Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
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e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

Trenta anni di Mensa Italia

Il 29 giugno si è festeggiato a Livorno il trentennale della fondazione del Mensa Italia, la “branch” italiana del Mensa, organizzazione internazionale fondata nell’immediato dopoguerra da due inglesi.

Io ne faccio parte dal 1984, e vorrei approfittare dell’occasione per raccontare perché ne faccio parte, cosa ha significato per me e cosa ancora oggi rappresenta l’appartenenza a questa associazione, apparentemente molto particolare.

mensa_logo

Il Mensa è l’associazione internazionale che riunisce le persone con QI superiore al 98% percentile.Qualification mensa
In pratica, il 2% della popolazione con un QI elevato, misurato in base a dei test psicologici internazionali universalmente riconosciuti.
Nel 1984 avevo 21 anni e leggevo di solito “Il Messaggero”. Un giorno trovai una pagina intera con dei quiz logico matematici, a cura del Mensa, che invitava a fare il test, rigorosamente in 20 minuti, e poi spedire i risultati.
Ricordo che lo feci a casa, con mia madre che misurava il tempo, perché insomma noi mensani ci teniamo alla precisione e non volevo sgarrare.
Mi sembra di ricordare che su 21 domande ne risolsi 20, e comunque mi scrissero che avevo buone possibilità di entrare.
Feci il test a Piazzale Flaminio, nello studio di un avvocato, eravamo forse una decina di persone, ci tennero 4 ore con due psicologi a supervisionare il test, e alla fine il responso fu positivo.
Parlai qualche volta al telefono con il fondatore, Menotti Cossu, il quale mi invitò a partecipare e anzi a dare una mano, al primo convegno, che si tenne  Roma verso giugno, dove conobbi i primi “fellow mensans”, oltre che il fondatore e Presidente, prematuramente scomparso qualche anno dopo.
Oggi, a quasi 50 anni, sono ancora qua, e vorrei raccontare qualcosa di questa associazione, per cercare di spiegare l’interesse che ancora provo a farne parte.

 

Il test del QI è basato su quesiti principalmente logico matematici.
E’ inevitabile che ci sia una preponderanza di persone con attitudini legate a questo settore, anche se sono presenti artisti, letterati, musicisti, e così via.
Per cui i mensani si ritrovano bene con altre persone con cui condividono l’interesse per la scienza, per la matematica in particolare, per l’informatica, i computer, giochi e videogiochi. Insomma, un ambiente abbastanza omogeneo.

 

Affrontare un test per il QI vuol dire mettersi in gioco, in qualche modo. Per questo il Mensa non raccoglie tutte le persone che potenzialmente potrebbero farne parte, ma solo quelli che se la sentono di fare questa verifica.
Ecco perché nel Mensa sarà più facile trovare personalità estroverse, egocentriche, sicuri di sé, brillanti, con interessi molteplici e variegati.
Questo si porta dietro anche un tasso di litigiosità e animosità elevato, ma è un prezzo piccolo da pagare, per il privilegio di essere a contatto con una comunità così stimolante.

 

Il Mensa è un’associazione, ma tranne gli impegni istituzionali, le attività del Mensa sono aperte a tutti.
I mensani non ritengono di essere una setta. Possono magari mettere l’asticella un po’ alta, pretendere un po’ di più anche dagli altri, ma accolgono chiunque, e anzi, sono ben contenti di fare nuove conoscenze.
Il Mensa è l’associazione meno fighetta e settaria che io conosca.

 

In questo senso, il Mensa è un’associazione antesignana del social network: mette a contatto persone, che fanno gruppo in base a delle loro caratteristiche. Ecco qual è la sua caratteristica migliore. Quando qualcuno mi chiede: ma cosa fate voi “cervelloni” del Mensa, la risposta è sempre la stessa: “niente, socializziamo”.

 

La caratteristica comune a tutti i mensani, che io associo parecchio all’intelligenza in senso generale, è la curiosità.
I mensani non troveranno mai noiosa nessuna attività, non snobberanno mai quello che fai, anzi, saranno sempre pronti con empatia a voler partecipare se possibile alle tue attività.
Se mai uscisse fuori che qualcuno per hobby colleziona carta da fotocopiatrice, nessun mensano direbbe “che noia!”, ma probabilmente tutti si informerebbero sul peso, numero di fogli per risma, composizione della carta, lucidità, assorbimento dell’inchiostro, e così via!


