Shampoo – un racconto

Non è facile stabilire con precisione quando se ne accorse, ma doveva essere intorno a San Valentino, perché la sera prima era rientrato con dei fiori per la moglie.
E dato che non glie ne comprava mai, di sicuro c’era di mezzo qualche anniversario, il compleanno no perché era a ottobre, quindi doveva proprio essere San Valentino.
Comunque sia, dato che era un giorno feriale come tutte le mattina dei giorni feriali si alzò per andare in bagno prima ancora di fare colazione, prima che la moglie e i figli si tirassero su dal letto.
Se voleva dieci minuti di pace doveva alzarsi prima degli altri, altrimenti il caos della mattina nella sua famiglia gli avrebbe impedito anche solo di canticchiare “Yesterday” senza che qualcuno gli chiedesse di smetterla.
Entrò in bagno, diede una fugace occhiata alla figura stanca e stropicciata che gli sorrise dallo specchio, poi si spogliò, si infilò sotto la doccia bollente e cominciò a radersi.
Amava farsi la barba sotto la doccia, usando una saponetta al posto della schiuma, anche se ci metteva molto più tempo e qualche volta si era anche tagliato di brutto, ma non sapeva rinunciare al piacere di stare minuti interi sotto il getto d’acqua bollente mentre con la mano cercava lentamente di passare il rasoio senza farsi male.
Quando ritenne di essere soddisfatto della rasatura posò il rasoio, insaponò il corpo per bene e poi si sciacquò accuratamente: amava l’acqua di Roma, così dura da lavare via la schiuma in un attimo e da lasciare la pelle levigata.
Infine prese la bottiglietta di shampoo arancione e ne versò un po’ sulla mano per metterlo sui capelli.
Mentre la inclinava si fermò un attimo a guardarla: era piena per metà, più o meno.
Si fermò a riflettere.
Cercò di ricordarsi quando aveva comprato lo shampoo, ma non gli venne in mente una data precisa.
Ricordava per certo di averlo preso al supermercato: uno shampoo da poco, visto che non aveva molti capelli da salvaguardare, e colorato di un colore irragionevole in modo che non si confondesse con i sofisticatissimi e costosissimi prodotti che invece usava sua moglie.
Credeva di ricordare che fossero passati mesi ma non ne era sicuro, e anche se ne usava ben poco il fatto che la bottiglietta fosse ancora mezza piena gli sembrava strano.
Ricorderò male, si disse, e finì di lavarsi senza pensarci più.

Due settimane dopo però, mentre come al solito faceva la doccia, gli capitò di guardare di nuovo la bottiglietta ed era sempre piena a metà.
La guardò intensamente mentre l’acqua bollente gli scorreva sulla schiena e con la bocca aperta dallo stupore.
Possibile? si disse. Qualcosa non andava, non sapeva dire cosa, ma era un fatto che lo shampoo era sempre lì, a metà, come due settimane prima.
Ne versò un po’ sulla mano con cautela, osservando il liquido denso colare sul palmo, poi lo portò lentamente verso il viso e lo annusò: gli sembrava l’odore classico di uno shampoo da supermercato, profumato da improbabili fiori tropicali.
Sempre con cautela, come se stesse compiendo un’operazione chirurgica, si passò la mano sui capelli e cominciò a frizionare la cute, finché lo shampoo non fece la solita, rassicurante schiuma, che lavò via con una certa fretta.
Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio, e guardò lo shampoo appoggiato su una mensola nella doccia: la bottiglietta era piena a metà. Più o meno. E più o meno come due settimane prima.
Il cuore gli cominciò a battere forte, mentre si asciugava e si vestiva. Sudava copiosamente e dovette passarsi più volte un asciugamano addosso per detergere il sudore.
Non disse nulla alla moglie per non essere preso per pazzo, ma non riuscì a pensare ad altro per tutta la giornata
Quando tornò a casa la sera evitò accuratamente di andare nel bagno.
Si lavò i denti nel bagnetto di servizio e andò a letto prestissimo perché doveva pensare.
Pensare a cosa avrebbe fatto la mattina dopo.
Pensare se sarebbe riuscito ad affrontare questa improvvisa paura di una normale bottiglietta di shampoo, o se dovesse parlarne con qualcuno rischiando di sembrare un pazzo.
Si addormentò in preda all’ansia e il suo sonno fu agitato e leggero, ma quando si svegliò la luce del giorno gli fece vedere le cose in un altro modo.
Si disse che si era lasciato suggestionare, e per dimostrarlo a se stesso decise di darsi qualche altro giorno, mantenendo la sua solita routine e osservando lo shampoo man mano che i giorni passavano.
Era sicuro che tutto gli sarebbe sembrato tornare alla normalità.
Ma nelle due settimane successive, mentre la sua ansia montava, la bottiglietta dello shampoo non dava l’impressione di volersi svuotare.
Uscì dalla doccia un giorno quasi piangendo dalla frustrazione, ma deciso a non lasciarsi andare alla follia che lo stava contagiando.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi e le occhiaie pesanti di chi dormiva poco e le mani gli tremavano per l’ansia.
Anche la moglie cominciava a preoccuparsi: lo vedeva dimagrito, capiva che qualcosa non andava, gli fece qualche domanda ma lui rimase sul vago.
Come avrebbe potuto spiegare che il suo stato era dovuto ad una bottiglia di shampoo da supermercato che sembrava rifiutare di vuotarsi?
Si rassegnò allora a chiamare un suo amico laureato in matematica, con una scusa; dopo qualche convenevole gli disse che suo figlio aveva un compito per scuola particolarmente complicato, e gli chiese come calcolare il volume di un solido irregolare, dandogli la descrizione della bottiglia di shampoo.
Il suo amico gli spiegò un paio di semplici teoremi, gli diede una formula e gli fece anche qualche esempio.
Lui lo ringraziò della risposta, lo salutò e si mise a fare due calcoli, misurando con la mano concava la quantità di shampoo che usava ogni mattina.
Quando alzò gli occhi dal foglio su cui aveva scarabocchiato dei numeri era sicuro: la bottiglia avrebbe dovuto consumarsi completamente in due mesi al massimo; perciò in quel mese passato in preda all’angoscia da quando aveva notato qualcosa di strano si sarebbe dovuta vuotare. E invece no. Lo shampoo era sempre lì. A metà.
Si sentiva le gambe pesanti, il respiro affannato, gli sembrava di vivere un incubo e forse era così.
Quella sera, a letto, all’ennesima domanda della moglie rispose che aveva dei problemi in ufficio, che rischiava il posto di lavoro, che era angosciato, ma che non voleva preoccuparla.
Lei gli sorrise, forse fece finta di credergli ma comunque gli disse che sarebbe andato tutto bene; fecero l’amore e lui si rilassò.

