Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Il piccolo campo

Il titolo è un omaggio ad un libro di Erskine Caldwell che ho amato molto.

E sì, alla fine ieri sono uscito con Luca e Sergio.
Doveva venire anche Andrea, poi sai com’è lui, sempre in giro, sempre impegni, ha telefonato un’ora prima a Luca e ha detto che non ce la faceva.
Non ce la fa mai, Andrea, ormai siamo rassegnati.
Ci avrebbe fatto piacere ricreare il quartetto del liceo, ma per un motivo o per l’altro non riusciamo mai a vederci tutti insieme.
Non che noialtri ci frequentiamo così spesso, lo sai. Però succede, di tanto in tanto. Non ci siamo mai persi di vista in tutti questi anni.
Di solito c’è sempre un motivo, ormai non ci vediamo più tanto per vederci, ma quando succede…beh non è cambiato niente, sai.
Anche ieri è stato così.
La scusa era la casa nuova di Luca.
Ha preso un piccolo appartamento in Via Quintilio Varo, sai quello di “Varo rendimi le mie legioni!” ? No, certo, non sei mai stata ferrata in storia, l’arte è la tua passione.
Comunque, è una via non lontano da Cinecittà, dagli studi cinematografici intendo, e neanche tanto da casa mia, infatti sono andato a piedi.
Luca è triste in questo periodo, si è trasferito lì dopo la fine della sua storia con Laura, stavano insieme da quasi dieci anni, non proprio una famiglia tradizionale ma quasi.
E poi da un giorno all’altro la loro vita insieme è diventata sterile, senza senso. E senza figli hanno deciso di separarsi senza rancore.
Ma si vede che lui sta ancora male. Benvenuto nel club, gli avrei voluto dire ieri, ma gli voglio bene, non ha bisogno di me per questo.
Sono arrivato che Sergio era già lì, lui è taciturno e puntuale, io caciarone e ritardatario, infatti mi ha guardato male da sotto le lenti.
Eravamo d’accordo per vederci alle 7, per un aperitivo da Luca così ci faceva vedere la casa e poi saremmo andati a mangiare una pizza là vicino; sì gli ho proposto la pizzeria napoletana a Via Seiano, quella in cui siamo andati anche noi un po’ di volte, Luca voleva andare ad un cinese nuovo, insomma non eravamo convinti.
Poi ad un certo punto abbiamo guardato fuori, il sole non era ancora tramontato, anzi, faceva un caldo pazzesco, d’altronde siamo a fine giugno, e poi casa di Luca è piccola ed esposta a sud, si moriva.
Così, mentre eravamo fermi a chiacchierare, bere una birra e guardare fuori, Luca fa:
– Ma perché invece di chiuderci in un locale con questo caldo non ce ne stiamo all’aria aperta? –
– E dove vorresti andare? – gli ha chiesto Sergio, sempre razionale, mai una volta che si lanci verso mondi inesplorati, lui.
Al che Luca gli risponde:
– Ho scoperto un posto, qua vicino. E’ un piccolo campo pieno di papaveri. Una cosa pazzesca, un campo di papaveri in mezzo ai palazzi di Roma. Mi porto la chitarra, prendiamo pizza e birra e andiamo a fare gli scout come al liceo. –
Mi sono sentito morire.
Ho sorriso, ma dentro piangevo.
Non è difficile, sai, anzi: è possibile piangere e ridere allo stesso tempo.
D’altronde, quelli della faccia sono solo muscoli, puoi muoverli a comando, anche quando non vuoi. Puoi allenarti a farlo, c’è gente che sorride da una vita con la morte dentro.
Anche io sono diventato bravo, lo sai.
I muscoli non sono come la pancia, lo stomaco, il cuore.
Quelli no, quelli fanno come vogliono. Ti fanno male quando vogliono loro, e nel mio caso è sempre.
Ma i poveri muscoli della faccia anche se non vogliono devono obbedire ai miei ordini, e così gli ho intimato di alzarsi, di scoprire i denti, e di sorridere.
Dentro, piangevo.
Anche piangere senza che nessuno se ne accorga è facile.
Basta alzare un muro sulla pelle, in modo che diventi di marmo, e le lacrime non escono.
Facile, sono diventato bravo anche in questo.
E così tra l’entusiasmo di Luca e la passività di Sergio ci siamo incamminati.
Quando siamo arrivati, mi mancava il fiato: il campo era rigoglioso, i papaveri altissimi, fitti, rossi. Non l’avevo mai visto così.
Ci siamo sdraiati su una specie di collinetta, abbiamo mangiato, poi Luca ha cominciato a suonicchiare, abbiamo cantato, anche Sergio che pure non parla quasi mai.
Sempre le stesse cose, i Beatles, CSN, Battisti. Le cose che ci piacciono da sempre.
Io ero sereno, almeno così pensavo, finché Luca non ha posato la chitarra, e non ha detto:
– Che meraviglia questo posto. E’ un luogo magico. Penso che sarebbe il primo posto dove porterei una donna. –
Abbiamo sorriso: mi piace Luca, ha carattere, anche quando è giù cerca sempre di rialzarsi, non cede alla commiserazione.
Ho sorriso anche io, i miei zigomi urlavano dal dolore, ma li ho ignorati, devono fare quello che dico io.
Poi Luca mi ha guardato strano.
– Perché piangi? – mi ha chiesto.
Io mi sono toccato le guance, ed effettivamente le lacrime stavano scendendo.
Era troppo. Quel posto è troppo, e il marmo che credevo ricoprisse la pelle si è sbriciolato in un istante.
Non sapevo che dire, ma è stato Sergio a parlare.
– La foto. La foto che è stata usata. E’ stata scattata qui. Non ci sono i papaveri, ma il posto è lo stesso, ora lo riconosco. –
Io ho annuito, mentre ormai anche i muscoli si rifiutavano di obbedirmi, piangevo e basta.
Luca ha spalancato gli occhi, si è messo le mani nei capelli:
– Oddio Giulio, scusa, non lo sapevo, oddio mio non ti avrei mai portato qua, ma ci dovevo pensare, abitavate qua dietro, me lo dovevo aspettare… –
L’ho zittito con un gesto della mano, non riuscivo a parlare, ma che colpa ne hai, volevo dire con gli occhi, che colpa ne hai tu.
Forse ha capito, perché si è avvicinato e mi ha abbracciato.
E anche Sergio, così restio al contatto umano.
Non ci crederai ma siamo rimasti così, per un sacco di tempo.
Tre uomini, tre amici abbracciati.
E un piccolo campo di papaveri.

