Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Shampoo – un racconto

Non è facile stabilire con precisione quando se ne accorse, ma doveva essere intorno a San Valentino, perché la sera prima era rientrato con dei fiori per la moglie.
E dato che non glie ne comprava mai, di sicuro c’era di mezzo qualche anniversario, il compleanno no perché era a ottobre, quindi doveva proprio essere San Valentino.
Comunque sia, dato che era un giorno feriale come tutte le mattina dei giorni feriali si alzò per andare in bagno prima ancora di fare colazione, prima che la moglie e i figli si tirassero su dal letto.
Se voleva dieci minuti di pace doveva alzarsi prima degli altri, altrimenti il caos della mattina nella sua famiglia gli avrebbe impedito anche solo di canticchiare “Yesterday” senza che qualcuno gli chiedesse di smetterla.
Entrò in bagno, diede una fugace occhiata alla figura stanca e stropicciata che gli sorrise dallo specchio, poi si spogliò, si infilò sotto la doccia bollente e cominciò a radersi.
Amava farsi la barba sotto la doccia, usando una saponetta al posto della schiuma, anche se ci metteva molto più tempo e qualche volta si era anche tagliato di brutto, ma non sapeva rinunciare al piacere di stare minuti interi sotto il getto d’acqua bollente mentre con la mano cercava lentamente di passare il rasoio senza farsi male.
Quando ritenne di essere soddisfatto della rasatura posò il rasoio, insaponò il corpo per bene e poi si sciacquò accuratamente: amava l’acqua di Roma, così dura da lavare via la schiuma in un attimo e da lasciare la pelle levigata.
Infine prese la bottiglietta di shampoo arancione e ne versò un po’ sulla mano per metterlo sui capelli.
Mentre la inclinava si fermò un attimo a guardarla: era piena per metà, più o meno.
Si fermò a riflettere.
Cercò di ricordarsi quando aveva comprato lo shampoo, ma non gli venne in mente una data precisa.
Ricordava per certo di averlo preso al supermercato: uno shampoo da poco, visto che non aveva molti capelli da salvaguardare, e colorato di un colore irragionevole in modo che non si confondesse con i sofisticatissimi e costosissimi prodotti che invece usava sua moglie.
Credeva di ricordare che fossero passati mesi ma non ne era sicuro, e anche se ne usava ben poco il fatto che la bottiglietta fosse ancora mezza piena gli sembrava strano.
Ricorderò male, si disse, e finì di lavarsi senza pensarci più.

Due settimane dopo però, mentre come al solito faceva la doccia, gli capitò di guardare di nuovo la bottiglietta ed era sempre piena a metà.
La guardò intensamente mentre l’acqua bollente gli scorreva sulla schiena e con la bocca aperta dallo stupore.
Possibile? si disse. Qualcosa non andava, non sapeva dire cosa, ma era un fatto che lo shampoo era sempre lì, a metà, come due settimane prima.
Ne versò un po’ sulla mano con cautela, osservando il liquido denso colare sul palmo, poi lo portò lentamente verso il viso e lo annusò: gli sembrava l’odore classico di uno shampoo da supermercato, profumato da improbabili fiori tropicali.
Sempre con cautela, come se stesse compiendo un’operazione chirurgica, si passò la mano sui capelli e cominciò a frizionare la cute, finché lo shampoo non fece la solita, rassicurante schiuma, che lavò via con una certa fretta.
Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio, e guardò lo shampoo appoggiato su una mensola nella doccia: la bottiglietta era piena a metà. Più o meno. E più o meno come due settimane prima.
Il cuore gli cominciò a battere forte, mentre si asciugava e si vestiva. Sudava copiosamente e dovette passarsi più volte un asciugamano addosso per detergere il sudore.
Non disse nulla alla moglie per non essere preso per pazzo, ma non riuscì a pensare ad altro per tutta la giornata
Quando tornò a casa la sera evitò accuratamente di andare nel bagno.
Si lavò i denti nel bagnetto di servizio e andò a letto prestissimo perché doveva pensare.
Pensare a cosa avrebbe fatto la mattina dopo.
Pensare se sarebbe riuscito ad affrontare questa improvvisa paura di una normale bottiglietta di shampoo, o se dovesse parlarne con qualcuno rischiando di sembrare un pazzo.
Si addormentò in preda all’ansia e il suo sonno fu agitato e leggero, ma quando si svegliò la luce del giorno gli fece vedere le cose in un altro modo.
Si disse che si era lasciato suggestionare, e per dimostrarlo a se stesso decise di darsi qualche altro giorno, mantenendo la sua solita routine e osservando lo shampoo man mano che i giorni passavano.
Era sicuro che tutto gli sarebbe sembrato tornare alla normalità.
Ma nelle due settimane successive, mentre la sua ansia montava, la bottiglietta dello shampoo non dava l’impressione di volersi svuotare.
Uscì dalla doccia un giorno quasi piangendo dalla frustrazione, ma deciso a non lasciarsi andare alla follia che lo stava contagiando.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi e le occhiaie pesanti di chi dormiva poco e le mani gli tremavano per l’ansia.
Anche la moglie cominciava a preoccuparsi: lo vedeva dimagrito, capiva che qualcosa non andava, gli fece qualche domanda ma lui rimase sul vago.
Come avrebbe potuto spiegare che il suo stato era dovuto ad una bottiglia di shampoo da supermercato che sembrava rifiutare di vuotarsi?
Si rassegnò allora a chiamare un suo amico laureato in matematica, con una scusa; dopo qualche convenevole gli disse che suo figlio aveva un compito per scuola particolarmente complicato, e gli chiese come calcolare il volume di un solido irregolare, dandogli la descrizione della bottiglia di shampoo.
Il suo amico gli spiegò un paio di semplici teoremi, gli diede una formula e gli fece anche qualche esempio.
Lui lo ringraziò della risposta, lo salutò e si mise a fare due calcoli, misurando con la mano concava la quantità di shampoo che usava ogni mattina.
Quando alzò gli occhi dal foglio su cui aveva scarabocchiato dei numeri era sicuro: la bottiglia avrebbe dovuto consumarsi completamente in due mesi al massimo; perciò in quel mese passato in preda all’angoscia da quando aveva notato qualcosa di strano si sarebbe dovuta vuotare. E invece no. Lo shampoo era sempre lì. A metà.
Si sentiva le gambe pesanti, il respiro affannato, gli sembrava di vivere un incubo e forse era così.
Quella sera, a letto, all’ennesima domanda della moglie rispose che aveva dei problemi in ufficio, che rischiava il posto di lavoro, che era angosciato, ma che non voleva preoccuparla.
Lei gli sorrise, forse fece finta di credergli ma comunque gli disse che sarebbe andato tutto bene; fecero l’amore e lui si rilassò.

Il giorno dopo si svegliò sorridente, si disse che questa storia dello shampoo era durata anche troppo, che la sua vista non era più quella di una volta ed entrare nella doccia senza occhiali non lo aiutava certo, e quindi si mise sotto l’acqua fischiettando.
Guardò lo shampoo che lo aspettava sulla mensola ma decise di fare un’altra cosa.
Prese una delle costosissime bottiglie di sua moglie e fisso il suo stupido shampoo arancione con un misto di disprezzo e sfida.
Non ho bisogno di te, sembrava volergli dire.
Poi premette la confezione blu notte che aveva in mano, prima dolcemente, poi sempre più forte, ma non ne uscì nulla.
Agitò la bottiglia, ma niente.
La aprì, ed era vuota.
Vuota e secca come se fosse appena uscita dalla fabbrica della plastica prima che qualcuno ci versasse lo shampoo.
Chiamò la moglie ad alta voce:
– Tesoro! Il tuo shampoo è finito per caso? –
– No, la confezione blu è piena. Ma perché devi usare il mio che costa un sacco di soldi? Non hai quello tuo arancione? –
Il mio arancione, pensò.
Certo.
Posò con circospezione la bottiglia blu, e prese quella dello shampoo arancione.
La guardò, mentre il petto si alzava e si abbassava furiosamente.
Prese la confezione e con rabbia si versò quasi tutto lo shampoo sui capelli, lanciando la bottiglia contro la parete della doccia urlando, e poi si sciacquò in fretta e furia, eliminando ogni traccia del liquido schiumoso per poi uscire di corsa dalla doccia, infilarsi l’accappatoio e andare ad asciugarsi in camera da letto, il più lontano possibile da quella bottiglietta di quel ridicolo colore.
La moglie lo vide arrivare come una furia e sedersi sul letto rannicchiato dentro l’accappatoio.
– Tesoro, ma cosa succede? che hai fatto? –
Lui scosse la testa in senso di diniego, ma inizialmente non disse nulla, non riusciva a parlare, aveva timore di esternare le sue paure.
Poi la guardò con gli occhi rossi di lacrime e di insonnia e disse solo:
– Lo shampoo… –
Lei sembrò non capire.
– Che cosa significa ‘lo shampoo’? –
– Lo shampoo…ha qualcosa che non va! –
Lo sguardo della moglie gli confermò solo che aveva sbagliato a parlare: lei non avrebbe mai creduto che una bottiglia di shampoo potesse avere una vita propria, che come in un film di fantascienza qualche entità aliena cercasse di comunicare con lui, o che una colonia di batteri arancioni si stesse riproducendo nella sua doccia, o che il fantasma di qualche assassino si aggirasse per la sua casa, perché certo, queste erano le ipotesi che giravano vorticosamente nella sua testa. Il suo cervello razionale era ormai un ricordo.
La moglie si inginocchiò, gli prese la mano, e lo guardò con tenerezza.
– Non so che cosa vuoi dire, caro, ma facciamo così: prendi ora un po’ d’acqua, ti asciughi le lacrime, e andiamo insieme a vedere cosa succede allo shampoo, va bene? –
Percepiva il suo tono condiscendente, chiaro e netto, ma non poteva fare a meno di sentirsi sollevato.
Si alzò, andò con la moglie in cucina, bevve un po’ d’acqua, si asciugò le lacrime e si fece prendere per mano fino al bagno.
Rimase fuori, a guardare la moglie che cautamente si avvicinava alla porta della doccia e che poi, con un sorriso, si girò verso di lui:
– Il tuo shampoo è al suo posto come al solito, mi sembra che non ci sia nulla di strano. –
Lui spalancò gli occhi, fece due passi e quando vide lo shampoo pieno a metà, appoggiato serenamente sulla mensola invece di giacere vuoto sul fondo della doccia dove lui l’aveva lanciato, non resse più.
Corse urlando via dal bagno, gli occhi che sembravano volergli uscire dalle orbite, vanamente inseguito dalla moglie, ma a metà del corridoio si fermò: le gambe smisero di sostenerlo, si portò una mano al cuore e morì senza un fiato.

– Alla fine è andata bene, no!? –
– Sì, benissimo. Sinceramente non pensavo funzionasse. Hai avuto una buona idea. –
– L’acqua con quelle gocce che ti ho dato l’ha bevuta senza problemi? –
– Come no, era talmente agitato che non ha sentito il leggero sapore, e in caso avrei dato la colpa al cloro. –
– Io ho avuto solo paura quando mi ha telefonato. Pensavo avesse scoperto tutto, invece era per sapere come calcolare quanto shampoo consumava ogni giorno, povero coglione. Proprio a me lo è andato a chiedere. –
– E a chi doveva chiederlo? Eri o no il suo amico del cuore? –
– Ah beh, sì, certo. Comunque brava anche tu a mettergli ogni giorno un po’ di quel tremendo shampoo arancione nella bottiglia. Secondo me anche senza droga le coronarie gli schioppavano lo stesso per la paura! –
– Che cretino che sei, guarda che anche se paranoico e pieno di fobie era robusto, un aiutino serviva. –
– Vero. Senti, che fai: passi dopo il funerale? –
– E me lo chiedi? Ho messo le autoreggenti, sotto. Rigorosamente nere, ovviamente. –
– Ti aspetto. Condoglianze, a proposito. –



doccia

Il segreto

Scritto sul treno Torino – Roma il 31 gennaio 2017

Esco dall’edificio e mi fermo sul marciapiedi.
Fa freddo, in questa giornata di pieno inverno, e se fossi uno scrittore maledetto come Steinbeck o Roth o dio non voglia Bukowksi avrei un cappotto grigio, liso, il bavero rialzato e una sigaretta in bocca, novello James Dean tra le pozzanghere di Manhattan.
Invece sono solo uno scrittore di gialli seriali, buoni per pagare le bollette e mantere dignitosamente una famiglia ma non vincerò mail il Nobel per la letteratura; un uomo di mezza età stretto in un giaccone dal colore indefinibile e una sciarpa celeste senza senso.
Improvvisamente mi accorgo della chiesa che ho di fronte, e alzo la testa ansiosamente: ho un disperato bisogno di bellezza, e il mio cervello registra la grandiosità di questa chiesa prima che io possa vederla veramente.
Ma man mano che i miei occhi salgono al cielo la vista è riempita dalle ragnatele dei tram e da un cielo color acciaio, che disturba la bellezza del marmo.
Qualcuno dice che a Torino la nebbia sia scomparsa da tempo; forse è vero, ma in queste fredde mattine invernali il cielo sa essere di un grigio così deprimente che forse rimpiango la nebbia, almeno non era possibile vedere un cielo così brutto.
Il mio desiderio di bellezza non è stato esaudito, e allora chiudo gli occhi.
Li chiudo e penso a venti anni fa.