Il Mensa non ha opinioni. Questo, che potrebbe sembrare un limite, è invece una grande forza.
I mensani le hanno, eccome! e non passa momento senza che te le sbattano in faccia, e con forza.
Ma il Mensa in quanto associazione, no.
Questo vuol dire che nel Mensa TUTTE le opinioni singole son benvenute e di pari valore, purché ovviamene non si superino i normali limiti di civiltà che applichiamo alla vita di tutti i giorni.
Persone con le quali, per motivi politici, religiosi, calcistici etc, non vorresti neanche prendere un caffè, nel Mensa si trovano benissimo a discutere, litigare, anche accapigliarsi, e poi serenamente andare a cena e scherzare come se niente fosse.


Quando sono entrato nel Mensa io ero il “giovane”; trent’anni fa, per un ragazzo di vent’anni non era usuale rapportarsi con persone molto più grandi, e quando accadeva, si dava del lei, e si veniva a mala pena tollerati, c’era una certa segmentazione generazionale, molto più di adesso.
La mia sorpresa fu grande quando mi resi conto che l’età non era un fattore rilevante, che persone più grandi di me, e anche di molto, mi trattavano da pari a pari.
Lo stesso faccio io adesso che sono “anziano”, quando mi capita di interagire con i giovani.
Non che la differenza di età – sottolineo: purtroppo – non si faccia sentire, ma non è un fattore discriminante; è più importante quello che sei, quello che pensi o che dici, piuttosto degli anni che hai, e non si parte prevenuti.


Mentre per la mancanza  di discriminazione basata sul sesso, o sulla religione, o sulle idee politiche ci si stupisce di meno (in fondo c’è scritto anche nella Costituzione, se vogliamo…), trovo più rilevante che nel Mensa non sia un fattore rilevante il censo, la posizione sociale, la ricchezza individuale.
Ho avuto modo di constatarlo personalmente sia nel Mensa Italia, e anche a livello internazionale: sapere quanti soldi hai in tasca, non è un elemento rilevante nei rapporti tra mensani.


Insomma, anche se potrà sembrare che questa “soglia” da superare per far parte del Mensa Italia sia discriminante e poco democratica, in realtà è un modo per tagliare via tutte le altre forme di discriminazione che ciascuno di noi vive, o legge, nella vita quotidiana.
Il Mensa, e il Mensa Italia, non sono perfetti: sono associazioni di persone, ognuna delle quali con i propri pregi e difetti, che non scompaiono oltre il 98% percentile, anzi, in alcuni casi si amplificano.
Tuttavia ho conosciuto nel Mensa persone speciali, vorrei dire uniche, alcune delle quali sono diventate e poi rimaste amici carissimi per moltissimi anni, e molte altre se ne aggiungono ogni anno.


Anni e anni e anni

Questo racconto ha vinto – e ne sono veramente orgoglioso – il premio assegnato da GARBO (Gruppo Anobiani Raduno Bologna) in occasione del raduno annuale di Anobii.
Il racconto ha vinto il premio “Asinelli ma non troppo” ex-aequo con altri due scrittori, e potrete trovare i tre racconti qui.
In realtà il racconto originale era leggermente più lungo, anche se di poco, e ho dovuto lavorarci un bel po’ per farlo rientrare nel limite dei 5.000 caratteri richiesti.
Anche se alla fine a quanto pare funzionava lo stesso, la versione “extended” continua a piacermi, quindi la posto qua.
Vi invito invece a visitare il sito GARBO per leggere la versione che ha vinto il concorso e gli altri due racconti premiati.




