La telefonata

La mattina usciva di casa molto presto.
Odiava il traffico romano, e anche se le automobili in giro erano solo una frazione di quelle che sarebbero state in circolazione venti anni dopo, le strade erano tuttavia molto più strette: il raccordo a due corsie poteva diventare un incubo se solo ci fossero stati dei lavori in corso, o un incidente, o le due cose insieme.
Di solito si svegliava perciò verso le 6, beveva un caffè amaro che la moglie gli preparava con una vecchia moka, poi si lavava, si vestiva e alle 6.30 era già fuori.
Dal quartiere popolare di Roma dove abitava erano buoni 25 chilometri fino alla sua destinazione, un capannone industriale in mezzo a tanti altri sulla Tiburtina.
Di solito a quell’ora faceva il centro: all’epoca chiunque poteva passare in macchina per il centro di Roma, arrivare a Piazza di Spagna, percorrere tutta Via del Corso, girare per Piazza Venezia.
Il raccordo lo odiava, e lo prendeva solo nelle giornate di pioggia intensa, quando sapeva che i sampietrini sarebbero stati un rischio per le ruote piccole e instabili della sua seicento; e anche se qualche volta ci aveva messo anche due ore, preferiva essere sicuro di arrivare.
Di solito però percorreva la Colombo fino al centro e da lì proseguiva per le strade vicino alla stazione Termini.
Non di rado lungo il percorso rallentava la già non frenetica marcia della seicento per guardare da vicino le persone che come lui popolavano la città.
Spazzini non ancora operatori ecologici con la ramazza, autisti che portavano stancamente vecchi autobus verdi con bigliettai sonnecchianti, vecchie puttane che chiudevano baracca per andare a dormire chissà dove, baristi che alzavano la serranda per cominciare la giornata.
Gli era nata poi da tempo l’abitudine di fare una sosta in un vecchio bar allo scalo San Lorenzo.
Aveva delle sedie con la plastica colorata a strisce avvolta sullo scheletro di alluminio e dei vecchi tavolini di formica che non toglieva mai dalla strada, neanche la notte: d’altronde, chi li avrebbe mai potuti rubare?
Il bar era uno schifo a essere sinceri, ma il caffé era buono, i proprietari simpatici e alla cassa c’era fin dalle prime ore del mattino una signora piacente con delle zinne enormi, sempre sorridente e gioviale.
Una volta era anche riuscito a metterci sopra le mani, su quelle zinne, ma poi non aveva dato seguito alla cosa; nonostante ciò la signora gli sorrideva sempre, ma un po’ di meno.
Uscito dal bar accendeva una sigaretta appoggiato alla macchina, una marlboro dal sapore di catrame che gli scendeva nei polmoni svegliandolo più del caffè.
La fumava in silenzio con un gomito appoggiato all’altro braccio, e con quegli occhi socchiusi da fumatore incallito che rendono gli uomini vagamente più interessanti e le donne vagamente più sensuali.
Finita la sigaretta guardava il filtro con curiosità, come se sotto la cenere potesse esserci qualche sorpresa o segreto.
Ma non c’era mai niente, e ogni volta lo lanciava via con un gesto consumato delle dita, una schicchera affinata in anni e anni di vizio che gli permetteva talvolta a lanciare il mozzicone a distanze considerevoli.
Poi risaliva in macchina e percorreva gli ultimi chilometri più sveglio e attento di quanto non fosse prima di fermarsi al bar.
Arrivato al capannone parcheggiava la macchina in uno spazio riservato.
Non che ci fosse molta altra gente durante la giornata, a dire il vero.
L’edificio era adibito quasi completamente a magazzino, e ne usciva di quando in quando un camioncino con della merce imballata: abbigliamento, cancelleria, alimenti, non poteva dirlo e non gli interessava.
In cima al capannone, arrampicato ad una scala, c’era il suo ufficio: una stanza di 30 mq con il pavimento coperto di un vecchio linoleum nero puzzolente, e una scrivania.
Sulla scrivania, un telefono.
Vicino al telefono una poltroncina.
Niente altro.
Quella mattina come tutte le mattine guardò il suo ufficio, senza piacere ma senza astio, e posò a terra la borsa.
Si sedette sulla poltroncina e guardò il telefono.
Forse avrebbe squillato, ma non poteva saperlo. Non lo sapeva mai.
Attese qualche ora, rigirando un elastico tra le dita e fumando di tanto in tanto una sigaretta, poi quando il telefono suonò facendolo sobbalzare leggermente rispose al primo squillo.
– Pronto – disse solo.
Poi ascoltò.

Prese la borsa, una 48 ore di pelle scura, e la appoggiò sulla scrivania.
Aveva un manico robusto e due zip che tagliavano in due la borsa: poteva contenere tutto il necessario per l’ufficio, ma poteva essere aperta a libretto per poter inserire il necessario per una notte in albergo, un vestito di ricambio, il pigiama, una camicia.
Mentre apriva le zip fece una smorfia.
Una puttana.
Inclinò una spalla in un gesto istintivo che voleva significare un certo fastidio, poi spense la sigaretta che penzolava dalla bocca in un vecchio posacenere divorato dalle bruciature, che originariamente doveva riportare la marca di un’acqua minerale.
Tolse dalla borsa un’agenda, un portadocumenti, un astuccio per gli occhiali, il portabiglietti da visita, dei quaderni, e liberò la zip che dava accesso al doppio fondo.
La zip correva lungo tutto il perimetro interno della borsa e una volta liberato da una copertura di stoffa leggera il fondo della borsa rivelò degli scompartimenti ben ordinati, all’interno dei quali c’erano degli oggetti scuri tenuti fermi da grossi elastici neri.
Le puttane mi stanno simpatiche, pensava.
In fondo, questa era la sua idea, assolvevano un ruolo importante per la società, e facevano un mestiere che fin dai tempi dei romani era ritenuto dignitoso e utile, anche se ai margini della società borghese,
Anch’egli ogni tanto si lasciava andare al piacere di qualche incontro con una gentile battona di Tor di Quinto, che lo trattava quasi da amico tanto che in un paio di occasioni non lo aveva fatto pagare, ma lo aveva rincoglionito con i lamentosi racconti della sua famiglia disastrata.
Ma le puttane non erano tutte brave, sicuro. E ogni tanto facevano le furbe, e serviva una lezione: qualche schiaffone, niente di serio.
Poi però c’erano quelle che esageravano: rubavano sugli incassi, si innamoravano di un cliente, o addirittura volevano mollare perché avevano trovato un “lavoro onesto”.
Sorrise a questo pensiero, mentre slegava gli elastici.
E allora in questo caso finivano a lui.
Prese il caricatore, controllò che fosse pieno, e lo inserì con un colpo secco nell’impugnatura della pistola.
Si accertò che la canna non fosse ostruita, fece muovere piano avanti e indietro il binario, poi prese dalla borsa un cilindro metallico e lo avvitò gentilmente sulla bocca della pistola, fino a stringerlo con forza.
Le puttane avevano un bruttissimo difetto, lo aveva sperimentato lui stesso: erano aggressive.
Quella che aveva strangolato sulla Salaria per farlo sembrare un incidente lo aveva preso a calci e pugni, e mentre lui le stringeva le mani sul collo fino a farla soffocare con una delle sue unghie affilate era riuscita a fargli un segno sulla guancia e per poco non gli cavava un occhio.
Alla moglie aveva dovuto raccontare di essere finito in una rissa mentre prendeva una birra con i colleghi dopo il lavoro, e si era dovuto sorbire la sua ramanzina mentre gli disinfettava la ferita e glie la cauterizzava con l’allume di rocca.
Mai più, era stato chiarissimo: puttana uguale pistola, mai più a mani nude.
Guardò il silenziatore e annuì come per chiudere il dibattito con se stesso.
Appoggiò quindi la pistola sulla scrivania e si tolse la giacca.
Prese dalla borsa una fondina di pelle leggera, con delle bretelle scure e consunte e la indossò, stringendo poi la fibbia in modo che aderisse perfettamente al corpo.
Alzò e abbassò un paio di volte le braccia, se le strinse al copro, le agitò a destra e a sinistra, e quando fu soddisfatto del risultato infilò la pistola nella fondina e rimise la giacca, allacciandola sul davanti.
Poi richiuse la borsa, dopo aver rimesso dentro tutto, la lasciò appoggiata alla scrivania, e uscì.