Venti anni fa a Torino non c’erano state ancora le Olimpiadi, la città era più brutta, e sporca, quasi abbandonata, ancora in preda alle fabbriche e alle automobili.
Ogni volta che salivo da Roma mi sembrava di arrivare in un paese straniero, tanta era la differenza.
Non mi piaceva Torino venti anni fa, però venti anni fa ero giovane, non ero sposato e parecchie cose sembravano più belle comunque.
Venivo ogni tanto a trovare Alberto, il mio compagno di università che si era trasferito qui per lavorare in un’azienda di informatica.
Grande Alberto. Le cose della vita ci hanno diviso, non ci facciamo più neanche gli auguri di buon anno ormai, però so che ci sei, che sei qua in giro e mi fa piacere saperlo.
Venti anni fa però Alberto era ancora il mio miglior amico e venivo a trovarlo quando potevo.
Lui scendeva a Roma spesso a dire il vero, ma tornava per andare a casa dai suoi, aveva un sacco di persone da vedere, e insomma stavamo meglio quando io salivo e rimanevo qualche giorno a casa sua, una di queste mansarde dell’ottocento come si possono trovare solo a Torino
Eravamo ancora abbastanza giovani per voler passare le serate in giro nei locali e per attirare l’attenzione delle ragazze, e ne approfittavamo; eccome.
Non posso dire che fossero storie molto importanti, no. Di molte non ricordo neanche il viso, figuriamoci il nome.
Poi una sera entrò lei, in questo pub dove io e Alberto eravamo seduti al banco con una birra in mano, e la mia vita si fermò.
Ricordo la faccia di Alberto, anche lui rimase di stucco.
La bellezza di Sara irradiava in ogni direzione, era impossibile rimanere impassibili, quei denti bianchi quasi perennemente esposti in un sorriso coinvolgente, le labbra carnose, gli occhi di un verde scuro che brillavano anche al buio.
Lei entrò e tutti si girarono a guardarla.
Ma non era solo la bellezza fisica che colpiva, anzi.
Se riguardo le foto di allora mi rendo conto che in fondo era una ragazza normalissima, non tanto alta, il seno piccolo, le spalle ossute, un naso pronunciato.
Ma aveva carisma. Un carisma che esplodeva dagli occhi e dalle mani e nessuno ne era immune.
Neanche io, certo.
Neanche io.
Quando entrò quella sera era con un’amica e rideva, rideva di quella risata squillante che si insinuò nelle mie sinapsi fin dal primo momento, rideva perchè la vita è meravigliosa e lei lo sapeva, e non è importante il motivo per cui rideva quella sera, è importante che ci fosse, che fosse lì.
Che fosse lì per me.
Anche se non l’avevo mai vista prima lei era lì per me, e quando mi vide il suo sorriso si ridusse ad una piega delle labbra, ma gli occhi non cambiarono espressione.
Si vennero a sedere vicino a noi e Alberto lo prese come un invito perché cominciò subito a chiacchierare con loro.
Era bello Alberto, chissà se lo è ancora. Magari ha perso tutti i capelli, è ingrassato di quaranta chili, o forse è ancora un uomo che fa effetto sulle donne.
Ma quella sera era sicuramente il più bello tra noi due e non aveva remore a parlare con due sconosciute.
A dire il vero parlò solo con l’amica, perché Sara beveva una birra in silenzio e mi osservava, e anche io: bevevo e osservavo.
Non passò molto tempo che finimmo tutti seduti su un divanetto, con molte altre birre davanti, con Alberto e l’amica di Sara chiaramente destinati a finire la serata in maniera divertente.
Io e Sara scambiammo qualche parola, parlammo del più e del meno.
Ad un osservatore disattento poteva sembrare che non avessimo molto da dirci, ma in realtà stavamo comunicando in altro modo.
Fu in quel momento che lei mi prese improvvisamente un braccio e mi sussurrò all’orecchio:
– Io ho un segreto. So una cosa che non sa nessuno. –
E’ pazza, pensai.
Così meravigliosamente bella e affascinante, ma pazza.
Derubricai il potenziale incontro con lei ad una scopatina passeggera e indossando un sorriso di ordinanza le chiesi:
– E quale sarebbe questo segreto? – sperando in cuor mio che non mi raccontasse nessuna assurda storia su alieni, o virus, o scie chimiche, o qualsiasi altra coa che mi costringesse a rinunciare ad una notte di sesso che mi sembrava ormai molto probabile.
Mi sbagliavo. Sulla sua pazzia e sulla notte di sesso. Nessuna delle due cose era reale.
– Se te lo dico, che segreto è? – rispose con una logica inconfutabile – Ma una cosa posso dirtela: riguarda te. E me. –
Spalancai la bocca per la sorpresa.
Se voleva attirare la mia attenzione c’era riuscita, anche se non sarebbe stato necessario: il suo sorriso e i suoi occhi erano più che sufficienti.
Cercai di estorcerle altri dettagli ma non ci fu nulla da fare.
Un segreto è un segreto, si schermì, e non disse più nulla.
Nei due anni che passammo insieme, un po’ a Roma, un po’ a Torino, un po’ in giro per il mondo, le chiesi spesso di questo segreto, ma fu irremovibile.
In compenso mi rivelò altri segreti.
Mi face accedere ai segreti del suo corpo, accendendo una passione che non è mai tramontata.
Mi insegnò ad amare in un modo diverso, accettando una persona per quello che è, e non per quello che tu vorresti che fosse, e anche se questo mi è costato un po’ da mandare giù è la cosa di cui le sono più grato.
E mi insegnò a piangere, quando mi disse che mi lasciava, che andava a vivere altrove, e che la nostra vita insieme terminava in quel momento.
Me lo disse mentre facevamo l’amore, mi disse che sarebbe stata l’ultima volta e che dopo lei sarebbe andata via e non ci saremmo più visti né sentiti.
Non pianse, lei, mentre me lo diceva, ma mi asciugò le lacrime con quelle labbra magnifiche e mi fece vedere il suo sorriso per l’ultima volta.
Quando fu tutto finito mi abbracciò a lungo, mi raccontò storie che non conoscevo della sua infanzia, della sua famiglia, dei suoi amici.
Poi mi aiutò a vestirmi, come si veste un condannato a morte, e mi guardò andare via.
Non mi girai.

Riapro gli occhi, sono rossi di lacrime, maledizione.
La chiesa è ancora là, il cielo è ancora grigio e i fili dei tram continuano ad intrecciare ragnatele su tutta la città.
Finalmente attraverso la strada, mentre con un fazzoletto cerco di pulire gli occhiali, sporchi di lacrime e dolore.
Arrivo dall’altra parte e dò una rapida occhiata all’edificio a mattoni da cui sono uscito.
In questa città tutta la vita scorre forte dell’eredità sabauda e certi nomi sono ricorrenti: Vittorio Emanuele, Carlo, Elena, Maria Vittoria.
Maria Vittoria.
Cerco di ignorare la scritta che campeggia sopra l’ospedale e mi giro, ma non posso camminare, ho gli occhi pieni di lacrime e il freddo mi prende il naso.
Mi fermo e chiudo gli occhi di nuovo.

Non seppi più nulla di Sara e tagliai rapidamente le frequentazioni con Alberto: non volevo più venire a Torino per paura di incontrarla o anche solo di incontrare qualche amico comune che mi parlasse di lei.
A Roma cominciai ad uscire con Elisa; ci conoscevamo da un po’ ma chissà perché non era scattato nulla. Lei aveva una storia di poco conto, andammo al cinema un paio di volte prima di finire a letto insieme.
Un anno dopo eravamo sposati e cinque anni dopo avevamo una casa, due figli maschi ed eravamo felici.
Sara non scomparve mai veramente dai miei pensieri e un paio di volte fui molto vicino a chiamarla per sapere come stava, ma l’avevo amata in maniera così profonda e totale che rispettare la sua volontà mi sembrava il minimo.
Poi è un fatto che la vita prende direzioni inaspettate e meravigliose, e non mi sembrava il caso di rovinare quello che avevo costruito per un amore giovanile.
Mentivo però, sapete.
Non su tutto, ovviamente.
Ma Sara non era stato un amore giovanile.
Era l’amore della mia vita ed era finito senza un motivo, e io non me ne sarei mai fatto veramente una ragione.
Tuttavia ero arrivato a patti con me stesso e con lei su questa cosa, e poi la mia vita era bella e piena, non posso che dire questo.
Era bella, sì.
Poi un giorno il mio telefono squillò, e anche se non era più nella mia agenda – colpa di decine e decine di telefoni che avevo cambiato in venti anni – il suo numero mi era rimasto impresso nella memoria.
Guardai il numero di Sara che urlava sul mio telefono finché dopo un tempo apparentemente interminabile ebbi il coraggio di rispondere.
Non dissi nulla.
Sentivo la sua presenza.
Aspettò qualche secondo, poi disse:
– Sto male. Vieni su. –

Un sorriso ironico mi compare sul viso mentre guardo l’edificio dove è Sara in questo momento.
Non ci sarebbe niente da sorridere, ma ho sempre cercato di vedere l’ironia nelle cose dell’universo, ed essere qui, averla rivista, e scoprire di aver passato venti anni senza di lei e non poterla neanche sgridare, mi sembra una beffa.
Ripenso ai momenti frenetici degli ultimi giorni, a mia moglie, a cui ho dovuto raccontare di Sara e del perché dovevo andare su, ad Alberto, che ho chiamato dopo tanti anni per scoprire che sapeva già tutto; lui i contatti con Sara non li aveva mai persi.
Al taxi che non si trovava, al treno che non arrivava mai, alla corsa per tutta Torino.
Al freddo, al cielo grigio, alla chiesa, ai fili, alle macchine, a dio, a perché lui non c’era mai quando mi serviva nella mia vita, al perché ho dovuto sempre sopportare tutto da solo e camminare con le mie gambe.
Ma ora le mie gambe non mi reggono più, devo sedermi.
E non posso evitare di guardare l’edificio e pensare a poche ore fa, quando sono entrato in quella stanza in penombra solo per guardare con angoscia quel simulacro di una donna che una volta mi saltava sulla schiena a piè pari, e mi mordeva il collo facendomi sanguinare, urlando “sono il tuo vampiro”, e quando mi incazzavo si toglieva di corsa la maglietta scoprendo il seno piccolo ma dritto dicendomi “mi puoi perdonare?”.
Sì, Sara. Ti posso perdonare.
Anche stavolta, anche se non capisco, ti posso perdonare, per quanto ti ho amato e ti amo ancora.
Mi sono avvicinato al letto, cercando disperatamente quegli occhi, quel sorriso, quelle labbra.
Non potevo parlare, non ci riuscivo, neanche quando mi ha sussurrato all’orecchio:
– Lo vuoi sapere allora qual è questo segreto? –
Ho fatto cenno di sì con la testa, perché la gola era bloccata da tutto, da pianto, angoscia, paura.
– Io lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita qui, ora. Non mi chiedere come, non te lo so dire, o forse sì ma non importa. Sapevo che ti avrei lasciato solo, che tu saresti uscito sconfitto. Che avresti costruito la tua vita su di me, come io su di te, che avresti eretto una casa sulle fondamenta della nostra storia, e in questa casa avresti messo tutto te stesso come fai sempre, come fai per tutto. Ma quando io me ne fossi andata tu ne saresti rimasto annichilito. E io non lo volevo. Non lo voglio. Ti amo come tu ami me, e ti ho regalato quello che ho potuto: una vita felice, una famiglia che ti adora. E questo giorno sarà meno difficile, ora puoi sopportarlo. –

Come si fa? Ditemi, come si fa? Ad odiare una donna che ti ama così.
Eppure io la odiavo, e la odio, perché il mio stupido orgoglio di uomo mi dice che no, che io ce l’avrei fatta, che avrei potuto sopportare tutto se solo mi avesse fatto stare con lei, che non è giusto, non è giusto, che non è questa la vita che volevo.
Che io non voglio essere felice, non voglio sopportarlo.
Io volevo stare con lei, vivere per lei e morire per lei.

Erano così evidenti le mie emozioni, così evidenti, che Sara è stata costretta a fare uno sforzo immane per mettermi una mano sul viso.
Ho chiuso gli occhi, perché non sentivo quella mano da venti anni e volevo assaporarne ogni millimetro e imprimerla nella memoria per sempre, perché non l’avrei sentita mai più.

Ho chiuso gli occhi là dentro, i miei e i suoi, e li riapro ora.
Cerco di respirare, ma è come se quest’aria fredda di gennaio fosse così spessa da non riuscire a superare le narici, l’ossigeno mi manca, sento il cuore battere furiosamente e i polmoni contrarsi senza sosta.
Poi, piano piano, riesco ad alzarmi, mi tolgo gli occhiali, tanto non c’è nulla da vedere, no!?
Solo una chiesa, un cielo grigio, e una ragnatela di fili che attraversa la città.

santalfonso

Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi

Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

==========================================================================

Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

==========================================================================

P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

night-storm-from-lake

Il regalo più bello

Il mio racconto di Natale.
Come tutti gli anni un racconto malinconico, pieno di cose belle e brutte, come la nostra vita.