Papaveri

La finestra

Se mai vi trovaste a passare in Via Giuseppe Ungaretti, a Roma, all’altezza del civico 31, alzate gli occhi.
Incastonate sulla facciata di un bel palazzo in cortina anni sessanta ci sono ad ogni piano delle grandi finestre, quadrate e larghe, che portano tanta luce nei salotti signorili arredati con cura.
Se spingerete lo sguardo fino al quinto piano potrete forse notare una piccola macchia bianca e nera, ma dalla strada sotto al palazzo è difficile capire di cosa si tratti.
Allora se siete incuriositi vi consiglio di attraversare la strada e di allontanarvi un po’, così da avere una vista migliore di quella finestra.
Se la vostra vista è ancora buona, certamente più della mia, non avrete difficoltà a capire cosa sia quella macchia: è un panda. Un peluche di un panda appoggiato sullo schienale di un divano, e affacciato alla finestra come a guardare fuori.
Tornate indietro ora, e fate un giro dei negozi della zona.
Se sarete gentili e farete le domande giuste verrete a saprere che quel panda è li da molto, moltissimo tempo. Qualcuno vi dirà “da sempre”.
Non chiedete altro, potreste scoprire che il quartiere protegge molto chi abita nell’appartamento con il panda, vi rendereste antipatici.
Se siete proprio curiosi però potreste aspettare.
Tanto, se siete passati di mattina presto non dovrete aspettare molto perché al massimo verso le 9 li vedrete uscire.
Non potete sbagliarvi, sono proprio loro.
Due bei vecchi, che camminano piano sottobraccio.
Lui è alto, con pochi capelli, porta degli occhiali da sole per proteggere gli occhi e cammina aiutandosi con un elegante bastone di legno scuro, oltre ad appoggiarsi alla moglie.
Lei ha dei bellissimi capelli sale e pepe che porta ancora lunghi – cosa strana per le donne della sua età – intrecciati su un lato.
E’ più giovane di lui e cammina ancora eretta e con un’espressione allegra sul volto.
Se vorrete salutarli, senza far trapelare la vostra curiosità, ricambieranno di sicuro: sono persone socievoli, gentili, educate.
Ma vi consiglio di rimanere a distanza e di guardarli senza disturbarli.
Il loro ecosistema è delicato e basterebbe poco per rovinare la loro giornata, e qui, qui gli vogliamo tutti bene.
Seguiteli pure, li vedrete di sicuro entrare un un bar, scambiare due parole con il ragazzo dietro il bancone, prendere due caffè macchiati e un cornetto che si divideranno.
Poi lui forse comprerà un giornale, o forse no: talvolta la vista lo disturba a tal punto che leggere è una sofferenza.
Se hanno bisogno di qualcosa per la spesa di solito entrano in un piccolo negozio gestito da pakistani per prendere due pomodori e un pezzo di pane.
Le persone della loro età non hanno più tanto bisogno di mangiare, ormai, né di dormire.
Ma lo sento che la vostra curiosità è ancora insoddisfatta! E allora sedetevi alla fermata dell’autobus vicino al bar, loro arriveranno di sicuro tra poco.
Eccoli: che vi avevo detto?
Si siedono sulla panchina, chiacchierano un pochino, poi l’autobus arriva e salgono.
Quasi sempre lei si siede nella direzione opposta al senso di marcia e lui di fronte a lei ma in diagonale: è troppo alto, le ossa poi gli fanno male e non riesce a sedersi di fronte alla moglie.
E così il tragitto avviene per lo più in silenzio: lei guarda fuori, lui legge il giornale oppure si limita a borbottare.
Ogni tanto lei gli passa una mano sulla guancia ruvida, lui fa finta di non accorgersene ma dentro è felice.
Se siete saliti con loro rimanete a distanza, non li disturbate.
Questo, tutti i giorni della loro vita, è allo stesso tempo il momento più felice e più disperato della loro giornata, e lo devono vivere da soli.
Non preoccupatevi di perderli, sono anziani, camminano piano, e inoltre scendono al capolinea. Voi aspettate un minuto poi scendete dopo di loro.
Appena fuori dall’autobus si dirigeranno spediti verso il banco 39, dalla signora Luisa.
Ormai sono anni che si servono da lei, sono diventati amici: chiacchierano un po’, poi Luisa prepara i fiori.
Li sceglie lei, ogni giorno diversi secondo la stagione e l’umore, e loro sono sempre contenti.
Pagano, ringraziano, e poi si avviano piano attraversando il grande piazzale, verso la porta principale che immette al viale alberato che costeggia le prime costruzioni in marmo.
Non vi preoccupate, anche se il Verano è molto grande non dovrete fare molta strada.
Li vedrete fermarsi dopo poche decine di metri e rimanere un attimo in silenzio.
Lui resta in piedi, le mani dietro la schiena, l’aria severa che serve solo per mascherare quello che ha dentro.
Lei si accovaccia, prende i fiori di ieri che sono ancora rigogliosi e li distribuisce su altre tombe là vicino, poi mette i fiori freschi che ha preso da Luisa.
Accarezza la lapide con una mano e dice qualcosa.
Se vi avvicinate fingendo di andare a visitare una tomba vicino potrete forse di sfuggita vedere la foto, e magari una data, 1976.
E sentire lei che racconta qualcosa.
Andate più vicino, ora non vi vedono più, non in questo momento.
Sentirete la donna raccontare storie, storie di persone, di avvenimenti, di parcheggi sbagliati, di cani che scappano dai padroni, di bambini che si sbucciano le ginocchia, di buste della spesa rovesciate, di ragazzi che ridono, di musica troppo alta, di rami caduti durante un temporale, di fidanzati che si baciano nell’ombra, di cartelloni pubblicitari troppo grandi, di adulti che litigano e di amici che si incontrano.
La sentirete parlare del caldo, o del freddo, o del vento, o della pioggia, o delle nuvole, o del tramonto, o dell’alba, o del sole, o della luna, o delle stelle.
La sentirete raccontare di tutte le persone che salutano passando, del giornalaio, del panettiere, della maestra di scuola ancora arzilla, della ragazzina diventata donna con tre figli, del meccanico in pensione, e della famiglia di cinesi che gestisce un negozio.
La sentirete raccontare tutto quello che quel piccolo panda vede dalla finestra.
Poi, una volta finite le storie di oggi la donna si rialza, si stira la gonna con un gesto istintivo, riprende sotto braccio l’uomo che è rimasto fermo e immobile tutto il tempo, e lentamente ritornano verso l’autobus.
Fermatevi qui. Non li seguite più, non c’è bisogno.
Ma la prossima volta che passerete di lì, sotto quella finestra, non vi dimenticate di fare un saluto.
Allegri, mi raccomando, le lacrime le abbiamo già usate tutte.

panda finestra

La scrematura delle amicizia facebook

Prima o poi quel momento tanto temuto arriva per tutti.
Vi siete invaghiti di una biondona amica di un’amica di un’amica, conosciuta durante un noiosissimo aperitivo di lavoro, e come primo passo verso l’intortamento decidete di chiederle l’amicizia su Facebook, quando vi compare il terribile segnale: “Hai raggiunto il limite di 5.000 amicizie. Non ne puoi aggiungere altre”.
Cazzo! E ora?
Non posso NON chiedere l’amicizia a questa supertopa, pensate, quindi dovrò cancellare qualcuno dei miei amici.
Ma chi?
Ecco, se siete tra quei sentimentaloni che conservano anche i vasetti dello yogurt nella credenza, e quindi figuriamoci se riuscite a staccarvi da qualche essere umano, questo prontuario fa per voi.
Se seguirete le istruzioni e i suggerimenti non solo vi ritroverete con un sacco di spazio libero per biondone, morone, e “one” di vario genere, ma ci avrete di sicuro guadagnato in salute mentale.
Ecco una facile lista di persone che potete eliminare senza rimpianti.

