Storia di Chiara e Franca

In questi giorni, stranamente proprio mentre sono all’estero e distratto da un paese e una cultura molto differenti dalla nostra, mi sono imbattuto in storie di donne che mi hanno colpito, commosso, fatto incazzare, pensare, piangere.
Sono storie note, in parte le conoscevo già, e non c’è niente che non possiate trovare su internet, non avete certo bisogno di me.
Ma se anche una sola persona scoprirà leggendo questo trafiletto che esistono donne che hanno subito dal destino e dagli uomini affronti tremendi, allora avrà avuto un senso.
Spero che leggano soprattutto gli uomini.
Abbiamo bisogno ogni tanto di spogliarci del nostro maschilismo, che forse fa parte della nostra natura, non lo nego, e di cercare di capire che le donne, le nostre donne, le nostre madri, mogli, figlie che adoriamo e che spesso trattiamo come meritano, sono degli esseri fragili, e qualche volta la loro fragilità è colpa nostra.
Anche il loro dolore. Non sempre. Ma qualche volta sì.

Storia di Chiara
L’amore, l’amore è cieco dicono.
Se non fosse così, ragazze come Chiara non potrebbero innamorarsi dell’uomo sbagliato.
Una ragazza semplice, di famiglia semplice, forse questa è stata la sua prima condanna.
Di vivere per cose semplici: la famiglia un po’ così, pochi soldi, lo stadio, il suo cane, l’istituto alberghiero.
Una ragazza che forse non chiedeva molto dalla vita, e forse non si aspettava neanche molto, ma che non meritava quello che le è successo.
Perché ad un certo punto Chiara si innamora.
A diciotto anni è normale, ma lui ne ha già trentacinque. E non è un tipo facile.
Per un po’ le cose sono andate benino, poi lui è violento, non è tipo raccomandabile, e insomma la famiglia, questo padre separato che la adora, cerca in tutti i modi di tenerli lontani.
Si sa, l’amore è più forte di qualsiasi ostacolo, supera tutte le barriere.
Ma è amore questo?
E’ amore quello che lega un uomo violento ad una ragazzina?
E’ amore il possesso, la gelosia, le botte, la cattiveria?
No. Lo possiamo dire senza paura di essere smentiti.
L’amore è passione, condivisione, rispetto.
L’amore è attesa, gioia, delicatezza.
L’amore non è mai violenza e la violenza non è mai amore.
Ma cosa ne sa di tutto questo Chiara, una ragazzina che vive per andare allo stadio e per quest’uomo cattivo?
Forse, chissà, non glie lo hanno saputo insegnare neanche i genitori, che vivono in una situazione complicata, pochi soldi, e chissà se la cultura, la bellezza, l’amore fanno parte della loro vita.
E allora Chiara fugge con quell’uomo, perché la sua idea dell’amore forse è questa, essere la donna dell’uomo forte, essere trattata male.
Troppe donne subiscono il fascino della violenza, donne anche intelligenti, colte, preparate.
Donne che non hanno alle spalle una storia famigliare di violenza, anzi, che magari hanno avuto genitori che le hanno adorate.
Eppure non riescono a resistere ad un istinto primordiale di autodistruzione.
Evidentemente anche per Chiara il fascino animale di quell’uomo è stato irresistibile, e così è fuggita con lui, e in quello scantinato dove si erano rifugiati ha trovato la morte.
Non la morte fisica, non ha avuto neanche questa benedizione.
Chissà, forse è stata una parola storta, il rifiuto di assoggettarsi ai suoi voleri, oppure una birra di troppo, ma fatto sta che quest’uomo, quello che Chiara considerava il suo amore, per il quale aveva lasciato casa sua senza dire niente, l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla, ha cominciato a colpirla, con calci alla testa e ancora e ancora e ancora finché di Chiara non è rimasto più niente.
Oggi lui è in galera, con una pena forse inadeguata.
Lei è in un ospedale, con il padre a vegliarla ogni volta che può.
Ma Chiara, la Chiara semplice, quella che amava il calcio e il suo cane, quella che ha scambiato la violenza per amore, quella ragazzina, non c’è più.
La storia di Chiara non è una bella storia.

Oggi Chiara è in una clinica pubblica ma prima o poi uscirà, le sue cure, che servono solo per tenerla in vita, sono costosissime, il padre guadagna poco più di 1.000 euro al mese, e non potrà fare altro che tenerla con sé e sperare, o aspettare l’inevitabile.
L’assassino di Chiara è nullatenente e quindi non è in grado di contribuire in alcun modo, neanche con una condanna.
E lo Stato? Lo Stato siamo noi. Assenti. Indifferenti.

Storia di Franca
A diciassette anni Franca era bella, bellissima, una bella ragazza siciliana.
Ed era già fidanzata, perché cinquanta anni fa una ragazza di buona famiglia, soprattutto se bella, era già promessa a qualcuno, e Franca aveva scelto già l’uomo della sua vita, Giuseppe, quello che l’avrebbe voluta accanto per tutta la vita, per avere figli e nipoti e una vecchiaia insieme.
L’uomo della sua vita era, Giuseppe, e nessun altro.
Ma come in tutte le favole, come nelle storie di tutte le principesse, c’è sempre una strega o uno stregone cattivo che vuole rompere l’incantesimo.
Per Franca l’uomo nero si materializzò un pomeriggio nelle vesti di un piccolo mafioso della zona, insieme ad altri dodici sgherri, per rapire lei e suo fratello e portarla via.
Se pensate ad un rapimento romantico vi sbagliate di grosso.
L’uomo nero non si limitò a rapire Franca, ma la violentò, commise su di lei il delitto più atroce che un uomo può commettere su una donna, la costrinse a giacere con lui contro la sua volontà.
Forse penserete che quest’uomo fosse pazzo, la violenza carnale è reato. O no!?
Beh, vedete, per l’Italia di quegli anni, e non parliamo del medioevo, parliamo degli anni in cui a Parigi si marciava per i diritti degli studenti e dei lavoratori, parliamo degli anni della primavera di Praga, parliamo dell’uomo sulla Luna, parliamo della guerra in Vietnam, parliamo di oggi insomma, non di ieri, dicevo in quegli anni sì la violenza carnale era reato ma…
Ma…se veniva seguita da un matrimonio riparatore allora il reato era estinto.
E’ così. Incredibile, lo so.
E quindi eccoci qua, i personaggi di questo dramma si ritrovano al proscenio e devono decidere cosa fare.
Il mafioso ha fatto la sua mossa: ha sporcato Franca con la sua violenza e sa che può raccoglierne il frutto facendo leva sulla cultura dell’epoca.
Franca forse ha paura: di quell’uomo e della sua cattiveria, della gente, della sua dignità di donna, delle reazioni di Giuseppe, e allora chiama al proscenio il padre.
Immaginate quest’uomo. Immaginatelo ora.
Un uomo che vive in una terra difficile, che ha una figlia che adora e chissà quanto deve soffrire.
Un uomo che non solo è stato colpito negli affetti più cari, ma che può essere colpito ancora, anche materialmente, da un mafioso che conosce bene, da fiancheggiatori che incontra al bar tutti i giorni.
Un uomo che vede anche la società, lo stato, i suoi simili spingere per una soluzione facile: il matrimonio riparatore tra Franca e il vigliacco che l’ha insozzata, così tutto sarebbe a posto, tutto giustificato, nessuna vergogna, nessun dolore.
Quest’uomo, per la cultura e l’età che ha è di fronte ad una scelta terribile.
Ma vedete, in questa storia di uomini schifosi e meschini ci sono anche uomini con le palle, uomini degni di questo nome.
Il padre chiede a Franca: “tu che vuoi fare?”
Lei è una ragazzina, ma non è stupida e non è debole. Ha la fierezza delle donne, e soprattutto delle donne siciliane.
Risponde: “io quello non lo voglio sposare, mi darai una mano?”
Il padre la guarda e non esita neanche un momento: “tu metti una mano, e io ne metto cento”.
Capite, che coraggio, che modernità, che amore questo padre?
Ma il padre di Franca, per quanto bravo e coraggioso non è certo sufficiente per provare a dare un lieto fine a questa brutta storia.
Perché Franca ama Giuseppe, si è promessa a lui, e ora non sa se lui la vorrà ancora, adesso che è “sporca”.
Anche Giuseppe è di fronte ad una scelta, e anche per lui è una scelta che farebbe tremare i polsi.
Il contesto è sempre lo stesso, ma Franca non è sangue del suo sangue, e Giuseppe è giovane, non è un uomo che ne ha viste tante come il padre di Franca, alla fine è un ragazzo anche lui, potrebbe avere paura di quello che la gente potrebbe pensare e dei mafiosi, e di tutto.
A quanto pare però Franca è una donna straordinaria anche nella capacità di attrarre intorno a sé uomini altrettanto straordinari.
Perché Giuseppe, anche lui, non ha nessuna esitazione: “voglio te, solo te, sei la donna della mia vita e io ti sposerò”.
E così fece. E questa storia, la storia di Franca, oggi possiamo raccontarla come una bella storia, di un uomo e una donna che si amano, che danno vita ad altri uomini e donne e che ancora oggi non hanno dubbi della scelta che hanno fatto.
Una bella storia, la storia di Franca.

Grazie alla tenacia di Franca Viola, e alla sua storia alla quale si interessò anche il pontefice Paolo VI, la legge fu finalmente cambiata.
Fu fatto un processo che Franca affrontò con coraggio e determinazione, i violentatori furono tutti condannati.
L’Italia oggi è un Paese migliore, grazie al sacrificio e all’integrità di Franca e ai due uomini più importanti della sua vita.

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Le grandi guide di Rolandfan

Il Giappone in tempo reale – parte seconda

Nella prima parte di questa guida abbiamo affrontato temi generali, di pubblica utilità.
Ora scenderò in qualche particolare, che come noto è di interesse principalmente del demonio..
Perché sapevatelo la cosa più bella in un viaggio è guardare le minuzie, e fottersene dei musei.
E non mi dite che a Parigi vi interessate più del Louvre che della lunghezza delle gonne, perché non ci credo.
Se fosse così, non stareste leggendo queste note…

Come noto, il Giappone è la terra della tecnologia. Non è un caso se giro con una macchina fotografica fatta in Giappone, ho un’automobile giapponese, e anche se il cellulare è coreano sono sicuro che hanno copiato.
Ai giapponesi la tecnologia piace.
Piace moltissimo, il che è incredibile in un paese per certi aspetti così attaccato alle tradizioni.
Piace così tanto che la applicano a tutto, e in qualche caso secondo me esagerando.
Prendete ad esempio il gabinetto.
Che ci sarà da innovare tecnologicamente in un cesso, direte voi?
Eh….amici (cit.) non sapete cosa dite.
Come è noto, l’unico paese al mondo in cui esiste il bidet è l’Italia. Neanche i francesi ce l’hanno, eppure la parola a occhio e croce l’hanno inventata loro.
E se non ce l’hanno i francesi, malati di grandeur, figuriamoci i giapponesi, che hanno fatto del minimalismo abitativo una ragione di vita.
Per cui si entra in albergo già rassegnati alle solite contorsioni nella vasca per convertirla in un bidet efficiente, che in confronto Roberto Bolle è una statua di sale.
Invece basta un’occhiata al water (più prosaicamente detto tazza del cesso) e subito innalzate lodi all’arugzia e alla tecnologia giappo.
Aspettate ad esultare, date retta a me.
Intanto siamo tutti abituati da millenni a pensare al bagno come ad un oggetto semplice: apro rubinetto, chiudo rubinetto, insapono, risciacquo, insomma le operazioni sono tre o quattro, sempre quelle.
Invece quando ti siedi sulla tazz…sul water, scopri che hai a disposizione una plancia di comando che sembra proprio la stessa di quando hai giocato al simulatore dello shuttle.
Mi correggo, era il simulatore di una navicella klingon, perché le scritte sono in klingoniano.
A questo punto scatta inevitabile il panico, che come primo effetto ha quello di far rientrare la necessità, per cui vi alzate e ve ne andate, sperando che qualcun altro scopra il mistero prima di voi.
Dato che a tutti fa quell’effetto, ad un certo punto è inevitabilmente di nuovo il vostro turno, e stavolta non ci sono santi: la dovete PROPRIO fare.
Quindi siete costretti ad usare quei pochi neuroni a disposizione (gli altri sono impegnati a non farvela fare sotto) per capire che cacchio significano quei simboli.
Niente paura. Ci sono qua io che ho sperimentato per voi.
Ovviamente poco prima di lasciare l’albergo, non per vigliaccheria, ma solo per stare tranquillo eh!?
Diciamo che la strumentazione prevede in sostanza quattro comandi principali. Vado ad elencare:
– Generatore di suoni vari. Cinguettii, rumori stradali, insomma c’è di tutto, per evitare di far sentire cosa state facendo VERAMENTE
– Riscaldamento. Siamo sinceri, quante volte nel freddo dell’inverno ci siamo dovuti alzare per andare al bagno, e abbiamo messo in pratica tutti i riti possibili per reggere l’inevitabile collisione chiappacalda-tavolettagelata? Ecco, in Giappone non esiste più il problema, basta preriscaldare con l’apposita manopola l’appoggiachiappe. Attenzione però: dato che il range di temperatura possibile va da iceberg islandese fino a macchie solari, passare da un piacevole tepore al barbecue delle natiche è un attimo. Stateve accuort.
– Doccia. Pulsante che ho premuto con cautela, stando attento che non ci fossero bocchettoni sopra di me (a parte le zone franche ero ovviamente vestitissimo). Invece come si può immaginare un piacevole e delicato getto si riversa sulle vostre pudenda tentando di rendervi di nuovo lindi e pinti come quando eravate entrati. Non serve a una mazza ma fa piacere.
– Bidet. Dopo aver testato il pulsante “doccia” ovviamente mi sono chiesto che differenza ci fosse con il pulsante bidet. In pratica la traduzione in inglese dal klingoniano deve essere stata fatta da qualcuno che non conosce il klingoniano. O l’inglese. O nessuno dei due. Perché “doccia” in questo contesto vuol dire “leggero getto d’acqua sul culo”, mentre “bidet” significa “rovesciamento di un significativo quantitativo d’acqua su tutto ciò che sta sotto il tropico del cancro”. Sconsigliatissimo.
Per capirci, dalla prossima volta torno a fare il Bolle. Magari qualcuno ce casca pure.

Dalla grande quantità di giovani e giovanissimi in giro se ne deduce che la cara, vecchia attività riproduttiva è ancora in auge qui in Giappone.
E’ però lecito domandarsi che metodo useranno.La gemmazione? Partenogenesi? Lancio della palla?
No perché se ricordo male dall’ultima volta che ho provato, ci vogliono almeno un elemento per parte. N’omo, na donna, insomma.
Ma gli uomini dove stanno?
Cioè, non è che non se ne vedono in giro, intendiamoci.
E’ pieno di uomini vestiti (male) per andare in ufficio, nei negozi, per le strade.
Ma poi, quando vai nei luoghi deputati al rituale del corteggiamento, non ce stanno.
Ho visto vagaonate di ragazze carine, vestite eleganti (sempre male), spesso in maniera provocante, sedere a gruppi di due, tre, dieci nei bar, starbucks, ristoranti, dappertutto.
Ma sempre senza uomini.
E dove li metttono?
Ho provato a immaginare come funzioni in Giappone il rito dell’accoppiamento, ma non mi è venuto in mente niente di intelligente.
Forse che l’uomo giapponese attende a casa, saltando direttamente tutte quei noiosi preliminari fatti di “ti porto a cena, ti dico quanto sei bella, ti faccio ridere, ti porto a letto” per passare subito all’ultima fase? Interessante…
Oppure l’accoppiamento è prestabilito da un supercomputer della Sony che ogni giorno decide a chi tocca e chi no, ein entrambi i casi inutile dannarsi, tanto te tocca o non te tocca lo sai subito?
O ancora, magari gli uomini giapponesi sono abilissimi nei travestimenti, e siccome sono per lo più glabri basta vestirsi da Sailor Moon per accodarsi ad un tavolo di tope e poi al momento opportuno ZANZAN! ?
Non ho capito, so solo che suggerisco vivamente ai single italiani in ascolto di fare un salto qui per verificare se il tanto vituperato rituale italiano “ciao-bella-come-tantitoli-ce-vieni-a-fa-ngiretto” funzioni ancora…

I giapponesi si vestono male. Malissimo.
Questo non sorprende visto che a parte gli italiani, i francesi e un po’ (ma neanche tanto) gli inglesi tutti gli altri popoli non hanno idea di cosa significhi accoppiare forme e colori.
Ed ecco che istantaneamente il vostro amato Rolandfan, nella sua tenuta da sbarco scarpadaginnasticablu-pantaloneverdemarcioacostine-maglioncinodicachemirearagosta viene eletto Mister Eleganza Tokyo 2015.
Il punto però non è questo.
Magari uno poteva aspettarsi che almeno fosse pieno di persone in abito tradizionale, che almeno lo facessero per noi turisti.
Niente, gli unici due maschi in vestito tradizionale erano i proprietari di un negozio di tessuti che si mandavano bacini tra di loro.
Purtroppo i giapponesi si sono fatti irretire dalla moda occidentale e l’hanno personalizzata con un gusto del trash che non ha eguali.
Il top ovviamente sono delle simpatiche salsicciotte che anche d’inverno si ostinano ad andare in giro con delle parigine, minigonna a pieghe, capelli a caschetto (spesso rosa) con due ciucci e trucco da battona della Salaria.
Ma anche soprabiti bianchi con effige di marylin oppure trucco stile “Spazio 1999”, insomma i giapponesi non si vergognano di niente quando si tratta di andare in giro vestiti ridicoli.
Ovviamente nelle strade più in di Rappongi e Ginza sono tutti negozi di stilisti italiani, perché noi paraculi quando si tratta di approfittarsi degli altri siamo sempre in pole position.

