Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

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Autunno

 

Una volta odiavo l’autunno
Quando il profumo dell’estate e del mare era ancora incollato alla pelle
E improvvisamente i giorni finivano prima ancora di iniziare
Quando non volevo uscire e mia madre mi trascinava in un supermercato, o in un negozio, o in qualsiasi altro posto che non fosse casa.
Odiavo vedere la città piena di vita senza la luce del sole
Rimanere in macchina con la pioggia battente e le luci delle altre automobili che ti colpivano invadenti.
Una volta odiavo questo preludio dell’inverno, il primo freddo, i fiori appassiti, la malinconia.

Oggi odio l’autunno
Quando tornando a casa alzo gli occhi verso il crepuscolo
E improvvisa sento la stretta della sua mano
Il suo profumo quando la abbraccio in lacrime
La sua voce un po’ arrochita dal fumo e dall’età

Non dovremmo mai sopravvivere ai nostri ricordi più belli

Ritratto dell’autore come defunto – autore: Roberto Vacca per L’Orologio 3/8/2016

Con il permesso dell’autore ripubblico questo bellissimo articolo.
Molti libri dell’autore si possono scaricare da http://www.printandread.com

Parecchi pittori davano a loro autoritratti titoli come “Ritratto dell’autore a 36 anni”. Poi James Joyce scrisse il romanzo “Dedalus” il cui secondo titolo era “Portrait of the author as a young man” [Ritratto dell’autore da giovane]. Ci hanno giocato in tanti modi. Dylan Thomas scrisse “Portrait of the author as a young dog” e Sciascia di nuovo: “Ritratto dell’autore da giovane”.
Ho visto dalle statistiche che la speranza di vita media di un uomo italiano è attualmente di 80,1 anni. Io l’ho superata di nove anni e, in maggioranza, i miei amici sono morti. Ogni tanto qualcuno mi dice:
“Mi hanno chiesto se sei ancora vivo e ho risposto di sì. Ho aggiunto che sei ancora molto attivo.”
Rispondo: “Hai detto bene. Negli ultimi nove anni ho pubblicato 7 libri e un teorema (questo in collaborazione); ho scritto più di 200 articoli, di cui alcuni ancora inediti; ho disegnato una dozzina di ritratti – e ho detto tante cose in pubblico e in privato.”
Si potrebbe sostenere che ne ho fatte abbastanza. Quando è che basta? A Praga dicono:

“Abbastanza è già una festa.”

Pure si avvicina il momento, come scrisse Ugo Foscolo:

“….quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future.”

Non solo le ore future, ma anche le ore che trascorrono per me ogni giorno, certe lusinghe non le offrono più. A sessant’anni correvo ancora i 100 metri in 17 secondi; ora ci metto quasi dieci volte di più. Guido la mia auto a 130 km/h, ma sempre più spesso guido con circospezione – a velocità conservative. Per il resto sto bene. Funziono e mi comporto con prudenza crescente più per ragionamento che per essermi sentito inadeguato
Giorni fa un giovane amico mi parlava di suo nonno, che aveva amato molto e che era morto da poco:
“Aveva ancora una memoria ottima. Il 19 luglio scorso mi disse che era l’anniversario del primo bombardamento aereo di Roma. Gli sembrava ancora che fosse successo ieri, invece di 73 anni fa.”
Me lo ricordavo: era stato nel 1943. Stavo per prendere un treno alla Stazione Termini e avevo visto: le bombe che scoppiavano lontano sui binari.
Roma – la città in cui vivo – è cambiata soprattutto nelle periferie che frequento poco. Le innovazioni nell’area centrale sono state graduali e le ho introiettate gradualmente: mi sembra che la città sia sempre la stessa. Invece le città italiane o straniere che non ho frequentato per anni, sono irriconoscibili. Mi danno l’impressione di luoghi stranieri e sconosciuti. Accentuano la sensazione di estraneità, che è naturale perché siamo tutti esiliati dal passato. In tarda età lo sentiamo di più.
Il fatto stesso di sentirmi vivo in un mondo nel quale potrei benissimo essere già defunto, non produce ansia. In certo senso dà sicurezza. Se continuo a stare in giro, non mi limito a cogitare (e quindi mi accorgo di esserci, come diceva Des Cartes), ma posso dire di aver già vinto una sfida. Parto da questa considerazione e decido di continuare a provarci: a inventare qualche cosa di nuovo, a mettere insieme parole che abbiano un senso, a parlare di progetti che nessuno ha mai realizzato ancora.
Qualche anno fa l’intuizione e l’immaginazione avevano cominciato a farmi sentire sorpassato, sopranumerario, presente per sbaglio – per uno screzio nella rete evolutiva degli eventi normali. Ma ora penso che tutto quel che riesco a produrre è un di più, è inaspettato – un regalo, una sorpresa. Continuare a funzionare è un modo per far resuscitare questa individualità antiquata che mi stava dando l’impressione di essere conclusa.
Non corro più il rischio di essere in ritardo. Ogni ora, ogni minuto in cui riesco a essere produttivo equivale alla creazione di un pezzo di vita nuova.
Non è vero quel che scrisse Oscar Wilde: “he who lives more lives than one / more deaths than one must die” [chi vive più vite di una, più morti di una deve morire].
Chi vive più vite è più ricco. Raggiunge la pace interiore. Non si angoscia per nessuna ragione. Riesce anche a divertirsi in modi insoliti. Un modo è quello di stupire gli astanti. Non più con sfoggio di forza o di agilità, ma con le parole. Lo aveva teorizzato nel ‘Seicento barocco il napoletano Giambattista Marino:

“È del poeta il fin la meraviglia—
e chi non sa stupir, vada alla striglia.“

ma le sue poesie non hanno lasciato tracce degne di nota.
È meglio trovare o inventare parole e idee che stupiscano te stesso per primo. Non c‘è un ricetta per farlo. Conviene scegliere una parola o una frase che ti arriva da una voce vicina o che trovi su Internet – poi: prova ad associare liberamente passando ad altre parole, idee, frasi. Queste emergono dal tuo passato. Parli con un te stesso di tanto tempo fa. Non sei mai solo. Intrecci connessioni. Le puoi raccontare agli altri, se non sono troppo banali. Dissemini parti di te e ti avvii serenamente verso l’epoca in cui defungerai davvero e di -te resteranno solo ricordi.

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La foto di Roberto Vacca è di Rodolfo Cardarelli http://www.behance.net/rodocarda

I grandi test di Rolandfan: scopri se sei forastico

Dall’alto della nostra pluriennale esperienza nel rompere i coglioni agli esseri umani, abbiamo sviluppato un test che vi permetterà facilmente di identificare se siete veramente forastici, misantropi, insomma, rompicoglioni.
Sono poche domande a scelta multipla, in due minuti saprete cose di voi stessi che neanche quelli che vi mandano affanculo tutti i giorni immaginano.
Avanti, senza paura!

1 Entri in un bar, e una ragazzetta che potrebbe essere tua figlia, o addirittura tua nipote, ti accoglie con un caloroso “Ciao!”
A Le sorridi nella maniera più giovanilistica possibile, e le rispondi: “Ciao!”
B Inarchi le sopracciglia, e rispondi educatamente. “Buongiorno.”. Senza enfasi.
C La guardi torvo e poi dici: “Ma che avemo mai magnato insieme?”

2 Sul marciapiedi sotto casa tua vedi arrivare da lontano l’immigrato con il pacco di calzini in mano, che canta e cerca di stringerti la mano.
A Prendi la mano del tizio e dopo esserti sorbito sottovoce un elenco di disgrazie degno di una soap, allunghi un biglietto da 5 euro.
B Lo schivi con eleganza e dici, fingendo di essere al cellulare: “Non mi serve niente, grazie.”
C Batti ripetutamente l’indice sulla spalla del tipo dicendo: “Lo voi capì o no che i pedalini bianchi nun me li metto!!!”