L’indirizzo lo aveva imparato a memoria; si aiutò con un Tuttocittà che teneva sempre in macchina, sempre l’ultimo, il più aggiornato.
In ogni caso conosceva abbastanza bene la zona, un gruppo di palazzi sull’Anagnina che spiccava in lontananza anche dall’Appia, palazzi senza storia e senza qualità, giusto un posto dove poteva vivere una puttana.
Parcheggiò la macchina a qualche centinaio di metri, e si avviò con decisione ma con calma verso il portone.
Possedeva per scelta e per natura un aspetto distinto, nessuno gli chiese cosa stesse facendo in piedi davanti ad un portone, era abile a sembrare innocuo.
Finalmente una vecchia signora uscì dal portone ed egli ne approfittò per sgattaiolare dentro; lei gli diede un’occhiata rapida poi lo ignorò. Non avrebbe saputo riconoscerlo neanche se gli fosse tornato davanti, cosa che non aveva alcuna intenzione di fare.
Guardò la cassetta delle lettere per individuare l’appartamento, poi fece le scale silenziosamente e molto piano: non voleva arrivare in cima con il fiatone e fare qualche cazzata solo perché i suoi polmoni reclamavano più ossigeno.
Giunse su un pianerottolo da dove si aprivano tre porte, quella a destra era la sua. Il suo sguardo andò a terra, un tappetino da quattro soldi recitava “Welcome”. Sorrise per l’ironia, poi si immobilizzò per qualche minuto per percepire anche il minimo rumore dalle altre due porte.
Quando fu ragionevolmente sicuro che gli appartamenti fossero vuoti suonò alla porta, ed estrasse la pistola.
Chiuse gli occhi per un attimo, prese un grande respiro e fece un passo indietro.
Sentì i passi che si avvicinavano e la porta che si apriva.
Lei si affacciò per capire chi potesse suonare all’ora di pranzo. Forse pensava ad una vicina, o al postino, chissà, fatto sta che spalancò la porta e gli comparve davanti, mentre lui puntava il silenziatore al suo petto.
Fu così che riconobbe le zinne prima del viso, zinne che sbirciava tutte le mattine presto mentre pagava il suo caffè e su cui una volta aveva avuto il piacere di mettere le mani.
Zinne che adesso sobbalzavano fragorosamente in preda al panico, sormontate da due occhi spalancati per la paura e lo stupore.
E dietro, su un piccolo triciclo, un bambinetto di pochi anni che gli sorrideva curioso.
Fu un attimo, un solo lunghissimo attimo che dipinse a tinte nere le esistenze di tutti, come se un temporale improvviso avesse oscurato la luce del sole.
Poi i suoi occhi si posarono di nuovo su quelli della donna e sparò.
Una volta al cuore, poi quando lei fu a terra un colpo secco sulla fronte per chiudere la pratica.
Rimise la pistola nella fondina e senza girarsi scese le scale, sempre con calma ma un po’ più rapidamente di quando le aveva salite.
Uscì dal portone e si diresse verso la macchina, mise in moto e si avviò verso l’ufficio, e solo quando fu a un chilometro di distanza si rese conto che non respirava da diversi minuti.
Fermò la macchina e scese.
Vomitò bile e lacrime, tossì e pianse, poi si appoggiò al cofano per qualche secondo.
Quando pensò che le gambe lo avrebbero di nuovo sorretto si tirò su, rientrò in macchina, si puli la bocca con un fazzoletto e ripartì.

La mattina dopo uscì come al solito alle sei e mezza.
Scrutò il cielo: era limpido.
Restò un secondo con gli occhi a terra a fissare le scarpe sul marciapiedi, poi decise: avrebbe comunque preso il raccordo.

Annunci

Il marketing della forchetta

Una volta gli esercizi commerciali di ristoro – bar, pizzerie, ristoranti, trattorie – almeno a Roma avevano un’insegna e un nome semplice.
In fondo una pizzeria è una pizzeria, e per distinguerla dalle altre, anche in una città densamente popolata come Roma, era sufficiente il nome del proprietario: da Giggi, Sora Lella, Checchino, Meo Patacca e così via.
In alternativa al nome si trovava spesso il soprannome, o il mestiere del “trattore”: al Pompiere, al Pescatore, er Bottaro, dar Poeta, etc.
Qualche volta il mestiere, o alcune specifiche caratteristiche note ma non ufficiali superavano in fama il nome del proprietario: da Marisa aa Vinara, dallo Zozzone, dallo sciancato, i Professionisti e così via (lo Zozzone a Circonvallazione Ostiense si puliva le mani sulla parannanza e faceva il conto con una penna sulla tovaglia di carta al volo, e poi la strappava e ti consegnava l’angoletto. Ma la pizza era gran bona…).
Caso di scuola eclatante, una famosa pizzeria trasteverina il cui nome è sconosciuto a tutti perché l’hanno sempre tutti chiamata “l’obitorio”, per via degli enormi tavoli di marmo grigio su cui venivano lanciate le pizze a velocità tale che se non le intercettavi te le trovavi per terra dall’altra parte.
La più seria alternativa al nome del proprietario era la zona o l’argomento.
Tralasciamo l’evergreen “Bar Sport” perché troppo usato, per ricordare i vari ar Montarozzo, la Sedia del Diavolo (che in realtà si chiamerebbe pomposamente “Ambasciata d’Abruzzo”, ma i romani hanno controllato e l’Abruzzo non è uno stato a sé, quindi il ristorante è stato derubricato a trattoria di quartiere), la Pariolina, e così via.
In realtà, in una città come Roma il quartiere e spesso la via non sono sufficienti a indicare con esattezza l’esercizio, ed ecco una mirabile combinazione di nomi e location, che creano anche una certa armonia ritmica che talvolta piace più della pizza che propinano: Checco allo Scapicollo, Bruno ai Quattro Venti, Giggetto al Portico d’Ottavia e così via.
Infine, i più sofisticati, i veri ripuliti, mettevano solo il cognome. Una specie di garanzia tipo “parola di Amadori”, che ha reso intramontabili alcuni spacciatori di cibo come Perilli, Piperno, Frontoni, Tornatora.

Poi, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a pensare che forse sarebbe stato utile indicare COSA si mangiava in questi posti. Che sì, vabbé, da Giggetto si sta bene, ma alla fine che se magna?
Ecco che timidamente cominciano a nascere i primi “Pizza e Birra”, che non è proprio una sorpresa visto che già negli anni settanta a Monteverde la pizzeria Sandokan strillava “Pizza&Birra 1.500 lire!”, ma spostare il prodotto dal menù all’insegna è un bel passo avanti.
E allora via con il Pomodorino, Fiori di Zucca, la Marinara, Bufala e Pachino, Alici e Mozzarella e tutte le combinazioni possibili di due o tre cibi, fino al geniale “Bir & Fud” (scritto proprio così) che coniuga birrazza e ironia dietro Piazza Trilussa.
Poi però ad un certo punto si è degenerato.
Perché neanche mettere il menù sull’insegna ha soddisfatto i ristoratori romani, alcuni dei quali evidentemente hanno fatto viaggi in luoghi esotici da cui hanno riportato la convinzione che il cliente vada attirato con ogni mezzo, non necessariamente con la buona cucina: è il marketing al massimo livello.
Per cui negli ultimi anni a Roma è tutto un fiorire di Ristoro della Salute, Mucca Bischera, Pulcino Ballerino, Mattarello d’Oro, e chi più ne ha più ne metta, fino all’apoteosi.
Quelli che credono di essere simpatici e originali, e intitolano il loro locale “Nonsolopizza”, “Nonsolocarne”, “Nonsolopane”, “Nonsoloquellochetupensiiovendamasechiedic’hopureartro”.
Che l’istinto sarebbe di entrare, sparare un bel “malimortaccivostri”, e di fronte alle rimostranze del proprietario sorridere e dire: “Nonsolovaffanculo”.

Sogno

– Ti ho sognato, sai? –
Sorriso ironico, il suo sorriso.
– Davvero? che facevamo? –
Ho percepito un po’ di malizia? Forse, forse no, non è il tipo, ma sì, magari un pizzico.
– Eravamo in un grande magazzino. –
– Ahaha –
La sua risata, squillante. Che meraviglia.
– Come sei demodè. L’unico uomo che mi sognerebbe in un grande magazzino, invece che su una spiaggia tropicale, o in qualche luogo romantico. –
– Non sono demodè, sono vecchio, è diverso. – mi imbroncio un po’.
– Non sei mai stato vecchio, e comunque mi piaci così. –
Mi prende in giro, ma delicatamente.
– E che facevi? –
– Niente, ero in fila alla cassa, tu ti guardavi in giro, parlavi con una persona, poi ti sei girata e mi hai visto. –
– Ti ho sorriso? – è incuriosita.
– No. Anzi, mi hai guardato con un po’ di fastidio, poi ti sei voltata di nuovo dall’altra parte. –
– Ah quindi me la sono tirata un po’. Benissimo! –
Scema, penso. Scema.
– Anche in sogno, vedi!? –
– Faccio male!? – mi guarda con il viso inclinato, segno che mi sta scrutando.
– Certo. Con me non c’è mai stato bisogno, lo sai, sono sempre stato un libro aperto per te. –
Si tira su. Socchiude gli occhi, li stringe ancora un po’, è un gatto che si rotola al sole. Mi è mancata.
– Ma non è bastato, vero? –
No. Non è bastato.
– Fa niente. E comunque era solo un sogno. – alzo le spalle.
– Ti fidi di me!? –
C’è da chiederlo?
– Certo. Come sempre. –
– Dammi la mano, ora. –
La prendo, è delicata, le dita sottilissime appoggiano appena sul mio palmo, la stringo, piano, ho paura di farle male.
– Dove andiamo!? –
Mi sorride, mi dà un bacio leggerissimo su una guancia, sento il suo profumo, il suo odore.
Chiudo gli occhi.
– Vieni. Non ti preoccupare. Sei con me ora. E’ come un altro sogno. –
Non ho paura.
Vado.