Se volete fare un’esperienza di shopping giapponese senza muovervi dall’Italia, o meglio da Roma, basta andare a Porta Portese. Oppure a Ballarò se siete di Palermo e così via.
I negozi giapponesi sono la copia sputata di Porta Portese.
Fuori ci sono degli imbonitori, spesso dotati di fastidiosissimo microfono, che cercano di buttarti dentro il negozio cantilenando e sorridendoti tutto il tempo.
Un po’ quando vai a Via Sannio e ti aggrediscono subito con “giovane, che te serve?”.
La tecnica è la stessa, sorridere e andare avanti.
Se disgraziatamente vi fate convincere ad entrare nel negozio, la catena di comando è identica: il buttadentro vi passa ad un commesso (qua gentilissimo e spesso donna, ma non stiamo a sottilizzare, sto parlando di strategia) che subito vi porta dal boss, quello che “se ne intende”. Ora, io cercavo una banale scheda SD, ma niente, sono stato trattato come se stessi per comprare una lente per l’Hubble.
Il boss si è rivolto a me in klingoniano, e subito ho immaginato il suo corrispondente al banco 12 di Porta Portese “che je damo a ‘sto regazzo? che cercavi, i jeanse?”
Inutile dire al boss di Porta Portese che volevi un cappello di paglia per la fidanzata, così come è inutile dire a Tokyo che cerchi una scheda SD da 16 Gbyte 90 mbyte/s.
“Che taglia porti?” ti chiederà inevitabilmente il boss.
“Che obiettivo ti serve?” ti chiede il suo omologo giapponese.
Uscire senza aver comprato niente, o meglio, avendo comprato solo quello che serva a te, è difficilissimo, anche perché obiettivamente di roba da comprare ce ne sarebbe a tonnellate, ma sono cresciuto a Porta Portese e Via Sannio e gli imbonitori giappo mi fanno un baffo.
Gli altri italiani escono con i trolley pieni. E ovviamente hanno comprato anche i trolley.

Le giapponesi sono carine, per lo più. Mi piacciono i loro visi puliti, sorridenti, la cura con cui si truccano, e anche se si vestono da schifo sono comunque graziose.
Mi fa un po’ ridere come camminano, non so se per fattori fisiologici o culturali: le punte dei piedi rivolte verso l’interno, le ginocchia un po’ storte e i piedi che non si alzano mai da terra più di qualche centimetro, tanto che per quel che ho potuto capire trascinano tutte un po’ i piedi.
Spessissimo mi è capitato di vederne una correre con grazia, probabilmente perché in ritardo, sempre con questo passettino affrettato e mai volgari.
Anche nei negozi, sono sempre sorridenti, gentili, apparentemente mai arrabbiate.
Faccio il confronto con certe commesse che girano a Roma e mi viene lo sconforto.
Le ragazze giapponesi mi danno tutte l’idea di essere la donna ideale per ogni uomo italiano, abituato a certe esternazioni femminili che lasciano interdetti.
Ve lo dico, donne in ascolto: a noi uomini, la gentilezza, ce piace.

La stazione di Tokyo è da evitare per quanto possibile.
Prima di partire cercate una combinazione di treni/aerei che vi eviti l’esperienza di dover capire da dove parte il vostro treno, dove comprare i biglietti, come fare ad accedere alle piattaforme, insomma tutto quello che a casa fate con naturalezza.
Capire qualcosa alla stazione di Tokyo è un’impresa catalogata alle olimpiadi del turismo con un moltiplicatore 4, analogo a quello nei tuffi del triplo carpiato rovesciato avvitato e intanto scatto una foto a quella carina in terza fila prima di entrare in acqua.
La quantità di gente in continuo movimento, il numero immenso di piattaforme e l’assenza di indicazioni comprensibili rende questo luogo simile allo spazioporto di Trantor (se non avete letto Asimov peggio per voi, non meritate neanche che ve la spiego), in cui se vi fermate fate la fine della pallina violentata da Roger Daltrey (nemmeno questa ve spiego, fateve ‘na cultura pop).
Ci sono è vero dei gentilissimi addetti che rilasciano indicazioni, ma immagino che la stazione di Tokyo sia un po’ la cayenna degli impiegati ferroviari, ci mandano solo quelli in punizione, i quali probabilmente odiano il genere umano, sopratttutto senza occhi a mandorla, e mettono un impegno particolare nel mandarvi in posti sbagliati.
Dopo un po’ voi manderete invece loro nei posti giusti, ma questo non risolverà il vostro problema: trovare il binario e il treno giusto, per non ritrovarvi a Ho-chi-min City invece che a Kyoto.
Per fortuna che c’è una cosa che neanche a Tokyo possono cambiare: i numeri. E siccome i giapponesi sono precisi, ogni treno ha un suo numero univoco (dice: pure da noi.E non so’ mica sicuro, sa’…), per cui basta incollarsi al numero giusto e seguirlo dovunque compaia.
Piccolo inconveniente: i numeri dei treni compaiono solo poco prima della partenza, per cui passerete un bel po’ di tempo in ansia finché non vedret spuntare il numerino.
La stazione di Tokyo è sconsigliata per gli ansiosi e i portatori di pacemaker.
Comunque, il treno l’ho preso, e quindi a breve vi saprò dire altro di questo fantastico paese…se sopravvivo, cioè.

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Le grandi guide di Rolandfan

Il Giappone in tempo reale.
Parte prima.

Se siete come me (programmare qualcosa vi urta, studiare una guida prima di salire su un aereo lo ritenete una perdita di tempo, a chiedere informazioni a chi c’è già stato vi sembra di fare la figura del fesso e così via) è facile che partirete per un paese distante e alieno come il Giappone senza sapere gran che di quello che vi aspetta.
Poi finalmente, quando manca poco all’atterraggio, consultate freneticamente la Lonely Planet in cerca di qualche suggerimento, e tutto quello che leggete vi spaventa.
Il panico monta e quando finalmente atterrate siete terrorizzati da quello che vi aspetta.
E’ per quelli come voi, cioè come me, che ho deciso di buttare giù qualche indicazione su cosa fare o non fare, o insomma cosa aspettarvi, così potrete volendo anche risparmiare i soldi di una guida, e magari anche quelli del Maalox.
Ecco quindi la guida del Giappone in tempo reale, cioè scritta QUI.
Non c’è un piano editoriale, quindi beccatevi quello che viene.
Ma sono sicuro che sarà ben più utile della lista di dieci luoghi da non perdere (oggi ne ho perso uno), o dei dieci ristoranti migliori di Tokyo (appartengono tutti alla catena “McDonald’s), e poi è scritta nel mio famoso stile pomposo e pretenzioso, vale tutti i soldi che costa (niente, appunto).
Buona lettura.

La cosa che vi diranno tutti, e che troverete su tutte le guide è che i giapponesi non parlano inglese.
Per questo motivo molti passano le settimane precedenti al viaggio a imparare almeno un minimo di frasi per sopravvivere.
Fatica inutile.
Prima di tutto le indicazioni scritte sono incomprensibili, e se anche voi aveste imparato che “arigato” vuol dire “grazie” quando lo vedeste scritto per voi la differenza tra “grazie” e vaffanculo” sarebbe impossibile da capire.
Se invece proverete a sparare una delle frasi faticosamente imparate a memoria ad un indigeno egli non capirà una mazza (la pronuncia è antiintuitiva, non parliamo degli accenti e della modulazione dei toni), ma soprattutto vi risponderà in klingon (per voi tra giapponese e klingon non c’è alcuna differenza) e quindi sarete nei guai.
La buona notizia è che i giapponesi l’inglese lo parlano. Eccome. In alcuni casi anche con una certa destrezza. E comunque uno che sappia almeno dire “destra, sinistra, su, giù, toilette, fermo o sparo” in inglese lo trovate sempre.
In moltissimi casi le scritte sono bilingue (giapponese e klingon) ma qualche volta c’è anche l’inglese, quindi fatevi un favore, imparate un po’ di inglese che è utile in Giappone ma soprattutto a Londra.

Altro mito da sfatare: quando si arriva a Tokyo se non si è programmato tutto in anticipo non ci si riesce a districare.
Per essere chiari: non avevo prenotato niente, né cambiato i soldi, comprato un biglietto, una guida, niente di niente.
Però sono arrivato in aeroporto, e in dieci minuti ho preso a noleggio un router wifi, comprato i biglietti del Narita Express, cambiato gli euro ad un tasso TRENTA per cento più vantaggioso che a Fiumicino e mi è anche avanzato tempo per andare al bagno.
Il Giappone è efficiente, soprattutto con i turisti. Sapevatelo.

La metro di Tokyo invece è un bagno di sangue.
Intanto ce ne sono di fatto TRE, altamente incompatibili tra di loro: la JR Yamanote (circolare), poi due gruppi di linee di due società diverse.
Per complicare le cose, le scritte sono per lo più in giapponese, e comunque se avete in mente la mappa della metro di Londra scordatevela: anche quando sono in inglese non si capisce niente.
I collegamenti tra le stazioni sono in YEN. Sì esatto, le scritte indicano quanto devi pagare da una stazione all’altra ma capire DOVE sta una stazione e COME arrivarci è un’opera di ingegneria linguistica che mette a dura prova.
Inoltre a tutt’oggi non siamo riusciti a convincere le ticket machine a prendere la carta di credito.
Insomma, la metro è una bella avventura, alla fine si riesce a svangarla ma ci vuole tempo e pazienza, quindi siete avvisati.

La cosa che impressiona di più del Giappone è la pulizia. Lo so che l’avete letto da tutte le parti, ma vi assicuro che vederlo, soprattutto per un italiano, è uno shock.
In Giappone nessuno fuma per strada (proibito), nessuno mangia o beve (probabilmente possibile ma non lo fanno), non ci sono rifiuti per strada di nessun tipo, anzi: non ci sono neanche i cestini della spazzatura.
Molte persone girano con una mascherina sul viso, per paura di contagio di non so cosa, ma comunque il punto è: non capisco come facciano i giapponesi quando vengono in Italia a non vomitare ad ogni passo.
Certo, loro per noi sono un po’ fissati, ma noi siamo probabilmente più vicini all’uomo di Neanderthal, per loro.

I giapponesi sorridono sempre. Sempre. Non ne ho visto uno incazzato, almeno apparentemente. Probabilmente quando si incazzano ti decapitano direttamente, ma per fortuna succede raramente.
Sono un popolo gentile, educato, pieno di buona volontà nel fornire indicazioni per lo più sbagliate (l’inglese non lo sanno tutti COSI’ bene), e sempre sorridente se sorridi anche tu.
Inoltre godono tutti di ottima salute alla schiena. Quello, oppure fanno delle inalazioni quotidiane di Voltaren perché dopo aver cercato di rispondere agli inchini due o tre volte mi si è bloccata una vertebra.
L’educazione con i giapponesi è una faccenda per giovani, gli anziani come me devono risparmiarsela.

Simpatica l’usanza di porgere e prendere tutto con due mani: scontrini, carte di credito, buste dei negozi, etc. Dopo un po’ anche voi comincerete a farlo, perché è un’usanza veramente bella, significa che in quel momento l’attenzione e il rispetto sono tutte per la persona che si ha di fronte.
Peccato che gli italiani in mano hanno sempre cellulare, macchina fotografica, lonely planet, un cornetto, mille yen, il golfino che fa caldo, e la busta con i regali, quindi ogni volta ti cade qualcosa e bestemmi.
Per fortuna che i giapponesi non capiscono le nostre bestemmie, quindi se riuscite a rimanere sorridenti potrebbero pensare ad uno strano rituale in cui quando vi viene porto qualosa voi buttate altro a terra in segno di apprezzamento.
Solo una volta uno ha tentato di ripetere: “Porco…” e ho capito che è il caso di liberare le mani quando si paga alla cassa.

Sul cibo giapponese ho già detto in altro luogo.
C’è chi lo adora. Beato lui.
Per me il cibo giapponese è da evitare come la peste.Trattasi per lo più di roba venuta dal mare e morta pochi secondi prima di esservi servita senza essere passata per alcun tipo di alterazione chimica (leggasi: cottura).
Ah sì, poi ci sono delle cose fritte che mi fanno rimpiangere la pastella di mamma, e degli intrugli brodosi con dentro oggetti di vario genere che per riconoscerli ci vuole il RIS di Parma.
Per fortuna trovate di tutto. Ecco, per me tutto, qualsiasi tutto, è meglio del sushi.

Altro mito senza costrutto, così chiudiamo il trittico: il Giappone è caro.
Ora, non ho provato a comprare un appartamento, quindi sul real estate non sono preparato.
Ma gli alberghi costano come a Roma o Milano, da mangiare costa meno, la metro costa meno, il treno dall’aeroporto un po’ di più ma poco, non parliamo di gadget, regali, elettronica.
Il volo per Tokyo costava meno di quello per San Francisco.
Insomma, non è come andare in Grecia, ma il Giappone è abbordabilissimo. Se poi invece di prendere un quattro stelle vi accontentate di un b&b, magari tradizionale, è una vacanza che si può fare con una certa tranquillità.

La quantità spaventosa di giapponesi che lavorano mi mette paura. In ogni negozio ci sono almeno tre o quattro volte più commessi di quanti ce ne sono in analogo esercizio italiano.
Non è raro vedere per ogni cassa DUE cassieri.
Per strada è pieno di poliziotti, vigili, volontari che ti dicono dove andare e cosa fare.
Idem nella metro.
Pure da McDonald’s ti accompagnano con un inchino.
Come risultato, l’efficienza è massima, tutto funziona perfettamente e se non funziona viene aggiustato.
Ad esempio l’altro giorno al check-in una dei CINQUE impiegati al PRIMO check-in (sono due) dell’albergo mi ha chiesto cortesemente di tornare dopo le 14.
Abbiamo lascito i bagagli, fatto un giro, pranzato e dopo le due siamo tornati.
Mi rimetto in fila ma prima ancora di arrivare al desk una gentilissima signorina mi fa cenno di andare ad un altro desk, molto più lontano.
Allora mi giro e vado, e mi rimetto in fila di nuovo.
Dopo un po’ un’altra signorina di corsa viene a chiamarmi e mi riporta al primo desk con motivazioni incomprensibili (parlava solo klingoniano); mentre passo vedo la signorina di prima, quella che mi aveva spedito al desk in fondo a marte inchinarsi praticamente fino a terra per scusarsi dell’errore.
Ecco, pare che quella signorina sia finita nel menù di sushi di uno dei ristoranti della zona.
Poi dice perché non mangio il sushi.

I giapponesi sono piccoli, molto più piccoli di me.
Questa loro caratteristica mi sta un po’ antipatica, perché vuol dire che NIENTE è a misura mia.
In particolare i bagni.
In albergo c’è una vasca più piccola del bidet di casa mia, e quando sto in piedi per fare la doccia a parte che il telefono della doccia mi spinge sulla cervicale, ma sbatto anche al soffitto.
Senza contare che se voglio sedermi sul water devo mettere una gamba nella vasca e una nella stanza da letto, il che rende la cosa poco divertente per gli altri…
E comunque non è tanto la loro statura a starmi antipatica: è il fatto che sono tutti dotati di una capigliatura folta e nera, oppure folta e grigia, oppure folta e bianca, ma insomma limortacciloro so’ pieni de capelli.
Per rappreseglia ho buttato una gomma americana per terra e ci ho incollato una lattina de coca.
Così s’imparano.

Food

Un bel dì vedremo…

Il Giappone mi ha ispirato, ma il Giappone rivisitato da un grande italiano.
Come omaggio alla Butterfly, un breve racconto.