Il giorno dopo si svegliò sorridente, si disse che questa storia dello shampoo era durata anche troppo, che la sua vista non era più quella di una volta ed entrare nella doccia senza occhiali non lo aiutava certo, e quindi si mise sotto l’acqua fischiettando.
Guardò lo shampoo che lo aspettava sulla mensola ma decise di fare un’altra cosa.
Prese una delle costosissime bottiglie di sua moglie e fisso il suo stupido shampoo arancione con un misto di disprezzo e sfida.
Non ho bisogno di te, sembrava volergli dire.
Poi premette la confezione blu notte che aveva in mano, prima dolcemente, poi sempre più forte, ma non ne uscì nulla.
Agitò la bottiglia, ma niente.
La aprì, ed era vuota.
Vuota e secca come se fosse appena uscita dalla fabbrica della plastica prima che qualcuno ci versasse lo shampoo.
Chiamò la moglie ad alta voce:
– Tesoro! Il tuo shampoo è finito per caso? –
– No, la confezione blu è piena. Ma perché devi usare il mio che costa un sacco di soldi? Non hai quello tuo arancione? –
Il mio arancione, pensò.
Certo.
Posò con circospezione la bottiglia blu, e prese quella dello shampoo arancione.
La guardò, mentre il petto si alzava e si abbassava furiosamente.
Prese la confezione e con rabbia si versò quasi tutto lo shampoo sui capelli, lanciando la bottiglia contro la parete della doccia urlando, e poi si sciacquò in fretta e furia, eliminando ogni traccia del liquido schiumoso per poi uscire di corsa dalla doccia, infilarsi l’accappatoio e andare ad asciugarsi in camera da letto, il più lontano possibile da quella bottiglietta di quel ridicolo colore.
La moglie lo vide arrivare come una furia e sedersi sul letto rannicchiato dentro l’accappatoio.
– Tesoro, ma cosa succede? che hai fatto? –
Lui scosse la testa in senso di diniego, ma inizialmente non disse nulla, non riusciva a parlare, aveva timore di esternare le sue paure.
Poi la guardò con gli occhi rossi di lacrime e di insonnia e disse solo:
– Lo shampoo… –
Lei sembrò non capire.
– Che cosa significa ‘lo shampoo’? –
– Lo shampoo…ha qualcosa che non va! –
Lo sguardo della moglie gli confermò solo che aveva sbagliato a parlare: lei non avrebbe mai creduto che una bottiglia di shampoo potesse avere una vita propria, che come in un film di fantascienza qualche entità aliena cercasse di comunicare con lui, o che una colonia di batteri arancioni si stesse riproducendo nella sua doccia, o che il fantasma di qualche assassino si aggirasse per la sua casa, perché certo, queste erano le ipotesi che giravano vorticosamente nella sua testa. Il suo cervello razionale era ormai un ricordo.
La moglie si inginocchiò, gli prese la mano, e lo guardò con tenerezza.
– Non so che cosa vuoi dire, caro, ma facciamo così: prendi ora un po’ d’acqua, ti asciughi le lacrime, e andiamo insieme a vedere cosa succede allo shampoo, va bene? –
Percepiva il suo tono condiscendente, chiaro e netto, ma non poteva fare a meno di sentirsi sollevato.
Si alzò, andò con la moglie in cucina, bevve un po’ d’acqua, si asciugò le lacrime e si fece prendere per mano fino al bagno.
Rimase fuori, a guardare la moglie che cautamente si avvicinava alla porta della doccia e che poi, con un sorriso, si girò verso di lui:
– Il tuo shampoo è al suo posto come al solito, mi sembra che non ci sia nulla di strano. –
Lui spalancò gli occhi, fece due passi e quando vide lo shampoo pieno a metà, appoggiato serenamente sulla mensola invece di giacere vuoto sul fondo della doccia dove lui l’aveva lanciato, non resse più.
Corse urlando via dal bagno, gli occhi che sembravano volergli uscire dalle orbite, vanamente inseguito dalla moglie, ma a metà del corridoio si fermò: le gambe smisero di sostenerlo, si portò una mano al cuore e morì senza un fiato.

– Alla fine è andata bene, no!? –
– Sì, benissimo. Sinceramente non pensavo funzionasse. Hai avuto una buona idea. –
– L’acqua con quelle gocce che ti ho dato l’ha bevuta senza problemi? –
– Come no, era talmente agitato che non ha sentito il leggero sapore, e in caso avrei dato la colpa al cloro. –
– Io ho avuto solo paura quando mi ha telefonato. Pensavo avesse scoperto tutto, invece era per sapere come calcolare quanto shampoo consumava ogni giorno, povero coglione. Proprio a me lo è andato a chiedere. –
– E a chi doveva chiederlo? Eri o no il suo amico del cuore? –
– Ah beh, sì, certo. Comunque brava anche tu a mettergli ogni giorno un po’ di quel tremendo shampoo arancione nella bottiglia. Secondo me anche senza droga le coronarie gli schioppavano lo stesso per la paura! –
– Che cretino che sei, guarda che anche se paranoico e pieno di fobie era robusto, un aiutino serviva. –
– Vero. Senti, che fai: passi dopo il funerale? –
– E me lo chiedi? Ho messo le autoreggenti, sotto. Rigorosamente nere, ovviamente. –
– Ti aspetto. Condoglianze, a proposito. –



doccia

Robot Senza Cuore

(omaggio a Isaac Asimov)

Le tre leggi della robotica (Asimov-Campbell)

1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

L’invito del Professor Lefkov giunse inaspettato, e con un breve preavviso.
John Dougherty, Professore di Robotica e Automatismo alla facoltà di Ingegneria di Batavia, nonché successore di Lefkov, decise di prendere un taxi direttamente dalla facoltà, e si fece lasciare in un negozio di vini ed altre ricercatezze che conosceva, che distava solo dieci minuti a piedi dall’appartamento di Lefkov.
Nonostante i due si conoscessero da venticinque anni, e si stimassero moltissimo, i loro rapporti avevano avuto sempre un’impronta formale, e Dougherty non ricordava un’altra occasione in cui fosse stato invitato casa di Lefkov, se si eccettuava il ricevimento dopo il funerale della moglie, avvenuta ormai dieci anni prima.
E sebbene lui e Lefkov avessero passato insieme lunghe ore nei laboratori della facoltà, partecipato a convegni, scritto articoli insieme, e depositato decine di brevetti congiunti, nonostante Lefkov avesse caldamente suggerito Dougherty come suo successore quando andò in pensione, i due non avevano sviluppato mai una vera amicizia.
A Dougherty non venivano in mente molte occasioni in cui fossero andati a prendere una birra insieme dopo il lavoro, o fossero andati a cena con le mogli; forse una decina di volte in tutto, nell’arco di oltre venti anni, non molte.
Per questo l’invito di Lefkov lo stupì, ma ne fu comunque lieto; stimava e adorava, un po’ come tutti in facoltà, l’uomo che aveva trasformato la robotica da semplice scienza ingegneristica a fenomeno sociale, e sapeva che un altro genio così non sarebbe nato molto presto.
Incerto sul menù, prese una bottiglia di bianco e una di rosso, oltre un sacchetto gigante di pistacchi di cui il Professore era ghiotto.
Il robot che lo servì, un modello Mark VII del 2091, prese la sua carta di credito, ne detrasse l’importo con un lieve passaggio del pollice, e lo ringraziò con una voce un po’ meccanica. Evidentemente il proprietario del negozio non aveva ritenuto opportuno investire in un sintetizzatore vocale più moderno.
Mentre usciva e si avviava, si domandò come mai la resa del suono della voce umana fosse così difficile da replicare; forse le nostre orecchie sono particolarmente sensibili, o forse proprio le imperfezioni del nostro apparato vocale rendevano le voci umane uniche e tutte diverse tra loro.
Ne avrebbe parlato col Professore a cena, immaginò.
Arrivò alla townhouse dove abitava Lefkov, salì le scale e aprì la porta esterna.
Arrivato davanti la porta principale della casa, che si trovava in cima ad un’altra rampa di scale, suonò il campanello.
Sentì dei passi avvicinarsi, e quando la porta si aprì, si trovò di fronte ad una ragazza snella, sui trenta anni, abbastanza alta, che gli sorrideva amichevolmente.
– Benvenuto Professor Dougherty, la prego, entri – disse la ragazza.
John la guardò mentre varcava la soglia; era bella, con dei capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, degli occhi neri molto intensi, una bella bocca carnosa, un trucco leggero, una gonna a pieghe, e una camicetta bianca, molto semplice.
Bella, aveva pensato all’inizio. Molto bella, si corresse dopo pochi secondi.
Lefkov non aveva figli, quindi immaginò si trattasse di una nipote, o di una dottoranda, o di una badante.
Non voleva pensare a niente di più, perché la differenza di età tra i due era apparentemente superiore ai 50 anni, e la stima che aveva di Lefkov lo portava ad escludere una relazione.

