Il regalo più bello

Il mio racconto di Natale.
Come tutti gli anni un racconto malinconico, pieno di cose belle e brutte, come la nostra vita.

Appoggiato alla finestra dello studio, un bicchiere di prosecco in mano, Giulio guarda distrattamente fuori senza vedere in realtà nulla.
Si è allontanato un attimo, prima che la cena si inizi, dagli schiamazzi, le risate, le urla dei bambini, tutto il campionario di rumori tipici della vigilia di Natale.
Vuole rimanere qualche minuto da solo, prima di affrontare la serata.
Il Natale per Giulio è sempre stata una festa un po’ triste: anzi no. Non esattamente.
Fino all’età di dodici-tredici anni Natale era “la” festa.
In una famiglia rumorosa dove tutti abitavano vicini, le feste di Natale – e in particolare la vigilia – erano l’occasione per vedersi con un numero spropositato di zii, cugini, parenti di vario genere e amici d’infanzia, e passare ore, se non giorni a mangiare, ridere, giocare a carte e a tombola, divorare quantità industriali di noci e mandarini e andare a letto tardissimo, almeno quel giorno.
Un leggero sorriso gli incurva le labbra al pensiero di sua madre e le sue nonne in cucina dalla mattina presto, alle prese con contenitori enormi di pastella dove veniva poi buttato di tutto: fiori di zucca, patate, melanzane, carciofi, broccoli, e in un impeto di sperimentazione gastronomica spesso anche pezzi di mele, pane ripassato nell’uovo, qualsiasi cosa potesse essere fritta e mangiata.
Pensava a sua madre, e alla capacità di sfornare teglie di lasagne in continuazione e allo stesso tempo di non farsi fregare a “mercante in fiera”.
Quelli, quei natali, quelle feste, forse sono state il periodo più bello della sua vita.
Poi con l’adolescenza le feste natalizie in casa hanno cominciato a diventare un fastidio, un obbligo a cui ottemperare, e più avanti Natale era solo un giorno come gli altri, e come gli altri dedicato ad organizzare il capodanno con gli amici.
E poi, quando stava per arrivare il momento in cui sarebbe stato lui il capofamiglia, per festeggiare la vigilia con i suoi figli e la sua tribù, sua madre se n’era andata. Improvvisamente. La vigilia di un Natale.
Da allora il Natale era diventato un giorno da superare in fretta, e anche se poi i figli erano arrivati, e ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per tornare indietro ai giorni felici della sua infanzia, non riusciva più a farselo piacere.
Quest’anno poi.
La lettera che gli annunciava la cassa integrazione a partire da gennaio gli era stata consegnata solo pochi giorni prima.
Chissà, forse le aziende si impegnano per rovinare le feste ai propri dipendenti, pensava. E ci riescono, perché per lui e altri duecento colleghi le feste sarebbero state malinconiche, stretti tra le preoccupazioni del futuro e la necessità di essere allegri per fare contenti i bambini.
Si stacca dal vetro, è ora di andare, sente che la cena è pronta.
Si prepara all’allegria, ma è solo l’età che lo aiuta a tornare in salone, quando vorrebbe invece buttarsi sul letto a piangere come quando era ragazzino e si faceva male giocando a pallone.
Nel grande salone di casa sua sono in tanti: sua moglie, le sorelle, i cognati, i bambini, un paio di cugini con le famiglie.
E’ un bel Natale, una bella festa, e anche se oggi sta male non può fare a meno di riconoscerlo.
La cena scorre tranquilla, il chiasso è insopportabile ma lo aiuta a non avere conversazioni troppo impegnative.
Mentre i bambini mangiano il dolce, suo fratello lo prende da una parte.
– La situazione è grave? – gli chiede senza mezzi termini.
Lui fa spallucce.
– Non penso rientreremo, l’azienda va male. Penso che dovrò trovare qualcos’altro. – risponde.
Il fratello lo guarda, annuisce.
– Hai già qualcosa in mente? – chiede speranzoso.
Lui fa di no con la testa.
– Al momento non ci sto pensando. Ho qualche mese di margine, lascio passare le feste e poi comincio a cercare di capire che fare. Spero di trovare una soluzione. –
Il fratello sta per rispondere quando le urla dei bambini diventano terremoto: si stanno per aprire i regali.
Allora il fratello di Giulio si limita a sorridergli e a stringergli una spalla forte. Non c’è bisogno di tante parole tra loro.
Si avviano sotto l’albero dove tutti quanti stanno già facendo a pezzi la carta dei regali e sorridono, urlano, piangono, tutti i genitori, gli zii, i nonni con cellulari e macchine fotografiche.
Lui rimane in piedi, e li guarda, un leggero sorriso gli si disegna sul volto: non c’è malinconia che resista alla vista di un gruppo di bambini felici, ma dentro di sé è a pezzi.
Sua moglie lo raggiunge, non dice niente: hanno già parlato tanto, pianto, urlato, esaminato tutte le alternative, e ora si limitano a guardare i bambini dandosi la mano.
Lei glie la carezza delicatamente, lui non si muove.
Passano i minuti, insieme alle grida, le canzoni, il rumori di macchine potenti ed elicotteri della polizia in miniatura.
Poi ad un certo punto tutti si calmano.
Sua moglie gli lascia la mano, si avvicina all’albero e prende una busta.
– Questo è per te – dice guardandolo negli occhi – da parte di tutti noi. –
Lui si gira e vede che improvvisamente si sono tutti avvicinati e gli stanno intorno, e sorridono.
E’ imbarazzato, come tutti i padri non è abituato a ricevere regali a Natale, e se qualche regalo per errore gli arriva sono spesso pigiami con le renne, o cravatte dai colori improponibili.
Sente che hanno architettato qualcosa, in parte li odia, non vorrebbe essere al centro dell’attenzione, ma capisce l’affetto con cui lo hanno incastrato.
Prende la busta dalle mani della moglie, un sacchetto di carta anonimo, non saprebbe dire se di un negozio di abbigliamento, o di qualsiasi altro tipo.
E’ leggerissima.
La apre. Non c’è niente.
Guarda il sacchetto vuoto, poi gli sguardi di tutti: aspettano che lui dica qualcosa.
E’ imbarazzato, non sa che dire, controlla di nuovo, mette una mano dentro, ma non c’è niente.
Niente di niente, neanche un biglietto.
Alla fine è costretto a parlare, vorrebbe ringraziarli, ma di cosa?
– Non c’è niente…avete dimenticato di mettere il regalo? – chiede a sua moglie con un sorriso un po’ falso, perché spera di non mettere nessuno in difficoltà.
La moglie lo guarda, il sorriso che si allarga, così come le braccia.
– No. Non abbiamo dimenticato niente. Quello è un sacchetto, e dentro non c’è niente. –
Fa una pausa ad effetto.
– Il tuo regalo è qui, fuori da quel sacchetto. – e allarga ancora di più le braccia per comprendere tutti quelli che sono in quella stanza.
Lui si gira di scatto, vede le facce sorridenti, sorrisi belli, veri, qualche lacrima, qualche mano sulla bocca.
Schiude le labbra, tenta di dire qualcosa, ma è sopraffatto, dalle lacrime e dalla felicità.
Il regalo più bello. Era destino che fosse in questo Natale.
Proprio quando ne aveva bisogno.

Regalodinatale

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Ricordo di una notte di dicembre

 

Un uomo, una ragazzina, un ricordo, un rimorso.

 

