We can be heroes

Ci sono storie che non vorremmo mai pensare, o leggere, o scrivere.
Questa è una di quelle

Se questo fosse un film, sarebbe di sicuro un film western.
Un terra desolata, un pugno di case, tre personaggi di dubbio gusto, di sicuro cattivi: il Giovane, il Vecchio, lo Straniero.
Se fosse un film western il Vecchio sarebbe sdentato, con le gambe storte, la pelle solcata da rughe profondissime per il sole cocente.
Lo Straniero sarebbe un messicano, piccolo, con gli occhi porcini e le labbra carnose perennemente inclinate in un sorriso furbo. Sarebbe silenzioso, attento a non irritare nessuno.
E il Giovane, il Giovane sarebbe un bulletto locale, che terrorizza i cittadini di quel povero paesino e tocca il culo alle donne senza che loro abbiano il coraggio di ribellarsi.
Se questo fosse un film ad un certo punto comparirebbe una Principessa, vestita come Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”, e camminerebbe eretta, fiera e consapevole della sua bellezza, e il Giovane se ne invaghirebbe come un signorotto di altri tempi.
La Principessa sarebbe debole, al cospetto di tanta malvagità, ma di sicuro se questo fosse un film western ad un certo punto arriverebbe l’Eroe.
Non importa quanto sporco sia, quanto lunga sia la sua barba o sfinito il suo cavallo, l’Eroe sarebbe comunque alto e biondo, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata.
Nei film western l’Eroe è sempre Clint Eastwood, in un modo o nell’altro.
Ovviamente l’Eroe trionferebbe sui tre disgraziati e salverebbe la Principessa, magari poi sposandola e diventando un uomo civile, oppure voltandosi, salutandola con la mano sul cappello e proseguendo per la sua strada.
Ma questo, questo non è un film western.
E non ci sono eroi.

In questo parcheggio di periferia il turno di notte capita sempre allo Straniero.
E’ un lungagnone dell’Est europeo, non è chiaro di quale paese ma non importa, non fa alcuna differenza.
Parla un buon italiano, con un pesante accento similrusso, e non conosce gli articoli: le sue conversazioni sono fatte di nomi, verbi, complementi, ma gli articoli no, quelli non sa cosa siano. Quando parla urla, come tutti gli stranieri dell’Est; chissà perché, forse lo sforzo di trovare le parole giuste gli innalza la voce di qualche decibel.
Guadagna meno di tutti ovviamente, perché non è certo assunto regolarmente e forse non ha neanche un permesso di soggiorno, ma gli hanno fatto ricavare una stanzetta nel retro del parcheggio ed è contento così.
Si è organizzato con un cucinino da campo e non appena chiude la serranda inizia a pastrocchiare con ingredienti di dubbia provenienza che provocano una puzza mefitica, che il giorno dopo si trasferisce dritta dritta nel fiato dello Straniero.
I clienti che ritirano la mattina presto la macchina devono sopportare una sferzata di rancidume che solo a metà mattinata se ne va via del tutto.
Lo Straniero non ha una donna fissa; ogni tanto si accompagna con qualche ragazzotta delle sue parti, e quando non ha una compagna si porta anche qualche prostituta che trova a poche centinaia di metri, vicino alla tangenziale.
Avrebbe una brandina, ma ha scoperto che alle sue donne piace scopare sul sedile posteriore delle macchine di lusso, e lui ormai le considera come camere d’albergo private.
Certo, poi deve perdere tempo a ripulire tutto, ma è un piccolo prezzo da pagare per vedere l’eccitazione negli occhi di quelle troiette quando le sbatte sul sedile posteriore di una BMW o di una Cayenne.
Sta attento che nessuno si accorga di questo suo hobby, e solo una volta per errore ha lasciato un preservativo sotto ad un tappetino.
La sfortuna ha voluto che l’abbia trovato l’impellicciata moglie dell’Ingegnere proprietario della vettura, ma dato che l’Ingegnere poco prima di riconsegnare la macchina a sua volta si era avventurato in una stradina per una veloce scopatina con la sua segretaria, il suo senso di colpa colossale lo ha tradito, e lo Straniero l’ha passata liscia.
Povero Ingegnere: se sapesse che il suo costosissimo divorzio è colpa di Anita e la sua pretesa di concedersi solo su sedili di pelle.

Il Vecchio non è poi così vecchio e probabilmente non percepisce una retribuzione per stare lì.
Forse è un parente del Giovane, di certo non il padre, non sembrano avere un rapporto così stretto; forse uno zio, o semplicemente un amico di famiglia stanco di andare ad osservare gli scavi dell’ENEL.
Non fa nulla di veramente complicato: non sposta le macchine, non prende i soldi, non assegna posti.
Per lo più sta fermo con un cappello in testa, o al massimo pulisce i vetri delle macchine con un vecchio canovaccio liso da secoli.
Come tutti i vecchi il Vecchio è mattiniero, e alle sei è già al suo posto, ad aspettare che lo Straniero stacchi il turno e gli si avvicini per imbastire interminabili discussioni che si protraggono fino alla tarda mattinata.
Discutono di calcio: se sia più forte la Juventus o lo Spartak Mosca piuttosto che non so quale squadra di Bratislava.
Discutono di politica, di economia, di cronaca, tutti argomenti di cui sembrano essere più ferrati del TG, ma soprattutto discutono di donne.
Il Vecchio ne discute virtualmente, dato che è vedovo da dieci anni, e anche se non lo fosse non cambierebbe gran che.
Lo Straniero gli racconta di qualche sua avventuretta a pagamento, gli fa vedere dei siti dove trova sostegno per le lunghe notti invernali, e siccome il Vecchio a malapena sa pronunciare la parola “computer”, gli ha rimediato dei vecchi numeri di playmen degli anni ruggenti che il Vecchio ha portato a casa per sfogliarli ogni tanto sospirando rumorosamente, pieno di una nostalgia irragionevole dato che donne così lui non le ha viste neanche quando cinquant’anni prima aveva ancora i capelli.
Tant’è, in una cucina disadorna e lurida campeggia il paginone centrale di una nota attrice francese degli anni settanta, le zinne in primissimo piano e un sorriso ebete alla stessa altezza della parola “Luglio”.
Il Vecchio la chiama “la mia fidanzata” e le fa l’occhiolino tutte le mattine quando prende un caffè in mutande e cappello.

Il Giovane è l’unico sposato, con una famiglia regolare, e si dà il caso che sia anche il proprietario del parcheggio.
Glie lo ha lasciato suo padre, che comprò un piccolo appezzamento di terra quando qui come si suol dire “una volta era tutta campagna”.
Poi vennero gli anni sessanta, la speculazione edilizia, e il padre del Giovane vendette la sua terra in cambio di un paio di appartamenti e questo parcheggio, unica fonte di reddito di due famiglie.
Che poi al Giovane, senza aspirazioni, senza voglia di studiare, senza neanche la spina dorsale, ritrovarsi un’attività avviata e poco faticosa andava anche bene.
Ora che il padre non c’era più poteva permettersi di fare il piccolo boss, tanto le macchine le spostava lo Straniero e i vetri li puliva il Vecchio; lui si limitava a stare tutto il giorno con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra.
L’autorità che gli derivava dall’essere il proprietario delle ferriere la sfogava sui due compari, ma nella vita reale, fuori dal parcheggio, non comandava poi così tanto.
La moglie, una megera invecchiata precocemente e che aveva perso ogni stimolo sessuale dopo la nascita dei due figli, lo trattava come uno straccio. La madre, incarognita dall’età e dalla vedovanza, come un adolescente.
E le altre donne, con cui sognava mirabolanti avventure extraconiugali, come quello che era: un debosciato senza cervello a cui non l’avrebbero data neanche se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
Solo una volta si era fatto convincere dallo Straniero – che aveva capito l’andazzo – a fare un giro con Anita sul sedile di una Mercedes, ma nonostante la buona volontà e la professionalità di Anita il Giovane non era riuscito a combinare niente.
Allora le aveva allungato altri cinquanta euro per garantirsi il suo silenzio, ma ovviamente lei e lo Straniero nelle notti che passavano insieme sui sedili di qualche fuoristrada ridevano sempre del Giovane e della sua debacle sul sedile di una Mercedes.

La Principessa ovviamente è bellissima, snella come possono essere snelle le ragazze di 16 anni o poco più, i capelli neri, gli occhi azzurri e la pelle bianca: una moderna Biancaneve.
Da pochi mesi si è trasferita insieme con i genitori nel suo nuovo castello, un appartamento di periferia ma grande e confortevole, ed ha cominciato a frequentare il liceo di zona.
Tutte le mattina percorre le poche centinaia di metri che la separano dalla fermata dell’autobus, dove incontra le sue amiche e insieme ridacchiano guardando costantemente il cellulare e ignorano le battute dei ragazzi.
E tutte le mattine, per arrivare alla fermata, passa davanti al parcheggio con la sua camminata veloce, fatta di ampie falcate che fanno risuonare i tacchi sul selciato del marciapiede e oscillare i capelli neri all’indietro, scoprendo a volte dei piccoli orecchini e un collo lunghissimo e bianco.
D’inverno per lo più ha indossato un lungo giaccone scuro, ma man mano che le giornate si sono scaldate ha cominciato a vestire un giacchino corto che le lascia libere le gambe sotto la gonna e fa vedere il rilievo del seno sotto un maglione chiaro, o viola, o nero, a secondo della giornata.
E’ bella la Principessa, ma di una bellezza delicata, sensuale ma non provocante.
Nessuno potrebbe pensare che sia in giro a cercare guai.
Nessuno sano di mente, cioè.

I tre hanno imparato che ogni mattina verso le 7 la Principessa passa davanti al loro parcheggio, e non possono perdersi lo spettacolo.
Odiano le giornate di pioggia, non perché temano di bagnarsi, ma perché un ombrello e un impermeabile impediscono di ammirare le cosce della ragazzina, e tifano per qualche bella giornata di sole, chissà che non decida di mostrare un po’ di tette, si dicono ridendo.
Il Vecchio la osserva con la stessa cupidigia fantascientifica con cui osserva le zinne dell’attrice francese appesa in cucina.
Per lui non fa nessuna differenza, sono entrambi prodotti della sua fantasia, per quel che può giudicare.
Lo Straniero guarda la Principessa con interesse ma con distacco: sa bene che anche solo uno sguardo sbagliato può metterlo nei guai, per cui si tiene lontano da certi pericoli; se dovesse avere voglia di toccare una donna gli basta allungare trenta euro ad Anita e si toglie qualsiasi soddisfazione senza correre rischi.
Ma il Giovane sogna.
Il Giovane è ancora abbastanza giovane da desiderare una donna vera e troppo stupido per capire che per una Principessa così un uomo come lui è meno che trasparente: è invisibile.
E allora sogna che prima o poi lei si accorga di lui, che veda in lui l’uomo maturo ma ancora abbastanza giovane per introdurla ai piaceri della carne.
Sogna che la fittizia autorità che può esercitare su quei due sbandati sia un vero carisma, e che lo possa usare per conquistare il cuore e le cosce della Principessa.
E si vanta di questo.
Lo dice spesso ai suoi sodali: dice che se lui volesse, che se solo facesse una mossa, che se la invitasse.
Se se se.
I due tollerano le sue buffonate, per convenienza e anche per pietà.
Ma un giorno lo Straniero è nervoso. Anita gli ha dato buca, e lui ha finito le sigarette e la birra.
Quando passa la Principessa e il Giovane dice “se”, lo Straniero non si trattiene:
– Che dici! Ragazza troppo bella e raffinata! Lei non guarda te! Tu troppo brutto! –
E ride a crepapelle, una risata cattiva e piena di disprezzo, mentre le guance del Giovane si imporporano e il Vecchio fa un sorrisetto maligno da sotto la coppola.

E così il Giovane fa un errore. Chissà, forse se non fosse stato spinto dall’orgoglio e dalla rabbia, dal desiderio e dal rancore, forse se non avesse sposato una donna frigida e più stupida di lui, e se non si fosse circondato di inetti forse il Giovane sarebbe potuto diventare una persona normale.
O almeno avrebbe potuto tenere a bada il suo istinto di maschio, un maschio che non sarebbe potuto diventare alfa neanche alla guida di un esercito di ritardati, ma che la posizione di padroncino di un parcheggio gli fa pensare di essere.
E poi ha bisogno di una scusa, di una spinta, perché vuole conoscere la Principessa da tempo ma non ne ha il coraggio, e allora eccolo il coraggio: “ve lo faccio vedere io”.
Il coraggio di un vigliacco che pensa di dimostrare a qualcuno la sua mascolinità con un atto di arroganza, quando neanche le labbra di Anita sono riuscite a compiere il miracolo.
Ma il Giovane vuole fare questo errore, lo vuole disperatamente: deve uscire dalla sua mediocrità, e vuole farlo conquistando la Principessa.
Non sa, non capisce, non si rende conto.
La mattina dopo aspetta la Principessa all’ingresso del parcheggio, sbirciando ogni tanto verso i due che lo guardano scettici, lo Straniero con un ghigno cattivo e il Vecchio con un sorrisetto tra il maligno e lo stolto.
Quando la Principessa arriva, il Giovane le si para davanti e le dice qualcosa. Lei si ferma e lo guarda con la freddezza di chi sa di essere superiore per cultura, bellezza, armonia.
E’ uno sguardo antipatico, quello della Principessa, e il Giovane avvampa mentre lei gli dice solo due o tre parole secche e scarta di lato per evitarlo.
In preda ad una rabbia incontenibile il Giovane tenta di fermarla prendendola per un braccio, ma lei gli molla un ceffone e si divincola scappando via di corsa.
Per un momento il Giovane si tiene la mano sulla guancia arroventata e guarda da sotto in su i due che ridono in fondo al parcheggio.
Poi si avvia verso di loro e quando gli arriva a portata, con una voce che sembra uscire dall’oltretomba dice solo:
– La dobbiamo far pagare a quella puttanella –

Ma pagare cosa? Cosa deve pagare la Principessa?
Di non aver voluto stringere amicizia e chissà cos’altro con uno scarto delle nostre periferie martoriate?
Di averlo guardato senza riuscire a mascherare il suo disprezzo?
Di avergli dato uno schiaffo per liberarsene?
Non lo sappiamo, ma il Giovane vuole fargliela pagare, e lo farà.
Quanto è vero Iddio.

