Il regalo più bello

Il mio racconto di Natale.
Come tutti gli anni un racconto malinconico, pieno di cose belle e brutte, come la nostra vita.

Appoggiato alla finestra dello studio, un bicchiere di prosecco in mano, Giulio guarda distrattamente fuori senza vedere in realtà nulla.
Si è allontanato un attimo, prima che la cena si inizi, dagli schiamazzi, le risate, le urla dei bambini, tutto il campionario di rumori tipici della vigilia di Natale.
Vuole rimanere qualche minuto da solo, prima di affrontare la serata.
Il Natale per Giulio è sempre stata una festa un po’ triste: anzi no. Non esattamente.
Fino all’età di dodici-tredici anni Natale era “la” festa.
In una famiglia rumorosa dove tutti abitavano vicini, le feste di Natale – e in particolare la vigilia – erano l’occasione per vedersi con un numero spropositato di zii, cugini, parenti di vario genere e amici d’infanzia, e passare ore, se non giorni a mangiare, ridere, giocare a carte e a tombola, divorare quantità industriali di noci e mandarini e andare a letto tardissimo, almeno quel giorno.
Un leggero sorriso gli incurva le labbra al pensiero di sua madre e le sue nonne in cucina dalla mattina presto, alle prese con contenitori enormi di pastella dove veniva poi buttato di tutto: fiori di zucca, patate, melanzane, carciofi, broccoli, e in un impeto di sperimentazione gastronomica spesso anche pezzi di mele, pane ripassato nell’uovo, qualsiasi cosa potesse essere fritta e mangiata.
Pensava a sua madre, e alla capacità di sfornare teglie di lasagne in continuazione e allo stesso tempo di non farsi fregare a “mercante in fiera”.
Quelli, quei natali, quelle feste, forse sono state il periodo più bello della sua vita.
Poi con l’adolescenza le feste natalizie in casa hanno cominciato a diventare un fastidio, un obbligo a cui ottemperare, e più avanti Natale era solo un giorno come gli altri, e come gli altri dedicato ad organizzare il capodanno con gli amici.
E poi, quando stava per arrivare il momento in cui sarebbe stato lui il capofamiglia, per festeggiare la vigilia con i suoi figli e la sua tribù, sua madre se n’era andata. Improvvisamente. La vigilia di un Natale.
Da allora il Natale era diventato un giorno da superare in fretta, e anche se poi i figli erano arrivati, e ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per tornare indietro ai giorni felici della sua infanzia, non riusciva più a farselo piacere.
Quest’anno poi.
La lettera che gli annunciava la cassa integrazione a partire da gennaio gli era stata consegnata solo pochi giorni prima.
Chissà, forse le aziende si impegnano per rovinare le feste ai propri dipendenti, pensava. E ci riescono, perché per lui e altri duecento colleghi le feste sarebbero state malinconiche, stretti tra le preoccupazioni del futuro e la necessità di essere allegri per fare contenti i bambini.
Si stacca dal vetro, è ora di andare, sente che la cena è pronta.
Si prepara all’allegria, ma è solo l’età che lo aiuta a tornare in salone, quando vorrebbe invece buttarsi sul letto a piangere come quando era ragazzino e si faceva male giocando a pallone.
Nel grande salone di casa sua sono in tanti: sua moglie, le sorelle, i cognati, i bambini, un paio di cugini con le famiglie.
E’ un bel Natale, una bella festa, e anche se oggi sta male non può fare a meno di riconoscerlo.
La cena scorre tranquilla, il chiasso è insopportabile ma lo aiuta a non avere conversazioni troppo impegnative.
Mentre i bambini mangiano il dolce, suo fratello lo prende da una parte.
– La situazione è grave? – gli chiede senza mezzi termini.
Lui fa spallucce.
– Non penso rientreremo, l’azienda va male. Penso che dovrò trovare qualcos’altro. – risponde.
Il fratello lo guarda, annuisce.
– Hai già qualcosa in mente? – chiede speranzoso.
Lui fa di no con la testa.
– Al momento non ci sto pensando. Ho qualche mese di margine, lascio passare le feste e poi comincio a cercare di capire che fare. Spero di trovare una soluzione. –
Il fratello sta per rispondere quando le urla dei bambini diventano terremoto: si stanno per aprire i regali.
Allora il fratello di Giulio si limita a sorridergli e a stringergli una spalla forte. Non c’è bisogno di tante parole tra loro.
Si avviano sotto l’albero dove tutti quanti stanno già facendo a pezzi la carta dei regali e sorridono, urlano, piangono, tutti i genitori, gli zii, i nonni con cellulari e macchine fotografiche.
Lui rimane in piedi, e li guarda, un leggero sorriso gli si disegna sul volto: non c’è malinconia che resista alla vista di un gruppo di bambini felici, ma dentro di sé è a pezzi.
Sua moglie lo raggiunge, non dice niente: hanno già parlato tanto, pianto, urlato, esaminato tutte le alternative, e ora si limitano a guardare i bambini dandosi la mano.
Lei glie la carezza delicatamente, lui non si muove.
Passano i minuti, insieme alle grida, le canzoni, il rumori di macchine potenti ed elicotteri della polizia in miniatura.
Poi ad un certo punto tutti si calmano.
Sua moglie gli lascia la mano, si avvicina all’albero e prende una busta.
– Questo è per te – dice guardandolo negli occhi – da parte di tutti noi. –
Lui si gira e vede che improvvisamente si sono tutti avvicinati e gli stanno intorno, e sorridono.
E’ imbarazzato, come tutti i padri non è abituato a ricevere regali a Natale, e se qualche regalo per errore gli arriva sono spesso pigiami con le renne, o cravatte dai colori improponibili.
Sente che hanno architettato qualcosa, in parte li odia, non vorrebbe essere al centro dell’attenzione, ma capisce l’affetto con cui lo hanno incastrato.
Prende la busta dalle mani della moglie, un sacchetto di carta anonimo, non saprebbe dire se di un negozio di abbigliamento, o di qualsiasi altro tipo.
E’ leggerissima.
La apre. Non c’è niente.
Guarda il sacchetto vuoto, poi gli sguardi di tutti: aspettano che lui dica qualcosa.
E’ imbarazzato, non sa che dire, controlla di nuovo, mette una mano dentro, ma non c’è niente.
Niente di niente, neanche un biglietto.
Alla fine è costretto a parlare, vorrebbe ringraziarli, ma di cosa?
– Non c’è niente…avete dimenticato di mettere il regalo? – chiede a sua moglie con un sorriso un po’ falso, perché spera di non mettere nessuno in difficoltà.
La moglie lo guarda, il sorriso che si allarga, così come le braccia.
– No. Non abbiamo dimenticato niente. Quello è un sacchetto, e dentro non c’è niente. –
Fa una pausa ad effetto.
– Il tuo regalo è qui, fuori da quel sacchetto. – e allarga ancora di più le braccia per comprendere tutti quelli che sono in quella stanza.
Lui si gira di scatto, vede le facce sorridenti, sorrisi belli, veri, qualche lacrima, qualche mano sulla bocca.
Schiude le labbra, tenta di dire qualcosa, ma è sopraffatto, dalle lacrime e dalla felicità.
Il regalo più bello. Era destino che fosse in questo Natale.
Proprio quando ne aveva bisogno.

Regalodinatale

La Festa del Papà

Non credo che mio padre abbia mai festeggiato come si deve il 19 marzo, con quel compleanno pochi giorni prima a rovinargli la festa.
La sensazione però è che non sarebbe cambiato molto neanche se fosse nato d’estate come me.
Perché la festa del papà, nella gerarchia famigliare, non è neanche lontanamente paragonabile alla festa della mamma.
La mamma. L’angelo del focolare. Quella che cura, che consola, che ascolta, che abbraccia.
Il papà invece è un personaggio strano.
E’ brutto, spigoloso, se ti bacia ti raspa le guance.
Esce la mattina e torna la sera, e invece di stare con te, spesso guarda la partita, o esce con degli amici che magari non vedeva da anni.
Il papà è quello che si incazza al semaforo se quello davanti non si sbriga, o che si gira a guardare un culo per strada facendoti morire di imbarazzo.
Il giorno del tuo compleanno se compare in una foto grasso che cola. Lui le foto le fa, e quando sarai grande avrai migliaia di foto sorridenti con tua madre, ma l’altra metà del cielo sarà al massimo un’ombra sul selciato.
Il papà è per lo più un muro da superare: sopra, sotto, di lato, non importa.
E’ il metro di paragone per le tue scelte future, per come ti comporterai con le donne, se sei maschio, o gli uomini che sceglierai, se donna.
Sarà la persona con cui dovrai combattere per affermare la tua personalità, e che manderai affanculo per prima.
Ti dispiacerà vederlo invecchiare, perché gli uomini che invecchiano sono ridicoli, spesso patetici, quasi mai moderati.
Sbufferai a sentirlo raccontare sempre le stesse storie, sempre le stesse avventure, sempre di quella volta che si è perso tua madre alla stazione, che ti verrebbe voglia di urlare, ma non lo fai, perché parla di tua madre, e in quella stazione vorresti esserci stato pure tu a vederli litigare e poi fare pace.
Tuo padre sarà per te la persona più difficile, negativa, ostica del mondo, e passeranno anni prima che capirai che a modo suo, nel modo tutto speciale dei papà, ti ha voluto bene.
E se sarai papà, farai probabilmente gli stessi errori: amerai in silenzio, e aspetterai questo 19 marzo per un fugace bacio sulla guancia.

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Papà – Un racconto

Mentre cammino attraversando il colonnato, occhi bassi e fiori in una mano, non posso fare a meno di ripensare alla telefonata con mamma.
Non ce l’ha fatta a resistere: nonostante le avessi detto già di no mille volte è stata capace di telefonare anche mentre stavo per entrare per chiedermi se volevo che mi accompagnasse.
“Prendo lo scooter e in dieci minuti sono là, se mi aspetti ci beviamo un caffè insieme e poi andiamo”
Mi sono arrabbiata ma non le ho risposto male, lo so che lo fa perché mi vuole bene e mi vuole proteggere, anche se ormai non sono più una bambina.
Ma questa cosa la devo fare da sola, non importa se e quanto mi farà male.
Esco dal colonnato e per un momento mi sento spaesata. Alla fine non sono mai stata qui.
Sì, forse una volta, tanti anni fa, ma se è successo non ricordo comunque nulla.
Per fortuna ho una mappa con le indicazioni che mi hanno gentilmente stampato all’ingresso, e so che adesso devo girare a sinistra e salire sopra quel terrazzamento che i romani chiamano “il pincetto”.
E’ il luogo dove si trovano le tombe più vecchie, quelle più prestigiose, e quelle dei veri romani.
Giro intorno alla zona centrale, sto rimandando il momento, poi mi inoltro in uno dei corridoi e finalmente la vedo.
Una lapide bianca con molte fotografie, quasi tutte di persone che portano il mio cognome: la tomba di famiglia.
Conosco molti di questi parenti di nome, di qualcuno so anche la storia, ma ne avrò conosciuti di persona solo due o tre.
Uno di questi è mio padre.
Mi avvicino piano e guardo la fotografia.
A casa non ci sono sue foto, mia madre le ha dovute togliere tutte perché ogni volta che ne vedevo una davo di matto.
So che conserva da qualche parte l’album del matrimonio, e sul suo computer ha scaricato tutte le foto di mio padre.
Forse ne avrà anche altre ma io non lo so, non le ho mai cercate.
E quindi ora fatico a riconoscere quest’uomo, fissato nel tempo nella sua maturità.
Mi avvicino ancora: ormai sono qui, non posso tornare indietro, anche se ho lo stomaco sottosopra.
Lo guardo con attenzione, sono stupita della somiglianza.
Abbiamo gli stessi occhi, e quello fa molto.
Per un minuto non respiro, poi prendo fiato, mi distraggo sistemando i fiori, tolgo qualche rametto, spazzo via le ragnatele.
Poi non ho più nulla da fare, e sono costretta a guardare. E a pensare. E a capire.
Per questo sono qui, per capire.
Per capire perché in questi dieci anni mi sono rifiutata di averti con me, papà.
Perché sono tanto arrabbiata con te, così tanto da non riuscire ad accettare quello che hai fatto.
Perché anche se tu lo hai fatto per me, io non volevo, e non ti ho perdonato.
Ma non so perché, ora me ne rendo conto.
E lo sai, perché sono sicura che lo sai, che se non avessi incontrato Gianluca forse sarei ancora arrabbiata con te.
Sai, alla fine se ci penso Gianluca è come te. Forse non è un caso.
Non ha neanche trent’anni, ma è intelligente, curioso, esuberante.
Mi fa incazzare il più delle volte; anzi, mi fa incazzare in continuazione, ma quando mi ha chiesto se volevamo andare a vivere insieme gli ho detto subito di sì.
Mamma non è stata contenta, immagino che te ne renderai conto.
Anche se mi sono laureata in fretta, e bene, voleva che facessi un master all’estero, e lo farò comunque ma non è quello il punto.
Non vuole staccarsi da me, e non vuole che io acceleri così tanto, ma io sono più matura di lei alla mia età.
E tu sai perché. Per colpa tua. O merito tuo.
Non sono una ragazzina di vent’anni o poco più. Sono una donna, sicura, convinta.
Saresti orgoglioso di me, mi piace come sono diventata.
E mi piace l’idea di avere una persona a cui dedicarmi, non ho paura di iniziare una vita insieme.
Ma.
Ma Gianluca mi ha voluto parlare l’altra sera.
A tradimento, maledetto bastardo.
Eravamo a cena fuori, stavamo discutendo dei mobili della casa che abbiamo preso in affitto, parlando di soldi, di lavoro, insomma della nostra vita, e lui a bruciapelo mi ha detto:
– Parlami di tuo padre. –
– No. – è stata la mia risposta secca. Senza discussioni.
Lui non ha detto niente all’inizio.
Ha bevuto un po’ di birra, guardandomi negli occhi. Avevo le labbra serrate e gli occhi duri, lo sentivo.
E sapevo che non avrebbe mollato.
Perché te l’ho detto: è come te.
Alla fine mi ha preso la mano, me l’ha carezzata per un po’ guardandola, poi ha alzato gli occhi per fissarli nei miei, e ho capito che avrei perso.
– Io non posso vivere con una persona che si trascina dietro un peso del genere. Non posso pensare di costruire qualcosa se prima non ci liberiamo delle macerie. Non è un ricatto il mio, ma voglio che tu ti apra completamente a me, come io mi sono aperto a te. Se c’è una parte di te che mi è preclusa, allora ti devo chiedere di farmici entrare, oppure aspetterò. Ti voglio bene, penso che tu sia la donna che voglio per tutta la vita, ma non così. –
Ho iniziato a piangere. Cazzo se ci era andato giù duro.
E allora gli ho raccontato tutto. Piangendo a dirotto come non avevo fatto neanche da bambina quando mi sgridavi.
Gli dissi di quel giorno, che avevo preso un brutto voto, tu mi avevi sgridato e io ti avevo risposto male; che tu ti eri arrabbiato e mi avevi detto che non avrei più frequentato il pattinaggio finché non avessi recuperato con i voti e non mi fossi comportata bene.
Io ero ferita, ma non lo diedi a vedere, non lo faccio mai, lo sai.
Però eravamo in mezzo alla strada e non trovai niente di meglio che andarmene a testa bassa fingendo di guardare il cellulare, invece volevo solo punirti perché mi avevi sgridato.
E gli raccontai che tu avevi cominciato a chiamarmi.
– Giulia! Vieni qui. Ti ho detto: vieni subito qui! Giulia! Giulia! –
Gli ho raccontato che le tue urla erano dapprima urla di rabbia, poi improvvisamente cambiarono tono, ma io non lo capii.
Gli raccontai di quella macchina che sbucò improvvisamente dal nulla, o almeno così mi sembrò, e gli raccontai di una specie di tornado che mi scaraventò contro una macchina parcheggiata, rompendomi due costole.
Quel tornado eri tu, ti eri buttato di corsa in mezzo alla strada e mi avevi spinto verso il marciapiede, e quando mi girai, dopo quel rumore terribile, eri lì, spezzato in due, finito.
Un minuto prima ero una ragazzina arrabbiata, un minuto dopo ero un’orfana persa.
Per colpa tua, pensavo.
Perché mi avevi sgridato.
Perché avevi voluto fare l’eroe.
Perché mi avevi abbandonato.
Tutto questo ho raccontato a Gianluca, piangendo come piango ora, e sperando che gli bastasse sapere quello che non avevo raccontato a nessuno.
Ma come immaginerai, visto che sono qui, non gli è bastato.
– Tuo padre non è un eroe, Giulia. Non crederai mica che lui abbia pensato a qualcosa in quel momento? Tuo padre sapeva che tu eri la persona più preziosa al mondo per lui, e che avrebbe dovuto proteggerti a tutti i costi, anche sacrificando se stesso, se fosse stato necessario. E così ha fatto. Ma non aveva intenzione di essere un eroe, né di abbandonarti. Ha fatto solo il suo dovere, quello che tu faresti per i tuoi figli, per i nostri figli, un giorno. Ti ha regalato una bella vita, te l’ha regalata due volte. Come fai ad essere arrabbiata con lui? Devi andare oltre. E’ il momento giusto. Questo è il momento. –
E lo sai? aveva ragione.
Ho parlato con mamma, le ho detto che volevo venire a trovarti.
Mi ha chiesto se volevo vedere le foto, e le ho detto di no. Dopo, casomai; dopo le rivedrò, ma adesso no.
Adesso volevo solo dirti che mi dispiace, che anche se penso di essere una donna matura, in realtà per tutti questi anni mi sono comportata come una bambina.
Ma che ora ho capito.
Che non sei un eroe, e che non volevi farmi del male.
Sei un uomo normale, e ti ringrazio per questo.
Potrò finalmente parlare di te, e dire “Mio padre? Era una persona normale, mi dispiace che non ci sia più”.
Spero di essere normale come te, in questa vita così difficile che facciamo tutti.
Ci vediamo papà, tornerò presto.

F1.2 Challenge Strada 4

Photo by rodocarda