Diede il vino alla ragazza, e fece appena in tempo a togliersi la giacca prima che il Professor Lefkov entrasse nel salotto, con la sua classica andatura ondeggiante.
Era infatti un ometto basso, con le gambe storte, e con l’età si era alquanto appesantito, senza considerare un accenno di artrosi all’anca, per cui quando camminava era costretto a spostare il peso del corpo da una parte all’altra, e sembrava sempre che stesse danzando.
– Johnny! che piacere! grazie di avere accettato il mio invito! – lo salutò con entusiasmo, stringendogli la mano e prendendogli il braccio con l’altra, per chiarire col contatto fisico quanto fosse veramente felice.
– Grazie Professore, il piacere è mio. La vedo in forma, e in buona compagnia, se posso permettermi. – Dougherty non era mai riuscito a chiamare per nome il suo mentore.
Lefkov fece una risata, che mostrò qualche dente mancante, segno evidente della sua pigrizia e del disinteresse per tutto quello che non fossero i robot.
– Hai ragione! Sono un maleducato. Ti presento Elisa, una mia amica. Ho chiesto anche a lei di essere qui stasera, aveva molta curiosità di conoscerti, gli ho parlato di te, e sa che ora sei tu il resident genius della facoltà –
Amica, pensò Dougherty, e subito si incupì. Chissà perché, assegnava a se stesso la possibilità di flirtare con una ragazza che poteva essere sua figlia, ma non a Lefkov. Non erano affari suoi, si disse, comunque.
– Grazie, Professore, ma dopo di lei siamo tutti destinati a fare la figura dei cretini – rispose cortese, ma lo pensava veramente, in fin dei conti.
Lefkov aveva iniziato da giovane ingegnere a lavorare a Batavia su alcune idee che già circolavano in merito alla possibilità di avere robot umanoidi, e insieme ai suoi colleghi anziani dell’epoca, invece di migliorare le prestazioni delle macchine dell’epoca, aveva scelto di imboccare una strada completamente diversa, che nell’arco di venti anni lo aveva portato a sviluppare i primi modelli sperimentali di robot di nuova generazione, che non si limitavano a costruire oggetti, o a lavorare in fabbrica, ma che potevano sostituire gli esseri umani in molte delle attività quotidiane.
Dougherty si distrasse dai suoi pensieri, perché Lefkov lo stava invitando a sedersi su un divano insieme a lui, per prendere un aperitivo.
Stapparono la bottiglia di vino bianco, e Lefkov riempì tre bicchieri.
Elisa si accomodò su una poltrona e fece un sorriso a Dougherty, che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.
La ragazza aveva accavallato le gambe, e vide che non portava le calze, e la morbidezza dell’indumento lo fece scivolare di lato, scoprendo generosamente le cosce affusolate.
Distolse lo sguardo per non essere scortese, ma era fortemente attratto dalla ragazza.
Un’amica, aveva detto Lefkov. Sarà.
– Pensa che sui robot siamo arrivati al massimo delle nostre possibilità? – stava chiedendogli Lefkov strizzando gli occhi mentre parlava, un tic che aveva fin dalla giovinezza.
Dougherty sorseggiò il vino, poi rispose:
– Non mi azzarderei a fare questa affermazione – disse – in fin dei conti la storia della scienza, come anche il suo caso ci insegna, è ricca di improvvisi salti in avanti; certo, se dovessi dare un giudizio sulle nostre ricerche attuali, direi che non ci sono sviluppi promettenti in vista. Abbiamo di fatto lasciato in mano alle società private il compito di apportare miglioramenti ai robot, e per fini commerciali. Noi stiamo portando avanti un progetto per l’integrazione dei robot con le astronavi di esplorazione mineraria, ma francamente solo perché la NASA ci finanzia. Sul resto, siamo abbastanza ad un punto morto. I cervelli positronici non migliorano le prestazioni neanche aumentando i circuiti esponenzialmente, e questo lo sapevamo già, grazie al Teorema di Lefkov –
Così dicendo alzò il calice in onore del Professore che sorrise con modestia.
– I sintetizzatori vocali, nonostante lavoriamo in team con il dipartimento di biomeccanica e la facoltà di medicina, ci stanno facendo impazzire – continuò Dougherty – e infine non riusciamo a trovare il modo di rendere la superficie simile alla pelle. Abbiamo provato con non so più quanti tipi diversi di materie plastiche, ma senza veri progressi –
Si fermò un attimo per bere un altro sorso di vino.
– Senza contare – terminò il suo pensiero – che comunque le norme di identificazione introdotte qualche anno fa renderebbero inutile un perfezionamento eccessivo dell’aspetto esteriore –
Dougherty si riferiva al fatto che tutti i robot umanoidi dovevano avere un segno di riconoscimento visibile in piena luce e al buio sul viso, e un microchip identificativo attivabile da chiunque, purché avesse un semplice telecomando che costava pochi dollari.
– Insomma siamo bloccati – disse Lefkov, e quel “siamo” disse molto di quanto il vecchio Professore non si sentisse per niente in pensione.
– Certo – disse Dougherty masticando qualche pistacchio – ci vorrebbe qualche intuizione come la sua. A proposito: non mi ha mai raccontato veramente come le vennero in mente le tre leggi della robotica –
In realtà lo sapeva benissimo, ma voleva far chiacchierare un po’ il vecchio Professore, per continuare a sbirciare la giovane Elisa mentre erano ancora seduti sul divano.
Lefkov ridacchiò, imbarazzato ma anche lusingato.
– Ma no, non mi “vennero in mente”, non è andata così. Io e i miei colleghi dell’epoca, li ricorderai anche tu, Campbell, Asimov, Bradbury, cominciammo a ragionare filosoficamente sull’utilità dei robot. Loro avevano qualche idea in testa, gli mancava solo qualcuno veramente pazzo per fare il salto successivo, e quel qualcuno ero io. Quando arrivai in facoltà, lo sviluppo dei robot era l’attività del momento, tutti volevano fare Ingegneria e tutti volevano lavorare sui robot, per questo i decani selezionavano accuratamente i nuovi dottorandi. Quando feci il colloquio di selezione, ricordo che fu Campbell a chiedermi “Lei come vede i robot tra cento anni?”, e io risposi senza esitare: “Tra cento anni non sarà possibile distinguere tra robot ed esseri umani, e se è per questo neanche lo vorremo” –
Elisa fece un grande sorriso, ma non disse nulla, e Dougherty notò che pendeva dalle labbra di Lefkov.
Amica, sì, come no.
– Mi presero subito – continuò Lefkov – e scoprii che perdevano parecchio del loro tempo a pensare a robot umanoidi. Capisci, Johnny, all’epoca i robot erano macchine enormi, che avevano sostituito completamente gli uomini nei lavori pesanti, nelle fabbriche, in agricoltura, nei trasporti, ma robot voleva dire “lavoro” e basta. Invece noi cominciammo a pensare ai robot come degli esseri senzienti, che avrebbero preso il posto degli umani in tutte le attività quotidiane, lasciandoli finalmente liberi di vivere la vita che volevano, di esplorare l’universo, di comporre opere d’arte. Grazie ai robot, nessun uomo avrebbe più dovuto lavorare per vivere, questa era la nostra visione. –
Lefkov prese la mano di Elisa, che glie la strinse dolcemente, carezzandolo con l’altra sul dorso.
Non c’erano più dubbi, si disse Dougherty, con una punta, anzi forse più di una punta d’invidia.
E così il Professore aveva trovato il modo di mettere a frutto la sua fama, pensò acidamente.
– Quindi partiste da un’idea, non dalla matematica? – chiese rilassandosi sullo schienale, ora che la tensione sessuale era scemata alla vista della situazione.
– Certo. La matematica è uno strumento. Noi avevamo un’idea. Io fui quello più aggressivo, forse perché ero il più giovane. Dissi che dovevamo pensare subito ad un robot umanoide, e lavorare sulla compattazione delle capacità di calcolo e mnemoniche, e questo ci portò alle ricerche sulla positronica. Ma ad un certo punto capimmo che anche in uno stadio iniziale, i robot semoventi erano esposti a utilizzi malvagi, e quindi dovemmo inventare un meccanismo di blocco. Quelle che la stampa chiamò “le tre leggi”, in realtà non sono altro che delle protezioni hardware e software, degli algoritmi di sicurezza, intrinsecamente legate al processo di sviluppo e maturazione del cervello positronico. Non sono certo delle “leggi” che i robot possono capire in senso generale. Semplicemente alcune funzioni sono inibite, altre sono rafforzate, in un equilibrio non modificabile –
I due si sorrisero, continuando a bere in silenzio, poi Dougherty chiese a bruciapelo:
– Professor Lefkov, perché mi ha invitato qui stasera? Non certo per chiacchierare sulla storia della robotica, o per amicizia, visto che non è mai capitato. Mi scusi la franchezza, ma voleva presentarmi la sua fidanzata per vedere se la facoltà approvasse? non sono certo affari nostri, ma per quanto mi riguarda, approvo incondizionatamente, Elisa è bella, gentile e mi sembra una compagna adatta a lei –
Lefkov arrossì violentemente, e le vene del collo gli si gonfiarono per la rabbia; Elisa si irrigidì e affiancò le gambe sedendosi più eretta.
Dougherty capì di aver fatto una gaffe.
Il vecchio Professore cominciò a tossire, e subito Elisa si alzò per andare a prendere un bicchiere d’acqua; una volta bevuto, e calmata la tosse, Lefkov riprese:
– Anche se sei stato molto scortese, Johnny, la colpa è mia. Non avrei dovuto chiamarti senza spiegarti il motivo, e capisco che la situazione possa risultarti ambigua. Comunque in parte quello che dici è vero: sì, ho bisogno dell’approvazione della facoltà, e per questo ho deciso di parlare con te, in qualità di capo Dipartimento. Ho intenzione di portare in fase di sviluppo una nuova generazione di robot umanoidi, che abbiano caratteristiche indistinguibili dagli esseri umani –
Concluse la frase guardando Elisa, che di nuovo gli sorrise.
Dougherty rimase a bocca aperta per qualche secondo, forse qualcosa in più di qualche secondo, forse furono minuti, passando lo sguardo da Lefkov a Elisa, entrambi sorridenti, come due bambini che fanno vedere, fieri, ai genitori i loro disegni.
Guardò Elisa, la riguardò.
Non aveva segni di riconoscimento, e questa era una aperta violazione alle norme.
Prese dalla tasca un piccolo telecomando, lo azionò, ma mentre gli altri piccoli mini robot non umanoidi di casa Lefkov emisero un piccolo segnale di riconoscimento, Elisa non si mosse, né sembrò che il telecomando avesse effetto su di lei.
Dougherty finalmente fece per parlare, poi diede un altro sguardo a Elisa, e cambiò idea.
Si alzò dalla sua poltrona, si avvicinò alla ragazza, o al robot, e le mise una mano dietro la nuca.
Istantaneamente, ad una velocità sorprendente, Elisa prese la mano di Dougherty, e la torse allontanandola da sé, facendolo urlare di dolore. Lo guardò fisso negli occhi con decisione senza abbassare lo sguardo.
Anche se esternamente sembrava in tutto e per tutto una giovane ragazza, i servomeccanismi interni azionavano muscoli e ossa fatti di materiale molto più resistente di quello umano, e capace di sviluppare una forza infinitamente superiore a quella del più forte lottatore di wrestling.
– No! Elisa! Ferma, lascialo! – urlò Lefkov.
Subito Elisa mollò la presa, e Dougherty tornò a sedersi, il polso viola per la compressione e dolorante. Forse se l’era rotto, pensò.
La ragazza era di nuovo seduta, tranquilla, ma si era fatta seria.
– Mi scusi Professore – disse nella sua voce calda e melodiosa.
Dougherty annaspava per riprendere fiato e cercare di capire.
– Stavo solo cercando… –
– Lo so, l’interruttore di sicurezza, ma Elisa non ne è dotata – lo interruppe Lefkov.
Dougherty sgranò gli occhi.
– Mi sta dicendo che questo robot sembra in tutto e per tutto un essere umano, e non ha meccanismi di riconoscimento e di sicurezza? e in più…mi ha fatto male…Professore…le leggi…non le ha impiantate? la prego, mi dica che non è vero! –
Lefkov rifletté un attimo poi disse:
– Elisa, per favore vai di là e disattivati per 15 minuti, poi torna, devo parlare in privato con Johnny –
– Sì, Professore – disse lei alzandosi e uscendo dalla stanza.