Ma il suo Iddio sembra essere dalla parte della Principessa nei giorni successivi.
Lei evita accuratamente di passare vicino al parcheggio e i tre non godono più della vista delle sue gambe magre e del seno acerbo.
Piano piano la rabbia del Giovane sembra sbollire, e dopo i primi tentativi di presa in giro anche lo Straniero e il Vecchio sembrano dimenticarsi dell’accaduto.
Il Giovane ha anche tentato di sfogare la sua frustrazione mettendo le mani sulle zinne della moglie mentre questa lavava i piatti, solo per rimediare un altro ceffone, e la sua rabbia silenziosa monta sempre di più anche se apparentemente le giornate scorrono sempre uguali.
Poi un giorno Iddio si dimentica della Principessa, impegnato com’è a gestire tutta l’umanità, la galassia e l’universo.
E lei scende di casa per andare a prendere una birra per il padre, che sta guardando una partita e non vuole interrompersi, ma senza birra si sa, non è la stessa cosa.
Ci vado io, dice la Principessa, ci metto cinque minuti.
La rosticceria è a cento metri, forse ci vogliono anche meno di cinque minuti, ma per arrivarci la Principessa deve passare davanti al parcheggio.
E’ notte, non la vedranno di certo, e lei controllerà nessuno le si avvicini; farò in fretta, si dice.
Contrariamente alle sue abitudini però il Giovane è là fuori, appoggiato al cancello, nascosto dall’ombra di un muro.
Non è appostato, semplicemente non gli andava di tornare a casa dalla megera con cui divide la sua esistenza, ed è solo lì per accendersi una sigaretta lontano dalle macchine: da quando un cliente lo ha minacciato di fargli causa se avesse provocato un incendio alla sua meravigliosa automobile – una di quelle dove Anita amava di più scopare tra l’altro – e così il Giovane va a fumare all’ingresso.
Non ha fatto in tempo ad estrarre neanche l’accendino, quando con una sigaretta spenta penzolante dalla bocca vede passare la Principessa.
E’ un attimo, la afferra e le dà un violento ceffone, poi le chiude la mano con la bocca e la trascina verso il parcheggio.
Sta facendo una pazzia, ma la rabbia gli impedisce di ragionare: sa solo che ha avuto un’occasione e la vuole cogliere.
Quando lo Straniero lo vede arrivare con la Principessa trascinata si alza rapidamente dal computer e lo va ad aiutare.
Non è pazzo lo Straniero, tutt’altro.
Sa bene che quello che sta facendo il Giovane potrebbe farli finire in galera tutti quanti, anche il Vecchio che si avvicina toccandosi nervosamente il cappello.
E sa anche, lo Straniero, che c’è un solo modo per non andare in galera ormai.
Certo, potrebbe prendere a pugni il Giovane e liberare la Principessa consegnandola sana e salva ai suoi genitori, ma chi gli crederebbe? A lui, ad uno straniero senza permesso di soggiorno, un mezzo alcoolizzato, uno che frequenta un giro di puttane da trenta euro a botta.
E poi perderebbe quel lavoro, che gli serve, che è comodo per i suoi altri affari.
No. Lo Straniero sa bene come finirà, ma intanto adocchia le tette della Principessa, prende uno strofinaccio e rapidamente glielo stringe tra i denti così che lei non possa parlare.
Poi la butta sulla brandina e le alza le gambe.
Lei si divincola ma lui è robusto, la tiene ferma ma non riesce a fare altro; allora le molla un ceffone, e poi un altro, e poi un altro, poi un manrovescio che le apre una ferita sul viso e poi urla al Giovane:
– Tieni ferma questa puttana! –
E quello si precipita a bloccarle le braccia, mentre il Vecchio ridacchia nervoso girando su se stesso.
Lo Straniero strappa le mutandine alla Principessa, poi si abbassa i pantaloni; è eccitato, e senza aspettare oltre la penetra facendole emettere un urlo strozzato dal canovaccio, mentre il torace della Principessa si inarca quasi fino a spezzarsi, con le gambe tenute ferme dallo Straniero che spinge sempre più in fondo con il bacino, e con le braccia tenute ferme dal Giovane che suda di eccitazione e a bassa voce incita lo Straniero:
– Dai dai dai dai dai! –
Chissà, forse pensa di approfittare anche lui dell’occasione che ha creato, non solo quello Straniero a cui lui graziosamente continua a passare uno stipendio da fame.
La Principessa continua a cercare di divincolarsi, usa tutta la forza dei suoi sedici anni per liberarsi della stretta dei due, ma lo Straniero infastidito le lascia un attimo una gamba e le da’ un cazzotto violentissimo che la tramortisce.
E finalmente con la Principessa semi svenuta lo Straniero finisce il suo triste lavoro, eiaculando con un grido di soddisfazione.
Subito dopo esce, si pulisce alla bene e meglio sulle mutandine strappate della Principessa, rimette dentro il pisello sporco e si chiude i pantaloni.
Il Giovane sorride, è contento.
Finalmente si è vendicato di quella stronzetta, finalmente le abbiamo dato il fatto suo, pensa. Ora sa chi comanda, chi è il vero uomo, si dice.
Poi guarda lo Straniero, ed è dubbioso:
– E ora? – chiede.
– Ora la ammazziamo e la andiamo a buttare nella discarica. – risponde lo Straniero, senza mostrare emozione.

Il Giovane spalanca la bocca dalla sorpresa mentre il Vecchio improvvisamente ha paura.
Solo lo Straniero sembra sicuro di sé.
E il Giovane capisce solo ora in che guaio si sono cacciati.
Non possono certo lasciare andare la Principessa con tante scuse. Né servirebbe minacciarla, le hanno lasciato dei segni evidenti.
Il Giovane capisce che appena la Principessa uscirà di lì per loro è finita.
Guarda la ragazza che singhiozza sulla brandina mentre lui le tiene ancora le braccia e lo Straniero che va sul retro a prendere qualcosa: e immagina di cosa si possa trattare.
Gli viene da piangere, perché non vorrebbe trovarsi in quella situazione, ma è stato lui a creare il casino e ora deve solo ringraziare lo Straniero, quest’uomo alto e allampanato, che sta per risolverlo.
A modo suo, ovviamente, probabilmente utilizzando il coltello che ha nella mano destra quando torna dal retro.

E l’Eroe?
Dov’è l’Eroe?
Perché se c’è un momento in una storia in cui c’è bisogno di un Eroe è questo.
Mentre la Principessa è prigioniera dei cattivi che l’hanno violentata e la vogliono uccidere, è ora il momento per l’Eroe di entrare in scena.
Ma l’abbiamo detto all’inizio: non ci sono eroi in questa storia.
Non esiste un Principe Azzurro, un Cavaliere Bianco che vengano a salvare la Principessa.
In questa brutta storia di periferia l’Eroe, semplicemente, non esiste.

Però c’è un Tossico.
Come Eroe non è gran che e se lo vedeste capireste perché.
Un ragazzetto di una ventina d’anni, alto e secco come un pioppo, con addosso almeno venti chili meno del necessario.
Si è iniettato eroina da quando ha quattordici anni, poi ha smesso, poi ha ripreso, ora è in cura al SERT, gli danno il metadone, cerca di starne fuori e forse stavolta ci riesce.
Ma non può resistere al richiamo della droga, e per non farsi di eroina ogni tanto compra del fumo.
Lo compra dallo Straniero, che ne tiene un tocco in un cassettino: glie lo dà un altro dell’est che ha un giro grosso.
Lo Straniero non vuole farsi coinvolgere nello spaccio ma arrotonda vendendo un po’ di fumo a qualche ragazzo del quartiere.
Il Tossico va ogni tanto, la sera tardi quando il Giovane di solito è a casa, perché lo Straniero gli ha detto che il suo capo non sa di questo piccolo business.
E allora un paio di volte a settimana, come oggi, il Tossico si avvia verso il parcheggio con una sigaretta tra le labbra per comprare un po’ di fumo e cercare di resistere alla tentazione di qualcosa di più forte.
Intanto nelle sue preghiere la Principessa invoca dio, papà, la Polizia, i Carabinieri, chiunque, ma quando vede spuntare la figura del Tossico dal cancello le sue speranze si consumano come la cenere della sigaretta del ragazzo.
Tutti si girano a guardare l’intruso.
Lo Straniero gli grida:
– Vattene via! – con una voce cattiva e con il coltello che non promette niente di buono.
Il Tossico guarda gli occhi pesti della ragazza, le mutande strappate e sporche, il Giovane che la tiene per le braccia, il Vecchio che sposta il peso da un piede all’altro guardando in basso e toccandosi il cappello, e lo Straniero con gli occhi iniettati di sangue ed un coltello in mano.
Se fosse più intelligente, o semplicemente più lucido, forse il Tossico girerebbe sui tacchi per andare dalla Polizia se volesse aiutare la Principessa, o da un altro piccolo spacciatore se volesse fottersene.
Invece fa un passo avanti e dice:
– Ma che cazzo state facendo qua? –
Lo fa perché è stupido e non capisce? Perché è curioso? Perché qualcosa nel suo DNA gli dice che una ragazzina sdraiata di fronte ad un uomo con un coltello non è una cosa normale?
Forse.
Ma non è importante, il perché.
Fa un altro passo e guarda in faccia lo Straniero.
Cerca di capire qualcosa mentre il Giovane è in preda al terrore, le cose precipitano, e lo sguardo dello Straniero non promette niente di buono.
Il Giovane vuole prendere la situazione in mano, alza un braccio per gesticolare e per dire qualcosa, ed è in quel momento che la Principessa scatta in piedi verso il cancello del parcheggio.
Per un breve momento il tempo si ferma, e l’istantanea che potremmo guardare e riguardare è sempre la stessa: la Principessa che fa leva sui suoi sedici anni per divincolarsi e sfuggire, il Vecchio che continua a guardare in basso, il Giovane che rimane stupito, e lo Straniero che si getta verso la ragazza.
Lei è giovane, ha i muscoli scattanti della sua età, è allenata, è forte.
Ma ha preso un sacco di botte, ha subito una violenza, e lo Straniero è più alto, più forte, più determinato.
Si getta verso di lei e in due passi ha già ripreso quasi tutto il distacco, ancora due passi e riuscirà ad acchiapparla molto prima che lei arrivi all’uscita.

Ma il Tossico gli si para davanti e lo ferma per un braccio.
– Che cazzo vuoi fa… – chiede allo Straniero, ma non riesce a finire la frase perché lo Straniero gli conficca il coltello nell’addome e il Tossico si piega in due e cade inginocchiato mentre il sangue gli sgorga improvviso e violento dallo stomaco e dalla bocca.
Lo Straniero gli gira intorno rabbiosamente con il coltello insanguinato in mano, ma la Principessa non c’è più.
Quei pochi secondi le sono bastati per scappare via e correre verso casa.
Lo Straniero esce dal cancello ma non si vede più nulla.
Non sanno dove abita, e comunque a questo punto non è più importante.
Si gira e torna indietro, ignorando il Tossico morente sull’asfalto.

Se questo fosse un film no, non sarebbe un film western.
Sarebbe la storia che abbiamo raccontato.
La storia di una Principessa violata, che passerà molti anni della sua vita a cercare di ricostruire un motivo per alzarsi la mattina e andare a scuola.
La storia di uno Straniero, scomparso subito dopo con il suo coltello e con le sue misere cose, pronto a ricominciare in un’altra città, o magari anche un altro stato.
La storia di un Vecchio, che non finisce neanche in galera, non ha fatto niente e poi è incapace di intendere e di volere, dicono.
La storia di un Giovane, che passerà i prossimi mesi a fare da fidanzata in galera ad un energumeno, straniero anche lui, fino al giorno in cui lo trovano impiccato ad una doccia.
La storia di un Tossico, e non di un Eroe, che senza volerlo o forse sì, ha sacrificato la sua vita per salvare una Principessa.

Una brutta storia di periferia, un film che non vorremmo mai vedere.

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Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

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Quando muore un vecchio

Quando muore un vecchio, spesso l’unica cosa che si ricorda di lui sono gli ultimi atti della sua esistenza.
Ci viene in mente la sua camminata incerta, magari storta, la testa incassata nelle spalle curve e il braccio appoggiato ad un giovane straniero.
Le ore passate su una panchina, a prendere un po’ di sole per scaldare un corpo che sente già freddo, oppure su una poltrona davanti ad una televisione che non gli piace più.
Ricordiamo la geografia delle rughe, gli occhi acquosi che tentano di sorridere invano, la pelle ingiallita dal tempo e dalle intemperie.
L’immagine che ci è rimasta impressa sulla retina è quella di una bocca sempre aperta nel disperato tentativo di tirare su anche l’ultimo refolo di ossigeno, per alimentare i polmoni stanchi di alzarsi e abbassarsi senza sosta.
Non riusciamo a dimenticare lo sguardo imbarazzato della prima volta in cui si è bagnato i pantaloni, come quando era un bambino: uno sguardo terribile, quello di un uomo che non ha più il controllo del suo corpo, e lo odia perché non segue più i suoi desideri.
Ci fanno tenerezza le parole senza senso dette nei momenti più sbagliati, la memoria che svanisce poco a poco fino a diventare una cassaforte inespugnabile, le stesse frasi ripetute ogni volta, e molte volte, e sempre uguali, come una radio rotta.
Quando muore un vecchio, l’ultima volta che lo vediamo è spesso un povero corpo dentro un contenitore di legno, un vago simulacro di quella persona che è stata per molto tempo.
Un vecchio lascia ricordi da vecchio, immagini da vecchio, sentimenti da vecchio.

Quando muore un vecchio, qualche volta è una liberazione.
Per non vedere più quei tubi martoriare il corpo e l’anima di una persona amata.
Per non sentire i lamenti quando il dolore si fa più forte e nessuna medicina può calmarlo.
Per non doverlo guardare mentre dorme, il respiro pesante, e le lacrime scendono senza interruzione mentre gli teniamo la mano.
Qualche volta, anche se non si dovrebbe, la morte di un vecchio libera la vita degli altri, anche di quelli che lo amano.
Per questo i vecchi si lasciano andare. Per amore, per non essere più un peso, per lasciare un ricordo di sé che non sia solo ospedali, ambulanze, pianti e dispiacere.
Qualche volta, quando muore un vecchio, è l’inizio di una nuova vita per qualcun altro, l’ultimo regalo che si può fare a chi magari ci è stato vicino per tanti anni.

