Il 29

I numeri, come le persone, non sono tutti uguali.
Prendete lo Zero, per esempio: per migliaia di anni è stato ignorato, non se ne conosceva neanche l’esistenza, poi improvvisamente ci si è accorti che è il numero più importante di tutti, e da allora gode di una fama immeritata, insieme al suo compagno di merende, infinito.
E l’Uno? Vogliamo parlare dell’Uno?
Da sempre è il capetto dei numeri interi, il primo, il riferimento, quello che stimola competizioni e infrange sogni di gloria.
E’ talmente accentratore, l’uno, che tra lui e gli altri c’è un abisso, tanto che qualcuno ha sentito dire che Due e Tre volevano suicidarsi, poi hanno soprasseduto perché qualcuno gli ha presentato Fibonacci e si sono accontentati.
Che poi, Uno nasce primo, poi non è primo, ma lui dice: se sono Uno, sarò primo, o no!?
Di Tre possiamo dire che è un grandissimo paraculo.
Zitto zitto, sfruttando una sorta di ritmo armonico della natura, è diventato uno dei numeri più importanti.
Fateci caso: tutto è basato sul Tre, almeno le cose più importanti.
Dio è uno e trino, i Re Magi erano Tre, come Fante Cavallo e Re.
Tre son le cose che piacciono a me,
E poi trentatré Trentini entrarono a Trento.
Tre minuti, solo tre minuti vorrei, per parlarti di me.
Insomma ‘sto Tre si è preso tutto lo spazio che Uno ha lasciato disponibile.
Ah beh, certo, non tutto tutto.
Pure Sette è piazzato benino. Che quando c’è da contare qualcosa, e Tre è un po’ pochino, a chi ci si rivolge? Ma a Sette naturalmente!
Sette sono i colli di Roma, che ebbe Sette Re e settantasette Imperatori.
Sette i sacramenti, i vizi capitali, i colori dell’arcobaleno.
Bu-bu settete, e salta il cuore in gola.
Sette spose per sette fratelli, e mettiamoci anche le sette segrete che non c’entrano una mazza ma fanno colore.
E tutti gli altri? Possibile che a parte Dodici e i suoi multipli, Sessanta quando hai tempo da perdere e Dieci che ci è rimasto appiccicato alle dita, non contino niente?
Per esempio Ventinove. Chi è che normalmente si cura di Ventinove?
Dico, ma avete mai visto Ventinove quanto è fico?
Intanto è un numero primo. Primo sul serio, non come quel saputello di Uno e quei paraculetti di Tre e Sette.
Poi è colpa sua se l’anno è bisestile: ogni quattro anni ti arriva la fine di febbraio e zac! ecco che spunta Ventinove. Che poi sarà simpatico eh, ma ti costringe a lavorare un giorno in più, ma per fortuna solo ogni quattro anni.
Ventinove sembra un numero strano, asimmetrico, sghembo, e invece guarda un po’, è la somma di tre quadrati: ogni volta che Due, Tre e Quattro alzano il gomito, spunta Ventinove a rimetterli in riga.
Un po’ rompipalle, direte voi, ma è uno sporco lavoro e qualcuno dovrà pur farlo.
Certo, se guardiamo Ventinove solo come artificio matematico, sembra un oggetto un po’ arido.
E invece i Finlandesi lo amano, come lo amavano i Fenici: invece delle banali Ventuno lettere – che Ventuno è solo dispari non è neanche primo, tiè – il loro alfabeto ne ha Ventinove.
E sarà forse un caso che il contenitore più importante della nostra vita, il cranio, abbia Ventinove ossa?
Ma scherziamo? Non è un caso per niente.
Vuol dire che Ventinove è importante, eccome.
E non se la tira, non come Trenta, o Quaranta, o Cinquanta.
Fanfaroni da fine serie.



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Tanti Auguri

Buon compleanno, amico mio.

Non sai quanto vorrei che tu fossi qua a festeggiare con noi, ma era deciso in altri luoghi che non dovesse andare così.

Volevo dedicarti un pensiero, ma lo sai che non sono capace a pregare, e allora ho preferito scriverti una lettera; tanto, se puoi sentire quello che ho nella mente e nel cuore, puoi anche leggere delle parole scritte, no!?

Mi avevano detto che oggi bisognava celebrare il tuo compleanno in allegria, come se tu fossi qui con noi.
Ti devo chiedere scusa, ma non ce l’ho fatta, non sono riuscito a trovare neanche una stilla di felicità, per quanto mi sia sforzato; non mi è uscito un sorriso neanche per sbaglio.

Invece ho pianto, sai com’è.
Ho pianto per te, per l’assenza di te, e per il dolore mio e dei tuoi amici.
E ho pianto anche un po’ per me, per il futuro, per la tristezza della nostra fragilità.

Ma ti prometto, sì ti prometto che l’anno prossimo sarà diverso, e che ci ritroveremo di nuovo, stavolta più allegri e spensierati, senza dimenticarti per questo.

Sì, lo so anche io che è una promessa che non potrò mantenere, ma oggi non avevo niente altro.

Ti abbraccio.

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