Appoggiato alla finestra dello studio, un bicchiere di prosecco in mano, Giulio guarda distrattamente fuori senza vedere in realtà nulla.
Si è allontanato un attimo, prima che la cena si inizi, dagli schiamazzi, le risate, le urla dei bambini, tutto il campionario di rumori tipici della vigilia di Natale.
Vuole rimanere qualche minuto da solo, prima di affrontare la serata.
Il Natale per Giulio è sempre stata una festa un po’ triste: anzi no. Non esattamente.
Fino all’età di dodici-tredici anni Natale era “la” festa.
In una famiglia rumorosa dove tutti abitavano vicini, le feste di Natale – e in particolare la vigilia – erano l’occasione per vedersi con un numero spropositato di zii, cugini, parenti di vario genere e amici d’infanzia, e passare ore, se non giorni a mangiare, ridere, giocare a carte e a tombola, divorare quantità industriali di noci e mandarini e andare a letto tardissimo, almeno quel giorno.
Un leggero sorriso gli incurva le labbra al pensiero di sua madre e le sue nonne in cucina dalla mattina presto, alle prese con contenitori enormi di pastella dove veniva poi buttato di tutto: fiori di zucca, patate, melanzane, carciofi, broccoli, e in un impeto di sperimentazione gastronomica spesso anche pezzi di mele, pane ripassato nell’uovo, qualsiasi cosa potesse essere fritta e mangiata.
Pensava a sua madre, e alla capacità di sfornare teglie di lasagne in continuazione e allo stesso tempo di non farsi fregare a “mercante in fiera”.
Quelli, quei natali, quelle feste, forse sono state il periodo più bello della sua vita.
Poi con l’adolescenza le feste natalizie in casa hanno cominciato a diventare un fastidio, un obbligo a cui ottemperare, e più avanti Natale era solo un giorno come gli altri, e come gli altri dedicato ad organizzare il capodanno con gli amici.
E poi, quando stava per arrivare il momento in cui sarebbe stato lui il capofamiglia, per festeggiare la vigilia con i suoi figli e la sua tribù, sua madre se n’era andata. Improvvisamente. La vigilia di un Natale.
Da allora il Natale era diventato un giorno da superare in fretta, e anche se poi i figli erano arrivati, e ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per tornare indietro ai giorni felici della sua infanzia, non riusciva più a farselo piacere.
Quest’anno poi.
La lettera che gli annunciava la cassa integrazione a partire da gennaio gli era stata consegnata solo pochi giorni prima.
Chissà, forse le aziende si impegnano per rovinare le feste ai propri dipendenti, pensava. E ci riescono, perché per lui e altri duecento colleghi le feste sarebbero state malinconiche, stretti tra le preoccupazioni del futuro e la necessità di essere allegri per fare contenti i bambini.
Si stacca dal vetro, è ora di andare, sente che la cena è pronta.
Si prepara all’allegria, ma è solo l’età che lo aiuta a tornare in salone, quando vorrebbe invece buttarsi sul letto a piangere come quando era ragazzino e si faceva male giocando a pallone.
Nel grande salone di casa sua sono in tanti: sua moglie, le sorelle, i cognati, i bambini, un paio di cugini con le famiglie.
E’ un bel Natale, una bella festa, e anche se oggi sta male non può fare a meno di riconoscerlo.
La cena scorre tranquilla, il chiasso è insopportabile ma lo aiuta a non avere conversazioni troppo impegnative.
Mentre i bambini mangiano il dolce, suo fratello lo prende da una parte.
– La situazione è grave? – gli chiede senza mezzi termini.
Lui fa spallucce.
– Non penso rientreremo, l’azienda va male. Penso che dovrò trovare qualcos’altro. – risponde.
Il fratello lo guarda, annuisce.
– Hai già qualcosa in mente? – chiede speranzoso.
Lui fa di no con la testa.
– Al momento non ci sto pensando. Ho qualche mese di margine, lascio passare le feste e poi comincio a cercare di capire che fare. Spero di trovare una soluzione. –
Il fratello sta per rispondere quando le urla dei bambini diventano terremoto: si stanno per aprire i regali.
Allora il fratello di Giulio si limita a sorridergli e a stringergli una spalla forte. Non c’è bisogno di tante parole tra loro.
Si avviano sotto l’albero dove tutti quanti stanno già facendo a pezzi la carta dei regali e sorridono, urlano, piangono, tutti i genitori, gli zii, i nonni con cellulari e macchine fotografiche.
Lui rimane in piedi, e li guarda, un leggero sorriso gli si disegna sul volto: non c’è malinconia che resista alla vista di un gruppo di bambini felici, ma dentro di sé è a pezzi.
Sua moglie lo raggiunge, non dice niente: hanno già parlato tanto, pianto, urlato, esaminato tutte le alternative, e ora si limitano a guardare i bambini dandosi la mano.
Lei glie la carezza delicatamente, lui non si muove.
Passano i minuti, insieme alle grida, le canzoni, il rumori di macchine potenti ed elicotteri della polizia in miniatura.
Poi ad un certo punto tutti si calmano.
Sua moglie gli lascia la mano, si avvicina all’albero e prende una busta.
– Questo è per te – dice guardandolo negli occhi – da parte di tutti noi. –
Lui si gira e vede che improvvisamente si sono tutti avvicinati e gli stanno intorno, e sorridono.
E’ imbarazzato, come tutti i padri non è abituato a ricevere regali a Natale, e se qualche regalo per errore gli arriva sono spesso pigiami con le renne, o cravatte dai colori improponibili.
Sente che hanno architettato qualcosa, in parte li odia, non vorrebbe essere al centro dell’attenzione, ma capisce l’affetto con cui lo hanno incastrato.
Prende la busta dalle mani della moglie, un sacchetto di carta anonimo, non saprebbe dire se di un negozio di abbigliamento, o di qualsiasi altro tipo.
E’ leggerissima.
La apre. Non c’è niente.
Guarda il sacchetto vuoto, poi gli sguardi di tutti: aspettano che lui dica qualcosa.
E’ imbarazzato, non sa che dire, controlla di nuovo, mette una mano dentro, ma non c’è niente.
Niente di niente, neanche un biglietto.
Alla fine è costretto a parlare, vorrebbe ringraziarli, ma di cosa?
– Non c’è niente…avete dimenticato di mettere il regalo? – chiede a sua moglie con un sorriso un po’ falso, perché spera di non mettere nessuno in difficoltà.
La moglie lo guarda, il sorriso che si allarga, così come le braccia.
– No. Non abbiamo dimenticato niente. Quello è un sacchetto, e dentro non c’è niente. –
Fa una pausa ad effetto.
– Il tuo regalo è qui, fuori da quel sacchetto. – e allarga ancora di più le braccia per comprendere tutti quelli che sono in quella stanza.
Lui si gira di scatto, vede le facce sorridenti, sorrisi belli, veri, qualche lacrima, qualche mano sulla bocca.
Schiude le labbra, tenta di dire qualcosa, ma è sopraffatto, dalle lacrime e dalla felicità.
Il regalo più bello. Era destino che fosse in questo Natale.
Proprio quando ne aveva bisogno.

Regalodinatale

Ricordo di una notte di dicembre

 

Un uomo, una ragazzina, un ricordo, un rimorso.

 

Il ricordo più vivido che ho di mio padre risale ad un dicembre di molti anni fa, quando lui aveva l’età che ho io adesso.
L’età che avrà per sempre.
Faceva freddo, era venuto a prendermi non ricordo se ad un allenamento o a qualche altro impegno, comunque so che eravamo in scooter, e che faceva freddo.
Percorremmo tutta la Via Olimpica, erano le otto e mezza di sera e c’era ancora molto traffico, ma non così intenso da impedirci di andare abbastanza veloci.
Lui guidava ingobbito, con quelle spalle che a me sembravano enormi quasi chiuse su se stesse, passando in mezzo alle macchine con delle “esse” molto ampie per essere sicuro di avere più spazio.
Io, dietro, stavo con le mani nella tasca del giubbotto, e canticchiavo sotto il casco.
Canticchiavo perché ero in quell’età in cui l’indifferenza ha un valore, e perché in fondo sono come lui, non mi piace mostrare troppo i miei sentimenti, se non quando serve o ne vale la pena.
E allora invece di stare abbracciata a mio padre, e godermi la sicurezza di quella schiena immensa, me ne stavo eretta con le mani in tasca, mentre lui disegnava le sue esse con lo scooter.
Ricordo ogni metro di quel tragitto, ogni faro di ogni macchina, ogni buca e ogni imprecazione di mio padre, e ricordo che avevamo fretta, perché era tardi e avevamo fame.
Me lo ricordo così bene perché fu l’ultima volta che andammo in scooter insieme, e la prima immagine che ebbi di lui quando mi fu chiaro che non c’era più.
Quel giorno, sotto quel cielo freddo e stellato, una ragazzina adolescente voleva bene a quell’uomo strano con cui litigava un po’ tutti i giorni, solo che non lo sapeva.
No. Non è esatto.
Lo sapeva, ma non sapeva di saperlo.
Ora la ragazzina di oggi sa bene che anche la ragazzina di ieri lo sapeva.
Solo, non sapeva di saperlo, come non lo sanno tutti i ragazzi finché non diventano improvvisamente adulti e non hanno più paura che l’affetto verso i genitori possa cambiare la loro esistenza.
Ma quel giorno, quel giorno non lo sapevo, e non me ne importava.
Quel giorno canticchiavo alla luna, mentre lui si incurvava sempre di più sul manubrio e sorrideva.
Lo sentivo, anche se non potevo vederlo.
Lo sentivo, e ora so che lo sentivo, perché è lo stesso sorriso che ho io quando porto mia figlia: avere dietro di te la tua carne e il tuo sangue, questa è la felicità, la felicità pura, e quell’uomo che disegnava le esse sull’asfalto per evitare le macchine era felice, anche se io canticchiavo e non gli parlavo, anche se avevo le mani in tasca e non lo abbracciavo.
Io ero la sua felicità.
E lui la mia, anche se non lo sapevo. Non sapevo di saperlo.
Rivedo ogni centimetro di quel giaccone sportivo da ex motociclista, quella nuca infilata a forza dentro un casco enorme, quelle ginocchia che non riusciva a tenere dentro.
So tutto perché è l’immagine che ho avuto di lui pochi giorni dopo.
Quando improvvisamente la porta della mia classe si aprì, ed entrò la preside.
Non veniva mai, mai, la preside, mai. Non l’avevamo mai vista in tre anni. Neanche una volta.
Però quel giorno era là, e mi guardava, e poi mi chiamò.
Io mi alzai, lentamente, mentre tutti si zittivano e la professoressa portava una mano alla bocca.
Poi uscimmo, e vidi la sorella di mia madre, e capii che qualcosa non andava, che non sarebbe più andato come prima, ed ebbi paura.
– Mamma? – chiesi.
– Mamma sta bene. – rispose mentre mi prendeva le mani. – Papà ha avuto un brutto incidente. –
Fu un attimo.
Un secondo.
Che dico: un milionesimo di secondo, fu solo il tempo necessario affinché il pensiero affronti le curve strette delle sinapsi e torni indietro alla velocità della luce, ma in quel milionesimo di secondo io provai un sollievo infinito.
Quando qualcuno mi chiede: “qual è la cosa più brutta che hai fatto?”, queste domande da talk show che prima o poi ti fanno tutti, io mento.
Dico: quando ho tradito il mio primo fidanzato, oppure quando non ho aiutato un amico all’esame di Anatomia.
Tutte cazzate.
La cosa più brutta della mia vita è stato quel milionesimo di secondo in cui sono stata contenta che fosse toccato a lui e non a mia madre.
Non ci ho potuto fare nulla, non è stato razionale, è qualcosa che abbiamo scritto nel nostro DNA, qualcosa che condiziona le nostre esistenze.
Quando vedo i miei figli, quando li sento come si stringono a me, e quando vedo come salutano il padre, so che sarebbe così anche per loro, anche se spero che non debbano mai essere messi alla prova come lo sono stata io.
Quel terribile, breve momento di sollievo è scomparso subito dopo.
Nel nulla, come dal nulla era venuto, ma ha lasciato il posto ad un dolorosissimo senso di colpa che non mi ha mai più mollato.
Il senso di colpa per non aver pianto e non essermi disperata subito, per aver provato sollievo mentre mio padre moriva in un ospedale.
Poi sì, ho pianto, ho smesso di mangiare per giorni, mi sono consumata dietro alle sue foto.
Ma il senso di colpa non se ne è andato più via. Mai più.
E’ ancora qua, vivido come in quel momento, come dopo quel milionesimo di secondo. Non me lo sono mai perdonato, mai.
Quando il senso di colpa mi colpì per la prima volta chiusi gli occhi, mentre qualcuno mi teneva e mi abbracciava per paura che svenissi, ma volevo solo cancellare tutto e lasciare che mi arrivasse qualcosa, qualsiasi cosa.
E arrivò.
Arrivò quella notte fredda e stellata, arrivò quello scooter che disegnava delle esse sull’asfalto, arrivò quella schiena ingobbita di un uomo felice, e quella ragazzina che canticchiava, mani nelle tasche.
Arrivò e non andò più via, quell’immagine di me e di te, si prese per mano con il senso di colpa e da allora sono sempre insieme.
Sono quaranta anni, oggi, da quella sera fredda di dicembre.
E sono qua per dirti che ora lo so.
Lo so che lo sapevo.

roma-s-pietro

Le frasi che ogni uomo sposato ama sentirsi dire

Non importa chi sia la dolce metà che divide la vostra esistenza.
Non conta il livello sociale, culturale, l’età, la provenienza etnica o religiosa; ci sarà sempre qualcosa che le accomuna e che renderà la vostra vita matrimoniale meravigliosa.
Sono quelle frasi che al momento giusto riempiranno la vostra giornata, la vostra serata e se siete fortunati anche le vostre nottate.
Non vi illudete: non stiamo parlando di amore, passione, tenerezze.
Quelle le potete da ar gatto.
Stiamo parlando delle frasi che sanciranno una volta per tutte la supremazia famigliare.
Sì, avete indovinato: non è la vostra

1. Non è morto nessuno
Un evergreen, una frase ad amplissimo spettro, come il Rochefin, che si può applicare a qualsiasi situazione, dall’aver inciso la “Dama con l’ermellino” sulla fiancata della macchina nuova strusciandola contro un muretto a secco, ad aver inavvertitamente lasciato cadere la vostra Nikon dal tavolino cercando di togliere la tovaglia da sotto le suppellettili come Silvan.
“Non è morto nessuno” è la frase che spegne istantaneamente qualsiasi tentativo di protesta, perché che cazzo, mica è morto qualcuno, no!? e allora perché protestare?
Che poi quando voi vi dimenticate di alzare la tavoletta del bagno la vostra signora esploda come il Monte Fuji, o che aver dimenticato di chiudere il gas quando siete via per il week end provochi una crisi che neanche i missili a Cuba ci riuscirono, questo non conta.
Quando è il vostro momento di lamentarvi, scatta il riflesso condizionato: “non è morto nessuno”. E fine delle discussioni.

