La gita

Come sempre sono una delle prime ad arrivare. I miei non dormono tanto, mi svegliano sempre presto per fare colazione insieme, e quanto gli piace accompagnarmi, a tutti e due.
Preferirei che mi lasciassero all’angolo, sono l’unica che in terza media deve sopportare entrambi i genitori che la sbaciucchiano fuori scuola, ma non ci sentono.
Se non altro oggi che c’è la gita ci sono altri genitori e non mi devo vergognare.
E comunque arrivare presto ha i suoi vantaggi, mi posso scegliere il posto che preferisco sul pullman, in fondo, vicino al finestrino.
Evito di dover stare tutto il tempo a sentire le mie compagne di classe che parlano solo di vestiti, ragazzi, e cantanti melensi.
Vabbè, pure io parlo delle stesse cose, ma non SEMPRE.
Eccole, infatti. Sempre insieme. Le tre bionde.
Vestite uguali, sempre a braccetto, sempre pettinate bene.
Con me sono simpatiche ci mancherebbe: vedi Lilli che mi saluta con la manina, Valeria mi sorride e pure Chicca, nonostante abbiamo litigato per quel compito che non le ho passato, mi saluta.
Valeria viene verso di me, mi fa una linguaccia e mi chiede “che fai qui da sola?”.
Ogni volta è così e ogni volta ho la tentazione di stare con loro, ma poi rinuncio.
E quindi trovo una scusa: davanti mi sento male, poi voglio riposare che ieri sono tornata a casa tardi dopo gli allenamenti, insomma lei mi dice ci vediamo dopo e torna dalle altre, e dopo due secondi non esisto più per loro.
Meglio così.
Guardo fuori cercando di estraniarmi, ma non c’è speranza, mio padre e mia madre sono là e mi salutano.
Faccio un mezzo sorriso, quando sono di questo umore la loro allegria non mi aiuta.
Poi, al solito, la madre di Lilli fa la scema con mio padre. Bionda lei e bionda la figlia.
Ovviamente lui è un maschio, quindi cretino, e non riesce a non darle corda, e mia madre schiuma.
Un paio di volte hanno anche litigato, ma stavolta pare che vada tutto bene, mia madre sorride, anche se si vede che l’ammazzerebbe volentieri. Alla madre di Lilli, ma anche a papà, quando fa così.
Poi arrivano altri genitori, e purtroppo anche un paio di papà delle mie compagne di atletica, e figurati se non si mettono a parlare degli allenamenti, delle gare, a mimare la rincorsa del salto in alto.
Per fortuna non li posso sentire, mi basta vederli.
Ecco arrivano i maschi.
Sempre per ultimi, sempre sudati, anche alle otto di mattina.
Ma perché sudano così tanto?
C’è Giovanni, in particolare, che ha le ascelle che puzzano in maniera terribile, e quando mi capita come vicino di banco mi fa stare male, un giorno ho anche vomitato al bagno.
Ma pure gli altri, non sono da meno.
Non li sopporto, quasi nessuno.
Tranne Manuel.
Lui non puzza, forse perché gli interessa poco il pallone.
Manuel mi piace, ma piace anche alle bionde, e infatti ecco là, come è salito lo hanno subito accalappiato.
Manuel di qua, Manuel di là, che sceme.
Finalmente si parte, tutti si siedono, non devo più vedere questa scena patetica di quelle tre cretine che si squagliano per uno che secondo me neanche se le fila.
Però sta sempre là con loro, figurati.
L’ho detto anche a mio padre, quando abbiamo litigato ieri, che ai maschi quelle come me non interessano.