Ma quando muore un vecchio quasi nessuno pensa mai che insieme a quel vecchio sono morte tante persone, moltissime.
E’ morto l’uomo che ha sofferto per un amore perduto o l’uomo appassionato che ha inventato parole per la donna che amava, e pianto e riso insieme a lei.
L’uomo che ha rubato un ramo di mimosa ogni anno allo stesso albero per quaranta anni, e che ha ricordato ogni anniversario, anche il più banale.
E’ morto il ragazzino che è tornato a casa piangendo con un ginocchio sanguinante, e con un occhio nero per il pugno di un compagno.
E’ morto un adolescente che ha aspettato invano ore per incontrare una ragazzina, per poi vederla arrivare insieme ad un altro.
Colui che è partito militare ragazzo ed è tornato uomo.
E’ morto lo studente che passava le notti sui libri con una tazza enorme di caffè, con la madre che ogni tanto veniva ad accarezzargli la testa, e che lo copriva per non fargli prendere freddo quando lo trovava addormentato sul tavolo.
E’ morto il sorriso sbiadito di una fotografia, scattata in paese lontano, con i capelli ancora lunghi al vento e tanti anni ancora davanti per viaggiare, ridere e piangere.
Quando muore un vecchio se ne va l’uomo che ha lottato tutta la vita per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, bruciando le ore e gli anni migliori della sua vita magari a fare cose che non gli piacevano, solo per uno stipendio e per vedere la felicità negli occhi dei suoi figli per un regalo inaspettato.
E non penserete mai che questo vecchio, che ha regalato l’ultimo sorriso tanto tempo fa, abbia potuto scrivere poesie, dedicare canzoni, vedere paesi lontani, conoscere e amare mille persone, soffrire e gioire, vedere nascere e morire, partire e tornare.
Che ha attraversato questa esistenza di carne e sangue con gli occhi aperti e il cuore in mano, con i nervi tesi e i muscoli pronti, con le mani grandi e le lacrime calde.
Che molto ha dato e forse, forse, molto ha ricevuto.

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

Stazione

L’attesa

In un racconto precedente, “La Lettera“, ho raccontato la storia di Giulio e Anna, una storia malinconica e con un finale difficile e struggente.
Ma sapete, a volte quando si trova una bella storia ci si affeziona, e non si vuole lasciarla andare.
E allora ho pensato: ma sarà andata veramente così?
Chissà.

Nel quartiere lo conoscevano tutti.
D’altronde era difficile non conoscere un vecchio che tutti i giorni da trenta anni passa le ore di pranzo su una panchina, la stessa panchina, nello stesso parco, seduto nella stessa posizione.
Una volta era un medico e aveva poco tempo, ma trovava sempre una mezz’ora per sedere sulla panchina, a occhi semichiusi per difendersi dal sole, sbirciando ogni tanto l’ingresso del parco.
Dato che abitava in zona non mancava l’appuntamento con la panchina neanche nei fine settimana.
Gli unici giorni in cui non si faceva vedere erano quelli dedicati alle rare, brevi vacanze. Mai più di una settimana di seguito, e quando tornava sembrava ansioso di riprendere il suo posto su quella panchina.
Poi da quando era andato in pensione non aveva saltato un giorno, tranne quando era stato ricoverato per una banale colica renale.
Ma il vecchio, così ormai lo chiamavano tutti, godeva di una salute di ferro e negli ultimi cinque anni era arrivato puntuale, alle ore di pranzo, ed era rimasto seduto per un paio d’ore almeno, tutti i santi giorni.
Se c’era troppo sole si copriva con un cappelletto da pescatore e indossava degli occhiali da sole graduati; se pioveva aveva un giaccone impermeabile nel quale si rannicchiava e un ombrello arancione.
Se pioveva veramente forte lasciava a malincuore la panchina e si riparava sotto una tettoia del parco giochi, ma senza mai perdere di vista l’ingresso del parco.
Era sempre lì, il vecchio.
D’altronde non aveva figli o nipoti, forse, si diceva, una sorella chissà dove; i genitori erano morti da tempo immemorabile e quindi non aveva motivi per allontanarsi da quella panchina.
Non che fosse chiaro cosa ci facesse, perché i pochi che avevano osato fargli delle domande si erano beccati delle occhiatacce che li aveva fatti desistere dal continuare.
Di una cosa erano sicuri: il vecchio era chiaramente in attesa.
Di chi, o di che cosa, questo non si sapeva, e dopo trenta anni era diventato un argomento molto frequentato, nel quartiere.
Il vecchio che aspettava sulla panchina era una storia troppo bella da non raccontare, e via con le ipotesi più incredibili: quasi tutte riguardavano una donna perduta, ma c’era chi parlava di un figlio che lo aveva disconosciuto, di un cane che era fuggito (che se fosse stato vero sarebbe morto da un pezzo, ma al quartiere piacevano le storie impossibili), addirittura di una crisi mistica.
Fatto sta che nessuno ne sapeva veramente niente.
Fuori da quella panchina in verità il vecchio era una persona piacevole: salutava tutti cordialmente, sorrideva, aveva degli amici con cui si vedeva, e qualche volta lo avevano anche pizzicato, quando era più giovane, con una donna sotto braccio.
Ma su quella panchina era lui e lui solo.
Non c’era nessun altro e non voleva nessun altro.
Di solito sedeva in punta, con le mani appoggiate come se stesse per darsi una spinta per alzarsi.
Qualche volta teneva in mano dei fogli di carta, che estraeva da una busta gialla scolorita.
Una lettera, forse.
Raramente aveva con sé qualcosa da mangiare o da bere.
Negli ultimi tempi aveva accettato di scambiare due parole con una ragazza che alle ore di pranzo portava il cane nel parco.
Molti nel quartiere l’avevano poi fermata per sapere se lui le avesse raccontato qualcosa, ma lei assicurò che parlavano del più e del meno, del tempo, del cane, e insomma niente che potesse far capire cosa stesse facendo su quella panchina.
I giorni, i mesi, gli anni passavano, e il vecchio diventava sempre più vecchio, ma ogni giorno sedeva sulla sua panchina, le mani appoggiate, la schiena eretta e lo sguardo indagatore.
Gli anni passavano, bambini diventavano ragazzi, poi uomini e donne, generavano altri bambini, ma il vecchio rimaneva sulla sua panchina.
Fino a quel giorno.
Dovete sapere che quello che segue fu raccontato dal barbiere, che era presente all’evento. Ma il barbiere era vecchio anche lui, forse addirittura più vecchio del vecchio.
Fu forse per questo motivo che molti non gli credettero, o pensarono che avesse abbellito la storia per far scendere qualche lacrima, ma lui insistette, si stizzì, e alla fine tutti dovettero prendere per buona la sua storia.
Fatto sta che il vecchio da un giorno all’altro scomparve.
Dopo trenta e passa anni, non venne più sulla sua panchina al parco.
Qualcuno che conosceva il suo indirizzo provò a suonare al citofono, ma non ebbe risposta.
La portinaia si infastidì del viavai di curiosi, e disse senza mezzi termini che il vecchio non si era più visto, che dopo un paio di giorni si era presentata una ditta di traslochi con le chiavi e una regolare autorizzazione, e aveva portato via tutto.
Il giorno dopo ancora un cartello “vendesi” era comparso con i riferimenti dell’agenzia, e siccome il prezzo richiesto era molto competitivo in un paio di settimane la casa fu venduta.
Del vecchio non si seppe più nulla, così che il quartiere ebbe ancora una storia da continuare a raccontare molti anni dopo che il vecchio era scomparso e presumibilmente morto, anche se godeva di buona salute.
Ma cosa raccontò il barbiere?
Era dicembre, uno degli ultimi giorni dell’anno, e il freddo secco di una soleggiata giornata invernale entrava nelle ossa e le sbriciolava senza pietà.
Il vecchio era seduto sulla sua panchina, le mani sul marmo, una giacca imbottita ben chiusa, e una sciarpa a proteggere il collo.
Sulla testa un berretto di lana calcato fin sopra gli occhiali.
Il barbiere lo vide bene, dice lui, perché lo salutò con la mano e ne ebbe un breve cenno della testa.
Sapete, il barbiere era testardo, tignoso, era uno di quelli che non si rassegnava alla solitudine di quell’uomo, e ogni tanto provava ad attaccare bottone anche se veniva sempre respinto da una delle occhiatacce del vecchio.
Anche quel freddo giorno di dicembre decise di tentare un approccio, ma non riuscì neanche ad arrivare alla panchina perché il vecchio si alzò di scatto e anche lui si bloccò per guardare cosa stesse succedendo.
Il vecchio si mise in piedi con una rapidità ed un vigore che probabilmente non pensava neanche di avere, occhi e bocca spalancati verso l’ingresso del parco.
Lì, tra le colonne di granito che sorreggevano le siepi, appena varcata la soglia che faceva da limite tra l’asfalto e la ghiaia, una donna avanzava lentamente.
Avrà avuto sessanta anni, forse qualcuno di più, ma ancora una bella donna, con i capelli sale e pepe lunghi, raccolti da un lato e fermati da un legacapelli dorato.
Gli occhi erano intensi, segnati da un trucco che sembrava permanente per quanto era scuro, e sulla fronte un segno colorato.
Era vestita in modo semplice, un paio di jeans infilati dentro stivali marroni, un cappotto blu aperto su una maglia molto chiara.
Al collo una pashmina turchese su cui erano appoggiati, sorretti da una cordicella nera, degli occhiali da vista.
La donna camminò verso il vecchio, lentamente, e ad ogni passo sul suo viso le rughe andavano via, una ad una, man mano che il sorriso si impadroniva di lei.
Poi le rughe tornarono, rughe profonde ai lati della bocca, e sotto gli occhi, ma erano rughe di felicità.
Il vecchio invece non cambiò espressione: rimase con gli occhi spalancati e la bocca aperta, finché lei non gli fu ad un metro.
Solo quando lei arrivò quasi a toccarlo lui finalmente si rilassò, la bocca si richiuse, gli occhi si addolcirono, una lacrima scivolò dall’angolo dell’occhio sinistro.
Solo il sinistro, perché là c’erano il cuore e lo stomaco, ed era la parte sinistra del suo corpo che aspettava questo momento da più di trenta anni.
– Sei tornata… – ebbe la forza di dire il vecchio – Io…ho aspettato qui…come ti avevo promesso… –
Lei annuì, senza avere il coraggio di togliere le mani dal cappotto.
– Ognuno fa le promesse che deve, Giulio, e cerca di mantenerle. Io avevo fatto le mie, e ho cercato di rispettarle. Tu hai fatto le tue, e sei ancora qua. E’ arrivato il momento di scioglierle. –
– Lui dov’è? – chiese il vecchio, impaurito da una presenza che aveva condizionato la sua stessa esistenza.
Lei fece un gesto vago con una mano, come per dire “lassù”.
– Non c’è più. Da un po’. Non sarei tornata, sai, perché non credevo di trovarti. Ma quando ho fatto qualche telefonata per avvisare, mi hanno detto di te. –
Finalmente tolse una mano dalla tasca e fece una lieve carezza sulla guancia del vecchio che adesso piangeva senza ritegno.
– Io…non avevo idea Giulio…non pensavo che tu…fossi capace di questo. Anche io ti ho pensato, tutti i giorni, tutti i giorni della mia vita ho rivissuto quelle due settimane, minuto per minuto, secondo per secondo, e tutti i giorni mi sono chiesta se avevo fatto bene e se facevo bene. –
– Non c’è stato più niente dopo di te, Anna. Niente. Niente per cui valesse la pena vivere, o morire. Niente che mi facesse male allo stomaco, in alto a sinistra. Niente che occupasse lo spazio nel petto e che mi facesse mancare il respiro. Ho atteso perché la speranza è stata l’unica cosa che mi ha mantenuto in vita. –
Lei non piangeva, le lacrime le aveva consumate tutte in lunghi, forse inutili anni di lontananza, vicino ad un uomo che adorava ma non amava, e lontana da questo uomo diventato un vecchio, che aveva amato in maniera assoluta.
Tese la mano.
– Ce l’hai con te? – chiese.
Lui annuì. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Mise una mano nella tasca del giaccone, e con le dita tremanti le porse una busta gialla, corrosa dal tempo, da cui spuntavano dei fogli una volta bianchi, anch’essi ingialliti dal sole e consumati dalle dita del vecchio.
Era la lettera con cui lei gli aveva detto addio.
La lettera che era rimasta per più di trenta, infiniti anni, l’unico legame tra di loro, e che portava le ultime parole che lei gli aveva detto.
La donna prese la busta, la guardò a lungo, sospirò, estrasse la lettera, e infine, guardandolo negli occhi, la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Poi prese il vecchio sottobraccio e gli disse:
– Vieni. Andiamo via. –