Nella stanza in penombra la luce entra a lame dalle serrande abbassate.
L’uomo chinato sul vecchio sdraiato sul letto si rialza.
Intorno qualche persona, tutti in silenzio, qualche lacrima.
L’uomo si toglie lo stetoscopio dal collo e lo rimette in una grande borsa di pelle, poi annuisce senza parlare, non c’è n’è bisogno.
Le lacrime si fanno più intense, qualche singhiozzo, qualcuno si avvicina al letto mentre il medico si allontana; ora non è più il suo regno, lascia ad altri lo spazio che chiedono.
Si avvia verso la porta, la borsa in mano, saluta tutti, dice le solite frasi di circostanza, poi una donna gli si para davanti.
Lo guarda fisso, non sta piangendo, ha il viso contratto dal dolore ma non piange, le rughe leggere intorno agli occhi a malapena mascherate dal trucco di chissà quante ore prima.
– Ha sofferto? – chiede senza preamboli.
Il medico posa la borsa, si toglie gli occhiali, estrae un fazzoletto da una tasca e comincia a pulirli.
Prende tempo.
La stessa domanda, la stessa che fanno tutti.
All’inizio, quando era un giovane medico, diceva la verità, che non sapeva, che forse sì, che la malattia era dura, difficile, poi aveva capito che non era la verità che cercavano queste persone, ma una parola per alleviare il dolore, la sconfitta, e il senso di colpa per essere ancora qui mentre l’altro, gli altri no.
E allora aveva sviluppato un modo di mentire molto professionale, credibile. Non la considerava una bugia, ma una medicina come un’altra, un leggero sedativo per calmare i nervi in un momento di difficoltà.
Ma non stavolta.
Quegli occhi piantati nei suoi non vogliono sentire bugie. vogliono sapere. Vogliono stare male, se necessario.
Si rimette gli occhiali, alza la testa, fa un respiro.
– Non lo so. La verità è che non lo so. Nessuno può saperlo, solo coloro che hanno affrontato il momento della transizione tra l’esistenza e la non-esistenza potrebbero dirlo, ma non lo possono fare. Io ho cercato di tenerlo tranquillo, in questi ultimi giorni, e di tenere il dolore sotto controllo. Ma cosa sia passato tra i suoi nervi e le sue vene in quel momento in cui il cuore ha smesso di battere, non possiamo saperlo, mi dispiace. –
La donna annuisce, poi improvvisamente il medico riprende.
– Ma una cosa la posso dire. Proprio adesso, mentre ero lì, e mi avvicinavo per cercare disperatamente di sentire il suo respiro e il suo cuore, ha avuto un ultimo gesto. Era un sorriso. Non una contrazione delle labbra, una smorfia di dolore. No. Ha sorriso. E poi non c’era più. –
Quegli occhi che lo fissano non si staccano dai suoi per molti, lunghi secondi.
Poi è solo:
– Grazie. –
Esce, il medico, sereno nella sua sconfitta, mentre la donna si volta a guardare l’involucro che fino a qualche minuto prima conteneva suo padre.
Sembra che stia sognando, pensa.

Il 29

I numeri, come le persone, non sono tutti uguali.
Prendete lo Zero, per esempio: per migliaia di anni è stato ignorato, non se ne conosceva neanche l’esistenza, poi improvvisamente ci si è accorti che è il numero più importante di tutti, e da allora gode di una fama immeritata, insieme al suo compagno di merende, infinito.
E l’Uno? Vogliamo parlare dell’Uno?
Da sempre è il capetto dei numeri interi, il primo, il riferimento, quello che stimola competizioni e infrange sogni di gloria.
E’ talmente accentratore, l’uno, che tra lui e gli altri c’è un abisso, tanto che qualcuno ha sentito dire che Due e Tre volevano suicidarsi, poi hanno soprasseduto perché qualcuno gli ha presentato Fibonacci e si sono accontentati.
Che poi, Uno nasce primo, poi non è primo, ma lui dice: se sono Uno, sarò primo, o no!?
Di Tre possiamo dire che è un grandissimo paraculo.
Zitto zitto, sfruttando una sorta di ritmo armonico della natura, è diventato uno dei numeri più importanti.
Fateci caso: tutto è basato sul Tre, almeno le cose più importanti.
Dio è uno e trino, i Re Magi erano Tre, come Fante Cavallo e Re.
Tre son le cose che piacciono a me,
E poi trentatré Trentini entrarono a Trento.
Tre minuti, solo tre minuti vorrei, per parlarti di me.
Insomma ‘sto Tre si è preso tutto lo spazio che Uno ha lasciato disponibile.
Ah beh, certo, non tutto tutto.
Pure Sette è piazzato benino. Che quando c’è da contare qualcosa, e Tre è un po’ pochino, a chi ci si rivolge? Ma a Sette naturalmente!
Sette sono i colli di Roma, che ebbe Sette Re e settantasette Imperatori.
Sette i sacramenti, i vizi capitali, i colori dell’arcobaleno.
Bu-bu settete, e salta il cuore in gola.
Sette spose per sette fratelli, e mettiamoci anche le sette segrete che non c’entrano una mazza ma fanno colore.
E tutti gli altri? Possibile che a parte Dodici e i suoi multipli, Sessanta quando hai tempo da perdere e Dieci che ci è rimasto appiccicato alle dita, non contino niente?
Per esempio Ventinove. Chi è che normalmente si cura di Ventinove?
Dico, ma avete mai visto Ventinove quanto è fico?
Intanto è un numero primo. Primo sul serio, non come quel saputello di Uno e quei paraculetti di Tre e Sette.
Poi è colpa sua se l’anno è bisestile: ogni quattro anni ti arriva la fine di febbraio e zac! ecco che spunta Ventinove. Che poi sarà simpatico eh, ma ti costringe a lavorare un giorno in più, ma per fortuna solo ogni quattro anni.
Ventinove sembra un numero strano, asimmetrico, sghembo, e invece guarda un po’, è la somma di tre quadrati: ogni volta che Due, Tre e Quattro alzano il gomito, spunta Ventinove a rimetterli in riga.
Un po’ rompipalle, direte voi, ma è uno sporco lavoro e qualcuno dovrà pur farlo.
Certo, se guardiamo Ventinove solo come artificio matematico, sembra un oggetto un po’ arido.
E invece i Finlandesi lo amano, come lo amavano i Fenici: invece delle banali Ventuno lettere – che Ventuno è solo dispari non è neanche primo, tiè – il loro alfabeto ne ha Ventinove.
E sarà forse un caso che il contenitore più importante della nostra vita, il cranio, abbia Ventinove ossa?
Ma scherziamo? Non è un caso per niente.
Vuol dire che Ventinove è importante, eccome.
E non se la tira, non come Trenta, o Quaranta, o Cinquanta.
Fanfaroni da fine serie.



We can be heroes

Ci sono storie che non vorremmo mai pensare, o leggere, o scrivere.
Questa è una di quelle

Se questo fosse un film, sarebbe di sicuro un film western.
Un terra desolata, un pugno di case, tre personaggi di dubbio gusto, di sicuro cattivi: il Giovane, il Vecchio, lo Straniero.
Se fosse un film western il Vecchio sarebbe sdentato, con le gambe storte, la pelle solcata da rughe profondissime per il sole cocente.
Lo Straniero sarebbe un messicano, piccolo, con gli occhi porcini e le labbra carnose perennemente inclinate in un sorriso furbo. Sarebbe silenzioso, attento a non irritare nessuno.
E il Giovane, il Giovane sarebbe un bulletto locale, che terrorizza i cittadini di quel povero paesino e tocca il culo alle donne senza che loro abbiano il coraggio di ribellarsi.
Se questo fosse un film ad un certo punto comparirebbe una Principessa, vestita come Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”, e camminerebbe eretta, fiera e consapevole della sua bellezza, e il Giovane se ne invaghirebbe come un signorotto di altri tempi.
La Principessa sarebbe debole, al cospetto di tanta malvagità, ma di sicuro se questo fosse un film western ad un certo punto arriverebbe l’Eroe.
Non importa quanto sporco sia, quanto lunga sia la sua barba o sfinito il suo cavallo, l’Eroe sarebbe comunque alto e biondo, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata.
Nei film western l’Eroe è sempre Clint Eastwood, in un modo o nell’altro.
Ovviamente l’Eroe trionferebbe sui tre disgraziati e salverebbe la Principessa, magari poi sposandola e diventando un uomo civile, oppure voltandosi, salutandola con la mano sul cappello e proseguendo per la sua strada.
Ma questo, questo non è un film western.
E non ci sono eroi.

In questo parcheggio di periferia il turno di notte capita sempre allo Straniero.
E’ un lungagnone dell’Est europeo, non è chiaro di quale paese ma non importa, non fa alcuna differenza.
Parla un buon italiano, con un pesante accento similrusso, e non conosce gli articoli: le sue conversazioni sono fatte di nomi, verbi, complementi, ma gli articoli no, quelli non sa cosa siano. Quando parla urla, come tutti gli stranieri dell’Est; chissà perché, forse lo sforzo di trovare le parole giuste gli innalza la voce di qualche decibel.
Guadagna meno di tutti ovviamente, perché non è certo assunto regolarmente e forse non ha neanche un permesso di soggiorno, ma gli hanno fatto ricavare una stanzetta nel retro del parcheggio ed è contento così.
Si è organizzato con un cucinino da campo e non appena chiude la serranda inizia a pastrocchiare con ingredienti di dubbia provenienza che provocano una puzza mefitica, che il giorno dopo si trasferisce dritta dritta nel fiato dello Straniero.
I clienti che ritirano la mattina presto la macchina devono sopportare una sferzata di rancidume che solo a metà mattinata se ne va via del tutto.
Lo Straniero non ha una donna fissa; ogni tanto si accompagna con qualche ragazzotta delle sue parti, e quando non ha una compagna si porta anche qualche prostituta che trova a poche centinaia di metri, vicino alla tangenziale.
Avrebbe una brandina, ma ha scoperto che alle sue donne piace scopare sul sedile posteriore delle macchine di lusso, e lui ormai le considera come camere d’albergo private.
Certo, poi deve perdere tempo a ripulire tutto, ma è un piccolo prezzo da pagare per vedere l’eccitazione negli occhi di quelle troiette quando le sbatte sul sedile posteriore di una BMW o di una Cayenne.
Sta attento che nessuno si accorga di questo suo hobby, e solo una volta per errore ha lasciato un preservativo sotto ad un tappetino.
La sfortuna ha voluto che l’abbia trovato l’impellicciata moglie dell’Ingegnere proprietario della vettura, ma dato che l’Ingegnere poco prima di riconsegnare la macchina a sua volta si era avventurato in una stradina per una veloce scopatina con la sua segretaria, il suo senso di colpa colossale lo ha tradito, e lo Straniero l’ha passata liscia.
Povero Ingegnere: se sapesse che il suo costosissimo divorzio è colpa di Anita e la sua pretesa di concedersi solo su sedili di pelle.