3 Tutte le mattine passi dal giornalaio vicino al tuo garage e compri Repubblica e Corriere dello Sport. Il giornalaio ormai quando ti vede arrivare ti sorride e ti fa trovare i due quotidiani pronti.
A Sorridi anche tu, e senza dire niente lasci gli spicci e ritiri i giornali.
B Con uno sguardo corrucciato prendi i giornali, paghi, ma intanto pensi: “Ma se oggi volevo il Messaggero?”
C Guardi fisso il giornalaio con le palpebre a mezz’asta in stile Miniminions e con una voce bassa e tenebrosa ordini: “Il Messaggero, grazie”.

4 Un caro amico, soprannominato “Er Macarena” per il balletto che lo contraddistingue ogni volta che cerca i soldi per pagare, ti chiede 50 euro, promettendo di ridarteli il giorno dopo, cosa che ovviamente non avviene perché lui se ne dimentica.
A Sei un signore, te ne dimentichi anche tu, l’amicizia è una cosa meravigliosa.
B Lo incontri qualche giorno dopo, e gli ricordi il prestito, lui si da’ una manata sulla fronte e caccia i 50 EURO.
C Lo chiami dopo una settimana e gli dici: “A Se’, ma ‘sti cinquanta euri che te li sta a dipinge Giotto?”

5 E’ una domenica mattina d’agosto, e decidi di andare al mare. La Pontina è una teoria infinita di automobili che ti circondano e vanno a passo d’uomo verso il mare, mentre la corsia opposta è completamente libera.
A Ti rilassi sentendo un po’ di musica, quando arrivi, arrivi.
B Approfitti del tempo che sei costretto a passare sotto il sole cocente e incanali l’incazzatura litigando al telefono con tua madre, tua sorella, la fidanzata e anche la sorella della fidanzata.
C Allarghi le braccia ed esclami: “Ma indove cazzo deve anna’ tutta ‘sta gente de domenica mattina?”

6 C’è un collega che quando si va a prendere il caffè fa sempre finta di niente e non paga mai. Per l’ennesima volta al momento di cacciare i soldi ti guarda e dice: “A chi toccava oggi? A te?”
A Con il tuo sorriso più accondiscendente porgi due euro alla cassiera e continui a parlare di supercazzole lavorative.
B Tenti l’approccio morbido, e mentre dai i due euro alla cassiera dici sorridendo: “Oggi a me, domani a te”
C Rimani con le mani in tasca e per sottolineare il concetto dici: “A tu’ sorella”

7 Hai invitato a cena una gnocca da paura, e per fare bella figura che neanche Fantozzi con la Silvani, prenoti il tavolo in riva al mare in quella baietta semisconosciuta e romantica, tatticamente vicina ad un alberghetto, con la speranza di andare a dama subito. Ma quando arrivi c’è stato un misunderstanding e il tuo tavolo è quello tra la cucina e il cesso.
A Accetti questo piccolo contrattempo con un sorriso, incurante delle rughe che si formano sulla fronte della tipa, tanto è la conversazione quello che conta, no!?
B Protesti, e chiedi di parlare con il titolare, ottenendo alla fine uno strapuntino in mezzo al salone, a due metri da una festa di compleanno
C Guardi la tipa e dici: “Ma se questo punto andassimo direttamente in albergo?”

8 Sei al cinema a vedere un film francese fatto di dialoghi interminabili in una stanza buia. Un tizio davanti a te controlla in continuazione il cellulare con il risultato che ti spara la luce nelle pupille dilatate.
A Ti sposti di lato finché il cellulare non venga coperto dalla testa del tizio e non tidia più noia.
B Gli tocchi leggermente la spalla e sottovoce gli dici: “Scusi…le dispiace…”
C Nel mezzo della scena più toccante, mentre i due protagonisti stanno per dire qualcosa di fondamentale, urli: “Ma lo voi spegne ‘sto cazzo de cellulare!! O no!?”

9 Mentre passeggi con tua moglie/fidanzata/compagna un coatto le rivolge un complimento irricevibile, nonostante la tua presenza.
A Ti indigni e lo apostrofi con un: “Ma come si permette!!!”
B Ti lanci verso l’energumeno, non prima di aver verificato che intorno ci sia qualcuno che vi possa trattenere
C Fai spallucce e dici a tua moglie: “E dai, che vuoi che sia, non è mai morto nessuno per un complimento!”

10 Scrivi un post su fb in cui metti tutta la tua verve, la tua cultura, la tua rabbia esistenziale. Cominciano a prenderti per il culo in decinaia.
A Ridi con loro, fai un uso smodato di emoticon per dimostrare l’empatia e la classe con cui accetti le critiche.
B Ti infastidisci e cancelli il post per non dover leggere altro
C Spingi a ripetizione il pulsante “blocca questi stronzi” finché non ti viene un crampo ad una falange

Risultati del test:

Perfetto equilibrio tra A, B e C: a cazzaro! ma neanche sai conta’, nun l’hai fatto er test, nun ce prova’.
Prevalenza di A: sei il tenero Giacomo, sei morbido come un pelouche, l’amico delle donne, il parente da chiamare quando c’è da organizzare un funerale, il collega a cui sbolognare la pratica inevasa. Una pippa, insomma.
Tutte A: sei un pirla, un nerd, uno sfigato, più che forastico sei inutile. Vatte a ripone.
Prevalenza di B: sei democristiano, cerchiobottista, equilibrista, attento a non sporcare. Insomma, noioso.
Tutte B: sei medioman, l’uomo medio e prevedibile, inutile come l’acqua liscia, incolore, insapore, inodore. Ma che campi a fa’?
Prevalenza C: sei un coatto che odia il mondo, sei rissoso, irascibile ma non carissimo come Bracciodiferro, un cagacazzi doc.
Tutte C: rompicoglioni come pochi, puntiglioso, permaloso, fastidioso: insomma, sei me.

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Las estrellas tambien lloran: “Assessore a sua insaputa”

Las estrellas tambien lloran – Sceneggiato in più puntate, di durata indefinita.

Riassunto delle puntate precedenti.
Un sindaco pentastelluto, eletta di un santone genovese, vince le elezioni promettendo una città meravigliosa, in cui il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e essi non costruiranno perché un altro abiti.
Dopo assessori indagati, manager dimissionari, studi legali in mano a pregiudicati che decidono chi comanda, le quinte del teatro vengono giù rivelando che era tutto un dipinto, e che dietro c’era sempre la monnezza in mezzo alla strada e la Nomentana allagata.

Puntata di oggi: “Assessore a sua insaputa”.
Un vecchio bizzoso viene incautamente nominato assessore al bilancio, ma dopo la sua rivelazione che la nomina è stata decisa dagli apostoli dell’unto del signore, viene rapidamente defenestrato con futili motivi.
L’ineffabile eletta del santone dichiara a questo punto che un assessore non basta più, per quel compito ce ne vogliono ben DUE, ma siccome trovarne uno è stato impossibile, trovarne due sarà equiparato alle olimpiadi delle cazzate alla stessa difficoltà della ricerca del santo Graal: 5.0, otto carpiati rovesciati e atterraggio sul cemento.
Ma mentre faticosamente gli addetti ai lavori tentano di rimontare il teatrino, Arfio se ne esce: ma non è che ve siete dimenticati de licenzià er vecchio?
Stupore tra i pentastelluti, e risate del pubblico pagante.
Il vecchio bizzoso è ancora assessore, perché nessuno si è ricordato di dirgli che se ne doveva andare.
Titoli di coda.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

The Beatles Eight Days a Week – The touring years, di Ron Howard.

Fate bene attenzione, perché potrebbe essere la mia unica recensione positiva ever.