2. Me lo potevi dire
Mentre “non è morto nessuno” è una frase difensiva, che tutto sommato contiene un blando riconoscimento di aver fatto una cazzata, “Me lo potevi dire” è invece un attacco senza quartiere: la colpa è tua, sempre tua, solo tua, anche se la cazzata l’ho fatta io, la colpa è tua perché “me lo potevi dire”.
E’ una frase dalle varianti infinite, e come molti musicisti hanno costruito una fortuna sul giro di Do ci sono mogli che hanno consolidato il loro matrimonio unicamente a botte di “me lo potevi dire”.
C’è per esempio il rafforzativo “me lo potevi dire PRIMA”. E quando te lo dovevo dire? Dopo?
Ma un avverbio pleonastico ci sta sempre bene, rafforza l’idea che siete dei coglioni, e che potevate dirlo PRIMA che a venti gradi sottozero tirare il freno a mano vuol dire non usare la macchina fino alla fine dell’era glaciale.
Me lo potevi dire PRIMA che se faccio cadere la bottiglia della coca cola poi non è consigliabile aprirla a tavola mentre indossi la cravatta che ti ha regalato tua madre.
“Me lo potevi dire” nelle mogli più sofisticate può diventare facilmente sarcasmo.
Ad esempio se dopo due mesi di jeans e maglietta vi vede andare in ufficio giacca e cravatta non potrà esimersi da un: “Me lo potevi dire che è arrivata una collega particolarmente bella”, sottolineando il fatto che siete praticamente dei barboni e solo l’ormone è in grado di farvi vestire decentemente.
“Me lo potevi dire” è come una camicia celeste, va bene su tutto.

3. Sei come tuo padre
Ora, qui siamo passati alla denigrazione bella e buona. Perché tuo padre può anche essere Sabin e aver regalato il vaccino antipolio all’umanità, oppure il Mahatma Gandhi, ma è sempre tuo padre, e per induzione uno stronzo.
Anzi, il paradigma dello stronzo che diventerai anche tu.
Quando una donna ti dice “sei come tuo padre”, non è mai perché ti sei fatto un mazzo tanto per tutta la domenica a montare una parete IKEA, oppure perché sei andato a fare la spesa all’unico supermercato aperto di notte perché lei domani deve andare in ufficio presto e non c’è niente per preparare i pranzo ai bambini.
Non è neanche quando hai tollerato il suo collega di stanza tutta la sera sorridendogli e annuendo, anche se l’unico argomento di conversazione che ha è la Roma e tu sei della Lazio.
No.
Questa è la frase che esce quando ad esempio ti scappa un’occhiatina alle tette della baby sitter.
Oppure quando distrattamente ti scappa una falangina nel naso.
O anche quando lanci le mutande nel cesto dei panni sporchi ma sbagli mira e finiscono rovinosamente nel portagioie di tua moglie.
Insomma, quando sei antipatico, casinista, stronzo, fedifrago, puzzi o hai l’alito pesante sei come tuo padre.
Quando fai qualcosa di buono, è culo.

4. Abbiamo qualcosa da fare sabato pomeriggio?

Ecco, quando una donna vi fa questa domanda, la cosa peggiore che possiate fare è rispondere.
La tattica giusta, l’unica che vi può forse – e sottolineo forse – salvare la vita è rispondere con un’altra domanda: “Perché?”
Non credete, non ve la caverete, è un po’ come buttare la palla dall’altra parte a tennis, se avete un Federer prima o poi vi infila.
Ma d’altronde, per rimanere nel tennistico, c’è sempre la speranza che l’avversario la butti a rete.
Invece rispondere vuol dire essere di sicuro passato per le armi, l’unica differenza può solo essere la quantità di dolore inflitta.
In ordine di pericolosità, la risposta peggiore è: “Sì, io vado allo stadio con Gianluigi”.
Ora, per essere chiari, nessuna donna crederà mai che esiste un Gianluigi con cui voi andate allo stadio, e comunque, anche se fosse un amico reale, o anche vostro cognato, ogni donna sa bene che a) Gianluigi vi reggerebbe bordone in ogni caso e b) Sticazzi, hai preso un impegno senza dirmi nulla, sei morto.
Questa risposta può provocare, a secondo del carattere della consorte, una gamma di reazioni che va dalla sfuriata, al gelido sguardo con conseguente chiusura dei rubinetti sessuali per sei mesi.
Se però pensate che “Mi pare niente” sia una risposta soddisfacente, siete dei poveri illusi.
Lei farà un sorriso dolcissimo, foriero di fregature colossali, e vi dirà: “Perfetto, allora per favore dovresti accompagnare mamma a fisioterapia”, oppure “Porti tu la bambina a danza?”, oppure “Meno male perché il giardino ha bisogno di una sistemata.”
Insomma, se avete da fare, siete degli stronzi egoisti che vanno sterminati con il napalm, se non avete niente da fare degli schiavi da usare a piacimento.
Non c’è speranza

5. La vicina è proprio volgare
Qui ragazzi dobbiamo ammetterlo: le donne sono fantastiche a portarvi su terreni scivolosissimi, in cui neanche l’abilità e la grazia di un Bolle riuscirebbero a farvi rimanere in piedi e ad evitare di rompervi una tibia, metaforicamente e non.
La vicina in questione può essere la vicina di casa, la vicina di ombrellone, la vicina sul treno, insomma una donna qualsiasi che però abbia due caratteristiche fondamentali: sia a portata di sguardi e sia una gnocca terrificante.
Vostra moglie non potrà negare che una bionda-occhiazzurri-90/60/90 di un metro e ottanta sia una gnocca da paura, e quindi per dissimulare il suo rosicamento e togliervi anche l’uncia soddisfazione che vi è rimasta, qeulla di un’occhiata furtiva, la butterà in caciara.
Cosa potete rispondere?
La verità? Cioè che se questa vicina vi degnasse anche solo di uno sguardo lascereste moglie, figli e lavoro per una settimana con lei alle Maldive, possibilmente senza scendere mai in spiaggia?
Non credo proprio.
Potete fare due cose, entrambe sbagliate, ma tanto ormai sapete come va a finire, no!?
Potete dire: “E’ vero, è proprio volgare, sarebbe anche una bella ragazza ma mi fa schifo”.
Fratelli, preghiamo insieme per l’uomo che oserà sfidare la sorte con una menzogna così pacchiana, perché il suo viso e i suoi ormoni diranno esattamente l’opposto, ed è la scusa che la moglie cercava per andare su tutte le furie, e tenervi poi il muso per due mesi (oltre ovviamente a chiudere i rubinetti, questo è chiaro).
Ma per fortuna ci sono anche uomini temerari, senza però avere le palle per dichiarare apertamente “Io a quella je farei questo e quello”.
No.
Quelli di noi sinceri ma vigliacchetti proveranno a buttarla là: “Ma no, dai, è una bella donna, forse si è truccata un po’ pesante”.
Come se foste Yves Sant-Laurent che dà un giudizio sul make-up di Monica Bellucci.
Invece siete un disgraziato, che viene improvvisamente investito da una tempesta di parolacce, di cui “Porco!” è la più soave, le altre non le posso scrivere a causa delle vigenti leggi sulla morale pubblica.

Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

scarpe-hello-kitty

Autunno

 

Una volta odiavo l’autunno
Quando il profumo dell’estate e del mare era ancora incollato alla pelle
E improvvisamente i giorni finivano prima ancora di iniziare
Quando non volevo uscire e mia madre mi trascinava in un supermercato, o in un negozio, o in qualsiasi altro posto che non fosse casa.
Odiavo vedere la città piena di vita senza la luce del sole
Rimanere in macchina con la pioggia battente e le luci delle altre automobili che ti colpivano invadenti.
Una volta odiavo questo preludio dell’inverno, il primo freddo, i fiori appassiti, la malinconia.

Oggi odio l’autunno
Quando tornando a casa alzo gli occhi verso il crepuscolo
E improvvisa sento la stretta della sua mano
Il suo profumo quando la abbraccio in lacrime
La sua voce un po’ arrochita dal fumo e dall’età