Come tutti i giorni Hideko indossò il suo kimono color pesca, regalo di sua madre appartenuto si dice alla sua bisnonna, si raccolse i capelli lunghissimi e neri in una crocchia che tenne su con un bastoncino di osso, e fece il giro della casa per sistemare tutto affinché fosse perfettamente in ordine.
Non si occupava delle pulizie, c’era una vecchia signora che lo faceva da tempo immemorabile, ma a lei piaceva dare l’acqua alle piantine che ornavano i davanzali, sistemare i cuscini in un ordine che solo lei conosceva, cambiare le tazze per il tè all’ingresso.
Erano piccoli gesti, ripetuti ogni giorno, che la facevano stare bene.
Non appena ebbe finito guardò soddisfatta la casa immacolata, e si diresse verso il tatami nel soggiorno, dove intendeva riposare mentre guardava gli alberi in fiore attraverso la grande finestra.
Il tappeto occupava quasi tutta la stanza, disposta secondo antiche regole, con una grande finestra su una parete, la porta per il resto della casa dalla parte opposta, e tra le due pareti una porta finestra da dove si accedeva, attraverso una veranda, alla casa.
Hideko percepì il movimento prima con il corpo e solo dopo con gli occhi, quando si voltò e vide l’uomo che occupava con la sua mole massiccia tutto lo spazio della porta.
Senza dire una parola Hideko si alzò, gli aprì, gli tolse le scarpe e lo fece accomodare sul tatami, inginocchiato nella maniera che i bambini giapponesi apprendono fin da piccoli ma che gli occidentali faticano a fare loro.
Hideko andò in cucina, e ne tornò con una pietra rovente, su cui era appoggiata la teiera, e un asciugamano.
Posò la pietra e prese l’asciugamano, con cui iniziò lentamente a tergere la pelle stanca dell’uomo.
Un profumo delicato di rose si sparse per la sala.
L’uomo continuava a guardarla, i due non si erano detti neanche una parola.
Quando Hideko ritenne che il tè fosse pronto ne versò una tazza e la offrì all’uomo tenendola con due mani, chinando leggermente la testa in segno di devozione e rispetto, e si inginocchiò davanti a lui.
Mentre l’uomo beveva guardandola da sotto in su Hideko gli sorrideva delicatamente, un sorriso che lui adorava e non aveva mai dimenticato.
Infine fu lui a parlare per primo:
– Tu sai perché sono andato via, vero? –
Lei non smise di sorridere.
– Non ti ho aspettato quindici anni per parlare del passato, e neanche del futuro. Voglio il presente, quello che puoi darmi ora, e non voglio sapere altro.-
Mentre parlava si sciolse i capelli, e con un gesto rapido e leggero si tolse il kimono e rimase nuda davanti a lui.
Il corpo snello e nervoso di ragazza che lui ricordava non c’era più, ma al suo posto c’era una bellissima donna, morbida, e sensuale, con la pelle liscia e tesa.
Lei lo aiutò a spogliarsi, e mentre lui rimaneva, un po’ imbarazzato, seduto sul tatami, lei gli scivolò sopra e lo abbracciò dolcemente.
Quasi non si mossero, due amanti immobili in una casa di legno, finché lei non rovesciò gli occhi e non emise un piccolo gemito.
Lui si rivestì rapidamente.
– Non ero venuto per questo – disse – o meglio, un po’ ci speravo. Ma sono qua per lavoro, parto tra poco e volevo salutarti…e dirti…che mi dispiace, che ti penso, ma che ho fatto una scelta e non mi sono pentito. Non credevo che tu…insomma…dopo tutti questi anni…-
Lei gli silenziò le labbra con un bacio, poi si infilò nuovamente il kimono, sistemò la crocchia e gli aprì la porta.
L’uomo la guardò, poi scomparve furtivamente, come un ladro sorpreso nella notte.
Lei rimase qualche secondo appoggiata allo stipite a guardarlo andare via, poi si voltò e si diresse verso l’interno della casa, verso una stanza dove custodiva da tempo il “tantoh” di suo padre.

Butterfly

Il dio del calcio

Volevo scrivere un pezzo su Sepp Blatter, il dimissionario Presidente della FIFA, appena squalificato, insieme al suo grande rivale Platini, per otto anni.
Considerando che Blatter ne compirà a breve ottanta, direi che si tratta di una condanna a vita.
Avrei voluto scrivere che quest’uomo, che pure è succeduto a uno con un metro di pelo sullo stomaco come Havelange, ha preso il calcio, uno sport bellissimo e che tutti amiamo, e lo ha trasformato in un circo.
Anche se noi abbiamo sofferto, goduto ed esultato per le imprese della nostra nazionale nel 2006, i più anziani tra voi ricorderanno con nostalgia i baffi di Zio Bergomi in Spagna, il piattone di Rivera a Città del Messico, il vaffanculo di Chinaglia a Valcareggi nel 1974, e dai, mettiamoci anche Maradona che si fa tutto il campo scartando gli inglesi come birilli per andare a buttarla dentro senza pietà.
Avrei ovviamente voluto scrivere di quanto questa persona abbia fatto male allo sport più popolare del mondo, con la presunzione di diventare un santone, e con l’avidità di incassare sempre più denaro, per sé e per il suo entourage.
E avrei avuto vita facile, credetemi.
D’altronde, basterebbero i due milioni di franchi svizzeri versati a Platini nel 2011 per una non meglio specificata “consulenza”, per chiudere i giochi.
Oppure l’assegnazione dei mondiali al Qatar, paese dove notoriamente giocare a pallone viste le miti temperature è una pacchia.
O ancora il fatto che la FIFA abbia ceduto i diritti del calcio giocato ad una società che si chiama Infront, il cui presidente – guarda tu il caso – è il nipote di Blatter.
E se non bastasse, mettiamoci anche Putin (sì Putin) che dice che Blatter merita il premio Nobel. Immagino per la medicina e chirurgia, per la precisione con cui ha affettato la torta del calcio in parti NON uguali. E comunque Putin quello per la pace lo voleva dare a Berlusconi, immagino non abbia cambiato idea.
Comunque sia, avevo raccolto un sacco di materiale per scrivere con il giusto disgusto quanto poco io stimi questo personaggio.
Poi però mi sono imbattuto in wikipedia.
E ho trovato una sintesi della sua vita privata che spiega tutto.
“La prima moglie di Blatter era Liliane Biner, la coppia ebbe una figlia, Corinne e divorziò poco dopo nel 1981. Blatter sposò Barbara Kaser, figlia di Helmut Kaser un precedessore alla presidenza della FIFA, che morì nel 1995. Allora Blatter si misei con Ilona Boguska, amica di sua figlia Corinne, da cui si separò nel 2002. Nel 2002 si sposò per la terza volta con Graziella Bianca, da cui divorziò nel 2004.”
Lo so, non dovrei mischiare i piani.
Il privato è per definizione privato, e le scelte personali non si possono contestare.
E non è perché uno si sposa, divorzia, o si risposa, che necessariamente debba essere un malfattore.
Ma leggete la fine, e capirete perché non c’è altro da aggiungere.
Perché wikipedia di quest’uomo così potente, così nepotista, così (pare) corrotto e corruttore, con una vita personale così esilarante, wikipedia ci dice una cosa fondamentale.
Sepp Blatter è cattolico.
Sic transit gloria mundi.

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In morte di Licio Gelli

La morte è ‘na livella, recitava il Principe de Curtis, e il sipario si è chiuso anche sul grande burattinaio, il maitre di tanti pasti indigesti che abbiamo dovuto mangiare per forza, l’uomo che direttamente o indirettamente è stato protagonista della vita italiana degli ultimi cinquanta anni.
Per i più giovani, e per i più distratti, vorrei raccontare in poche righe chi era Licio Gelli e perché oggi che è morto tutti, compreso me, scrivono di lui.
Ma è impossibile.
Gelli non è stato solo un uomo, un fascista conclamato, un appassionato peronista, un materassaio assurto a capo di una setta segreta.
Gelli è stato un emblema, anzi il principale emblema della tragedia tutta italiana che abbiamo vissuto nel dopoguerra.
Un paese di ignavi, di voltagabbana, di machiavellici governanti.
Un paese in cui mentre metà della popolazione, disgustata dal fascismo (che magari aveva anche abbracciato) finiva a votare PCI e a partecipare entusiasta a comizi di massa, l’altra metà cercava con tutti i mezzi, leciti e illeciti, di tenere in mano un potere che – cambiata la casacca nera con una grisaglia d’ordinanza – non aveva alcuna intenzione di mollare.
E intorno, due popoli, due schieramenti, due gruppi di nazioni che combattevano una guerra non con le armi convenzionali, ma con le armi dello spionaggio, del tradimento, delle esecuzioni sommarie, delle stragi di innocenti.
L’Italia, questo paese in cui abbiamo la fortuna di vivere, è stata al centro di tutto questo.
E Gelli era il centro del centro.
Era l’uomo che manovrava il potere operativo e politico, l’uomo che metteva i suoi adepti a capo di giornali, di imperi economici, nella Guardia di Finanza, a capo dei Servizi Segreti.
Era l’uomo che gestiva il vero potere in Italia, pronto a rispondere alla chiamata dell’occidente qualora fosse stato necessario, occupando il potere con tutti i mezzi possibili.
Il machiavelli del duemila, il vero, unico grande vecchio.
Ma siamo sicuri che sia andata così?
Perché Gelli, il materassaio di Arezzo, poteva veramente sperare di gestire in segreto il potere di un paese come il nostro contando su un’armata brancaleone composta da Berlusconi, Maurizio Costanzo, Bruno Tassan Din, un paio di generali, e altri comprimari?
Noi avremmo dovuto affidare le sorti della nostra appartenenza all’occidente a questo gruppo di pasdaran, e a trecento “gladiatori” comandati da un Presidente della Repubblica malato di protagonismo?
Io penso che il più grande segreto che Gelli abbia portato nella tomba è la consapevolezza, per tutti questi lunghi anni, di essere stato lo specchietto per le allodole.
Non era il grande vecchio, il regista.
Era un attore, come gli altri.
Come le Brigate Rosse, comandate da uno che andava regolarmente a prendere ordini dalla CIA.
Come i vari imprenditori, che però si mettevano magari un capomafia in casa.
Oppure giornalisti che volevano usare la parola come arma di offesa e rilancio, ma che mettevano in piedi magari ridicoli giornaletti che nessuno leggeva.
Per quanto questo paese sia sgangherato, bistrattato, incivile, ingovernabile, spaccato, per quanto abbia espresso e continui ad esprimere leader politici nel migliore dei casi improbabili, o più spesso truffaldini, per quanto noi italiani siamo un popolo di arruffoni, arronzoni, vigliacchi, voltagabbana, nonostante tutto ciò siamo un grande paese, bellissimo, con una storia alle spalle e un futuro davanti, fatto di milioni e milioni di persone che lavorano, amano, piangono, corrono, vivono, e no, non sarebbe bastato un materassaio e la sua armata di pecore per distruggerlo.
Ci sarebbe voluto, e c’era di sicuro in attesa, qualcosa di più.
Per questo, in questo momento in cui molti esprimono alla morte del Venerabile Gelli rabbia, rancore, odio, dispiacere, soddisfazione, nostalgia, e tutta una gamma di sentimenti che fanno capire da che parte si sta, per me è solo rimpianto.
Sì.
Rimpianto.
Perché con la morte di Gelli è definitivamente scomparsa la possibilità di guardarci negli occhi, di dirci cosa eravamo e cosa volevamo, vogliamo essere. Quali sono i nostri ideali. Che popolo siamo diventato.
Invece ora, ancora una volta, siamo in attesa di un altro machiavelli, un santone, un imprenditore, un giovane twittatore, qualcuno che ci governi senza sforzo e senza impegno.
Ho il rimpianto di aver buttato al vento la possibilità di avere un Paese migliore.

Licio_Gelli_sui_quotidiani

L’attesa

In un racconto precedente, “La Lettera“, ho raccontato la storia di Giulio e Anna, una storia malinconica e con un finale difficile e struggente.
Ma sapete, a volte quando si trova una bella storia ci si affeziona, e non si vuole lasciarla andare.
E allora ho pensato: ma sarà andata veramente così?
Chissà.

Nel quartiere lo conoscevano tutti.
D’altronde era difficile non conoscere un vecchio che tutti i giorni da trenta anni passa le ore di pranzo su una panchina, la stessa panchina, nello stesso parco, seduto nella stessa posizione.
Una volta era un medico e aveva poco tempo, ma trovava sempre una mezz’ora per sedere sulla panchina, a occhi semichiusi per difendersi dal sole, sbirciando ogni tanto l’ingresso del parco.
Dato che abitava in zona non mancava l’appuntamento con la panchina neanche nei fine settimana.
Gli unici giorni in cui non si faceva vedere erano quelli dedicati alle rare, brevi vacanze. Mai più di una settimana di seguito, e quando tornava sembrava ansioso di riprendere il suo posto su quella panchina.
Poi da quando era andato in pensione non aveva saltato un giorno, tranne quando era stato ricoverato per una banale colica renale.
Ma il vecchio, così ormai lo chiamavano tutti, godeva di una salute di ferro e negli ultimi cinque anni era arrivato puntuale, alle ore di pranzo, ed era rimasto seduto per un paio d’ore almeno, tutti i santi giorni.
Se c’era troppo sole si copriva con un cappelletto da pescatore e indossava degli occhiali da sole graduati; se pioveva aveva un giaccone impermeabile nel quale si rannicchiava e un ombrello arancione.
Se pioveva veramente forte lasciava a malincuore la panchina e si riparava sotto una tettoia del parco giochi, ma senza mai perdere di vista l’ingresso del parco.
Era sempre lì, il vecchio.
D’altronde non aveva figli o nipoti, forse, si diceva, una sorella chissà dove; i genitori erano morti da tempo immemorabile e quindi non aveva motivi per allontanarsi da quella panchina.
Non che fosse chiaro cosa ci facesse, perché i pochi che avevano osato fargli delle domande si erano beccati delle occhiatacce che li aveva fatti desistere dal continuare.
Di una cosa erano sicuri: il vecchio era chiaramente in attesa.
Di chi, o di che cosa, questo non si sapeva, e dopo trenta anni era diventato un argomento molto frequentato, nel quartiere.
Il vecchio che aspettava sulla panchina era una storia troppo bella da non raccontare, e via con le ipotesi più incredibili: quasi tutte riguardavano una donna perduta, ma c’era chi parlava di un figlio che lo aveva disconosciuto, di un cane che era fuggito (che se fosse stato vero sarebbe morto da un pezzo, ma al quartiere piacevano le storie impossibili), addirittura di una crisi mistica.
Fatto sta che nessuno ne sapeva veramente niente.
Fuori da quella panchina in verità il vecchio era una persona piacevole: salutava tutti cordialmente, sorrideva, aveva degli amici con cui si vedeva, e qualche volta lo avevano anche pizzicato, quando era più giovane, con una donna sotto braccio.
Ma su quella panchina era lui e lui solo.
Non c’era nessun altro e non voleva nessun altro.
Di solito sedeva in punta, con le mani appoggiate come se stesse per darsi una spinta per alzarsi.
Qualche volta teneva in mano dei fogli di carta, che estraeva da una busta gialla scolorita.
Una lettera, forse.
Raramente aveva con sé qualcosa da mangiare o da bere.
Negli ultimi tempi aveva accettato di scambiare due parole con una ragazza che alle ore di pranzo portava il cane nel parco.
Molti nel quartiere l’avevano poi fermata per sapere se lui le avesse raccontato qualcosa, ma lei assicurò che parlavano del più e del meno, del tempo, del cane, e insomma niente che potesse far capire cosa stesse facendo su quella panchina.
I giorni, i mesi, gli anni passavano, e il vecchio diventava sempre più vecchio, ma ogni giorno sedeva sulla sua panchina, le mani appoggiate, la schiena eretta e lo sguardo indagatore.
Gli anni passavano, bambini diventavano ragazzi, poi uomini e donne, generavano altri bambini, ma il vecchio rimaneva sulla sua panchina.
Fino a quel giorno.
Dovete sapere che quello che segue fu raccontato dal barbiere, che era presente all’evento. Ma il barbiere era vecchio anche lui, forse addirittura più vecchio del vecchio.
Fu forse per questo motivo che molti non gli credettero, o pensarono che avesse abbellito la storia per far scendere qualche lacrima, ma lui insistette, si stizzì, e alla fine tutti dovettero prendere per buona la sua storia.
Fatto sta che il vecchio da un giorno all’altro scomparve.
Dopo trenta e passa anni, non venne più sulla sua panchina al parco.
Qualcuno che conosceva il suo indirizzo provò a suonare al citofono, ma non ebbe risposta.
La portinaia si infastidì del viavai di curiosi, e disse senza mezzi termini che il vecchio non si era più visto, che dopo un paio di giorni si era presentata una ditta di traslochi con le chiavi e una regolare autorizzazione, e aveva portato via tutto.
Il giorno dopo ancora un cartello “vendesi” era comparso con i riferimenti dell’agenzia, e siccome il prezzo richiesto era molto competitivo in un paio di settimane la casa fu venduta.
Del vecchio non si seppe più nulla, così che il quartiere ebbe ancora una storia da continuare a raccontare molti anni dopo che il vecchio era scomparso e presumibilmente morto, anche se godeva di buona salute.
Ma cosa raccontò il barbiere?
Era dicembre, uno degli ultimi giorni dell’anno, e il freddo secco di una soleggiata giornata invernale entrava nelle ossa e le sbriciolava senza pietà.
Il vecchio era seduto sulla sua panchina, le mani sul marmo, una giacca imbottita ben chiusa, e una sciarpa a proteggere il collo.
Sulla testa un berretto di lana calcato fin sopra gli occhiali.
Il barbiere lo vide bene, dice lui, perché lo salutò con la mano e ne ebbe un breve cenno della testa.
Sapete, il barbiere era testardo, tignoso, era uno di quelli che non si rassegnava alla solitudine di quell’uomo, e ogni tanto provava ad attaccare bottone anche se veniva sempre respinto da una delle occhiatacce del vecchio.
Anche quel freddo giorno di dicembre decise di tentare un approccio, ma non riuscì neanche ad arrivare alla panchina perché il vecchio si alzò di scatto e anche lui si bloccò per guardare cosa stesse succedendo.
Il vecchio si mise in piedi con una rapidità ed un vigore che probabilmente non pensava neanche di avere, occhi e bocca spalancati verso l’ingresso del parco.
Lì, tra le colonne di granito che sorreggevano le siepi, appena varcata la soglia che faceva da limite tra l’asfalto e la ghiaia, una donna avanzava lentamente.
Avrà avuto sessanta anni, forse qualcuno di più, ma ancora una bella donna, con i capelli sale e pepe lunghi, raccolti da un lato e fermati da un legacapelli dorato.
Gli occhi erano intensi, segnati da un trucco che sembrava permanente per quanto era scuro, e sulla fronte un segno colorato.
Era vestita in modo semplice, un paio di jeans infilati dentro stivali marroni, un cappotto blu aperto su una maglia molto chiara.
Al collo una pashmina turchese su cui erano appoggiati, sorretti da una cordicella nera, degli occhiali da vista.
La donna camminò verso il vecchio, lentamente, e ad ogni passo sul suo viso le rughe andavano via, una ad una, man mano che il sorriso si impadroniva di lei.
Poi le rughe tornarono, rughe profonde ai lati della bocca, e sotto gli occhi, ma erano rughe di felicità.
Il vecchio invece non cambiò espressione: rimase con gli occhi spalancati e la bocca aperta, finché lei non gli fu ad un metro.
Solo quando lei arrivò quasi a toccarlo lui finalmente si rilassò, la bocca si richiuse, gli occhi si addolcirono, una lacrima scivolò dall’angolo dell’occhio sinistro.
Solo il sinistro, perché là c’erano il cuore e lo stomaco, ed era la parte sinistra del suo corpo che aspettava questo momento da più di trenta anni.
– Sei tornata… – ebbe la forza di dire il vecchio – Io…ho aspettato qui…come ti avevo promesso… –
Lei annuì, senza avere il coraggio di togliere le mani dal cappotto.
– Ognuno fa le promesse che deve, Giulio, e cerca di mantenerle. Io avevo fatto le mie, e ho cercato di rispettarle. Tu hai fatto le tue, e sei ancora qua. E’ arrivato il momento di scioglierle. –
– Lui dov’è? – chiese il vecchio, impaurito da una presenza che aveva condizionato la sua stessa esistenza.
Lei fece un gesto vago con una mano, come per dire “lassù”.
– Non c’è più. Da un po’. Non sarei tornata, sai, perché non credevo di trovarti. Ma quando ho fatto qualche telefonata per avvisare, mi hanno detto di te. –
Finalmente tolse una mano dalla tasca e fece una lieve carezza sulla guancia del vecchio che adesso piangeva senza ritegno.
– Io…non avevo idea Giulio…non pensavo che tu…fossi capace di questo. Anche io ti ho pensato, tutti i giorni, tutti i giorni della mia vita ho rivissuto quelle due settimane, minuto per minuto, secondo per secondo, e tutti i giorni mi sono chiesta se avevo fatto bene e se facevo bene. –
– Non c’è stato più niente dopo di te, Anna. Niente. Niente per cui valesse la pena vivere, o morire. Niente che mi facesse male allo stomaco, in alto a sinistra. Niente che occupasse lo spazio nel petto e che mi facesse mancare il respiro. Ho atteso perché la speranza è stata l’unica cosa che mi ha mantenuto in vita. –
Lei non piangeva, le lacrime le aveva consumate tutte in lunghi, forse inutili anni di lontananza, vicino ad un uomo che adorava ma non amava, e lontana da questo uomo diventato un vecchio, che aveva amato in maniera assoluta.
Tese la mano.
– Ce l’hai con te? – chiese.
Lui annuì. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Mise una mano nella tasca del giaccone, e con le dita tremanti le porse una busta gialla, corrosa dal tempo, da cui spuntavano dei fogli una volta bianchi, anch’essi ingialliti dal sole e consumati dalle dita del vecchio.
Era la lettera con cui lei gli aveva detto addio.
La lettera che era rimasta per più di trenta, infiniti anni, l’unico legame tra di loro, e che portava le ultime parole che lei gli aveva detto.
La donna prese la busta, la guardò a lungo, sospirò, estrasse la lettera, e infine, guardandolo negli occhi, la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Poi prese il vecchio sottobraccio e gli disse:
– Vieni. Andiamo via. –