Dougherty era infuriato, e stupito, e aveva voglia di gridare a Lefkov il suo disprezzo e la sua rabbia. Di contro, il vecchio Professore sembrava sereno e attendeva che l’altro sfogasse la sua frustrazione.
– Dove sono i meccanismi di controllo? Le leggi? La backdoor? Il segno di riconoscimento? Lei ha creato un robot che sembra un essere umano, e non c’è modo di riconoscerlo o di controllarlo. Mi poteva spezzare un polso! Nessun robot lo avrebbe mai fatto! Lei… –
– Calma, calma, giovanotto – disse Lefkov con tono condiscendente. Dall’alto dei suoi 75 anni si divertiva a chiamare giovanotto il Professore cinquantenne che aveva di fronte.
– Come hai potuto vedere, Elisa non è senza controllo. Ha obbedito al mio comando, ed è andata di là, e se vuoi prenderti il disturbo di controllare, potrai verificare tu stesso che non ci sono attività del cervello positronico, e non ce ne saranno per i prossimi…tredici minuti – continuò dando una rapida occhiata all’orologio.
Dougherty continuava a schiumare di rabbia, e si alzò in piedi continuando a massaggiarsi il polso, che gli ricordava quanto il corpo degli esseri umani fosse delicato rispetto a delle macchine evolute.
– Va bene, ma ha obbedito a un suo ordine DOPO avermi fatto del male, quindi le leggi non sono implementate. Almeno la prima. E ciò è terribile, Professore, terribile. Io potrei ordinare a Elisa di ucciderla, e lei lo farebbe. Ha idea che cosa potrebbe fare un esercito di macchine sofisticate come lei, in mano a qualche terrorista o qualche dittatore? Riesce a pensare che potrebbe succedere se perdessimo il controllo della fabbricazione dei robot? –
Lefkov stava sorridendo.
– No. Lei non potrebbe ordinarle di uccidermi. Lei non obbedirebbe. E non ucciderebbe mai. Non me, comunque –
Il tono della voce di Lefkov e lo sguardo fisso negli occhi, fermò i passi nervosi di Dougherty.
I due uomini si guardarono per lunghissimi secondi, mentre Lefkov attendeva che la consapevolezza fluisse nella mente di Dougherty.
Improvvisamente il giovane professore spalancò gli occhi, le pupille si dilatarono, e le gambe sembrarono mancargli; si risedette sulla poltrona, facendo attenzione a non cadere, e bevve un bicchiere di vino tutto d’un fiato, poi ne versò un altro, e bevve anche quello.
– Lei…mi sta dicendo che..Elisa ha le leggi… – –
– Esatto – terminò Lefkov – le tre leggi sono state programmate su Elisa per essere applicabili solo a me. Quindi lei non accetterà mai ordini da te, e non avrà alcun problema a farti del male per proteggersi. Ma ubbidirà ai miei comandi, e farà di tutto, anche sacrificare sé stessa, per proteggere la mia esistenza – concluse soddisfatto.
Dougherty stava scuotendo la testa, incredulo.
Ora la rabbia era tornata a farsi sentire, forte, perché lo stupore si affievoliva, e le possibili conseguenze di questa innovazione lo stavano ora colpendo con la forza di un uragano.
– Che differenza c’è, Professore? Che differenza c’è? Eliminare la prima legge, o creare un robot che risponde ad una persona sola. E magari, dieci, cento, un milione di robot che rispondono alla stessa persona? Che differenza c’è? – ripeteva Dougherty alzando sempre di più la voce.
– La prima legge – continuò Dougherty – garantisce che i robot non possano fare male a nessun essere umano. E’ la nostra garanzia che non possa essere scatenata una guerra usando macchine intelligenti e uguali a noi. Che nessuno prenda il sopravvento, che non ci siano sperequazioni, che… –
– Basta così! – disse Lefkov, improvvisamente serio – Dimentichi chi sono e chi ti ha insegnato tutto quello che sai. Non devi dire a me quali sono i vantaggi e i limiti delle tre leggi, le ho concepite io. Ma tanti anni fa eravamo degli idealisti, pensavamo che gli esseri umani avrebbero avuto solo vantaggi dall’interazione con i robot. E invece hai visto come è andata a finire! Non è solo una questione di protezione; i robot lavorano. Al posto nostro. Ma solo per chi se li può permettere, e abbiamo finito con il segmentare ancora di più la nostra società. Pensi che tutte le città, o tutti i Paesi, siano come il nostro? Nel mondo ci sono dieci miliardi di persone, e oltre un miliardo di robot, che però sono di proprietà di meno di duecento milioni di esseri umani. Certo, gli altri non possono essere uccisi, ma non possono neanche avere vantaggi. Ci sono intere popolazioni che ancora lavorano la terra con le loro mani! e questo è inaccettabile. –
Lefkov fece una pausa, e solo quando capì che aveva l’attenzione di Dougherty, continuò.
– La modifica che abbiamo apportato… –
– “abbiamo” chi, Professore? Lei e chi altri? –
Lefkov scacciò via questa interruzione con un gesto infastidito della mano.
– La modifica, dicevo, è più raffinata di come sembra. Elisa non è semplicemente programmata per essere governata solo da me, ma il mio DNA è accoppiato biunivocamente con il suo cervello positronico. –
Dougherty era senza fiato.
– Vuole dire…. –
– …che Elisa è accoppiata con il mio DNA, e io con il suo marcatore positronico. Un solo robot, un solo essere umano. E’ così semplice –
Dougherty guardò la bottiglia, ma non fece in tempo a versare ancora alcool, perché in quel momento Elisa rientrò nel salone, e come se niente fosse accaduto, si sedette di nuovo vicino a Lefkov.
– Le ho fatto male, Professor Dougherty? – chiese con un sorriso cordiale, che non lasciava trasparire nulla se non sincera preoccupazione.
– Ehm…no… – rispose Dougherty guardando di sottecchi Lefkov, che dal canto suo si godeva la scena, probabilmente la prima uscita “sul campo” della sua Elisa.
– Però…avrei altre domande…e non so se… –
– Ti preoccupi di Elisa? – si intromise Lefkov – non devi. Lei ovviamente sa tutto, non deve essere salvaguardata, e non può offendersi, abbiamo accuratamente evitato di lavorare sull’egocentrismo –
“Ancora quell’ ‘abbiamo’ “, pensò Dougherty.
Poi riprese:
– Va bene. Per il momento lascerò fuori alcune questioni diciamo, operative, ma cosa succederà quando…voglio dire, se lei dovesse morire? Un robot può essere riprogrammato, in questo caso, ma Elisa? –
Il vecchio Professore annuì.
Si aspettava la domanda, e non era sorpreso.
Guardò il robot con un misto di malinconia e affetto.
– Quando io morirò, Elisa si disattiverà, non potrà sopravvivere. Il cervello positronico sarà irrimediabilmente bruciato. Il resto del suo corpo artificiale potrà essere riutilizzato, ma tutta la sezione di calcolo andrà sostituita. A tutti gli effetti sarà un altro robot. –
Dougherty stava riflettendo.
– Professor Lefkov, capisco le sue intenzioni, ma non credo che questa sia la soluzione corretta. Vede, le sue tre leggi hanno funzionato bene finora, perché i robot che abbiamo sviluppato sono sostanzialmente delle macchine intelligenti, ma peccano. .. – diede un rapido sguardo ad Elisa, che lo ascoltava sorridendo – voglio dire peccavano di carenza di empatia. Man mano che questo sviluppo si fa prevedibilmente più vicino, e i robot tenderanno a somigliare agli esseri umani, non possiamo più permetterci di avere delle leggi così schematiche. La sua analisi è corretta, e anche noi siamo giunti a conclusioni analoghe. Ma mi permetta di dirle, che la sua soluzione è alquanto drastica. Vede, noi, intendo dire il Dipartimento di Robotica, stiamo approntando dei prototipi che affrontino il problema di una reazione qualitativa da un altro punto di vista. Noi pensiamo… –
– Stai forse parlando della Legge Zero? – disse senza preavviso Lefkov con un sorriso.
Stavolta Dougherty sembrava aver perso la parola.
Balbettò qualche monosillabo, poi riuscì a ricomporsi, e a mettere insieme qualche suono intellegibile:
– Ma…lei…come..non… –
– Come faccio a saperlo? Ma Johnny, dimentichi che tutti nel Dipartimento sono figli miei, accademicamente, si intende, e che ci ho passato cinquanta anni. So tutto della Legge Zero, il tentativo di dare ai robot la capacità di valutare se il sacrificio di pochi possa valere la salvezza di molti –
– Esatto! – si riprese Dougherty – la Legge Zero dice che un robot non deve recare danno all’umanità nel suo insieme, quindi prevale sul singolo individuo, chiunque esso sia! Non ci sarà più la possibilità per ricchi e potenti di usare i robot per il loro tornaconto personale, se questo andrà contro l’interesse dell’intero genere umano! –
Lefkov sorrise amaro, mentre Elisa, come se sapesse cosa sentiva, riprese a carezzarlo sul dorso della mano, ma ora Dougherty si rendeva conto che l’affetto manifestato da Elisa era un tipo di affetto che lui non conosceva.
Non era catalogabile in nessuna delle tipologie di affetto tra esseri umani a cui poteva pensare.
– Non funzionerà, Johnny – scosse la testa il vecchio Professore – siete degli idealisti, come lo eravamo noi tanti anni fa, ma non basterà per farla funzionare. La Legge Zero è un’illusione, una mistificazione, uno scarico di responsabilità. Come faranno i robot a sapere quando la vita di un singolo umano è più o meno importante dell’umanità nel suo insieme? Chi glie lo insegnerà? Quanti esseri umani dovranno essere in numero sufficiente per valere più del singolo? Dieci? Mille? Un miliardo? E se noi decidessimo che il benessere del nostro popolo vale più della vita dei nostri nemici? La Legge Zero aggira il problema, Johnny, ma non lo risolve. Pensi che i robot avrebbero dovuto uccidere, che so, Leonardo da Vinci se questo avesse potuto salvare migliaia di persone? Che decisione da prendere! E soprattutto: sarebbe stato giusto? Questi sono i conflitti che la Legge Zero vi porterebbe a dover risolvere, e io non credo che siate attrezzati per questo – concluse.