Non dovremmo mai sopravvivere ai nostri ricordi più belli

Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

Ponte_Sisto_Rome

Italia – Haiti tre a uno

Un racconto malinconico costruito su ricordi felici

Il caldo di quella sera di giugno non me lo dimenticherò mai.
A dire il vero, sono molte le cose che non posso dimenticare a distanza di quarant’anni, e ogni volta che i primi caldi arrivano impietosi a rendere le giornate interminabili e le notti insopportabili precipito a quel quindici giugno di tanti anni fa, e mi sembra di rivedere tutto come in un film.
Ricordo ogni dettaglio di quella sera, il pergolato di una pizzeria di quartiere, le tovaglie di carta e le posate di metallo, con i bicchieri di vetro da acqua e le prime coca-cola che ci riempivano lo stomaco.
Il tavolo con qualche genitore, distante, per non disturbare, e venticinque ragazzini che correvano e urlavano senza sosta.
Venticinque undicenni che smettono di essere bambini e diventano qualcosa di diverso, dei ragazzini senza forma, non-bambini e non-adulti, l’inizio di un limbo senza fine che ancora oggi non smette di perseguitarmi, in un’adolescenza eterna che si confonde con la vecchiaia incipiente.
Ma il 1974 era anche l’anno dei mondiali, ed era pressoché impossibile tenere noi maschi seduti, mentre gli Azzurri – gli imbattibili Azzurri – iniziavano il loro presunto cammino trionfale verso la gloria.
E allora gruppetti di maschi scalmanati a turno scendevano i gradini per entrare nel locale dove un vecchio televisore, vecchio anche per l’epoca, trasmetteva in pochi pollici una partita in bianco e nero, e tornavano con le ultime notizie: “per poco non segna Mazzola”, “quelli sanno solo stare in difesa”, “siamo più forti”.
Urla di entusiasmo di anime entusiaste, e solo uno rimaneva seduto.
Un solo ragazzino non si mischiava con il sudore degli altri, e mangiava tranquillo la sua pizza, bevendo coca-cola e sorridendo alle chiacchiere delle compagne di classe.
Ero io, chiaro, quel ragazzino, perché in quella estate così calda il calcio non era più la mia unica preoccupazione.
Avevo scoperto che non erano solo le corse all’impazzata, le partitelle senza fine sullo sterrato, la bicicletta in salita, che facevano accelerare i battiti del cuore.
Avevo scoperto che ad un certo punto della vita incontri persone che desideri non si allontanino mai più da te, e le vorresti tenere vicino con qualsiasi scusa.
Avevo scoperto l’amore.
L’amore dei ragazzini certo, l’amore che non può essere dichiarato, perché non si sa come fare, che non può essere consumato, perché non si ha consapevolezza del proprio corpo, che non può neanche essere vissuto.
E’ un amore che può essere solo sofferto, e io lo soffrivo per bene, quell’amore per la sorella di un mio compagno di classe.
Aveva un anno di più, ma io ero alto – pensavo che questo bastasse per essere notato – e quando la incontravo sembravamo della stessa età. Andavamo nella stessa scuola, e ci incrociavamo quasi tutti i giorni.
Lei parlava con me, ma ovviamente io non parlavo con lei, non sapevo che dire, non avevo parole, e quindi evitavo di rispondere, magari le sorridevo, ma niente di più.
E stasera, proprio stasera mentre Zoff e i suoi compagni si battevano per noi su un prato tedesco, e tutti gridavano convinti del trionfo che ci attendeva, io ero triste.
Perché lei non c’era, non aveva accompagnato il fratello, e non l’avrei vista per un bel po’.
Era l’ultima volta che noi compagni di classe ci vedevamo prima delle vacanze, e per tre mesi ognuno di noi avrebbe fatto i conti con l’infanzia che se ne andava, per ripresentarci a settembre diversi, più grandi, qualcuna già donna, e qualcuno già con la barba fatta.
E io avrei passato l’estate sdraiato a letto, o al mare, a pensare a quella ragazzina più grande di me, con quei capelli neri lunghi e gli occhi scuri, cercando di trovare le parole che avrei potuto usare la prossima volta.
Sapendo che non lo avrei fatto.
Arrivò l’intervallo della partita, Italia e Haiti inchiodate sullo zero a zero, la pizza ormai finita, la coca cola che ribolliva negli stomaci, e quasi ora di andare via.
Ad un certo punto mi vennero a chiamare.
– Dai ricomincia, vieni a vedere anche tu! –
Scesi i gradini con tutti i maschi, erano sudati all’inverosimile per il caldo, il forno vicino e l’eccitazione, e solo io non riuscivo ad entusiasmarmi.
All’improvviso, il disastro.
Un tizio mingherlino scappò al controllo dei nostri difensori e segnò.
Haiti uno, Italia zero.
I miei compagni rimasero allibiti, le bocche spalancate, senza sapere cosa dire.
Fossero stati un po’ più grandi avrebbero riempito la sala di parolacce, come fecero gli adulti seduti più lontano dal televisore.
Allora decisero che la passione per il calcio non era sufficiente a reggere l’onta, e tornarono nel giardino per prepararsi ad andare via, delusi.
Io rimasi lì, a guardare, tanto non mi interessava se l’Italia perdeva o vinceva, non pensavo molto ai mondiali, per cui potevo anche restare a fare finta, almeno non ero costretto a fare conversazione.
Poi, senza preavviso, mi accorsi di non essere più solo, e quando mi girai c’era quella ragazzina.
Mi sorrideva. Era venuta con i genitori a prendere il fratello, mi aveva visto e si era fermata.
– Che fai? non sei con gli altri? –
– No, stavo guardando la partita. Stiamo perdendo. – dissi, come se quella fosse una spiegazione.
Lei alzò un sopracciglio.
– Pensavo che a te il calcio non interessasse. Così almeno mi dice mio fratello. –
– Ti parla di me? – chiesi stupito.
Lei sorrise.
– Non tanto, e non volentieri. Sono io che ogni tanto gli chiedo qualcosa. –
E mi guardò.
E quello sguardo fu il primo di molti sguardi che ebbi la fortuna di vedere nella mia vita, lo sguardo di una donna che ti dice con gli occhi le cose che non vuole dirti con le parole, lo sguardo che ti fa capire che tu per lei sei diverso, che forse c’è qualcosa dentro di te che a lei piace, e che forse, forse è possibile che quello che tu hai creduto possa diventare vero.
Ma quello era lo sguardo di una ragazzina, e tutto questo sarebbe diventato possibile solo più tardi.
Quel giorno, mentre l’Italia segnava, pareggiava e poi vinceva, era solo lo sguardo della donna che poteva essere e che io vidi per primo.
E forse anche per ultimo.
Si avvicinò, mi diede un bacio sulla guancia, e poi raggiunse gli altri.
Rimasi lì qualche minuto, gli occhi alla televisione, la testa e il cuore in un luogo lontano, prima di tornare in giardino e scoprire che era già andata via.
E rimasi così anche nei giorni successivi, in cui quel leggero contatto di due labbra sulla guancia riaffiorava in continuazione e mi bruciava senza sosta.
Poi la telefonata, gli occhi spalancati, il pianto irrefrenabile, le carezze di mia madre.
E il funerale, gli abbracci con gli amici, il fratello che singhiozzava senza sosta, il caldo micidiale di Roma, e l’Italia che usciva dai mondiali.
Uscii dalla chiesa da solo, non presi per mano gli altri compagni e mi allontanai da mia madre e mio padre, che mi guardavano preoccupati.
Alzai gli occhi al cielo e mi chiesi cosa avessi fatto di tanto cattivo per soffrire così.
Non ebbi risposta ovviamente, e non ce l’ho tutt’ora, se dopo quaranta anni quel bacio mi fa ancora male, e quella domanda ancora la faccio al cielo, in queste notti di giugno in cui Italia ed Haiti ancora combattono per un pallone, e io per diventare grande.

italia haiti

Estate a Roma

Avevo scritto questo racconto breve per un concorso, poi avrei dovuto limarlo per partecipare e invece mi piaceva così.
Ne scriverò un altro.

Avevo giurato che non ci sarei più tornato, e invece eccomi qua.
Guardo la fontana, con gli scalini pieni di ragazzi accaldati dall’afa di una bella giornata di fine giugno e dalla birra, e mi stupisco di dove mi hanno portato le mie gambe.
Ho una busta in una mano e la borsa nell’altra, e ruoto su me stesso aprendo le braccia come una ballerina per guardare questo universo che avevo quasi dimenticato.
Sbircio il Tevere oltre il parapetto, poi mi giro di nuovo e abbasso gli occhi per guardare il selciato e i miei piedi, come per rendermi conto di essere di nuovo qui, davvero.
Chiudo gli occhi, sperando che il buio cancelli l’immagine che si sta formando nella mia mente, ma è inutile, è tutto inutile.
Lei è ancora lì, che ride nel suo vestito verde, seduta sugli scalini di Piazza Trilussa, e io vicino che abbasso la testa e tengo le braccia appoggiate sul marmo, per paura di toccarla, ma sento il suo calore e il suo respiro, e le braccia si irrigidiscono per il desiderio di tenerla stretta, eppure resisto e continuo a parlare, e sono divertente, perché lei ride, mi prende in giro, è contenta di essere qui con me.
Poi le do’ un foglio.
Lei si fa seria, lo apre e comincia a leggere.
Riapro gli occhi, non voglio vedere: anche se questa scena è solo nella mia mente, non voglio vederla. Giro sui tacchi e attraverso la strada di corsa e vado sul ponte.
Mi affaccio e guardo giù.
Quante volte ci ho pensato, quante volte.
Ma sono troppo vigliacco, ho preferito scappare.
Londra, poi Bangkok, poi addirittura l’Australia.
Lontano, il più lontano possibile da Roma, da questa città che amo e che mi ha fatto così male, da questo caldo opprimente e lo smog che mi fa tossire.
Lontano dal dolore lancinante che mi provoca il ricordo, un ricordo che sulle onde dell’oceano è più delicato, una malinconia di sottofondo, mitigato dai corpi di donne alte e muscolose, con capelli biondi e occhi azzurri impossibili.
E così ho resistito per dieci anni e sono riuscito a vivere.
Oggi però no, oggi non vivo, perché sono di nuovo qua, e il dolore è di nuovo una spada arroventata infilata nel costato, e una mano impietosa che la gira in continuazione, non è possibile sopportarlo.
E allora guardo di nuovo giù: ora che anche i miei non ci sono più lasciarsi cadere è un dolce desiderio.
Ma prima voglio vederla di nuovo.
Rialzo la testa, guardo in direzione di Piazza Trilussa e attraverso di nuovo, e come in un film, un brutto film di fantasmi, lei è lì, con il mio foglio in mano, gli occhi che si allargano mentre procede nella lettura, io che abbraccio le mie gambe e metto la testa tra le ginocchia come un adolescente, lei che finalmente finisce e mi guarda stupita, con la bocca aperta, non dice una parola.
Poi con lenta consapevolezza si alza, mi toglie gentilmente le mani dalle ginocchia, chiude la bocca e addolcisce lo sguardo, si siede sulle mie gambe e mi abbraccia senza dire una parola.
E’ la prima volta che la tocco, e non avevo idea. Nessuna idea che quel contatto avrebbe cambiato la mia vita.
Resto fermo così, con le mia mani sulla sua schiena, sento il suo cuore, il suo seno, il suo respiro, e non ho coraggio di dire nulla.
Devo riaprire gli occhi ora, lo devo fare. So che se li terrò chiusi scenderanno delle lacrime e io non voglio piangere.
Ma non riesco, non riesco proprio a riaprirli.
Sento la busta di plastica nella mia mano, e ne percepisco la leggerezza.
Ma so che anche se non pesa nulla mi farà male.
Apro gli occhi e guardo questa busta, e mi odio per questo, mi odio per averle comprato dei fiori.
Lei non amava i fiori e non li voleva, e l’unica cosa che ho saputo fare per lei è comprare dei fiori e venire qua a piangere.
Mi avvio verso il parapetto, guardo in lontananza il Cupolone, e Castel Sant’Angelo.
Penso che è stato bello nascere qua.
Mi hai fatto male, Roma. Ma non te ne voglio, mi hai dato lei, e ti ringrazio per questo, anche se poi me l’hai tolta.
Getto i fiori sul marmo che c’è sotto.
Arrivo, penso, il tempo del dolore finisce qui.

Roma Acqua Alta 2

Photo by rodocarda

Millennium Bridge

Le cose che amo: Londra, la malinconia, la buona letteratura.
Come spesso succede, un racconto ispirato da un viaggio recente.

Mentre mi siedo al tavolino della pizzeria, un tavolino d’angolo davanti ad un finestrone, mi dico che era un bel po’ che non venivo a Londra.
Poi ci penso un attimo, e dico: no, non è un bel po’. Sono esattamente 2.347 giorni.
Forse se guardassi l’orologio potrei anche dire quante ore, ma lascio perdere.
E’ un po’, sì, e non l’avrei fatto se Sandro non avesse insistito affinché venissi su per la comunione del figlio maggiore.
Lui che nasce ateo in una famiglia di atei si è ritrovato un figlio che vuole fare la comunione, e tutto solo perché la scuola cattolica era l’unica dove insegnavano letteratura italiana fin dalle elementari.
– Ti prego non mi lasciare solo nel momento del bisogno. – mi ha detto ridendo al telefono.
Io ho sorriso, e stavo per dire di no, ma poi ho pensato “che cazzo, il mio miglior amico mi invita ad un evento così importante e io non ci vado?”. E allora ho detto sì.
Sono arrivato ieri sera tardi e sono andato subito in albergo, poi stamattina sono andato a salutare Sandro e Laura e i bambini, abbiamo fatto colazione insieme, poi loro avevano delle cose da fare per domani e mi hanno lasciato libero.
Senza una meta precisa mi sono fatto trascinare dai ricordi, e ho preso la metro fino a Liverpool Street.
Ho riconosciuto subito gli odori, l’abbigliamento dei manager della City – tutti uguali nel loro completo scuro, camicia bianca e borsa da postino a tracollo – le frasi spezzettate degli altoparlanti, le urla dei venditori.
Appena fuori dalla metro ho chiuso gli occhi e ho respirato.
Amavo Londra, forse la amo ancora, anche se mi ha tradito.
Qui ho passato i momenti più belli della mia vita e quelli più brutti.
Non ci voglio pensare ora, non proprio ora.
Riapro gli occhi e mi incammino, ho deciso di arrivare fino a Covent Garden passando per Cannon Street e Fleet Street.
Non dovrei andarci, a Covent Garden, ho troppi ricordi di pomeriggi passati seduti ad un tavolino tra tè e risate, a spulciare le bancarelle ogni domenica, a girovagare per l’Apple Store per ore e ore.
Ma non ci sono molti posti in questa città scevri da ricordi. Ci ho passato due anni, due anni con lei, e in due anni abbiamo toccato ogni angolo, ogni pub, ogni museo, ogni singolo London brick.
Abbiamo vissuto questa città come una cosa nostra, e quando una città è tua lo è per sempre.
Mentre mi incammino per Cannon Street non posso fare a meno di ripensare a nove anni fa. A Sandro, sempre lui, che conosce e sposa una ragazza inglese, e mi invita al matrimonio.
Io che ho appena vinto il concorso da ricercatore, lettere antiche per di più, e che mi presento con una vecchia giacca di tweed e una barba incolta che mi fa sembrare più uno studente inglese che un professore italiano.
E poi il matrimonio, la festa, e poi lei.
La migliore amica di Laura, la compagna del college, la scozzese dai capelli rossi e dagli occhi azzurri impossibili, la studentessa di letteratura italiana.
Ricordo il suo italiano incerto di quel giorno, con un accento terribile, un italiano che sarebbe migliorato moltissimo grazie alle passeggiate, le chiacchierate e le notti su un letto di Ikea malridotto, in cui le parole si sovrapponevano si fondevano e se ne creavano di nuove, e alla fine lei parlava un italiano corretto, bello, aggraziato. Come lei.
Non mi accorgo che sono arrivato a Russel Street, e il vecchio mercato di Covent Garden si apre improvvisamente davanti a me.
Mentre mi avvicino la voce di una soprano comincia a coprire i rumori dei passanti, e quando mi affaccio alla balaustra è lì in un angolo che canta arie di opere, canzonette più o meno note, cose così.
Scendo le scale e le lascio mezza sterlina, lei ringrazia con un cenno del capo e resto a guardarla per qualche minuto, poi risalgo e mi dirigo verso lo Strand e da lì arrivo al Southbank.
Prendo fiato, perché il Tamigi mi afferra alla gola, ai polmoni e anche al cuore.
Se penso a tutte le volte che abbiamo fatto questa camminata potrei riconoscere ogni panchina, ogni pesce decorato sui lampioni, ogni anatra che galleggia sull’acqua lurida.
Arrivo al vecchio incrociatore che staziona sul fiume da decenni e una scena mi colpisce: un vecchio, probabilmente un marinaio reduce di qualche guerra, cerca di salire pochi gradini con due bastoni, aiutato da un inserviente.
E’ un lavoro ardimentoso e difficile, che richiedete tempo e pazienza, e io lo guardo senza ironia, incito quel vecchio con il pensiero, e penso che ce la può fare.
Arrivato in cima alle scale improvvisamente si gira e mi guarda: non dice nulla, ma chissà perché sento che mi sta inviando un messaggio.
Abbasso gli occhi, non riesco a reggere quello sguardo fiero, e mi avvio.
Lentamente, perché so cosa mi aspetta.
Il Millennium Bridge.
Quando ci sono ormai sotto e devo solo decidere se salire o meno, le pulsazioni mi salgono a ritmi insostenibili.
Alzo gli occhi al cielo, ed è lo stesso cielo.
Lo stesso di quel giorno: lo stesso vento, le stesse nuvole veloci che rendono impossibile sapere se pioverà o meno tra dieci minuti.
Salgo le scale di marmo, dò un’occhiata distratta a St. Paul, poi imbocco il ponte e quando la Tate Modern si staglia davanti a me il cuore non batte più velocemente come prima.
Semplicemente non batte più.
Chiudo gli occhi sul ponte, e il ricordo di pochi minuti fa me li fa chiudere anche al ristorante, e dagli occhi chiusi di adesso e di prima riappare lei, quel giorno, al matrimonio, con quell’assurdo vestito a fiori che solo le donne britanniche possono indossare, e una coroncina di fiori a tenere fermi i capelli rossi.
Le sue lentiggini che camminano e ruotano sul viso seguendo i suoi sorrisi, le risate, le mosse rapide, l’aggrottare della fronte.
Improvvisamente è lei che voglio. Non ho dubbi. Ci sono venuto fin qui per trovarla e ora non la voglio lasciare.
E così farò, attraverso i primi contatti, le prime uscite avventurose, io che mi invento una scusa per venire a Londra, lei che parte da Edimburgo, e poi la scelta finale.
“Vieni a vivere con me”, le dico. Neanche glie lo chiedo, e lei dice sì, con la testa, in maniera esagerata, facendo ondeggiare i suoi capelli rossi davanti a quegli impossibili occhi azzurri, facendo ballonzolare il seno davanti ai miei occhi perché glie l’ho chiesto mentre era nuda, in bagno, l’ho vista passando e ho detto “Non mi basta più”.
Riapro gli occhi e sono sempre seduto al ristorante, una terribile pizzeria italiana, ad un tavolo d’angolo da cui si vede il Globe Theatre e il Millennium Bridge e tutta la Southbank fino a Canary Wharf.
Il nostro tavolo, quello dove ci sedevamo sempre: o quello o niente diceva lei.
La pizza fa schifo ma la vista è impagabile, aggiungeva, e io mi sono venuto a mettere proprio qui.
Mentre ordino distrattamente penso a tutto quello che ho fatto per lasciare l’Italia, la mia posizione all’Università, la mia famiglia, tutto, per venire qui e stare con lei.
Due anni.
Abbiamo vissuto due anni insieme, due anni che non dimenticherò mai, due anni senza una lira, con contratti a termine, affitti a termine, una vita a termine, e anche l’amore a termine, ora lo so.
Due anni passati a camminare per questa immensa città, io e lei, lei e io, due anni finiti 2.347 giorni fa, proprio lì, sul Millennium Bridge.
Rivedo la scena come fosse ora.
Se sforzo un po’ la fantasia riesco a vedere quei due ragazzi sul ponte.
Lui alto, magro, stempiato, gli occhialini alla John Lennon, un cappotto grigio liso e consunto.
Lei con un vestito a fiori, nonostante il freddo primaverile di Londra, i capelli al vento, ribelli, senza freni.
Non pensavo. Non sapevo. Non immaginavo.
Come al solito dopo aver fatto le scale ho buttato un’occhiata distratta a St. Paul, sì anche quel giorno l’ho fatto, e mi sono incamminato sul ponte.
Solo quando ormai la Tate Modern occupava gran parte del mio spazio visivo, mi sono accorto che lei non c’era.
Mi sono girato, ed era rimasta ferma, a metà del ponte, e mi guardava.
I capelli quasi tutti da una parte le coprivano il viso, il vento freddo che tirava dal Tower Bridge li sferzava senza sosta, ma lei non faceva nulla per sistemarli.
Gli occhi azzurri erano diventati due lame, e me li aveva piantati nei miei.
Lentamente, per paura di scoprire quello che avrei dovuto sentire già, mi sono avvicinato.
L’ho guardata con attenzione, le ho scostato leggermente i capelli dal viso, lei non ha reagito, ha continuato a guardarmi.
– Cosa c’è? – la domanda più stupida dell’universo.
– Promettimi una cosa. – chiede lei senza distogliere lo sguardo.
Sorrido. Un sorriso inutile, perché il cuore già sa che sta per farmi male, ma la testa pensa “Le farò qualsiasi promessa mi chieda, purché resti con me.”
– Certo, qualunque cosa. – dò seguito all’inutile sorriso con parole altrettanto inutili.
– Promettimi che non mi dimenticherai. Che ti ricorderai che io sono esistita. –
Resto a bocca spalancata per un attimo, poi rispondo:
– Murakami. Lo so che l’hai letto. –
Lei distoglie lo sguardo, lo fa vagare verso la nostra pizzeria, dietro le mie spalle.
– Non è colpa mia se lui ha scritto quello che penso. –
Poi, improvvisa, gira di nuovo lo sguardo su di me, stringe le labbra, sembra arrabbiata perché deve farmi male, ma non può evitarlo.
– C’è un’altra persona. – dice.
Un’altra persona, ripeto nella mia mente.
Sapete, ci sono concetti che il nostro cervello fatica ad elaborare.
Non è mancanza di intelligenza, o di razionalità, ci mancherebbe.
E’ una corazza. Per difendersi.
Ci sono momenti in cui il nostro cervello si rifiuta di capire.
Quando muore una persona cara, quando ti licenziano dal posto di lavoro, e quando la tua donna ti dice che ama un altro uomo, che non sei più tu l’idea di futuro che si è costruita, che da questo momento siete due cose diverse.
“Siamo una cosa sola” gridava fino a ieri mentre facevamo l’amore, e ora no, ora c’è un’altra persona.
C’era anche ieri, sicuro, e l’altro ieri, e una settimana fa, e chissà da quanto tempo.
Ma ora, in questo momento, sospesi a decine di metri dal Tamigi, c’è solo lui, e io non ci sono più.
La guardo incredulo, mentre gli occhi le si addolciscono, mentre tenta finalmente di combattere il vento che le scompiglia i capelli e il tornado che le travolge l’anima, e poi smette di combattere, si gira e se ne va.
Apro di nuovo gli occhi e sono seduto in questo ristorante italiano, con una pizza fredda davanti, e penso che non l’ho più vista, non l’ho più sentita, non ho più vissuto.
Da 2.347 giorni, da quel pomeriggio ventoso sul Millennium Bridge.
Decido che mi sono fatto abbastanza male, sono riuscito a resistere per tanto tempo, tanto, tantissimo tempo senza stare male per lei, ma ora che sono qui ho pensato che fosse meglio affrontare l’ordalia, che scappare ancora sarebbe stato inutile, e impossibile, che forse dopo starò meglio.
Non riesco neanche a tagliare un pezzo di quella orribile pizza, perché improvvisa come una folata di vento una macchia rossa compare nel mio campo visivo, e non faccio in tempo ad alzare la testa che i suoi occhi sono lì, di nuovo piantati nei miei.
Qualche ruga, inevitabile, il rosso un po’ scolorito sull’attaccatura dei capelli, le efelidi ingrossate in alcuni punti, le conosco a memoria, ma è sempre lei.
Gli occhi non sono duri come quella volta, come l’ultima volta.
Sono occhi curiosi, e teneri.
– Sandro? – chiedo.
Lei annuisce, divertita pare.
– Sapevo che non mi dovevo fidare di lui. – dico scherzando, e mi stupisco con quale naturalezza io riesca a scherzare con lei.
– Mi ha detto solo che saresti venuto per la comunione, sapevo dove ti avrei trovato. –
Ora è il mio turno annuire, mentre il mio cervello scandaglia frettolosamente ogni singola cellula per controllare se ce ne sia qualcuna che non fa male.
Non ce n’è, è il responso finale. 2.347 giorni e mi fa ancora male tutto davanti a questi occhi.
Lei si fa seria.
– Non voglio sapere della tua vita, e non ti dirò della mia. –
Siamo d’accordo, dico con lo sguardo.
– Sei stato male, e anche io. E forse sarebbe stato meglio non vederci, oggi, qui, ma c’era una cosa che volevo sapere. Che è importante per me, come lo sei stato tu. –
Sei stato. Ha imparato troppo bene l’italiano, questa scozzese dai capelli rossi.
Tanto lo so cosa vuole sapere, e non glie lo negherò.
– Non ti ho dimenticato. Mai. Neanche un momento. Neanche quando altre donne occupavano il mio letto o il mio cuore, neanche quando ho sofferto per persone che se ne andavano per sempre, tu eri sempre lì. Esistevi allora, quando ti tenevo tra le braccia, esisti ora che ti vedo davanti a me, ed esisterai finché avrò la forza di pensare. –
Non mi sono tenuto niente, forse neanche se lo aspettava.
Forse credeva che non le avrei dato quello che voleva, e invece ho rovesciato tutto.
Che senso aveva mentire?
E dire “sono felice”, “non ho più pensato a te”, “davvero sono passati più di sette anni?”.
2.347 giorni. Li ho contati tutti.
Si alza, prende la borsa, va via, non mi sfiora neanche.
La vedo incamminarsi sul Millennium Bridge, la chiusura perfetta di un cerchio imperfetto.
Murakami, sì, ancora una volta.
Neanche tu mi hai mai amato, Sara.

Two lovers

Photo by rodocarda

Mantova – un racconto

Quando vado in una città che mi piace, penso sempre che sia stata teatro di innumerevoli storie.
E provo a immaginarne una da raccontare anche io.
Questa è una storia d’amore per Mantova.

La donna che attraversa veloce la Piazza lasciandosi alle spalle il Palazzo Ducale da dove i Gonzaga regnavano sul loro feudo, non ha in realtà fretta.
E’ il suo modo di camminare, stretta nel suo cappotto, indispensabile in questa fredda sera di fine marzo: sono passi piccoli e veloci, incuranti dei ciottoli che lastricano la pavimentazione, scivolosi per la pioggia abbondante del primo pomeriggio.
Sta attenda a non incastrare i tacchi ma non ha paura di cadere.
Non ha un ombrello, e anche se la pioggia è cessata qualche goccia ancora si deposita sui capelli crespi e forma delle goccioline che brillano alla luce del tramonto e delle lampade intense che illuminano la piazza.
La attraversa in diagonale, da Piazza Castello e poi si infila nella stretta via con i portici, ma non passa sotto, rimane in mezzo alla strada, non devia, non le importa dell’umidità.
Da’ solo un’occhiata alla piccola piazza Broletto, dove un fast food stride con la sfarzosa antichità dei palazzi circostanti, ma è solo un’occhiata; non rallenta e dopo qualche metro improvvisamente entra in un bar.
Si ferma solo un attimo sulla soglia, come per controllare bene di non sbagliare.
Il Bar Pierrot a quest’ora di pomeriggio è pieno di ragazzi con in mano un aperitivo.
Lei chiede un cappuccino e si siede vicino alla parete, su una sedia alta, appoggiando la tazza ad un piccolo tavolo.
Il barista che la serve sembra non averla riconosciuta, oppure è bravo a fare finta, ma lei per sicurezza non lo guarda negli occhi.
Abbassa lo sguardo sulla tazza, poi lo rialza per guardarsi intorno.
Chissà, forse spera di vederlo comparire vicino a lei.
Come quella volta.
Lo stesso bar, la stessa ora, la stessa folla di giovani con in mano uno spritz e lei, lo stesso cappuccino sulla stessa sedia.
E una voce con il suo stesso accento, straniera tra queste cadenze lombarde con influenze emiliane.
– Lo sa che a Mantova bere il cappuccino a quest’ora è considerato reato? –
Alzò gli occhi, quel giorno, per trovarsi davanti un uomo sorridente, con un accento romano marcato e uno spritz mezzo bevuto.
Lei lo guardò freddamente anche se le faceva piacere sentire la sua parlata, forte ma non greve.
– Vorrà dire che mi cercherò un buon avvocato. – rispose cortesemente ma in modo da troncare il discorso.
– E’ qui per lavoro o in vacanza? – chiese l’uomo insistente.
Il barista – Luigi, come avrebbe imparato bene, lo stesso di stasera – si schiarì rumorosamente la voce e i due si girarono solo per vederlo appoggiare le mani al bancone e inarcare un sopracciglio.
L’uomo con l’accento romano annuì enfaticamente: sembrava un teatrino studiato appositamente per lei.
– Dici che sono stato banale? Bruciato subito tutte le cartucce? – chiese l’uomo con una falsa aria contrita sul volto.
Il barista fece un gesto con la testa, poi disse:
– Embè – un po’ alla romana.
L’uomo si girò verso di lei, che lo guardava sempre con distacco ma ora aveva alzato un sopracciglio e aspettava di vedere come sarebbe andato avanti il teatrino. Era sicura che i sue commedianti lo avessero già provato più volte.
Lui la guardò fissa ma senza traccia di impertinenza, era uno sguardo aperto e intelligente, poi parlò a voce un po’ più alta:
– Luigi – disse al barista continuando a guardare lei – come ne esco? Mi guarda male, e secondo me sta pensando ad una parola che inizia per “v” e finisce per “ulo”. –
Lei si morse le labbra per non ridere; erano due cretini, ma simpatici.
Improvvisamente Luigi si materializzò con uno spritz in mano.
Poi fece finta di parlare all’orecchio dell’uomo, ma ovviamente in modo che lei sentisse.
– E’ il cappuccino. Nessuna donna può essere simpatica se beve un cappuccino alle sei di pomeriggio. Prova con lo spritz. Se continua a ignorarti allora vuol dire che sei tu. –
L’uomo si girò verso il barista, lo guardò indeciso, poi prese lo spritz e disse:
– Rischio? –
Il barista annuì.
– Certo. Tutt’al più verrai a sapere cosa ci sta tra “v” e “ulo” di così importante. –
Lei sorrise e prese lo spritz che l’uomo le porgeva, mentre il barista si dileguava.
La spalla ha finito il suo compito, pensò lei.
– Guido, piacere. – le disse lui porgendo la mano.
Lei esitò un attimo poi gli strinse la mano, enorme rispetto alla sua.
– Sara. Sono qui per un congresso di odontoiatria. –
– Ahi, una dentista. Non ti devo far arrabbiare quindi. Conoscerai un milione di modi per fare male. – sorrise – Io invece lavoro per una multinazionale qua in zona, mi sono trasferito da un po’. In realtà la sede della mia azienda è a una mezz’ora di macchina, ma a me piaceva vivere qui, a Mantova; mi piace questa città, è della misura giusta per me, non caotica come Roma ma neanche un paesotto. Abito proprio qua sopra. –
Non finì la frase che vide lo sguardo di lei indurirsi, allora diventò rosso e cominciò a borbottare.
– No scusa, volevo dire..abito qui…insomma il motivo per cui mi conoscono in questo bar anche se sono di Roma, vengo tutte le mattine per colazione…scusa non volevo intendere… –
Lei sbottò a ridere e la risata piena che fece uscì dal bar, corse per tutta Via Broletto, entrò a Sant’Andrea, risalì il campanile, poi riscese, arrivò fino al Mincio, piegò le canne sulla riva del fiume, increspò le onde, poi corse di nuovo indietro, sollevò la gonna alle ragazze e fece ondeggiare i loro capelli, rientrò nel bar e colpì Guido alla schiena, facendolo sussultare.
Da quel momento lui non fu più lo stesso.
E desiderò di farla ridere per sempre.
– Fino a quando ti fermi? – chiese quasi sottovoce.
Lei fece un gesto vago con la mano.
– Domani è l’ultimo giorno del convegno. Speravo di avere tempo di vedere un po’ Mantova ma sono rimasta segregata in albergo tutto il giorno ieri e oggi. Stasera sono scappata per fare un giro, ma sono stanca, per questo mi sono fermata a prendere un cappuccino. Poi me ne andrò a fare una passeggiata senza meta, tanto per vedere qualcosa. –
Lui annuì, stava pensando a cosa dire, mentre Sara prese un sorso di spritz guardandolo con gli occhi ironici da sotto in su.
– Io sono qui da un po’ di tempo e ho girato la città in lungo e in largo. Se vuoi sarò contento di fare da cicerone ad una concittadina sperduta nella nebbia padana. – aggiunse un sorriso, ma si capiva che era ansioso.
Lei esitò; stava prendendo una decisione, e lui trattenne il respiro.
Dopo qualche secondo disse:
– Non faremo tardi però? Domattina il convegno inizia alle nove, e prima devo comunque fare il check out e prepararmi. –
Lui allargò le braccia.
– Ovvio; e poi guarda, con tutto il rispetto Mantova non è Roma, sarà una bella passeggiata, ma se vuoi a mezzanotte ti riporto a casa come cenerentola. –
Lei inarcò un sopracciglio.
– Facciamo per le dieci, caro principe. –
Lui alzò gli occhi al cielo, fingendo di essere infastidito, e lei rise di nuovo.
Ancora quella risata.
Uscirono mentre fuori pioveva una pioggia sottile e delicata.

Quando la riaccompagnò al bar erano le due di notte.
La breve passeggiata turistica si era trasformata in una notte di parole e sorrisi.
Erano andati a Piazza Castello, e urlato nel silenzio del Palazzo Ducale per poi correre via sul selciato, avevano fatto i buffoni davanti al buffone Rigoletto, poi erano andati a passeggiare sul fiume, e quando il freddo era diventato intollerabile si erano chiusi in un ristorante a chiacchierare e a mangiare.
Poi avevano deciso di camminare un po’ all’aria aperta per snebbiare la mente dal vino e dal cibo e invece si erano ritrovati in un locale in mezzo a centinaia di giovani con un bicchiere in mano, a raccontarsi cose e a ridere senza sosta.
Ancora quella risata.
Alle due, ancora ridendo e parlando ad alta voce in una Mantova ormai deserta, si erano fermati davanti all’insegna spenta del Bar Pierrot.
Improvvisamente calò il silenzio.
Il silenzio pieno di domande e di desiderio che spesso si depone sulle parole delle persone che provano attrazione e che non sanno come dare corpo ai loro pensieri più nascosti.
Fu lei a romperlo, questo silenzio che stava per diventare una coperta troppo spessa e difficile da rimuovere.
– Quando hai detto che abitavi qua sopra, intendevi qua sopra sopra?. –
Lui annuì, senza coraggio di dire troppo.
– Sì. Il portone è questo, al terzo piano. Senza ascensore. –
Non sapeva perché lo aveva detto, ma ormai lo aveva detto.
– Non sono così ubriaca, ce la posso fare. – rispose lei sorridendo.
Lui non disse niente, si limitò ad aprire il portoncino con le chiavi e a farle strada.

La mattina dopo la sveglia suonò alle sette; Sara saltò su dal letto e cominciò a vestirsi in fretta.
Guido alzò la testa ancora insonnolito, la vide, nuda, mentre cominciava a infilarsi i pantaloni e poi gli stivali.
La chiamò.
Lei si girò, sorridente, e lui non poté evitare di guardare il suo seno, prima degli occhi.
Lei lo rimproverò con lo sguardo, poi disse:
– Devo scappare, ci sentiamo dopo? –
Guido saltò improvvisamente in piedi, la abbrancò e quando la ebbe ad un centimetro dalle labbra le disse:
– Non andare. Rimani qui. –
Lei sgranò gli occhi ma non sciolse la presa.
– Ma che dici? Come faccio? Devo andare al convegno e poi tornare a Roma, ho il treno oggi pomeriggio, lo studio… –
– Fottitene del convegno. E lo studio non chiuderà se non scendi oggi. Rimani qui. Con me. Per favore. –
Lei soppesò le sue parole. Batté gli occhi un paio di volte. Poi si allontanò lentamente dal suo abbraccio.
Senza smettere di guardarlo prese il cellulare e attese che dall’altra parte rispondessero.
– Silvia? Sì ciao, sono io, buongiorno. Senti Silvia, volevo dirti che ho avuto un contrattempo, oggi non torno, mi puoi spostare gli appuntamenti di domani per favore? No, non lo so quando torno. – disse queste parole guardando Guido che tremava – Però questa settimana non avevo preso molti impegni. Chiedi per favore al Dott. De Santis se può occuparsene lui, poi lo chiamo e glie lo spiego. No, per favore non mi prendere altri impegni per il momento, ti richiamo dopo e ci mettiamo d’accordo. Sì sì, tutto bene, grazie, solo un piccolo contrattempo che spero di risolvere a breve. Ci sentiamo dopo, va bene? Grazie a te. –
Chiuse la telefonata, mentre il suo “piccolo contrattempo” si era abbandonato sul letto e guardava fuori dalla finestra con un leggero sorriso.
Si può morire di felicità? Pensava Guido in quel momento.
Lei si tolse gli stivali e i pantaloni e si infilò di nuovo sotto le coperte.
Rimasero così a lungo, senza parlare. Non ce n’era bisogno.

Trascorse un mese in cui Sara non tornò a Roma.
Guido andava in ufficio la mattina, lei girava per Mantova oppure prendeva la macchina e andava a vedere le cittadine nei dintorni, ma per lo più faceva lunghe passeggiate sul Mincio.
Aveva comprato un blocco e dei colori e disegnava.
Le era sempre piaciuto, ma non aveva mai avuto tempo, e ora quasi tutti i giorni tornava con dei disegni del fiume, dei palazzi, delle persone.
Guido tutti i giorni li prendeva e li appendeva, e dopo qualche giorno la casa era già una pinacoteca delle opere di Sara.
Roma era lontana, e Mantova una bolla di felicità che nessuno dei due voleva rompere.
Non parlarono molto della loro vita romana, dei loro parenti, amici, si concentrarono sul momento, sulla loro storia.
Guido quando passeggiavano stretti come due ragazzi pensava di non aver mai conosciuto una donna così appassionata.
Lei non rispondeva quando lui le chiedeva “sei felice?” ma si stringeva più forte.
Un pomeriggio, quando le giornate si erano già allungate e il sole tingeva di rosso il Palazzo Ducale, Guido la prese per le spalle, la fissò negli occhi e le disse:
– Sposiamoci. Rimani qui, a vivere con me. Lo studio lo puoi chiudere, o lasciare al tuo collega e aprirne un altro qua. Oppure anche non lavorare e fare tanti figli – scherzò sorridendo – Fai quello che vuoi ma resta qui per sempre. –
Lei non rispose ma disse di sì con la testa e pianse addosso a lui mentre lui la teneva stretta.
Quando la mattina dopo si svegliò, Guido sentì il rumore di Sara in cucina e sorrise: stava preparando la colazione.
Pensò al giorno prima e il sorriso si allargò.
Poi si girò e la vide.
Era vestita di tutto punto e aveva appoggiato le valigie vicino alla porta.
Il cuore di lui cominciò a battere velocemente, poi a fermarsi e poi a battere di nuovo, in un’alternanza che lo faceva ansimare.
Non capiva cosa stesse succedendo, o meglio, capiva cosa, ma non capiva perché.
Si alzò dal letto, mentre lei abbassava lo sguardo a terra e poi lo rialzava.
Nello sguardo di lei Guido vide la fine.
Lei aveva alzato un muro, messo un fossato con i coccodrilli, steso il filo spinato, eretto una torre altissima e là dentro c’era il suo cuore, ormai al riparo.
Solo le donne sanno amare e smettere di amare così repentinamente.
Solo una donna può scegliere e decidere volontariamente e senza esitazioni di andare via.
Guido lo sapeva e lo vide nei suoi occhi, vide i muri che aveva alzato, e vide che non aveva speranze.
Ma lo chiese lo stesso, perché era disperato, e quando un uomo è disperato chiede le cose più inutili.
Perché farsi male è l’unico modo per capire veramente.
– Perché Sara? Ieri ti ho chiesto di sposarmi e hai detto sì. Perché te ne vai oggi? Perché non resti e proviamo a parlarne? Ti fa paura il matrimonio? Non vuoi chiudere lo studio? Vuoi che mi licenzi io e trovi un lavoro a Roma? Chiedimi qualsiasi cosa, Sara, ma non te ne andare. –
Sara ricorda bene lo sguardo disperato di Guido, non lo ha dimenticato.
E ricorda cosa gli ha dovuto rispondere. Perché non poteva non rispondere.
– Io vorrei sposarti, Guido. Vorrei rimanere qui e vivere la mia vita con te. Ma lo sono già, sposata. Il mio collega di studio è anche mio marito. E lui…lui non mi ha fatto niente, non mi ha tradito, non mi ha chiesto nulla. Sta soffrendo in silenzio; ogni tanto ci sentiamo, ha capito tutto, sta male senza dire nulla. Ieri, quando mi hai chiesto di sposarti, mi sono ricordata di quando me lo ha chiesto lui, e di quanto fossi felice. E lui mi ha dato tutto. Io amo te, ma lui merita un’altra possibilità. La merita e io voglio dargliela. Mantova rimarrà una parentesi di felicità assoluta, purissima, che non dimenticherò mai. Ma ora vado via. E non tornerò, Guido, non me lo chiedere per favore, non me lo chiedere. –
Lui non glie lo aveva chiesto, e lei non era più tornata.
Fino ad oggi, fino al momento in cui ha chiesto di nuovo un cappuccino al Bar Pierrot.
Una lacrima scende lenta sulla sua guancia destra, non la ferma, non le da’ fastidio. Niente può darle fastidio.
Improvvisamente sente la presenza vicino e si gira.
Luigi si è seduto vicino a lei, abbandonando per un momento gli avventori a se stessi.
– E’ domani vero? – chiede sapendo già la risposta.
Lei annuisce.
– Ti avevo riconosciuto, non solo perché sei venuta qua tutte le mattine per un mese, ma perché lui ha parlato di te tutti i giorni, per cinque anni. –
– Tu lo sapevi? – gli chiede.
L’uomo ci pensa, poi risponde.
– Lo avevo capito. Qualche mese fa lo avevo visto dimagrito e lo avevo preso in giro. Poi dopo qualche settimana era…emaciato. Stanco. Non c’era bisogno di spiegazioni. Gli ho chiesto: “Vuoi che chiami Sara?”. Lui mi ha detto: “No. Non voglio che la chiami, non per vedermi stare male. Se non è venuta finora vuol dire che la sua vita va bene così com’è. Verrà quando sarà il momento.” Ed eccoti qua. –
Tenta un sorriso, Luigi il barista, che non ha nessun effetto, perché è un sorriso pieno di dolore e perché lei piange a dirotto.
Sara finalmente si asciuga le lacrime, quando ritiene di averle finite tutte, poi chiede:
– Come sarà il tempo domani? –
Luigi alza le spalle.
– Come vuoi che sia? Siamo a marzo, a Mantova. Farà freddo, forse pioverà. Però davanti al Palazzo ci sarà un mercatino. Starà lì tutto il giorno, e come tutte le domeniche lanceranno dei palloncini colorati. Per spezzare il grigiore. A lui piacevano. –
E va via senza aggiungere altro, non vuole piangere davanti a lei e ha dei clienti da servire.
Lei annuisce da sola.
Lo sa benissimo, lo sa che gli piacevano quei palloncini davanti ai merli del palazzo. Lo sa bene.
Si alza, esce senza salutare, tanto si vedranno domani.

Mantova Palloncini

Photo by rodocarda

Quando muore un vecchio

Quando muore un vecchio, spesso l’unica cosa che si ricorda di lui sono gli ultimi atti della sua esistenza.
Ci viene in mente la sua camminata incerta, magari storta, la testa incassata nelle spalle curve e il braccio appoggiato ad un giovane straniero.
Le ore passate su una panchina, a prendere un po’ di sole per scaldare un corpo che sente già freddo, oppure su una poltrona davanti ad una televisione che non gli piace più.
Ricordiamo la geografia delle rughe, gli occhi acquosi che tentano di sorridere invano, la pelle ingiallita dal tempo e dalle intemperie.
L’immagine che ci è rimasta impressa sulla retina è quella di una bocca sempre aperta nel disperato tentativo di tirare su anche l’ultimo refolo di ossigeno, per alimentare i polmoni stanchi di alzarsi e abbassarsi senza sosta.
Non riusciamo a dimenticare lo sguardo imbarazzato della prima volta in cui si è bagnato i pantaloni, come quando era un bambino: uno sguardo terribile, quello di un uomo che non ha più il controllo del suo corpo, e lo odia perché non segue più i suoi desideri.
Ci fanno tenerezza le parole senza senso dette nei momenti più sbagliati, la memoria che svanisce poco a poco fino a diventare una cassaforte inespugnabile, le stesse frasi ripetute ogni volta, e molte volte, e sempre uguali, come una radio rotta.
Quando muore un vecchio, l’ultima volta che lo vediamo è spesso un povero corpo dentro un contenitore di legno, un vago simulacro di quella persona che è stata per molto tempo.
Un vecchio lascia ricordi da vecchio, immagini da vecchio, sentimenti da vecchio.

Quando muore un vecchio, qualche volta è una liberazione.
Per non vedere più quei tubi martoriare il corpo e l’anima di una persona amata.
Per non sentire i lamenti quando il dolore si fa più forte e nessuna medicina può calmarlo.
Per non doverlo guardare mentre dorme, il respiro pesante, e le lacrime scendono senza interruzione mentre gli teniamo la mano.
Qualche volta, anche se non si dovrebbe, la morte di un vecchio libera la vita degli altri, anche di quelli che lo amano.
Per questo i vecchi si lasciano andare. Per amore, per non essere più un peso, per lasciare un ricordo di sé che non sia solo ospedali, ambulanze, pianti e dispiacere.
Qualche volta, quando muore un vecchio, è l’inizio di una nuova vita per qualcun altro, l’ultimo regalo che si può fare a chi magari ci è stato vicino per tanti anni.

Ma quando muore un vecchio quasi nessuno pensa mai che insieme a quel vecchio sono morte tante persone, moltissime.
E’ morto l’uomo che ha sofferto per un amore perduto o l’uomo appassionato che ha inventato parole per la donna che amava, e pianto e riso insieme a lei.
L’uomo che ha rubato un ramo di mimosa ogni anno allo stesso albero per quaranta anni, e che ha ricordato ogni anniversario, anche il più banale.
E’ morto il ragazzino che è tornato a casa piangendo con un ginocchio sanguinante, e con un occhio nero per il pugno di un compagno.
E’ morto un adolescente che ha aspettato invano ore per incontrare una ragazzina, per poi vederla arrivare insieme ad un altro.
Colui che è partito militare ragazzo ed è tornato uomo.
E’ morto lo studente che passava le notti sui libri con una tazza enorme di caffè, con la madre che ogni tanto veniva ad accarezzargli la testa, e che lo copriva per non fargli prendere freddo quando lo trovava addormentato sul tavolo.
E’ morto il sorriso sbiadito di una fotografia, scattata in paese lontano, con i capelli ancora lunghi al vento e tanti anni ancora davanti per viaggiare, ridere e piangere.
Quando muore un vecchio se ne va l’uomo che ha lottato tutta la vita per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, bruciando le ore e gli anni migliori della sua vita magari a fare cose che non gli piacevano, solo per uno stipendio e per vedere la felicità negli occhi dei suoi figli per un regalo inaspettato.
E non penserete mai che questo vecchio, che ha regalato l’ultimo sorriso tanto tempo fa, abbia potuto scrivere poesie, dedicare canzoni, vedere paesi lontani, conoscere e amare mille persone, soffrire e gioire, vedere nascere e morire, partire e tornare.
Che ha attraversato questa esistenza di carne e sangue con gli occhi aperti e il cuore in mano, con i nervi tesi e i muscoli pronti, con le mani grandi e le lacrime calde.
Che molto ha dato e forse, forse, molto ha ricevuto.

Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

Stazione

Parole

Quando sarò vecchio
E il desiderio sarà finalmente appassito

Quando la memoria dovrà sciogliersi
Nel ricordo di un amore lontano

Quando la malinconia e un respiro affannoso
Mi accompagneranno tenendomi per mano

Mi rimarranno solo le parole.

Centinaia, migliaia, milioni di parole.

Parole pensate, sussurrate, recitate, regalate, strappate, scritte e cancellate.
Parole delicate e appassionate
Come solo un giovane diventato vecchio sa immaginare.



DSC_8929

Il piccolo campo

Il titolo è un omaggio ad un libro di Erskine Caldwell che ho amato molto.

E sì, alla fine ieri sono uscito con Luca e Sergio.
Doveva venire anche Andrea, poi sai com’è lui, sempre in giro, sempre impegni, ha telefonato un’ora prima a Luca e ha detto che non ce la faceva.
Non ce la fa mai, Andrea, ormai siamo rassegnati.
Ci avrebbe fatto piacere ricreare il quartetto del liceo, ma per un motivo o per l’altro non riusciamo mai a vederci tutti insieme.
Non che noialtri ci frequentiamo così spesso, lo sai. Però succede, di tanto in tanto. Non ci siamo mai persi di vista in tutti questi anni.
Di solito c’è sempre un motivo, ormai non ci vediamo più tanto per vederci, ma quando succede…beh non è cambiato niente, sai.
Anche ieri è stato così.
La scusa era la casa nuova di Luca.
Ha preso un piccolo appartamento in Via Quintilio Varo, sai quello di “Varo rendimi le mie legioni!” ? No, certo, non sei mai stata ferrata in storia, l’arte è la tua passione.
Comunque, è una via non lontano da Cinecittà, dagli studi cinematografici intendo, e neanche tanto da casa mia, infatti sono andato a piedi.
Luca è triste in questo periodo, si è trasferito lì dopo la fine della sua storia con Laura, stavano insieme da quasi dieci anni, non proprio una famiglia tradizionale ma quasi.
E poi da un giorno all’altro la loro vita insieme è diventata sterile, senza senso. E senza figli hanno deciso di separarsi senza rancore.
Ma si vede che lui sta ancora male. Benvenuto nel club, gli avrei voluto dire ieri, ma gli voglio bene, non ha bisogno di me per questo.
Sono arrivato che Sergio era già lì, lui è taciturno e puntuale, io caciarone e ritardatario, infatti mi ha guardato male da sotto le lenti.
Eravamo d’accordo per vederci alle 7, per un aperitivo da Luca così ci faceva vedere la casa e poi saremmo andati a mangiare una pizza là vicino; sì gli ho proposto la pizzeria napoletana a Via Seiano, quella in cui siamo andati anche noi un po’ di volte, Luca voleva andare ad un cinese nuovo, insomma non eravamo convinti.
Poi ad un certo punto abbiamo guardato fuori, il sole non era ancora tramontato, anzi, faceva un caldo pazzesco, d’altronde siamo a fine giugno, e poi casa di Luca è piccola ed esposta a sud, si moriva.
Così, mentre eravamo fermi a chiacchierare, bere una birra e guardare fuori, Luca fa:
– Ma perché invece di chiuderci in un locale con questo caldo non ce ne stiamo all’aria aperta? –
– E dove vorresti andare? – gli ha chiesto Sergio, sempre razionale, mai una volta che si lanci verso mondi inesplorati, lui.
Al che Luca gli risponde:
– Ho scoperto un posto, qua vicino. E’ un piccolo campo pieno di papaveri. Una cosa pazzesca, un campo di papaveri in mezzo ai palazzi di Roma. Mi porto la chitarra, prendiamo pizza e birra e andiamo a fare gli scout come al liceo. –
Mi sono sentito morire.
Ho sorriso, ma dentro piangevo.
Non è difficile, sai, anzi: è possibile piangere e ridere allo stesso tempo.
D’altronde, quelli della faccia sono solo muscoli, puoi muoverli a comando, anche quando non vuoi. Puoi allenarti a farlo, c’è gente che sorride da una vita con la morte dentro.
Anche io sono diventato bravo, lo sai.
I muscoli non sono come la pancia, lo stomaco, il cuore.
Quelli no, quelli fanno come vogliono. Ti fanno male quando vogliono loro, e nel mio caso è sempre.
Ma i poveri muscoli della faccia anche se non vogliono devono obbedire ai miei ordini, e così gli ho intimato di alzarsi, di scoprire i denti, e di sorridere.
Dentro, piangevo.
Anche piangere senza che nessuno se ne accorga è facile.
Basta alzare un muro sulla pelle, in modo che diventi di marmo, e le lacrime non escono.
Facile, sono diventato bravo anche in questo.
E così tra l’entusiasmo di Luca e la passività di Sergio ci siamo incamminati.
Quando siamo arrivati, mi mancava il fiato: il campo era rigoglioso, i papaveri altissimi, fitti, rossi. Non l’avevo mai visto così.
Ci siamo sdraiati su una specie di collinetta, abbiamo mangiato, poi Luca ha cominciato a suonicchiare, abbiamo cantato, anche Sergio che pure non parla quasi mai.
Sempre le stesse cose, i Beatles, CSN, Battisti. Le cose che ci piacciono da sempre.
Io ero sereno, almeno così pensavo, finché Luca non ha posato la chitarra, e non ha detto:
– Che meraviglia questo posto. E’ un luogo magico. Penso che sarebbe il primo posto dove porterei una donna. –
Abbiamo sorriso: mi piace Luca, ha carattere, anche quando è giù cerca sempre di rialzarsi, non cede alla commiserazione.
Ho sorriso anche io, i miei zigomi urlavano dal dolore, ma li ho ignorati, devono fare quello che dico io.
Poi Luca mi ha guardato strano.
– Perché piangi? – mi ha chiesto.
Io mi sono toccato le guance, ed effettivamente le lacrime stavano scendendo.
Era troppo. Quel posto è troppo, e il marmo che credevo ricoprisse la pelle si è sbriciolato in un istante.
Non sapevo che dire, ma è stato Sergio a parlare.
– La foto. La foto che è stata usata. E’ stata scattata qui. Non ci sono i papaveri, ma il posto è lo stesso, ora lo riconosco. –
Io ho annuito, mentre ormai anche i muscoli si rifiutavano di obbedirmi, piangevo e basta.
Luca ha spalancato gli occhi, si è messo le mani nei capelli:
– Oddio Giulio, scusa, non lo sapevo, oddio mio non ti avrei mai portato qua, ma ci dovevo pensare, abitavate qua dietro, me lo dovevo aspettare… –
L’ho zittito con un gesto della mano, non riuscivo a parlare, ma che colpa ne hai, volevo dire con gli occhi, che colpa ne hai tu.
Forse ha capito, perché si è avvicinato e mi ha abbracciato.
E anche Sergio, così restio al contatto umano.
Non ci crederai ma siamo rimasti così, per un sacco di tempo.
Tre uomini, tre amici abbracciati.
E un piccolo campo di papaveri.

Papaveri