panchina

La lettera

Quando uscì per andare a pranzo accese finalmente il cellulare.
Aveva avuto dieci pazienti, quella mattina, ed era sfinito.
Non aveva avuto neanche il tempo di chiamare Anna, né di leggere i messaggi.
Al pensiero di lei un sorriso gli partì dagli occhi e si irradiò lungo il viso, mentre accendeva il telefono.
Ripensò alla sera prima, quando lei era rimasta per la prima volta a dormire da lui.
Era una promessa, pensò, una promessa di un futuro insieme.
La conosceva da poco, neanche due settimane, aveva accompagnato una sua amica per una visita ed era stato come se un tir gli fosse improvvisamente venuto addosso, e per quanto poteva saperne, anche per lei era stato lo stesso.
Erano finiti a letto alla prima occasione, e poi ancora e ancora, ma lei era restia a farsi coinvolgere.
Si eclissava per giorni interi, poi tornava, facevano l’amore, oppure andavano a fare lunghe passeggiate in un prato, andavano a cena insieme e poi lei scompariva.
Aveva paura, concluse lui, paura di questa relazione, con un uomo divorziato, così diverso da lei, un medico e una bibliotecaria, che accoppiata.
E invece ieri sera, per la prima volta, era rimasta a dormire da lui.
La mattina si era alzato, l’aveva lasciata dormire, poi era arrivato a studio e non aveva avuto più tempo di chiamarla.
Però aveva pensato a lei tutto il tempo e ora poteva finalmente sentirla.
Mentre varcava il portone la portinaia gli venne incontro.
– C’è una lettera per lei –
Altri soldi, pensò sconsolato, poi la guardò bene: era una busta color giallo chiarissimo e sopra c’era scritto solo “Giulio”.
Lui la fissò a lungo poi alzò lo sguardo verso la portinaia.
– Da dove viene? – chiese secco.
La donna si intimidì un po’.
– L’ha portata stamattina presto una ragazza, pregandomi di non disturbarla e di dargliela quando sarebbe uscito a pranzo –
– Com’era fatta? – chiese lui incalzante, quasi urlando.
– Alta, snella, capelli raccolti in una coda… –
Sentì le gambe che gli cedevano: aveva riconosciuto la calligrafia, ma aveva sperato di sbagliarsi.
Andò al parco, quasi barcollando, scelse una panchina assolata per difendersi dal freddo dell’inverno, e si sedette, testa tra le mani.
Una lettera.
Di Anna.
Se fosse stata una cosa bella non l’avrebbe mandata.
Anzi.
Non l’avrebbe scritta.
Guardò nuovamente il cellulare: nessun messaggio.
Provò a chiamarla: staccato.
Cominciò a respirare affannosamente ma l’aria si rifiutava di entrare nei polmoni, mentre il cuore gli batteva direttamente sotto il mento.
Con le mani tremanti prese la busta, l’aprì lentamente, e ne estrasse qualche foglio pieno della sua calligrafia irregolare, storta, una scrittura di carattere, come lei.
Iniziò a leggere.
“Caro Giulio,
quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Sarò in volo per Delhi, dove poi cambierò aereo per raggiungere il Laos.
Non tornerò, vado a vivere là.
Vedi…non ti ho detto tutto di me, e anche se mi sento il cuore stretto in una morsa per il senso di colpa, l’ho fatto per te, e per me.
Per vivere il più felicemente possibile questi pochi giorni che il destino ci ha riservato.
Io ti amo.
Ti amo più di quanto non abbia mai amato nessuno in vita mia, e in un altro momento, in un altro universo, sarei rimasta in quel letto ad aspettarti.
Ma non posso. Semplicemente, non posso farlo.
C’è un’altra persona. C’è da prima di te. E ci sarà dopo di te.
E’ un insegnante.
Il suo mestiere è di costruire scuole e mettere insieme strutture per consentire ai bambini di crescere istruiti.
Lavora per un’agenzia ONU, ed è sempre in giro.
Due anni fa ha accettato un posto permanente e lo hanno mandato nel Laos.
E’ un paese bellissimo sai, ma difficile, e lui sta lavorando come un pazzo, quasi completamente da solo.
Il primo anno è riuscito a tornare per qualche giorno, poi non ce l’ha fatta più.
Non lo vedo da un anno ma prima di partire gli ho fatto due promesse.
Glie le ho fatte io, non me lo ha chiesto lui, non lo farebbe mai.
Gli ho promesso che non lo avrei tradito, e che non appena lui si fosse stabilizzato lo avrei raggiunto.
Come sai, la prima promessa non l’ho mantenuta. Ho conosciuto te, non so come sia stato possibile, ma è un fatto che io mi sia innamorata di te.
Ma gli voglio bene, Giulio, è un uomo magnifico, una persona eccezionale, adorabile, è la persona più incredibilmente appassionata del suo lavoro che si possa immaginare.
E ha bisogno di me; lui ha bisogno di me per sopravvivere in quel posto ancora per altri due anni.
Io glie lo devo, e quindi, anche se ti amo disperatamente, in questo momento sono su un volo per Delhi.
Lui è andato a Ginevra per una conferenza, e stamattina è arrivato a Fiumicino, io sono andata a prenderlo e siamo ripartiti subito insieme.
Tra due settimane ci sposeremo con un rito locale che pare sia molto bello: la sposa veste completamente di rosso e viene portata dallo sposo in una barca su un fiume, mentre tutti gli invitati ai lati del fiume gettano petali sulla sposa, e riso sullo sposo.
Sarà molto suggestivo.
Poi rimarremo lì almeno altri due anni, e dopo andremo insieme nella sua prossima destinazione.
Giulio…non so neanche come dirti quanto mi dispiace, quanto male mi fa separarmi da te, ma noi non ci vedremo più.
Sono state due settimane meravigliose, le più belle della mia vita e non le dimenticherò mai.
Abbi cura di te.
Tua
Anna”
L’uomo rimase immobile, gli occhi che dopo aver letto l’ultima sillaba si rifiutavano di chiudersi e di mettere a fuoco qualsiasi cosa.
Il vento pungente lo faceva lacrimare, ma lo aiutava a mascherare altre lacrime che scendevano lente e inesorabili verso i fogli tenuti stretti da entrambe le mani.
Chiuse infine gli occhi e si lasciò andare al dolore pazzesco che provava, singhiozzando senza ritegno; un uomo adulto sulla panchina di un parco pubblico che piange come un bambino.
Rimase in questa posizione per minuti interi; dieci, quindici forse più.
Poi, sfinito dal pianto e infreddolito, si decise ad aprire gli occhi e a puntare le mani per alzarsi: e la vide.
Stava entrando nel parco, le mani nelle tasche del cappotto, i capelli raccolti e uno sguardo malinconico sul viso.
Vide la lettera in mano a lui e trasalì.
Si avvicinò allora più lentamente.
– L’hai già letta – chiese lei.
L’uomo annuì in silenzio, senza staccarle gli occhi di dosso.
– Non sono riuscita a tornare in tempo – disse lei a occhi bassi.
– Che è successo? – chiese lui delicatamente, per paura che questo fosse un sogno e che qualsiasi rumore potesse risvegliarlo.
– Lui mi è venuto incontro, ci siamo abbracciati, siamo andati insieme verso il gate. Poi si è girato di colpo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Chi è lui?”. Lo ha letto nei miei occhi, Giulio, ha letto che il mio cuore era qua con te. Ho provato a farfugliare qualcosa, ma lui mi ha messo un dito delicatamente sulle labbra e ha detto “Nel paese dove vivo ora gli uomini non cercano di cambiare quello che gli dei hanno deciso. Non porta bene. E io vedo nei tuoi occhi che c’è una persona nel tuo destino e non sono io. Va’ da lui. Non porterò rancore. L’amore non è mai sbagliato, l’amore è sempre giusto Anna. Sempre. Vai da lui e sii felice.” Poi se ne è andato via. E io sono qua –
Lui annuì di nuovo, ma intanto le aveva delicatamente preso una mano.
Si guardarono per un po’, entrambi increduli.
Un brivido di freddo corse sulla schiena di lei, lui la cinse con un braccio e le chiese:
– Rientriamo? –
Lei sorrise e annuì; poi allungò una mano, gli prese la lettera dalla sua e la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Solo allora si avviarono per rientrare a casa.

man writing a contract

Il metodo Rolandfan per sfogare la propria rabbia

Dai non dite di no, a tutti capitano quelle giornate un po’ così, piene di rabbia e malinconia, giornate in cui vorreste spaccare il mondo, ma semplicemente non potete.
Magari il vostro capo vi ha umiliato davanti a tutti, ma il lavoro vi serve.
Oppure scoprite che vostra moglie vi tradisce, ma avete fatto due conti e non vi conviene divorziare con tre figli piccoli
O invece l’oggetto del vostro amore semplicemente non vi caga di striscio.
E allora?
Dobbiamo tenerci tutto dentro e fare felici i produttori di Maalox?
No.
E’ bene dirlo.
Ci sono dei rimedi alternativi, sani ed efficaci, e io li conosco tutti.
E siccome sono buono, oggi voglio rivelarli anche a voi, sono sicuro che tra questi troverete quello che fa per voi.

1 La smart
Rimedio infallibile, funziona così: prendete il vostro scooter e andate in cerca di una smart. Non sarà un problema, soprattutto nelle grandi città prolificano a più non posso, e non passeranno minuti prima che vi imbattiate in una di queste scatolette di plastica con un motorino attaccato con lo scotch. Se possibile sceglietene una guidata da un ragazzetto o una ragazzetta con il cellulare in mano. Lo so, è da vigliacchi, ma qui l’obiettivo non è essere perbene, anzi, più stronzi sarete e più funzionerà il rimedio.
Accostatevi dietro, leggermente sulla sinistra e pazientate, facendo bene attenzione. Vedrete che in brevissimo tempo il guidatore farà qualche strozzata colossale, tipo inversione di marcia con le doppie strisce, oppure slalom tra le macchine, o ancora frenerà senza avere gli stop.
E’ qui che intervenite voi.
Cominciate ad inveire contro il malcapitato urlando le oscenità più terribili che vi verranno in mente, agitando la mano e facendovi ingrossare le vene del collo.
Egli (o ella) si sentirà così colpevole che non avrà il coraggio di replicare, e vi chiederà scusa, e a quel punto potrete andare via finalmente liberi e con un sorriso sulla faccia.

2 La ex fidanzata
Prendete il vostro vecchio cellulare, e cercate il numero della vostra ex. Non avete una ex? Siete messi male, questo post non è per voi, dovete prima leggere “I suggerimenti di Rolandfan su come trovare una donna e poi lasciarla”.
La vostra ex non si aspetta la vostra chiamata, e magari sarà garrula perché tutto sommato le fa piacere risentirvi, anche se l’avete sfanculata dalla mattina alla sera. Tutto sommato anche a voi, avete mantenuto fino ad ora la romantica idea che possiate rimanere amici, ma oggi lei vi serve per un altro motivo.
Finiti i convenevoli, con voce sussurrante ma ferma, ditele: “Sono dieci anni che mi tengo dentro tutto questo, ma è il momento di dirtelo. Non ti amavo, io non ti ho mai amato, ti volevo bene, questo sì, ma l’amore vero è un’altra cosa, è quello che provo oggi con Anna. Mi sembrava giusto dirtelo. E no, non sono rimasto con te solo per il tuo corpo, primo perché insomma non è che sei Charlize Theron, e secondo perché a letto neanche mi divertivo tanto. Ah, scusa, prima che mi dimentichi: ho saputo che sei andata a letto con Germano, il nostro vicino di casa. E quindi penso anche che tu sia un po’ zoccola”
Chiudete il telefono, con il sorrisetto sulle labbra, felice di averle rovinato la giornata, e forse anche la settimana, e affrettatevi a bagnarla da tutti i social network dell’universo prima che vi sputtani dicendo quanto ce lo avete piccolo.