Questo non è un film, ma un viaggio nella memoria, nella musica, nei sentimenti.
Non c’è un solo fotogramma inutile, non c’è un secondo di questo meraviglioso documentario che non strappi un’emozione al vecchio fan.
Non c’è neanche una canzone, un sorriso, un gesto dei fab four che non ti inondi di malinconia, e di rimpianto per non essere abbastanza vecchio da averli visti tutti insieme, sul palco, con quei ridicoli abiti tutti uguali e gli stivaletti a punta.
Questo film è la storia della mia vita, e la storia della vita di centinaia di milioni di persone di tutte le età, tutte diverse tra di loro, ma unite nella passione per questi quattro ragazzi, che da adolescente consideravo i miei fratelli maggiori, e oggi sono i miei figli scapestrati.
Perché io sono cresciuto, maturato, e forse invecchiato, ma loro no: loro sono sempre quattro adolescenti che agitano la testa e che urlano “yeah yeah yeah!” facendo impazzire e lacrimare torme di ragazzine.
I Beatles hanno afferrato tre generazioni per la mano e le hanno portate fuori dalle secche della guerra, del terrore, del razzismo, della povertà.
Ci hanno guidato attraverso un sogno, per poi insegnarci il raziocinio.
Sono stati i nostri genitori virtuali, i leader inconsapevoli forse del cambiamento epocale della civiltà occidentale.
Rivederli oggi fa tenerezza, perché certi sogni li abbiamo persi con loro; guardare Paul che dimostra tutti i suoi seventy-four, dieci in più dei sixty-four che aveva messo come obiettivo della vecchiaia, fa male al cuore, perché vorremmo vederlo ancora con gli occhioni spalancati e le sopracciglia inarcate ridere al microfono mentre John sbaglia le parole, e saltellare in diagonale per i palco al ritmo di canzonette semplici ma immortali.
Affrontare questo film significa per quelli come me guardarsi dentro, e ancora una volta risentire di nuovo le parole di John ai suoi fan poco prima di essere ucciso: “Eccoci di nuovo qua, come state, siamo cresciuti insieme”.
Solo che non è vero: noi siamo invecchiati e loro non ci sono più e tornare indietro non si può.
Guardare questo film significa sottoporsi a due ore di lentissima, inesorabile, meravigliosa tortura.

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Happy birthday, Freddie

Quando John Lennon compì quarant’anni e si presentò dopo un bel po’ di tempo con un nuovo disco, disse “Eccomi, sono qua, stiamo invecchiando insieme”.
E poi invece, mannaggia a lui, ci lasciò troppo presto.
Anche Freddie Mercury ci ha mollato nel 1991, quasi a sorpresa.
All’epoca non c’era il web, e certe cose se non te le dicevano i giornali non potevi saperle e basta, e lui fu attento a non divulgare la notizia della malattia, così ascoltare il nuovo disco dei Queen sapendo che era morto fu insieme uno shock e una bellissima malinconia.
Tra tutte le mie passioni musicali quella per i Queen si posiziona stranamente, come d’altronde loro hanno fatto sulla scena del rock.
Mai completamente affermati nelle vendite (pochissimi “numeri uno”), mai mainstream, mai autoriali, mai tecnicamente all’apice, mai i migliori in qualcosa.
Eppure sempre presenti, trasversali, amati da tutti indistintamente, sia dagli intellettuali con la puzza sotto al naso tutti Bob Dylan e Paul Simon, che dai punk pre e post Police fino agli aficionados del rock classico da tempio della musica come quello dei Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd.
Stevie Howe, chitarrista tecnicamente dotatissimo degli Yes e amico dei Queen, disse una volta: “Non capisco perché io studio come un pazzo, tiro fuori cose spettacolari e poi i ragazzi rifanno sempre i riff di Brian May”.
Mistero, questo dei Queen, che forse può essere capito solo rivedendo uno dei loro concerti.
Se in termini di discografia, autorialità, innovazione non furono i numeri uno, dal vivo furono in assoluto la band più amata, la più incredibilmente spettacolare di tutte.
Grazie a Freddie, di sicuro, e alle sue melodie fatte di un rock orecchiabile che però rimaneva dentro, di sentimenti quale sole-cuore-amore che in mano a lui diventavano opera, di quella sessualità ambigua che piaceva a uomini e a donne, di quel modo di muoversi e parlare che ti rapiva.
La performance a Wembley in Live Aid, che vidi in diretta, ancora mi dà la pelle d’oca: centomila persone che battono le mani al ritmo di Radio Ga-Ga e che formano un’onda umana che segue la velocità del suono nello stadio è qualcosa di incredibile.
Le oltre duecentocinquantamila persone che a Rio cantano “Love of my life” mentre Freddie le guarda e le incita a sostituirsi a lui sono immagini che non se ne vanno via tanto facilmente.
E quindi eccoci qua. Anche tu Freddie non sei voluto invecchiare insieme a me.
Ma ti devo dire, che alla fine te ne sono grato, perché ogni volta che ascolto la tua voce torno ad avere ventisette anni, come ne ho diciassette quando ascolto John, e li avrò per sempre.
Come omaggio alla genialità di questo immenso personaggio, penso che il video di “The Miracle” sia il più bello, delicato, fantasioso mai visto, con una band di piccoli Queen che canta sulle note di un inno alla vita e alla speranza, un’altra Imagine per noi che siamo abbastanza anziani e fortunati da averne ascoltate molte, e averci creduto a lungo.
Happy birthday Freddie.

Le Grandi Recensioni di Rolandfan – Jason Bourne di Paul Greengrass, con Matt Damon

Trama del Film
E’ la storia della più grande scoperta dell’informatica moderna.
Un genio della Silicon Valley, stanco di dover scrivere e riscrivere le stesse cose, ha inventato un’arma segreta che ha chiamato misteriosamente “CTRL-C e CRTL-V”.
Purtroppo il Direttore della CIA, allo scopo di proteggere il bilancio dello Stato, ha fatto hackerare i computer della società di informativa per carpirne i segreti.
In questo modo è riuscito a ricopiare le sceneggiature del primo film della serie “Jason Bourne” e di incollarle identiche, facendo risparmiare ai suoi amici anticomunisti di Hollywood milioni di dollari, e ricevendone in cambio l’ultima versione di FIFA 2018 in anteprima.
E quindi in questo film incredibilmente abbiamo un buono (Matt Damon), un cattivo (Vincent Cassel), il grande vecchio (Tommy Lee Jones) e la recluta gnocca (Alicia Vikander).
Sì, c’è l’inseguimento con le macchine, le sparatorie, e le acrobazie.
Il film?
Quale film?

Giudizio della critica
Film che appartiene alla categoria “Torecan” perché dopo due ore di cinepresa a mano senza una supposta vomiterete anche l’anima.
Sembra di stare sulle montagne russe, e dalla parte sbagliata per di più.
Il 90% delle scene è fatto da inseguimenti e sparatorie, in cui la mano dell’operatore doveva essere collegata al cestello di una lavatrice perché è praticamente impossibile capire alcunché.
Per evacuare la sala dopo la proiezione ci sono voluti 40 minuti, perché gli spettatori continuavano ad ondeggiare come se fossero scesi da una barca dell’America’s Cup, e sbattevano continuamente contro i muri, incapaci di infilare la porta.
Chilometri di pellicola rubata all’agricoltura.

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Marciando controvento

Alex Schwazer è stato condannato a otto anni di squalifica, quindi carriera finita, perché recidivo al doping.
Nel 2012 era stato condannato a quattro anni di squalifica, è rientrato ad aprile del 2016 e ha subito vinto una 50km qualificandosi per le Olimpiadi di Rio.
A seguito di un controllo effettuato il 1 gennaio 2016, è stato prima sospeso e poi condannato di nuovo.
In termini di regolamento la condanna è giusta: un atleta di livello internazionale (oro a Pechino nel 2008) recidivo viene di fatto radiato.
La domanda però che in questo specifico caso bisogna porsi è la seguente: Schwazer è VERAMENTE colpevole? Ha di nuovo barato?
E’ molto difficile dare un giudizio su una sentenza, di qualsiasi tipo essa sia, ma è legittimo avere un’opinione, perché le sentenze si rispettano, ma si possono anche valutare e magari opporsi con gli strumenti legittimi.
Personalmente ho molti dubbi sulla colpevolezza di Schwazer, e molte certezze sul fatto che almeno dal punto di vista procedurale la condanna non sia lecita.
Cercherò di elencare i punti principali che secondo me rendono la condanna severa e ingiusta.