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La lettera

Quando uscì per andare a pranzo accese finalmente il cellulare.
Aveva avuto dieci pazienti, quella mattina, ed era sfinito.
Non aveva avuto neanche il tempo di chiamare Anna, né di leggere i messaggi.
Al pensiero di lei un sorriso gli partì dagli occhi e si irradiò lungo il viso, mentre accendeva il telefono.
Ripensò alla sera prima, quando lei era rimasta per la prima volta a dormire da lui.
Era una promessa, pensò, una promessa di un futuro insieme.
La conosceva da poco, neanche due settimane, aveva accompagnato una sua amica per una visita ed era stato come se un tir gli fosse improvvisamente venuto addosso, e per quanto poteva saperne, anche per lei era stato lo stesso.
Erano finiti a letto alla prima occasione, e poi ancora e ancora, ma lei era restia a farsi coinvolgere.
Si eclissava per giorni interi, poi tornava, facevano l’amore, oppure andavano a fare lunghe passeggiate in un prato, andavano a cena insieme e poi lei scompariva.
Aveva paura, concluse lui, paura di questa relazione, con un uomo divorziato, così diverso da lei, un medico e una bibliotecaria, che accoppiata.
E invece ieri sera, per la prima volta, era rimasta a dormire da lui.
La mattina si era alzato, l’aveva lasciata dormire, poi era arrivato a studio e non aveva avuto più tempo di chiamarla.
Però aveva pensato a lei tutto il tempo e ora poteva finalmente sentirla.
Mentre varcava il portone la portinaia gli venne incontro.
– C’è una lettera per lei –
Altri soldi, pensò sconsolato, poi la guardò bene: era una busta color giallo chiarissimo e sopra c’era scritto solo “Giulio”.
Lui la fissò a lungo poi alzò lo sguardo verso la portinaia.
– Da dove viene? – chiese secco.
La donna si intimidì un po’.
– L’ha portata stamattina presto una ragazza, pregandomi di non disturbarla e di dargliela quando sarebbe uscito a pranzo –
– Com’era fatta? – chiese lui incalzante, quasi urlando.
– Alta, snella, capelli raccolti in una coda… –
Sentì le gambe che gli cedevano: aveva riconosciuto la calligrafia, ma aveva sperato di sbagliarsi.
Andò al parco, quasi barcollando, scelse una panchina assolata per difendersi dal freddo dell’inverno, e si sedette, testa tra le mani.
Una lettera.
Di Anna.
Se fosse stata una cosa bella non l’avrebbe mandata.
Anzi.
Non l’avrebbe scritta.
Guardò nuovamente il cellulare: nessun messaggio.
Provò a chiamarla: staccato.
Cominciò a respirare affannosamente ma l’aria si rifiutava di entrare nei polmoni, mentre il cuore gli batteva direttamente sotto il mento.
Con le mani tremanti prese la busta, l’aprì lentamente, e ne estrasse qualche foglio pieno della sua calligrafia irregolare, storta, una scrittura di carattere, come lei.
Iniziò a leggere.
“Caro Giulio,
quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Sarò in volo per Delhi, dove poi cambierò aereo per raggiungere il Laos.
Non tornerò, vado a vivere là.
Vedi…non ti ho detto tutto di me, e anche se mi sento il cuore stretto in una morsa per il senso di colpa, l’ho fatto per te, e per me.
Per vivere il più felicemente possibile questi pochi giorni che il destino ci ha riservato.
Io ti amo.
Ti amo più di quanto non abbia mai amato nessuno in vita mia, e in un altro momento, in un altro universo, sarei rimasta in quel letto ad aspettarti.
Ma non posso. Semplicemente, non posso farlo.
C’è un’altra persona. C’è da prima di te. E ci sarà dopo di te.
E’ un insegnante.
Il suo mestiere è di costruire scuole e mettere insieme strutture per consentire ai bambini di crescere istruiti.
Lavora per un’agenzia ONU, ed è sempre in giro.
Due anni fa ha accettato un posto permanente e lo hanno mandato nel Laos.
E’ un paese bellissimo sai, ma difficile, e lui sta lavorando come un pazzo, quasi completamente da solo.
Il primo anno è riuscito a tornare per qualche giorno, poi non ce l’ha fatta più.
Non lo vedo da un anno ma prima di partire gli ho fatto due promesse.
Glie le ho fatte io, non me lo ha chiesto lui, non lo farebbe mai.
Gli ho promesso che non lo avrei tradito, e che non appena lui si fosse stabilizzato lo avrei raggiunto.
Come sai, la prima promessa non l’ho mantenuta. Ho conosciuto te, non so come sia stato possibile, ma è un fatto che io mi sia innamorata di te.
Ma gli voglio bene, Giulio, è un uomo magnifico, una persona eccezionale, adorabile, è la persona più incredibilmente appassionata del suo lavoro che si possa immaginare.
E ha bisogno di me; lui ha bisogno di me per sopravvivere in quel posto ancora per altri due anni.
Io glie lo devo, e quindi, anche se ti amo disperatamente, in questo momento sono su un volo per Delhi.
Lui è andato a Ginevra per una conferenza, e stamattina è arrivato a Fiumicino, io sono andata a prenderlo e siamo ripartiti subito insieme.
Tra due settimane ci sposeremo con un rito locale che pare sia molto bello: la sposa veste completamente di rosso e viene portata dallo sposo in una barca su un fiume, mentre tutti gli invitati ai lati del fiume gettano petali sulla sposa, e riso sullo sposo.
Sarà molto suggestivo.
Poi rimarremo lì almeno altri due anni, e dopo andremo insieme nella sua prossima destinazione.
Giulio…non so neanche come dirti quanto mi dispiace, quanto male mi fa separarmi da te, ma noi non ci vedremo più.
Sono state due settimane meravigliose, le più belle della mia vita e non le dimenticherò mai.
Abbi cura di te.
Tua
Anna”
L’uomo rimase immobile, gli occhi che dopo aver letto l’ultima sillaba si rifiutavano di chiudersi e di mettere a fuoco qualsiasi cosa.
Il vento pungente lo faceva lacrimare, ma lo aiutava a mascherare altre lacrime che scendevano lente e inesorabili verso i fogli tenuti stretti da entrambe le mani.
Chiuse infine gli occhi e si lasciò andare al dolore pazzesco che provava, singhiozzando senza ritegno; un uomo adulto sulla panchina di un parco pubblico che piange come un bambino.
Rimase in questa posizione per minuti interi; dieci, quindici forse più.
Poi, sfinito dal pianto e infreddolito, si decise ad aprire gli occhi e a puntare le mani per alzarsi: e la vide.
Stava entrando nel parco, le mani nelle tasche del cappotto, i capelli raccolti e uno sguardo malinconico sul viso.
Vide la lettera in mano a lui e trasalì.
Si avvicinò allora più lentamente.
– L’hai già letta – chiese lei.
L’uomo annuì in silenzio, senza staccarle gli occhi di dosso.
– Non sono riuscita a tornare in tempo – disse lei a occhi bassi.
– Che è successo? – chiese lui delicatamente, per paura che questo fosse un sogno e che qualsiasi rumore potesse risvegliarlo.
– Lui mi è venuto incontro, ci siamo abbracciati, siamo andati insieme verso il gate. Poi si è girato di colpo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Chi è lui?”. Lo ha letto nei miei occhi, Giulio, ha letto che il mio cuore era qua con te. Ho provato a farfugliare qualcosa, ma lui mi ha messo un dito delicatamente sulle labbra e ha detto “Nel paese dove vivo ora gli uomini non cercano di cambiare quello che gli dei hanno deciso. Non porta bene. E io vedo nei tuoi occhi che c’è una persona nel tuo destino e non sono io. Va’ da lui. Non porterò rancore. L’amore non è mai sbagliato, l’amore è sempre giusto Anna. Sempre. Vai da lui e sii felice.” Poi se ne è andato via. E io sono qua –
Lui annuì di nuovo, ma intanto le aveva delicatamente preso una mano.
Si guardarono per un po’, entrambi increduli.
Un brivido di freddo corse sulla schiena di lei, lui la cinse con un braccio e le chiese:
– Rientriamo? –
Lei sorrise e annuì; poi allungò una mano, gli prese la lettera dalla sua e la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Solo allora si avviarono per rientrare a casa.

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Libri

Un racconto

Si mise al lavoro presto, di primissima mattina.
Il freddo pungente dell’inverno ormai in arrivo lo colpì senza pietà, ma non lo sorprese: non si aspettava niente di meglio da una vecchia casa in pietra, appena fuori dalla città, senza riscaldamento se non i camini di pietra che servivano anche da cucina.
Aveva scelto quel luogo perché era ritirato dalla città ma allo stesso tempo vicino, e perché aveva sognato per molto tempo di poter vivere una vita più appartata, con i suoi libri, i suoi pochi amici, i ricordi di una gioventù non troppo lontana.
Guardò l’orologio: le sette. Doveva iniziare subito se voleva terminare per la sera.
Credeva di potercela fare per l’ora stabilita, ma non poteva perdere tempo.
Accese il camino per prima cosa mettendo un bel po’ di legna secca, resinosa, che cominciò a crepitare istantaneamente.
Quando fu sicuro che il fuoco era ormai abbastanza forte da rimanere acceso, andò in cucina a prendere una bottiglia di vino.
Scelse una Barbera vivace, non gli piacevano i vini troppo secchi, preferiva qualcosa di più effervescente.
Si versò il primo mezzo bicchiere, guardò il fuoco attraverso il liquido color rubino, poi spense la luce, diede un piccolo sorso e si mise al lavoro.
Il primo, ironicamente, fu “Farenheit 451”.
Una scelta simbolica, e giusta.
Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse. Cosa che può essere imbarazzante. Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all’infelicità permanente.”
Lesse la frase con un leggero sorriso. Lo aveva sempre pensato anche lui, che la conoscenza porta solo infelicità.
Ma non lo faceva per questo, si disse, mentre rompeva in due il libro con forza e gettava le due metà nel fuoco.
Veder bruciare Farenheit 451 era una meta-storia che se si fosse soffermato a pensare gli avrebbe potuto aprire scenari intellettuali quasi infiniti.
Ma non aveva tempo di pensare, non oggi.
Prese un libro minore, di un autore che adorava: “La bambina che amava Tom Gordon”.
Aprì il libro in corrispondenza di un segno, e lesse: “Il mondo aveva i denti e con quei denti poteva morsicarti in qualsiasi momento.”
Il respiro si fece affannoso, mentre l’eco di lontane paure riaffiorava al suo cuore, ma bastò gettare il libro nel fuoco e vederlo bruciare per calmarsi.
Per sicurezza mandò giù un altro bicchiere di vino, che gli scaldò la pancia, senza offuscare il suo pensiero.
Quando prese in mano “Anna Karenina” non ebbe bisogno di aprirlo, ne conosceva l’incipit a memoria: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo
Ne sapeva qualcosa. E non voleva più saperne, così “Anna Karenina” raggiunse gli altri libri nel fuoco dell’oblio.
Andò avanti per un po’, più rapidamente, alternando libri a sorsi di vino.
Si fermò un attimo quando gli capitò in mano il libro di un autore di Istanbul, Orhan Pamuk: “Il museo dell’innocenza”.
Un libro pericoloso, si disse finendo la prima bottiglia; non voleva aprirlo, non voleva leggere.
Non voleva ricordare dove gli avrebbe dovuto fare male l’amore, non voleva sentirselo dire da un turco che neanche conosceva: lo sapeva da solo.
Gettò il libro nel fuoco con rabbia, odiava i libri che amava di più.
Arrivò il pomeriggio, e con il pomeriggio una luce calda che entrò dalla finestra vicino al camino e che illuminò il libro che teneva in mano.
Lo guardò con affetto, in fondo era questo libro ad avergli dato l’ispirazione per la sua vita degli ultimi dieci anni.
Era “Cent’anni di solitudine” e lesse per l’ultima volta la frase che aveva sottolineato con forza, quasi con violenza: “Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.”
Cristo, disse, io ho fatto un patto con il diavolo.
E se possibile scagliò il libro nel fuoco con ancora più violenza, mentre anche la seconda bottiglia di vino finiva mestamente la sua esistenza.
Continuò il suo lavoro, metodico, incessante, silenzioso, con qualche lacrima che spuntava ogni tanto dagli occhi severi.
Il rumore dei passi lo sorprese mentre guardava da minuti una frase, e non riusciva a staccarsene: era la prova del suo fallimento, come uomo e come scrittore, ma allo stesso tempo lo rinfrancava, gli faceva capire che la sua scelta era giusta, che doveva liberarsi delle parole, le sue e quelle degli altri.
Il libro era “Trilogia della città di K.” e la frase recitava: “Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”
Ecco, si disse mentre il rumore di passi si faceva sempre più forte, passi leggeri, ma ritmati, con i tacchi che battevano allegri sulla pietra della casa, ecco: io non lascerò traccia.
Nonostante tutta la mia cultura, i miei studi, la mia applicazione, non ho scritto niente.
Nessun libro, né geniale, né mediocre.
Mi sono chiuso qua, ho rinunciato a tutto, per non avere niente.
Niente.
Lei entrò nel salone, bella, sorridente, con il cappotto in mano per il gran caldo, ma il suo sorriso si spense quando vide gli scaffali della grande libreria completamente vuoti e il libro che volava nel camino per incontrare il suo destino.
Una lacrima spuntò, una sola, lei non era tipo da pianti, ma questo delitto l’aveva colpita perché amava i libri quanto lui, forse di più, e nei pochi mesi della loro storia erano l’argomento più importante, più vero, più sentito.
– Perché? – fu l’unica cosa che riuscì a chiedere, mentre una ruga si insinuava in mezzo alle sue sopracciglia – Perché? –
Lui abbassò il viso a terra, attese qualche secondo, poi lo rialzò, e sorrideva.
Gli occhi di lei lo scrutarono: proprio ora che aveva deciso di fidarsi di quest’uomo, lui l’aveva sorpresa con un gesto incomprensibile.
Lei era brava a leggere gli occhi delle persone e quello che vide la rasserenò, ma voleva comunque una risposta.
– Perché non posso più vivere di parole. Perché ne ho dette, scritte, lette troppe. Perché hanno perso di significato. Perché io ti amo, e non voglio più sentire altre parole se non quelle che tu dirai a me, quando vorrai e come vorrai. Voglio che siano tue le uniche sillabe che leggerò, ascolterò o vedrò per il resto della mia vita –
Lei lo guardò a lungo, gli occhi che passavano da un angolo all’altro di quel viso segnato dagli anni e dalla vita, immobile a un metro da lui.
Poi si girò verso la libreria, dove l’unico libro rimasto faceva bella vista di sé: era “Il nome della rosa”.
Mentre lui rimaneva con il fiato sospeso lei si avvicinò alla libreria, prese il libro e lesse ad alta voce: “Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fonte di empietà.”
Poi lo gettò nel camino, si girò verso di lui, lo abbracciò, e si fece condurre via.