3 Il panettiere
Avete presente il vostro amabile, simpatico, ineffabile panettiere?
Quello che chiacchiera sempre con qualcuno, non vi caga mai, e quando finalmente si degna di mettersi alla cassa non caccia uno scontrino fiscale neanche a morire?
Quello che le rosette costano come la carne, le pucce come il branzino, e il pane di grano duro come un bracciale di Raspini?
Quello che se non ha la musica a palla non riesce a preparare la pizza con la mortadella, e mai na volta che fossero i Beatles limortacci sua?
Ecco, entrate con la vostra poker face migliore, fate la fila, tollerate le sue battute, gli One Direction che vi fanno sanguinare i timpani, le chiacchierate con l’avventore di turno, e quando finalmente siete davanti a lui in cassa con freddezza disumana dite solo due parole: “Lo scontrino”.
Impallidirà, poi arrossirà, poi cercherà di capire come cazzo funziona la cassa, e infine con lo sguardo torvo vi proverà un pezzetto di carta con un bel numero progressivo: 1.
Voi uscirete felici e non solo avrete sfogato la vostra rabbia, ma avrete fatto anche una buona azione, cioè far sentire una merda qualcun altro.

4 Vostra moglie
Ehhhhh amici (cit.) purtroppo se una donna ha fatto il grave errore di sposarvi, deve anche fare da punching-ball ogni tanto. Ovvio che se è lei la causa del vostro malumore, questo metodo non potete usarlo. Non sarebbe eticamente corretto.
Le dovete rompere le palle solo se la colpa è di qualcun altro, capite bene.
Ma anche in questo caso, fedeli al vecchio detto cinese “quanto torni a casa picchia tua moglie, lei sa perché”, avrete qualche argomento concreto da usare contro di lei. In questo modo potreste anche fare strike e approfittarne per chiarire alcuni punti.
Suggerisco di affrontare l’argomento “vacanze”, che è sempre foriero di belle incazzature a comando, nelle quali vostra moglie avrà sempre rigorosamente torto.
Potreste per esempio iniziare con “quest’anno a Marina di Pietrasanta non ci vengo neanche se mi ammazzi, voglio andare alle Laccadive”. Sapendo bene che a) a Marina di Pietrasanta c’è quella figa che vi trombate tutti gli anni, figuriamoci se ci rinunciate, b) non c’avete una lira e là c’è casa di vostra suocera che vi ospita e c) non sapete neanche dove cazzo stanno le Laccadive.
Ma vostra moglie abbocca, comincia a piagnucolare, che lì c’è mammà, e poi viene mia sorella con i bambini, e che gli amici del mare, e quanto mi piace passeggiare sul lungomare, etc.
Voi, mi raccomando, abbondate di “sticazzi” e siate irremovibili.
Quando lei alla fine sarà in lacrime, esplodete ululando “e basta così ste cazzo de lacrime, non se ne può più!” e uscite sbattendo la porta.
Il sorrisetto mi raccomando, tiratelo fuori solo in ascensore, che quella è subdola, sicuro vi guarda dallo spioncino.

5 Il barista
Come molti sanno, io ho un rapporto di odio-amore con i baristi.
Anzi, diciamola tutta, di odio-odio.
Però sono abbastanza civilizzato, e mi limito a cambiare bar quando mi rompono i coglioni in eccesso (mediamente due volte a settimana).
Però c’è il baretto sotto casa che non posso evitare. E’ quello dove vanno gli altri genitori, dove compro il latte in emergenza, e dove mia moglie fa la garrula con il proprietario (uno di questi giorni gli chiudo le mani nella cassa così la smette di sbirciare).
Ma se il proprietario non mi sta simpatico, il garzone che porta il caffè al tavolo è veramente odioso.
Prima di tutto è ributtante fisicamente, magro, storto, brufoloso.
Poi ha la memoria di un’ameba: ci fosse una volta, dico io una SOLA volta, che si ricordi che il caffè lo voglio MACCHIATO. Cazzo, è così difficile mantenere il ricordo della parola “macchiato” dal tavolino al bancone? (distanza da me misurata approssimativamente in duevirgolaquattro metri).
E se il cornetto lo voglio con la crema, cazzo non ci voglio trovare i frutti di bosco dentro. Un cornetto alla crema necessita di crema. L’ultima volta mi ha detto “con la crema erano finiti”. Bravo. Bene. Sette più. Quindi siccome quello che piace a me era finito, mi hai dato quello che cazzo ti pareva.
Se anche voi avete un barista così non c’è niente di più piacevole che usarlo biecamente per sfogare la vostra incazzatura.
Per rovinare la giornata ad un barista, c’è un rimedio semplice ma efficace: quando passa con il vassoio carico di caffè (per lo più sbagliati), fategli la scianghetta (per i non romani è la volontaria interruzione del passe di una persona ponendo la punta del vostro piede a bloccare la caviglia e causando la rovinosa caduta della stessa).
Lui farà esplodere il vassoio cadendo, probabilmente sporcando tutti gli avventori con i caffè e i succhi di frutta, e meritandosi i vaffanculi di tutto il pubblico presente, titolare incluso.
Con un po’ di fortuna riuscirete anche a farlo cacciare.
E che, potrà prendersela con voi, con tutte le volte che vi è montato sui piedi?
Fate la faccia più innocente che avete nel repertorio, e andate via soddisfatti.

Come va?
Siete calmi ora, più sereni?
Vi è passata la rabbia?
Volete arricchire ulteriormente la vostra giornata?
Perché non procedere con TUTTI e cinque i punti?
Io lo faccio sempre…

hulk372

La gita

Come sempre sono una delle prime ad arrivare. I miei non dormono tanto, mi svegliano sempre presto per fare colazione insieme, e quanto gli piace accompagnarmi, a tutti e due.
Preferirei che mi lasciassero all’angolo, sono l’unica che in terza media deve sopportare entrambi i genitori che la sbaciucchiano fuori scuola, ma non ci sentono.
Se non altro oggi che c’è la gita ci sono altri genitori e non mi devo vergognare.
E comunque arrivare presto ha i suoi vantaggi, mi posso scegliere il posto che preferisco sul pullman, in fondo, vicino al finestrino.
Evito di dover stare tutto il tempo a sentire le mie compagne di classe che parlano solo di vestiti, ragazzi, e cantanti melensi.
Vabbè, pure io parlo delle stesse cose, ma non SEMPRE.
Eccole, infatti. Sempre insieme. Le tre bionde.
Vestite uguali, sempre a braccetto, sempre pettinate bene.
Con me sono simpatiche ci mancherebbe: vedi Lilli che mi saluta con la manina, Valeria mi sorride e pure Chicca, nonostante abbiamo litigato per quel compito che non le ho passato, mi saluta.
Valeria viene verso di me, mi fa una linguaccia e mi chiede “che fai qui da sola?”.
Ogni volta è così e ogni volta ho la tentazione di stare con loro, ma poi rinuncio.
E quindi trovo una scusa: davanti mi sento male, poi voglio riposare che ieri sono tornata a casa tardi dopo gli allenamenti, insomma lei mi dice ci vediamo dopo e torna dalle altre, e dopo due secondi non esisto più per loro.
Meglio così.
Guardo fuori cercando di estraniarmi, ma non c’è speranza, mio padre e mia madre sono là e mi salutano.
Faccio un mezzo sorriso, quando sono di questo umore la loro allegria non mi aiuta.
Poi, al solito, la madre di Lilli fa la scema con mio padre. Bionda lei e bionda la figlia.
Ovviamente lui è un maschio, quindi cretino, e non riesce a non darle corda, e mia madre schiuma.
Un paio di volte hanno anche litigato, ma stavolta pare che vada tutto bene, mia madre sorride, anche se si vede che l’ammazzerebbe volentieri. Alla madre di Lilli, ma anche a papà, quando fa così.
Poi arrivano altri genitori, e purtroppo anche un paio di papà delle mie compagne di atletica, e figurati se non si mettono a parlare degli allenamenti, delle gare, a mimare la rincorsa del salto in alto.
Per fortuna non li posso sentire, mi basta vederli.
Ecco arrivano i maschi.
Sempre per ultimi, sempre sudati, anche alle otto di mattina.
Ma perché sudano così tanto?
C’è Giovanni, in particolare, che ha le ascelle che puzzano in maniera terribile, e quando mi capita come vicino di banco mi fa stare male, un giorno ho anche vomitato al bagno.
Ma pure gli altri, non sono da meno.
Non li sopporto, quasi nessuno.
Tranne Manuel.
Lui non puzza, forse perché gli interessa poco il pallone.
Manuel mi piace, ma piace anche alle bionde, e infatti ecco là, come è salito lo hanno subito accalappiato.
Manuel di qua, Manuel di là, che sceme.
Finalmente si parte, tutti si siedono, non devo più vedere questa scena patetica di quelle tre cretine che si squagliano per uno che secondo me neanche se le fila.
Però sta sempre là con loro, figurati.
L’ho detto anche a mio padre, quando abbiamo litigato ieri, che ai maschi quelle come me non interessano.
Lui mi ha detto che non capisco niente, però guarda un po’ dove sta lui? in mezzo alle bionde.
Anche Manuel, così come tutti gli altri maschi puzzolenti, preferisce stare con quelle tre.
Mio padre ha detto che io sono bellissima, e che siccome sono anche intelligente il futuro è mio.
Eh, ma intanto?
A nessuno interessa una con le gambe lunghe un chilometro, con i capelli neri, gli occhi neri, la pelle scura e senza tette.
Mia madre si è arrabbiata, mi ha detto che non vuole sentire queste parole, però poi ha detto “sei piccola, il seno ti crescerà”.
Io ho guardato il suo, e lei, che è piatta come un ferro da stiro, è diventata rossa.
“se non ti sono cresciute a te, sarà difficile che crescano a me” è stata la mia risposta. Logico no!?
Mio padre ha detto che è normale che io non mi veda bella, ma che il fatto che io non mi ci veda non vuol dire che io non lo sia.
Sarà.
Intanto però che il pullman fa manovra mi giro per l’ultima volta a vedere se i miei ci stanno e mi accorgo di mio padre che si è voltato verso il muro.
Tanto lo so che piange.
Ogni volta gli spunta la lacrimuccia, che palle.
Non sono più una bambina, e ancora si commuove quando parto.
Penso di mettermi le cuffie, almeno sento un po’ di musica.
Non riesco neanche ad accendere l’Ipad, perché Lilli si avvicina. “come ti sei vestita?” mi chiede, lei che ha gonna microscopica e parigine.
“mio padre ha detto che le parigine le posso mettere solo una volta l’anno, ad Halloween, e comunque là fa freddo” ribatto.
“ehhhh freddo, ma bisogna anche vestirsi da donne” dice lei con un occhiolino, e poi torna al suo posto, hai visto mai qualcuna le rubasse Manuel.
Io non dico niente, poi mi accorgo che mi è arrivato un messaggio.
Sono i miei, mi hanno mandato una foto, sono al bar a prendere un caffè e ridono e fanno ciao con la mano.
Scrivo “deficienti”. Poi ci metto un cuoricino, non vorrei si offendessero.
Loro mi mandano un’altra foto, peggio di prima, ora ridono, si abbracciano, e si sbaciucchiano.
“bleah, deficienti” scrivo, stavolta senza cuoricino.
Il messaggio successivo è solo di mio padre.
“Ti voglio bene Giulia. Ma tanto.”
Vorrei scrivere “anche io, deficiente”, ma mi viene solo un “ok”.
Finalmente mi riesco a mettere le cuffie, e a chiudere gli occhi.
Sento un po’ di “robaccia”, come la chiama mio padre, ma ho portato anche i Beatles.
Passano pochi minuti e mi sento toccare un braccio.
E’ Manuel.
Tolgo le cuffie e lo guardo in tono interrogativo.
“che fai?” mi chiede.
“musica” dico io.
“posso mettermi qua, il posto è vuoto”
“beh certo, se è vuoto”
“mi fai sentire quello che stavi sentendo?”
“prendi le cuffie” dico.
Sono stupita, è forse la conversazione più lunga che abbiamo avuto in tre anni di medie.
Sta due minuti, canticchia, poi me le ridà.
“grazie” dice.
“e di che? ciao”
“perché ciao?”
“beh non stai là davanti?” dico
“E che ti dispiace se rimango qua?”
“figurati, fai come ti pare” è la mia risposta scorbutica.
Poi mi metto la cuffia, alzo la musica a palla, e mi giro verso il finestrino per guardare l’autostrada che corre.
Però un sorrisetto ci scappa, e un pensiero: “sta a vedere che mio padre aveva ragione”

pullman

Amore Assoluto

Fare il fotografo, per passione o per professione, significa avere un osservatorio privilegiato sul mondo, tanto più se si fotografano le persone.
Si possono vedere e quasi toccare da vicino emozioni che spesso le persone tengono solo per sé, ma chissà come mai talvolta, qualche rara ma bellissima volta, svelano davanti ad una macchina fotografica.
E qualche volta dietro quella macchina ci sei tu, il fortunato che può osservare gli occhi delle persone lasciarsi andare e raccontarti delle storie, piccole o grandi che siano.
Il bravo fotografo è colui che riesce a essere così affidabile da rendere questo processo semplice per la persona che ha davanti: la ricompensa spesso sono emozioni che fluiscono in maniera naturale e tu sei il testimone di un momento importante; che poi anche altri vedranno certo, ma dopo.
Intanto tu eri lì, ed è meraviglioso.
Ma poi, quando scatti una foto come questa, quando sei testimone di un amore così assoluto, pensi di non essere neanche degno di guardare.
In questa società in cui l’amore viene svilito, sminuzzato, ridotto, confuso con cose che non c’entrano nulla, ignorato, negato, rovinato dalla rabbia o dalla gelosia,
Una società in cui l’amore è sempre secondo: alla carriera, ai soldi, alle ambizioni, alla prevaricazione
In questa società in cui amare qualcuno, o qualcosa, sembra essere passato di moda
Una società in cui l’amore è codificato dai messaggi dei social network, dalle scritte sgrammaticate sui muri, dai pezzi di poesia strappati dalle loro pagine a forza e mai capiti.
L’amore che non è più quello di Dante, Prevert o di Leopardi, ma neanche quello di Roma città aperta, di Ladri di biciclette o di tanti film che abbiamo visto magari piangendo.
E’ una società questa in cui spesso all’amore – qualsiasi amore – non viene più dato tempo per nascere, crescere, svilupparsi, mettere radici.
Eppure.
Eppure in questa nostra società così difficile che all’amore riserva spesso solo un posto commerciale, c’è ancora un amore che è rimasto lo stesso, puro e immutabile dalla notte dei tempi.
Un amore che scavalca le mode e i costumi, gli anni e i secoli, lo spazio e il tempo, la vita e la morte.
Un amore che nasce dalle viscere e finisce nelle viscere, che spiega perché siamo qua e perché non ci saremo più.
E quando ti capita di vedere un amore così vorresti solo spingere, piano, un piccolo pulsante, e poi scomparire per non disturbarlo.

BlankaeLudo

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Il Degustatore

Tra gli infiniti personaggi che si possono incontrare in autogrill il più fastidioso, antipatico, irragionevole, inviso alle masse è colui che potremmo chiamare il Degustatore.
Costui non fa parte di quella schiera di forzati dell’automobile che per lavoro o per vacanza percorrono avanti e indietro le autostrade del Bel Paese, e che per riuscire a fare 500 km senza andare a sbattere devono ogni tanto fare un pit stop caffè-pipì-bigliettolotteria.
No.
Lui si ferma in autogrill perché il caffè è BUONO.
E non deve pisciare, fare benzina, comprare il giornale, cambiare il pannolino al pupo, mangiare il muffin al mirtillo.
No.
Lui deve prendere un caffè e gustarlo fino all’ultima goccia.
E sticazzi se dietro c’è una fila di persone con lo scontrino in mano, che gli sta praticamente con le palle attaccate alla coscia, e che deve pisciare, fare benzina, etc etc etc.
Lui il caffè intanto lo chiede in combinazioni che prevedono baristi con la laurea in ingegneria chimica: macchiato freddo, al vetro, cacao sotto e supercazzola brematurata sopra.
Poi non lo beve subito, eccheccazzo.
Prima, lo OSSERVA.
Lo guarda e lo traguarda, gira la tazzina in tutte le direzioni, come se ne dovesse fare una fotocopia in 3D.
Si assicura che il colore, la temperatura, la densità, la tensione superficiale, siano a norma ISO, ovviamente l’ISO che alberga in quella sua testaccia di cazzo.
Mentre voi avete le ginocchia che stringono disperatamente la vescica, oppure il pupo che strilla perché vuole le Haribo, lui finalmente si accinge a berlo.
Occhi pieni di speranza si accendono dietro di lui, speranza vana, perché lui il caffè non lo sorbisce: lo assapora.
Lentamente.
Probabilmente nel tempo che lui beve il caffè voi fareste in tempo ad andare in Brasile a comprare una fornitura di chicchi del Mato grosso, ma ormai avete fatto lo scontrino e poi, checcazzo, lo sta bevendo, quanto ci potrà mettere ancora?
Tanto, mortaccisua.
Perché anche quando il caffè è finito, o almeno così sembra a voi, il Degustatore prende il cucchiaino e con voluttà raspa la tazzina o il bicchiere finché anche l’ultima traccia di emulsione non sia finita sulla sua lingua.
Solo allora, sempre con la flemma che lo contraddistingue, il Degustatore decide di levarsi dai coglioni e si gira, stupito di trovarsi davanti decine di scontrini con dietro facce stravolte dalla rabbia.
Egli, contento e soddisfatto, si avvia ignaro verso la sua automobile, per riprendere il viaggio verso il prossimo autogrill.
Se siete un Degustatore e vi siete riconosciuti in questa descrizione vi do un consiglio: fate sempre controllare freni, olio, gomme prima di ripartire.
Qualcuno potrebbe pensare che un vaffanculo non sia sufficiente per sfogarsi.