Il Vecchio non è poi così vecchio e probabilmente non percepisce una retribuzione per stare lì.
Forse è un parente del Giovane, di certo non il padre, non sembrano avere un rapporto così stretto; forse uno zio, o semplicemente un amico di famiglia stanco di andare ad osservare gli scavi dell’ENEL.
Non fa nulla di veramente complicato: non sposta le macchine, non prende i soldi, non assegna posti.
Per lo più sta fermo con un cappello in testa, o al massimo pulisce i vetri delle macchine con un vecchio canovaccio liso da secoli.
Come tutti i vecchi il Vecchio è mattiniero, e alle sei è già al suo posto, ad aspettare che lo Straniero stacchi il turno e gli si avvicini per imbastire interminabili discussioni che si protraggono fino alla tarda mattinata.
Discutono di calcio: se sia più forte la Juventus o lo Spartak Mosca piuttosto che non so quale squadra di Bratislava.
Discutono di politica, di economia, di cronaca, tutti argomenti di cui sembrano essere più ferrati del TG, ma soprattutto discutono di donne.
Il Vecchio ne discute virtualmente, dato che è vedovo da dieci anni, e anche se non lo fosse non cambierebbe gran che.
Lo Straniero gli racconta di qualche sua avventuretta a pagamento, gli fa vedere dei siti dove trova sostegno per le lunghe notti invernali, e siccome il Vecchio a malapena sa pronunciare la parola “computer”, gli ha rimediato dei vecchi numeri di playmen degli anni ruggenti che il Vecchio ha portato a casa per sfogliarli ogni tanto sospirando rumorosamente, pieno di una nostalgia irragionevole dato che donne così lui non le ha viste neanche quando cinquant’anni prima aveva ancora i capelli.
Tant’è, in una cucina disadorna e lurida campeggia il paginone centrale di una nota attrice francese degli anni settanta, le zinne in primissimo piano e un sorriso ebete alla stessa altezza della parola “Luglio”.
Il Vecchio la chiama “la mia fidanzata” e le fa l’occhiolino tutte le mattine quando prende un caffè in mutande e cappello.

Il Giovane è l’unico sposato, con una famiglia regolare, e si dà il caso che sia anche il proprietario del parcheggio.
Glie lo ha lasciato suo padre, che comprò un piccolo appezzamento di terra quando qui come si suol dire “una volta era tutta campagna”.
Poi vennero gli anni sessanta, la speculazione edilizia, e il padre del Giovane vendette la sua terra in cambio di un paio di appartamenti e questo parcheggio, unica fonte di reddito di due famiglie.
Che poi al Giovane, senza aspirazioni, senza voglia di studiare, senza neanche la spina dorsale, ritrovarsi un’attività avviata e poco faticosa andava anche bene.
Ora che il padre non c’era più poteva permettersi di fare il piccolo boss, tanto le macchine le spostava lo Straniero e i vetri li puliva il Vecchio; lui si limitava a stare tutto il giorno con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra.
L’autorità che gli derivava dall’essere il proprietario delle ferriere la sfogava sui due compari, ma nella vita reale, fuori dal parcheggio, non comandava poi così tanto.
La moglie, una megera invecchiata precocemente e che aveva perso ogni stimolo sessuale dopo la nascita dei due figli, lo trattava come uno straccio. La madre, incarognita dall’età e dalla vedovanza, come un adolescente.
E le altre donne, con cui sognava mirabolanti avventure extraconiugali, come quello che era: un debosciato senza cervello a cui non l’avrebbero data neanche se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
Solo una volta si era fatto convincere dallo Straniero – che aveva capito l’andazzo – a fare un giro con Anita sul sedile di una Mercedes, ma nonostante la buona volontà e la professionalità di Anita il Giovane non era riuscito a combinare niente.
Allora le aveva allungato altri cinquanta euro per garantirsi il suo silenzio, ma ovviamente lei e lo Straniero nelle notti che passavano insieme sui sedili di qualche fuoristrada ridevano sempre del Giovane e della sua debacle sul sedile di una Mercedes.

La Principessa ovviamente è bellissima, snella come possono essere snelle le ragazze di 16 anni o poco più, i capelli neri, gli occhi azzurri e la pelle bianca: una moderna Biancaneve.
Da pochi mesi si è trasferita insieme con i genitori nel suo nuovo castello, un appartamento di periferia ma grande e confortevole, ed ha cominciato a frequentare il liceo di zona.
Tutte le mattina percorre le poche centinaia di metri che la separano dalla fermata dell’autobus, dove incontra le sue amiche e insieme ridacchiano guardando costantemente il cellulare e ignorano le battute dei ragazzi.
E tutte le mattine, per arrivare alla fermata, passa davanti al parcheggio con la sua camminata veloce, fatta di ampie falcate che fanno risuonare i tacchi sul selciato del marciapiede e oscillare i capelli neri all’indietro, scoprendo a volte dei piccoli orecchini e un collo lunghissimo e bianco.
D’inverno per lo più ha indossato un lungo giaccone scuro, ma man mano che le giornate si sono scaldate ha cominciato a vestire un giacchino corto che le lascia libere le gambe sotto la gonna e fa vedere il rilievo del seno sotto un maglione chiaro, o viola, o nero, a secondo della giornata.
E’ bella la Principessa, ma di una bellezza delicata, sensuale ma non provocante.
Nessuno potrebbe pensare che sia in giro a cercare guai.
Nessuno sano di mente, cioè.

I tre hanno imparato che ogni mattina verso le 7 la Principessa passa davanti al loro parcheggio, e non possono perdersi lo spettacolo.
Odiano le giornate di pioggia, non perché temano di bagnarsi, ma perché un ombrello e un impermeabile impediscono di ammirare le cosce della ragazzina, e tifano per qualche bella giornata di sole, chissà che non decida di mostrare un po’ di tette, si dicono ridendo.
Il Vecchio la osserva con la stessa cupidigia fantascientifica con cui osserva le zinne dell’attrice francese appesa in cucina.
Per lui non fa nessuna differenza, sono entrambi prodotti della sua fantasia, per quel che può giudicare.
Lo Straniero guarda la Principessa con interesse ma con distacco: sa bene che anche solo uno sguardo sbagliato può metterlo nei guai, per cui si tiene lontano da certi pericoli; se dovesse avere voglia di toccare una donna gli basta allungare trenta euro ad Anita e si toglie qualsiasi soddisfazione senza correre rischi.
Ma il Giovane sogna.
Il Giovane è ancora abbastanza giovane da desiderare una donna vera e troppo stupido per capire che per una Principessa così un uomo come lui è meno che trasparente: è invisibile.
E allora sogna che prima o poi lei si accorga di lui, che veda in lui l’uomo maturo ma ancora abbastanza giovane per introdurla ai piaceri della carne.
Sogna che la fittizia autorità che può esercitare su quei due sbandati sia un vero carisma, e che lo possa usare per conquistare il cuore e le cosce della Principessa.
E si vanta di questo.
Lo dice spesso ai suoi sodali: dice che se lui volesse, che se solo facesse una mossa, che se la invitasse.
Se se se.
I due tollerano le sue buffonate, per convenienza e anche per pietà.
Ma un giorno lo Straniero è nervoso. Anita gli ha dato buca, e lui ha finito le sigarette e la birra.
Quando passa la Principessa e il Giovane dice “se”, lo Straniero non si trattiene:
– Che dici! Ragazza troppo bella e raffinata! Lei non guarda te! Tu troppo brutto! –
E ride a crepapelle, una risata cattiva e piena di disprezzo, mentre le guance del Giovane si imporporano e il Vecchio fa un sorrisetto maligno da sotto la coppola.

E così il Giovane fa un errore. Chissà, forse se non fosse stato spinto dall’orgoglio e dalla rabbia, dal desiderio e dal rancore, forse se non avesse sposato una donna frigida e più stupida di lui, e se non si fosse circondato di inetti forse il Giovane sarebbe potuto diventare una persona normale.
O almeno avrebbe potuto tenere a bada il suo istinto di maschio, un maschio che non sarebbe potuto diventare alfa neanche alla guida di un esercito di ritardati, ma che la posizione di padroncino di un parcheggio gli fa pensare di essere.
E poi ha bisogno di una scusa, di una spinta, perché vuole conoscere la Principessa da tempo ma non ne ha il coraggio, e allora eccolo il coraggio: “ve lo faccio vedere io”.
Il coraggio di un vigliacco che pensa di dimostrare a qualcuno la sua mascolinità con un atto di arroganza, quando neanche le labbra di Anita sono riuscite a compiere il miracolo.
Ma il Giovane vuole fare questo errore, lo vuole disperatamente: deve uscire dalla sua mediocrità, e vuole farlo conquistando la Principessa.
Non sa, non capisce, non si rende conto.
La mattina dopo aspetta la Principessa all’ingresso del parcheggio, sbirciando ogni tanto verso i due che lo guardano scettici, lo Straniero con un ghigno cattivo e il Vecchio con un sorrisetto tra il maligno e lo stolto.
Quando la Principessa arriva, il Giovane le si para davanti e le dice qualcosa. Lei si ferma e lo guarda con la freddezza di chi sa di essere superiore per cultura, bellezza, armonia.
E’ uno sguardo antipatico, quello della Principessa, e il Giovane avvampa mentre lei gli dice solo due o tre parole secche e scarta di lato per evitarlo.
In preda ad una rabbia incontenibile il Giovane tenta di fermarla prendendola per un braccio, ma lei gli molla un ceffone e si divincola scappando via di corsa.
Per un momento il Giovane si tiene la mano sulla guancia arroventata e guarda da sotto in su i due che ridono in fondo al parcheggio.
Poi si avvia verso di loro e quando gli arriva a portata, con una voce che sembra uscire dall’oltretomba dice solo:
– La dobbiamo far pagare a quella puttanella –

Ma pagare cosa? Cosa deve pagare la Principessa?
Di non aver voluto stringere amicizia e chissà cos’altro con uno scarto delle nostre periferie martoriate?
Di averlo guardato senza riuscire a mascherare il suo disprezzo?
Di avergli dato uno schiaffo per liberarsene?
Non lo sappiamo, ma il Giovane vuole fargliela pagare, e lo farà.
Quanto è vero Iddio.