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La finestra

Se mai vi trovaste a passare in Via Giuseppe Ungaretti, a Roma, all’altezza del civico 31, alzate gli occhi.
Incastonate sulla facciata di un bel palazzo in cortina anni sessanta ci sono ad ogni piano delle grandi finestre, quadrate e larghe, che portano tanta luce nei salotti signorili arredati con cura.
Se spingerete lo sguardo fino al quinto piano potrete forse notare una piccola macchia bianca e nera, ma dalla strada sotto al palazzo è difficile capire di cosa si tratti.
Allora se siete incuriositi vi consiglio di attraversare la strada e di allontanarvi un po’, così da avere una vista migliore di quella finestra.
Se la vostra vista è ancora buona, certamente più della mia, non avrete difficoltà a capire cosa sia quella macchia: è un panda. Un peluche di un panda appoggiato sullo schienale di un divano, e affacciato alla finestra come a guardare fuori.
Tornate indietro ora, e fate un giro dei negozi della zona.
Se sarete gentili e farete le domande giuste verrete a saprere che quel panda è li da molto, moltissimo tempo. Qualcuno vi dirà “da sempre”.
Non chiedete altro, potreste scoprire che il quartiere protegge molto chi abita nell’appartamento con il panda, vi rendereste antipatici.
Se siete proprio curiosi però potreste aspettare.
Tanto, se siete passati di mattina presto non dovrete aspettare molto perché al massimo verso le 9 li vedrete uscire.
Non potete sbagliarvi, sono proprio loro.
Due bei vecchi, che camminano piano sottobraccio.
Lui è alto, con pochi capelli, porta degli occhiali da sole per proteggere gli occhi e cammina aiutandosi con un elegante bastone di legno scuro, oltre ad appoggiarsi alla moglie.
Lei ha dei bellissimi capelli sale e pepe che porta ancora lunghi – cosa strana per le donne della sua età – intrecciati su un lato.
E’ più giovane di lui e cammina ancora eretta e con un’espressione allegra sul volto.
Se vorrete salutarli, senza far trapelare la vostra curiosità, ricambieranno di sicuro: sono persone socievoli, gentili, educate.
Ma vi consiglio di rimanere a distanza e di guardarli senza disturbarli.
Il loro ecosistema è delicato e basterebbe poco per rovinare la loro giornata, e qui, qui gli vogliamo tutti bene.
Seguiteli pure, li vedrete di sicuro entrare un un bar, scambiare due parole con il ragazzo dietro il bancone, prendere due caffè macchiati e un cornetto che si divideranno.
Poi lui forse comprerà un giornale, o forse no: talvolta la vista lo disturba a tal punto che leggere è una sofferenza.
Se hanno bisogno di qualcosa per la spesa di solito entrano in un piccolo negozio gestito da pakistani per prendere due pomodori e un pezzo di pane.
Le persone della loro età non hanno più tanto bisogno di mangiare, ormai, né di dormire.
Ma lo sento che la vostra curiosità è ancora insoddisfatta! E allora sedetevi alla fermata dell’autobus vicino al bar, loro arriveranno di sicuro tra poco.
Eccoli: che vi avevo detto?
Si siedono sulla panchina, chiacchierano un pochino, poi l’autobus arriva e salgono.
Quasi sempre lei si siede nella direzione opposta al senso di marcia e lui di fronte a lei ma in diagonale: è troppo alto, le ossa poi gli fanno male e non riesce a sedersi di fronte alla moglie.
E così il tragitto avviene per lo più in silenzio: lei guarda fuori, lui legge il giornale oppure si limita a borbottare.
Ogni tanto lei gli passa una mano sulla guancia ruvida, lui fa finta di non accorgersene ma dentro è felice.
Se siete saliti con loro rimanete a distanza, non li disturbate.
Questo, tutti i giorni della loro vita, è allo stesso tempo il momento più felice e più disperato della loro giornata, e lo devono vivere da soli.
Non preoccupatevi di perderli, sono anziani, camminano piano, e inoltre scendono al capolinea. Voi aspettate un minuto poi scendete dopo di loro.
Appena fuori dall’autobus si dirigeranno spediti verso il banco 39, dalla signora Luisa.
Ormai sono anni che si servono da lei, sono diventati amici: chiacchierano un po’, poi Luisa prepara i fiori.
Li sceglie lei, ogni giorno diversi secondo la stagione e l’umore, e loro sono sempre contenti.
Pagano, ringraziano, e poi si avviano piano attraversando il grande piazzale, verso la porta principale che immette al viale alberato che costeggia le prime costruzioni in marmo.
Non vi preoccupate, anche se il Verano è molto grande non dovrete fare molta strada.
Li vedrete fermarsi dopo poche decine di metri e rimanere un attimo in silenzio.
Lui resta in piedi, le mani dietro la schiena, l’aria severa che serve solo per mascherare quello che ha dentro.
Lei si accovaccia, prende i fiori di ieri che sono ancora rigogliosi e li distribuisce su altre tombe là vicino, poi mette i fiori freschi che ha preso da Luisa.
Accarezza la lapide con una mano e dice qualcosa.
Se vi avvicinate fingendo di andare a visitare una tomba vicino potrete forse di sfuggita vedere la foto, e magari una data, 1976.
E sentire lei che racconta qualcosa.
Andate più vicino, ora non vi vedono più, non in questo momento.
Sentirete la donna raccontare storie, storie di persone, di avvenimenti, di parcheggi sbagliati, di cani che scappano dai padroni, di bambini che si sbucciano le ginocchia, di buste della spesa rovesciate, di ragazzi che ridono, di musica troppo alta, di rami caduti durante un temporale, di fidanzati che si baciano nell’ombra, di cartelloni pubblicitari troppo grandi, di adulti che litigano e di amici che si incontrano.
La sentirete parlare del caldo, o del freddo, o del vento, o della pioggia, o delle nuvole, o del tramonto, o dell’alba, o del sole, o della luna, o delle stelle.
La sentirete raccontare di tutte le persone che salutano passando, del giornalaio, del panettiere, della maestra di scuola ancora arzilla, della ragazzina diventata donna con tre figli, del meccanico in pensione, e della famiglia di cinesi che gestisce un negozio.
La sentirete raccontare tutto quello che quel piccolo panda vede dalla finestra.
Poi, una volta finite le storie di oggi la donna si rialza, si stira la gonna con un gesto istintivo, riprende sotto braccio l’uomo che è rimasto fermo e immobile tutto il tempo, e lentamente ritornano verso l’autobus.
Fermatevi qui. Non li seguite più, non c’è bisogno.
Ma la prossima volta che passerete di lì, sotto quella finestra, non vi dimenticate di fare un saluto.
Allegri, mi raccomando, le lacrime le abbiamo già usate tutte.

panda finestra

Incontri non casuali – Racconto

Un racconto scritto mettendo insieme un paio di eventi recenti come ispirazione.
Ovviamente il succo del racconto è TOTALMENTE frutto di fantasia.
Meglio metterlo per iscritto per evitare guai…:-)


Avete fatto caso che tecnica si usa in un film quando si vuole sottolineare l’incontro tra due persone?
Il ralenti.
Improvvisamente una scena diventa al rallentatore, il mondo intorno sembra scomparire e solo i protagonisti sembrano consapevoli di quello che sta accadendo; di solito uno di loro è turbato e l’altro, la nemesi, tranquillo o aggressivo.
E giù primi piani di occhi intensi, sguardi cattivi, sudore che imperla la fronte.
Poi improvvisamente il tempo sembra ricominciare a scorrere normale, ma niente è come prima.
Il protagonista sa che qualcosa è cambiato e quasi mai in meglio.
Ecco, se avete capito di cosa parlo saprete esattamente come mi sentii quel giorno.
Fino a un momento prima ero un uomo ragionevolmente sereno, se non felice, e ridevo contento di non so quale sciocchezza aveva detto il mio figlio più piccolo, mentre insieme a lui, suo fratello e mia moglie varcavamo il cancello che immette nel giardino del nostro condominio.
Non so se esistano famiglie veramente felici ma almeno quel giorno noi lo eravamo: una bella giornata primaverile, una passeggiata per un gelato, un ritorno a casa per un riposino: soprattutto per il bimbo piccolo, che a tre anni aveva ancora bisogno di dormire nel pomeriggio.
Fu solo quando alzai lo sguardo dai miei figli e la vidi arrivare che il tempo si fermò.
Un cappotto rosso fuoco sopra un abito nero, i capelli tinti biondissimi, con degli occhiali da sole alla moda.
Ai piedi degli stivaletti rossi e neri, e un rossetto di un colore altrettanto intenso, con un trucco compatto a nascondere le imperfezioni della pelle che cominciava a mostrare i primi segni dell’età.
Una donna che a prima vista poteva sembrare di trentacinque anni ma ne aveva in realtà quarantadue.
Non avrei dovuto sapere questo particolare ma purtroppo lo conoscevo bene.
Mentre la mia mascella si allungava fino quasi a toccare il petto, gli angoli della sua bocca si incurvavano in un sorriso ironico mentre gettava uno sguardo fugace ai miei figli prima di uscire dal cancello.
Io non riuscivo quasi a respirare, mentre mia moglie mi si avvicinò sussurrando all’orecchio:
– Ma hai visto quella? che tipo…ma da dove è uscita? –
Io non replicai; avevo la testa piena di domande, alcune delle quali furono sfortunatamente soddisfatte dalla portiera alla quale mia moglie chiese informazioni e che rispose prontamente:
– E’ la nuova inquilina dell’attico; ha comprato da qualche giorno ma non si era mai vista finora, è venuta a fare un sopralluogo per i lavori. Mi pare che abbia un centro di bellezza da qualche parte –
Non era un centro di bellezza.
Aveva rilevato un vecchio negozio di barbiere a Via Tuscolana e lo aveva trasformato in un moderno parrucchiere unisex: lo sapevo bene perché c’ero stato diverse volte.
Da quando avevo cambiato lavoro e mi ero spostato in quella zona della città avevo preso l’abitudine di andare da quel vecchio barbiere quasi ogni settimana, finché un giorno non lo trovai chiuso per lavori.
Sapete, non credo nel destino e neanche in un essere superiore che governa le nostre esistenze; penso che la statistica sia l’unico elemento che dà forma alle nostre vite ma in questo caso…beh, potevo scegliere se tornare dal mio barbiere vicino casa, o provare il nuovo sfolgorante parrucchiere unisex, e alla fine scelsi quello in Via Tuscolana solo perché era vicino al mio ufficio. La rivincita del destino.
Avrei potuto andare e tornare in poco tempo, era comodo. Comodissimo.
E forse sarebbe potuta andarmi ancora bene se non fosse che gli orari migliori per me – le ore di pranzo – erano quelle in cui la titolare era sola.
Lei. La donna dal cappotto rosso.
Dopo la prima volta ci davamo del tu e scherzavamo sulla mia calvizie incipiente.
Alla terza avevamo già parlato delle famiglie, degli hobby, di chi conosce chi.
Alla quarta percepii che il contatto delle sue mani sulla mia pelle era diventato meno asettico, più insistente, i polpastrelli più leggeri.
Alla quinta senza dire una parola prima che potessi sedermi mi strinse le braccia al collo e poi mi trascinò nel retrobottega.
Come potete immaginare, cominciai ad andare dal barbiere molto più spesso, ma i capelli restavano lunghi.
Andammo avanti per un po’, poi una volta fui più evasivo del solito, ma lei mi prese un braccio e mi chiese:
– Ci vediamo domani? –
Io rimasi un po’ interdetto. Il diversivo mi era piaciuto ma non volevo che andasse oltre quel perimetro che mi ero dato.
Lei percepì la mia indecisione, mi si avvicinò e mi sussurrò in un orecchio:
– Domani ti faccio morire –
Voi capite: una donna che ti vuole far morire è una tentazione difficile da eludere per un maschio.
Tornai e mi fece morire, effettivamente.
Poi ci furono altri incontri, a casa sua.
Però io ero a disagio, sentivo che questa cosa non era più un semplice divertimento passeggero, percepivo che per lei stava diventando qualcosa di più importante, e insomma ad un certo punto troncai di netto.
Non fu facile; nessuna donna ama essere mollata di punto in bianco.
Non furono parole dolci quelle che mi disse, ma un po’ me lo aspettavo, e comunque non mi sentivo in colpa.
Nelle settimane successive pensai a lei spesso: un po’ mi mancava ma consideravo quanto era successo una piacevole parentesi al mio tran tran quotidiano.
E poi quell’incontro non casuale, neanche questo.
Mentre sedevo a casa mia, quasi inebetito su un divano, la mia mente correva furiosamente avanti e indietro per cercare di capire e per trovare una soluzione.
Cosa voleva? Ricattarmi? Farmi del male? Sedurmi?
Era una donna intelligente, e non faceva nulla per caso.
Mi dissi che avrei dovuto aspettare di riuscirle a parlare per capire qualcosa.
Ebbi l’istinto di chiamarla ma evitai: non volevo che il suo telefono squillasse mentre era davanti alla portiera, o comunque darle l’idea che ancora pensavo a lei.
Avrei aspettato di incontrarla da solo.
L’occasione si presentò dopo pochi giorni.
Io ritornavo la sera da calcetto vestito in maniera ridicola e con la borsa a tracolla, lei era nell’androne del palazzo che cercava le chiavi.
Non aspettai un solo secondo e mentre era ancora distratta la presi e la spinsi contro la porta delle cantine, fuori dalla vista di chi fosse entrato nel portone.
– Che cosa vuoi? Cosa ti sei messa in testa? Mi vuoi ricattare? Perché sei qui? –
Passato il primo momento di sorpresa il suo sguardo si rilassò e assunse l’aria ironica di sempre.
– Ciao – disse – anche a me fa piacere rivederti –
– Non fare la stronza – le dissi arrabbiato – dimmi cosa vuoi e facciamola finita –
– Te – disse semplicemente.
– Tu sai benissimo che io sono innamorata di te – continuò – e penso di non esserti indifferente neanche io. Volevo investire in una casa, lo sai, e ho scelto di venire qui. Così potrò vederti tutti i giorni e tu potrai venire da me quando vuoi. –
La guardai fissa negli occhi, ma per quanto mi sforzassi di fare la faccia truce vedevo che lei non si scomponeva.
Inoltre cominciavo a sentire il suo profumo, che conoscevo bene, e percepire il contatto del suo corpo.
Guardavo le sue labbra, e le sue ciglia, e sentivo il desiderio di lei che mi saliva dallo stomaco.
La spinsi via con forza e me ne andai, non senza aver prima notato un sorrisetto di soddisfazione sul suo viso.
Mentre salivo le scale in preda ad una rabbia incontenibile cercavo di combattere l’attrazione che provavo per quella donna, e capivo che non era semplicemente possibile.
Avrei ceduto, prima o poi.
Perché la desideravo, e forse, dio mio, forse ne ero anche un po’ innamorato.
Arrivai a casa, e prima di rimettermi la maschera ed entrare mi appoggiai un attimo alla porta.
Fu lì, in quel preciso momento, che presi la decisione.
Dovevo ammazzarla.
Mi tranquillizzai all’istante a questo pensiero e aprii la porta per andare a cena con la mia famiglia.
Ora, vedete: uccidere una persona non è una cosa semplice, soprattutto se la persona in questione ti è così vicina, e soprattutto se non vuoi lasciare traccia.
Sarei stato il primo sospettato e quindi avrei dovuto fare qualcosa per sviare le attenzioni da me; costruire un alibi di ferro per esempio.
Il che scartava metodi cruenti che richiedevano la mia presenza fisica.
Cominciai a pensare tutto il giorno, tutti i giorni, come poter commettere un omicidio perfetto.
Considerai veleni esotici, bombe a orologeria, virus letali, sabotaggio dei freni.
Niente però mi sembrava adatto e alla fine mi convinsi che non potevo girarci intorno: dovevo pagare qualcuno.
Qualcuno che sapesse fare questa cosa per me e che fosse abbastanza professionale da non lasciare traccia.
Io sarei stato a milioni di chilometri, in bella vista, mentre questa persona avrebbe commesso per conto mio un omicidio possibilmente cruento, in modo che non ci fossero dubbi che era stato uno squilibrato, e questo avrebbe ulteriormente allontanato i sospetti.
Il problema era però che io non conoscevo un killer, non è che li trovi al supermercato.
Trascorsi un mese a cercare di stabilire contatti.
Prima chiesi ad un amico, se conoscesse uno che poteva farmi un favore, non proprio pulitissimo.
Poi a quello chiesi se conosceva uno che poteva fare una piccola truffa.
Poi a quello se conosceva uno che potesse portare per me dei soldi in Svizzera.
Insomma, di passaggio in passaggio arrivai ad uno che aveva lavorato come guardia del corpo di un camorrista, che aveva scontato una decina d’anni di galera per aver praticamente ammazzato un automobilista a mani nude solo perché quello lo aveva insultato, e che ora era senza una lira e – sue testuali parole – era disposto a tutto.
Sapevo che in quel momento stavo rischiando di brutto, ma mi sentivo in trappola e quello era l’unico modo per uscirne.
Almeno così pensavo.
Lo guardai fisso negli occhi e gli chiesi:
– Se ti chiedessi di uccidere una persona per me, quanto vorresti? –
Lui non fece una piega.
Ci pensò un attimo poi rispose:
– Cinquemila euro, tutti in anticipo –
Rimasi sorpreso.
Vale così poco una vita umana? Ci sono persone disposte ad uccidere un essere umano per soli cinquemila euro?
E magari anche qualcosina meno, se avessi trattato.
Ma non volevo farlo. Mi serviva che fosse soddisfatto della proposta che mi aveva fatto, non volevo dover poi pagare qualcun altro per far uccidere LUI.
Accettai la cifra, dissi che andava bene.
Gli diedi tutte le indicazioni, concordammo data e ora.
Gli chiesi, anche se mi dispiaceva, di essere abbastanza violento, in modo che sembrasse un delitto commesso da una bestia e non da una persona rispettabile come me.
Forse queste parole non gli piacquero perché mi guardò storto per un attimo, ma non commentò.
Il giorno prima di quello concordato partii per Milano, salutai mia moglie e i miei figli e scesi a prendere la macchina per andare in aeroporto.
Mentre salivo la vidi.
Mi guardava sempre con la sua bella faccia ironica, e il suo cappotto rosso indosso.
Mi fece ciao con la mano ma non le risposi: non volevo che qualcuno mi vedesse dare confidenza ad una che in fondo per tutti era una nuova vicina.
Salii in macchina, mi fermai un attimo con le mani sul volante, poi partii sospirando.
Tra due giorni sarà tutto finito, pensai.
In realtà tutto fu molto più rapido.
Il delitto fu effettivamente efferato: una brutale combinazione di violenza carnale, strangolamento, e ripetute coltellate.
Una cosa terribile.
Ovviamente fui costretto a tornare prima, presi l’aereo della sera e finalmente giunsi a casa.
Voi ora faticherete a crederci, e non dovete considerarmi un malato di mente.
Però, che iddio mi perdoni, provai un senso di liberazione infinito quando vidi il cadavere di mia moglie martoriato in cucina.
Pensai: una nuova vita ha inizio.