1. Schwazer ha ammesso di essersi dopato la prima volta, sebbene tutti i suoi risultati lungo la carriera dimostrano che non sarebbe stato necessario. Tuttavia ha confessato e pagato duramente, è stato licenziato dai Carabinieri, ha perso gli sponsor principali, la fidanzata Carolina Kostner che era stata coinvolta e condannata anche lei per dichiarazioni false, insomma ha attraversato il deserto, e non sembrava proprio che avesse intenzione di ripetere l’errore. Questa è una mia valutazione personale, vale quello che vale, ma è stata la molla che mi ha spinto ad approfondire i fatti.

2. All’epoca del doping Schwazer frequentava un ambiente opaco (eufemismo). Si allenava con quelli che poi sono diventati i suoi “nemici” tecnici (i Damilano), andava dal controverso (altro eufemismo) medico Ferrari, era il cocco della Federazione, insomma era pienamente inserito in quell’establishment che fa la lotta al doping, sì, ma poi sa cose e non parla: l’esempio più lampante è il medico della federazione Giuseppe Fischetto, primario di pronto soccorso (e NON di ematologia) che è contemporaneamente controllore e controllato in quanto consulente IAAF per il doping e rappresentante della Federazione Italiana di Atletica. In pratica questo Fischetto decide lui chi controllare e chi no, e cosa considerare “buono” o meno, e alla fine quando gli sequestrano il computer a seguito delle denunce di Schwazer (che finalmente percepisce di essere stato incastrato) si scopre che sapeva benissimo (come da lui ammesso in un’intercettazione telefonica) che il doping russo era di stato, e anzi, teneva un database con lo stato degli atleti che neanche la IAAF ce l’aveva, e quindi poteva ben decidere chi castigare e chi no, almeno finché la IAAF non ha deciso di fare altri tipi di controlli. Insomma: tutti si dopavano, e Schwazer ha pagato. Però si dopava anche lui e quindi ben gli sta.

3. Scontata la pena Schwazer si è affidato come allenatore al solo Sandro Donati. Donati è da sempre il più grande e agguerrito nemico del doping. Un tecnico preparatissimo, e un grandissimo moralista e rompicoglioni. Non avrebbe MAI accettato di allenare Schwazer se non fosse stato convinto della sua voglia di correre pulito, e non lo avrebbe difeso con tanta veemenza. Anche questa è un’opinione, ma Donati porta anche fatti, che vederemo dopo.

4. In tutti i controlli, settimanali e anche più frequenti, che Schwazer ha fatto nell’ultimo anno non è stato MAI riscontrato nulla di anomalo, TRANNE nel controllo del 1 Gennaio, con una sostanza (tracce di testosterone esogeno) pressoché inutile e comunque in quantità risibili. Certo, potrebbe essere la “pistola fumante”, ma come ha dimostrato Donati anche davanti al CIO è IMPOSSIBILE che un atleta possa doparsi ed essere positivo solo ad un controllo di quel tipo e a nessun controllo prima e dopo.
Quindi i casi sono due: o Schwazer si è dopato con un’abilità mefistofelica, aiutato magari dallo stesso Donati che vive con lui giorno e notte e che ha messo tutta la sua carriera sul piatto della bilancia, oppure il controllo è un falso positivo. Tertium non datur. Io, e moltissimi opinionisti, propendo per la seconda ipotesi.

5. Il controllo del 1 gennaio è stato ripetuto due volte. La prima volta ha dato esito negativo, solo la seconda dopo molti giorni è risultato positivo. Già questo fatto dovrebbe suscitare molti dubbi. Inoltre NON c’è stata (come prescrive il protocollo) una tracciatura del percorso e del possesso della provetta. In sintesi: non si sa chi l’ha gestita, per quali mani è passata, e chi l’ha portata al laboratorio, e già questo sarebbe (o sarebbe dovuto essere…) sufficiente per invalidare le analisi, ma c’è di più. Come è evidente le analisi debbono essere fatte in forma anonima perché facciamo l’ipotesi per assurdo che io sia un medico russo, e mi capita la provetta di un atleta americano più forte, potrei essere tentato di far risultare una positività che non esiste solo per toglierlo di mezzo. Visti gli interessi in ballo – che anche la vicenda Schwazer dimostrano – non è un’ipotesi così peregrina. Eppure quando la provetta finalmente arriva al laboratorio, sulla busta c’è scritta la PROVENIENZA, ossia il paesino di poche anime dove vive Schwazer. Certo, non c’è scritto il suo nome, ma vi invitiamo a verificare quanti atleti di livello internazionale risiedono in quel borgo a parte Alex Schwazer…è chiaro che chiunque si fosse trovato davanti a quella provetta avrebbe saputo senza ombra di dubbio che si trattava dei campioni di Alex. Anche questo fatto sarebbe dovuto essere sufficiente per invalidare l’analisi.

6. Cosa pensa la IAAF della lotta al doping, al di là dei proclami, è abbastanza chiaro. Atleti russi che per anni si sono dopati mentre un medico della federazione italiana e della IAAF teneva un database con i valori ematici, procedure non rispettate e nonostante questo condanne confermate, medici e allenatori sospetti (eufemismo) ai quali si consente di continuare ad allenare e non solo: al già più volte citato Fischetto si consente di fare da medico responsabile del controllo antidoping ai mondiali di marcia di Roma, vinti da Schwazer, proprio colui che lo ha tirato in ballo (e con ragioni solidissime) quando fu pescato la prima volta.

Cerchiamo di tirare le conclusioni, perché ci sarebbe molto altro da scrivere.
La mia idea è che il business sportivo sia diventato così grande e ricco che cercare di contrastare il doping è diventato quasi impossibile e antieconomico, e soprattutto non conviene ad un sacco di gente.
Quindi ogni tanto si pesca dal mazzo qualche sprovveduto, o qualche rompicoglioni, magari un nome eclatante, e nel frattempo si consente per esempio a delle strutture statali come quelle russe di fare doping di stato, come quando le nuotatrici della Germania Est vincevano tutte le gare ma avevano delle spalle che neanche Schwarzenegger.
Alex ha fatto un errore: dopo essere stato beccato, invece di starsene zitto e scontare la condanna, ha parlato. Ha raccontato chi erano i medici truffaldini, chi gli passava il doping, cosa girava nell’ambiente, e questo ha scatenato ire e desideri di vendetta.
Il fatto che la IAAF permetta di supervisionare l’antidoping a personaggi che hanno nascosto il doping per anni la dice lunga. Il fatto che si consenta ad una provetta di arrivare ad un laboratorio con il marchio di Alex stampigliato praticamente sopra è un altro chiaro indizio.
Il fatto che non si sia consentito ad Alex di difendersi nei tempi ma lo si sia costretto ad andare a Rio alla vigilia della gara, in un’atmosfera terribile, per poi essere condannato lo stesso, è la vera pistola fumante.
Non ho prove, ma se dovessi scommettere punterei su Alex, sul fatto che ha cercato di ripulirsi il corpo e la coscienza, ma da solo, anche con l’aiuto di Donati, non ce la poteva fare, gli interessi sono troppo grandi e in fondo lui voleva solo vincere le Olimpiadi.
A chi cazzo frega delle Olimpiadi quando si possono fare un sacco di soldi?