Lui mi ha detto che non capisco niente, però guarda un po’ dove sta lui? in mezzo alle bionde.
Anche Manuel, così come tutti gli altri maschi puzzolenti, preferisce stare con quelle tre.
Mio padre ha detto che io sono bellissima, e che siccome sono anche intelligente il futuro è mio.
Eh, ma intanto?
A nessuno interessa una con le gambe lunghe un chilometro, con i capelli neri, gli occhi neri, la pelle scura e senza tette.
Mia madre si è arrabbiata, mi ha detto che non vuole sentire queste parole, però poi ha detto “sei piccola, il seno ti crescerà”.
Io ho guardato il suo, e lei, che è piatta come un ferro da stiro, è diventata rossa.
“se non ti sono cresciute a te, sarà difficile che crescano a me” è stata la mia risposta. Logico no!?
Mio padre ha detto che è normale che io non mi veda bella, ma che il fatto che io non mi ci veda non vuol dire che io non lo sia.
Sarà.
Intanto però che il pullman fa manovra mi giro per l’ultima volta a vedere se i miei ci stanno e mi accorgo di mio padre che si è voltato verso il muro.
Tanto lo so che piange.
Ogni volta gli spunta la lacrimuccia, che palle.
Non sono più una bambina, e ancora si commuove quando parto.
Penso di mettermi le cuffie, almeno sento un po’ di musica.
Non riesco neanche ad accendere l’Ipad, perché Lilli si avvicina. “come ti sei vestita?” mi chiede, lei che ha gonna microscopica e parigine.
“mio padre ha detto che le parigine le posso mettere solo una volta l’anno, ad Halloween, e comunque là fa freddo” ribatto.
“ehhhh freddo, ma bisogna anche vestirsi da donne” dice lei con un occhiolino, e poi torna al suo posto, hai visto mai qualcuna le rubasse Manuel.
Io non dico niente, poi mi accorgo che mi è arrivato un messaggio.
Sono i miei, mi hanno mandato una foto, sono al bar a prendere un caffè e ridono e fanno ciao con la mano.
Scrivo “deficienti”. Poi ci metto un cuoricino, non vorrei si offendessero.
Loro mi mandano un’altra foto, peggio di prima, ora ridono, si abbracciano, e si sbaciucchiano.
“bleah, deficienti” scrivo, stavolta senza cuoricino.
Il messaggio successivo è solo di mio padre.
“Ti voglio bene Giulia. Ma tanto.”
Vorrei scrivere “anche io, deficiente”, ma mi viene solo un “ok”.
Finalmente mi riesco a mettere le cuffie, e a chiudere gli occhi.
Sento un po’ di “robaccia”, come la chiama mio padre, ma ho portato anche i Beatles.
Passano pochi minuti e mi sento toccare un braccio.
E’ Manuel.
Tolgo le cuffie e lo guardo in tono interrogativo.
“che fai?” mi chiede.
“musica” dico io.
“posso mettermi qua, il posto è vuoto”
“beh certo, se è vuoto”
“mi fai sentire quello che stavi sentendo?”
“prendi le cuffie” dico.
Sono stupita, è forse la conversazione più lunga che abbiamo avuto in tre anni di medie.
Sta due minuti, canticchia, poi me le ridà.
“grazie” dice.
“e di che? ciao”
“perché ciao?”
“beh non stai là davanti?” dico
“E che ti dispiace se rimango qua?”
“figurati, fai come ti pare” è la mia risposta scorbutica.
Poi mi metto la cuffia, alzo la musica a palla, e mi giro verso il finestrino per guardare l’autostrada che corre.
Però un sorrisetto ci scappa, e un pensiero: “sta a vedere che mio padre aveva ragione”