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Papà – Un racconto

Mentre cammino attraversando il colonnato, occhi bassi e fiori in una mano, non posso fare a meno di ripensare alla telefonata con mamma.
Non ce l’ha fatta a resistere: nonostante le avessi detto già di no mille volte è stata capace di telefonare anche mentre stavo per entrare per chiedermi se volevo che mi accompagnasse.
“Prendo lo scooter e in dieci minuti sono là, se mi aspetti ci beviamo un caffè insieme e poi andiamo”
Mi sono arrabbiata ma non le ho risposto male, lo so che lo fa perché mi vuole bene e mi vuole proteggere, anche se ormai non sono più una bambina.
Ma questa cosa la devo fare da sola, non importa se e quanto mi farà male.
Esco dal colonnato e per un momento mi sento spaesata. Alla fine non sono mai stata qui.
Sì, forse una volta, tanti anni fa, ma se è successo non ricordo comunque nulla.
Per fortuna ho una mappa con le indicazioni che mi hanno gentilmente stampato all’ingresso, e so che adesso devo girare a sinistra e salire sopra quel terrazzamento che i romani chiamano “il pincetto”.
E’ il luogo dove si trovano le tombe più vecchie, quelle più prestigiose, e quelle dei veri romani.
Giro intorno alla zona centrale, sto rimandando il momento, poi mi inoltro in uno dei corridoi e finalmente la vedo.
Una lapide bianca con molte fotografie, quasi tutte di persone che portano il mio cognome: la tomba di famiglia.
Conosco molti di questi parenti di nome, di qualcuno so anche la storia, ma ne avrò conosciuti di persona solo due o tre.
Uno di questi è mio padre.
Mi avvicino piano e guardo la fotografia.
A casa non ci sono sue foto, mia madre le ha dovute togliere tutte perché ogni volta che ne vedevo una davo di matto.
So che conserva da qualche parte l’album del matrimonio, e sul suo computer ha scaricato tutte le foto di mio padre.
Forse ne avrà anche altre ma io non lo so, non le ho mai cercate.
E quindi ora fatico a riconoscere quest’uomo, fissato nel tempo nella sua maturità.
Mi avvicino ancora: ormai sono qui, non posso tornare indietro, anche se ho lo stomaco sottosopra.
Lo guardo con attenzione, sono stupita della somiglianza.
Abbiamo gli stessi occhi, e quello fa molto.
Per un minuto non respiro, poi prendo fiato, mi distraggo sistemando i fiori, tolgo qualche rametto, spazzo via le ragnatele.
Poi non ho più nulla da fare, e sono costretta a guardare. E a pensare. E a capire.
Per questo sono qui, per capire.
Per capire perché in questi dieci anni mi sono rifiutata di averti con me, papà.
Perché sono tanto arrabbiata con te, così tanto da non riuscire ad accettare quello che hai fatto.
Perché anche se tu lo hai fatto per me, io non volevo, e non ti ho perdonato.
Ma non so perché, ora me ne rendo conto.
E lo sai, perché sono sicura che lo sai, che se non avessi incontrato Gianluca forse sarei ancora arrabbiata con te.
Sai, alla fine se ci penso Gianluca è come te. Forse non è un caso.
Non ha neanche trent’anni, ma è intelligente, curioso, esuberante.
Mi fa incazzare il più delle volte; anzi, mi fa incazzare in continuazione, ma quando mi ha chiesto se volevamo andare a vivere insieme gli ho detto subito di sì.
Mamma non è stata contenta, immagino che te ne renderai conto.
Anche se mi sono laureata in fretta, e bene, voleva che facessi un master all’estero, e lo farò comunque ma non è quello il punto.
Non vuole staccarsi da me, e non vuole che io acceleri così tanto, ma io sono più matura di lei alla mia età.
E tu sai perché. Per colpa tua. O merito tuo.
Non sono una ragazzina di vent’anni o poco più. Sono una donna, sicura, convinta.
Saresti orgoglioso di me, mi piace come sono diventata.
E mi piace l’idea di avere una persona a cui dedicarmi, non ho paura di iniziare una vita insieme.
Ma.
Ma Gianluca mi ha voluto parlare l’altra sera.
A tradimento, maledetto bastardo.
Eravamo a cena fuori, stavamo discutendo dei mobili della casa che abbiamo preso in affitto, parlando di soldi, di lavoro, insomma della nostra vita, e lui a bruciapelo mi ha detto:
– Parlami di tuo padre. –
– No. – è stata la mia risposta secca. Senza discussioni.
Lui non ha detto niente all’inizio.
Ha bevuto un po’ di birra, guardandomi negli occhi. Avevo le labbra serrate e gli occhi duri, lo sentivo.
E sapevo che non avrebbe mollato.
Perché te l’ho detto: è come te.
Alla fine mi ha preso la mano, me l’ha carezzata per un po’ guardandola, poi ha alzato gli occhi per fissarli nei miei, e ho capito che avrei perso.
– Io non posso vivere con una persona che si trascina dietro un peso del genere. Non posso pensare di costruire qualcosa se prima non ci liberiamo delle macerie. Non è un ricatto il mio, ma voglio che tu ti apra completamente a me, come io mi sono aperto a te. Se c’è una parte di te che mi è preclusa, allora ti devo chiedere di farmici entrare, oppure aspetterò. Ti voglio bene, penso che tu sia la donna che voglio per tutta la vita, ma non così. –
Ho iniziato a piangere. Cazzo se ci era andato giù duro.
E allora gli ho raccontato tutto. Piangendo a dirotto come non avevo fatto neanche da bambina quando mi sgridavi.
Gli dissi di quel giorno, che avevo preso un brutto voto, tu mi avevi sgridato e io ti avevo risposto male; che tu ti eri arrabbiato e mi avevi detto che non avrei più frequentato il pattinaggio finché non avessi recuperato con i voti e non mi fossi comportata bene.
Io ero ferita, ma non lo diedi a vedere, non lo faccio mai, lo sai.
Però eravamo in mezzo alla strada e non trovai niente di meglio che andarmene a testa bassa fingendo di guardare il cellulare, invece volevo solo punirti perché mi avevi sgridato.
E gli raccontai che tu avevi cominciato a chiamarmi.
– Giulia! Vieni qui. Ti ho detto: vieni subito qui! Giulia! Giulia! –
Gli ho raccontato che le tue urla erano dapprima urla di rabbia, poi improvvisamente cambiarono tono, ma io non lo capii.
Gli raccontai di quella macchina che sbucò improvvisamente dal nulla, o almeno così mi sembrò, e gli raccontai di una specie di tornado che mi scaraventò contro una macchina parcheggiata, rompendomi due costole.
Quel tornado eri tu, ti eri buttato di corsa in mezzo alla strada e mi avevi spinto verso il marciapiede, e quando mi girai, dopo quel rumore terribile, eri lì, spezzato in due, finito.
Un minuto prima ero una ragazzina arrabbiata, un minuto dopo ero un’orfana persa.
Per colpa tua, pensavo.
Perché mi avevi sgridato.
Perché avevi voluto fare l’eroe.
Perché mi avevi abbandonato.
Tutto questo ho raccontato a Gianluca, piangendo come piango ora, e sperando che gli bastasse sapere quello che non avevo raccontato a nessuno.
Ma come immaginerai, visto che sono qui, non gli è bastato.
– Tuo padre non è un eroe, Giulia. Non crederai mica che lui abbia pensato a qualcosa in quel momento? Tuo padre sapeva che tu eri la persona più preziosa al mondo per lui, e che avrebbe dovuto proteggerti a tutti i costi, anche sacrificando se stesso, se fosse stato necessario. E così ha fatto. Ma non aveva intenzione di essere un eroe, né di abbandonarti. Ha fatto solo il suo dovere, quello che tu faresti per i tuoi figli, per i nostri figli, un giorno. Ti ha regalato una bella vita, te l’ha regalata due volte. Come fai ad essere arrabbiata con lui? Devi andare oltre. E’ il momento giusto. Questo è il momento. –
E lo sai? aveva ragione.
Ho parlato con mamma, le ho detto che volevo venire a trovarti.
Mi ha chiesto se volevo vedere le foto, e le ho detto di no. Dopo, casomai; dopo le rivedrò, ma adesso no.
Adesso volevo solo dirti che mi dispiace, che anche se penso di essere una donna matura, in realtà per tutti questi anni mi sono comportata come una bambina.
Ma che ora ho capito.
Che non sei un eroe, e che non volevi farmi del male.
Sei un uomo normale, e ti ringrazio per questo.
Potrò finalmente parlare di te, e dire “Mio padre? Era una persona normale, mi dispiace che non ci sia più”.
Spero di essere normale come te, in questa vita così difficile che facciamo tutti.
Ci vediamo papà, tornerò presto.

F1.2 Challenge Strada 4

Photo by rodocarda

Mia madre


In questo periodo, quindici anni fa se ne andava mia madre.
Ho ricordi di quel periodo un po’ disarticolati, fatti di flash, di alcune immagini vivide e altre sfocate, vuoti di memoria e dettagli precisi.
Ho deciso di cercare di scriverli; per me, soprattutto.
Per fissarli per sempre nella memoria, prima che l’inevitabile scorrere del tempo li consumi.
Se in alcuni punti sembrerò troppo malinconico, vi prego di perdonarmi.
D’altronde, se questo fosse un foglio di carta potreste forse vedere le macchie che qualche lacrima avrebbe provocato spandendo l’inchiostro.
Ma per fortuna questo è solo uno stupido computer.