1. Le ex fidanzate
Se siete delle persone normali, di età superiore ai quaranta anni, tra le vostre amicizie facebook c’è un numero imprecisato di ex fidanzate, numero che a secondo della vostra solerzia sessuale può andare dalle 10 alle 50 unità.
Eliminatele. Tutte. Senza indugio.
Perché VOI pensate che dopo l’amore ci possa essere una bella amicizia, che il sesso di venti anni fa sia un dolce ricordo, che esservi sposato con una conosciuta da due mesi dopo essere stati fidanzati in casa per dieci anni siano cose che fanno parte degli eventi della vita e sono semplicemente il bagaglio della nostra esperienza.
Loro no.
Loro pensano solo che siete uno stronzo puttaniere, e se fanno finta di niente è per non farsi bannare e continuare a farvi la macumba, sperando vi venga un’orchite cronica associata con una colite spastica.
Le donne non dimenticano, non vi illudete.
Eliminare. Subito.

2. Quelli che si chiamano come voi
Magari non tutti, ma almeno un buon 50%, eliminateli prontamente.
Se vi chiamate di cognome “Cantoridinorimberga” e avete passato più di trenta anni pensando che oltre alla vostra famiglia ci sia solo un piccolo nucleo di “Cantoridinorimberga” a Ravenna, beh, avete pensato male.
Una volta che vi iscrivete a Facebook vi chiederanno l’amicizia novecento “Cantoridinorimberga”, residenti nei posti più disparati, dalla Papuasia a Timbuctu.
I più intraprendenti avranno creato un gruppo che si chiama “Noi, i Cantori di Norimberga” in cui si cerca di stabilire quanto siano fighi i Cantori e tutti i Cantorini, rispetto a qualsiasi altro cognome del cazzo sull’orbe terracqueo.
Non bastasse, se il vostro cognome è abbastanza strano vi contatteranno anche varianti esotiche.
E allora ecco che siete amici anche di un centinaio di “Maestricantoridinorimberga” e altrettanti “Cantoridispilimberto”.
Insomma, fate ‘na strage, e spazzate via metà dei vostri omomini.
Senza pietà.

3. I compagni di scuola
Una delle scuse più gettonate per giustificare la propria presenza su Facebook è “così posso ritrovare e rimanere in contatto con i vecchi compagni di scuola che avevo perso di vista da tempo”.
Ragazzi. Ma a chi vogliamo darla a bere?
la verità è che il 90% dei compagni di scuola ci stava sul cazzo, e l’altro 10% (femmine) avremmo voluto trombarcelo ma ci ha dato il due di picche.
Se avete visto “Compagni di scuola” di Carlo Verdone sappiate che la realtà è ben peggiore.
Anzi. Sono certo che lo sapete già.
Perché in verità l’unico motivo per cui abbiamo accettato la loro amicizia è la vaga (e vana) speranza che quella compagna così carina, con quel bel personale, sia diventata una splendida cinquantenne, e che magari finalmente riusciremo a portarcela a letto.
Pur di raggiungere questo bieco scopo abbiamo dovuto accettare l’amicizia di decine di perfetti sconosciuti che hanno di noi solo una cazzo di foto del millenovecentosettantatré in cui eravamo pieno di capelli e vestiti come deficienti.
Inutile dire che le compagne di scuola dal bel corpicino non hanno mantenuto le promesse, e quelle che le hanno mantenute continuano a non darvela.
Invece quelli che vi stavano sulle palle all’epoca continuano a essere dei fastidiosissimi rompicoglioni e a darvi i cazzotti sul braccio come se foste in quinta elementare.
Datemi retta. Fate finta di essere analfabeti, e dimenticatevi della scuola.

4. I blogger maledetti
Chi non ha un blog al giorno d’oggi?
Ormai anche le massaie e le nonne.
E ovviamente per promuovere il proprio blog senza spendere una lira si usa il buon vecchio caro facebook.
Quindi per ogni blogger moderato (tipo me) ce ne sono cento aggressivi nella loro operazione di marketing, che ti tempestano di like sperando di riceverne qualcuno in cambio, che intervengono su ogni tuo post per esser ricambiati ma soprattutto che arano le tue amicizie per accrescere il numero di LORO fan.
Il blogger maledetto non è tutto sommato pernicioso, anche perché quando lo avete individuato basterà non cagarsi più i suoi post chilometrici e inevitabilmente anche lui o lei finirà per sfumare via lontano.
Ma se vi serve qualcuno da rimuovere senza rimpianti, il blogger maledetto è quasi sempre il primo della lista…

5. I colleghi di lavoro
Nessuna persona sana di mente darebbe l’amicizia facebook ad un collega di lavoro.
Il motivo?
Mi pare ovvio. Perché mentre voi avete tatticamente scelto la scrivania all’angolo, in modo da chattare con tutto l’universo intero senza che nessuno se ne accorga, se anche uno solo dei vostri colleghi è in grado di vedere la vostra bacheca saprà che non solo postate stronzate a ripetizione, ma che il tasso di risposte che date sui nmila gruppi di cui fate parte è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa degna di questo nome.
E perché avete ceduto, se siete perfettamente sani di mente?
Beh, come sempre c’è di mezzo la topa. La gentile, simpatica, biondissima nonché tettutissima collega del quinto piano.
Che tacchinate inutilmente da dieci anni, ma che vi ha rivolto la parola accorgendosi della differenza tra voi e una processionaria solo quando avete nominato la parola magica: “Capricorno”.
Solo allora vi ha concesso dieci minuti del suo preziosissimo tempo, togliendolo al rifacimento del trucco, e permettendovi di sbirciare nella scollatura della camicia mentre vi rincoglioniva con la sua teoria del tutto, in cui anche Einstein era un genio solo perché aveva l’ascendente in Ofiuco.
E alla fine avete accettato la sua richiesta di amicizia nella vana speranza di andare a meta, ma ottenendo come unico risultato di trascinarvi dietro l’amicizia facebook di tutto il quinto piano, che si muove come un sol uomo in formazione a testuggine quando si tratta di rompere i coglioni.
A questo punto, dato che la biondona non ve l’ha mai data e per di più le tette sono ormai scese di almeno dieci centimetri rispetto all’eclittica, eliminate lei e tutti quelli del quinto piano.
Alla peggio, tornerete a farvi i cazzi vostri come ai bei tempi.