caffè

Le declinazioni dell’amore

Noi, noi pensiamo di sapere tutto dell’amore.
Perché abbiamo amato e siamo stati amati, e pensiamo che l’amore sia quello che è accaduto a noi, solo a noi.
Noi che abbiamo amato con passione o con violenza, con tenerezza, rabbia, malinconia, desiderio, erotismo, gentilezza, attesa, freddezza, in maniera totalizzante o relegando il nostro sentimento in un angolo.
Noi che abbiamo amato una donna fin dal primo momento che l’abbiamo vista sui banchi di scuola o ne abbiamo amate cento e poi mille e ancora ne amiamo; noi che abbiamo scelto una donna per la nostra vita futura, o che ne amiamo una al mese; noi che sentiamo la malinconia di un amore perduto, o la gioia di un amore nuovo; noi che ci piace svegliarci tutti i giorni vicino alla madre dei nostri figli o che passiamo le serate in giro per i bar a caccia di qualche cosa; noi che ritroviamo dopo venti anni la donna della nostra vita e noi che ce la abbiamo sempre avuta vicina e non ce ne eravamo accorti.
Noi che di una donna abbiamo amato gli occhi, o il seno, o i piedi, o il culo, o i capelli, o l’eleganza, o il sorriso, o le parole, o i silenzi.
Noi che la guardiamo quando fa l’amore, quando cucina, quando torna stanca dal lavoro, quando guida la macchina, o quando gioca con i bambini e tu non esisti.
Noi, noi pensiamo che l’amore, l’amore vero, sia quello di un uomo per una donna, o di un uomo per un altro uomo, o indifferente purché sia una persona che vale.
Noi che scegliamo una donna perché buona, o perché ci fa soffrire, perché ci strega a letto, o ci fa ridere.
Noi che dell’amore abbiamo letto tutto, visto tutti i film, parlato con tutti gli amici, abbracciato tutte le donne, pianto tutte le lacrime e spalancato tutti i sorrisi.
Noi pensiamo di sapere tutto, ma l’amore non si può catalogare, impacchettare, etichettare.
Il nostro, di amore, vale quello che vale, il tempo di uno sguardo.
L’amore è come l’acqua, si adatta, poi scivola, e se tenti di afferrarlo ti bagna ma non si ferma.
L’amore ha più declinazioni di quanto noi possiamo pensare, dobbiamo solo imparare a riconoscerlo, a capirlo, e no: non dobbiamo mai innamorarci, dell’amore.

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La incredibile e triste storia del tenero Ignazio e del suo partito snaturato

In questi momenti di conforto/sconforto seguiti alle dimissioni dell’ex-Sindaco Marino (sono mesi che lo chiamo così e finalmente la storia mi ha dato ragione), quello che mi interessa di più sono le urla piangenti degli inconsolabili.
La scomparsa dell’ex-Sindaco ha provocato reazioni di rabbia e dolore, che inevitabilmente hanno prodotto motivazioni per tale sconforto che oscillano tra l’elencazione pedissequa dei suoi meriti, al confronto con i predecessori, fino alle infauste previsioni sul futuro (nero) di questa città.
Io personalmente non solo non mi appassiono alla diatriba in quanto avevo previsto questa fine già da tempo, ma mi dissocio dalle analisi seppur fatte in buona fede da chi considera le dimissioni di Marino una iattura, pur avendolo (ahimé) votato.
Sapete, se ci si sofferma sui dettagli, e se si usa il noto e ben rodato italico strumento del benaltrismo, qualsiasi episodio può essere letto come si desidera.
Io invece vorrei prendere un bel grandangolo e fotografare Roma da lontano, ORA, in questo esatto momento, dopo due anni di amministrazione di Marino.
E quello che vedo non mi piace.
E sinceramente non me ne frega niente se Alemanno è stato peggio, se i dipendenti comunali remano contro, se il partito fa la fronda, se la mafia, la camorra, etc etc etc.
Non me ne frega una beneamata mazza.
A me frega che Roma è diventata ancora più invivibile, che le strade sono ormai dissestate, che il trasporto pubblico non è più al collasso ma all’infarto del miocardio, che i vigili scioperano a capodanno e i tassisti bloccano la città, a me frega che la mondezza è dappertutto, che il ponte della musica è pieno della merda di quelli che ci vanno a fare le feste di compleanno e poi lasciano tutto li e non pulisce nessuno, che cinquecento metri di marciapiede da casa mia alla scuola di mia figlia sono diventati una discarica, che tutti gli esercizi commerciali hanno uno zingaro o un nero di fuori che chiede l’elemosina, che non si trova parcheggio neanche a pagamento, che Via dei Fori Imperiali è pedonale ma Viale Libia un inferno di metallo, che ormai i rom che frugano i cassonetti si sono organizzati e li tengono sempre aperti così non devono neanche più fare fatica, che ai bar del centro fregano tutti i turisti, che intorno a Fontana di Trevi, al Colosseo, a Piazza Navona e così via stazionano centinaia se non mi gliaia di pakistani con le loro cassettine e i loro pupazzetti che si infrangono migliaia di volte al giorno contro una tavola, che tutti i commercianti e i punti di ristoro invadono i marciapiedi senza pagare, e se chiedi lo scontrino sei solo un rompicoglioni.
A me mi frega solo che questa città, la MIA città, la culla della cultura occidentale, della cristianità, la Capitale d’Italia, la depositaria di una storia, cultura e arte unici al mondo, questa città è diventata uno schifo, e dopo due anni è anche peggio.
Quindi asciugatevi le lacrime, vedove inconsolabili.
Era ora.
Era veramente ora.

Marino

Roma, 2015

Allora dice che a Roma er traffico è ‘na caciara, dice te credo nun ce stanno più l’autobus! ma come nun ce stanno più, ma se è pieno, se, pieno e ‘ndo li vedi tutti ‘sti autobus, ma come ‘ndo li vedi, ma se è appena passato er 60 ma che me stai a dì, no lo so che è passato er 60 l’ho visto pure io che te credi, ma tu lo sai quanti semo a Roma? tre milioni e mezzo, e lo sai quanti autobus ce stanno? quattro! ma come quattro, se uno è er 60 che è passato mo’ l’artri tre quali so’? e daje a Se’ quattro pe’ modo de di’, te vojo di’ a Roma ce stanno meno de dumila autobus, pe’ tre mijioni e mezzo de abitanti, e pe’ guidalli hanno assunto quattordicimila persone eccheccazzo manco se li dovessero spigne a mano e comunque co’ dumila autobus ma quando cazzo ce la fai? che poi ce ne sarebbero un sacco de più ma stanno fermi. Fermi a fa’ che? Niente, a fa’ li pezzi de ricambio, che se rompeno in continuazione e nun c’hanno i sordi per comprà i ricambi e allora li pijano da un altro autobus, che poi sti autobus se rompeno de continuo perché le strade che voi so’ quelle che so’, ahò ma io sapevo che ereno l’autobus che rovinaveno le strade e no’ er contrario, è vero, ma le strade rompeno l’autobus, l’autobus rompeno le strade, i sordi nun ce stanno e quindi pure noi alla fine se rompemo li cojoni e pijamo la machina, che poi pure er Papa, sant’omo, se sarebbe rotto er cazzo, pare che l’artro giorno a un cardinale j’ha detto ma porca troia embè er papa quanno je pijeno i cinque minuti nun guarda in faccia a nisuno dice ma porca troia, ma come cazzo ce li portamo venti mijioni de pellegrini ar vaticano? embè scusa e che ce li dovemo porta’ noi? a Se’ ma che sei nato ieri? che nun lo sai? er Papa fa i sordi cor giubileo, e noi li spennemo, je dovemo mette l’autobus novi, arifà le strade, i parcheggi e quanti cazzi! ahò sarà, ma sei sicuro Fra’? me stai a di che er Papa se fa’ ricco alle spalle nostre? ma scusa ma te c’hai presente l’ingresso ai musei vaticani? ‘mbè? ‘mbè un cazzo, l’ingresso dove se paga sta in Vaticano ma la fila sta in Italia, quindi se c’è casino se lo dovemo sbrigà noi, i turisti smadonneno in Italia ma poi l’acqua a du’ euro a pezzo la compreno in Vaticano. Ma poi c’hai fatto caso che l’unico posto pulito de Roma è Piazza San Pietro? no a Fra’ te sbaji, pure la piazza davanti er Quirinale è pulita. Bravo, c’hai ragione, ma è la stessa cosa, er Papa e er Presidente quanno s’affacceno al barcone a pija’ un po’ d’aria mica ponno vede’ ‘a monnezza, vonno vede’ li giardini e er pavimento pulito, così la monnezza ce la lasceno a noi a Montesacro, limortacciloro che poi so’ pure un po’ li nostri, li tua! e no pure li tua, perché sei te che l’hai votati, e invece de rompeje li cojoni perché c’hai li cassonetti pieni de monnezza fai spallucce e te ne vai a aprì er banco ar mercato, e te invece che fai ‘a rivoluzione? che l’urtima vorta che sei annato ar Campidojo co’ l’artri dipendenti der San Camillo a protestà t’hanno pure fatto ‘a murta, elimortacciloro lo so è che ho sbajato giorno nun bisogna annà in giro pe’ Roma dopo er venti der mese che er Comune c’ha bisogno de sordi e le murte fioccheno, l’artri giorni ai vigili nun je frega un cazzo de gnente a Fontana de Trevi ormai vendono de tutto ce manca solo che ce se piazzeno le mignotte e quelli figurate se dicono quarche cosa, ma prova a mettete in doppia fila er venticinque del mese e te fanno secco subito e comunque mo’ te devo lascia’, devo porta er pupo a scola e poi devo annamme a fa’ vede’ la schiena dice che er motorino nun lo devo pija’, che devo evita’ ‘e buche, ma come cazzo fai a evita’ ‘e buche, dico io, fai prima a evita’ ‘asfarto che ce n’è meno de ‘e buche, vabbè a Se’ mo’ te saluto ce vieni a vede’ a Roma domenica? a Fra’ ma che te sei rincojonito? ma so’ de ‘a Lazzio e vengo a vede’ a Roma? e vabbè nun t’arabbia’ tanto qua nun ce se capisce più un cazzo, fascisti, comunisti, preti froci, monnezzari magnaccioni er Sindaco de Genova che però è de filaderfia come er formaggio aho’ ma che cazzo ne so’ fa’ un po’ come te pare. A proposito: ce l’hai ‘na canna?

 

Vaticano by rodocarda

Photo by rodocarda

Le Grandi Recensioni di Rolandfan – Padri e Figlie di Gabriele Muccino con Russel Crowe

Trama del Film
Il titolo del film, sostituito solo all’ultimo momento per volere della produzione, era “Psicotici e Puttane”, ma vista la difficoltà di tradurlo in inglese in maniera accettabile, e temendo che la trama si svelasse troppo presto, a malincuore Muccino ha dovuto accettare un titolo alla Muccino, invece di uno alla Woody Allen.
Per ribellione, il Gabriele nazionale, er bomber de Cinecittà (per le dimensioni dell’addome, per lo più), ha deciso che se non poteva avere Woody Allen nel titolo avrebbe avuto Quentin Tarantino nel montaggio.
Purtroppo nessuno ha avuto il coraggio di spiegare a Muccino che sì, è vero che il montaggio dei film di Tarantino è inconsueto, ma alla fine lo spettatore esce con la certezza di aver capito come inizia, come prosegue, e come va a finire, anche se spesso la fine è all’inizio e così via.
insomma Tarantino è un po’ come Picasso, che ti faceva trovare la bocca al posto degli occhi, le tette sugli orecchi ma alla fine ti convincevi che stavi guardando una gran bella topa.
Invece si vede che nel mischione generale Muccino deve aver dimenticato qualcosa in sala montaggio: forse l’inizio, oppure la fine, oppure la parte centrale del film, o magari un po’ tutto.
Per cui ci perdonerete se la trama ci è rimasta un po’ oscura.
L’unica scena chiara del film è quando Russel Crowe spiaccica la moglie contro un tir, osannato dalla ola di tutta la parte maschile del pubblico, ma poi il resto è un po’ confuso.
Si tromba molto, questo sì, ma a casa del montaggio un po’ così non si capisce chi tromba con chi, quando, di chi è figlio, ma soprattutto ancora una volta rimane in sospeso l’eterno quesito: ma come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?

Giudizio della Critica
Stavolta Muccino decide di spogliarsi completamente dei panni di regista di commediole romantico-giovanilistiche, e di vestire quelli di un moderno Frank Capra, cercando di strappare lacrime ad ogni fotogramma, senza purtroppo (per lui) riuscirci.
E cosa si inventa? un film newyorchese, una pellicola in cui non manca nessuno dei luoghi comuni dei film girati a New York: il giro in bici a Central Park, la vista delle Torri Gemelle (ah quando ci piace a noi l’accurata ricostruzione storica), le townhouse con le bici sul pianerottolo, gli innamorati che parlano nella vasca da bagno, il diaframma della cinepresa così aperto che anche le lucciole fanno palle da due metri sul fotogramma, la lezione di bicicletta rosa e la corsetta sul ponte di Brooklyn.
Ci fosse ancora la libreria Rizzoli di sicuro ci avrebbe piazzato una scena, magari con il cameo di Robert De Niro e Meril Streep in carrozzella ancora indecisi sul da farsi.
Manca, a essere proprio pignoli, la scena della pattinata sul ghiaccio al Rockefeller Center, e questo è stato subito notato dai principali critici cinematografici americani che volevano ritirare la tessera a Muccino per questa manchevolezza, ma poi hanno benevolmente soprasseduto perché il nostro grande (più che altro grosso) regista aveva sì girato la scena, ma l’aveva dovuta tagliare (come un sacco di altra roba supponiamo visto che non si capisce molto) per fare spazio all’unica vera scena mucciniana, un marchio di fabbrica direi: la scena in cui i due protagonisti si inseguono istericamente per tutta casa, seguiti da una camera rigorosamente a mano, per poi finire in mezzo alla strada a inseguirsi urlando come matti.
Se pensate di non voler andare a vedere questo film, e francamente non potremmo darvi torto, la scena mucciniana la potete anche vedere girata pure meglio a partire dal minuto 1:25 del link che segue.

Possiamo affermare infine che la godibilità di questo film è tale che se nell’altra sala avessero dato la retrospettiva di Oronzo Canà probabilmente avemmo assistito ad una transumanza senza precedenti.
A Muccì: ma du’ ripetizioni da Sorrentino no, eh!?



padri e figlie

L’etica fotografica e la digitalizzazione del negativo

Nell’era della fotografia digitale molti fotografi – me compreso – hanno ancora il gusto di scattare con la pellicola.
Non starò qui a raccontare perché uno dovrebbe ancora perdere tempo a comprare le pellicole, scattare senza vedere cosa sta facendo, svilupparle magari da solo in uno stanzino buio per poi ottenere una foto a risoluzione più bassa di un sensore di ultima generazione. Dico solo che nella pellicola c’è l’emozione dell’artigianato, la qualità dell’immediatezza e l’intoccabilità del risultato, si lavora senza rete.
Ecco, su questo punto bisogna chiarirsi bene: in realtà la manipolazione dello scatto è sempre stata fatta da molto prima che la fotografia digitale venisse inventata.
La selezione delle foto, il dodge and burn (aumentare o diminuire selettivamente la luminosità), il contrasto, l’esposizione, il viraggio fino a vere e proprie trasformazioni degne di photoshop sono strumenti usati da sempre per migliorare o stravolgere addirittura lo scatto.
Oggi però con gli strumenti informatici a disposizione è possibile prendere uno scatto a pellicola, digitalizzarlo e intervenire su di esso in maniera molto più ampia.
Io però credo che quando si scatta a pellicola, anche se tutti ormai digitalizziamo la foto per poterla pubblicare e condividerla su facebook o su piattaforme di photo sharing, ci debbano essere dei limiti di intervento che sono in fin dei conti la caratterizzazione specifica della pellicola rispetto al digitale.
Mi sono quindi divertito a stilare un elenco di cose lecite e proibite in base ad un’etica fotografica che – come potrete facilmente immaginare – è esclusivamente mia.
Quindi non pretendo che quello che vi dirò sia la “verità”, piuttosto una base di discussione almeno per l’onestà intellettuale di capire cosa si ha di fronte quando vediamo una foto “a pellicola” su facebook.

Rimozione polvere e graffi – SI’
Io uso photoshop, rende la vita più facile e il risultato è perfetto.
La polvere e i graffi non fanno parte dello scatto, e il negativo viene comunque accuratamente pulito prima di una stampa, ma lo scanner e la manipolazione rendono impossibile digitalizzare un negativo senza introdurre macchie.
Rimuovere questi segni non è per me illecito, e anche se fa tanto vintage per me sono solo imperfezioni non legate allo scatto.
Di fatto è un’operazione inevitabile per ogni negativo digitalizzato.