L’ultimo ricordo che ho di mia madre è un abbraccio.
Strano, considerando che lei – esattamente come me – non era una persona “fisica”, non amava il contatto con gli altri senza motivazione.
Non era una di quelle persone che ti prendono il braccio quando ti parlano, o ti cingono la vita mentre cammini, o ti salutano con due baci sulle guance.
Era ostica, in questo, e io come lei.
Un carattere chiuso, duro. Il suo motto preferito: “Una parola è poca, e due so’ troppe”.
Lasciava che fossero gli occhi a parlare per lei.
Occhi che potevano ridere, talvolta, ma più spesso fulminarti vivo.
Gli occhi delle persone che nella loro vita ne hanno viste tante, occhi di chi si è alzato tutte le mattine alle 4 per lavorare da quando ha dieci anni, occhi che scrutano in lontananza per vedere da dove arriverà la minaccia.
Però quel giorno, l’ultimo in cui l’ho vista viva, mi ha abbracciato.
Chissà.
Mi ricordo ancora la scena, io sulla soglia che stavo andando via, lei in accappatoio, aveva fatto la doccia, i capelli bagnati e tirati indietro.
Un abbraccio che non voleva essere un addio, però lo è stato.

Quando la telefonata è arrivata, ero sveglio, anche se erano già le due o le tre di notte.
Perché queste notizie arrivano sempre con una telefonata, e spesso, spessissimo, la notte, quando il corpo si lascia andare all’oblio, e qualche volta, qualche volta non torna più.
E invece io ero sveglio, e quando il telefono ha squillato lo sapevo già.
Ricordo benissimo l’ansia, la fretta, le bestemmie mentre cercavo la macchina sotto casa e non la trovavo, e poi la corsa inutile attraversando Roma deserta.
Una parte di me pregava, pregava incessantemente un dio in cui non credeva, teneva le mani serrate sul volante e il piede sull’acceleratore, e gridava nella sua testa “ti prego, ti prego, dio, ti prego ti prego”; l’altra invece era serena, consapevole che quel momento era arrivato, che non sarebbe servito a nulla correre, che avrei dovuto accettare il fatto compiuto.
Queste due persone hanno continuato a lottare per tutto il viaggio: mezz’ora, forse meno, fino all’ospedale, poi la corsa nei corridoi, finché sono scomparse entrambe per lasciare posto allo stupore.
Quella è stata l’unica sensazione che ho provato. Stupore.
Di fronte a visi tirati, lacrime, sguardi a terra, io ero stupito.
E quindi è successo veramente. Non sto sognando.
L’unica cosa che ho chiesto: “Come è successo? Come è possibile?”
Non ci sono state lacrime, rabbia, dolore. Quelli sono venuti dopo, per me.
Lo stupore mi ha annichilito, la necessità di capire mi ha catturato e non mi ha mollato per un po’.
Non ho capito, ovviamente, non si capisce mai.
Ma per fortuna prima o poi le lacrime arrivano.
Benvenute.

Di quell’anno infame ricordo soprattutto la sua forte, feroce determinazione a vivere.
La visita con il vecchio luminare che già aveva fatto il miracolo anni prima, le terapie, l’ospedale.
Ho sempre viaggiato molto per lavoro, e quell’anno non è stato da meno.
Spesso, di ritorno dall’aeroporto, passavo a trovarla in ospedale; lei dormiva già, spossata.
Io rimanevo lì qualche minuto, poi me ne andavo.
Quei minuti li potrei contare tutti e riavvolgere e ripetere, erano il tempo della consapevolezza, del passaggio alla maturità.
Erano i minuti in cui ho smesso di essere un adolescente, anche se avevo già più di trentacinque anni.
Erano i minuti in cui ho accumulato dentro di me tutta la malinconia, la serenità, il sentimento che mi porto ancora adesso.
Ho rubato tutto questo a mia madre mentre dormiva, in un letto d’ospedale.
Perché anche se lei lottava ferocemente, io sapevo che non sarebbe servito. Non so come, ma lo sapevo.
E andavo via ogni volta più triste. Lei non lo era.
Anche durante l’ultima visita a cui l’ho accompagnata, quando le ho chiesto di uscire perché volevo parlare guardando dritto negli occhi la persona che l’aveva visitata, non era triste.
Aveva capito che io ero pieno di rabbia per quello che stava succedendo e volevo una parola di conforto, ma avevo paura per quello che mi avrebbero potuto dire.
Quando l’ho raggiunta – mi aspettava ferma, immobile, nell’androne del palazzo – non mi ha chiesto niente, non so neanche se volesse sapere.
Una parola era poca, ma due sarebbero state veramente troppe.

Di mia madre ho pochi ricordi tangibili.
La voce registrata su un nastro.
Un filmino di quasi cinquanta anni fa.
Qualche foto.
Alcuni regali che mi ha fatto e che ancora conservo.
Ma se dovessi dire qual è il ricordo più vivido, direi i suoi capelli.
Che io ho sempre visto per lo più martoriati da colori improbabili, neri, biondi, castani, lisci, ricci, negli ultimi anni quasi del tutto bianchi.
Ma sempre incredibilmente folti, spessi, indomabili.
I capelli di mia madre erano originariamente di un rosso scuro difficile da vedere in giro, ed erano diventati bianchi presto, durante i pochi anni terribili in cui perse il padre, la madre, uno zio amatissimo, una sorella.
Ne porto un ricordo genetico qua e là, sul viso: se mi facessi crescere la barba, tra peli bianchi e neri spunterebbero delle piccole chiazze rosse sulle guance e ai lati della bocca; da giovane, quando portavo la barba, mi piaceva molto questa barba nera striata di rosso, lo stesso colore dei suoi capelli.
Quando alla fine mi sono fatto coraggio e sono andato a vedere il suo corpo, adagiato su una bara, pietosamente rivestito, non ho riconosciuto niente di mia madre in quel contenitore di carne implosa.
Non c’era niente di lei nei lineamenti sofferenti, e ho smesso subito di guardare.
Ma i capelli no.
I capelli erano sempre quelli, sempre folti, ribelli, spessi.
Me li sarei voluti portare via, e abbandonare il resto al suo triste destino, poi mi sono limitato a girarmi e ad andarmene.

Quello che mi rende più triste, oggi, è la consapevolezza che le persone normali pian piano scompaiono dalla memoria collettiva.
Oggi siamo in pochi a ricordarla: noi, i figli; mio padre.
I suoi fratelli non ci sono più, forse i nipoti.
La memoria delle persone comuni dopo quindici anni è ormai irrimediabilmente svanita, e forse è giusto così, non saprei dirlo.
Di mia madre però io ho davanti tutti i giorni gli occhi che lei ha passato a me e io a mia figlia, che non ha conosciuto.
Occhi belli ed espressivi, occhi di velluto.
Il segno che tutto sommato non siamo esistiti invano.

Renata

Riflessioni sul fine vita

Sono consapevole che non bisognerebbe ragionare su un argomento così profondo e per certi aspetti misterioso proprio quando sei addolorato per la scomparsa di una persona cara.
In più, non sono certo io, privo di formazione filosofica o teologica, a poter dire qualcosa di rivoluzionario sul mistero della morte.
Ma posso cercare di dire come mi sento IO, e condividere non solo il dolore – che è la cosa più facile – ma anche le riflessioni che ogni evento traumatico come la fine di un’esistenza mi provoca.
Credo che molto di questa voglia di riflettere dipenda dalla mia età.
Quando sei giovane, o addirittura bambino, le morti sono qualcosa di lontano, o addirittura innaturale. 
I nonni, spesso, sono la prima volta in cui ci dobbiamo confrontare con il fatto che ad un certo punto qualcuno a cui vuoi bene non c’è più.
Talvolta, a me è successo, un bambino o un ragazzo della tua età.
Stai male, certo. Ma passa rapidamente, e soprattutto non lascia segni.
Poi prima o poi, possono lasciarti i genitori.
Si soffre molto, come mai nella vita.
Ma in fondo era scritto, ce lo aspettiamo tutti, e quando succede insieme al dolore c’è la consapevolezza che doveva accadere.
Poi però ad un certo punto muore qualcuno e tu sei disperato.
Non abbattutto, addolorato, dispiaciuto.
Disperato. Non riesci a riprenderti. Non dormi, non pensi ad altro, scrivi poesie, racconti, pensi alla persona che non c’è più quasi ogni giorno.
Perché ti ha toccato così tanto? 
Lo so, la risposta è facile, ma la ricacciamo in fondo all’ultimo neurone disponibile, di solito.
Perché potevi esserci tu, al posto suo.
Perché il tempo che hai davanti, ormai è ridotto, meno di quello che hai avuto.
Perché degli anni che ti restano ancora meno sono quelli in cui sarai giovane, forte, appassionato, desideroso di cambiare.
E allora ti fermi e ragioni, e ti chiedi: come mi devo comportare?
Ecco, io sono a questo punto.
Con quale spirito devo affrontare la mia esistenza futura, avendo raggiunto questa consapevolezza?
Ci sono persone che si comportano come se si vivesse in eterno. Continuano come se niente fosse, non si affannano, seguono la stessa routine di sempre, badano alle loro cose, e non si fanno troppe domande.
Sono i più felici, li invidio.
Poi ci sono quelli che hanno la fede.
Hanno paura della morte, ma la vedono in fondo come un passaggio, verso un’altra fase dell’esistenza, e tutto sommato hanno gli strumenti per affrontarla.
In parte invidio anche loro.
Ci sono coloro che usano la morte come un alibi, che interpretano il detto “carpe diem” come una scusa per bruciare la loro esistenza quotidianamente nella ricerca del proprio appagamento personale. 
Questa forma di egoismo non mi piace, devo essere sincero, anche se la tentazione talvolta è forte.
Mi piacerebbe a questo punto dare la mia soluzione, una risposta, un consiglio.
Ovviamente non ce l’ho.
Come tutti brancolo nel buio, e continuo ad avere paura di quello che non conosco.
Però una cosa l’ho imparata, in mezzo a questo dolore.
Che qualsiasi scelta si faccia, in qualsiasi modo si decida di affrontare il cammino che abbiamo davanti, lo dovremo fare insieme.
Io, voi, tutte le persone che vi sono vicine, o anche non vicine, consapevoli che la nostra grandezza è giustificata solo dal fatto di essere una comunità di intenti e di affetti.
Che da soli, per quanto grandi, saremo sempre insignificanti.
Che volere bene non è mai sbagliato. Mai.

Il Limone e la Nutella – Favola con morale

Un racconto dedicato – senza polemica, con simpatia anzi – a quelle donne, non tante ma ce ne sono, che vogliono cambiare gli uomini; che non riescono ad accontentarsi di quello che siamo, e che danno la colpa a noi per non aver capito come siamo fatti.
La morale? 
È in fondo, prima leggete il raccontino 🙂

C’era dunque questo limone, se ne stava in frigorifero da tempo immemorabile.
Era giallo, s’intende, ma un po’ rinsecchito, raggrinzito, la buccia aveva iniziato a generare un po’ di muffa, lì dove poggiava nel cassetto delle verdure, e qualche macchiolina nera iniziava a intravedersi. La fogliolina verde, che una volta ne ornava il rametto, si era ormai persa da tempo, quindi anche quel piccolo tocco estetico era venuto a mancare.
Il nostro limone era veramente dimesso. Soffriva anche un po’, a dire il vero: vedeva un viavai continuo di zucchine, melanzane, banane, arance, mele, pere, persino di altri limoni, che venivano a fargli compagnia per un po’ e poi sparivano rapidamente.
Un paio di volte le mani si erano soffermate su di lui; una volta addirittura lo sollevarono per permettere agli occhi di guardarlo meglio: il sopracciglio si aggrottò, e il cervello pensò; poi il limone fu riposto di nuovo. Avesse avuto dei polmoni, avrebbe tirato un sospiro di sollievo. Tutto sommato era di nuovo al suo posto, e non nella pattumiera, vedeva ancora una speranza.
Passò altro tempo, lo stesso viavai, finché un giorno le mani si posarono di nuovo su di lui. Gli occhi lo guardarono, le labbra si incresparono, il sopracciglio si rilassò, e il limone uscì dal frigorifero.
Le mani furono gentili. Lo lavarono, lo pulirono, gli tolsero la muffa, ne grattarono lievemente la buccia. Poi quelle mani così delicate lo appoggiarono su un tagliere bianchissimo, come il marmo, anzi, forse era proprio di marmo. Vicino, un filone di pane caldo, tagliato a fette. Un coltello affilato era appoggiato anch’esso sul tagliere, vicino al limone.
Gli occhi guardarono soddisfatti, le labbra sorrisero pregustando l’evento, i capelli si mossero per non intralciare la vista, le mani presero il coltello e tagliarono il limone in due. Lentamente, rotolando, oscillando, beccheggiando, le due metà si fermarono, aperte, mostrando il contenuto ancora fresco, qualche seme qua e là. E da un lato, un succo leggero cominciò a scorrere.
Un dito toccò il limone, raccolse il succo, e corse alla bocca.
Gli occhi si spalancarono, le labbra si incurvarono all’ingiù, le sopracciglia si aggrottarono. La lingua sputò, le mani con un gesto secco spazzarono il tagliere, e il limone, o meglio le sue due metà, si ritrovò nella pattumiera.
La bocca sospirò, le mani indugiarono per un momento sul bordo del lavello, poi, rassegnate, afferrarono il coltello e lo affondarono nel barattolo della Nutella, che aspettava paziente là vicino.
Mentre i denti tranciavano il pane ricoperto di quella delizia marrone alle nocciole, gli occhi gettarono un ultimo sguardo al limone, tristemente adagiato sul fondo della pattumiera. Peccato, pensò oziosamente qualche neurone raggruppato sotto la corteccia, per un momento ci ho sperato.

La morale, avevo promesso.
Un limone è un limone.
Anche quando fosse grande, fresco, brillante, il suo succo sarà sempre un po’ aspro.
È quello che lo rende importante, no!?
Bisogna sapere come utilizzarlo.
Un limone non sarà mai uguale ad un altro, vi riserverà sempre delle sorprese.
La Nutella no.
La Nutella è da sempre la stessa, sempre disponibile in grandi quantità.
Dolce, rassicurante, morbida.
Sta sempre lì, e se finisce ce ne sono sempre grandi barattoli dappertutto.
Un limone non potrà mai farsi Nutella.

Storia di Giulia

Questo racconto è un po’ un esorcismo.
Spero si capisca.