schwazer

Non un binario unico, ma un unico binario

Nel leggere e pensare alla strage ferroviaria di Corato, ad ogni parola detta, letta o anche solo immaginata è necessario, inderogabile, pensare alle vittime, alle loro famiglie, alla popolazione.
Non c’è niente da fare, certe morti ti toccano di più.
Perché in qualche modo, da qualche parte della nostra coscienza sporca c’è l’idea che la guerra, la fame, la povertà, la religione, siano fattori di sofferenza e morte che convivono con noi dall’alba dei tempi, e quindi quasi normali, se non addirittura accettabili.
Riusciamo quindi ad andare avanti nella nostra esistenza anche sapendo che centinaia di milioni di persone vivono in stato di indigenza, che milioni di bambini lavorano per il nostro benessere, che ci sono guerre combattute aspramente anche vicino casa.
Siamo riusciti a fottercene anche quando i balcani bruciavano e i cecchini serbi facevano il tiro al bersaglio a Sarajevo.
E anche qua, a casa nostra, prendiamo i 7/8.000 morti l’anno che lasciamo sulle strade come una fatalità in qualche modo inevitabile.
Poi si scontrano due treni, e improvvisamente scopriamo di avere una coscienza.
Non è una cosa negativa, sapete, avere una coscienza, anzi.
Ma quando avremo sfrondato le nostre reazioni di tutta l’emotività possibile, quando avremo smesso di esercitare una competenza rotabile che non abbiamo, quando avremo finito gli insulti verso il “governo ladro”, o addirittura le becere esultanze di qualche coglione pseudo leghista, sarà bene cominciare a ragionare.
E a dirci che nella vita di una persona, di una famiglia, di uno Stato esistono delle priorità.
La strage di Corato ci colpisce perché quelli siamo NOI.
Non erano dei coglioni che andavano a duecento in autostrada, o dei soldati che cercavano di conquistare un pezzo di territorio, o dei poveri disgraziati così sfortunati da nascere in una favela o in un tugurio in periferia di Nairobi.
No.
Quella era gente come me e come voi, studenti, mamme, nonne, bambini, poliziotti, agricoltori.
Gente che amava, odiava, correva, lavorava, sperava esattamente come me e come voi.
Gente magari neanche tanto abbiente, altrimenti non si sarebbero messi su un treno locale per fare diciassette chilometri, ma avrebbero sfoderato una bella macchina o una moto potente.
Nonne coi nipoti, madri morte abbracciati ai figli.
Lo strazio della NOSTRA famiglia.
Proprio per loro e per tutti noi è necessario capire, e cercare di cambiare.
E non venitemi a parlare di binario unico, di sistemi di segnalazione antiquati, o stronzate del genere: in Italia sono circa 15.000 i chilometri a binario unico.
La sola RFI ne conta 9.000, il quindici per cento del totale.
L’errore umano?
Ma di cosa stiamo parlando?
Vogliamo dire la verità? In una tratta – solo una delle centinaia di tratte simili – in cui i treni vanno a cento all’ora e non si scontrano solo perché due cristiani si mandano un segnale di fumo da una parte all’altra del binario, il fatto che un disastro del genere non succeda tutti i giorni è un inno all’efficienza e alla professionalità di queste persone.
La verità per me è un’altra.
La verità è che si è ritenuto di poter gestire i soldi pubblici in maniera SOLO clientelare, senza pensare ANCHE al benessere collettivo.
Quando si parlava di ponte sullo Stretto, non abbiamo fatto la rivoluzione con i forconi, come sarebbe stato giusto.
Anzi, abbiamo permesso ad un governo di malandrini di buttare duecento milioni per una gara, senza considerare stipendi e anche penali.
Quando si è costruita la Roma-L’Aquila abbiamo permesso che si facessero DUE autostrade inutili, invece di una, perché erano due i signorotti democristiani da accontentare.
O quando si costruisce a Roma la nuvola di Fuksas, monumento all’inutilità e allo spreco.
O quando si fa la terza corsia del raccordo anulare, che andava completata per i mondiali del 1990 ma ci ha messo una ventina di anni in più.
O quando si fa un air terminal che non viene usato, o aeroporti nel nulla.
O quando si mette in mano a camorra e ndrangheta ogni singolo chilometro della Salerno-Reggio Calabria.
E potrei andare avanti per ore e ore e ore.
I soldi non si mettono mai per migliorare la vita delle persone, mai, ma solo per il vantaggio di pochi.
Quindi lo volete sapere di chi è la colpa?
E’ vostra.
Sì.
Vostra, e mia, e tua e di tutti quanti noi, che non abbiamo controllato abbastanza, denunciato abbastanza, votato abbastanza.
E che oggi magari in un improvviso rigetto per la politica “politicante” andiamo a votare per dei peracottari che neanche hanno iniziato e già fanno a botte per mettere la moglie o la fidanzata in posizioni lucrose, e chissà cosa succederà dopo.
Quando guardiamo le scene della strage di Corato, cari amici, stiamo bene attenti a quello che diciamo, perché la colpa, alla fine, è solo nostra.

Strage Corato

Analisi di una squadra

Se (sono volentieri accettate tutte le forme di scaramanzia più diffuse) l’Italia dovesse vincere il campionato europeo si scatenerebbero gli esegeti e ci verrebbe propinata l’apologetica più raffinata per spiegarci per filo e per segno perché siamo stati forti.
Scoprirete che sarà citato inevitabilmente il “gruppo”, il “condottiero”, il “soli contro tutto e tutti” per finire nell’apoteosi del “non eravamo delle pippe, visto?!”
Banalità. Solo banalità ricorrenti.
La vera analisi è questa qua, e la faccio PRIMA. Così, se vinciamo potrò vantarmi di averlo detto molto prima, e se perdiamo posso sempre dare la colpa a qualche supercazzola, tipo l’arbitro Moreno, o la lotteria dei rigori.

Gli elementi vincenti della Nazionale Italiana agli Europei di Francia 2016:

1) Allenatore rompicoglioni. Si è visto che fine hanno fatto i bravi papà come Vicini, Donadoni, Prandelli. Tutta gente amata, amatissima, dal pubblico, dai presidenti, dai giocatori. Testimonial del fair play, buoni dentro e fuori. Peccato che questi sono una banda di ragazzotti viziati e ricchi, e se vuoi farli marciare li devi prendere a calci nel culo, dalla mattina alla sera. Quindi servono allenatori con i coglioni di ferro, e pronti a sminuzzare quelli degli altri, tipo Bearzot, Lippi, Capello e appunto Conte. Con un allenatore Mastro Geppetto si finisce sempre nel Paese dei Balocchi.

2) Difensori spaccagambe. Hai voglia a citare l’eleganza di Facchetti e Scirea, o la sontuosità di Beckembauer. I tornei si vincono con i Burgnich, i Gentile, gli Schnellinger, i Bergomi, i Gattuso e appunto Chiellini e Bonucci. A Morata glie l’hanno detto: sticazzi che hai giocato con noi fino a ieri, se passi da queste parti ti rompiamo le tibie (per non dire altro). Morata ha girato saggiamente al largo. Pirlo sì, era etereo ed efficace, ma siccome non ce l’abbiamo più, abbiamo rispolverato il randellatore De Rossi, centrale di lotta e di governo. Gli attaccanti avversari devono sapere che se avanzano oltre il centrocampo rischiano. Di brutto.

3) Portiere saracinesca. Zoff che salva col Brasile sulla linea all’ultimo minuto, Toldo che para tutti i rigori, Buffon che finisce i mondiali prendendo un solo goal, quello del suo compagno Barzagli, oltre ad un rigoretto in finale. Insomma, quando tutto è perduto ci vuole uno che la palla in porta non ce la vuole far entrare, a costo di spaccarsi la schiena per saltare come un pirla sulla traversa. E noi ce l’abbiamo.

4) Portatori d’acqua. Rosato, Furino, Oriali, De Napoli, abbiamo una tradizione di gente che produce quantità più che qualità, permettendo ai vari Rivera, Baggio, Totti di fare i beati cazzi loro senza faticare. Oggi non abbiamo grandi campioni, ma grandissimi portatori d’acqua come Parolo, Florenzi, De Sciglio e lo stesso Giaccherini. Gente che corre da sola in una partita quanto Domenghini ha corso per tutti i mondiali del Messico. Le altre squadre finora li hanno guardati senza sapere come arginarli.

5) Le ali. Oltre al già citato Domingo, al mitico Bruno Conti, Franco Causio fino allo stesso Del Piero per necessità, l’Italia ha vinto quando invece di schiantarsi sui muraglioni avversari – di solito sono tutti mediamente più alti e giovani di noi – ha allargato il gioco sulle fasce. E’ il carattere italico della squadra “femmina”, come diceva Gianni Brera, ossia te la faccio annusare ma poi te lo metto in quel posto spuntandoti da dietro quando meno te l’aspetti. Candreva e Florenzi o Darmian sono la perfetta sintesi di questa filosofia.