Ma il suo Iddio sembra essere dalla parte della Principessa nei giorni successivi.
Lei evita accuratamente di passare vicino al parcheggio e i tre non godono più della vista delle sue gambe magre e del seno acerbo.
Piano piano la rabbia del Giovane sembra sbollire, e dopo i primi tentativi di presa in giro anche lo Straniero e il Vecchio sembrano dimenticarsi dell’accaduto.
Il Giovane ha anche tentato di sfogare la sua frustrazione mettendo le mani sulle zinne della moglie mentre questa lavava i piatti, solo per rimediare un altro ceffone, e la sua rabbia silenziosa monta sempre di più anche se apparentemente le giornate scorrono sempre uguali.
Poi un giorno Iddio si dimentica della Principessa, impegnato com’è a gestire tutta l’umanità, la galassia e l’universo.
E lei scende di casa per andare a prendere una birra per il padre, che sta guardando una partita e non vuole interrompersi, ma senza birra si sa, non è la stessa cosa.
Ci vado io, dice la Principessa, ci metto cinque minuti.
La rosticceria è a cento metri, forse ci vogliono anche meno di cinque minuti, ma per arrivarci la Principessa deve passare davanti al parcheggio.
E’ notte, non la vedranno di certo, e lei controllerà nessuno le si avvicini; farò in fretta, si dice.
Contrariamente alle sue abitudini però il Giovane è là fuori, appoggiato al cancello, nascosto dall’ombra di un muro.
Non è appostato, semplicemente non gli andava di tornare a casa dalla megera con cui divide la sua esistenza, ed è solo lì per accendersi una sigaretta lontano dalle macchine: da quando un cliente lo ha minacciato di fargli causa se avesse provocato un incendio alla sua meravigliosa automobile – una di quelle dove Anita amava di più scopare tra l’altro – e così il Giovane va a fumare all’ingresso.
Non ha fatto in tempo ad estrarre neanche l’accendino, quando con una sigaretta spenta penzolante dalla bocca vede passare la Principessa.
E’ un attimo, la afferra e le dà un violento ceffone, poi le chiude la mano con la bocca e la trascina verso il parcheggio.
Sta facendo una pazzia, ma la rabbia gli impedisce di ragionare: sa solo che ha avuto un’occasione e la vuole cogliere.
Quando lo Straniero lo vede arrivare con la Principessa trascinata si alza rapidamente dal computer e lo va ad aiutare.
Non è pazzo lo Straniero, tutt’altro.
Sa bene che quello che sta facendo il Giovane potrebbe farli finire in galera tutti quanti, anche il Vecchio che si avvicina toccandosi nervosamente il cappello.
E sa anche, lo Straniero, che c’è un solo modo per non andare in galera ormai.
Certo, potrebbe prendere a pugni il Giovane e liberare la Principessa consegnandola sana e salva ai suoi genitori, ma chi gli crederebbe? A lui, ad uno straniero senza permesso di soggiorno, un mezzo alcoolizzato, uno che frequenta un giro di puttane da trenta euro a botta.
E poi perderebbe quel lavoro, che gli serve, che è comodo per i suoi altri affari.
No. Lo Straniero sa bene come finirà, ma intanto adocchia le tette della Principessa, prende uno strofinaccio e rapidamente glielo stringe tra i denti così che lei non possa parlare.
Poi la butta sulla brandina e le alza le gambe.
Lei si divincola ma lui è robusto, la tiene ferma ma non riesce a fare altro; allora le molla un ceffone, e poi un altro, e poi un altro, poi un manrovescio che le apre una ferita sul viso e poi urla al Giovane:
– Tieni ferma questa puttana! –
E quello si precipita a bloccarle le braccia, mentre il Vecchio ridacchia nervoso girando su se stesso.
Lo Straniero strappa le mutandine alla Principessa, poi si abbassa i pantaloni; è eccitato, e senza aspettare oltre la penetra facendole emettere un urlo strozzato dal canovaccio, mentre il torace della Principessa si inarca quasi fino a spezzarsi, con le gambe tenute ferme dallo Straniero che spinge sempre più in fondo con il bacino, e con le braccia tenute ferme dal Giovane che suda di eccitazione e a bassa voce incita lo Straniero:
– Dai dai dai dai dai! –
Chissà, forse pensa di approfittare anche lui dell’occasione che ha creato, non solo quello Straniero a cui lui graziosamente continua a passare uno stipendio da fame.
La Principessa continua a cercare di divincolarsi, usa tutta la forza dei suoi sedici anni per liberarsi della stretta dei due, ma lo Straniero infastidito le lascia un attimo una gamba e le da’ un cazzotto violentissimo che la tramortisce.
E finalmente con la Principessa semi svenuta lo Straniero finisce il suo triste lavoro, eiaculando con un grido di soddisfazione.
Subito dopo esce, si pulisce alla bene e meglio sulle mutandine strappate della Principessa, rimette dentro il pisello sporco e si chiude i pantaloni.
Il Giovane sorride, è contento.
Finalmente si è vendicato di quella stronzetta, finalmente le abbiamo dato il fatto suo, pensa. Ora sa chi comanda, chi è il vero uomo, si dice.
Poi guarda lo Straniero, ed è dubbioso:
– E ora? – chiede.
– Ora la ammazziamo e la andiamo a buttare nella discarica. – risponde lo Straniero, senza mostrare emozione.

Il Giovane spalanca la bocca dalla sorpresa mentre il Vecchio improvvisamente ha paura.
Solo lo Straniero sembra sicuro di sé.
E il Giovane capisce solo ora in che guaio si sono cacciati.
Non possono certo lasciare andare la Principessa con tante scuse. Né servirebbe minacciarla, le hanno lasciato dei segni evidenti.
Il Giovane capisce che appena la Principessa uscirà di lì per loro è finita.
Guarda la ragazza che singhiozza sulla brandina mentre lui le tiene ancora le braccia e lo Straniero che va sul retro a prendere qualcosa: e immagina di cosa si possa trattare.
Gli viene da piangere, perché non vorrebbe trovarsi in quella situazione, ma è stato lui a creare il casino e ora deve solo ringraziare lo Straniero, quest’uomo alto e allampanato, che sta per risolverlo.
A modo suo, ovviamente, probabilmente utilizzando il coltello che ha nella mano destra quando torna dal retro.

E l’Eroe?
Dov’è l’Eroe?
Perché se c’è un momento in una storia in cui c’è bisogno di un Eroe è questo.
Mentre la Principessa è prigioniera dei cattivi che l’hanno violentata e la vogliono uccidere, è ora il momento per l’Eroe di entrare in scena.
Ma l’abbiamo detto all’inizio: non ci sono eroi in questa storia.
Non esiste un Principe Azzurro, un Cavaliere Bianco che vengano a salvare la Principessa.
In questa brutta storia di periferia l’Eroe, semplicemente, non esiste.

Però c’è un Tossico.
Come Eroe non è gran che e se lo vedeste capireste perché.
Un ragazzetto di una ventina d’anni, alto e secco come un pioppo, con addosso almeno venti chili meno del necessario.
Si è iniettato eroina da quando ha quattordici anni, poi ha smesso, poi ha ripreso, ora è in cura al SERT, gli danno il metadone, cerca di starne fuori e forse stavolta ci riesce.
Ma non può resistere al richiamo della droga, e per non farsi di eroina ogni tanto compra del fumo.
Lo compra dallo Straniero, che ne tiene un tocco in un cassettino: glie lo dà un altro dell’est che ha un giro grosso.
Lo Straniero non vuole farsi coinvolgere nello spaccio ma arrotonda vendendo un po’ di fumo a qualche ragazzo del quartiere.
Il Tossico va ogni tanto, la sera tardi quando il Giovane di solito è a casa, perché lo Straniero gli ha detto che il suo capo non sa di questo piccolo business.
E allora un paio di volte a settimana, come oggi, il Tossico si avvia verso il parcheggio con una sigaretta tra le labbra per comprare un po’ di fumo e cercare di resistere alla tentazione di qualcosa di più forte.
Intanto nelle sue preghiere la Principessa invoca dio, papà, la Polizia, i Carabinieri, chiunque, ma quando vede spuntare la figura del Tossico dal cancello le sue speranze si consumano come la cenere della sigaretta del ragazzo.
Tutti si girano a guardare l’intruso.
Lo Straniero gli grida:
– Vattene via! – con una voce cattiva e con il coltello che non promette niente di buono.
Il Tossico guarda gli occhi pesti della ragazza, le mutande strappate e sporche, il Giovane che la tiene per le braccia, il Vecchio che sposta il peso da un piede all’altro guardando in basso e toccandosi il cappello, e lo Straniero con gli occhi iniettati di sangue ed un coltello in mano.
Se fosse più intelligente, o semplicemente più lucido, forse il Tossico girerebbe sui tacchi per andare dalla Polizia se volesse aiutare la Principessa, o da un altro piccolo spacciatore se volesse fottersene.
Invece fa un passo avanti e dice:
– Ma che cazzo state facendo qua? –
Lo fa perché è stupido e non capisce? Perché è curioso? Perché qualcosa nel suo DNA gli dice che una ragazzina sdraiata di fronte ad un uomo con un coltello non è una cosa normale?
Forse.
Ma non è importante, il perché.
Fa un altro passo e guarda in faccia lo Straniero.
Cerca di capire qualcosa mentre il Giovane è in preda al terrore, le cose precipitano, e lo sguardo dello Straniero non promette niente di buono.
Il Giovane vuole prendere la situazione in mano, alza un braccio per gesticolare e per dire qualcosa, ed è in quel momento che la Principessa scatta in piedi verso il cancello del parcheggio.
Per un breve momento il tempo si ferma, e l’istantanea che potremmo guardare e riguardare è sempre la stessa: la Principessa che fa leva sui suoi sedici anni per divincolarsi e sfuggire, il Vecchio che continua a guardare in basso, il Giovane che rimane stupito, e lo Straniero che si getta verso la ragazza.
Lei è giovane, ha i muscoli scattanti della sua età, è allenata, è forte.
Ma ha preso un sacco di botte, ha subito una violenza, e lo Straniero è più alto, più forte, più determinato.
Si getta verso di lei e in due passi ha già ripreso quasi tutto il distacco, ancora due passi e riuscirà ad acchiapparla molto prima che lei arrivi all’uscita.