Aumento luminosità e contrasto, anche selettivamente – SI’
Entro certi limiti.
In ogni caso il negativo non consente una variazione molto ampia, ma all’interno della “latitudine di posa” della pellicola aumentare o diminuire luminosità o contrasto è per me consentito.
D’altronde quando si stampa si sceglie una carta con più o meno contrasto a secondo del proprio gusto, e anche la luminosità di può governare, quindi se queste operazioni vengono fatte anche in digitale non ci trovo nulla di male, purché per me siano entro certi ambiti diciamo un 20% in più o in meno non è un delitto.

Fluidifica – NO
Non è corretto per me utilizzare tool di modifica strutturale presenti in photoshop per allungare, accorciare, limare nasi o mascelle, accrescere labbra o tette.
La fisionomia delle persone ritratte deve rimanere intoccata.

Brufoli e imperfezioni della pelle – NO
Questo è un punto controverso, perché la fotografia digitale permette di presentare sempre pelli perfettamente levigate (volendo) e anche nella conversione bianco e nero si tende a rimuovere le imperfezioni.
Questo è possibile e facilmente anche sulla pellicola digitalizzata ma per me è una pratica “illegale”.
Se la modella o le persone ritratte vogliono avere una pelle più compatta possono usare un trucco più generoso, oppure il fotografo può studiare luci che non evidenzino i difetti.
La rimozione delle imperfezioni dovrebbe essere evitata.

Rimozione parziale o totale oggetti – NO con riserva
La rimozione di oggetti o addirittura il cambio di sfondo dovrebbero essere evitati.
In realtà in camera oscura si può fare questo ed altro, e allora perché non con photoshop?
Diciamo che in camera oscura rimuovere oggetti indesiderati è un’arte quasi chirurgica, mentre con photoshop è banale e la tentazione di farsi prendere la mano è forte.
Quindi per me è NO anche se capisco che non sarebbe uno scandalo.

Filtro colorato – NO
I filtri per la pellicola per me vanno usati durante lo scatto, per creare le condizioni di luminosità relativa tra colori diversi (soprattutto in bianco e nero) che sono tipiche di scelte di ripresa.
Mettere un filtro rosso su un negativo digitalizzato, o un filtro IR o altro in postproduzione non mi piace.
Se volete il cielo nero, mettete un filtro rosso durante lo scatto.
Se volete labbra rosse, mettete un filtro verde durante lo scatto e così via.

Crop (ritaglio) ed eventuale rotazione parziale – SI’ (ma io non lo faccio)
Ritagliare la foto per migliorarne la composizione, o evidenziare un particolare o escluderne aree non desiderate è pratica comune nella stampa analogica.
Quindi per me è una di quelle cose che reputo fattibile anche in postproduzione.
Tuttavia personalmente la ritengo una pratica “legale” ma non “etica”: io lascio sempre la scannerizzazione del negativo completa della mascheratura, in modo che sia visibile tutto ciò che ho inquadrato durante lo scatto.
Per me rende la foto più interessante.
Poi, ho sbagliato a comporre la foto? è venuta un po’ storta?
Peggio per me, potevo stare più attento; il vero insegnamento dello scattare in pellicola è proprio questo: ogni foto conta, e ogni foto sbagliata è un errore grave da non ripetere.
“Tanto la sistemo dopo” è una pratica che già in digitale è da considerare scorretta, in analogico è quasi una perversione!

Sam
Photo by rodocarda

I dieci indizi (falsi) che vostro marito vi mette le corna

Sappiamo tutti che se una donna si mette in testa di tradire il marito senza farsi scoprire non c’è modo per il pover’uomo di rendersi conto del palco reale che gli sovrasta il cranio, neanche se sbattesse alla porta di casa tutti i giorni per dieci anni di seguito.
Il motivo è semplice: le donne sono più furbe, più attente, più maliziose, e gli uomini più bambacioni, creduloni e governati dall’ormone.
Le donne sono più furbe anche quando è LUI a cornificare, e a differenza dell’uomo sanno individuare anche i minimi segnali e individuare la magagna anche senza che lui lasci in giro il classico scontrino del ristorante nelle tasche.
Le donne sono abituate a leggere i segnali del corpo, e anche la minima deviazione dal comportamento standard fare rizzare le loro antenne per cui per un uomo è virtualmente impossibile mantenere una relazione extraconiugale per un periodo molto lungo (diciamo superiore a due ore) senza che la moglie se ne avveda.
Però io non voglio parlare di questo, bensì di quella situazione in cui la donna CREDE di aver rilevato segnali di corna da parte del consorte, ma ciò (purtroppo direbbe lui) non è vero.
Succede più spesso di quanto pensiate, e anche ad uomini che francamente solo a guardarli verrebbe da dire: ma quale (altra) donna potrebbe mai interessarsi a questo scarto di magazzino?
Ho ritenuto opportuno quindi stilare un prontuario dei principali segnali che possono essere fraintesi, e credo possa essere utile sia alle donne per tranquillizzarsi un pochino quando dovessero credere di vederne uno ma anche per gli uomini: state accuratamente attenti a evitarli quando la coscienza è VERAMENTE sporca…

1. Si è fatto la doccia rientrando dopo una trasferta di lavoro
Come noto, l’ommo è ommo e ha da puzzà, e con questa verità molte donne hanno imparato a convivere.
Quindi per la moglie è normale che dopo una giornata di duro lavoro (così almeno si presume) l’uomo arrivi direttamente a tavola con l’ascella piccante.
Oggi però no. Oggi si spoglia rapidamente, butta i vestiti nella cesta dei panni sporchi e si fionda sotto la doccia per mezz’ora, con l’acqua così bollente che quando esce gli fuma tutto (tranne le palle altrimenti non sarebbe in questa situazione).
Il segnale è chiaro: ha voluto cancellare qualsiasi traccia di umori corporei sospetti, e magari alieni.
Dato che ormai le prove sono scomparse dalla pelle, ella non potrà che fondarsi nella cesta e mettersi ad annusare centimetro per centimetri i vestiti di lui, nella certezza acquisita di individuare qualche elemento XX lasciato dalla zocc… dall’amante di lui.
Questa ispezione comprende anche pedalini sudati, maglietta della salute umidiccia e mutande stella con taschino laterale indossate per una settimana di seguito.
E’ così che la trova lui, quando in accappatoio e ciabatte entra in camera da letto: piegata a novanta gradi e con la testa nella cesta.
Lui innocentemente pensa sia un nuovo tipo di benvenuto della moglie e carinamente le piazza una mano sul culo ricevendone ovviamente una stampella sui denti.
Solo dopo l’esame del DNA su tutti gli indumenti sporchi egli sarà perdonato (per una cosa che non ha fatto) e lei gattonerà verso di lui vestita come se lavorasse al Crazy Horse.
Inutilmente, perché il dolore ai denti ha paralizzato qualsiasi funzione riproduttiva di lui e la serata finirà a vedere X Factor.

Il trittico
I tre indizi che seguono sono di solito sufficienti per una condanna senza appello anche da soli, ma se si verificano tutti e tre insieme per il marito non c’è scampo: la pena è l’evirazione.

2. Si è fatto la barba pelo e contropelo
Di solito egli si fa la barba in tre minuti netti.
Odia rasarsi, e siccome deve durare poche ore, prima che sopravvenga “the five ‘o’clock shadow” e sia ora di tornare a casa, normalmente basta una passata e via.
Stamattina la moglie lo sorprende a mettere la schiuma due o tre volte, a toccare delicatamente con le dita sotto la gola per essere sicuro che non scappi neanche un pelo, a passare e ripassare il rasoio nei punti più difficili per non lasciare neanche una piccola ruvidità, e infine dopo essersi sciacquato a tirare la pelle del viso in tutte le direzioni per essere certo che il lavoro sia fatto a regola d’arte.
Inevitabile la domanda: “perché ti stai facendo la barba così accuratamente?” e altrettanto inevitabile e inutile la (vera) risposta: “ho una riunione con l’amministratore delegato alle sei”.
Lei immaginerà solo un incontro illecito in qualche luogo nascosto nell’ombra, con una zocc…un’amante che nell’impeto della passione gli accarezzi il viso liscissimo (tralasciamo altre cose che ella immagina e vietate ai minori).
Il fatto che lui alle sei si troverà veramente in una stanza con altre dieci persone, tutte di sesso maschile, a parlare di bilanci è un’eventualità che non può essere neanche lontanamente presa in considerazione.

3. Ha usato il dopobarba “Eau de prestige et finesse pour homme”
Il marito medio dopo la barba usa prodotti da supermercato.
Chi non ricorda i mitici “Acqua velva” e “Brut 33”, profumi che per un euro potevate portarne via una damigiana?
Ecco, quello è lo stile della casa.
Ma nascosto in un piccolo armadio, tra una bottiglia di whisky invecchiato 25 anni e un disco di Baglioni autografato, si annida un dopobarba prestigiosissimo, dal costo industriale di duecento euro a goccia, regalo della suocera per il Natale 1998.
Il flacone, nella comoda dotazione da venti gocce, viene estratto dal suo ripostiglio solo nelle grandi occasioni, come ad esempio il matrimonio della sorella di lei, la comunione del nipote di lei, il battesimo del figlio della cugina piccola di lei, la laurea della figlia della portiera della zia di lei.
Stamattina invece dopo la rasatura egli afferra il flacone di “Eau de prestige et finesse pour homme” e con nonchalance ne sbatte un paio di secchiate sulle guance, tanto che la scia che lascia uscendo dall’ascensore potrebbe fare concorrenza a certe signorine che si possono trovare sulla Via Salaria a qualsiasi ora.
Quale può essere il motivo di questo sacrilegio, visto che nessun parente di lei sta per festeggiare alcunché?
Chiaro. Lui ha un’altra.
Dapprima a lei viene l’idea di girare per tutta la città naso in aria cercando di individuare come un segugio da tartufo la zocc…la donna che frequenta suo marito.
Poi l’impresa le appare un tantino disperata (ma non così tanto eh!?) e allora preferisce risolvere il problema in altro modo, versando nel cesso le restanti dodici preziosissime gocce di “Eau de prestige et finesse pour homme”:
Che se si deve proprio strofinare con quella zocc…signorina, almeno la inondi di acqua velva. E vaffanculo.

4. Si è vestito in giacca e cravatta
Sono mesi ormai che gira con la stessa mise, pantalonacci di cotone americani blu, polo di cotone o camicia a quadrettino e scarpe da ginnastica.
“Tanto da noi non si usa” è il ritornello.
Poi un giorno lo senti armeggiare con qualcosa di plastica, vai a vedere e scopri che ha rimosso il cellophane che copre il vestito buono e si sta predisponendo per indossare il completo blu.
Con la camicia bianca.
E la cravatta argento.
In pratica, è vestito come al VOSTRO matrimonio.
Chiaro che la rabbia vi monta all’istante, e la flebile nonché non credibile scusa di una visita in fabbrica dei nuovi azionisti suona appunto come una scusa.
Si sa che un uomo ad una certa età (e lui questa certa età l’ha già passata da un pezzo) può fare bella figura con una donna solo se si veste elegante.
Quindi vuole fare colpo su una zocc…su un’altra donna, pensa lei.
Figurati se gli azionisti vanno a visitare la fabbrica sfigata dove lavora lui.
Non esiste: se deve metterle le corna glie le metterà vestito a cazzo, quindi lo costringe ad andare in ufficio con la solita divisa.
Il fatto che lui sarà l’unico quadro aziendale vestito come uno straccione e che questo lo ponga primo nella lista di quelli di cui sbarazzarsi non interessa alla moglie, felice di avergli rovinato la giornata.

5. Ha lavato la macchina
Questo non sarebbe un grande indizio, se non fosse che a) non lava la macchina da un anno e b) per domani è previsto temporale.
Evidentemente deve portare qualcuno con cui fare bella figura.
La moglie chiede così, en passant, se lui ha impegni per la serata, ed effettivamente sì, non ti ricordi? vado a prendere una birra con gli amici del calcetto, lo avevamo deciso dalla settimana scorsa.
Se. Calcetto.
Vedi un po’ se stasera non deve caricare qualche zocc…donna e per fare il fico ha lavato la macchina.
Ora, che la “macchina” in questione sia una Panda 30 del 1986, e che nessuna donna degna di tale nome si farebbe impressionare dal reparto archeologico lavato o meno è un particolare che dalla moglie non viene ritenuto importante.
Forse, ma forse forse eh!?, se lui avesse chiesto in prestito la macchina di lei, una BWM 535 comprata in comode ottocento rate e che lei usa per fare la spesa mentre il marito ha dovuto far doppiare alla Panda 30 la boa dei 300.000 chilometri, forse dicevamo in quel caso qualche leggerissimo sospetto poteva anche essere lecito.
La vera motivazione per cui lui ha portato la Panda a lavare è che l’ha cercata per mezz’ora sotto casa senza successo, per poi rendersi conto che la Panda 30 marrone parcheggiata davanti ai suoi occhi non era altro che la sua Panda 30 blu con uno strato di morchia che ne nascondeva il colore originale.
E SOLO per questo motivo lui l’ha portata a lavare, tra l’altro considerando oziosamente l’ipotesi di farla verniciare di marrone per non perdere tempo a cercarla senza per questo dover essere obbligato a lavarla una volta l’anno.

6. Vi porta dei fiori per l’anniversario del vostro primo bacio
Ora, qui siamo veramente in zona allarme rosso.
Nessun uomo dovrebbe MAI portare alla propria moglie dei fiori per un anniversario simile, a meno che non si aduso farlo da vent’anni per ogni microanniversario della propria vita matrimoniale: il primo bacio, la prima volta al cinema, la prima volta che avete fatto l’amore (spesso questi tre coincidono), la prima vacanza insieme, etc.
Ma se siete come il 99.999999% periodico dei mariti che non si ricordano neanche il compleanno dei loro figli senza un’agenda elettronica, e se sono vent’anni che non vi presentate con dei fiori, sappiate che questo gesto verrà interpretato in un’unica possibile maniera: avete qualcosa da farvi perdonare.
Il che è probabilmente vero.
Ma magari avete semplicemente raschiato la fiancata della macchina (la BMW, non la Panda) durante un parcheggio; oppure avete giocato al Bingo i duecento euro che avevate messo da parte per il we a Positano; oppure avete invitato vostra madre a pranzo domenica. Tutte cose che richiedono il perdono di vostra moglie, ma lei non penserà che ad una cosa sola: ha trombato con una zocc…con un’altra donna e ora viene a chiedere scusa.
Paradossalmente, questa è una situazione da cui potreste uscire vivi, anche se avete veramente trombato con una zocc…voglio dire con un’altra donna.
Sì, perché in fondo vostra moglie non ha veramente intenzione di lasciarvi, per quanto vigliacco, fedifrago e figlio di puttana voi siate, ma solo di controllarvi e comandarvi a bacchetta, e l’idea che la vostra coscienza sia così sporca da costringervi a regalarle dei fiori la solletica.
Ed è quindi con un sorrisetto maligno che accoglie il vostro regalo con una domanda subdola: “Grazie caro, ma quale primo bacio stiamo festeggiando? Quello CON o SENZA lingua?”.
Qui voi siete nella merda più totale.
E’ praticamente impossibile che un maschio XX normotipo riesca a ricordare dettagli così minuti, e quindi comincerete a sudare copiosamente, a piangere sommessamente, e infine a confessare le vostre malefatte.
Suggerimento da amico per i mariti: qualora abbiate veramente messo le corna a vostra moglie, consiglio preventivamente di mandare a sbattere la BMW contro la colonna del centro commerciale e di fotografarla. Lei si incazzerà moltissimo ma magari (anche stavolta) la farete franca.

7. L’avete sorpreso sul divano intento a suonare “La canzone del sole” con la chitarra
Che in giro per casa ci fosse una chitarra era un sospetto che covavate da tempo.
Infatti quando vi siete conosciuti era solito allietare le vostre serate con improbabili armonie e versioni apocrife di “While my guitar gently weeps”, con quella sua voce roca che in confronto Tom Waits è un usignuolo.
Ma d’altronde vista la scarsa qualità dei suoi preliminari (eufemismo) avete sempre preferito un paio di giri di Do prima di zompettare allegramente nel letto.
Ora però erano più di vent’anni che non vedevate quella chitarra e la domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?
E che cosa avrà a che vedere con quella convention aziendale a Fregene di cui parla da settimane?
Non ci sono dubbi, lo stronzo ha una storia con una zocc…con una collega e si prepara ad una serata di romanticismo sulla spiaggia che di sicuro terminerà su un lettino, avvinghiati come l’edera, con la sabbia a creare attrito alle parti basse fino a farle diventare roventi come i pistoni di una Maserati senz’olio.
Consiglio amichevole: resistete alla tentazione di sfondargli la chitarra sulla schiena e di fare una garota con il Mi cantino.
Sarebbe perfettamente inutile.
Da quando il mondo è mondo quello che suona la chitarra non tromba. Mai.