6) Qualcuno che la butta dentro. Insomma alla fine se hai distrutto il gioco avversario e hai costruito abbastanza, poi ci vuole uno che la schiaffi in porta. Non fa niente se di testa, di stinco, di culo o in rovesciata alla Clark Gable in favore di telecamera come fa Pellè, basta che la buttate dentro. In Germania hanno segnato tutti, in Spagna quasi solo Paolo Rossi. Non fa niente, la palla va buttata dentro e noi, stavolta, lo stiamo facendo.

7) E dulcis in fundo: la stampa. Commentatori improvvisati, vecchie glorie del mezzobusto, ex giocatori con occhialino alla moda, attori e presentatori riciclati. Fin dai tempi della Parietti e della Marini a fare il balletto, o della Ventura alla Domenica Sportiva, fin dal gossip sulla relazione amorosa tra due giocatori ai mondiali di Spagna, per finire alle critiche di pippaggine di questa nazionale, la stampa (principalmente televisiva e radiofonica) dà sempre, rigorosamente, il peggio di sé. Sempre. Ma per fortuna, siccome gli italiani sono incazzosi, permalosi, scontrosi e talvolta anche vaffanculosi, tutta questa valanga di mondezza che la stampa regolarmente rovescia sulle grandi competizioni calcistiche una rabbia che volge in positivo. Quindi grazie anche ai commentatori sportivi, che anche stavolta hanno fatto il loro dovere: non capirci un cazzo.

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Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

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Il giorno in cui ci vergognammo di Alì

Ora che The Greatest non c’è più, tutti sono diventati esperti di boxe, tutti ricordano Rumble in the Jungle, o Thrilla in Manilla.
Il pugno dato ai Beatles, oppure il rifiuto di partire per il Vietnam.
E’ naturale.
Mohammed Alì è un’icona, ed un eroe, e tutti noi vogliamo far parte di un’epopea, anche se solo da spettatori.
Ma Mohammed Alì non era un dio, era un uomo come tutti noi, e qualche errore lo ha commesso, nella strada verso la gloria.
E anche se sul ring molte delle sue battaglie divennero epiche, ci fu una notte in cui tutti si vergognarono di lui, e ancora ce ne vergognamo noi che lo adoriamo.
Fu la notte in cui combattè contro Ernie Terrell.

Ernie Terrell non era un gran pugile, diciamolo subito, e probabilmente non meritava di fregiarsi del titolo di “campione del mondo dei pesi massimi”, ma quando lui ed Alì incrociarono i guantoni entrambi erano campioni.
Alì aveva perso il titolo della WBA, una delle due federazioni mondiali di allora, perché invece di affrontare uno sfidante ufficiale aveva concesso subito la rivincita a Sonny Liston.
Allora la WBA fece qualche incontro al termine dei quali emerse Terrell come campione.
Non che i titoli contassero gran che: tutti sapevano, e lo avrebbero saputo per molto tempo ancora, che Alì era The Champ, ma alla fine l’incontro per “riunificare le corone” si fece.
Ora, questo Terrell era uno spilungone, alto più di Alì che pure non era un nano, con due braccia lunghissime.
Non aveva un record immacolato, ma comunque non perdeva da anni.
Non aveva neanche un cazzotto degno di un peso massimo, ma era un buon incassatore e aveva un sinistro fastidioso, che sommato a due braccia lunghe gli aveva permesso una carriera onorevole.
Era anche un buon cantante, aveva una band che si chiamava “Ernie Terrell and the Heavyweigths” e la sorella divenne la cantante solista delle Supremes dopo l’uscita di Diana Ross.
Insomma, un bonaccione questo Terrell.
E poi era amico di Alì.
O comunque si conoscevano da tempo, da quando dilettanti si allenavano insieme a Miami, si dividevano la stanza perché non avevano un dollaro, facevano viaggi insieme per andare a trovare le famiglie, insomma forse non era l’amico del cuore di Alì ma certo non uno sconosciuto.
Però Terrell aveva conosciuto Alì quando era ancora un negro inserito in un contesto di schiavitù e razzismo, e si presentava con il suo nome da schiavo: Cassius Marcellus Clay.
L’uomo che aveva davanti ora non era lo stesso uomo.
Era un uomo arrabbiato, arrabbiatissimo con l’establishment, aveva deciso di cambiare religione, nome, di aderire ad una dottrina che voleva l’indipendenza dei neri americani, insomma un tipetto per niente malleabile, con un carattere supportato da quasi cento chili di muscoli e un’intelligenza pugilistica ineguagliata.
Forse Terrell non era particolarmente intelligente, o forse decise di confrontarsi con Alì anche sul piano dialettico, e non potendo rispondere alle sue poesie sarcastiche in rima, dichiarò che Shakespeare si stava rivoltando nella tomba (cosa probabilmente vera) e cominciò a chiamarlo con il suo nome da schiavo, Cassius Clay.
La reazione di Alì fu troppo immediata per essere stata costruita: andò su tutte le furie durante la conferenza stampa, i due vennero quasi alle mani e Alì promise che l’avrebbe fatta pagare a Terrell.
Chi non conosce Alì, o la boxe, può pensare che “fartela pagare” significa distruggere l’avversario in due round.
Ma Alì, la notte in cui ci vergognammo di lui, era molto più arrabbiato, molto più intelligente, molto più abile e determinato di come si possa immaginare.
Fece esattamente il contrario.
Pur avendo ripetutamente l’opportunità di mandare KO un avversario chiaramente inferiore, lo picchiò con regolarità chirurgica per 15 riprese, stando bene attento a farlo soffrire ma a non farlo andare al tappeto.
La punizione che subì Terrell quella sera fu terribile: un pugile professionista alto e grosso non è un uomo che va al tappeto facilmente, ci vuole un avversario altrettanto forte e determinato.
Ma Terrell, purtroppo per lui, era in grado di sopportare 45 minuti di cazzotti in faccia di Alì senza morire, e così fece, perché Alì quella sera decise che la punizione di Terrell sarebbe stata una lunga agonia, e diverse settimane in ospedale.
Non bastasse, Alì insultò in continuazione Terrell, chiamandolo “zio tom”, oppure “sporco negro”, e chiedendogli urlando “qual è il mio nome ora, eh!? qual è il mio nome?”.
Terrell non rispose, neanche quando Alì gli sputò in faccia; si limitò a contare le migliaia di secondi che lo separavano dalla fine di quella tortura, per poi farsi finalmente ricoverare in ospedale.
Alì vinse, anzi stravinse aggiudicandosi praticamente tutte le riprese.
Era il più grande, ma quella notte avrebbe dovuto e potuto dimostrarlo in altro modo.


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Italia – Haiti tre a uno

Un racconto malinconico costruito su ricordi felici

Il caldo di quella sera di giugno non me lo dimenticherò mai.
A dire il vero, sono molte le cose che non posso dimenticare a distanza di quarant’anni, e ogni volta che i primi caldi arrivano impietosi a rendere le giornate interminabili e le notti insopportabili precipito a quel quindici giugno di tanti anni fa, e mi sembra di rivedere tutto come in un film.
Ricordo ogni dettaglio di quella sera, il pergolato di una pizzeria di quartiere, le tovaglie di carta e le posate di metallo, con i bicchieri di vetro da acqua e le prime coca-cola che ci riempivano lo stomaco.
Il tavolo con qualche genitore, distante, per non disturbare, e venticinque ragazzini che correvano e urlavano senza sosta.
Venticinque undicenni che smettono di essere bambini e diventano qualcosa di diverso, dei ragazzini senza forma, non-bambini e non-adulti, l’inizio di un limbo senza fine che ancora oggi non smette di perseguitarmi, in un’adolescenza eterna che si confonde con la vecchiaia incipiente.
Ma il 1974 era anche l’anno dei mondiali, ed era pressoché impossibile tenere noi maschi seduti, mentre gli Azzurri – gli imbattibili Azzurri – iniziavano il loro presunto cammino trionfale verso la gloria.
E allora gruppetti di maschi scalmanati a turno scendevano i gradini per entrare nel locale dove un vecchio televisore, vecchio anche per l’epoca, trasmetteva in pochi pollici una partita in bianco e nero, e tornavano con le ultime notizie: “per poco non segna Mazzola”, “quelli sanno solo stare in difesa”, “siamo più forti”.
Urla di entusiasmo di anime entusiaste, e solo uno rimaneva seduto.
Un solo ragazzino non si mischiava con il sudore degli altri, e mangiava tranquillo la sua pizza, bevendo coca-cola e sorridendo alle chiacchiere delle compagne di classe.
Ero io, chiaro, quel ragazzino, perché in quella estate così calda il calcio non era più la mia unica preoccupazione.
Avevo scoperto che non erano solo le corse all’impazzata, le partitelle senza fine sullo sterrato, la bicicletta in salita, che facevano accelerare i battiti del cuore.
Avevo scoperto che ad un certo punto della vita incontri persone che desideri non si allontanino mai più da te, e le vorresti tenere vicino con qualsiasi scusa.
Avevo scoperto l’amore.
L’amore dei ragazzini certo, l’amore che non può essere dichiarato, perché non si sa come fare, che non può essere consumato, perché non si ha consapevolezza del proprio corpo, che non può neanche essere vissuto.
E’ un amore che può essere solo sofferto, e io lo soffrivo per bene, quell’amore per la sorella di un mio compagno di classe.
Aveva un anno di più, ma io ero alto – pensavo che questo bastasse per essere notato – e quando la incontravo sembravamo della stessa età. Andavamo nella stessa scuola, e ci incrociavamo quasi tutti i giorni.
Lei parlava con me, ma ovviamente io non parlavo con lei, non sapevo che dire, non avevo parole, e quindi evitavo di rispondere, magari le sorridevo, ma niente di più.
E stasera, proprio stasera mentre Zoff e i suoi compagni si battevano per noi su un prato tedesco, e tutti gridavano convinti del trionfo che ci attendeva, io ero triste.
Perché lei non c’era, non aveva accompagnato il fratello, e non l’avrei vista per un bel po’.
Era l’ultima volta che noi compagni di classe ci vedevamo prima delle vacanze, e per tre mesi ognuno di noi avrebbe fatto i conti con l’infanzia che se ne andava, per ripresentarci a settembre diversi, più grandi, qualcuna già donna, e qualcuno già con la barba fatta.
E io avrei passato l’estate sdraiato a letto, o al mare, a pensare a quella ragazzina più grande di me, con quei capelli neri lunghi e gli occhi scuri, cercando di trovare le parole che avrei potuto usare la prossima volta.
Sapendo che non lo avrei fatto.
Arrivò l’intervallo della partita, Italia e Haiti inchiodate sullo zero a zero, la pizza ormai finita, la coca cola che ribolliva negli stomaci, e quasi ora di andare via.
Ad un certo punto mi vennero a chiamare.
– Dai ricomincia, vieni a vedere anche tu! –
Scesi i gradini con tutti i maschi, erano sudati all’inverosimile per il caldo, il forno vicino e l’eccitazione, e solo io non riuscivo ad entusiasmarmi.
All’improvviso, il disastro.
Un tizio mingherlino scappò al controllo dei nostri difensori e segnò.
Haiti uno, Italia zero.
I miei compagni rimasero allibiti, le bocche spalancate, senza sapere cosa dire.
Fossero stati un po’ più grandi avrebbero riempito la sala di parolacce, come fecero gli adulti seduti più lontano dal televisore.
Allora decisero che la passione per il calcio non era sufficiente a reggere l’onta, e tornarono nel giardino per prepararsi ad andare via, delusi.
Io rimasi lì, a guardare, tanto non mi interessava se l’Italia perdeva o vinceva, non pensavo molto ai mondiali, per cui potevo anche restare a fare finta, almeno non ero costretto a fare conversazione.
Poi, senza preavviso, mi accorsi di non essere più solo, e quando mi girai c’era quella ragazzina.
Mi sorrideva. Era venuta con i genitori a prendere il fratello, mi aveva visto e si era fermata.
– Che fai? non sei con gli altri? –
– No, stavo guardando la partita. Stiamo perdendo. – dissi, come se quella fosse una spiegazione.
Lei alzò un sopracciglio.
– Pensavo che a te il calcio non interessasse. Così almeno mi dice mio fratello. –
– Ti parla di me? – chiesi stupito.
Lei sorrise.
– Non tanto, e non volentieri. Sono io che ogni tanto gli chiedo qualcosa. –
E mi guardò.
E quello sguardo fu il primo di molti sguardi che ebbi la fortuna di vedere nella mia vita, lo sguardo di una donna che ti dice con gli occhi le cose che non vuole dirti con le parole, lo sguardo che ti fa capire che tu per lei sei diverso, che forse c’è qualcosa dentro di te che a lei piace, e che forse, forse è possibile che quello che tu hai creduto possa diventare vero.
Ma quello era lo sguardo di una ragazzina, e tutto questo sarebbe diventato possibile solo più tardi.
Quel giorno, mentre l’Italia segnava, pareggiava e poi vinceva, era solo lo sguardo della donna che poteva essere e che io vidi per primo.
E forse anche per ultimo.
Si avvicinò, mi diede un bacio sulla guancia, e poi raggiunse gli altri.
Rimasi lì qualche minuto, gli occhi alla televisione, la testa e il cuore in un luogo lontano, prima di tornare in giardino e scoprire che era già andata via.
E rimasi così anche nei giorni successivi, in cui quel leggero contatto di due labbra sulla guancia riaffiorava in continuazione e mi bruciava senza sosta.
Poi la telefonata, gli occhi spalancati, il pianto irrefrenabile, le carezze di mia madre.
E il funerale, gli abbracci con gli amici, il fratello che singhiozzava senza sosta, il caldo micidiale di Roma, e l’Italia che usciva dai mondiali.
Uscii dalla chiesa da solo, non presi per mano gli altri compagni e mi allontanai da mia madre e mio padre, che mi guardavano preoccupati.
Alzai gli occhi al cielo e mi chiesi cosa avessi fatto di tanto cattivo per soffrire così.
Non ebbi risposta ovviamente, e non ce l’ho tutt’ora, se dopo quaranta anni quel bacio mi fa ancora male, e quella domanda ancora la faccio al cielo, in queste notti di giugno in cui Italia ed Haiti ancora combattono per un pallone, e io per diventare grande.

italia haiti

La fantasia al potere (e speriamo di no)

La campagna elettorale per l’elezione a Sindaco di Roma è ormai in pieno turbinio.
I candidati sparano le loro cartucce migliori, e noi osservatori semi-imparziali non possiamo che trarne gioia e letizia.
Per il momento in testa è la candidata del M5S Virginia Raggi, con il suo slogan a metà tra il social e la Settimana Enigmistica:

#coRAGGIo
E’ ora di cambiare Roma

Carino, simpatico, umoristico e serio allo stesso tempo.
Ma dato che noi abbiamo spie in ogni dove, siamo riusciti a mettere le mani nella lista degli slogan che la futura non-sindaca di Roma farà esplodere sui mass media da qui al 5 Giugno.
Ed è con non poca soddisfazione che andiamo a spoilerarli tutti senza pietà.

#ammaRAGGIo
Dal fiume sacro conquisteremo il Tirreno

#irRAGGIamoci
Il sole bacia i belli

#atterRAGGIo
Riannettiamoci Fiumicino!

#viRAGGIo
Per una città color seppia

#foRAGGIo
Magnatene e bevetene tutti

#metRAGGIo
Per un GRA più snello e scorrevole

#stiRAGGIo
Dopo il premier-operaio una sindaca-colf

#oltRAGGIo
A stronzi! Ma che, nun me votate?

#scoRAGGIo
Compro una “E” e ve faccio fori a tutti

#miRAGGIo
C’avevate creduto eh!?

Attendiamo nuove e mirabolanti invenzioni del marketing politico, che non ci delude mai.

raggi

Il falco e il falcone

Oggi è l’anniversario della morte di Falcone, sua moglie e la scorta.
Una strage terribile, compiuta ai danni di un vero Servitore dello Stato, una strage che ha cambiato tutto nella percezione della mafia presso le persone, le autorità, la politica.
Non ci dimentichiamo che fino all’arrivo di Falcone la mafia semplicemente non esisteva.
Prima del 41 bis non si poteva essere condannati per essere mafiosi. Certo, se sparavi, taglieggiavi, rubavi, sì.
Ma la connivenza, l’appartenenza, gli ordini, le organizzazioni, sfuggivano alla giustizia solo perché non esisteva una legge apposita.
A distanza di tanti anni, dopo tante celebrazioni, fatte nei luoghi più importanti e “alti”, come è possibile ricordare Falcone e la sua eredità?
Io un’idea ce l’ho, ma purtroppo è negativa.
Penso che uno come Falcone – o come Borsellino e pochi altri – l’Italia non lo genera spesso e non se lo merita neanche.
Penso che la mafia truculenta, quella che ammazza per il gusto di far valere la propria forza, magari non gira più, ma le mafie che inquinano la vita economica, e politica del Paese sono ancora lì.
Penso che Falcone abbia lottato e sia morto invano.
Penso che il degrado del Paese sia così evidente, da farci dire che almeno quando il nemico era Totò Riina, o le BR, era facile sapere da che parte stare.
Oggi non lo sappiamo più.
A Napoli gli aficionados del PD potranno votare per il figlio/nipote di boss pregiudicati, portati in lista da Verdini. Garantisce lui.
Per dire.
Ma ci sono altri segnali, più profondi, che Falcone ha fallito.
Perché il suo ideale di giustizia, da come me lo ricordo e da tutto quello che ho letto in questi anni, non si limitava ad una guerra “buoni contro cattivi”.
Non era Tex Willer contro gli indiani, o Garibaldi contro gli Austriaci.
Io credo che Falcone avesse un’idea della Giustizia più alta, che permeava tutta la società.
Non è un caso se ancora oggi nelle scuole viene raccontato chi era Falcone, non solo perché faceva lo sceriffo, ma perché aveva un’idea complessiva della Giustizia che è quella che dovremmo insegnare ai nostri figli.
E mentre noi ci affanniamo a raccontare di Falcone alle generazioni successive, mentre lo Stato si riempie la bocca del suo nome, ecco che un manager dello Stato, pagato da noi dunque, racconta la SUA idea di giustizia, con la g minuscola.
L’idea che chi governa un’azienda, un’azienda dello Stato per di più, debba comandare con il terrore, mettendo i suoi podestà a ringhiare contro i dipendenti, spezzando la volontà di chi resiste con umiliazioni plateali, finché la paura e la sofferenza piegano la resistenza dei dipendenti.
E’ facile, dice Starace, Amministratore Delegato dell’ENEL.
Ma che differenza c’è, chiederei a Falcone se fosse vivo oggi, tra i metodi che usa la mafia per assicurarsi il rispetto dei suoi galoppini, e quelli che usa questa azienda di stato per garantirsi la fedeltà cieca dei suoi dipendenti?
Che differenza c’è tra umiliare un mafioso prendendo a schiaffi la moglie in pubblico, o umiliare un dipendente insultandolo davanti ai suoi colleghi?
Perché l’Italia, questo cazzo di Paese dove non si riesce mai a cambiare le cose in meglio, deve pagare profumatamente un manager per distruggere la vita ai nostri amici, parenti, colleghi?
Perché la mafia non è un corpo estraneo, mi risponderebbe probabilmente Falcone.
La mafia è dentro di noi, siamo noi, la nostra cultura, le nostre radici, le nostre abitudini.
Siamo un popolo di mafiosi, e solo due cose ci salveranno: la Giustizia e la Cultura.
Se sapremo lottare per più Giustizia e più Cultura, Falcone non sarà morto invano.

Capaci

Estate a Roma

Avevo scritto questo racconto breve per un concorso, poi avrei dovuto limarlo per partecipare e invece mi piaceva così.
Ne scriverò un altro.

Avevo giurato che non ci sarei più tornato, e invece eccomi qua.
Guardo la fontana, con gli scalini pieni di ragazzi accaldati dall’afa di una bella giornata di fine giugno e dalla birra, e mi stupisco di dove mi hanno portato le mie gambe.
Ho una busta in una mano e la borsa nell’altra, e ruoto su me stesso aprendo le braccia come una ballerina per guardare questo universo che avevo quasi dimenticato.
Sbircio il Tevere oltre il parapetto, poi mi giro di nuovo e abbasso gli occhi per guardare il selciato e i miei piedi, come per rendermi conto di essere di nuovo qui, davvero.
Chiudo gli occhi, sperando che il buio cancelli l’immagine che si sta formando nella mia mente, ma è inutile, è tutto inutile.
Lei è ancora lì, che ride nel suo vestito verde, seduta sugli scalini di Piazza Trilussa, e io vicino che abbasso la testa e tengo le braccia appoggiate sul marmo, per paura di toccarla, ma sento il suo calore e il suo respiro, e le braccia si irrigidiscono per il desiderio di tenerla stretta, eppure resisto e continuo a parlare, e sono divertente, perché lei ride, mi prende in giro, è contenta di essere qui con me.
Poi le do’ un foglio.
Lei si fa seria, lo apre e comincia a leggere.
Riapro gli occhi, non voglio vedere: anche se questa scena è solo nella mia mente, non voglio vederla. Giro sui tacchi e attraverso la strada di corsa e vado sul ponte.
Mi affaccio e guardo giù.
Quante volte ci ho pensato, quante volte.
Ma sono troppo vigliacco, ho preferito scappare.
Londra, poi Bangkok, poi addirittura l’Australia.
Lontano, il più lontano possibile da Roma, da questa città che amo e che mi ha fatto così male, da questo caldo opprimente e lo smog che mi fa tossire.
Lontano dal dolore lancinante che mi provoca il ricordo, un ricordo che sulle onde dell’oceano è più delicato, una malinconia di sottofondo, mitigato dai corpi di donne alte e muscolose, con capelli biondi e occhi azzurri impossibili.
E così ho resistito per dieci anni e sono riuscito a vivere.
Oggi però no, oggi non vivo, perché sono di nuovo qua, e il dolore è di nuovo una spada arroventata infilata nel costato, e una mano impietosa che la gira in continuazione, non è possibile sopportarlo.
E allora guardo di nuovo giù: ora che anche i miei non ci sono più lasciarsi cadere è un dolce desiderio.
Ma prima voglio vederla di nuovo.
Rialzo la testa, guardo in direzione di Piazza Trilussa e attraverso di nuovo, e come in un film, un brutto film di fantasmi, lei è lì, con il mio foglio in mano, gli occhi che si allargano mentre procede nella lettura, io che abbraccio le mie gambe e metto la testa tra le ginocchia come un adolescente, lei che finalmente finisce e mi guarda stupita, con la bocca aperta, non dice una parola.
Poi con lenta consapevolezza si alza, mi toglie gentilmente le mani dalle ginocchia, chiude la bocca e addolcisce lo sguardo, si siede sulle mie gambe e mi abbraccia senza dire una parola.
E’ la prima volta che la tocco, e non avevo idea. Nessuna idea che quel contatto avrebbe cambiato la mia vita.
Resto fermo così, con le mia mani sulla sua schiena, sento il suo cuore, il suo seno, il suo respiro, e non ho coraggio di dire nulla.
Devo riaprire gli occhi ora, lo devo fare. So che se li terrò chiusi scenderanno delle lacrime e io non voglio piangere.
Ma non riesco, non riesco proprio a riaprirli.
Sento la busta di plastica nella mia mano, e ne percepisco la leggerezza.
Ma so che anche se non pesa nulla mi farà male.
Apro gli occhi e guardo questa busta, e mi odio per questo, mi odio per averle comprato dei fiori.
Lei non amava i fiori e non li voleva, e l’unica cosa che ho saputo fare per lei è comprare dei fiori e venire qua a piangere.
Mi avvio verso il parapetto, guardo in lontananza il Cupolone, e Castel Sant’Angelo.
Penso che è stato bello nascere qua.
Mi hai fatto male, Roma. Ma non te ne voglio, mi hai dato lei, e ti ringrazio per questo, anche se poi me l’hai tolta.
Getto i fiori sul marmo che c’è sotto.
Arrivo, penso, il tempo del dolore finisce qui.

Roma Acqua Alta 2

Photo by rodocarda