Ma il Tossico gli si para davanti e lo ferma per un braccio.
– Che cazzo vuoi fa… – chiede allo Straniero, ma non riesce a finire la frase perché lo Straniero gli conficca il coltello nell’addome e il Tossico si piega in due e cade inginocchiato mentre il sangue gli sgorga improvviso e violento dallo stomaco e dalla bocca.
Lo Straniero gli gira intorno rabbiosamente con il coltello insanguinato in mano, ma la Principessa non c’è più.
Quei pochi secondi le sono bastati per scappare via e correre verso casa.
Lo Straniero esce dal cancello ma non si vede più nulla.
Non sanno dove abita, e comunque a questo punto non è più importante.
Si gira e torna indietro, ignorando il Tossico morente sull’asfalto.

Se questo fosse un film no, non sarebbe un film western.
Sarebbe la storia che abbiamo raccontato.
La storia di una Principessa violata, che passerà molti anni della sua vita a cercare di ricostruire un motivo per alzarsi la mattina e andare a scuola.
La storia di uno Straniero, scomparso subito dopo con il suo coltello e con le sue misere cose, pronto a ricominciare in un’altra città, o magari anche un altro stato.
La storia di un Vecchio, che non finisce neanche in galera, non ha fatto niente e poi è incapace di intendere e di volere, dicono.
La storia di un Giovane, che passerà i prossimi mesi a fare da fidanzata in galera ad un energumeno, straniero anche lui, fino al giorno in cui lo trovano impiccato ad una doccia.
La storia di un Tossico, e non di un Eroe, che senza volerlo o forse sì, ha sacrificato la sua vita per salvare una Principessa.

Una brutta storia di periferia, un film che non vorremmo mai vedere.

Shampoo – un racconto

Non è facile stabilire con precisione quando se ne accorse, ma doveva essere intorno a San Valentino, perché la sera prima era rientrato con dei fiori per la moglie.
E dato che non glie ne comprava mai, di sicuro c’era di mezzo qualche anniversario, il compleanno no perché era a ottobre, quindi doveva proprio essere San Valentino.
Comunque sia, dato che era un giorno feriale come tutte le mattina dei giorni feriali si alzò per andare in bagno prima ancora di fare colazione, prima che la moglie e i figli si tirassero su dal letto.
Se voleva dieci minuti di pace doveva alzarsi prima degli altri, altrimenti il caos della mattina nella sua famiglia gli avrebbe impedito anche solo di canticchiare “Yesterday” senza che qualcuno gli chiedesse di smetterla.
Entrò in bagno, diede una fugace occhiata alla figura stanca e stropicciata che gli sorrise dallo specchio, poi si spogliò, si infilò sotto la doccia bollente e cominciò a radersi.
Amava farsi la barba sotto la doccia, usando una saponetta al posto della schiuma, anche se ci metteva molto più tempo e qualche volta si era anche tagliato di brutto, ma non sapeva rinunciare al piacere di stare minuti interi sotto il getto d’acqua bollente mentre con la mano cercava lentamente di passare il rasoio senza farsi male.
Quando ritenne di essere soddisfatto della rasatura posò il rasoio, insaponò il corpo per bene e poi si sciacquò accuratamente: amava l’acqua di Roma, così dura da lavare via la schiuma in un attimo e da lasciare la pelle levigata.
Infine prese la bottiglietta di shampoo arancione e ne versò un po’ sulla mano per metterlo sui capelli.
Mentre la inclinava si fermò un attimo a guardarla: era piena per metà, più o meno.
Si fermò a riflettere.
Cercò di ricordarsi quando aveva comprato lo shampoo, ma non gli venne in mente una data precisa.
Ricordava per certo di averlo preso al supermercato: uno shampoo da poco, visto che non aveva molti capelli da salvaguardare, e colorato di un colore irragionevole in modo che non si confondesse con i sofisticatissimi e costosissimi prodotti che invece usava sua moglie.
Credeva di ricordare che fossero passati mesi ma non ne era sicuro, e anche se ne usava ben poco il fatto che la bottiglietta fosse ancora mezza piena gli sembrava strano.
Ricorderò male, si disse, e finì di lavarsi senza pensarci più.

Due settimane dopo però, mentre come al solito faceva la doccia, gli capitò di guardare di nuovo la bottiglietta ed era sempre piena a metà.
La guardò intensamente mentre l’acqua bollente gli scorreva sulla schiena e con la bocca aperta dallo stupore.
Possibile? si disse. Qualcosa non andava, non sapeva dire cosa, ma era un fatto che lo shampoo era sempre lì, a metà, come due settimane prima.
Ne versò un po’ sulla mano con cautela, osservando il liquido denso colare sul palmo, poi lo portò lentamente verso il viso e lo annusò: gli sembrava l’odore classico di uno shampoo da supermercato, profumato da improbabili fiori tropicali.
Sempre con cautela, come se stesse compiendo un’operazione chirurgica, si passò la mano sui capelli e cominciò a frizionare la cute, finché lo shampoo non fece la solita, rassicurante schiuma, che lavò via con una certa fretta.
Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio, e guardò lo shampoo appoggiato su una mensola nella doccia: la bottiglietta era piena a metà. Più o meno. E più o meno come due settimane prima.
Il cuore gli cominciò a battere forte, mentre si asciugava e si vestiva. Sudava copiosamente e dovette passarsi più volte un asciugamano addosso per detergere il sudore.
Non disse nulla alla moglie per non essere preso per pazzo, ma non riuscì a pensare ad altro per tutta la giornata
Quando tornò a casa la sera evitò accuratamente di andare nel bagno.
Si lavò i denti nel bagnetto di servizio e andò a letto prestissimo perché doveva pensare.
Pensare a cosa avrebbe fatto la mattina dopo.
Pensare se sarebbe riuscito ad affrontare questa improvvisa paura di una normale bottiglietta di shampoo, o se dovesse parlarne con qualcuno rischiando di sembrare un pazzo.
Si addormentò in preda all’ansia e il suo sonno fu agitato e leggero, ma quando si svegliò la luce del giorno gli fece vedere le cose in un altro modo.
Si disse che si era lasciato suggestionare, e per dimostrarlo a se stesso decise di darsi qualche altro giorno, mantenendo la sua solita routine e osservando lo shampoo man mano che i giorni passavano.
Era sicuro che tutto gli sarebbe sembrato tornare alla normalità.
Ma nelle due settimane successive, mentre la sua ansia montava, la bottiglietta dello shampoo non dava l’impressione di volersi svuotare.
Uscì dalla doccia un giorno quasi piangendo dalla frustrazione, ma deciso a non lasciarsi andare alla follia che lo stava contagiando.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi e le occhiaie pesanti di chi dormiva poco e le mani gli tremavano per l’ansia.
Anche la moglie cominciava a preoccuparsi: lo vedeva dimagrito, capiva che qualcosa non andava, gli fece qualche domanda ma lui rimase sul vago.
Come avrebbe potuto spiegare che il suo stato era dovuto ad una bottiglia di shampoo da supermercato che sembrava rifiutare di vuotarsi?
Si rassegnò allora a chiamare un suo amico laureato in matematica, con una scusa; dopo qualche convenevole gli disse che suo figlio aveva un compito per scuola particolarmente complicato, e gli chiese come calcolare il volume di un solido irregolare, dandogli la descrizione della bottiglia di shampoo.
Il suo amico gli spiegò un paio di semplici teoremi, gli diede una formula e gli fece anche qualche esempio.
Lui lo ringraziò della risposta, lo salutò e si mise a fare due calcoli, misurando con la mano concava la quantità di shampoo che usava ogni mattina.
Quando alzò gli occhi dal foglio su cui aveva scarabocchiato dei numeri era sicuro: la bottiglia avrebbe dovuto consumarsi completamente in due mesi al massimo; perciò in quel mese passato in preda all’angoscia da quando aveva notato qualcosa di strano si sarebbe dovuta vuotare. E invece no. Lo shampoo era sempre lì. A metà.
Si sentiva le gambe pesanti, il respiro affannato, gli sembrava di vivere un incubo e forse era così.
Quella sera, a letto, all’ennesima domanda della moglie rispose che aveva dei problemi in ufficio, che rischiava il posto di lavoro, che era angosciato, ma che non voleva preoccuparla.
Lei gli sorrise, forse fece finta di credergli ma comunque gli disse che sarebbe andato tutto bene; fecero l’amore e lui si rilassò.