Il ricordo più vivido che ho di mio padre risale ad un dicembre di molti anni fa, quando lui aveva l’età che ho io adesso.
L’età che avrà per sempre.
Faceva freddo, era venuto a prendermi non ricordo se ad un allenamento o a qualche altro impegno, comunque so che eravamo in scooter, e che faceva freddo.
Percorremmo tutta la Via Olimpica, erano le otto e mezza di sera e c’era ancora molto traffico, ma non così intenso da impedirci di andare abbastanza veloci.
Lui guidava ingobbito, con quelle spalle che a me sembravano enormi quasi chiuse su se stesse, passando in mezzo alle macchine con delle “esse” molto ampie per essere sicuro di avere più spazio.
Io, dietro, stavo con le mani nella tasca del giubbotto, e canticchiavo sotto il casco.
Canticchiavo perché ero in quell’età in cui l’indifferenza ha un valore, e perché in fondo sono come lui, non mi piace mostrare troppo i miei sentimenti, se non quando serve o ne vale la pena.
E allora invece di stare abbracciata a mio padre, e godermi la sicurezza di quella schiena immensa, me ne stavo eretta con le mani in tasca, mentre lui disegnava le sue esse con lo scooter.
Ricordo ogni metro di quel tragitto, ogni faro di ogni macchina, ogni buca e ogni imprecazione di mio padre, e ricordo che avevamo fretta, perché era tardi e avevamo fame.
Me lo ricordo così bene perché fu l’ultima volta che andammo in scooter insieme, e la prima immagine che ebbi di lui quando mi fu chiaro che non c’era più.
Quel giorno, sotto quel cielo freddo e stellato, una ragazzina adolescente voleva bene a quell’uomo strano con cui litigava un po’ tutti i giorni, solo che non lo sapeva.
No. Non è esatto.
Lo sapeva, ma non sapeva di saperlo.
Ora la ragazzina di oggi sa bene che anche la ragazzina di ieri lo sapeva.
Solo, non sapeva di saperlo, come non lo sanno tutti i ragazzi finché non diventano improvvisamente adulti e non hanno più paura che l’affetto verso i genitori possa cambiare la loro esistenza.
Ma quel giorno, quel giorno non lo sapevo, e non me ne importava.
Quel giorno canticchiavo alla luna, mentre lui si incurvava sempre di più sul manubrio e sorrideva.
Lo sentivo, anche se non potevo vederlo.
Lo sentivo, e ora so che lo sentivo, perché è lo stesso sorriso che ho io quando porto mia figlia: avere dietro di te la tua carne e il tuo sangue, questa è la felicità, la felicità pura, e quell’uomo che disegnava le esse sull’asfalto per evitare le macchine era felice, anche se io canticchiavo e non gli parlavo, anche se avevo le mani in tasca e non lo abbracciavo.
Io ero la sua felicità.
E lui la mia, anche se non lo sapevo. Non sapevo di saperlo.
Rivedo ogni centimetro di quel giaccone sportivo da ex motociclista, quella nuca infilata a forza dentro un casco enorme, quelle ginocchia che non riusciva a tenere dentro.
So tutto perché è l’immagine che ho avuto di lui pochi giorni dopo.
Quando improvvisamente la porta della mia classe si aprì, ed entrò la preside.
Non veniva mai, mai, la preside, mai. Non l’avevamo mai vista in tre anni. Neanche una volta.
Però quel giorno era là, e mi guardava, e poi mi chiamò.
Io mi alzai, lentamente, mentre tutti si zittivano e la professoressa portava una mano alla bocca.
Poi uscimmo, e vidi la sorella di mia madre, e capii che qualcosa non andava, che non sarebbe più andato come prima, ed ebbi paura.
– Mamma? – chiesi.
– Mamma sta bene. – rispose mentre mi prendeva le mani. – Papà ha avuto un brutto incidente. –
Fu un attimo.
Un secondo.
Che dico: un milionesimo di secondo, fu solo il tempo necessario affinché il pensiero affronti le curve strette delle sinapsi e torni indietro alla velocità della luce, ma in quel milionesimo di secondo io provai un sollievo infinito.
Quando qualcuno mi chiede: “qual è la cosa più brutta che hai fatto?”, queste domande da talk show che prima o poi ti fanno tutti, io mento.
Dico: quando ho tradito il mio primo fidanzato, oppure quando non ho aiutato un amico all’esame di Anatomia.
Tutte cazzate.
La cosa più brutta della mia vita è stato quel milionesimo di secondo in cui sono stata contenta che fosse toccato a lui e non a mia madre.
Non ci ho potuto fare nulla, non è stato razionale, è qualcosa che abbiamo scritto nel nostro DNA, qualcosa che condiziona le nostre esistenze.
Quando vedo i miei figli, quando li sento come si stringono a me, e quando vedo come salutano il padre, so che sarebbe così anche per loro, anche se spero che non debbano mai essere messi alla prova come lo sono stata io.
Quel terribile, breve momento di sollievo è scomparso subito dopo.
Nel nulla, come dal nulla era venuto, ma ha lasciato il posto ad un dolorosissimo senso di colpa che non mi ha mai più mollato.
Il senso di colpa per non aver pianto e non essermi disperata subito, per aver provato sollievo mentre mio padre moriva in un ospedale.
Poi sì, ho pianto, ho smesso di mangiare per giorni, mi sono consumata dietro alle sue foto.
Ma il senso di colpa non se ne è andato più via. Mai più.
E’ ancora qua, vivido come in quel momento, come dopo quel milionesimo di secondo. Non me lo sono mai perdonato, mai.
Quando il senso di colpa mi colpì per la prima volta chiusi gli occhi, mentre qualcuno mi teneva e mi abbracciava per paura che svenissi, ma volevo solo cancellare tutto e lasciare che mi arrivasse qualcosa, qualsiasi cosa.
E arrivò.
Arrivò quella notte fredda e stellata, arrivò quello scooter che disegnava delle esse sull’asfalto, arrivò quella schiena ingobbita di un uomo felice, e quella ragazzina che canticchiava, mani nelle tasche.
Arrivò e non andò più via, quell’immagine di me e di te, si prese per mano con il senso di colpa e da allora sono sempre insieme.
Sono quaranta anni, oggi, da quella sera fredda di dicembre.
E sono qua per dirti che ora lo so.
Lo so che lo sapevo.

roma-s-pietro

Le frasi che ogni uomo sposato ama sentirsi dire

Non importa chi sia la dolce metà che divide la vostra esistenza.
Non conta il livello sociale, culturale, l’età, la provenienza etnica o religiosa; ci sarà sempre qualcosa che le accomuna e che renderà la vostra vita matrimoniale meravigliosa.
Sono quelle frasi che al momento giusto riempiranno la vostra giornata, la vostra serata e se siete fortunati anche le vostre nottate.
Non vi illudete: non stiamo parlando di amore, passione, tenerezze.
Quelle le potete da ar gatto.
Stiamo parlando delle frasi che sanciranno una volta per tutte la supremazia famigliare.
Sì, avete indovinato: non è la vostra

1. Non è morto nessuno
Un evergreen, una frase ad amplissimo spettro, come il Rochefin, che si può applicare a qualsiasi situazione, dall’aver inciso la “Dama con l’ermellino” sulla fiancata della macchina nuova strusciandola contro un muretto a secco, ad aver inavvertitamente lasciato cadere la vostra Nikon dal tavolino cercando di togliere la tovaglia da sotto le suppellettili come Silvan.
“Non è morto nessuno” è la frase che spegne istantaneamente qualsiasi tentativo di protesta, perché che cazzo, mica è morto qualcuno, no!? e allora perché protestare?
Che poi quando voi vi dimenticate di alzare la tavoletta del bagno la vostra signora esploda come il Monte Fuji, o che aver dimenticato di chiudere il gas quando siete via per il week end provochi una crisi che neanche i missili a Cuba ci riuscirono, questo non conta.
Quando è il vostro momento di lamentarvi, scatta il riflesso condizionato: “non è morto nessuno”. E fine delle discussioni.

2. Me lo potevi dire
Mentre “non è morto nessuno” è una frase difensiva, che tutto sommato contiene un blando riconoscimento di aver fatto una cazzata, “Me lo potevi dire” è invece un attacco senza quartiere: la colpa è tua, sempre tua, solo tua, anche se la cazzata l’ho fatta io, la colpa è tua perché “me lo potevi dire”.
E’ una frase dalle varianti infinite, e come molti musicisti hanno costruito una fortuna sul giro di Do ci sono mogli che hanno consolidato il loro matrimonio unicamente a botte di “me lo potevi dire”.
C’è per esempio il rafforzativo “me lo potevi dire PRIMA”. E quando te lo dovevo dire? Dopo?
Ma un avverbio pleonastico ci sta sempre bene, rafforza l’idea che siete dei coglioni, e che potevate dirlo PRIMA che a venti gradi sottozero tirare il freno a mano vuol dire non usare la macchina fino alla fine dell’era glaciale.
Me lo potevi dire PRIMA che se faccio cadere la bottiglia della coca cola poi non è consigliabile aprirla a tavola mentre indossi la cravatta che ti ha regalato tua madre.
“Me lo potevi dire” nelle mogli più sofisticate può diventare facilmente sarcasmo.
Ad esempio se dopo due mesi di jeans e maglietta vi vede andare in ufficio giacca e cravatta non potrà esimersi da un: “Me lo potevi dire che è arrivata una collega particolarmente bella”, sottolineando il fatto che siete praticamente dei barboni e solo l’ormone è in grado di farvi vestire decentemente.
“Me lo potevi dire” è come una camicia celeste, va bene su tutto.

3. Sei come tuo padre
Ora, qui siamo passati alla denigrazione bella e buona. Perché tuo padre può anche essere Sabin e aver regalato il vaccino antipolio all’umanità, oppure il Mahatma Gandhi, ma è sempre tuo padre, e per induzione uno stronzo.
Anzi, il paradigma dello stronzo che diventerai anche tu.
Quando una donna ti dice “sei come tuo padre”, non è mai perché ti sei fatto un mazzo tanto per tutta la domenica a montare una parete IKEA, oppure perché sei andato a fare la spesa all’unico supermercato aperto di notte perché lei domani deve andare in ufficio presto e non c’è niente per preparare i pranzo ai bambini.
Non è neanche quando hai tollerato il suo collega di stanza tutta la sera sorridendogli e annuendo, anche se l’unico argomento di conversazione che ha è la Roma e tu sei della Lazio.
No.
Questa è la frase che esce quando ad esempio ti scappa un’occhiatina alle tette della baby sitter.
Oppure quando distrattamente ti scappa una falangina nel naso.
O anche quando lanci le mutande nel cesto dei panni sporchi ma sbagli mira e finiscono rovinosamente nel portagioie di tua moglie.
Insomma, quando sei antipatico, casinista, stronzo, fedifrago, puzzi o hai l’alito pesante sei come tuo padre.
Quando fai qualcosa di buono, è culo.

4. Abbiamo qualcosa da fare sabato pomeriggio?

Ecco, quando una donna vi fa questa domanda, la cosa peggiore che possiate fare è rispondere.
La tattica giusta, l’unica che vi può forse – e sottolineo forse – salvare la vita è rispondere con un’altra domanda: “Perché?”
Non credete, non ve la caverete, è un po’ come buttare la palla dall’altra parte a tennis, se avete un Federer prima o poi vi infila.
Ma d’altronde, per rimanere nel tennistico, c’è sempre la speranza che l’avversario la butti a rete.
Invece rispondere vuol dire essere di sicuro passato per le armi, l’unica differenza può solo essere la quantità di dolore inflitta.
In ordine di pericolosità, la risposta peggiore è: “Sì, io vado allo stadio con Gianluigi”.
Ora, per essere chiari, nessuna donna crederà mai che esiste un Gianluigi con cui voi andate allo stadio, e comunque, anche se fosse un amico reale, o anche vostro cognato, ogni donna sa bene che a) Gianluigi vi reggerebbe bordone in ogni caso e b) Sticazzi, hai preso un impegno senza dirmi nulla, sei morto.
Questa risposta può provocare, a secondo del carattere della consorte, una gamma di reazioni che va dalla sfuriata, al gelido sguardo con conseguente chiusura dei rubinetti sessuali per sei mesi.
Se però pensate che “Mi pare niente” sia una risposta soddisfacente, siete dei poveri illusi.
Lei farà un sorriso dolcissimo, foriero di fregature colossali, e vi dirà: “Perfetto, allora per favore dovresti accompagnare mamma a fisioterapia”, oppure “Porti tu la bambina a danza?”, oppure “Meno male perché il giardino ha bisogno di una sistemata.”
Insomma, se avete da fare, siete degli stronzi egoisti che vanno sterminati con il napalm, se non avete niente da fare degli schiavi da usare a piacimento.
Non c’è speranza

5. La vicina è proprio volgare
Qui ragazzi dobbiamo ammetterlo: le donne sono fantastiche a portarvi su terreni scivolosissimi, in cui neanche l’abilità e la grazia di un Bolle riuscirebbero a farvi rimanere in piedi e ad evitare di rompervi una tibia, metaforicamente e non.
La vicina in questione può essere la vicina di casa, la vicina di ombrellone, la vicina sul treno, insomma una donna qualsiasi che però abbia due caratteristiche fondamentali: sia a portata di sguardi e sia una gnocca terrificante.
Vostra moglie non potrà negare che una bionda-occhiazzurri-90/60/90 di un metro e ottanta sia una gnocca da paura, e quindi per dissimulare il suo rosicamento e togliervi anche l’uncia soddisfazione che vi è rimasta, qeulla di un’occhiata furtiva, la butterà in caciara.
Cosa potete rispondere?
La verità? Cioè che se questa vicina vi degnasse anche solo di uno sguardo lascereste moglie, figli e lavoro per una settimana con lei alle Maldive, possibilmente senza scendere mai in spiaggia?
Non credo proprio.
Potete fare due cose, entrambe sbagliate, ma tanto ormai sapete come va a finire, no!?
Potete dire: “E’ vero, è proprio volgare, sarebbe anche una bella ragazza ma mi fa schifo”.
Fratelli, preghiamo insieme per l’uomo che oserà sfidare la sorte con una menzogna così pacchiana, perché il suo viso e i suoi ormoni diranno esattamente l’opposto, ed è la scusa che la moglie cercava per andare su tutte le furie, e tenervi poi il muso per due mesi (oltre ovviamente a chiudere i rubinetti, questo è chiaro).
Ma per fortuna ci sono anche uomini temerari, senza però avere le palle per dichiarare apertamente “Io a quella je farei questo e quello”.
No.
Quelli di noi sinceri ma vigliacchetti proveranno a buttarla là: “Ma no, dai, è una bella donna, forse si è truccata un po’ pesante”.
Come se foste Yves Sant-Laurent che dà un giudizio sul make-up di Monica Bellucci.
Invece siete un disgraziato, che viene improvvisamente investito da una tempesta di parolacce, di cui “Porco!” è la più soave, le altre non le posso scrivere a causa delle vigenti leggi sulla morale pubblica.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

La Ragazza del Treno, di Tate Taylor, con Emily Blunt

Trama del film
Il caso editoriale dell’anno diventa un film. E che film! Diranno i miei piccoli lettori!
Dopo le elezioni di Trump a Presidente degli USA, e le polemiche sulle email di Clinton, la crisi della politica si è abbattuta sulla cinematografia.
Già un film su Snowden ha messo di cattivo umore i vertici della CIA, altre rivelazioni non potevano essere tollerate.
Per cui le trame dei film, soprattutto dei gialli come questi, sono state secretate per essere sicuri che non ci fossero in giro dei copycat, sapere come quando da noi esce “Natale a Pazzuoli” e due giorni dopo “Natale a Posillipo” con trame uguali uguali uguali, e a ttori diversi?
Ecco, per evitare tutto ciò, che fa molto provinciale, e per essere sicuro che il pubblico non si perda la suspance, la trama di “La ragazza del treno” era conosciuta solo da due sceneggiatori, che per sicurezza non l’hanno rivelata agli attori, ma soprattutto al regista, il quale ha brancolato nel buio per tutta la durata delle riprese, e alla fine è riuscito a completare il film senza sapere di cosa trattasse.
Questa segretezza totale si è trasferita anche al pubblico, che ovviamente non ci ha capito un cazzo della trama, ma siccome è un giallo, poi agli amici tutti dicono: “Non ti racconto nulla sennò ti perdi tutto il divertimento”.
Ecco.
Io a quelli che del film non hanno capito una mazza – perché qua non c’è niente da capire – e che poi ti tendono un trabocchetto perché “mal comune mezzo gaudio”, gli farei vedere tutta l’opera di Eisenstein in lingua originale.
Ah, dite che girava film muti? Meglio. Così s’imparano. Sti stronzi.

Giudizio della critica
Abbiamo dormito per due ore, ci siamo svegliati gli ultimi dieci minuti solo per vedere un po’ di salsa di pomodoro in giro.
Però il film finisce con un primo piano su una bella gnocca.
Se riuscite a trovare in giro solo gli ultimi trenta secondi non vi affannate a cercare il resto.


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Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

scarpe-hello-kitty

Autunno

 

Una volta odiavo l’autunno
Quando il profumo dell’estate e del mare era ancora incollato alla pelle
E improvvisamente i giorni finivano prima ancora di iniziare
Quando non volevo uscire e mia madre mi trascinava in un supermercato, o in un negozio, o in qualsiasi altro posto che non fosse casa.
Odiavo vedere la città piena di vita senza la luce del sole
Rimanere in macchina con la pioggia battente e le luci delle altre automobili che ti colpivano invadenti.
Una volta odiavo questo preludio dell’inverno, il primo freddo, i fiori appassiti, la malinconia.

Oggi odio l’autunno
Quando tornando a casa alzo gli occhi verso il crepuscolo
E improvvisa sento la stretta della sua mano
Il suo profumo quando la abbraccio in lacrime
La sua voce un po’ arrochita dal fumo e dall’età

Non dovremmo mai sopravvivere ai nostri ricordi più belli

Ritratto dell’autore come defunto – autore: Roberto Vacca per L’Orologio 3/8/2016

Con il permesso dell’autore ripubblico questo bellissimo articolo.
Molti libri dell’autore si possono scaricare da http://www.printandread.com

Parecchi pittori davano a loro autoritratti titoli come “Ritratto dell’autore a 36 anni”. Poi James Joyce scrisse il romanzo “Dedalus” il cui secondo titolo era “Portrait of the author as a young man” [Ritratto dell’autore da giovane]. Ci hanno giocato in tanti modi. Dylan Thomas scrisse “Portrait of the author as a young dog” e Sciascia di nuovo: “Ritratto dell’autore da giovane”.
Ho visto dalle statistiche che la speranza di vita media di un uomo italiano è attualmente di 80,1 anni. Io l’ho superata di nove anni e, in maggioranza, i miei amici sono morti. Ogni tanto qualcuno mi dice:
“Mi hanno chiesto se sei ancora vivo e ho risposto di sì. Ho aggiunto che sei ancora molto attivo.”
Rispondo: “Hai detto bene. Negli ultimi nove anni ho pubblicato 7 libri e un teorema (questo in collaborazione); ho scritto più di 200 articoli, di cui alcuni ancora inediti; ho disegnato una dozzina di ritratti – e ho detto tante cose in pubblico e in privato.”
Si potrebbe sostenere che ne ho fatte abbastanza. Quando è che basta? A Praga dicono:

“Abbastanza è già una festa.”

Pure si avvicina il momento, come scrisse Ugo Foscolo:

“….quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future.”

Non solo le ore future, ma anche le ore che trascorrono per me ogni giorno, certe lusinghe non le offrono più. A sessant’anni correvo ancora i 100 metri in 17 secondi; ora ci metto quasi dieci volte di più. Guido la mia auto a 130 km/h, ma sempre più spesso guido con circospezione – a velocità conservative. Per il resto sto bene. Funziono e mi comporto con prudenza crescente più per ragionamento che per essermi sentito inadeguato
Giorni fa un giovane amico mi parlava di suo nonno, che aveva amato molto e che era morto da poco:
“Aveva ancora una memoria ottima. Il 19 luglio scorso mi disse che era l’anniversario del primo bombardamento aereo di Roma. Gli sembrava ancora che fosse successo ieri, invece di 73 anni fa.”
Me lo ricordavo: era stato nel 1943. Stavo per prendere un treno alla Stazione Termini e avevo visto: le bombe che scoppiavano lontano sui binari.
Roma – la città in cui vivo – è cambiata soprattutto nelle periferie che frequento poco. Le innovazioni nell’area centrale sono state graduali e le ho introiettate gradualmente: mi sembra che la città sia sempre la stessa. Invece le città italiane o straniere che non ho frequentato per anni, sono irriconoscibili. Mi danno l’impressione di luoghi stranieri e sconosciuti. Accentuano la sensazione di estraneità, che è naturale perché siamo tutti esiliati dal passato. In tarda età lo sentiamo di più.
Il fatto stesso di sentirmi vivo in un mondo nel quale potrei benissimo essere già defunto, non produce ansia. In certo senso dà sicurezza. Se continuo a stare in giro, non mi limito a cogitare (e quindi mi accorgo di esserci, come diceva Des Cartes), ma posso dire di aver già vinto una sfida. Parto da questa considerazione e decido di continuare a provarci: a inventare qualche cosa di nuovo, a mettere insieme parole che abbiano un senso, a parlare di progetti che nessuno ha mai realizzato ancora.
Qualche anno fa l’intuizione e l’immaginazione avevano cominciato a farmi sentire sorpassato, sopranumerario, presente per sbaglio – per uno screzio nella rete evolutiva degli eventi normali. Ma ora penso che tutto quel che riesco a produrre è un di più, è inaspettato – un regalo, una sorpresa. Continuare a funzionare è un modo per far resuscitare questa individualità antiquata che mi stava dando l’impressione di essere conclusa.
Non corro più il rischio di essere in ritardo. Ogni ora, ogni minuto in cui riesco a essere produttivo equivale alla creazione di un pezzo di vita nuova.
Non è vero quel che scrisse Oscar Wilde: “he who lives more lives than one / more deaths than one must die” [chi vive più vite di una, più morti di una deve morire].
Chi vive più vite è più ricco. Raggiunge la pace interiore. Non si angoscia per nessuna ragione. Riesce anche a divertirsi in modi insoliti. Un modo è quello di stupire gli astanti. Non più con sfoggio di forza o di agilità, ma con le parole. Lo aveva teorizzato nel ‘Seicento barocco il napoletano Giambattista Marino:

“È del poeta il fin la meraviglia—
e chi non sa stupir, vada alla striglia.“

ma le sue poesie non hanno lasciato tracce degne di nota.
È meglio trovare o inventare parole e idee che stupiscano te stesso per primo. Non c‘è un ricetta per farlo. Conviene scegliere una parola o una frase che ti arriva da una voce vicina o che trovi su Internet – poi: prova ad associare liberamente passando ad altre parole, idee, frasi. Queste emergono dal tuo passato. Parli con un te stesso di tanto tempo fa. Non sei mai solo. Intrecci connessioni. Le puoi raccontare agli altri, se non sono troppo banali. Dissemini parti di te e ti avvii serenamente verso l’epoca in cui defungerai davvero e di -te resteranno solo ricordi.

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La foto di Roberto Vacca è di Rodolfo Cardarelli http://www.behance.net/rodocarda

I grandi test di Rolandfan: scopri se sei forastico

Dall’alto della nostra pluriennale esperienza nel rompere i coglioni agli esseri umani, abbiamo sviluppato un test che vi permetterà facilmente di identificare se siete veramente forastici, misantropi, insomma, rompicoglioni.
Sono poche domande a scelta multipla, in due minuti saprete cose di voi stessi che neanche quelli che vi mandano affanculo tutti i giorni immaginano.
Avanti, senza paura!

1 Entri in un bar, e una ragazzetta che potrebbe essere tua figlia, o addirittura tua nipote, ti accoglie con un caloroso “Ciao!”
A Le sorridi nella maniera più giovanilistica possibile, e le rispondi: “Ciao!”
B Inarchi le sopracciglia, e rispondi educatamente. “Buongiorno.”. Senza enfasi.
C La guardi torvo e poi dici: “Ma che avemo mai magnato insieme?”

2 Sul marciapiedi sotto casa tua vedi arrivare da lontano l’immigrato con il pacco di calzini in mano, che canta e cerca di stringerti la mano.
A Prendi la mano del tizio e dopo esserti sorbito sottovoce un elenco di disgrazie degno di una soap, allunghi un biglietto da 5 euro.
B Lo schivi con eleganza e dici, fingendo di essere al cellulare: “Non mi serve niente, grazie.”
C Batti ripetutamente l’indice sulla spalla del tipo dicendo: “Lo voi capì o no che i pedalini bianchi nun me li metto!!!”

3 Tutte le mattine passi dal giornalaio vicino al tuo garage e compri Repubblica e Corriere dello Sport. Il giornalaio ormai quando ti vede arrivare ti sorride e ti fa trovare i due quotidiani pronti.
A Sorridi anche tu, e senza dire niente lasci gli spicci e ritiri i giornali.
B Con uno sguardo corrucciato prendi i giornali, paghi, ma intanto pensi: “Ma se oggi volevo il Messaggero?”
C Guardi fisso il giornalaio con le palpebre a mezz’asta in stile Miniminions e con una voce bassa e tenebrosa ordini: “Il Messaggero, grazie”.

4 Un caro amico, soprannominato “Er Macarena” per il balletto che lo contraddistingue ogni volta che cerca i soldi per pagare, ti chiede 50 euro, promettendo di ridarteli il giorno dopo, cosa che ovviamente non avviene perché lui se ne dimentica.
A Sei un signore, te ne dimentichi anche tu, l’amicizia è una cosa meravigliosa.
B Lo incontri qualche giorno dopo, e gli ricordi il prestito, lui si da’ una manata sulla fronte e caccia i 50 EURO.
C Lo chiami dopo una settimana e gli dici: “A Se’, ma ‘sti cinquanta euri che te li sta a dipinge Giotto?”

5 E’ una domenica mattina d’agosto, e decidi di andare al mare. La Pontina è una teoria infinita di automobili che ti circondano e vanno a passo d’uomo verso il mare, mentre la corsia opposta è completamente libera.
A Ti rilassi sentendo un po’ di musica, quando arrivi, arrivi.
B Approfitti del tempo che sei costretto a passare sotto il sole cocente e incanali l’incazzatura litigando al telefono con tua madre, tua sorella, la fidanzata e anche la sorella della fidanzata.
C Allarghi le braccia ed esclami: “Ma indove cazzo deve anna’ tutta ‘sta gente de domenica mattina?”

6 C’è un collega che quando si va a prendere il caffè fa sempre finta di niente e non paga mai. Per l’ennesima volta al momento di cacciare i soldi ti guarda e dice: “A chi toccava oggi? A te?”
A Con il tuo sorriso più accondiscendente porgi due euro alla cassiera e continui a parlare di supercazzole lavorative.
B Tenti l’approccio morbido, e mentre dai i due euro alla cassiera dici sorridendo: “Oggi a me, domani a te”
C Rimani con le mani in tasca e per sottolineare il concetto dici: “A tu’ sorella”

7 Hai invitato a cena una gnocca da paura, e per fare bella figura che neanche Fantozzi con la Silvani, prenoti il tavolo in riva al mare in quella baietta semisconosciuta e romantica, tatticamente vicina ad un alberghetto, con la speranza di andare a dama subito. Ma quando arrivi c’è stato un misunderstanding e il tuo tavolo è quello tra la cucina e il cesso.
A Accetti questo piccolo contrattempo con un sorriso, incurante delle rughe che si formano sulla fronte della tipa, tanto è la conversazione quello che conta, no!?
B Protesti, e chiedi di parlare con il titolare, ottenendo alla fine uno strapuntino in mezzo al salone, a due metri da una festa di compleanno
C Guardi la tipa e dici: “Ma se questo punto andassimo direttamente in albergo?”