6. I genitori dei compagni di vostro figlio
C’è solo una cosa peggio dei compagni di scuola, quando si tratta di facebook: i genitori dei compagni di vostro figlio.
Quando vi siete presentati giacca e cravatta d’ordinanza alla prima riunione di classe eravate il classico genitore modello.
Serio, compunto, occhialetto sul naso, proprietà di linguaggio, simpatico con le signore, cordiale con i papà, biglietto da visita prestigioso.
Non che ciò non sia vero.
Ma questo è nella vita reale.
Su facebook siete un cazzaro di prima categoria, condividete tutti i post di lercio e le migliori frasi di Osho, non passa giorno senza una foto di Charlize Theron, le parolacce si sprecano.
Poi la mattina accompagnate il pargolo a scuola e rimettete la maschera del bravo papà.
Ma prima o poi qualcuno vi incastrerà chiedendovi l’amicizia su facebook e per pigrizia o indifferenza voi la concederete, e a quel punto ogni giorno vi accorgerete che c’è qualcuno che davanti scuola vi guarda in tralice, ogni giorno peggio, finché non vedrete qualcuno che si dà di gomito, e maledirete di aver postato le tette di quella tipa incontrata in treno.
Forse sono da eliminare per primi.

7. Le tope incerte
E’ un meccanismo inevitabile, pavloviano per certi aspetti, che conoscete bene ma al quale non potete sottrarvi.
Non appena ricevete la richiesta di amicizia da parte di qualcuna che sembra una topa galattica voi la accettate senza nessun controllo.
Tanto più che ormai veleggiate verso i 5.000 contatti e non ha neanche più senso essere selettivi.
Tra l’altro nel corso del tempo qualcuna si è rivelata essere veramente una topa galattica, cosa che in un paio di occasioni avete potuto toccare con mano (si parla sempre di attività intellettuali, ovviamente).
Ora, si dà il caso che voi non lo sappiate, ma da studi accurati fatti dalla Facebook Inc. si rivela che nel 94,73% dei casi almeno una delle tope galattiche che vi ha chiesto l’amicizia è un fake dietro il quale si nasconde vostra moglie.
Ella, che dichiara una totale incompetenza informatica ma che di sicuro ha qualche amico che la tacchina e che farebbe di tutto per sputtanarvi, ha creato un profilo credibilissimo, e non solo si impiccia delle vostre cose – il che sarebbe anche legittimo, diciamocelo – ma vi stimola in chat a essere particolarmente estroverso e non passa giorno che non aggiunga stampate al faldone denominato “Causa di divorzio”, di cui ovviamente voi non siete a conoscenza.
Ecco, se dovessi suggerire chi eliminare per fare spazio tra i vostri amici io schianterei tutte le tope che non conoscete di persona (cioè la quasi totalità).
In questo modo di sicuro eliminate il pericolo-moglie.
Poi, a riaggiungerle piano piano fate sempre in tempo…

La finirei qua.
A occhio e croce se avete seguito le mie indicazioni avete dimezzato almeno il numero di amicizie facebook e fatto spazio per la biondona.
Già che ci siamo, consiglio finale: alcune delle categorie sopra indicate, date retta a me, non le reinserite. Vi porteranno solo fastidi.
Fate eventualmente un’eccezione per le tope incerte.
Hai visto mai…

5000Friends-2

6 Agosto 2013

Quando tutto questo sarà finito

Quando anche l’ultima parola sarà stata detta
E l’ultima lacrima versata

Quando tutte le vecchie foto saranno state tirate fuori dai cassetti
E ogni storia raccontata

Quando avremo bevuto l’ultima bottiglia di vino in tuo onore
E tutti i fiori sistemati

Quando ci saremo abbracciati dicendoci che ci vogliamo bene
E promettendo di rivederci

Rimarrà solo il dolore, a tenerci compagnia
Come uccelli lontani in un tramonto invernale


Magnolias for Renato

Psicopatologie da social network

Diciamocelo: la stragrande maggioranza di coloro che frequentano facebook e i social network in generale sono persone normali.
Che poi per “normale” intendo persone come voi e come me, persone belle, brutte, simpatiche, antipatiche, timide, estroverse, insomma tutto il range delle personalità che riscontriamo nella vita di tutti i giorni.
Poi però le peculiarità dell’interazione sui social ha sviluppato delle psicopatologie che spesso rendono la vita difficile a chi avesse avuto la cattiva idea di accettare l'”amicizia” di questi personaggi.
Dall’alto della nostra pluriennale esperienza da rompicoglioni, vogliamo fornirvi gli strumenti adatti per identificare, descrivere e laddove possibile eliminare queste persone.
A proposito: se vi ci riconoscete, è stato bello parlare con voi 🙂

Piaciatore folle
Apparentemente il piaciatore, e la sua versione folle, è il meno pernicioso dei malati mentali che affollano i social network.
Ha però la sgradevole caratteristica di venire fuori alla distanza, al punto che prima o poi non sopporterete più la sua presenza.
Il piaciatore folle cosa fa? Niente, si limita a mettere il “like” a qualsiasi stronzata voi diciate, e alle risposte di tutti i vostri amici.
E non lo fa solo con voi, ma con tutti.
Quando il piaciatore folle si collega, comincia a sparare like all’impazzata fino a farsi venire l’infiammazione al tunnel carpale.
Magari lo facesse per attirare l’attenzione.
No.
Il piaciatore folle lo fa perché è buono.
E non c’è niente di peggio di una anima buona che vuole seminare la sua bontà in giro per il mondo.
Dopo un po’ lo odierete, perché nessun vostro post potrà essere abbastanza insulso da evitare il “plink” del like istantaneo da parte del piaciatore, e nessuna battuta, ironia, insulto, potrà fermarlo.
Chiamatelo nei peggiori modi, e lui vi metterà il like.
Allora banniamolo! è la risposta apparentemente più semplice.
Eh no. Non si può.
Intanto il piaciatore folle, come detto, è buono. Poi spesso è solo. Fa così per attirare l’attenzione.
E con quale coraggio voi bannereste una persona buona?
Siete senza cuore.
La soluzione è più subdola, e richiede comunque una certa dose di cinismo, ma è indispensabile per sopravvivere.
Dovete escluderlo dai post, soprattutto quelli importanti.
Ogni tanto però scrivete qualche stronzata delle vostre, un bell’aforisma, una vignetta simpatica, un video di gente che si sfracella in motorino, e fateglielo piaciare, come fareste con un cagnolino al quale una volta ogni tanto lanciate il biscottino.
Però poi il filetto ve lo mangiate voi, ecchecazzo.

Cuoricinaio
E’ una specie di psicopatici quasi esclusivamente appartenente al genere femminile.
Il cuoricinaio, o meglio LA cuoricinaia, dimostra l’approvazione per le vostre cose piazzando uno, due, o molteplici cuori.
Mai una faccina, un ok, neanche un pollicione.
No.
Cuori rosso sangue che palpitano sullo schermo, neanche foste George Clooney in caffetteria.
Ora, un uomo che ormai abbia preso la sua quantità di due di picche come voi e me (voi più di me), sa benissimo che quando una donna vi mostra il cuore, non vuol dire necessariamente che ve la vuole dare.
Anzi.
Spesso le due cose sono in antitesi.
Purtroppo però su facebook girano molti esseri umani di sesso maschile ancora implumi, i quali alla vista di due o tre cuoricini da parte di una signora, magari con una foto profilo con le tette bene in vista, sognano già di andare a meta.
E quindi partono in quarta con commenti sdolcinati, battutine sagaci, link a canzoni (per lo più quattro quarti con florilegio di violini), ricevendo in cambio altre tonnellate di cuoricini.
Ahimè, patata poca però.
Per fortuna le cuoricinaie, sottospecie diffusissima della famosa “donna profumiera” di cui ho parlato QUI, sono molto romantiche, sensibili, e permalose.
Per evitare di cadere nella loro sdolcinata ma asessuata trappola, un bel “vaffanculo” al momento giusto (subito) risolverà il problema per sempre.
Perché sappiatelo: le cuoricinaie la danno. Ma non a voi.