Il giorno dopo si svegliò sorridente, si disse che questa storia dello shampoo era durata anche troppo, che la sua vista non era più quella di una volta ed entrare nella doccia senza occhiali non lo aiutava certo, e quindi si mise sotto l’acqua fischiettando.
Guardò lo shampoo che lo aspettava sulla mensola ma decise di fare un’altra cosa.
Prese una delle costosissime bottiglie di sua moglie e fisso il suo stupido shampoo arancione con un misto di disprezzo e sfida.
Non ho bisogno di te, sembrava volergli dire.
Poi premette la confezione blu notte che aveva in mano, prima dolcemente, poi sempre più forte, ma non ne uscì nulla.
Agitò la bottiglia, ma niente.
La aprì, ed era vuota.
Vuota e secca come se fosse appena uscita dalla fabbrica della plastica prima che qualcuno ci versasse lo shampoo.
Chiamò la moglie ad alta voce:
– Tesoro! Il tuo shampoo è finito per caso? –
– No, la confezione blu è piena. Ma perché devi usare il mio che costa un sacco di soldi? Non hai quello tuo arancione? –
Il mio arancione, pensò.
Certo.
Posò con circospezione la bottiglia blu, e prese quella dello shampoo arancione.
La guardò, mentre il petto si alzava e si abbassava furiosamente.
Prese la confezione e con rabbia si versò quasi tutto lo shampoo sui capelli, lanciando la bottiglia contro la parete della doccia urlando, e poi si sciacquò in fretta e furia, eliminando ogni traccia del liquido schiumoso per poi uscire di corsa dalla doccia, infilarsi l’accappatoio e andare ad asciugarsi in camera da letto, il più lontano possibile da quella bottiglietta di quel ridicolo colore.
La moglie lo vide arrivare come una furia e sedersi sul letto rannicchiato dentro l’accappatoio.
– Tesoro, ma cosa succede? che hai fatto? –
Lui scosse la testa in senso di diniego, ma inizialmente non disse nulla, non riusciva a parlare, aveva timore di esternare le sue paure.
Poi la guardò con gli occhi rossi di lacrime e di insonnia e disse solo:
– Lo shampoo… –
Lei sembrò non capire.
– Che cosa significa ‘lo shampoo’? –
– Lo shampoo…ha qualcosa che non va! –
Lo sguardo della moglie gli confermò solo che aveva sbagliato a parlare: lei non avrebbe mai creduto che una bottiglia di shampoo potesse avere una vita propria, che come in un film di fantascienza qualche entità aliena cercasse di comunicare con lui, o che una colonia di batteri arancioni si stesse riproducendo nella sua doccia, o che il fantasma di qualche assassino si aggirasse per la sua casa, perché certo, queste erano le ipotesi che giravano vorticosamente nella sua testa. Il suo cervello razionale era ormai un ricordo.
La moglie si inginocchiò, gli prese la mano, e lo guardò con tenerezza.
– Non so che cosa vuoi dire, caro, ma facciamo così: prendi ora un po’ d’acqua, ti asciughi le lacrime, e andiamo insieme a vedere cosa succede allo shampoo, va bene? –
Percepiva il suo tono condiscendente, chiaro e netto, ma non poteva fare a meno di sentirsi sollevato.
Si alzò, andò con la moglie in cucina, bevve un po’ d’acqua, si asciugò le lacrime e si fece prendere per mano fino al bagno.
Rimase fuori, a guardare la moglie che cautamente si avvicinava alla porta della doccia e che poi, con un sorriso, si girò verso di lui:
– Il tuo shampoo è al suo posto come al solito, mi sembra che non ci sia nulla di strano. –
Lui spalancò gli occhi, fece due passi e quando vide lo shampoo pieno a metà, appoggiato serenamente sulla mensola invece di giacere vuoto sul fondo della doccia dove lui l’aveva lanciato, non resse più.
Corse urlando via dal bagno, gli occhi che sembravano volergli uscire dalle orbite, vanamente inseguito dalla moglie, ma a metà del corridoio si fermò: le gambe smisero di sostenerlo, si portò una mano al cuore e morì senza un fiato.

– Alla fine è andata bene, no!? –
– Sì, benissimo. Sinceramente non pensavo funzionasse. Hai avuto una buona idea. –
– L’acqua con quelle gocce che ti ho dato l’ha bevuta senza problemi? –
– Come no, era talmente agitato che non ha sentito il leggero sapore, e in caso avrei dato la colpa al cloro. –
– Io ho avuto solo paura quando mi ha telefonato. Pensavo avesse scoperto tutto, invece era per sapere come calcolare quanto shampoo consumava ogni giorno, povero coglione. Proprio a me lo è andato a chiedere. –
– E a chi doveva chiederlo? Eri o no il suo amico del cuore? –
– Ah beh, sì, certo. Comunque brava anche tu a mettergli ogni giorno un po’ di quel tremendo shampoo arancione nella bottiglia. Secondo me anche senza droga le coronarie gli schioppavano lo stesso per la paura! –
– Che cretino che sei, guarda che anche se paranoico e pieno di fobie era robusto, un aiutino serviva. –
– Vero. Senti, che fai: passi dopo il funerale? –
– E me lo chiedi? Ho messo le autoreggenti, sotto. Rigorosamente nere, ovviamente. –
– Ti aspetto. Condoglianze, a proposito. –



doccia

Il segreto

Scritto sul treno Torino – Roma il 31 gennaio 2017

Esco dall’edificio e mi fermo sul marciapiedi.
Fa freddo, in questa giornata di pieno inverno, e se fossi uno scrittore maledetto come Steinbeck o Roth o dio non voglia Bukowksi avrei un cappotto grigio, liso, il bavero rialzato e una sigaretta in bocca, novello James Dean tra le pozzanghere di Manhattan.
Invece sono solo uno scrittore di gialli seriali, buoni per pagare le bollette e mantere dignitosamente una famiglia ma non vincerò mail il Nobel per la letteratura; un uomo di mezza età stretto in un giaccone dal colore indefinibile e una sciarpa celeste senza senso.
Improvvisamente mi accorgo della chiesa che ho di fronte, e alzo la testa ansiosamente: ho un disperato bisogno di bellezza, e il mio cervello registra la grandiosità di questa chiesa prima che io possa vederla veramente.
Ma man mano che i miei occhi salgono al cielo la vista è riempita dalle ragnatele dei tram e da un cielo color acciaio, che disturba la bellezza del marmo.
Qualcuno dice che a Torino la nebbia sia scomparsa da tempo; forse è vero, ma in queste fredde mattine invernali il cielo sa essere di un grigio così deprimente che forse rimpiango la nebbia, almeno non era possibile vedere un cielo così brutto.
Il mio desiderio di bellezza non è stato esaudito, e allora chiudo gli occhi.
Li chiudo e penso a venti anni fa.

Venti anni fa a Torino non c’erano state ancora le Olimpiadi, la città era più brutta, e sporca, quasi abbandonata, ancora in preda alle fabbriche e alle automobili.
Ogni volta che salivo da Roma mi sembrava di arrivare in un paese straniero, tanta era la differenza.
Non mi piaceva Torino venti anni fa, però venti anni fa ero giovane, non ero sposato e parecchie cose sembravano più belle comunque.
Venivo ogni tanto a trovare Alberto, il mio compagno di università che si era trasferito qui per lavorare in un’azienda di informatica.
Grande Alberto. Le cose della vita ci hanno diviso, non ci facciamo più neanche gli auguri di buon anno ormai, però so che ci sei, che sei qua in giro e mi fa piacere saperlo.
Venti anni fa però Alberto era ancora il mio miglior amico e venivo a trovarlo quando potevo.
Lui scendeva a Roma spesso a dire il vero, ma tornava per andare a casa dai suoi, aveva un sacco di persone da vedere, e insomma stavamo meglio quando io salivo e rimanevo qualche giorno a casa sua, una di queste mansarde dell’ottocento come si possono trovare solo a Torino
Eravamo ancora abbastanza giovani per voler passare le serate in giro nei locali e per attirare l’attenzione delle ragazze, e ne approfittavamo; eccome.
Non posso dire che fossero storie molto importanti, no. Di molte non ricordo neanche il viso, figuriamoci il nome.
Poi una sera entrò lei, in questo pub dove io e Alberto eravamo seduti al banco con una birra in mano, e la mia vita si fermò.
Ricordo la faccia di Alberto, anche lui rimase di stucco.
La bellezza di Sara irradiava in ogni direzione, era impossibile rimanere impassibili, quei denti bianchi quasi perennemente esposti in un sorriso coinvolgente, le labbra carnose, gli occhi di un verde scuro che brillavano anche al buio.
Lei entrò e tutti si girarono a guardarla.
Ma non era solo la bellezza fisica che colpiva, anzi.
Se riguardo le foto di allora mi rendo conto che in fondo era una ragazza normalissima, non tanto alta, il seno piccolo, le spalle ossute, un naso pronunciato.
Ma aveva carisma. Un carisma che esplodeva dagli occhi e dalle mani e nessuno ne era immune.
Neanche io, certo.
Neanche io.
Quando entrò quella sera era con un’amica e rideva, rideva di quella risata squillante che si insinuò nelle mie sinapsi fin dal primo momento, rideva perchè la vita è meravigliosa e lei lo sapeva, e non è importante il motivo per cui rideva quella sera, è importante che ci fosse, che fosse lì.
Che fosse lì per me.
Anche se non l’avevo mai vista prima lei era lì per me, e quando mi vide il suo sorriso si ridusse ad una piega delle labbra, ma gli occhi non cambiarono espressione.
Si vennero a sedere vicino a noi e Alberto lo prese come un invito perché cominciò subito a chiacchierare con loro.
Era bello Alberto, chissà se lo è ancora. Magari ha perso tutti i capelli, è ingrassato di quaranta chili, o forse è ancora un uomo che fa effetto sulle donne.
Ma quella sera era sicuramente il più bello tra noi due e non aveva remore a parlare con due sconosciute.
A dire il vero parlò solo con l’amica, perché Sara beveva una birra in silenzio e mi osservava, e anche io: bevevo e osservavo.
Non passò molto tempo che finimmo tutti seduti su un divanetto, con molte altre birre davanti, con Alberto e l’amica di Sara chiaramente destinati a finire la serata in maniera divertente.
Io e Sara scambiammo qualche parola, parlammo del più e del meno.
Ad un osservatore disattento poteva sembrare che non avessimo molto da dirci, ma in realtà stavamo comunicando in altro modo.
Fu in quel momento che lei mi prese improvvisamente un braccio e mi sussurrò all’orecchio:
– Io ho un segreto. So una cosa che non sa nessuno. –
E’ pazza, pensai.
Così meravigliosamente bella e affascinante, ma pazza.
Derubricai il potenziale incontro con lei ad una scopatina passeggera e indossando un sorriso di ordinanza le chiesi:
– E quale sarebbe questo segreto? – sperando in cuor mio che non mi raccontasse nessuna assurda storia su alieni, o virus, o scie chimiche, o qualsiasi altra coa che mi costringesse a rinunciare ad una notte di sesso che mi sembrava ormai molto probabile.
Mi sbagliavo. Sulla sua pazzia e sulla notte di sesso. Nessuna delle due cose era reale.
– Se te lo dico, che segreto è? – rispose con una logica inconfutabile – Ma una cosa posso dirtela: riguarda te. E me. –
Spalancai la bocca per la sorpresa.
Se voleva attirare la mia attenzione c’era riuscita, anche se non sarebbe stato necessario: il suo sorriso e i suoi occhi erano più che sufficienti.
Cercai di estorcerle altri dettagli ma non ci fu nulla da fare.
Un segreto è un segreto, si schermì, e non disse più nulla.
Nei due anni che passammo insieme, un po’ a Roma, un po’ a Torino, un po’ in giro per il mondo, le chiesi spesso di questo segreto, ma fu irremovibile.
In compenso mi rivelò altri segreti.
Mi face accedere ai segreti del suo corpo, accendendo una passione che non è mai tramontata.
Mi insegnò ad amare in un modo diverso, accettando una persona per quello che è, e non per quello che tu vorresti che fosse, e anche se questo mi è costato un po’ da mandare giù è la cosa di cui le sono più grato.
E mi insegnò a piangere, quando mi disse che mi lasciava, che andava a vivere altrove, e che la nostra vita insieme terminava in quel momento.
Me lo disse mentre facevamo l’amore, mi disse che sarebbe stata l’ultima volta e che dopo lei sarebbe andata via e non ci saremmo più visti né sentiti.
Non pianse, lei, mentre me lo diceva, ma mi asciugò le lacrime con quelle labbra magnifiche e mi fece vedere il suo sorriso per l’ultima volta.
Quando fu tutto finito mi abbracciò a lungo, mi raccontò storie che non conoscevo della sua infanzia, della sua famiglia, dei suoi amici.
Poi mi aiutò a vestirmi, come si veste un condannato a morte, e mi guardò andare via.
Non mi girai.