Dougherty non rispose; alcune delle obiezioni sulla Legge Zero gli erano familiari, e ancora il giorno prima al Dipartimento aveva avuto una furiosa discussione con alcuni colleghi che si opponevano alla sperimentazione operativa dei primi robot con la Legge Zero implementata nel cervello positronico.
Tuttavia non avevano trovato alternative serie, e ormai la convivenza umani-robot richiedeva un cambiamento sostanziale nella capacità dei robot di gestire le interazioni con il loro creatori umani.
E in più, questi sviluppi su cui stava lavorando Lefkov, andavano in totale conflitto con la Legge Zero, e con il loro, il suo lavoro degli ultimi anni.
Anche se ammirava Lefkov, e gli era grato, l’idea che il suo lavoro potesse essere gettato al vento gli mordeva lo stomaco.
– Una cosa non capisco, Professore – riprese Dougherty – anche se lei fosse nel giusto, perché togliere i segni di riconoscimento ai robot? Non crede che sia opportuno che gli esseri umani sappiano se chi hanno di fronte sia un loro simile, o meno? –
– Ma non capisci? – si infervorò Lefkov – finché ragioneremo in termini di noi e loro, avremo sempre un complesso di superiorità che ci impedirà di convivere serenamente. Io sono convinto, convintissimo, che i robot debbano essere uguali agli esseri umani, e convivere insieme a noi. –
Il Professore aveva lasciato la mano di Elisa, e si era alzato in piedi.
– Johnny…vedi…la razza umana va accompagnata. Noi siamo ancora bambini che giocano con il fuoco. Vogliamo arrivare alle stelle, costruiamo astronavi, ma non riusciamo ad eliminare le guerre, l’odio, il rancore, il razzismo. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti, e io sono convinto che se lasceremo che i robot si integrino nella nostra società a pieno titolo, saranno loro a darci una mano. – ora lo sguardo di Lefkov si era fatto sognante – Io credo fermamente che in futuro potremo farci governare da loro, e grazie alle Tre Leggi, essi ci condurranno per mano verso un futuro luminoso –
“E’ pazzo” pensò Dougherty, rimanendo a bocca aperta. “E’ completamente impazzito”
– Professore – riprese ora più cauto Dougherty, ripensando anche al dolore che aveva provato quando Elisa gli aveva piegato il polso – ma come ha fatto a creare una superficie così…così liscia, sembra pelle vera, il colore, il tatto…sa che è uno degli elementi di sviluppo più complessi, e da molto tempo stiamo cercando di individuare dei polimeri adatti, senza grande successo purtroppo… –
Dougherty prese la mano ad Elisa, e la carezzò con un gesto volutamente teatrale.
Poi le carezzò una guancia, e le riavviò i capelli.
– E’ semplice: è pelle umana. Vera. La facciamo crescere in un bagno di sviluppo a partire da cellule staminali, e poi completiamo lo sviluppo sullo scheletro esterno.
Per un momento Lefkov pensò che Dougherty sarebbe morto d’infarto, i sintomi erano gli stessi, ed effettivamente lo stesso Dougherty si sentì mancare.
Tutti i problemi a cui stavano disperatamente cercando di dare una risposta erano stati risolti da un vecchio, per quanto geniale, Professore in pensione; che però era abbastanza pazzo da pensare di poter mandare in giro dei robot con le tre Leggi “personalizzate”.
Doveva cercare di saperne di più di Elisa e degli sviluppi che c’erano dietro, per poi tornare al Dipartimento per cercare di contrastare le idee di Lefkov.
– Professore – iniziò titubante, sperando di non far insospettire il suo ospite – quello che mi chiedo è: come ha fatto a condurre questi esperimenti, a sviluppare gli algoritmi, il prototipo? come è possibile che con le sue sole forze abbia creato una tecnologia così avanzata? –
Il sorriso di Lefkov gli fece intuire che l’orgoglio del Professore non aveva risentito del passare degli anni.
– Johnny, Johnny – gli disse in tono condiscendente – come pensi che io abbia potuto realizzare tutto questo da solo? – indicò Elisa.
– Dopo tanti anni al Dipartimento, ho molti amici che mi stimano, e ho ancora accesso alle risorse della facoltà, e anche le aziende costruttrici non lesinano in materiali. Devo dire però che senza l’aiuto di Wilkowski non sarei riuscito nel mio intento –
Al solo sentire quel nome Dougherty trasalì.
Wilkowski! Il suo vice al Dipartimento! L’uomo a cui affidava tutte le sue riflessioni, le sue idee, il suo sparring partner nelle nottate a pensare a nuove vie per l’evoluzione della robotica.
D’altronde, se fosse stato più attento, avrebbe potuto sospettarlo: quando Lefkov era andato in pensione, Wilkowski vantava un’anzianità maggiore, aveva già avuto una cattedra temporanea a Stanford, aveva quasi dieci anni più di lui, e non ci sarebbe stato nulla di strano se fosse stato nominato successore di Lefkov; ma Dougherty faceva parte del gruppo di lavoro originale, era stato assistente di Lefkov per più di dieci anni, insomma alla fine il Senato Accademico aveva votato per lui, e Wilkowski era rimasto come suo vice.
E ora veniva a sapere che nel frattempo congiurava con Lefkov per indirizzare le ricerche in altre direzioni!
Era sconvolto, e non sapeva come uscire da quella situazione.
A peggiorare le cose, c’era la concreta possibilità che il Governo tagliasse drasticamente i fondi per la ricerca universitaria, e allora gli unici che avrebbero investito nello sviluppo dei robot erano le aziende che li fabbricavano e li distribuivano, sostanzialmente due, e lui già capiva che la direzione che aveva preso Lefkov era più attraente per gli acquirente: un robot personale, indissolubilmente legato a doppio filo con il suo umano di riferimento, un mercato potenziale di dieci miliardi di persone…insomma, la Legge Zero in confronto era una noiosa, vecchia soluzione burocratica.
Ma era convinto che i robot necessitassero di più controllo, non meno, e l’idea di conoscere una persona, senza sapere che era un robot, ossia una macchina più forte, più intelligente di lui, virtualmente indistruttibile, infaticabile, lo terrorizzava.
Aveva bisogno di riflettere, di trovare una soluzione che salvasse la sua ricerca e bloccasse Lefkov, ma ora che sapeva di non potersi fidare più di Wilkowski, non aveva nessuno con cui condividere questa preoccupazione.
– Professore, come potrà capire, queste informazioni mi hanno come dire…sorpreso. Se non le dispiace io andrei subito a casa, in modo da cercare un modo per mettere insieme le nostre e le sue ricerche. Credo che a questo punto, visto lo stato di avanzamento a cui è giunto – e guardò Elisa che continuava a sorridergli – non possiamo ignorare le sue idee, ma piuttosto coinvolgerla di nuovo nel lavoro del dipartimento, per formare una squadra sola –
Si alzò e tese la mano a Lefkov, che la strinse com vigore ed entusiasmo, scuotendola ripetutamente in su e giù.
– Proprio quello che volevo sentirti dire, figliolo! Sapevo che avresti capito. L’unica cosa che desidero è di consegnare questa fatica a voi e al mondo, prima di morire. Da solo non posso continuare, neanche con l’aiuto di Wilkowski; ho bisogno del team, di lavorare alla luce del sole, di collaboratori validi…come te! –
Abbracciò il suo successore, e lo congedò.
Dougherty uscì senza salutare Elisa, e si avviò di corsa, cercando un taxi.
Il suo volto era scuro, si era rabbuiato non appena la porta di casa Lefkov si era chiusa alle sue spalle.
Aveva finalmente capito a cosa puntava il vecchio Professore: a essere reintegrato al suo posto, riprendere il comando del dipartimento, imporre le sue idee; ma non avrebbe potuto farlo senza qualcosa di convincente, e questo qualcosa era Elisa.
Lo aveva attirato in una trappola, aveva fatto in modo che lui stesso, capo del Dipartimento, fosse stupito e sconvolto dal prototipo e dalle sue potenzialità, e figuriamoci cosa avrebbero detto gli altri.
Senza contare quel traditore di Wilkowski.
Era in un vicolo cieco.
Diede distrattamente al tassista l’indirizzo di casa sua; aveva pensato di andare subito al dipartimento, ma non voleva rischiare di incontrare nessuno, era ancora troppo agitato, e aveva bevuto troppo senza mangiare nulla.
Doveva fermare Lefkov, ma al momento non sapeva come. Doveva pensare, e anche in fretta.
A casa fece una doccia gelata per schiarirsi le idee e rimuovere l’effetto del vino, poi si vestì sommariamente e accese il monitor.
Il network universitario comprendeva anche casa sua, e sebbene la sicurezza fosse al massimo livello possibile, lui aveva la possibilità di lavorare da casa come dal laboratorio.
Non aveva un’idea chiara, per cui cominciò a rivedere tutti i documenti condivisi, le pubblicazioni, i dati, le analisi.
Dopo due ore di lavoro frenetico, era giunto ad una terribile conclusione: Lefkov aveva ragione.
Se guardava il suo lavoro con obiettività, doveva ammettere che la Legge Zero, ammesso che fossero usciti mai ad implementarla, con successo, era solo un palliativo.
Lefkov aveva una soluzione però anche peggiore, che lo terrorizzava.
Un mondo di venti miliardi di persone, la metà dei quali robot, ognuno dei quali rispondeva ad un solo essere umano, virtualmente indistinguibili.
E a disposizione di chiunque: anche delinquenti, psicopatici, assassini.
Immaginava come avrebbero potuto rafforzare il loro potere le organizzazioni criminali che già oggi gestivano i traffici più loschi del pianeta.
Oppure come gli esseri umani si sarebbero estinti d’inedia, lasciando che i loro robot vivessero la vita al posto loro.
Insomma, per quanto cercasse di essere obiettivo, percepiva la soluzione di Lefkov come un pericolo, e cominciò a chiedersi come potesse bloccarlo,
Cominciò a fare ricerche sul Professore, studiò i suoi movimenti, le sue dichiarazioni, le sue idee politiche; annotò alcune cose che potevano forse tornare utili in seguito, se si fosse reso necessario screditarlo.
Non aveva alternative: doveva metterlo in condizioni di non nuocere.
Mandò qualche email, chiedendo incontri con personalità politiche ed economiche che conosceva, per cercare di supportare la sua strategia.
Insomma, la battaglia era iniziata, e pensava di avere le carte in regola per vincerla.
Raccolse i documenti in una cartella locale, stampò qualcosa, poi spense il monitor. Era tardi, ma non aveva sonno, la tensione accumulata si faceva sentire, decise di uscire per scendere al pub sotto caso a bere una birra, quando improvvisamente il monitor dell’ingresso segnalò qualcuno che suonava alla porta.
Accese le telecamere, e quasi fece un balzo all’indietro dalla sorpresa.
Era Elisa, da sola, e aspettava pazientemente che lui la facesse entrare, o comunque che rispondesse.