Uppatore
Ci sono persone che hanno un account facebook ma si collegano raramente, vuoi per motivi di lavoro, o perché lo strumento non li gratifica abbastanza.
Fin qui ci può strare.
Ma l’uppatore quando poi finalmente si collega decide di rimettersi in pari con le settimane o i mesi in cui non è stato presente, e quindi prende una per uno le bacheche dei suoi sfortunati amici (tra cui voi), e commenta, o mette dei like a TUTTI i vostri post degli ultimi mesi.
Compreso quello in cui avete litigato pubblicamente con vostra moglie e che eravate riusciti a far passare sotto silenzio con grande fatica.
O l’evento in cui avete invitato quella vecchia amica del liceo…(sì quella) ma non l’altra, e che con un escamotage avevate nascosto con successo, e invece oggi grazie all’uppatore compare in prima fila nella timeline di tutti.
Oppure quel flame sulle elezioni europee che vi è costato l’amicizia di una decina di grillini, che il vostro amico uppatore decide simpaticamente di ravvivare con la frase “Me lo dicevi giusto l’altra sera che li volevi bruciare tutti vivi, e io concordo con te”.
Che poi sono due mesi che non vi vedete, ma per uno che entra su facebook una volta a settimana, due mesi è come dire ieri.
L’uppatore distrugge il normale fluire degli eventi, vi impedisce di concentrarvi sul “qui e ora”, e vi costringe a riprendere discorsi morti e sepolti, oppure cancellare interi thread.
Lo so, avete provato più volte a spiegargli in privato il meccanismo, e le sue conseguenze, ma a quanto pare non lo ha capito, o se ne frega bellamente.
L’uppatore spesso è un caro amico d’infanzia, qualcuno che conoscete di persona, che vi vuole bene.
Come sei può bannarlo?
Beh, si può. Bannatelo. Tanto non se ne accorgerà, sarà impegnato a rompere le palle sulle bacheche altrui.
Se vi chiede qualcosa, dite che avete sospeso l’account per mancanza di tempo.
Vi risponderà: “Peccato, era così interessante leggere i tuoi post”.
Se. Come no. Come le previsioni del tempo dell’anno scorso. Mavvaffanculovà.

Attaccabrighe
Ognuno di noi ha uno o più amici attaccabrighe. Io, ad esempio, ho me stesso.
Però l’attaccabrighe normale è uno che si infervora in un discorso, alza la voce, poi magari si incazza e ci litighi.
L’attaccabrighe patologico facebook invece è uno che gira sulle bacheche altrui per mettere commenti ad una discussione che non lo riguarda, e fare incazzare tutti gli astanti.
Ad esempio si parla di un fatto di cronaca in cui c’è stata una violenza o un femminicidio, voi ne discutete più o meno animatamente con gruppi di uomini e donne che esprimono pareri condivisibili o meno, rabbiosi o meno, ma sempre nell’ambito di una civile argomentazione, e improvvisamente arriva l’attaccabrighe che scrive “Ma l’avete vista come era vestita quella? Se l’è proprio cercata”.
Da quel momento in poi la vostra bacheca diventa una specie di Waterloo, in cui voi ovviamente siete Napoleone.
L’attaccabrighe sarà quindi protagonista di un paio di scambi al vetriolo con i vostri amici, ne sparerà un altro paio ancora peggiori, per poi sparire, magari anche indignato.
Il vantaggio dell’attaccabrighe è che di solito tutto si conclude con un vaffanculo collettivo e voi potete bannarlo senza remore, tanto ormai quella biondina che stavate tacchinando da un mese, per colpa sua sta procedendo ad un due di picche epocale.
Il problema è che gli attaccabrighe apparentemente si moltiplicano, su facebook, e per uno che ne bannate ne usciranno sempre di nuovi.
E di biondine interessanti invece non è che ce ne stanno poi tante.

Indifferente
Ora, se voi siete un simpatico istrione cazzaro estroverso come il sottoscritto, la cosa che desiderate di più è il consenso del pubblico.
Diffidate da chi vi dice “lo faccio solo per me stesso”.
Se. Ma de che.
A noi piace che gli altri si interessino alle nostre cose, che le condividano, che le discutano, che magari ogni tanto ci facciano anche qualche complimento.
E quindi la categoria di esseri umani che più ci sconquassa il sistema nervoso è quella degli indifferenti.
Ora, nella vita reale gli indifferenti vengono di solito evitati dai cazzari estroversi.
Ma qua sui social network non solo è impossibile, ma si crea anche una sottile competizione.
Sì, perché l’indifferente spesso è solo un rosicone che non ti vuole dare la soddisfazione di ammettere che hai scritto una cosa carina, postato una bella foto, fatto una battuta simpatica.
Ne tracci le gesta e scopri che non solo mette like a tutta callara sulle bacheche di chicchessia, ma è simpatico, arguto, empatico.
Con tutti.
Tranne che con te.
Te gli stai sul cazzo, oppure gli sta sul cazzo che stai simpatico a qualcun altro.
Poco importa, fatto sta che più tu ti ostini ad andare sulla sua bacheca, piaciargli la qualunque, entrare in tutte le sue discussioni dandogli ragione, egli (di solito è dello stesso sesso) non ti cagherà neanche di striscio, come dicono a Versailles.
L’indifferente è in grado di provocare danni al tuo fegato che neanche una cassa di Tavernello.
Come potete ridurre l’impatto che questo delinquente ha sul vostro sistema nervoso?
Dovete farlo incazzare, ma molto. E non esiste un modo onesto, ve lo dico subito.
Ci sono diversi metodi, ma è troppo lunga per elencarli tutti: sappiate solo che normalmente una foto taroccata con voi due ubriachi e due stripper, postata sulla bacheca della moglie il giorno del loro anniversario di matrimonio fa sempre un bell’effetto.
Nella peggiore delle ipotesi si incazza la moglie: va bene uguale, così s’impara.

Tacchinator
Non ci nascondiamo il fatto che facebook è una delle piattaforme più utili per il tacchinaggio reciproco tra uomini e donne (o anche tra uomini e uomini, donne e donne, etc).
Anzi: è nato per quello.
E in un sano regime di democrazia ognuno fa quello che vuole, anche passare tutto il giorno a mandare fiori e pensierini sulle bacheche di tutte le signorine che hanno almeno la terza di reggiseno.
Il tacchinator però è particolarmente pernicioso, perché questa attività di tacchinaggio la esercita sulla vostra bacheca.
Non appena intravede una vostra amica potenzialmente interessante, comincia ad intervenire simpaticamente ogni qualvolta ella si manifesti.
Il suo (malcelato ma non tanto) scopo è di arrivare ad un livello di confidenza tale con la tipa da poterle poi chiedere l’amicizia, e chissà, in futuro anche qualcos’altro.
Il tacchinator quindi si muove in parallelo sulle bacheche di tutti i suoi amici ed è facilmente identificabile: se l’argomento è solo o preponderantemente maschile (calcio, pesca a strascico, gara di rutti), non si fa mai vedere; quando invece si affronta l’importanza di Tagore sul neoromanticismo, eccallà, il tacchinator spunta come le papere se buttate un pezzetto di pane nel laghetto di Villa Ada.
Per fortuna è facilmente neutralizzabile.
Il tacchinator conta infatti implicitamente sul fatto che voi, come una volta si presentava agli amici single qualche ragazza alle feste, lo aiutiate in questa sua opera di pavoneggiamento, o quanto meno vi facciate i cazzi vostri.
Invece no, non lo fate.
Alla prima battuta smerdatelo pubblicamente, e scrivete in privato alla vostra amica che è un coglione e che vuole solo provarci con lei.
Occhio però: se mai il tacchinator dovesse alla fine mettersi con la vostra amica, la simpatica figura di merda l’avrete fatta voi…

Markettaro
E’ una versione peggiorativa del tacchinator, in quanto almeno quest’ultimo fa un’attività che il nostro DNA ci ordina di portare avanti da qualche milione di anni, ma lo fa solo in maniera scorretta.
Il markettaro invece non promuove se stesso, ma le sue attività.
Se il markettaro tanto tanto è il titolare di un’azienda, e ogni tanto ci sbatte il link della sua azienda biologica di marmellate al gusto di noce moscata, si può anche tollerare.
Il problema serio nasce quando il markettaro si ritiene un artista: qui sono dolori.
Perché ogniqualvolta ne avrà l’occasione vi piazzerà il link alla sua pagina facebook da piaciare, una foto mossa e sfocata che “pure Capa le faceva male”, o una terribile poesia d’amore, scritta per una buzzicona di Frosinone che non se l’è mai filato.
Pure Leopardi ha preso i suoi bei due di picche, ma almeno ha scritto dei capolavori.
Il markettaro andrebbe bannato subito, ma poi andrebbe a fare danni sulle bacheche degli altri, quindi qua si presenta la necessità di mettere in piedi una seria attività didattica e pedagogica.
Bisogna mettere a confronto il markettaro con la realtà dei fatti.
E quindi ogni volta che mette una foto, voi dite “mi ricorda questo scatto di Steve McCurry” e piazzatelo lì.
Se sono poesie, “Ah, ma è la stessa tematica affrontata dalla Merini” e giù la poesia della Alda.
Se il disgraziato ha una band rock, consiglio la versione live di Barcellona di “Thunder Road” di Bruce Springsteen.
Un paio di bordate del genere, e tornerà al suo lavoro al catasto senza sminuzzarvi più le gonadi.

Saputello
Quella dei saputelli è un’altra categoria di rompicoglioni che infesta le bacheche di mezzo universo virtuale.
Sono quelli che hanno un minimo di conoscenza di un argomento, o – peggio – tengono sempre aperta wikipedia, e non appena si parli di qualsiasi argomento sul quale possano disquisire con successo cominciano a precisare, puntualizzare, spiegare, dettagliare.
Non importa che voi stiate chiacchierando oziosamente, o cazzeggiando, lui vi deve precisare che l’osmio è più denso del piombo, o che il sedano è uno dei pochi elementi a calorie negative, o che il Bee Gees avevano una sorella maggiore.
E guai a contestare le sue affermazioni: il saputello AMA avere ragione, quindi con tutta probabilità si sarà documentato, avrà confrontato le fonti, e sarà molto difficile che sbagli.
Solo, a noi non ce ne po’ fregà de meno.
E allora come possiamo evitare che ogni volta che l’argomento dei nostri post esuli dal cazzeggio pure, arrivi uno o (dio non voglia) più saputelli a triturarci gli zebedei?
Di solito il saputello è anche permalosetto. Ovviamente dà per scontato che voi possiate verificare le sue affermazioni (cosa che fate regolarmente) e controllare che non dica sciocchezze (purtroppo è vero).
Ma qui non siamo in tribunale.
Basterà perciò che con sistematica puntualità ogniqualvolta un saputello faccia la sua comparsa sulla vostra bacheca voi rispondiate con una semplice frase: “Ma che cazzo stai a dì!”
Inizialmente si agiterà, sbraiterà, metterà altri link sempre più dettagliati, ma se voi tenete duro e continuate con i vostri “Ma che cazzo stai a dì”, vedrete che prima o poi si autoeliminerà.
Ah. Vi ho sentito, eh!?

Citazionisti
E va bene, non è che tutti dobbiamo essere colti e preparati.
Non tutti hanno potuto leggere migliaia di libri, e qualcuno pur avendoli letti, magari non si ricorda una mazza (io per esempio).
Però anche affrontare la vita a colpi di aforismi e citazioni non è bello.
Ci sono bacheche in cui non compare un pensiero originale neanche a pagarlo.
Il citazionista è uno che di solito si sorprende piacevolmente ogni volta che legge qualcosa che sembra (o è) particolarmente arguto, e di cui non ha mai avuto sentore prima.
Non è raro trovare degli “Eppur si muove”, o “Perché non parli” fino a “T’amo pio bove” nei casi più disperati.
Frasi di poesie, frammenti di discorsi epocali, dichiarazioni di guerra, proclami pacifisti, tutto viene riciclato e diventa materiale per i citazionisti.
E magari si limitassero a quello.
Ci sono quelli abbonati a vere e proprie fabbriche di simpatiche e divertenti citazioni, come spinoza.it, che addirittura forniscono la cazz…volevo dire la citazione con tanto di grafica e foto ritoccata per le citazioni multimediali.
Insomma, un citazionista accanito ha materiale per anni a venire.
L’unico punto a favore del citazionista è che di solito non sporca, non intasa la bacheca altrui, non pretende che tu sia d’accordo con lui, si limita a gettare al mondo il suo messaggio nella bottiglia; solo che la bottiglia non è la sua e il messaggio l’ha scritto qualcun altro.
Il citazionista diventa pernicioso soprattutto in branco: quando tra i vostri amici avete un numero di citazionisti che supera il 5%, la vostra timeline verra intasata di amene porcherie, e per leggere qualcosa di sensato dovrete sorbirvi tonnellate di quadratoni rosso fuoco, mici, filosofi e ultimamente anche gufetti.
Diventa a quel punto necessario scremare.
Suggerisco come metodo di non avere più di uno, massimo due amici citazionisti. Se ognuno di noi facesse così, la specie si estinguerebbe rapidamente, tranne quegli esemplari da preservare tipo panda gigante per uno zoo del futuro.
Non dimenticate: prima di bannare i citazionisti in sovrannumero mandate loro un messaggio privato con scritto: “Alea iacta est”.
Loro capiranno.

Thumb up

Angelo Custode

Improvvisamente mi sveglio, e capisco che è ancora notte fonda.
Tengo gli occhi chiusi cercando di riaddormentarmi, ma invano.
Non sono emerso nello stato di dormiveglia, no; sono passato direttamente dal sonno all’acutezza dei sensi, e questo non mi fa ben sperare sulla possibilità di continuare a riposare.
Sono infastidito, mi aspetta una giornata pesante e quelle seguenti non saranno meglio: un viaggio di lavoro, notti fuori casa, cene da solo.
Apro gli occhi al buio, tanto so che non riprenderò sonno facilmente.
Il suono regolare e lento proveniente da mia moglie mi dice che dorme profondamente.
Dalla camera dei bambini arrivano i loro respiri: ho imparato a distinguerli, e ad ascoltarne uno per volta, se voglio. Capacità di genitore, utili per controllare la cucciolata in ogni momento.
Sbircio l’orologio: le 4.07.
Rimango supino, quando improvvisamente mi rendo conto che a parte il respiro di mia moglie e dei bambini non ci sono altri suoni: la casa sembra immersa in una bolla di silenzio.
Niente rumori dei vicini, niente radio per la strada, niente auto lungo il vialone trafficato, niente sciacquone di qualche anziano insonne, niente di niente.
Cigola leggermente una serranda, ma è solo un attimo, e poi il silenzio si riprende il suo spazio.
E’ quando tutti i peli del mio corpo si rizzano all’istante che percepisco nettissima la sensazione di non essere solo, solo con la mia famiglia.
Mi metto seduto di scatto sul letto, e poi mi alzo, a piedi nudi, cerco di non fare rumore.
Vado prima nella camera dei bambini, mi fermo, ritto, al buio, apro i sensi al massimo, ma non mi sembra di percepire nulla.
Torno indietro, prendo il corridoio, e comincio a camminare piano, appoggiando appena i piedi, i peli sempre ritti sulle braccia, sulle gambe, sulla nuca.
Sudo freddo, e bagno la maglietta in pochi secondi.
A qualche metro di distanza, vedo una luce che emerge dalla porta della cucina: è fioca, non brilla, scura quasi come la notte, di un altro colore rispetto a quella della lampadina, tremolante, ma è una luce.
Se possibile vado ancora più piano, il cuore mi batte all’impazzata nel petto, ma non ho paura, stranamente.
Entro in cucina, appoggio una mano al frigorifero, e lui è lì.
È seduto, con delle scarpe di pelle lise, un paio di pantaloni di fustagno marroni, e la sua giacca a quadri di colore indefinito.
Mi guarda, ha un sorriso amichevole, forse leggermente ironico.
Non so come sia possibile che il cuore passi istantaneamente da duecento battiti al minuto a zero, ma è quello che mi succede.
Mi dice:
– Devi partire anche oggi, vero? –
Non sono sicuro di sentire delle parole, ma è quello che mi dice.
Annuisco, non ho il coraggio di parlare.
Lui contrae la bocca leggermente in una smorfia, poi scuote la testa molto lentamente. Sembra un rimprovero.
– Non andare, rimani qui. Hai ancora molte cose da fare. Tanto io ti aspetto, non ti preoccupare, dove potrei andare? – e mi strizza l’occhio con un gesto di intesa, che ho visto molte volte.
È in questo esatto momento che svengo, afferrandomi alla tovaglia e trascinando a terra con me tutto quello che c’è sopra.

Quando mi sveglio sono nel mio letto; è ancora buio ma vedo qualche bagliore lontano filtrare dalla finestra.
La luce della camera da letto è accesa, mia moglie è in piedi e mi guarda, una mano sulla bocca; è spaventata.
I ragazzi cercano di entrare, sembrano spaventati anche loro, mia suocera li tiene lontani.
Il mio medico mi sta dando degli schiaffi leggeri, mentre mi punta una luce negli occhi, mi guarda le orecchie, mi tasta il polso.
È chinato su di me:
– Rob? Ci sei? Mi senti? Guardami, ci sei? –
Ad un tratto lo metto a fuoco e faccio cenno di sì.
– Che è successo? – domando.
Si rialza.
– Sei svenuto. Niente di grave, credo. Sospetto un calo di pressione: ti sei alzato dal letto di colpo, sei andato magari in bagno e il tuo organismo ha compensato male. Forse sei un po’ stressato; può succedere. Ti prescrivo delle analisi, ma non sono preoccupato; te ne stai un paio di giorni a casa, e vedrai che non si ripeterà. –
– Ma io devo partire, ho un volo oggi pomeriggio, domani una riunione importante…-
Lui mi guarda, poi alza le spalle.
– Non sei un ragazzino, e per me non hai nulla di serio. Preferirei che riposassi, ma se questo impegno è questione di vita o di morte per me puoi andare, se te la senti. Decidi tu –
Lo guardo, guardo mia moglie che ha ancora la mano davanti alla bocca, poi cedo, mi rilasso e chiudo gli occhi.
– Penso che un paio di giorni a casa mi faranno bene – dico.
Mentre mia moglie accompagna il medico alla porta, inizio a piangere sommessamente.
Piangerò tutto il giorno, qualche volta da solo, qualche volta con mia moglie, che non capisce ma percepisce il mio disagio, anche se non mi chiede niente.
Ogni tanto sonnecchio, per lo più penso. E piango.
Ma quando la sera guardo il telegiornale, e scopro che il volo per Londra, quello su cui ero prenotato e che avrei dovuto prendere, è precipitato dopo il decollo, mi si stringe il cuore ma non piango più, ho finito le lacrime.
Alzo gli occhi al cielo, anche se “cielo” non è il luogo a cui penso in questo momento.
Ti ringrazierò quando ci rivedremo, penso.

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I Racconti della Piscina – 14