8 Sei al cinema a vedere un film francese fatto di dialoghi interminabili in una stanza buia. Un tizio davanti a te controlla in continuazione il cellulare con il risultato che ti spara la luce nelle pupille dilatate.
A Ti sposti di lato finché il cellulare non venga coperto dalla testa del tizio e non tidia più noia.
B Gli tocchi leggermente la spalla e sottovoce gli dici: “Scusi…le dispiace…”
C Nel mezzo della scena più toccante, mentre i due protagonisti stanno per dire qualcosa di fondamentale, urli: “Ma lo voi spegne ‘sto cazzo de cellulare!! O no!?”

9 Mentre passeggi con tua moglie/fidanzata/compagna un coatto le rivolge un complimento irricevibile, nonostante la tua presenza.
A Ti indigni e lo apostrofi con un: “Ma come si permette!!!”
B Ti lanci verso l’energumeno, non prima di aver verificato che intorno ci sia qualcuno che vi possa trattenere
C Fai spallucce e dici a tua moglie: “E dai, che vuoi che sia, non è mai morto nessuno per un complimento!”

10 Scrivi un post su fb in cui metti tutta la tua verve, la tua cultura, la tua rabbia esistenziale. Cominciano a prenderti per il culo in decinaia.
A Ridi con loro, fai un uso smodato di emoticon per dimostrare l’empatia e la classe con cui accetti le critiche.
B Ti infastidisci e cancelli il post per non dover leggere altro
C Spingi a ripetizione il pulsante “blocca questi stronzi” finché non ti viene un crampo ad una falange

Risultati del test:

Perfetto equilibrio tra A, B e C: a cazzaro! ma neanche sai conta’, nun l’hai fatto er test, nun ce prova’.
Prevalenza di A: sei il tenero Giacomo, sei morbido come un pelouche, l’amico delle donne, il parente da chiamare quando c’è da organizzare un funerale, il collega a cui sbolognare la pratica inevasa. Una pippa, insomma.
Tutte A: sei un pirla, un nerd, uno sfigato, più che forastico sei inutile. Vatte a ripone.
Prevalenza di B: sei democristiano, cerchiobottista, equilibrista, attento a non sporcare. Insomma, noioso.
Tutte B: sei medioman, l’uomo medio e prevedibile, inutile come l’acqua liscia, incolore, insapore, inodore. Ma che campi a fa’?
Prevalenza C: sei un coatto che odia il mondo, sei rissoso, irascibile ma non carissimo come Bracciodiferro, un cagacazzi doc.
Tutte C: rompicoglioni come pochi, puntiglioso, permaloso, fastidioso: insomma, sei me.

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Las estrellas tambien lloran: “Assessore a sua insaputa”

Las estrellas tambien lloran – Sceneggiato in più puntate, di durata indefinita.

Riassunto delle puntate precedenti.
Un sindaco pentastelluto, eletta di un santone genovese, vince le elezioni promettendo una città meravigliosa, in cui il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e essi non costruiranno perché un altro abiti.
Dopo assessori indagati, manager dimissionari, studi legali in mano a pregiudicati che decidono chi comanda, le quinte del teatro vengono giù rivelando che era tutto un dipinto, e che dietro c’era sempre la monnezza in mezzo alla strada e la Nomentana allagata.

Puntata di oggi: “Assessore a sua insaputa”.
Un vecchio bizzoso viene incautamente nominato assessore al bilancio, ma dopo la sua rivelazione che la nomina è stata decisa dagli apostoli dell’unto del signore, viene rapidamente defenestrato con futili motivi.
L’ineffabile eletta del santone dichiara a questo punto che un assessore non basta più, per quel compito ce ne vogliono ben DUE, ma siccome trovarne uno è stato impossibile, trovarne due sarà equiparato alle olimpiadi delle cazzate alla stessa difficoltà della ricerca del santo Graal: 5.0, otto carpiati rovesciati e atterraggio sul cemento.
Ma mentre faticosamente gli addetti ai lavori tentano di rimontare il teatrino, Arfio se ne esce: ma non è che ve siete dimenticati de licenzià er vecchio?
Stupore tra i pentastelluti, e risate del pubblico pagante.
Il vecchio bizzoso è ancora assessore, perché nessuno si è ricordato di dirgli che se ne doveva andare.
Titoli di coda.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

The Beatles Eight Days a Week – The touring years, di Ron Howard.

Fate bene attenzione, perché potrebbe essere la mia unica recensione positiva ever.

Questo non è un film, ma un viaggio nella memoria, nella musica, nei sentimenti.
Non c’è un solo fotogramma inutile, non c’è un secondo di questo meraviglioso documentario che non strappi un’emozione al vecchio fan.
Non c’è neanche una canzone, un sorriso, un gesto dei fab four che non ti inondi di malinconia, e di rimpianto per non essere abbastanza vecchio da averli visti tutti insieme, sul palco, con quei ridicoli abiti tutti uguali e gli stivaletti a punta.
Questo film è la storia della mia vita, e la storia della vita di centinaia di milioni di persone di tutte le età, tutte diverse tra di loro, ma unite nella passione per questi quattro ragazzi, che da adolescente consideravo i miei fratelli maggiori, e oggi sono i miei figli scapestrati.
Perché io sono cresciuto, maturato, e forse invecchiato, ma loro no: loro sono sempre quattro adolescenti che agitano la testa e che urlano “yeah yeah yeah!” facendo impazzire e lacrimare torme di ragazzine.
I Beatles hanno afferrato tre generazioni per la mano e le hanno portate fuori dalle secche della guerra, del terrore, del razzismo, della povertà.
Ci hanno guidato attraverso un sogno, per poi insegnarci il raziocinio.
Sono stati i nostri genitori virtuali, i leader inconsapevoli forse del cambiamento epocale della civiltà occidentale.
Rivederli oggi fa tenerezza, perché certi sogni li abbiamo persi con loro; guardare Paul che dimostra tutti i suoi seventy-four, dieci in più dei sixty-four che aveva messo come obiettivo della vecchiaia, fa male al cuore, perché vorremmo vederlo ancora con gli occhioni spalancati e le sopracciglia inarcate ridere al microfono mentre John sbaglia le parole, e saltellare in diagonale per i palco al ritmo di canzonette semplici ma immortali.
Affrontare questo film significa per quelli come me guardarsi dentro, e ancora una volta risentire di nuovo le parole di John ai suoi fan poco prima di essere ucciso: “Eccoci di nuovo qua, come state, siamo cresciuti insieme”.
Solo che non è vero: noi siamo invecchiati e loro non ci sono più e tornare indietro non si può.
Guardare questo film significa sottoporsi a due ore di lentissima, inesorabile, meravigliosa tortura.

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Happy birthday, Freddie

Quando John Lennon compì quarant’anni e si presentò dopo un bel po’ di tempo con un nuovo disco, disse “Eccomi, sono qua, stiamo invecchiando insieme”.
E poi invece, mannaggia a lui, ci lasciò troppo presto.
Anche Freddie Mercury ci ha mollato nel 1991, quasi a sorpresa.
All’epoca non c’era il web, e certe cose se non te le dicevano i giornali non potevi saperle e basta, e lui fu attento a non divulgare la notizia della malattia, così ascoltare il nuovo disco dei Queen sapendo che era morto fu insieme uno shock e una bellissima malinconia.
Tra tutte le mie passioni musicali quella per i Queen si posiziona stranamente, come d’altronde loro hanno fatto sulla scena del rock.
Mai completamente affermati nelle vendite (pochissimi “numeri uno”), mai mainstream, mai autoriali, mai tecnicamente all’apice, mai i migliori in qualcosa.
Eppure sempre presenti, trasversali, amati da tutti indistintamente, sia dagli intellettuali con la puzza sotto al naso tutti Bob Dylan e Paul Simon, che dai punk pre e post Police fino agli aficionados del rock classico da tempio della musica come quello dei Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd.
Stevie Howe, chitarrista tecnicamente dotatissimo degli Yes e amico dei Queen, disse una volta: “Non capisco perché io studio come un pazzo, tiro fuori cose spettacolari e poi i ragazzi rifanno sempre i riff di Brian May”.
Mistero, questo dei Queen, che forse può essere capito solo rivedendo uno dei loro concerti.
Se in termini di discografia, autorialità, innovazione non furono i numeri uno, dal vivo furono in assoluto la band più amata, la più incredibilmente spettacolare di tutte.
Grazie a Freddie, di sicuro, e alle sue melodie fatte di un rock orecchiabile che però rimaneva dentro, di sentimenti quale sole-cuore-amore che in mano a lui diventavano opera, di quella sessualità ambigua che piaceva a uomini e a donne, di quel modo di muoversi e parlare che ti rapiva.
La performance a Wembley in Live Aid, che vidi in diretta, ancora mi dà la pelle d’oca: centomila persone che battono le mani al ritmo di Radio Ga-Ga e che formano un’onda umana che segue la velocità del suono nello stadio è qualcosa di incredibile.
Le oltre duecentocinquantamila persone che a Rio cantano “Love of my life” mentre Freddie le guarda e le incita a sostituirsi a lui sono immagini che non se ne vanno via tanto facilmente.
E quindi eccoci qua. Anche tu Freddie non sei voluto invecchiare insieme a me.
Ma ti devo dire, che alla fine te ne sono grato, perché ogni volta che ascolto la tua voce torno ad avere ventisette anni, come ne ho diciassette quando ascolto John, e li avrò per sempre.
Come omaggio alla genialità di questo immenso personaggio, penso che il video di “The Miracle” sia il più bello, delicato, fantasioso mai visto, con una band di piccoli Queen che canta sulle note di un inno alla vita e alla speranza, un’altra Imagine per noi che siamo abbastanza anziani e fortunati da averne ascoltate molte, e averci creduto a lungo.
Happy birthday Freddie.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan – Jason Bourne di Paul Greengrass, con Matt Damon

Trama del Film
E’ la storia della più grande scoperta dell’informatica moderna.
Un genio della Silicon Valley, stanco di dover scrivere e riscrivere le stesse cose, ha inventato un’arma segreta che ha chiamato misteriosamente “CTRL-C e CRTL-V”.
Purtroppo il Direttore della CIA, allo scopo di proteggere il bilancio dello Stato, ha fatto hackerare i computer della società di informativa per carpirne i segreti.
In questo modo è riuscito a ricopiare le sceneggiature del primo film della serie “Jason Bourne” e di incollarle identiche, facendo risparmiare ai suoi amici anticomunisti di Hollywood milioni di dollari, e ricevendone in cambio l’ultima versione di FIFA 2018 in anteprima.
E quindi in questo film incredibilmente abbiamo un buono (Matt Damon), un cattivo (Vincent Cassel), il grande vecchio (Tommy Lee Jones) e la recluta gnocca (Alicia Vikander).
Sì, c’è l’inseguimento con le macchine, le sparatorie, e le acrobazie.
Il film?
Quale film?

Giudizio della critica
Film che appartiene alla categoria “Torecan” perché dopo due ore di cinepresa a mano senza una supposta vomiterete anche l’anima.
Sembra di stare sulle montagne russe, e dalla parte sbagliata per di più.
Il 90% delle scene è fatto da inseguimenti e sparatorie, in cui la mano dell’operatore doveva essere collegata al cestello di una lavatrice perché è praticamente impossibile capire alcunché.
Per evacuare la sala dopo la proiezione ci sono voluti 40 minuti, perché gli spettatori continuavano ad ondeggiare come se fossero scesi da una barca dell’America’s Cup, e sbattevano continuamente contro i muri, incapaci di infilare la porta.
Chilometri di pellicola rubata all’agricoltura.

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Marciando controvento

Alex Schwazer è stato condannato a otto anni di squalifica, quindi carriera finita, perché recidivo al doping.
Nel 2012 era stato condannato a quattro anni di squalifica, è rientrato ad aprile del 2016 e ha subito vinto una 50km qualificandosi per le Olimpiadi di Rio.
A seguito di un controllo effettuato il 1 gennaio 2016, è stato prima sospeso e poi condannato di nuovo.
In termini di regolamento la condanna è giusta: un atleta di livello internazionale (oro a Pechino nel 2008) recidivo viene di fatto radiato.
La domanda però che in questo specifico caso bisogna porsi è la seguente: Schwazer è VERAMENTE colpevole? Ha di nuovo barato?
E’ molto difficile dare un giudizio su una sentenza, di qualsiasi tipo essa sia, ma è legittimo avere un’opinione, perché le sentenze si rispettano, ma si possono anche valutare e magari opporsi con gli strumenti legittimi.
Personalmente ho molti dubbi sulla colpevolezza di Schwazer, e molte certezze sul fatto che almeno dal punto di vista procedurale la condanna non sia lecita.
Cercherò di elencare i punti principali che secondo me rendono la condanna severa e ingiusta.

1. Schwazer ha ammesso di essersi dopato la prima volta, sebbene tutti i suoi risultati lungo la carriera dimostrano che non sarebbe stato necessario. Tuttavia ha confessato e pagato duramente, è stato licenziato dai Carabinieri, ha perso gli sponsor principali, la fidanzata Carolina Kostner che era stata coinvolta e condannata anche lei per dichiarazioni false, insomma ha attraversato il deserto, e non sembrava proprio che avesse intenzione di ripetere l’errore. Questa è una mia valutazione personale, vale quello che vale, ma è stata la molla che mi ha spinto ad approfondire i fatti.

2. All’epoca del doping Schwazer frequentava un ambiente opaco (eufemismo). Si allenava con quelli che poi sono diventati i suoi “nemici” tecnici (i Damilano), andava dal controverso (altro eufemismo) medico Ferrari, era il cocco della Federazione, insomma era pienamente inserito in quell’establishment che fa la lotta al doping, sì, ma poi sa cose e non parla: l’esempio più lampante è il medico della federazione Giuseppe Fischetto, primario di pronto soccorso (e NON di ematologia) che è contemporaneamente controllore e controllato in quanto consulente IAAF per il doping e rappresentante della Federazione Italiana di Atletica. In pratica questo Fischetto decide lui chi controllare e chi no, e cosa considerare “buono” o meno, e alla fine quando gli sequestrano il computer a seguito delle denunce di Schwazer (che finalmente percepisce di essere stato incastrato) si scopre che sapeva benissimo (come da lui ammesso in un’intercettazione telefonica) che il doping russo era di stato, e anzi, teneva un database con lo stato degli atleti che neanche la IAAF ce l’aveva, e quindi poteva ben decidere chi castigare e chi no, almeno finché la IAAF non ha deciso di fare altri tipi di controlli. Insomma: tutti si dopavano, e Schwazer ha pagato. Però si dopava anche lui e quindi ben gli sta.

3. Scontata la pena Schwazer si è affidato come allenatore al solo Sandro Donati. Donati è da sempre il più grande e agguerrito nemico del doping. Un tecnico preparatissimo, e un grandissimo moralista e rompicoglioni. Non avrebbe MAI accettato di allenare Schwazer se non fosse stato convinto della sua voglia di correre pulito, e non lo avrebbe difeso con tanta veemenza. Anche questa è un’opinione, ma Donati porta anche fatti, che vederemo dopo.

4. In tutti i controlli, settimanali e anche più frequenti, che Schwazer ha fatto nell’ultimo anno non è stato MAI riscontrato nulla di anomalo, TRANNE nel controllo del 1 Gennaio, con una sostanza (tracce di testosterone esogeno) pressoché inutile e comunque in quantità risibili. Certo, potrebbe essere la “pistola fumante”, ma come ha dimostrato Donati anche davanti al CIO è IMPOSSIBILE che un atleta possa doparsi ed essere positivo solo ad un controllo di quel tipo e a nessun controllo prima e dopo.
Quindi i casi sono due: o Schwazer si è dopato con un’abilità mefistofelica, aiutato magari dallo stesso Donati che vive con lui giorno e notte e che ha messo tutta la sua carriera sul piatto della bilancia, oppure il controllo è un falso positivo. Tertium non datur. Io, e moltissimi opinionisti, propendo per la seconda ipotesi.

5. Il controllo del 1 gennaio è stato ripetuto due volte. La prima volta ha dato esito negativo, solo la seconda dopo molti giorni è risultato positivo. Già questo fatto dovrebbe suscitare molti dubbi. Inoltre NON c’è stata (come prescrive il protocollo) una tracciatura del percorso e del possesso della provetta. In sintesi: non si sa chi l’ha gestita, per quali mani è passata, e chi l’ha portata al laboratorio, e già questo sarebbe (o sarebbe dovuto essere…) sufficiente per invalidare le analisi, ma c’è di più. Come è evidente le analisi debbono essere fatte in forma anonima perché facciamo l’ipotesi per assurdo che io sia un medico russo, e mi capita la provetta di un atleta americano più forte, potrei essere tentato di far risultare una positività che non esiste solo per toglierlo di mezzo. Visti gli interessi in ballo – che anche la vicenda Schwazer dimostrano – non è un’ipotesi così peregrina. Eppure quando la provetta finalmente arriva al laboratorio, sulla busta c’è scritta la PROVENIENZA, ossia il paesino di poche anime dove vive Schwazer. Certo, non c’è scritto il suo nome, ma vi invitiamo a verificare quanti atleti di livello internazionale risiedono in quel borgo a parte Alex Schwazer…è chiaro che chiunque si fosse trovato davanti a quella provetta avrebbe saputo senza ombra di dubbio che si trattava dei campioni di Alex. Anche questo fatto sarebbe dovuto essere sufficiente per invalidare l’analisi.

6. Cosa pensa la IAAF della lotta al doping, al di là dei proclami, è abbastanza chiaro. Atleti russi che per anni si sono dopati mentre un medico della federazione italiana e della IAAF teneva un database con i valori ematici, procedure non rispettate e nonostante questo condanne confermate, medici e allenatori sospetti (eufemismo) ai quali si consente di continuare ad allenare e non solo: al già più volte citato Fischetto si consente di fare da medico responsabile del controllo antidoping ai mondiali di marcia di Roma, vinti da Schwazer, proprio colui che lo ha tirato in ballo (e con ragioni solidissime) quando fu pescato la prima volta.

Cerchiamo di tirare le conclusioni, perché ci sarebbe molto altro da scrivere.
La mia idea è che il business sportivo sia diventato così grande e ricco che cercare di contrastare il doping è diventato quasi impossibile e antieconomico, e soprattutto non conviene ad un sacco di gente.
Quindi ogni tanto si pesca dal mazzo qualche sprovveduto, o qualche rompicoglioni, magari un nome eclatante, e nel frattempo si consente per esempio a delle strutture statali come quelle russe di fare doping di stato, come quando le nuotatrici della Germania Est vincevano tutte le gare ma avevano delle spalle che neanche Schwarzenegger.
Alex ha fatto un errore: dopo essere stato beccato, invece di starsene zitto e scontare la condanna, ha parlato. Ha raccontato chi erano i medici truffaldini, chi gli passava il doping, cosa girava nell’ambiente, e questo ha scatenato ire e desideri di vendetta.
Il fatto che la IAAF permetta di supervisionare l’antidoping a personaggi che hanno nascosto il doping per anni la dice lunga. Il fatto che si consenta ad una provetta di arrivare ad un laboratorio con il marchio di Alex stampigliato praticamente sopra è un altro chiaro indizio.
Il fatto che non si sia consentito ad Alex di difendersi nei tempi ma lo si sia costretto ad andare a Rio alla vigilia della gara, in un’atmosfera terribile, per poi essere condannato lo stesso, è la vera pistola fumante.
Non ho prove, ma se dovessi scommettere punterei su Alex, sul fatto che ha cercato di ripulirsi il corpo e la coscienza, ma da solo, anche con l’aiuto di Donati, non ce la poteva fare, gli interessi sono troppo grandi e in fondo lui voleva solo vincere le Olimpiadi.
A chi cazzo frega delle Olimpiadi quando si possono fare un sacco di soldi?

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Non un binario unico, ma un unico binario

Nel leggere e pensare alla strage ferroviaria di Corato, ad ogni parola detta, letta o anche solo immaginata è necessario, inderogabile, pensare alle vittime, alle loro famiglie, alla popolazione.
Non c’è niente da fare, certe morti ti toccano di più.
Perché in qualche modo, da qualche parte della nostra coscienza sporca c’è l’idea che la guerra, la fame, la povertà, la religione, siano fattori di sofferenza e morte che convivono con noi dall’alba dei tempi, e quindi quasi normali, se non addirittura accettabili.
Riusciamo quindi ad andare avanti nella nostra esistenza anche sapendo che centinaia di milioni di persone vivono in stato di indigenza, che milioni di bambini lavorano per il nostro benessere, che ci sono guerre combattute aspramente anche vicino casa.
Siamo riusciti a fottercene anche quando i balcani bruciavano e i cecchini serbi facevano il tiro al bersaglio a Sarajevo.
E anche qua, a casa nostra, prendiamo i 7/8.000 morti l’anno che lasciamo sulle strade come una fatalità in qualche modo inevitabile.
Poi si scontrano due treni, e improvvisamente scopriamo di avere una coscienza.
Non è una cosa negativa, sapete, avere una coscienza, anzi.
Ma quando avremo sfrondato le nostre reazioni di tutta l’emotività possibile, quando avremo smesso di esercitare una competenza rotabile che non abbiamo, quando avremo finito gli insulti verso il “governo ladro”, o addirittura le becere esultanze di qualche coglione pseudo leghista, sarà bene cominciare a ragionare.
E a dirci che nella vita di una persona, di una famiglia, di uno Stato esistono delle priorità.
La strage di Corato ci colpisce perché quelli siamo NOI.
Non erano dei coglioni che andavano a duecento in autostrada, o dei soldati che cercavano di conquistare un pezzo di territorio, o dei poveri disgraziati così sfortunati da nascere in una favela o in un tugurio in periferia di Nairobi.
No.
Quella era gente come me e come voi, studenti, mamme, nonne, bambini, poliziotti, agricoltori.
Gente che amava, odiava, correva, lavorava, sperava esattamente come me e come voi.
Gente magari neanche tanto abbiente, altrimenti non si sarebbero messi su un treno locale per fare diciassette chilometri, ma avrebbero sfoderato una bella macchina o una moto potente.
Nonne coi nipoti, madri morte abbracciati ai figli.
Lo strazio della NOSTRA famiglia.
Proprio per loro e per tutti noi è necessario capire, e cercare di cambiare.
E non venitemi a parlare di binario unico, di sistemi di segnalazione antiquati, o stronzate del genere: in Italia sono circa 15.000 i chilometri a binario unico.
La sola RFI ne conta 9.000, il quindici per cento del totale.
L’errore umano?
Ma di cosa stiamo parlando?
Vogliamo dire la verità? In una tratta – solo una delle centinaia di tratte simili – in cui i treni vanno a cento all’ora e non si scontrano solo perché due cristiani si mandano un segnale di fumo da una parte all’altra del binario, il fatto che un disastro del genere non succeda tutti i giorni è un inno all’efficienza e alla professionalità di queste persone.
La verità per me è un’altra.
La verità è che si è ritenuto di poter gestire i soldi pubblici in maniera SOLO clientelare, senza pensare ANCHE al benessere collettivo.
Quando si parlava di ponte sullo Stretto, non abbiamo fatto la rivoluzione con i forconi, come sarebbe stato giusto.
Anzi, abbiamo permesso ad un governo di malandrini di buttare duecento milioni per una gara, senza considerare stipendi e anche penali.
Quando si è costruita la Roma-L’Aquila abbiamo permesso che si facessero DUE autostrade inutili, invece di una, perché erano due i signorotti democristiani da accontentare.
O quando si costruisce a Roma la nuvola di Fuksas, monumento all’inutilità e allo spreco.
O quando si fa la terza corsia del raccordo anulare, che andava completata per i mondiali del 1990 ma ci ha messo una ventina di anni in più.
O quando si fa un air terminal che non viene usato, o aeroporti nel nulla.
O quando si mette in mano a camorra e ndrangheta ogni singolo chilometro della Salerno-Reggio Calabria.
E potrei andare avanti per ore e ore e ore.
I soldi non si mettono mai per migliorare la vita delle persone, mai, ma solo per il vantaggio di pochi.
Quindi lo volete sapere di chi è la colpa?
E’ vostra.
Sì.
Vostra, e mia, e tua e di tutti quanti noi, che non abbiamo controllato abbastanza, denunciato abbastanza, votato abbastanza.
E che oggi magari in un improvviso rigetto per la politica “politicante” andiamo a votare per dei peracottari che neanche hanno iniziato e già fanno a botte per mettere la moglie o la fidanzata in posizioni lucrose, e chissà cosa succederà dopo.
Quando guardiamo le scene della strage di Corato, cari amici, stiamo bene attenti a quello che diciamo, perché la colpa, alla fine, è solo nostra.

Strage Corato

Analisi di una squadra

Se (sono volentieri accettate tutte le forme di scaramanzia più diffuse) l’Italia dovesse vincere il campionato europeo si scatenerebbero gli esegeti e ci verrebbe propinata l’apologetica più raffinata per spiegarci per filo e per segno perché siamo stati forti.
Scoprirete che sarà citato inevitabilmente il “gruppo”, il “condottiero”, il “soli contro tutto e tutti” per finire nell’apoteosi del “non eravamo delle pippe, visto?!”
Banalità. Solo banalità ricorrenti.
La vera analisi è questa qua, e la faccio PRIMA. Così, se vinciamo potrò vantarmi di averlo detto molto prima, e se perdiamo posso sempre dare la colpa a qualche supercazzola, tipo l’arbitro Moreno, o la lotteria dei rigori.

Gli elementi vincenti della Nazionale Italiana agli Europei di Francia 2016:

1) Allenatore rompicoglioni. Si è visto che fine hanno fatto i bravi papà come Vicini, Donadoni, Prandelli. Tutta gente amata, amatissima, dal pubblico, dai presidenti, dai giocatori. Testimonial del fair play, buoni dentro e fuori. Peccato che questi sono una banda di ragazzotti viziati e ricchi, e se vuoi farli marciare li devi prendere a calci nel culo, dalla mattina alla sera. Quindi servono allenatori con i coglioni di ferro, e pronti a sminuzzare quelli degli altri, tipo Bearzot, Lippi, Capello e appunto Conte. Con un allenatore Mastro Geppetto si finisce sempre nel Paese dei Balocchi.

2) Difensori spaccagambe. Hai voglia a citare l’eleganza di Facchetti e Scirea, o la sontuosità di Beckembauer. I tornei si vincono con i Burgnich, i Gentile, gli Schnellinger, i Bergomi, i Gattuso e appunto Chiellini e Bonucci. A Morata glie l’hanno detto: sticazzi che hai giocato con noi fino a ieri, se passi da queste parti ti rompiamo le tibie (per non dire altro). Morata ha girato saggiamente al largo. Pirlo sì, era etereo ed efficace, ma siccome non ce l’abbiamo più, abbiamo rispolverato il randellatore De Rossi, centrale di lotta e di governo. Gli attaccanti avversari devono sapere che se avanzano oltre il centrocampo rischiano. Di brutto.

3) Portiere saracinesca. Zoff che salva col Brasile sulla linea all’ultimo minuto, Toldo che para tutti i rigori, Buffon che finisce i mondiali prendendo un solo goal, quello del suo compagno Barzagli, oltre ad un rigoretto in finale. Insomma, quando tutto è perduto ci vuole uno che la palla in porta non ce la vuole far entrare, a costo di spaccarsi la schiena per saltare come un pirla sulla traversa. E noi ce l’abbiamo.

4) Portatori d’acqua. Rosato, Furino, Oriali, De Napoli, abbiamo una tradizione di gente che produce quantità più che qualità, permettendo ai vari Rivera, Baggio, Totti di fare i beati cazzi loro senza faticare. Oggi non abbiamo grandi campioni, ma grandissimi portatori d’acqua come Parolo, Florenzi, De Sciglio e lo stesso Giaccherini. Gente che corre da sola in una partita quanto Domenghini ha corso per tutti i mondiali del Messico. Le altre squadre finora li hanno guardati senza sapere come arginarli.

5) Le ali. Oltre al già citato Domingo, al mitico Bruno Conti, Franco Causio fino allo stesso Del Piero per necessità, l’Italia ha vinto quando invece di schiantarsi sui muraglioni avversari – di solito sono tutti mediamente più alti e giovani di noi – ha allargato il gioco sulle fasce. E’ il carattere italico della squadra “femmina”, come diceva Gianni Brera, ossia te la faccio annusare ma poi te lo metto in quel posto spuntandoti da dietro quando meno te l’aspetti. Candreva e Florenzi o Darmian sono la perfetta sintesi di questa filosofia.

6) Qualcuno che la butta dentro. Insomma alla fine se hai distrutto il gioco avversario e hai costruito abbastanza, poi ci vuole uno che la schiaffi in porta. Non fa niente se di testa, di stinco, di culo o in rovesciata alla Clark Gable in favore di telecamera come fa Pellè, basta che la buttate dentro. In Germania hanno segnato tutti, in Spagna quasi solo Paolo Rossi. Non fa niente, la palla va buttata dentro e noi, stavolta, lo stiamo facendo.

7) E dulcis in fundo: la stampa. Commentatori improvvisati, vecchie glorie del mezzobusto, ex giocatori con occhialino alla moda, attori e presentatori riciclati. Fin dai tempi della Parietti e della Marini a fare il balletto, o della Ventura alla Domenica Sportiva, fin dal gossip sulla relazione amorosa tra due giocatori ai mondiali di Spagna, per finire alle critiche di pippaggine di questa nazionale, la stampa (principalmente televisiva e radiofonica) dà sempre, rigorosamente, il peggio di sé. Sempre. Ma per fortuna, siccome gli italiani sono incazzosi, permalosi, scontrosi e talvolta anche vaffanculosi, tutta questa valanga di mondezza che la stampa regolarmente rovescia sulle grandi competizioni calcistiche una rabbia che volge in positivo. Quindi grazie anche ai commentatori sportivi, che anche stavolta hanno fatto il loro dovere: non capirci un cazzo.

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Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

Ponte_Sisto_Rome

Il giorno in cui ci vergognammo di Alì

Ora che The Greatest non c’è più, tutti sono diventati esperti di boxe, tutti ricordano Rumble in the Jungle, o Thrilla in Manilla.
Il pugno dato ai Beatles, oppure il rifiuto di partire per il Vietnam.
E’ naturale.
Mohammed Alì è un’icona, ed un eroe, e tutti noi vogliamo far parte di un’epopea, anche se solo da spettatori.
Ma Mohammed Alì non era un dio, era un uomo come tutti noi, e qualche errore lo ha commesso, nella strada verso la gloria.
E anche se sul ring molte delle sue battaglie divennero epiche, ci fu una notte in cui tutti si vergognarono di lui, e ancora ce ne vergognamo noi che lo adoriamo.
Fu la notte in cui combattè contro Ernie Terrell.

Ernie Terrell non era un gran pugile, diciamolo subito, e probabilmente non meritava di fregiarsi del titolo di “campione del mondo dei pesi massimi”, ma quando lui ed Alì incrociarono i guantoni entrambi erano campioni.
Alì aveva perso il titolo della WBA, una delle due federazioni mondiali di allora, perché invece di affrontare uno sfidante ufficiale aveva concesso subito la rivincita a Sonny Liston.
Allora la WBA fece qualche incontro al termine dei quali emerse Terrell come campione.
Non che i titoli contassero gran che: tutti sapevano, e lo avrebbero saputo per molto tempo ancora, che Alì era The Champ, ma alla fine l’incontro per “riunificare le corone” si fece.
Ora, questo Terrell era uno spilungone, alto più di Alì che pure non era un nano, con due braccia lunghissime.
Non aveva un record immacolato, ma comunque non perdeva da anni.
Non aveva neanche un cazzotto degno di un peso massimo, ma era un buon incassatore e aveva un sinistro fastidioso, che sommato a due braccia lunghe gli aveva permesso una carriera onorevole.
Era anche un buon cantante, aveva una band che si chiamava “Ernie Terrell and the Heavyweigths” e la sorella divenne la cantante solista delle Supremes dopo l’uscita di Diana Ross.
Insomma, un bonaccione questo Terrell.
E poi era amico di Alì.
O comunque si conoscevano da tempo, da quando dilettanti si allenavano insieme a Miami, si dividevano la stanza perché non avevano un dollaro, facevano viaggi insieme per andare a trovare le famiglie, insomma forse non era l’amico del cuore di Alì ma certo non uno sconosciuto.
Però Terrell aveva conosciuto Alì quando era ancora un negro inserito in un contesto di schiavitù e razzismo, e si presentava con il suo nome da schiavo: Cassius Marcellus Clay.
L’uomo che aveva davanti ora non era lo stesso uomo.
Era un uomo arrabbiato, arrabbiatissimo con l’establishment, aveva deciso di cambiare religione, nome, di aderire ad una dottrina che voleva l’indipendenza dei neri americani, insomma un tipetto per niente malleabile, con un carattere supportato da quasi cento chili di muscoli e un’intelligenza pugilistica ineguagliata.
Forse Terrell non era particolarmente intelligente, o forse decise di confrontarsi con Alì anche sul piano dialettico, e non potendo rispondere alle sue poesie sarcastiche in rima, dichiarò che Shakespeare si stava rivoltando nella tomba (cosa probabilmente vera) e cominciò a chiamarlo con il suo nome da schiavo, Cassius Clay.
La reazione di Alì fu troppo immediata per essere stata costruita: andò su tutte le furie durante la conferenza stampa, i due vennero quasi alle mani e Alì promise che l’avrebbe fatta pagare a Terrell.
Chi non conosce Alì, o la boxe, può pensare che “fartela pagare” significa distruggere l’avversario in due round.
Ma Alì, la notte in cui ci vergognammo di lui, era molto più arrabbiato, molto più intelligente, molto più abile e determinato di come si possa immaginare.
Fece esattamente il contrario.
Pur avendo ripetutamente l’opportunità di mandare KO un avversario chiaramente inferiore, lo picchiò con regolarità chirurgica per 15 riprese, stando bene attento a farlo soffrire ma a non farlo andare al tappeto.
La punizione che subì Terrell quella sera fu terribile: un pugile professionista alto e grosso non è un uomo che va al tappeto facilmente, ci vuole un avversario altrettanto forte e determinato.
Ma Terrell, purtroppo per lui, era in grado di sopportare 45 minuti di cazzotti in faccia di Alì senza morire, e così fece, perché Alì quella sera decise che la punizione di Terrell sarebbe stata una lunga agonia, e diverse settimane in ospedale.
Non bastasse, Alì insultò in continuazione Terrell, chiamandolo “zio tom”, oppure “sporco negro”, e chiedendogli urlando “qual è il mio nome ora, eh!? qual è il mio nome?”.
Terrell non rispose, neanche quando Alì gli sputò in faccia; si limitò a contare le migliaia di secondi che lo separavano dalla fine di quella tortura, per poi farsi finalmente ricoverare in ospedale.
Alì vinse, anzi stravinse aggiudicandosi praticamente tutte le riprese.
Era il più grande, ma quella notte avrebbe dovuto e potuto dimostrarlo in altro modo.


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