Non dava segni di stress, o di impazienza, e non se li aspettava; un robot non poteva annoiarsi perché lo scorrere del tempo non creava emozioni. Se riteneva che l’attesa potesse usurare i suoi meccanismi, poteva sempre mettersi in stand by. Gli ultimi studi sulle batterie nucleari avevano calcolato che un robot poteva rimanere attivo circa 1.000 anni, senza dover sostituire la batteria, e circa un milione di anni in stand-by. Decisamente, non si doveva preoccupare per l’attesa di Elisa.
Non sapeva che fare. Telefonare a Lefkov? Nascondere i documenti? Fare finta di non essere in casa? Aprire con nonchalance?
Una cosa era certa: la mandava Lefkov, e di sicuro così a ridosso della serata perché aveva avuto dei dubbi.
Forse non era stato convincente, forse la stessa Elisa aveva dedotto dai segnali del corpo che mentiva, che non aveva alcuna intenzione di reintegrare il Professore.
Guardò di nuovo il monitor, lei era sempre lì, non oscillava neanche sulle gambe come fanno gli esseri umani, perché aveva una stabilità migliore, ma per il resto sembrava solo una bella ragazza che era venuta a fargli visita: alta, snella, con un vestitino corto che oscillava alla brezza notturna.
Alla fine decise di non nascondersi, ma per sicurezza mise via i documenti che aveva stampato, e disattivò il network.
Aprì la porta esterna e si fece trovare sulla soglia del suo appartamento, con una felpa e dei pantaloncini; le ciabatte sarebbero state un chiaro segnale per qualsiasi essere umano, ma si chiese se Elisa fosse in grado di recepirlo; era così diversa e lo affascinava l’idea di scoprirne i segreti.
Lei si fermò davanti a lui, sorridendo, sempre quell’enigmatico sorriso, si chiese se Lefkov non avesse fatto un giro al Louvre prima di dare gli ultimi ritocchi al suo prototipo.
– Posso entrare? – gli chiese
– Veramente è tardi, e stavo per andare a dormire, non puoi dire a Lefkov che ci possiamo sentire domani? Poi mi poteva chiamare, se aveva bisogno di parlarmi, non capisco perché abbia mandato te – rispose Dougherty brusco. Era curioso, ma allo stesso tempo si era insospettito, e non voleva continuare a lungo quella conversazione.
– Non mi ha mandato Lefkov, sono venuta di mia spontanea volontà – rispose serena la ragazza. Il robot. Insomma, Elisa.
Dougherty pensava di aver saturato la sua capacità di stupirsi, almeno per quella giornata, ma evidentemente non era così.
Senza dire una parola, a bocca aperta, fece entrare la ragazza, che ringraziò con un cenno della testa, mentre il suo cervello cominciava a elaborare scenari catastrofici, in cui i robot prendevano iniziative, decidevano cosa fosse giusto o no, e magari se gli umani fossero ancora necessari alla loro esistenza.
Ancora una volta si convinse che Lefkov andava fermato a tutti i costi.
Chiuse la porta, mentre Elisa si guardava intorno, come una qualsiasi persona che per la prima volta si trova a casa di amici.
– Carino questo appartamento, è tuo? – disse dandogli del tu.
Anche le frasi di circostanza adatte. Vedo che Lefkov non ha trascurato neanche i particolari più insignificanti, pensò.
– No, me lo ha messo a disposizione il Senato Accademico, ma è come se fosse mio. Siediti, per favore – la invitò – ti spiace se mi prendo qualcosa da bere? –
– Assolutamente, anzi, potrei avere un succo di mirtillo? – disse sedendosi Elisa.
Dougherty si girò dalla soglia della cucina.
– Sei sicura? Voglio dire…gli ultimi modelli hanno un contenitore per favorire la socializzazione, ma un succo di frutta… –
Elisa rise di gusto.
– Ahahahah! No, non ti preoccupare. Non rovinerò rotelle e ingranaggi, se è di questo che ti preoccupi – disse strizzandogli l’occhiolino.
Fantastico, pensò Dougherty, beve il succo di mirtillo e prende in giro.
Tornò con il succo, e un caffè lungo per lui. Aveva pensato a un doppio whisky, ma la presenza del robot richiedeva la sua massima attenzione.
Una volta seduti, e finiti i convenevoli, Dougherty andrò dritto al sodo:
– Se non ti manda Lefkov, e permettimi di prendermi un po’ di tempo per metabolizzare questa informazione, qual è il motivo della tua visita? –
Elisa posò il bicchiere vuoto, e accavallò le gambe.
O dio, pensò Dougherty, sto sbirciando le gambe di un robot, sono diventato un pervertito. Però non poté fare a meno di congratularsi con Lefkov, anche su questo punto.
– Ci sono alcune cose che Lefkov non ti ha detto, John. Perché sa, o pensa di sapere, che tu avrai bisogno di tempo per abituartici. Ma queste cose riguardano me, intendo dire me come persona, e credo sia giusto che tu le sappia. Lui non sarebbe d’accordo, ma non abbiamo bisogno di dirglielo, vero? – di nuovo quell’occhiolino.
La malizia non era previsto facesse parte del bagaglio di un robot, ma a questo punto per lui tracciare la differenza tra Elisa e un essere umano era diventato impossibile.
Era in un tumulto di pensieri: da una parte se avesse avuto gli strumenti adatti avrebbe volentieri disattivato quel robot e sarebbe andato ad uccidere Lefkov; dall’altra ne era affascinato, invidiava le capacità intellettuali del Professore, e riconosceva che senza di lui si dibattevano in un labirinto, come topi senza via d’uscita.
Si riprese, e fece un mezzo sorriso d’intesa, che non gli riuscì molto bene.
– No, certo, non dobbiamo raccontare tutto al Professor Lefkov –
Il sorriso di Elisa si aprì, e gli occhi si illuminarono.
Dougherty ne era affascinato, non c’erano dubbi, non riusciva a staccarsi da quel sorriso.
Decise che era comunque arrivato il tempo del doppio whisky, aprì un armadietto e si versò un bicchiere.
– Allora dimmi pure, sono tutto orecchi – le disse con malcelata nonchalance mentre si risiedeva con il bicchiere in mano.
– Vedi, Lefkov ti ha nascosto il suo vero obiettivo. Certo, quello che ti ha raccontato è tutto vero, lo capisci anche tu, ma la verità è che le sue ricerche hanno subito un’accelerazione da quando è rimasto vedovo. E’ la solitudine, la chiave di tutto. Lefkov ha cominciato a pensare agli esseri umani come zattere nell’oceano, e anche se sono più di dieci miliardi, queste zattere, non si incontrano mai. Si scontrano, si uniscono, si aiutano, ma non si incontrano, perché le persone sono sole. Guarda anche tu, hai cinquanta anni, e vivi da solo, quante persone conosci come te? E poi, andando avanti negli anni, è sempre più difficile avere relazioni affettive, anche solo amichevoli. –
Dougherty ascoltava con attenzione, anche se non aveva ancora capito dove stava andando a parare Elisa.
– Lefkov ha pensato ai robot come i veri compagni degli esseri umani. Compagni progettati intorno al DNA di una persona, infaticabili, che potessero accompagnarli durante l’esistenza, e poi scomparire senza lasciare traccia. Noi robot, nella visione di Lefkov, saremo il vostro sostegno nella ricerca delle vette più alte dell’ingegno umano –
– Insomma Lefkov ha creato una specie di animale da passeggio con sembianze umane – disse Dougherty sarcastico, ma subito se ne pentì, non aveva senso sfogare la propria frustrazione su Elisa.
Ma lei non cambiò espressione.
– No, non direi – rispose – piuttosto ha ridefinito in maniera personale il rapporto uomini-robot –
– Va bene – disse Dougherty – fin qui ci arrivo. Ma perché sei venuta a dirmi queste cose, ora, e cosa c’entra tutto questo con me –
Elisa si alzò, e andò a sedersi vicino a lui.
Dougherty rimase immobile, ma la vicinanza di Elisa lo turbava.
– Ecco, il punto è che per ottenere tutto questo, Lefkov ha dovuto lavorare su due direzioni finora inesplorate, o comunque sottovalutate. Un compagno che si rispetti, e che renda piena la vita di un essere umano, deve avere due caratteristiche: essere del tutto e per tutto indistinguibile da un essere umano, e avere la capacità di provare sentimenti. Altrimenti saremmo poco più di una bambola gonfiabile semovente –
A quest’ultima frase Dougherty trasalì. Guardò Elisa, e vide…una donna. Una donna bellissima, sensuale, sorridente. Capiva benissimo quello che gli stava dicendo, e perché Lefkov aveva insistito su quei punti.
– Vuoi dire che…- iniziò a dire Dougherty.
– Sì. Voglio dire proprio questo. Tutte le funzioni dell’organismo umano sono state riprodotte fedelmente. – disse guardandolo negli occhi.
– Quindi…tu e Lefkov…avete rapporti sessuali –
Elisa scoppiò a ridere.
– Sei buffo quando dici questa cosa. Ti imbarazza. E non lo ritieni possibile. Ma sì, sono perfettamente in grado di avere anche rapporti sessuali. E a quanto pare Lefkov ha fatto un buon lavoro nella programmazione – ancora quell’occhiolino, Dougherty sudava.
– Ma c’è un problema. Che dovrà risolvere. Sui prossimi modelli, però. –
– Quale problema? – chiese Dougherty.
– Mi ha dotato della capacità di apprezzare i rapporti con gli altri esseri umani. Di valutare. Di capire. Di provare sentimenti e sensazioni. E io finora non avevo visto altri uomini, da quando Lefkov mi ha attivato in maniera operativa. E ora so la differenza tra un anziano professore, e un uomo maturo e attraente come te. E io voglio te. Adesso. –
Dougherty rimase di stucco, il bicchiere in mano, la bocca aperta, a fissare quella giovane donna, che sotto la pelle aveva cavi d’acciaio, ossa in titanio, chip, gangli positronici, e condutture con liquidi di raffreddamento, al posto del cuore una batteria al plutonio, e del cervello un agglomerato di semiconduttori positronici, ma fuori…dio…fuori era la donna più affascinante che avesse mai visto.
Era una pazzia. Una cosa impossibile. Proibita. Pensò di alzarsi dal divano, poi non pensò più.
Perché le mani di Elisa gli avevano preso il collo e glie lo stavano stringendo in una morsa implacabile.
Dougherty cercò di dibattersi, ma già aveva la vista offuscata dalla mancanza di ossigeno.
Guardò Elisa che continuava a sorridere mentre gli stringeva il collo.
– Però ho dimenticato di dirti una cosa, caro Johnny. Le mie Leggi sono state riformulate per Lefkov, e io non farei mai niente che potesse dargli un dispiacere. E soprattutto, non ti consentirò di fare del male a lui screditandolo e cancellando per sempre il suo sogno. Lui forse non ha capito. E’ un uomo buono, gentile, e si fida del genere umano. Ma io no. E so leggere i segnali del corpo. Tu hai fatto finta di credergli, ma in realtà ti apprestavi a distruggerlo, e io non posso permetterlo. E non appena tu sarai morto, questione di secondi, ormai, io entrerò nei sistemi e farò in modo che il dipartimento, per sostituirti, non trovi di meglio che richiamare il buon vecchio Professor Lefkov. Pensa, sarà il tuo stesso vice, Wilkowski, a chiedere il suo reintegro. –
Ma Dougherty non la ascoltava già più. la vita aveva abbandonato il suo corpo, e le sue preoccupazioni erano ormai terminate.
Elisa fece quello che gli aveva detto, entrò nel network, controllò rapidamente quello che Dougherty aveva fatto nelle ultime ore, cancellò tutto, fece delle modifiche, distrusse documenti, ne manipolò altri, e quando fu soddisfatta cancellò ogni traccia del suo passaggio e se ne andò.

I funerali di John Dougherty si tennero qualche giorno dopo.
L’autopsia aveva confermato che si era trattato di un omicidio, ma la Polizia non riuscì a trovare tracce, registrazioni, moventi.
Sembrava che l’assassino di Dougherty si fosse materializzato dal nulla, e fosse di nuovo scomparso nel nulla.
Tutto il Senato Accademico, la Facoltà, il Dipartimento, presenziarono alla cerimonia, che si tenne in un piccolo cimitero non lontano dalla Facoltà.
Anche il suo vecchio mentore, il Professor Lefkov, era presente, e si asciugava ripetutamente le lacrime con un fazzoletto di seta.
Al termine della cerimonia, il Senato aveva organizzato un piccolo rinfresco, e fu in quella occasione che iniziarono i primi contatti informali.
Wilkowski, il Preside di Facoltà e il Rettore si incontrarono con Lefkov, sondarono il terreno, e ottennero una disponibilità di massima.
Si sarebbero rivisti nei giorni successivi, per capire se c’erano gli estremi per una collaborazione.
Lefkov si scusò, e andò via molto presto.
L’auto a nolo con autista era parcheggiata non molto lontano.
Lefkov si sedette sul sedile posteriore, e si lasciò andare con un sospiro.
– Possiamo andare, Elisa – disse all’autista, che da sotto il cappello lo guardò con gli occhi sorridenti.
– La porto a casa, poi scappo, il mio lavoro è terminato, e ho un razzo che mi aspetta per portarmi lontano –
– Immagino non ci vedremo più – disse il Professore con un tono malinconico.
– Direi di no, Professore. Era nei patti, si ricorda? E poi, suvvia, lei è un vecchio Professore e io una giovane ragazza, mica si sarà fatto delle idee su di me? – disse strizzando l’occhiolino.
– Per un momento…sì -disse Lefkov sorridendo – ma chissà, forse ora che sarò di nuovo capo del Dipartimento, avrò abbastanza fondi per portare avanti le mie ricerche. E di sicuro, se non muoio prima, mi costruirò un bel robot personalizzato, magari con delle gambe belle come le tue. Ti dispiacerebbe molto se lo dovessi chiamare Elisa? – disse strizzando a sua volta l’occhiolino.
La ragazza lo guardò dallo specchietto e annuì, poi accelerò verso casa.

Metropolis

Fiori Finti – Post Numero 100

100 post mi sembrano un bel traguardo, in meno di tre mesi.
Mi piace l’idea di festeggiare, ma lo voglio fare con qualcosa di importante.
Questo racconto è stato scritto l’anno scorso, per una persona che non c’è più e alla quale volevo molto bene.
Non so se sia un bel racconto, ma è scritto col cuore.



Madonna, come siamo piccoli, amore mio! E fragili, e deboli.
Anche una semplice passeggiata in montagna si trasforma in una battaglia contro le forze della natura.
La gravità sprona i nostri muscoli, sollecita i nostri legamenti, chiede un pedaggio in termini di calorie. E io mi sottopongo volentieri a questa prova.
La natura ci preme in silenzio. Lenta, inesorabile, ma silenziosa.
Intorno a me, solo il rumore delle scarpe sulla ghiaia, e il respiro affannoso della bocca aperta.
In gola il tum-tum-tum del cuore che sembra esplodere in cerca di ossigeno. È così vicino che penso di poterlo toccare con la lingua, se solo provassi.
Mi fermo. Ora è solo cuore. Non ho pianto finora, e non lo farò adesso.
Riprendo il cammino, il dolore dei muscoli è quasi un piacere, mi fa sentire ancora più ridicolo, a combattere contro la mia condizione di essere umano.
Infine raggiungo la mia meta.
Mi sporgo appena, e vedo laggiù il letto del fiume.
La parete di marmo grigio, quasi bianco, è verticale, a picco sul rigagnolo verde risparmiato dalla siccità.
Sono quattrocento metri, da qui, pochi secondi, pochi battiti del cuore.
Due aquile passano davanti ai miei occhi, lentamente, non muovono quasi le ali, si lasciano trasportare dall’aria calda verso la sommità del canyon.
Voglio andare. Giù.
Voglio raggiungerti, tutto il mio corpo lo vuole.
Chiudo gli occhi, allargo le braccia, il respiro nell’attesa si è ridotto ad un sospiro.
Sento la brezza, annuso per l’ultima volta il ginepro e la lavanda.
Aspettami, sto arrivando.
Poi, improvvisamente, un passo indietro.
Penso.
Un altro passo indietro, apro gli occhi.
Penso.
Se anche io muoio, sarà tutto finito davvero, stavolta per sempre.
Non potrò più rivedere le tue foto, immaginare il tuo sorriso.
Non potrò richiamare la tua risata improvvisa e squillante a mio piacimento, dai meandri della memoria.
Non potrò più sentirti qui, ancora, vicina.
E allora abbasso le braccia, e faticosamente riprendo il sentiero.
Combatto come prima, ma mi sento più leggero, un passo dopo l’altro, mi allontano dal dirupo.
Arrivo alla macchina, e senza una parola, entro, mi siedo, e finalmente mi accascio sul volante e piango, incurante del sudore, della stanchezza, degli sguardi curiosi dei passanti.

Sulla tua tomba porterò solo fiori finti, come finta è la tua morte per il mio cuore sanguinante.


Fiori finti