pullman

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Papà – Un racconto

Mentre cammino attraversando il colonnato, occhi bassi e fiori in una mano, non posso fare a meno di ripensare alla telefonata con mamma.
Non ce l’ha fatta a resistere: nonostante le avessi detto già di no mille volte è stata capace di telefonare anche mentre stavo per entrare per chiedermi se volevo che mi accompagnasse.
“Prendo lo scooter e in dieci minuti sono là, se mi aspetti ci beviamo un caffè insieme e poi andiamo”
Mi sono arrabbiata ma non le ho risposto male, lo so che lo fa perché mi vuole bene e mi vuole proteggere, anche se ormai non sono più una bambina.
Ma questa cosa la devo fare da sola, non importa se e quanto mi farà male.
Esco dal colonnato e per un momento mi sento spaesata. Alla fine non sono mai stata qui.
Sì, forse una volta, tanti anni fa, ma se è successo non ricordo comunque nulla.
Per fortuna ho una mappa con le indicazioni che mi hanno gentilmente stampato all’ingresso, e so che adesso devo girare a sinistra e salire sopra quel terrazzamento che i romani chiamano “il pincetto”.
E’ il luogo dove si trovano le tombe più vecchie, quelle più prestigiose, e quelle dei veri romani.
Giro intorno alla zona centrale, sto rimandando il momento, poi mi inoltro in uno dei corridoi e finalmente la vedo.
Una lapide bianca con molte fotografie, quasi tutte di persone che portano il mio cognome: la tomba di famiglia.
Conosco molti di questi parenti di nome, di qualcuno so anche la storia, ma ne avrò conosciuti di persona solo due o tre.
Uno di questi è mio padre.
Mi avvicino piano e guardo la fotografia.
A casa non ci sono sue foto, mia madre le ha dovute togliere tutte perché ogni volta che ne vedevo una davo di matto.
So che conserva da qualche parte l’album del matrimonio, e sul suo computer ha scaricato tutte le foto di mio padre.
Forse ne avrà anche altre ma io non lo so, non le ho mai cercate.
E quindi ora fatico a riconoscere quest’uomo, fissato nel tempo nella sua maturità.
Mi avvicino ancora: ormai sono qui, non posso tornare indietro, anche se ho lo stomaco sottosopra.
Lo guardo con attenzione, sono stupita della somiglianza.
Abbiamo gli stessi occhi, e quello fa molto.
Per un minuto non respiro, poi prendo fiato, mi distraggo sistemando i fiori, tolgo qualche rametto, spazzo via le ragnatele.
Poi non ho più nulla da fare, e sono costretta a guardare. E a pensare. E a capire.
Per questo sono qui, per capire.
Per capire perché in questi dieci anni mi sono rifiutata di averti con me, papà.
Perché sono tanto arrabbiata con te, così tanto da non riuscire ad accettare quello che hai fatto.
Perché anche se tu lo hai fatto per me, io non volevo, e non ti ho perdonato.
Ma non so perché, ora me ne rendo conto.
E lo sai, perché sono sicura che lo sai, che se non avessi incontrato Gianluca forse sarei ancora arrabbiata con te.
Sai, alla fine se ci penso Gianluca è come te. Forse non è un caso.
Non ha neanche trent’anni, ma è intelligente, curioso, esuberante.
Mi fa incazzare il più delle volte; anzi, mi fa incazzare in continuazione, ma quando mi ha chiesto se volevamo andare a vivere insieme gli ho detto subito di sì.
Mamma non è stata contenta, immagino che te ne renderai conto.
Anche se mi sono laureata in fretta, e bene, voleva che facessi un master all’estero, e lo farò comunque ma non è quello il punto.
Non vuole staccarsi da me, e non vuole che io acceleri così tanto, ma io sono più matura di lei alla mia età.
E tu sai perché. Per colpa tua. O merito tuo.
Non sono una ragazzina di vent’anni o poco più. Sono una donna, sicura, convinta.
Saresti orgoglioso di me, mi piace come sono diventata.
E mi piace l’idea di avere una persona a cui dedicarmi, non ho paura di iniziare una vita insieme.
Ma.
Ma Gianluca mi ha voluto parlare l’altra sera.
A tradimento, maledetto bastardo.
Eravamo a cena fuori, stavamo discutendo dei mobili della casa che abbiamo preso in affitto, parlando di soldi, di lavoro, insomma della nostra vita, e lui a bruciapelo mi ha detto:
– Parlami di tuo padre. –
– No. – è stata la mia risposta secca. Senza discussioni.
Lui non ha detto niente all’inizio.
Ha bevuto un po’ di birra, guardandomi negli occhi. Avevo le labbra serrate e gli occhi duri, lo sentivo.
E sapevo che non avrebbe mollato.
Perché te l’ho detto: è come te.
Alla fine mi ha preso la mano, me l’ha carezzata per un po’ guardandola, poi ha alzato gli occhi per fissarli nei miei, e ho capito che avrei perso.
– Io non posso vivere con una persona che si trascina dietro un peso del genere. Non posso pensare di costruire qualcosa se prima non ci liberiamo delle macerie. Non è un ricatto il mio, ma voglio che tu ti apra completamente a me, come io mi sono aperto a te. Se c’è una parte di te che mi è preclusa, allora ti devo chiedere di farmici entrare, oppure aspetterò. Ti voglio bene, penso che tu sia la donna che voglio per tutta la vita, ma non così. –
Ho iniziato a piangere. Cazzo se ci era andato giù duro.
E allora gli ho raccontato tutto. Piangendo a dirotto come non avevo fatto neanche da bambina quando mi sgridavi.
Gli dissi di quel giorno, che avevo preso un brutto voto, tu mi avevi sgridato e io ti avevo risposto male; che tu ti eri arrabbiato e mi avevi detto che non avrei più frequentato il pattinaggio finché non avessi recuperato con i voti e non mi fossi comportata bene.
Io ero ferita, ma non lo diedi a vedere, non lo faccio mai, lo sai.
Però eravamo in mezzo alla strada e non trovai niente di meglio che andarmene a testa bassa fingendo di guardare il cellulare, invece volevo solo punirti perché mi avevi sgridato.
E gli raccontai che tu avevi cominciato a chiamarmi.
– Giulia! Vieni qui. Ti ho detto: vieni subito qui! Giulia! Giulia! –
Gli ho raccontato che le tue urla erano dapprima urla di rabbia, poi improvvisamente cambiarono tono, ma io non lo capii.
Gli raccontai di quella macchina che sbucò improvvisamente dal nulla, o almeno così mi sembrò, e gli raccontai di una specie di tornado che mi scaraventò contro una macchina parcheggiata, rompendomi due costole.
Quel tornado eri tu, ti eri buttato di corsa in mezzo alla strada e mi avevi spinto verso il marciapiede, e quando mi girai, dopo quel rumore terribile, eri lì, spezzato in due, finito.
Un minuto prima ero una ragazzina arrabbiata, un minuto dopo ero un’orfana persa.
Per colpa tua, pensavo.
Perché mi avevi sgridato.
Perché avevi voluto fare l’eroe.
Perché mi avevi abbandonato.
Tutto questo ho raccontato a Gianluca, piangendo come piango ora, e sperando che gli bastasse sapere quello che non avevo raccontato a nessuno.
Ma come immaginerai, visto che sono qui, non gli è bastato.
– Tuo padre non è un eroe, Giulia. Non crederai mica che lui abbia pensato a qualcosa in quel momento? Tuo padre sapeva che tu eri la persona più preziosa al mondo per lui, e che avrebbe dovuto proteggerti a tutti i costi, anche sacrificando se stesso, se fosse stato necessario. E così ha fatto. Ma non aveva intenzione di essere un eroe, né di abbandonarti. Ha fatto solo il suo dovere, quello che tu faresti per i tuoi figli, per i nostri figli, un giorno. Ti ha regalato una bella vita, te l’ha regalata due volte. Come fai ad essere arrabbiata con lui? Devi andare oltre. E’ il momento giusto. Questo è il momento. –
E lo sai? aveva ragione.
Ho parlato con mamma, le ho detto che volevo venire a trovarti.
Mi ha chiesto se volevo vedere le foto, e le ho detto di no. Dopo, casomai; dopo le rivedrò, ma adesso no.
Adesso volevo solo dirti che mi dispiace, che anche se penso di essere una donna matura, in realtà per tutti questi anni mi sono comportata come una bambina.
Ma che ora ho capito.
Che non sei un eroe, e che non volevi farmi del male.
Sei un uomo normale, e ti ringrazio per questo.
Potrò finalmente parlare di te, e dire “Mio padre? Era una persona normale, mi dispiace che non ci sia più”.
Spero di essere normale come te, in questa vita così difficile che facciamo tutti.
Ci vediamo papà, tornerò presto.