– Ho paura Anna, tanta paura. –
Anna gli prese la mano.
Sembrava non sentirlo: gli teneva la mano e si frugava in tasca, cercava una caramella, le chiavi di casa, aveva bisogno di fare qualcosa.
Infine si riavviò i capelli candidi, con qualche rada striatura di grigio, ricordo del passato.
Il vento, nonostante la primavera ormai alle porte, la indusse a stringersi al collo la giacca leggera che indossava.
Quando il tempo lo permetteva, metteva sempre quella, sempre la stessa. A lui piaceva, lo tranquillizzava.
Gliel’aveva comprata, molti anni prima, durante un viaggio di lavoro a Parigi.
Gliel’aveva data, con cento rose rosse, appena tornato a casa.
Lei aveva già fatto le valigie, aspettava solo di vederlo per dirgli addio. Era stata troppo male, e non erano bastate le urla, le lacrime, i figli, per tenere tutto insieme.
Ma quest’uomo dai capelli sottili, dagli occhi chiari, con in mano un pacco e un mazzo di rose, l’aveva commossa.
Lo aveva guardato a lungo, in silenzio, rigirando nervosamente la fede che avrebbe voluto riporre – per sempre – nella sua custodia.
Lui aspettava trattenendo il fiato, niente c’era da dire, si erano già detti tutto, c’era solo da aspettare e vedere, se c’era rimasto qualcosa.
Alla fine aveva detto solo “Vai a farti una doccia, sarai stanco.”
Non se n’era più andata, era rimasta lì e c’era ancora dopo tutti questi anni, anche ora. Anche adesso che lui aveva paura, e lei gli teneva la mano.
Non erano stati anni facili, ma lei aveva un senso del dovere, un’educazione, un obiettivo, una cultura, insomma tutto: tutto contro di lei, contro la sua libertà, la sua dignità.
Ora guardava il vecchio che le stava accanto, la mano rugosa, lo sguardo ormai liquido, i sottili capelli radi e imbiancati, chiedendosi se avesse fatto bene, se fosse stato giusto chiudere la sua vita intorno a lui, che sarebbe invecchiato, si sarebbe ammalato, avrebbe avuto ancora più bisogno di lei, prendendole quello che restava della sua indipendenza.
Si chiedeva se aver cresciuto due figli fosse un premio abbastanza grande per una vita derubata di tutto ciò che aveva sognato: amore, passione, condivisione.
Una folata di vento la fece stringere di più nella sua giacca parigina, ormai grande per una donna anziana e rinsecchita.
Lui carezzò la giacca: la ricordava ancora.
– Ho paura. – disse.
– Lo so, ma non devi. Ci sono io con te, e ci sarò fino alla fine. Ti terrò la mano, lo prometto. –
– I ragazzi? – chiese esitante.
Lei fece un gesto evasivo.
– Sai come sono. Ma ti vogliono bene, mi hanno detto di salutarti. –
Annuì. Non sembrava triste, non per questo.
Accanto a loro due bambini sui dieci anni, forse meno. Immobili e serissimi, uguali come due gocce d’acqua.
Sembravano i protagonisti della “Trilogia della città di K.” di Agota Kristof. Sguardo deciso, come pronti a tutto, forse lo erano.
Anna guardò di nuovo suo marito cercando nelle pieghe della pelle il ragazzo che l’aveva fatta innamorare, il primo e l’unico con cui avesse fatto l’amore, l’uomo che aveva sposato, con cui aveva fatto due figli.
Ma non ce n’era traccia.
Questo povero vecchio non aveva nulla di quell’uomo meraviglioso, neanche più il colore degli occhi.
Era la versione anziana dell’uomo che l’aveva fatta soffrire dicendole di amare un’altra, che poi era tornato una sera con una giacca e delle rose per cercare di salvare il suo matrimonio.
Che aveva sempre pensato, da quel momento, di aver espiato. Che bastasse aver capito, essersi pentito, aver giurato eterno amore.
E lei, lei era rimasta. Per i figli certo, per la famiglia, gli amici, le consuetudini; un po’ anche per lui.
Ma anche perché non c’era nessun posto dove andare, nessun luogo dove nascondersi, nessun altro da amare.
Era rimasta perché quella era la sua vita, e non erano bastati quaranta anni, all’uomo che le sedeva accanto, per capire che lei era morta quel giorno e tutto il resto non aveva più importanza.
E così gli anni erano passati, con lei a rassicurarlo, a dirgli che lo aveva perdonato, che era felice, che non poteva desiderare di meglio.
Un inserviente la distolse dai suoi pensieri, le fece un cenno, lei strinse più forte la mano del marito.
Fecero lentamente i pochi metri che li separavano dal cancello.
Dietro di loro, i due gemelli li seguivano in silenzio, senza tradire impazienza.
Arrivati al piccolo cancello di ferro, l’inserviente chiese:
– Siete sicuri? –
Annuirono.
L’uomo aiutò il marito a sedersi nello spazio designato.
Lei lo ringraziò e andò a mettersi accanto a lui, che di nuovo le prese la mano, stringendola stavolta fino a farle male.
– Stammi vicino. –
– Sono qua con te – lo interruppe – come sempre. –
Le sfiorò la guancia con un bacio e si rilassò.
Guardò avanti a sé mentre lei per un’ultima volta lo osservò incuriosita.
Non ci fu tempo per niente altro.
Un rumore metallico.
Un fischio fortissimo.
Una sbarra che calava davanti a loro.
La sensazione di precipitare nel vuoto.
E così, tenendosi per mano, fecero il loro ultimo giro sulle montagne russe.

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