Il mio primo ricordo risale a quando avevo forse quattro anni.
Sì, deve essere proprio tra il primo e il secondo anno di asilo; non che abbia una memoria così definita, solo dei flash, ma in uno di questi ero in braccio a mia madre che mi diceva “buona, buona, Giulia, stai buona” e piangeva insieme a me.
Io avevo il morbillo, la febbre alta, e quando mi capitava di incrociare il grande specchio che i miei avevano in camera da letto, la sola vista delle bolle che mi costellavano il viso mi faceva sobbalzare di singhiozzi.
E allora mia madre mi allontanava, mi girava per non farmi specchiare e mi ripeteva di stare buona e piangeva insieme a me.
Durante uno di questi giri ad evitare lo specchio faccio risalire il primo ricordo che ho di mio padre.
Appoggiato allo stipite della porta, radi capelli bianchi, un’espressione sofferente e triste, silenzioso, dimesso, guardava me e mia madre senza fiatare.
E ad ogni giro, ad ogni pianto, ad ogni singhiozzo, lui era sempre là, immobile.
Non una parola, solo lo sguardo fisso su di me.

Nella mia testa, per quanto mi sforzi di scavare nei meandri della memoria, mio padre è sempre stato vecchio.
Aveva già 54 anni quando sono nata, e li dimostrava tutti.
Ma non me ne sono resa conto finché non sono andata alle elementari; i bambini avevano genitori in media venti anni più giovani di mio padre e mi prendevano in giro, chiedendomi “dov’è tuo nonno?”, oppure “Giulia ha una mamma e un nonno”.
Io ci stavo male, perché non volevo essere diversa.
Inoltre mio padre era andato in pensione a sessanta anni, mentre la mamma lavorava ancora, e quindi era lui che mi accompagnava e mi prendeva tutti i giorni, tutti i santi giorni finché non sono stata abbastanza grande da poter andare da sola.
Non che mia mamma fosse una ragazzina: ma aveva qualche anno in meno, ed era una persona solare, allegra, gioiosa.
Quando stavo con lei mi sembrava fosse sempre estate, ed è ancora così anche se è vecchia e stanca; mio padre era invece l’inverno, il buio, la freddezza.
Io capivo che mi voleva bene ma non me lo diceva, non me lo trasmetteva con il corpo, con il cuore, con i gesti.
Era una persona perbene, mio padre. Aveva sempre lavorato per la stessa azienda metalmeccanica, aveva fatto una discreta carriera, e a quanto posso capire tutti gli volevano bene.
Solo, lui sembrava non interessarsi agli altri.
Neanche a me e mia madre.
Anche a casa, non aveva interessi.
Faceva la spesa, cucinava, si occupava delle bollette, poi però quando aveva finito di fare quelle poche cose passava tutto il giorno in silenzio davanti alla televisione a guardare insulsi programmi, o film stravecchi.
Non leggeva molto, qualche rivista.
Non usciva, non beveva, non aveva amici, non parlava.
Mio padre era una persona che sembrava essere passata per caso nel mondo, senza uno scopo.
Quando cominciai a lamentarmene con mia madre, lei lo difese.
“Tuo padre è una brava persona. E’ solo un uomo stanco. Ha vissuto molto e sofferto di più. Ma ti vuole bene, credimi Giulia, lui ti vuole tanto bene”
Ma a me le parole di mia madre non bastavano.
Avevo una vita serena, ero una ragazzina bella, alta, intelligente, allegra.
Avevo tanti amici, e mia madre mi adorava.
Ma questo padre così chiuso, così disperatamente perso nel suo animo da non riuscire a trovare la via per comunicare con me non mi andava giù.
E quando fui un po’ più grande cominciai ad arrabbiarmi con lui.
Volevo scuoterlo, gli dicevo che non gli volevo bene, che lo odiavo, che lui non valeva niente.
Non era vero, non lo pensavo, ma avrei dato qualsiasi cosa per vederlo uscire da quella poltrona, magari anche darmi due ceffoni.
E invece niente, mi guardava con quegli occhi buoni che io stavo cominciando ad odiare e non diceva niente. Mai niente.

I miei erano entrambi nati e cresciuti a Roma, ma quando mia madre rimase incinta mio padre ebbe un’opportunità di passare di livello in azienda andando a Milano, e così si trasferirono qui, dove io sarei poi nata pochi mesi dopo.
Mia madre prese un’aspettativa, era insegnante al liceo, e solo quando io andai alle elementari riprese a lavorare.
A Roma non avevamo praticamente più parenti, o amici; questa cosa non mi sembrava strana, allora, ma man mano che crescevo mi chiedevo come mai i miei non frequentassero nessuno, né a Milano, a Roma, nessuno.
Di fatto l’unico parente era la sorella di mia madre a Roma, che aveva due figlie entrambe più grandi di me, nonostante mia zia fosse ben più giovane di mia madre; mia cugina più grande aveva quasi dieci anni più di me, e la piccola sei.
Nei rari incontri – forse una volta l’anno – mi guardavano come fossi un alieno; parlavo una lingua diversa, avevo un’età che non le interessava, e in generale quelle rare puntate a Roma erano per me una tortura. Che io ricordi loro non vennero mai a Milano; forse una volta mia zia per lavoro, ma incontrò mia madre da sola e se tornò poi a Roma.

Infine vennero gli anni del liceo; furono anni difficili: il Paese in tumulto, i giovani che volevano cambiare tutto.
La scuola perennemente occupata, io nel collettivo; ero una dei leader e cominciai a prendere brutti voti, anche perché le lezioni erano rare.
Passai un periodo difficile, avevo un ragazzo che mi trattava male, cominciai a fumare e farmi qualche canna, la ragazzina bella e spensierata di pochi anni prima non c’era più, e la donna matura e assennata che sono ora era ancora di là da venire.
Fu in questo periodo che ebbi la crisi più difficile, e fu in questo periodo che trovai finalmente mio padre.

Avevo poco più di quattordici anni, una bambina se ci penso ora ma mi sentivo padrona del mondo; tornavo tardi la sera, mia madre mi aspettava in piedi preoccupata, e mio padre davanti alla televisione, quasi indifferente.
Io non rispondevo neanche alle loro domande, ero presa da me stessa e basta.
Una sera, anzi una mattina, rientrai alle cinque.
Mia madre e mio padre erano ancora lì, con l’espressione disperata.
Non li sopportavo, non li sopportavo più, dipendevo però da loro e questo mi faceva stare ancora più male.
Mia madre perse la pazienza, litigammo, le dissi una brutta parolaccia e lei per la prima e ultima volta nella mia vita mi diede un ceffone, mandandomi a sbattere contro un tavolino che si ribaltò, facendomi inciampare e cadere per terra.
Mi rialzai come una furia per andarle addosso, ma andai a sbattere addosso a mio padre che mi prese per le braccia.
Non avevo mai fatto caso quanto fosse alto e robusto. E la sua stretta forte.
Mi tenne ferma senza fatica, e io non osai dire nulla più per la sorpresa che per la paura.
Il suo viso era cambiato.
Era sempre lo stesso uomo, ma ora era un uomo deciso, forte, lo sguardo non prometteva nulla di buono.
– Dobbiamo parlare – mi disse, mentre mia madre si sedeva su una sedia, le mani alla bocca, scuotendo il capo e piangendo silenziosamente.
Lui la guardò, lo sguardo si raddolcì per un attimo e socchiuse gli occhi come per dire “stai tranquilla”.
Poi tornò a guardare me e io vidi nei suoi occhi il dolore che non poteva più trattenere.
– Io non permetterò che tu ti faccia male, Giulia. Non permetterò più che tu faccia male a te stessa, a tua madre, e anche a me. Io non permetterò che tu getti via la tua vita, la vita è preziosa, e io voglio, pretendo, che la tua vita venga impiegata al meglio –
– E proprio tu che non hai mai fatto niente nella tua vita, vieni a parlare di queste cose a me! – ebbi il coraggio di urlargli in faccia.
– Sì, proprio io. Hai scambiato il mio silenzio per inettitudine, Giulia, ma non è così. –
Mi lasciò il braccio ma io rimasi lì.
Avevo troppa voglia di stabilire finalmente un contatto con quell’uomo per andarmene proprio ora.

E fu così che mi raccontò la storia di Giulia.
La prima Giulia, la vera Giulia.
Giulia, la sorella che non avevo conosciuto perché era morta due anni prima che io nascessi.
Giulia, di cui non parlava mai nessuno.
Giulia, che cresceva come me alta, bella, solare, piena di vita, intelligente, passionale, aperta.
Giulia, che era la più brava a scuola, la più veloce a correre, e la più forte a saltare.
Giulia, su cui avevano investito tutta la loro esistenza, e riposto le loro speranze.
Giulia, che se ne era andata in poche settimane, senza dare loro il tempo di prepararsi.
Giulia, che gli aveva fatto promettere che avrebbero avuto un altro bambino, quel fratellino o sorellina che avevano sempre evitato di darle, perché volevano che lei avesse tutto il loro amore e la loro attenzione.

Io ascoltavo a bocca aperta, mentre le parole di mio padre uscivano a fiotti come ondate di un torrente che rompe gli argini insieme alle lacrime che correvano sul suo viso inarrestabili, e mia madre rimaneva seduta, il corpo completamente rannicchiato e la faccia tra le mani.

Poi da qualche cassetto nascosto uscirono le foto e una chiavetta usb con le immagini di Giulia.
Era come me, anzi io ero come lei.
Un po’ più alta di lei, forse, ma non c’erano dubbi sul fatto che fossimo sorelle.
Guardai senza parlare le poche foto che i miei avevano conservato, un piccolo video in cui salutava dopo un saggio di danza, il suo primo giorno di scuola media, un campeggio con gli scout.
Sempre senza dire una parola presi quelle foto e quella chiavetta e li portai con me nella mia stanza.

Passai ventiquattro ore senza uscire, senza mangiare né bere, e quasi senza dormire.
Piangevo in continuazione e rivedevo sul mio pc le foto, e quel video, e soffrivo per lei, per i miei, e anche per me.
Sentivo fuori dalla porta della mia camera i passi leggeri dei miei ma neanche una volta vennero a bussare.
Poi alla fine uscii, andai da mio padre e gli dissi solo: – Voglio andarla a trovare –

Il cimitero di Prima Porta a Roma è una grande area oltre il Raccordo Anulare e ci arrivammo direttamente da Milano dopo un silenzioso viaggio in treno e una mezz’ora in taxi.
Seguii i miei a piedi tra i viali pieni di lapidi, grandi tombe di marmo, alveari di fornetti e povere croci a terra.
Arrivammo infine ad una struttura rettangolare ed entrammo in un corridoio, buio, l’odore dei fiori pungente.
Giulia era là, in seconda fila. La foto, una di quelle che avevo già visto, le date, dei fiori ormai secchi, niente altro.
Mi inginocchiai, toccai il marmo con una mano e rimasi così per tanti, tanti minuti, prima di rialzarmi e di uscire senza girarmi.

Gli ultimi tre anni con mio padre, prima che la malattia lo facesse volare via da Giulia, furono forse i più belli della mia vita e penso che anche lui riuscì a venire a patti con questo strano universo e con il suo dio, se ne aveva uno, per avergli fatto vedere l’inferno in terra e in qualche modo avergli insegnato di nuovo ad amare.
Non credo di essere riuscita mai neanche per un minuto a sostituire Giulia nel suo cuore, ma a dargli una ragione per sorridere sì.
Abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo viaggiato, mi ha aiutato a studiare, ci siamo consigliati a vicenda in amore, lui per la mamma io per i miei fidanzati, e l’ho visto finalmente diventare ogni giorno più giovane, finché non se ne è andato in poco tempo, proprio come la sua Giulia.

Oggi mia madre è molto anziana, ma ancora sveglia, magra, e piena di ironia.
Mi aiuta con i ragazzi come può, vive con noi, e parliamo spesso di papà, di quello che ci è successo e di come tutto questo dolore infine ci abbia aiutato a essere più uniti e diventare la bella famiglia che siamo stati e che siamo tutt’ora.

Alla mia bambina più grande, che compirà dieci anni tra pochi mesi, non ho mai nascosto nulla, anzi.
Sa tutto, ha visto le foto, parla spesso con la nonna.
Le servirà, sapere la strana storia della nostra famiglia.
E ogni tanto, la sera, prima che si addormenti, mi chiede di raccontargliela ancora, quella storia.
La storia di Giulia.

Duomo backyard

Se io fossi al posto tuo

Se io fossi al posto tuo, e tu al mio
non avrei la tua serenità e il tuo sorriso.
Sarei pieno di rabbia.
Per non aver avuto il tempo necessario
a chiudere i discorsi aperti,
per telefonare a tutti,
per chiedere scusa, per dire
‘ti voglio bene’.
E sarei pieno di rimpianti,
per i progetti mai finiti e quelli mai iniziati.
E vorrei tornare indietro per riparare
ai miei errori,
e per non far piangere nessuno.

Se tu fossi al posto mio
non saresti così addolorato
Perché sapresti che io, te e Dio
siamo la stessa cosa.
Coglieresti un fiore, forse,
ma solo per non dovermi salutare.
E mi vedresti negli occhi delle persone,
nei gesti di chiunque.
E mi diresti
di non aver paura.

Se io fossi al posto tuo, invece,
avrei paura, e dolore, e desiderio.
E se vedessi Dio gli chiederei una cosa sola,
‘perché proprio a me Signore, perché?’
Senza aspettare una risposta.

Se tu fossi al posto mio, sono sicuro,
le troveresti le parole giuste.
Per consolare tutti quanti.
E non ti sentiresti solo come mi sento io adesso.

Se io fossi

Sirena

Si conobbero via internet.
In un gruppo di cui facevano parte entrambi, molto grande, tante persone.
Lei scrisse un commento salace, lui rispose prendendola in giro, lei fece solo un sorriso.
Il suo nome era “Sirena”, solo quello, lui invece si firmava Enrico G.
Lui le mandò un messaggio privato, chiedendole l’amicizia, lei non rispose.
Lui ne mandò un altro, più insistente, lei rispose seccamente “Scusa, non ti conosco. Grazie per l’interesse”, ma non accettò la sua richiesta.
Lui guardò la sua bacheca, ma non trovò quasi nulla: le foto di un gatto, sempre lo stesso, in varie pose e situazioni, dei fiori, paesaggi marini, citazioni di libri, e poesie. “La linea d’ombra” di Conrad, la Merini, la Symborska.
Niente che potesse identificarla, o immagini di lei.
Lui rimase un po’ deluso, non gli succedeva spesso che gli negassero l’amicizia, soprattutto se erano donne. Continua a leggere