F1.2 Challenge Strada 4

Photo by rodocarda

Un padre di oggi

Un padre di una figlia adolescente, oggi, deve avere una sola qualità: deve essere praticamente invisibile.
Deve essere un abile camminatore sulle uova, la sua giornata è costellata di infortuni, piccoli e grandi, e deve considerare un successo se prima di andare a letto qualcuno gli dà la buonanotte.
Un padre di oggi non deve accompagnare la figlia a scuola, e se lo fa non deve aspettarsi di essere salutato con un bacio, che mica siamo bambini piccoli.
Meglio se si tiene a distanza, in modo che gli amici non vedano che ci sei.
Un padre di oggi non deve avere una personalità esuberante, non deve scherzare o raccontare barzellette, non deve fare il simpatico, né con gli amichetti dei figli, tanto meno con i loro genitori.
In pratica deve essere un soprammobile.
Allo stesso tempo però deve essere giovane, o almeno giovanile, perché gli altri papà giocano a calcetto, sciano, escono in bicicletta, e tu non puoi essere da meno. Ma devi fare uno sport “normale”, non devi buttarti con il paracadute o essere un esperto di bungee jumping, altrimenti la creatura si stressa.
Il padre di una figlia adolescente può andare alle partite di pallavolo, ma non deve tifare in maniera assordante. Non deve dare suggerimenti, né commentare.
Può battere le mani, ma piano, e solo insieme agli altri, non sia mai che qualcuno lo noti.
Può sedersi sugli spalti, ma non rendersi troppo visibile, quindi un papà come si deve ha sempre nel suo guardaroba un maglione blu o un giaccone beige che lo confondano con il resto del gruppo.
Il papà che fa le foto dà fastidio. Se porti la macchina fotografica sono plotoni di occhi al cielo, e urla “Papaaaaaaaaa” con la “a” finale che si incastra nelle tue sinapsi e ti fa sentire una merda.
Però poi improvvisa scatta la richiesta “Papà, hai fatto qualche foto oggi?”. E ce le devi avere. E devono anche essere belle.
Quindi un padre deve fare le foto, ma non deve essere visto. Sono consigliati gli obiettivi con il camouflage, come quelli per la caccia fotografica agli aironi cinerini.
Un padre di una figlia adolescente quando è in casa non deve disturbare. Non deve fare domande sull’andamento della scuola, non deve protestare se il cellulare suona troppo spesso, non deve fare carezze non richieste.
Però se fortuna vuole che nella mente della sua figliuola scatti la necessità di dirgli una cosa, egli deve essere disponibile immediatamente: non importa se sta finendo di mandare una email importantissima, se sta guardando in diretta la finale dei mondiali, se sta lanciando in aria un’omelette, e neanche se finalmente è riuscito ad impossessarsi del bagno e si è appena seduto. Dalla chiamata non devono passare più di due o tre secondi per presentarsi di fronte alla pargola, sorriso d’ordinanza.
Se si tarda anche di dieci secondi, alla domanda “Eccomi, mi cercavi!?” la risposta sarà invariabilmente “Non fa niente, grazie”.
Un padre di oggi non deve sapere nulla, non si deve informare, non deve chiedere.
Non gli è dato avere notizie di prima mano su compiti, verifiche, voti. Men che mai di amicizie e sentimenti.
Le uniche informazioni a cui egli avrà accesso gli saranno fornite da sua moglie, nei tempi, modi e interpretazioni che ella, nella sua infinita saggezza, riterrà opportuno.
Passeranno anni prima che il padre riesca a sapere qualcosa di profondo che riguarda sua figlia, e inevitabilmente il tutto sarà condito da un “E’ colpa tua”.
Un padre di oggi non può fare commenti sugli amici della figlia, perché tanto lei penserà sempre l’opposto.
Se provi a dire: “Quella mi sembra una ragazzina tanto a modo”, la risposta sarà “Se. Non sai come si comporta quando non ci sono gli adulti”, o al contrario “Quel ragazzino non mi piace tanto come si comporta” sarà inevitabile sentirsi dire “Ma che dici, è tranquillissimo” anche se ha appena fatto due mesi al riformatorio.
Un padre di oggi non deve essere uomo.
Mentre alla madre è consentito un certo grado di femminilità, utile se non altro per consigli sullo shopping, il padre deve essere rigorosamente asessuato.
Qualsiasi apprezzamento verso il mondo femminile, o anche solo il vago indizio che il padre possa provare attrazione – puramente estetica e intellettuale, si badi bene – verso l’altro sesso viene fulminato da sguardi di fuoco che invitano a non riprovarci mai più.
L’unica cosa che desta interesse in una figlia adolescente sono eventuali passati amori del proprio genitore maschio, più come prova dell’incredibile casualità degli eventi umani che per altro.
Il fatto già che il proprio padre abbia trovato una donna con cui riprodursi viene considerato un miracolo, l’idea che ce ne possano essere state potenzialmente altre rasenta la fantascienza.
Un padre di una figlia adolescente non sa nulla, perché sa tutto lei.
Neanche più la teoria dei quanti rappresenta una coperta di linus dietro la quale ripararsi, perché ormai la trattano in prima media.
Non parliamo poi di musica, cinema, attori, gossip.
Sei vecchio, e non passa momento senza che ciò ti venga ricordato.
In macchina ormai quando tenti di attaccare il tuo ipod con la compilation dei Beatles non trovi neanche più il cavo adatto, perché anche nel cavo l’ipod di tua figlia è più moderno di te.
Se pensavi di essere un genio dell’informatica, ti è bastato vedere come lei gestisce l’ipad, per sentirti un dinosauro.
Il padre di una figlia adolescente, oggi, non può far valere neanche la sua autorità.
Semplicemente, non c’è più.
E l’ultima volta che hai provato ad alzare la voce la quinta colonna – la madre della giovine – ti ha sussurrato all’orecchio “Devi essere autorevole, non autoritario”, che neanche Iago era così convincente.
Il padre di una figlia adolescente oggi è un uomo che soffre in silenzio, e la cui unica soddisfazione è vedere sua figlia che cresce bene, e sperare, quando arriverà il momento in cui lei si renderà conto che non era proprio un coglione, di essere ancora vivo per sentirtelo dire.

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