Con l’arrivo dell’autunno, cadono le foglie, scende la temperatura, iniziano le prime piogge, e ricomincia la stagione della piscina.
Dopo quasi tre mesi in cui l’unico mio contatto con l’acqua – a parte le necessarie abluzioni mattutine – è stato il morto a galla, o fare la pipì in mare quando ne sentivo la necessità, è arrivato il momento di rispolverare slippettino, cuffietta e occhialini, per cercare di non vanificare gli sforzi fatti negli ultimi due anni.
Quest’anno c’è una novità: vado in piscina con il mio amico Georges.
Georges è di origine francese, e di per sé questo non sarebbe un elemento di merito o di demerito, se non fosse che è magro.
Intendo dire: non uno come me che è diventato magro con sforzi disumani.
No, lui è un magro naturale.
Di quelli che se lo inviti a cena e gli fai mangiare una porchetta intera, la mattina dopo ha perso mezzo chilo.
Di quelli che ti dice “mi devo assolutamente mangiare due maritozzi con la panna per mettere su qualche grammo”.
Di quelli che ti fanno pensare che forse una centrale nucleare consuma meno calorie.
Insomma, di quelli che ti fanno incazzare.
Almeno un vantaggio in teoria con Georges ce l’ho: lui ha la pelle bianco latte, e io mi abbronzo anche con la lampada del comodino.
Peccato che a ottobre questo vantaggio sia praticamente già finito.
Ma se fosse solo una questione di capacità di resistenza all’ingrasso, tutto sommato partiremmo alla pari.
Invece no: come magro naturale Georges non solo non ha carne attaccata alle ossa, ma ha anche le ossa leggere e cave, come quelle degli uccelli.
Per cui, mentre io in acqua debbo combattere ad ogni bracciata contro la forza di gravità e l’attrito che vogliono portarmi a fondo, lui veleggia sul pelo dell’acqua come fosse un hovercraft, tanto è vero che in un paio di occasioni ho dovuto controllare se toccasse.
Georges fa un paio di bracciate, poi praticamente stende le braccia e arriva dall’altra parte, come i dischetti di quel gioco che si fa al luna park, che vengono spinti dall’aria.
Io invece devo mulinare le braccia come il pastamatic per spingere questo ammasso di cellule che mi ritrovo fino a toccare l’altro bordo, con un dispendio di energie che vanificherò con solo mezzo maritozzo con la panna.
Voi capite che le mie venti vasche di ordinanza sembrano una passeggiata di salute in confronto alle ottanta di Georges.
In più, dato che ci frequentiamo anche fuori dalla piscina, non posso fare una figuraccia, per cui ho dovuto elaborare una strategia che mi permettesse di salvare la faccia.
Ciò consiste nel sincronizzare con esattezza le mie vasche con le sue, ed essere sicuro di trovarmi quasi sempre in opposizione. Fermarmi un po’ prima del bordo, e quando lui arriva come il frecciarossa delle 8.30 riprendere a nuotare, per poi fargli segno di passare.
In questo modo riesco a fare un quarto delle sue vasche ma a fare finta di averne fatte metà, che non è male per il mio orgoglio.


Non bastasse lo stress di dover nuotare insieme ad un motoscafo, oggi ho assistito ad una specie di rissa in acqua.
Un energumeno, di quelli che hanno fatto del nuoto una ragione di vita, e che passano tutto il loro tempo a far vedere al mondo quanto sono bravi ad effettuare una virata, si è scontrato con un ragazzetto magrolino magrolino.
Apriti cielo!
L’Energumeno pretendeva che il Magrolino fosse espulso da tutte le piscine del regno, per lesa maestà.
Il Magrolino cercava di opporre alla furia dell’Energumeno argomentazioni razionali, quali “oggi è sabato, siamo in tanti, è normale un po’ di affollamento”, oppure “scusa, non ti ho visto, c’era una mareggiata in corso”, fino ad arrivare al classico “ahò! se sei Mark Spitz vatte aaallenà ar Foro Italico”.
Fortunatamente, anche con l’intervento di una istruttrice, si è riusciti ad evitare che le acque della piscina si arrossassero con il sangue del Magrolino, ma ci siamo andati vicini.


Ma la cosa più antipatica del sabato è la presenza di una trentina di persone con evidenti problemi di peso – e fin qui, tutta la mia solidarietà – che pensano di poter porre rimedio al problema dimenandosi in acqua sotto la spinta di altoparlanti che emettono musica ben oltre la soglia del dolore.
In pratica per noi del nuoto libero non ci sono tante alternative: o stai sott’acqua a nuotare, e allora rischi l’infarto per la mancanza di fiato, oppure ti riposi sopra il pelo dell’acqua, e allora l’infarto ti viene per i botti che arrivano alle orecchie.
Come vada, non c’è scampo.
Ad essere sinceri, l’infarto per cause natatorie è leggermente preferibile, perché non solo i corpicioni si muovono in acqua al ritmo di quella musica infernale, ma vengono incitati a farlo da un invasato, un tizio piccoletto, con la voce acuta dei Bee Gees, che si muove come un robot fuori controllo, e che insulta i suoi allievi dall’inizio alla fine, costringendoli a movenze che per lui, piccolo e secco, sono naturali, ma a loro portano per di più alla disarticolazione della spalla.
La combinazione corpicioni +musica+piccoletto è troppo anche per noi, e quindi finalmente io e Georges, al ritmo di un tacito patto di non aggressione, decidiamo che è arrivato il momento di smettere con questa inutile tortura, e ce ne andiamo negli spogliatoi.


Io sono stremato, la prima uscita è stata devastante, lui è fresco come una rosa.
Mi chiede quando potremo riandare, in settimana magari.
Ci penso un attimo, e improvvisamente mi ricordo di una serie di riunioni importanti che richiedono la mia presenza.
Te lo faccio sapere quanto prima, Georges, non ti preoccupare.
Ti chiamo io.


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Tanti Auguri

Buon compleanno, amico mio.

Non sai quanto vorrei che tu fossi qua a festeggiare con noi, ma era deciso in altri luoghi che non dovesse andare così.

Volevo dedicarti un pensiero, ma lo sai che non sono capace a pregare, e allora ho preferito scriverti una lettera; tanto, se puoi sentire quello che ho nella mente e nel cuore, puoi anche leggere delle parole scritte, no!?

Mi avevano detto che oggi bisognava celebrare il tuo compleanno in allegria, come se tu fossi qui con noi.
Ti devo chiedere scusa, ma non ce l’ho fatta, non sono riuscito a trovare neanche una stilla di felicità, per quanto mi sia sforzato; non mi è uscito un sorriso neanche per sbaglio.

Invece ho pianto, sai com’è.
Ho pianto per te, per l’assenza di te, e per il dolore mio e dei tuoi amici.
E ho pianto anche un po’ per me, per il futuro, per la tristezza della nostra fragilità.

Ma ti prometto, sì ti prometto che l’anno prossimo sarà diverso, e che ci ritroveremo di nuovo, stavolta più allegri e spensierati, senza dimenticarti per questo.

Sì, lo so anche io che è una promessa che non potrò mantenere, ma oggi non avevo niente altro.

Ti abbraccio.

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Se io fossi al posto tuo

Se io fossi al posto tuo, e tu al mio
non avrei la tua serenità e il tuo sorriso.
Sarei pieno di rabbia.
Per non aver avuto il tempo necessario
a chiudere i discorsi aperti,
per telefonare a tutti,
per chiedere scusa, per dire
‘ti voglio bene’.
E sarei pieno di rimpianti,
per i progetti mai finiti e quelli mai iniziati.
E vorrei tornare indietro per riparare
ai miei errori,
e per non far piangere nessuno.

Se tu fossi al posto mio
non saresti così addolorato
Perché sapresti che io, te e Dio
siamo la stessa cosa.
Coglieresti un fiore, forse,
ma solo per non dovermi salutare.
E mi vedresti negli occhi delle persone,
nei gesti di chiunque.
E mi diresti
di non aver paura.

Se io fossi al posto tuo, invece,
avrei paura, e dolore, e desiderio.
E se vedessi Dio gli chiederei una cosa sola,
‘perché proprio a me Signore, perché?’
Senza aspettare una risposta.

Se tu fossi al posto mio, sono sicuro,
le troveresti le parole giuste.
Per consolare tutti quanti.
E non ti sentiresti solo come mi sento io adesso.

Se io fossi