8. Ha nominato per più di due volte consecutive una collega
Egli lavora in una grande azienda e come tutte le grandi aziende oltre a impiegati diligenti di sesso maschile è strapieno di zocc…di donne, tutte più o meno in carriera, ma molte arrivate ad una certa età single o divorziate, o con un matrimonio traballante, insomma: disponibili.
E’ per questo motivo che state attente ai minimi segnali e lui normalmente è molto neutro nel raccontare le sue vicende aziendali.
Di solito i suoi discorsi sono sempre improntati ad attività in cui non è chiaro se partecipino anche delle donne, ad esempio: “Oggi abbiamo avuto una riunione fiume con l’Amministratore Delegato”.
Oppure: “Non si riesce mai ad avere i dati di fatturazione in tempo”.
E così via; sono tutte frasi in cui l’elemento femminile – se c’è – è accuratamente occultato.
Beh, voi non siete così stupide da credere che non girino donne in queste riunioni o attività, ma vi fa piacere che egli non le citi, vi piace questa sua attenzione ai dettagli.
Finché un giorno, per la seconda volta di seguito, egli commette l’errore di nominare una collega.
Lo fa en passant, intendiamoci, senza enfasi, ma è proprio questa normale familiarità che drizza le vostre antenne: “Il capo ha diviso il progetto per aree di competenza, io mi occupo dei clienti business e Giulia di quelli consumer.”
Giulia? e chi cazzo è mo’ ‘sta Giulia?
Non bastasse, il poveraccio rincara la dose: “Stasera devo lavorare, devo mandare a Giulia i miei dati così lei li inserisce nella presentazione”.
Due volte. Una prova lampante.
Già così un marito incauto sta per passare un bruttissimo quarto d’ora, ma i più ingenui, quelli di cui spesso si legge sul giornale perché ne hanno ritrovato un braccio a Follonica e uno a Mondovì, rincarano la dose con una presentazione virtuale, che nella loro mente malata dovrebbe servire a lubrificare la capacità di accoglienza empatica della moglie, ma che invece è il colpo di grazia: “Ma sì, Giulia, non te la ricordi? Te ne ho parlato l’anno scorso dopo che sono stato alla convention aziendale alle terme”.
Qui è necessario fermarsi, perché ciò che una moglie può arrivare a dire quando scopre che il marito e quella “Giulia” sono stati nello stesso albergo per tre notti è vietati ai minori e ai deboli di cuori.
Non servirà a nulla che lui le mostri la foto ricordo della convention da cui si evince che Giulia è alta un metro e quaranta, ha un culo che fa Provincia di Frosinone e i baffi.
Ormai lei ha preso il via e la questione si concluderà con un bel divorzio.
Oppure con un indagine dei Carabinieri di Mondovì.

9. Il suo cellulare è completamente vuoto
Purtroppo questo stronzo è un genio informatico e tutti i suoi device sono rigorosamente blindati con dei codici di accesso che neanche il Norad riuscirebbe a violare.
Tuttavia è sempre un uomo, e in quanto tale rincoglionito, e prima o poi, prima o poi…, egli lascerà il cellulare incustodito per pochi minuti senza blocco dello schermo.
Una donna, una moglie che si rispetti, sa sempre quando cogliere l’occasione e sono anni che simula questo evento, per cui quando riesce finalmente a mettere le mani del cellulare dello stronzo in pochissimo tempo è in grado di scaricare sul suo portatile tutti i dati e rimetterlo a posto.
Quando egli finalmente dorme lei comincia a guardare tutto quello che ha scaricato, sicura di trovare foto, messaggi, e vocali di qualche zocc…donna che lo voglia circuire.
E invece niente.
Foto, nessuna.
Messaggi whatsapp, solo della famiglia e di qualche amico, maschio.
SMS, neanche uno.
Selfie compromettenti, neanche l’ombra.
Insomma niente di niente.
Per un brevissimo istante la donna rimane delusa, ma poi capisce: questo stronzo non vuole lasciare tracce.
E’ proprio l’assenza di prove, la prova principale!
Perdonatela. Lei ha visto tutta la serie televisiva “The Good Wife”, e anche tutti i CSI possibili e immaginabili, per cui sa bene quanto possono essere subdoli i malviventi, razza di cui suo marito fa sicuramente parte a pieno titolo.
Per questo la mattina dopo appena lui si sveglia lei gli fa saltare una capsula con il cellulare lanciato a tutta velocità sui denti, e urlando e piangendo allo stesso tempo lo caccia di casa: “Non avevi niente! Niente su questo cellulare, capisci? Niente!”
Campasse cento anni, lui non capirà mai la reazione della moglie, ma soprattutto non capirà mai perché gli abbia tirato quel vecchio cellulare che non usa da anni e che aveva riacceso solo perché il suo lo ha dimenticato da Giulia.

10. Stasera tuo marito ha fatto l’amore con te come se fosse la prima volta
E nonostante tutti gli attriti, tutti i sospetti, tutta la diffidenza, la gelosia, le ripicche, stasera tuo marito ti ha accolto a casa stanca dal lavoro in un’atmosfera romantica, fatta di candele accese, di incensi delicati, di luci soffuse.
Ti ha tolto le scarpe e massaggiato i piedi gonfi, offerto un bicchiere di spumante e un asciugamano caldo imbevuto di essenze naturali.
Ti ha sfiorato la guancia con la sua guancia, e l’hai trovata setosa, segno che ha avuto cura di farsi la barba pochi minuti prima, e le sue mani emanano un profumo di dopobarba delicato ma virile.
Sulle prime sei imbarazzata ma poi questa attenzione ti conquista, e alla fine la natura ha il sopravvento e ti lasci andare, ed è bellissimo e ti rendi conto che per qualche minuto puoi anche dimenticare le tue paure e i tuoi sospetti, e stringerti a lui come quando eravate ragazzi.
Poi, quando la passione lascia spazio al riposo, nella luce tremolante di una candela lo guardi dormire accanto a te, e il dubbio lentamente ma inesorabilmente si insinua: perché è stato così tenero, così amoroso, così passionale?
Mi avrà voluto ammansire?
Forse i sensi di colpa?
Chi gli ha insegnato tutto questo romanticismo, tutte queste candele, tutti questi profumi? Io no di certo.
Starà sperimentando con me, questo stronzo, quello che vuole dare a LEI, a quella zocc…quella donna chiunque essa sia?
Come si è permesso, brutto fedifrago puttaniere, di abbassare le mie difese solo per la sua soddisfazione personale e per essere sicuro di fare bella figura con quella?
Come ha potuto…e così via.
Ma vogliamo infine difendere un pochino questo pover’uomo, che non avrà mai la soddisfazione di farne una giusta neanche quando dà il meglio di sé?
Perché voi lo sapete, egli ha passato ore su google e su forum dedicati per trovare il modo migliore di fare una sorpresa alla sua donna e di far riaccendere quella scintilla di passione che sembrava sopita.
Se a te mia cara è sembrato che lui stasera facesse con te l’amore come la prima volta, forse è perché negli ultimi due anni E’ la prima volta.
E quando si sveglia sii carina con lui, mi raccomando, non si merita il tuo astio. Cosa potrà succedere mai di brutto? Alla peggio, che ci sarà subito una seconda.

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Italia – Germania 4-3

Oggi l’uomo medio italico che è in me come in tutti voi (e che già ahimè riempie gran parte del mio corpicione) ha preso nettamente il sopravvento.
Un misto di Alberto Sordi, Nanni Moretti e Carlo Verdone ronza nel mio cervello da ore, senza sosta apparente.
Tutte le amabili qualità che fanno di noi italiani quello che siamo sono esaltate alla massima potenza: vigliaccheria, voglia di vendetta, benaltrismo, goduria dei mali altrui, ruffianaggine, tutto questo non solo mi ha conquistato, ma che dio m’aiuti mi esalta.
Ebbene sì, oggi come mai sono fiero di essere uno stronzetto italiano, di media capacità e intelligenza, ma di grandissima furberia, capace come nessun altro popolo di sfangarla sempre e comunque, di mettere in atto qualsiasi azione lecita e illecita per portare a casa la pagnotta.
Oggi esalto e inneggio alle peggiori qualità italiane da esportazione: la mafia, la politica corrotta, le mani al culo dei talent scout, l’usucapione, spaghetto e mandolino, basta che ce sta ‘o sole, Albano&Romina, e io sono un italiano vero del mai tanto apprezzato Toto Cutugno.
Oggi io sono squadra femmina, come diceva Gianni Brera, che difende e non attacca, che si chiude a riccio quando la vogliono penetrare, pronta però ad aprirsi improvvisamente quando il vento spira dalla parte giusta e a mettertelo in culo in contropiede.
Io oggi sono Gianni Rivera che segna col piattone da fermo a centro area, e Del Piero che corre per ottanta metri per buttartela in quel posto, sì proprio lì all’angolino, e si va a Berlino Beppe.
Io oggi sono Totò, che al gerarca nazista che urla “Io ho carta bianca!” risponde nell’unico modo possibile, e con l’unica vera parolaccia della sua lunga a fantastica carriera: “E ci si pulisca il culo!”
Oggi sono bagnino che si tromba le turiste a Rimini, e barista che ricarica sul cappuccino, tassista illegale che ti toglie 200 euro per portarti da Termini al Colosseo, e birraio malefico che ti allunga la Peroni.
Oggi, porca puttana, io sono il trionfo della discendenza di Caio Giulio Cesare, che quando voi ancora stavate nelle caverne a fare i rutti eravamo già froci da un pezzo.
Oggi io sono Caravaggio, e Leonardo, e Michelangelo, e Bernini, e Giotto e Cimabue, e Raffaello Sanzio da Urbino.
Oggi sono Marconi, e Fermi, e Rubbia, e Segre, e Natta.
Oggi sono Grazia Deledda e Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Pasolini.
E Fellini e Eduardo e Dario Fo.
Perché oggi, dopo che ci avete rotto il cazzo per cento anni, ci avete sparato, ci avete imprigionato, ci avete portato via centinaia di ebrei, avete fatto le cose più turpi che un popolo abbia mai potuto inventare, e dopo che vi abbiamo perdonato, vi abbiamo ridato lo scettro del comando, e ci avete continuato a rompere i coglioni con l’EURO, il rispetto delle regole, avete fatto piangere pure i bambini palestinesi, oggi s’è capito che pure voi siete una banda de falsi peracottari, e vaffanculo me vado a compra’ una Panda che farà schifo, ma cazzo, almeno lo so pure PRIMA di comprarla.

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La finestra

Se mai vi trovaste a passare in Via Giuseppe Ungaretti, a Roma, all’altezza del civico 31, alzate gli occhi.
Incastonate sulla facciata di un bel palazzo in cortina anni sessanta ci sono ad ogni piano delle grandi finestre, quadrate e larghe, che portano tanta luce nei salotti signorili arredati con cura.
Se spingerete lo sguardo fino al quinto piano potrete forse notare una piccola macchia bianca e nera, ma dalla strada sotto al palazzo è difficile capire di cosa si tratti.
Allora se siete incuriositi vi consiglio di attraversare la strada e di allontanarvi un po’, così da avere una vista migliore di quella finestra.
Se la vostra vista è ancora buona, certamente più della mia, non avrete difficoltà a capire cosa sia quella macchia: è un panda. Un peluche di un panda appoggiato sullo schienale di un divano, e affacciato alla finestra come a guardare fuori.
Tornate indietro ora, e fate un giro dei negozi della zona.
Se sarete gentili e farete le domande giuste verrete a saprere che quel panda è li da molto, moltissimo tempo. Qualcuno vi dirà “da sempre”.
Non chiedete altro, potreste scoprire che il quartiere protegge molto chi abita nell’appartamento con il panda, vi rendereste antipatici.
Se siete proprio curiosi però potreste aspettare.
Tanto, se siete passati di mattina presto non dovrete aspettare molto perché al massimo verso le 9 li vedrete uscire.
Non potete sbagliarvi, sono proprio loro.
Due bei vecchi, che camminano piano sottobraccio.
Lui è alto, con pochi capelli, porta degli occhiali da sole per proteggere gli occhi e cammina aiutandosi con un elegante bastone di legno scuro, oltre ad appoggiarsi alla moglie.
Lei ha dei bellissimi capelli sale e pepe che porta ancora lunghi – cosa strana per le donne della sua età – intrecciati su un lato.
E’ più giovane di lui e cammina ancora eretta e con un’espressione allegra sul volto.
Se vorrete salutarli, senza far trapelare la vostra curiosità, ricambieranno di sicuro: sono persone socievoli, gentili, educate.
Ma vi consiglio di rimanere a distanza e di guardarli senza disturbarli.
Il loro ecosistema è delicato e basterebbe poco per rovinare la loro giornata, e qui, qui gli vogliamo tutti bene.
Seguiteli pure, li vedrete di sicuro entrare un un bar, scambiare due parole con il ragazzo dietro il bancone, prendere due caffè macchiati e un cornetto che si divideranno.
Poi lui forse comprerà un giornale, o forse no: talvolta la vista lo disturba a tal punto che leggere è una sofferenza.
Se hanno bisogno di qualcosa per la spesa di solito entrano in un piccolo negozio gestito da pakistani per prendere due pomodori e un pezzo di pane.
Le persone della loro età non hanno più tanto bisogno di mangiare, ormai, né di dormire.
Ma lo sento che la vostra curiosità è ancora insoddisfatta! E allora sedetevi alla fermata dell’autobus vicino al bar, loro arriveranno di sicuro tra poco.
Eccoli: che vi avevo detto?
Si siedono sulla panchina, chiacchierano un pochino, poi l’autobus arriva e salgono.
Quasi sempre lei si siede nella direzione opposta al senso di marcia e lui di fronte a lei ma in diagonale: è troppo alto, le ossa poi gli fanno male e non riesce a sedersi di fronte alla moglie.
E così il tragitto avviene per lo più in silenzio: lei guarda fuori, lui legge il giornale oppure si limita a borbottare.
Ogni tanto lei gli passa una mano sulla guancia ruvida, lui fa finta di non accorgersene ma dentro è felice.
Se siete saliti con loro rimanete a distanza, non li disturbate.
Questo, tutti i giorni della loro vita, è allo stesso tempo il momento più felice e più disperato della loro giornata, e lo devono vivere da soli.
Non preoccupatevi di perderli, sono anziani, camminano piano, e inoltre scendono al capolinea. Voi aspettate un minuto poi scendete dopo di loro.
Appena fuori dall’autobus si dirigeranno spediti verso il banco 39, dalla signora Luisa.
Ormai sono anni che si servono da lei, sono diventati amici: chiacchierano un po’, poi Luisa prepara i fiori.
Li sceglie lei, ogni giorno diversi secondo la stagione e l’umore, e loro sono sempre contenti.
Pagano, ringraziano, e poi si avviano piano attraversando il grande piazzale, verso la porta principale che immette al viale alberato che costeggia le prime costruzioni in marmo.
Non vi preoccupate, anche se il Verano è molto grande non dovrete fare molta strada.
Li vedrete fermarsi dopo poche decine di metri e rimanere un attimo in silenzio.
Lui resta in piedi, le mani dietro la schiena, l’aria severa che serve solo per mascherare quello che ha dentro.
Lei si accovaccia, prende i fiori di ieri che sono ancora rigogliosi e li distribuisce su altre tombe là vicino, poi mette i fiori freschi che ha preso da Luisa.
Accarezza la lapide con una mano e dice qualcosa.
Se vi avvicinate fingendo di andare a visitare una tomba vicino potrete forse di sfuggita vedere la foto, e magari una data, 1976.
E sentire lei che racconta qualcosa.
Andate più vicino, ora non vi vedono più, non in questo momento.
Sentirete la donna raccontare storie, storie di persone, di avvenimenti, di parcheggi sbagliati, di cani che scappano dai padroni, di bambini che si sbucciano le ginocchia, di buste della spesa rovesciate, di ragazzi che ridono, di musica troppo alta, di rami caduti durante un temporale, di fidanzati che si baciano nell’ombra, di cartelloni pubblicitari troppo grandi, di adulti che litigano e di amici che si incontrano.
La sentirete parlare del caldo, o del freddo, o del vento, o della pioggia, o delle nuvole, o del tramonto, o dell’alba, o del sole, o della luna, o delle stelle.
La sentirete raccontare di tutte le persone che salutano passando, del giornalaio, del panettiere, della maestra di scuola ancora arzilla, della ragazzina diventata donna con tre figli, del meccanico in pensione, e della famiglia di cinesi che gestisce un negozio.
La sentirete raccontare tutto quello che quel piccolo panda vede dalla finestra.
Poi, una volta finite le storie di oggi la donna si rialza, si stira la gonna con un gesto istintivo, riprende sotto braccio l’uomo che è rimasto fermo e immobile tutto il tempo, e lentamente ritornano verso l’autobus.
Fermatevi qui. Non li seguite più, non c’è bisogno.
Ma la prossima volta che passerete di lì, sotto quella finestra, non vi dimenticate di fare un saluto.
Allegri, mi raccomando, le lacrime le abbiamo già usate tutte.

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