sia stato adottato, sembra impossibile che siamo usciti dagli stessi genitori.
Con queste premesse, sarebbe facile dedurre che il nostro rapporto non sia molto stretto.
In effetti non ci sentiamo spesso, e ci vediamo raramente, abitiamo lontani, e per una città come Roma questo significa magari tre quarti d’ora in macchina, magari un’ora se il traffico è lento.
Anche su Facebook interagiamo raramente.
Mia sorella è sposata. Con un uomo e con due gatti. Vuole bene a tutti e tre. Non saprei esattamente dire in che ordine, ma forse è meglio non chiedere.
Per molti anni mia sorella è stato un oggetto strano, che c’era ma di cui non mi curavo troppo.
Abitavamo in una casa piccola, e abbiamo dormito nella stessa stanza per molti anni, e questo ci ha aiutato ad avere comunque un po’ di intimità.
Mi ricordo un sacco di volte in cui, anche grandi, ci davamo la mano prima di dormire, perché i letti erano vicini e avevamo voglia di sentirci. Però ero io, il vero bambino, che cercavo la sua mano.
E si litigava per vedere la televisione, oppure io volevo sentire la musica a palla e lei no.
Però non ci frequentavamo, a parte a casa e neanche tanto.
Io ero impegnato, impegnatissimo, come sempre, a fare cose, a viaggiare, suonare, fotografare, vedere amici, correre a destra e sinistra.
Non saprei dire che cosa facessimo insieme in quel periodo, forse niente.
Poi sono andato via di casa, e la nostra frequentazione si è rarefatta, se possibile.
Io tentavo di costruirmi una vita da uomo adulto, con risultati altalenanti, e lei rimaneva a casa con i miei, forse a fare l’eterna adolescente, chissà, non glie l’ho mai chiesto.
Lo so, sto dipingendo una vita di egoismo, ma è così. Sono stato così.
Anche quando mia madre si ammalò, per la seconda e definitiva volta, io non c’ero.
Vivevo altrove, lavoravo sempre, la seguivo da lontano e lasciavo a mia sorella l’incombenza di soffrire per tutti e due.
Io mi tenevo la sofferenza “alta”, quella melodrammatica delle visite in ospedale, dei consulti con i luminari; lei quella quotidiana, la sofferenza di dover stare tutto il giorno con con una persona che forse sa che il suo viaggio è arrivato al termine.
E quando se ne è andata, lei c’era, io no.
Ce ne sarebbe abbastanza, per ripudiarmi, o quanto meno per essere freddi e distaccati.
Ma mia sorella no, non è così.
Nonostante io non sia stato il fratello che avrebbe meritato e forse desiderato, in tutti questi anni mi ha amato e adorato come nessun’altra persona ha fatto mai.
Ogni volta che ho avuto bisogno di lei, c’è stata. Sempre. Non è mancata mai all’appello.
Anche recentemente, quando ho avuto bisogno di parlare e di sentirmi dire cose, è stata lei che ho chiamato.
E’ l’unica persona che pur volendomi bene mi conosce veramente, e sa dire quello che serve, anche le cose scomode.
Le ha dette e le ha messe per iscritto.
So che non diventerò mai il fratello che potrei essere, ormai l’ho capito, e me ne vergogno un po’.
Ma so che c’è una persona che mi accompagnerà e mi sosterrà sempre, senza compromessi e senza interessi, no matter what.
Se non avete una sorella così, vi compiango. Davvero.

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The art of Yoko Naito

I recently visited Tokyo, and I was fascinated by its buildings and skyscrapers.
A few of them are quite exciting to be inside and are organized to welcome visitors with exhibits and events.
One of these buildings is the Sony building, that hosts a sound demonstration on the final floor quite impressive.
However, in taking the stairs down back I stumbled across a not so big exhibit space, where about maybe 30/40 large photos were on the wall, and I was just fascinating by them.
I started looking at the pictures, and after a while I realize a young woman was describing them to a couple of people.
I found out she was the actual artist who took those wonderful pictures and I asked her if I could shoot a couple of portraits of her nearby one of her photos, and she graciously accepted.
Yoko Naito, this is the artist name, is a noted Japanese photographer, but she spent many years in NYC, establishing herself as one of the most interesting photographer of her generation.
Her photos all take an unusual look at the world surrounding us; sometimes the subject can be even trivial, but with the right eye, everything seems fantastic.
As the Italian photographer Franco Fontana used to say, when you take a picture of what you see you take a picture that anyone can take. But when you take a picture of what you have in your head, then it’s going to be a unique piece of art.
This is just the impression I had in looking at Yoko’s photos: mostly overexposed, or bleached, vast landscapes or tiny details.
Minimal, sometimes, or rich in details, unusual crops and compositions.
Nothing is “already seen” in Yoko’s work, and nothing is without emotion and surprise.
Her work can be seen on her web site here.
The following pictures are those I took at the exhibit, and I am very proud she accepted to be photographed by me.
Arigato, Yoko 🙂


Yoko Naito 2
Yoko Naito 1

Le Grandi recensioni di Rolandfan

Il ponte delle spie – di Steven Spielberg con Tom Hanks

Trama del film

Un avvocato americano fornisce supporto al governo per facilitare uno scambio di spie.
Embè? Tutto qua? Due ore e venti per una cosa così?
Ok, elaboro.
Un avvocato americano esperto in questioni assicurative difende una spia russa e fornisce supporto al governo per facilitare uno scambio di spie.
Ma non è un po’ poco? Omicidi? Tradimenti? Sesso sfrenato? Non c’è altro?
Dai, faccio uno sforzino.
Un avvocato americano esperto in questioni assicurative difende una spia russa e fornisce supporto al governo per facilitare uno scambio di spie, a Berlino.
Fine, non mi chiedete altro, perché non c’è altro.
Due ore e venti di sonno, quando con cinque minuti potevano chiudere tutto, e spararsi il resto della pellicola in spogliarelli e partite di calcio.

Giudizio della critica
Beh…Spielberg è Spielberg…
Tom Hanks lo conosciamo tutti…
Gli attori non protagonisti…tutti bravi…ci mancherebbe…
Ah la ricostruzione di Berlino fantastica…
Uh i movimenti di macchina…
I titoli di testa e di coda…ah che grande maestria…
Ma il film, quando lo proiettano?

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Le grandi guide di Rolandfan

Il Giappone in tempo reale.
Terza e ultima parte.


Ed eccoci giunti alla parte finale di questa guida. Il viaggio sta finendo, e con esso anche le mie indicazioni fondamentali sul Giappone.
Ho detto già molto nella prima e seconda parte, in questa terza comincerò a tirare delle somme, ma una cosa la posso anticipare: il Giappone è un paese diverso, il che vuol dire strano, interessante, complicato.
E’ occidentale in un modo orientale, se capite quello che voglio dire, vi troverete più a casa vostra a Kansas City che non a Kyoto.
Tutto vi sembrerà alieno, e questo ne fa un posto fantastico per chi ha voglia di scoprire nuovi, strani mondi, e andare coraggiosamente là dove nessun uomo è mai stato finora.

In Giappone non esistono cani e gatti, nonostante al fedele amico dell’uomo abbiano dedicato una statua davanti alla metro di Shibuya per aver aspettato il padrone venti anni.
Probabilmente è l’unico cane che non è finito nelle mire di un accalappiacani (o che dio non voglia di un ristorante), perché, semplicemente, non se ne vedono.
Gli unici cani che ho visto erano microscopici (la mia conoscenza della biologia non mi consente di affermare con sicurezza che non fossero toporagni, ma sospetto fossero cani), vestiti con cappottino e pellicciotto, ed erano rigorosamente in braccio.
E’ possibile che in qualche remota provincia di Hokkaido esista un alano danese allo stato brado, ma mi perdonerete se non mi giro tutto il Giappone per andare a verificare.
Il fatto è: a Tokyo e Kyodo cani e gatti non si vedono, se non immortalati in qualche statua o souvenir.
A me non sono mancati, soprattutto non mi sono mancate le loro merde in mezzo agli spartitraffico, o la striscia di urina sulla ruota posteriore della mia macchina.
I cani in città per me non sono i benvenuti, e non averne trovati non mi è dispiaciuto. Neanche un po’.

Se la vogliamo dire tutta, non ci sono neanche mendicanti, lavavetri, venditori di calzini, bancarelle improvvisate, sbattitori di pupazzetti pakistani, e tutto quello zoo che invece nelle città italiane, Roma in testa, è fiorente.
In una settimana ho visto solo due persone dormire per terra, e di queste solo una era giapponese, l’altro era un turista sfinito dal milionesimo tempio buddista.
Quindi, se pensate di venire in Giappone, nel regno del crisantemo, e fare come Hair in Central Park ve lo potete pure dimenticare, vi buttano in galera e tirano la chiave nelle mutande di un lottatore di sumo.
Siete avvisati.

Il karaoke in Giappone è una cosa seria.
Non ho avuto il coraggio di entrare in un karaoke bar, ma mentre da noi sono di solito dei tuguri arrabattati, qua l’ingresso è come quello nel tempio di Anxur: colonne come piovesse, signorine graziosamente svestite, e tutti in abito da sera.
Sembra di stare al Bingo, con la differenza che non vogliono togliervi i soldi. Cioè sì, ma in un altro modo.
I locali di karaoke sono bellissimi, illuminatissimi, e con file mostruose per entrare.
Ma non si sente una sola nota filtrare fuori.
Ci sarà un motivo, o no!?

A proposito di gente: in Giappone sono milioni. Milioni di milioni. Non c’è un solo posto dove non ci siano tonnellate di esseri umani pronti a rovesciarvisi addosso quando scatta il verde.
Per fare una foto senza esseri umani a Fushimi Inari ho dovuto far saltare una mina antiuomo.
Se pensate che Shibuya Crossing sia un simpatico teatrino per turisti, vi sbagliate: gli attraversamenti pedonali sono TUTTI così.
E siccome in Giappone si tiene la sinistra sempre, anche quando si va a piedi, anche quando si salgono o scendono le scale, sospetto anche quando si tromba, se vi trovate dalla parte sbagliata venite travolti. Punto.
Nessuno si scansa.
Vi ammazzeranno, però vi chiederanno scusa, perché sono gentili. Implacabili ma gentili.

Ecco, la gentilezza dei giapponesi è una cosa mitica.
In oltre una settimana di permanenza, tra l’altro in due metropoli affollatissime, non ho mai, dico MAI visto nessuno incazzato, nessuno alzare la voce, nessuno dare uno scappellotto al figlio per strada, nessun ragazzino frignare, tranne uno che ho fatto cappottare io a Fushimi Inari per fare una foto, e ha pianto per tutto il tempo con il padre che componeva nervosamente il numero di Hattori Hanzo.
Nei negozi è un continuo “irasshamaise” (benvenuto), le commesse sempre sorridenti, gli addetti sempre gentilissimi.
Quando devono darti una brutta notizia (è finito il cinnamon roll da Starbucks, oppure non puoi fare foto) incrociano le braccia a X e si prostrano per scusarsi.
Dato che questo è il paese dei samurai, del harakiri e del seppuru, della katana, del karate, del kung-fu, del tora tora tora, immagino che ogni tanto si incazzino anche loro, e di brutto pure.
Però, come è giusto che sia, si incazzano quando serve, una volta ogni tanto, non come noi che stiamo sempre pronti a magnasse vivi l’uno con l’altro, che quando siamo gentili sembriamo morti, la gente se preoccupa se la pressione scende sotto i duecento.

Del cibo giapponese ho già parlato, qualcuno si è un po’ risentito (ovviamente non i giapponesi, che sono gentilissimi e se ne fottono altamente di quello che penso io e se si fossero incazzati non avrei probabilmente più le braccia per scrivere), quindi ci tornerò sopra, anche perché nel frattempo ho fatto qualche tentativo, e posso emettere una sentenza con più cognizione di causa.
Ragazzi, rassegnatevi, il cibo giapponese è una schifezza immonda.
Perché voi pensate che la cucina giapponese siano quei microscopici pezzettini di pesce crudo affogati nel riso e ricoperti di viakal che vi mangiate alle feste fighe (cit.), oppure quelle fritture di frittura (dentro non c’è niente) che vi spacciano come prelibatezze.
No, ragazzi, non scherziamo (cit.). Qua si mangiano cose terribili.
A parte la quaglia allo spiedo, che basterebbe quello per farmi rimpiangere la fettina panata di mamma tutta la vita, ma ci sono altre prelibatezze che neanche vi so descrivere.
Intanto perché non esiste un nome equivalente traducibile dal klingoniano, e poi perché certi animali neanche ce li abbiamo.
E quando pure noi ce li abbiamo, loro li combinano con incroci al limite del Frankstein.
Prendiamo per esempio i piccoli di polpo, di pochi centimetri, cotti, laccati, con dentro un uovo di quaglia.
Io mi chiedo come sia lontanamente possibile paragonare questa roba alla piadina con lo squacquerone.
Oppure le prelibatezze fritte, tipo ostrica, polpo, e altri animali molto in basso nella catena alimentare.
No dico, ma du’ supplì ve facevano schifo?
E poi i dolci.
O signore mio. Ho assaggiato due zozzerie terrificanti: una, una specie di marshmellow di polvere di te della stessa consistenza del vinavil a metà dell’essiccamento, un altro una fragola (noto frutto di stagione) appoggiato su una base di farina con dentro gomma americana masticata (così mi sembrava).
Insomma, il Giappone è un paese magnifico, ma per mangiare consiglio vivamente di buttarsi sulle catene americane che tanto disprezziamo, ma poi quando serve ci stanno sempre.
Lo so, mi farò molti nemici, ma prima di insultarmi ricordate che pure io c’avevo il numero di Hattori Hanzo.

Non posso chiudere questa guida senza un consiglio per i fotografi.
Se vi piace fare ritratti, sappiate che le donne giapponesi, soprattutto se vestite in modo tradizionale, amano farsi fotografare.
Ovviamente dovete essere gentili, sorridenti, chiedere permesso, non essere invadenti, e vedrete che porterete a casa delle foto bellissime.
Insomma, siate italiani solo per la parte bella, la parte arrogante e presuntuosa lasciatela a casa, in Giappone non serve.

Spero che queste note semiserie vi siano servite. Il Giappone è una paese strano e meraviglioso, una volta nella vita vale la pena venire.
Se non altro per controllare se ho detto stronzate.

DSC_5248 GIAPPONE FINAL