Riapro gli occhi, sono rossi di lacrime, maledizione.
La chiesa è ancora là, il cielo è ancora grigio e i fili dei tram continuano ad intrecciare ragnatele su tutta la città.
Finalmente attraverso la strada, mentre con un fazzoletto cerco di pulire gli occhiali, sporchi di lacrime e dolore.
Arrivo dall’altra parte e dò una rapida occhiata all’edificio a mattoni da cui sono uscito.
In questa città tutta la vita scorre forte dell’eredità sabauda e certi nomi sono ricorrenti: Vittorio Emanuele, Carlo, Elena, Maria Vittoria.
Maria Vittoria.
Cerco di ignorare la scritta che campeggia sopra l’ospedale e mi giro, ma non posso camminare, ho gli occhi pieni di lacrime e il freddo mi prende il naso.
Mi fermo e chiudo gli occhi di nuovo.

Non seppi più nulla di Sara e tagliai rapidamente le frequentazioni con Alberto: non volevo più venire a Torino per paura di incontrarla o anche solo di incontrare qualche amico comune che mi parlasse di lei.
A Roma cominciai ad uscire con Elisa; ci conoscevamo da un po’ ma chissà perché non era scattato nulla. Lei aveva una storia di poco conto, andammo al cinema un paio di volte prima di finire a letto insieme.
Un anno dopo eravamo sposati e cinque anni dopo avevamo una casa, due figli maschi ed eravamo felici.
Sara non scomparve mai veramente dai miei pensieri e un paio di volte fui molto vicino a chiamarla per sapere come stava, ma l’avevo amata in maniera così profonda e totale che rispettare la sua volontà mi sembrava il minimo.
Poi è un fatto che la vita prende direzioni inaspettate e meravigliose, e non mi sembrava il caso di rovinare quello che avevo costruito per un amore giovanile.
Mentivo però, sapete.
Non su tutto, ovviamente.
Ma Sara non era stato un amore giovanile.
Era l’amore della mia vita ed era finito senza un motivo, e io non me ne sarei mai fatto veramente una ragione.
Tuttavia ero arrivato a patti con me stesso e con lei su questa cosa, e poi la mia vita era bella e piena, non posso che dire questo.
Era bella, sì.
Poi un giorno il mio telefono squillò, e anche se non era più nella mia agenda – colpa di decine e decine di telefoni che avevo cambiato in venti anni – il suo numero mi era rimasto impresso nella memoria.
Guardai il numero di Sara che urlava sul mio telefono finché dopo un tempo apparentemente interminabile ebbi il coraggio di rispondere.
Non dissi nulla.
Sentivo la sua presenza.
Aspettò qualche secondo, poi disse:
– Sto male. Vieni su. –

Un sorriso ironico mi compare sul viso mentre guardo l’edificio dove è Sara in questo momento.
Non ci sarebbe niente da sorridere, ma ho sempre cercato di vedere l’ironia nelle cose dell’universo, ed essere qui, averla rivista, e scoprire di aver passato venti anni senza di lei e non poterla neanche sgridare, mi sembra una beffa.
Ripenso ai momenti frenetici degli ultimi giorni, a mia moglie, a cui ho dovuto raccontare di Sara e del perché dovevo andare su, ad Alberto, che ho chiamato dopo tanti anni per scoprire che sapeva già tutto; lui i contatti con Sara non li aveva mai persi.
Al taxi che non si trovava, al treno che non arrivava mai, alla corsa per tutta Torino.
Al freddo, al cielo grigio, alla chiesa, ai fili, alle macchine, a dio, a perché lui non c’era mai quando mi serviva nella mia vita, al perché ho dovuto sempre sopportare tutto da solo e camminare con le mie gambe.
Ma ora le mie gambe non mi reggono più, devo sedermi.
E non posso evitare di guardare l’edificio e pensare a poche ore fa, quando sono entrato in quella stanza in penombra solo per guardare con angoscia quel simulacro di una donna che una volta mi saltava sulla schiena a piè pari, e mi mordeva il collo facendomi sanguinare, urlando “sono il tuo vampiro”, e quando mi incazzavo si toglieva di corsa la maglietta scoprendo il seno piccolo ma dritto dicendomi “mi puoi perdonare?”.
Sì, Sara. Ti posso perdonare.
Anche stavolta, anche se non capisco, ti posso perdonare, per quanto ti ho amato e ti amo ancora.
Mi sono avvicinato al letto, cercando disperatamente quegli occhi, quel sorriso, quelle labbra.
Non potevo parlare, non ci riuscivo, neanche quando mi ha sussurrato all’orecchio:
– Lo vuoi sapere allora qual è questo segreto? –
Ho fatto cenno di sì con la testa, perché la gola era bloccata da tutto, da pianto, angoscia, paura.
– Io lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita qui, ora. Non mi chiedere come, non te lo so dire, o forse sì ma non importa. Sapevo che ti avrei lasciato solo, che tu saresti uscito sconfitto. Che avresti costruito la tua vita su di me, come io su di te, che avresti eretto una casa sulle fondamenta della nostra storia, e in questa casa avresti messo tutto te stesso come fai sempre, come fai per tutto. Ma quando io me ne fossi andata tu ne saresti rimasto annichilito. E io non lo volevo. Non lo voglio. Ti amo come tu ami me, e ti ho regalato quello che ho potuto: una vita felice, una famiglia che ti adora. E questo giorno sarà meno difficile, ora puoi sopportarlo. –

Come si fa? Ditemi, come si fa? Ad odiare una donna che ti ama così.
Eppure io la odiavo, e la odio, perché il mio stupido orgoglio di uomo mi dice che no, che io ce l’avrei fatta, che avrei potuto sopportare tutto se solo mi avesse fatto stare con lei, che non è giusto, non è giusto, che non è questa la vita che volevo.
Che io non voglio essere felice, non voglio sopportarlo.
Io volevo stare con lei, vivere per lei e morire per lei.

Erano così evidenti le mie emozioni, così evidenti, che Sara è stata costretta a fare uno sforzo immane per mettermi una mano sul viso.
Ho chiuso gli occhi, perché non sentivo quella mano da venti anni e volevo assaporarne ogni millimetro e imprimerla nella memoria per sempre, perché non l’avrei sentita mai più.

Ho chiuso gli occhi là dentro, i miei e i suoi, e li riapro ora.
Cerco di respirare, ma è come se quest’aria fredda di gennaio fosse così spessa da non riuscire a superare le narici, l’ossigeno mi manca, sento il cuore battere furiosamente e i polmoni contrarsi senza sosta.
Poi, piano piano, riesco ad alzarmi, mi tolgo gli occhiali, tanto non c’è nulla da vedere, no!?
Solo una chiesa, un cielo grigio, e una ragnatela di fili che attraversa la città.

santalfonso

Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi