We can be heroes

Ci sono storie che non vorremmo mai pensare, o leggere, o scrivere.
Questa è una di quelle

Se questo fosse un film, sarebbe di sicuro un film western.
Un terra desolata, un pugno di case, tre personaggi di dubbio gusto, di sicuro cattivi: il Giovane, il Vecchio, lo Straniero.
Se fosse un film western il Vecchio sarebbe sdentato, con le gambe storte, la pelle solcata da rughe profondissime per il sole cocente.
Lo Straniero sarebbe un messicano, piccolo, con gli occhi porcini e le labbra carnose perennemente inclinate in un sorriso furbo. Sarebbe silenzioso, attento a non irritare nessuno.
E il Giovane, il Giovane sarebbe un bulletto locale, che terrorizza i cittadini di quel povero paesino e tocca il culo alle donne senza che loro abbiano il coraggio di ribellarsi.
Se questo fosse un film ad un certo punto comparirebbe una Principessa, vestita come Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”, e camminerebbe eretta, fiera e consapevole della sua bellezza, e il Giovane se ne invaghirebbe come un signorotto di altri tempi.
La Principessa sarebbe debole, al cospetto di tanta malvagità, ma di sicuro se questo fosse un film western ad un certo punto arriverebbe l’Eroe.
Non importa quanto sporco sia, quanto lunga sia la sua barba o sfinito il suo cavallo, l’Eroe sarebbe comunque alto e biondo, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata.
Nei film western l’Eroe è sempre Clint Eastwood, in un modo o nell’altro.
Ovviamente l’Eroe trionferebbe sui tre disgraziati e salverebbe la Principessa, magari poi sposandola e diventando un uomo civile, oppure voltandosi, salutandola con la mano sul cappello e proseguendo per la sua strada.
Ma questo, questo non è un film western.
E non ci sono eroi.

In questo parcheggio di periferia il turno di notte capita sempre allo Straniero.
E’ un lungagnone dell’Est europeo, non è chiaro di quale paese ma non importa, non fa alcuna differenza.
Parla un buon italiano, con un pesante accento similrusso, e non conosce gli articoli: le sue conversazioni sono fatte di nomi, verbi, complementi, ma gli articoli no, quelli non sa cosa siano. Quando parla urla, come tutti gli stranieri dell’Est; chissà perché, forse lo sforzo di trovare le parole giuste gli innalza la voce di qualche decibel.
Guadagna meno di tutti ovviamente, perché non è certo assunto regolarmente e forse non ha neanche un permesso di soggiorno, ma gli hanno fatto ricavare una stanzetta nel retro del parcheggio ed è contento così.
Si è organizzato con un cucinino da campo e non appena chiude la serranda inizia a pastrocchiare con ingredienti di dubbia provenienza che provocano una puzza mefitica, che il giorno dopo si trasferisce dritta dritta nel fiato dello Straniero.
I clienti che ritirano la mattina presto la macchina devono sopportare una sferzata di rancidume che solo a metà mattinata se ne va via del tutto.
Lo Straniero non ha una donna fissa; ogni tanto si accompagna con qualche ragazzotta delle sue parti, e quando non ha una compagna si porta anche qualche prostituta che trova a poche centinaia di metri, vicino alla tangenziale.
Avrebbe una brandina, ma ha scoperto che alle sue donne piace scopare sul sedile posteriore delle macchine di lusso, e lui ormai le considera come camere d’albergo private.
Certo, poi deve perdere tempo a ripulire tutto, ma è un piccolo prezzo da pagare per vedere l’eccitazione negli occhi di quelle troiette quando le sbatte sul sedile posteriore di una BMW o di una Cayenne.
Sta attento che nessuno si accorga di questo suo hobby, e solo una volta per errore ha lasciato un preservativo sotto ad un tappetino.
La sfortuna ha voluto che l’abbia trovato l’impellicciata moglie dell’Ingegnere proprietario della vettura, ma dato che l’Ingegnere poco prima di riconsegnare la macchina a sua volta si era avventurato in una stradina per una veloce scopatina con la sua segretaria, il suo senso di colpa colossale lo ha tradito, e lo Straniero l’ha passata liscia.
Povero Ingegnere: se sapesse che il suo costosissimo divorzio è colpa di Anita e la sua pretesa di concedersi solo su sedili di pelle.

Il Vecchio non è poi così vecchio e probabilmente non percepisce una retribuzione per stare lì.
Forse è un parente del Giovane, di certo non il padre, non sembrano avere un rapporto così stretto; forse uno zio, o semplicemente un amico di famiglia stanco di andare ad osservare gli scavi dell’ENEL.
Non fa nulla di veramente complicato: non sposta le macchine, non prende i soldi, non assegna posti.
Per lo più sta fermo con un cappello in testa, o al massimo pulisce i vetri delle macchine con un vecchio canovaccio liso da secoli.
Come tutti i vecchi il Vecchio è mattiniero, e alle sei è già al suo posto, ad aspettare che lo Straniero stacchi il turno e gli si avvicini per imbastire interminabili discussioni che si protraggono fino alla tarda mattinata.
Discutono di calcio: se sia più forte la Juventus o lo Spartak Mosca piuttosto che non so quale squadra di Bratislava.
Discutono di politica, di economia, di cronaca, tutti argomenti di cui sembrano essere più ferrati del TG, ma soprattutto discutono di donne.
Il Vecchio ne discute virtualmente, dato che è vedovo da dieci anni, e anche se non lo fosse non cambierebbe gran che.
Lo Straniero gli racconta di qualche sua avventuretta a pagamento, gli fa vedere dei siti dove trova sostegno per le lunghe notti invernali, e siccome il Vecchio a malapena sa pronunciare la parola “computer”, gli ha rimediato dei vecchi numeri di playmen degli anni ruggenti che il Vecchio ha portato a casa per sfogliarli ogni tanto sospirando rumorosamente, pieno di una nostalgia irragionevole dato che donne così lui non le ha viste neanche quando cinquant’anni prima aveva ancora i capelli.
Tant’è, in una cucina disadorna e lurida campeggia il paginone centrale di una nota attrice francese degli anni settanta, le zinne in primissimo piano e un sorriso ebete alla stessa altezza della parola “Luglio”.
Il Vecchio la chiama “la mia fidanzata” e le fa l’occhiolino tutte le mattine quando prende un caffè in mutande e cappello.

Il Giovane è l’unico sposato, con una famiglia regolare, e si dà il caso che sia anche il proprietario del parcheggio.
Glie lo ha lasciato suo padre, che comprò un piccolo appezzamento di terra quando qui come si suol dire “una volta era tutta campagna”.
Poi vennero gli anni sessanta, la speculazione edilizia, e il padre del Giovane vendette la sua terra in cambio di un paio di appartamenti e questo parcheggio, unica fonte di reddito di due famiglie.
Che poi al Giovane, senza aspirazioni, senza voglia di studiare, senza neanche la spina dorsale, ritrovarsi un’attività avviata e poco faticosa andava anche bene.
Ora che il padre non c’era più poteva permettersi di fare il piccolo boss, tanto le macchine le spostava lo Straniero e i vetri li puliva il Vecchio; lui si limitava a stare tutto il giorno con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra.
L’autorità che gli derivava dall’essere il proprietario delle ferriere la sfogava sui due compari, ma nella vita reale, fuori dal parcheggio, non comandava poi così tanto.
La moglie, una megera invecchiata precocemente e che aveva perso ogni stimolo sessuale dopo la nascita dei due figli, lo trattava come uno straccio. La madre, incarognita dall’età e dalla vedovanza, come un adolescente.
E le altre donne, con cui sognava mirabolanti avventure extraconiugali, come quello che era: un debosciato senza cervello a cui non l’avrebbero data neanche se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
Solo una volta si era fatto convincere dallo Straniero – che aveva capito l’andazzo – a fare un giro con Anita sul sedile di una Mercedes, ma nonostante la buona volontà e la professionalità di Anita il Giovane non era riuscito a combinare niente.
Allora le aveva allungato altri cinquanta euro per garantirsi il suo silenzio, ma ovviamente lei e lo Straniero nelle notti che passavano insieme sui sedili di qualche fuoristrada ridevano sempre del Giovane e della sua debacle sul sedile di una Mercedes.

La Principessa ovviamente è bellissima, snella come possono essere snelle le ragazze di 16 anni o poco più, i capelli neri, gli occhi azzurri e la pelle bianca: una moderna Biancaneve.
Da pochi mesi si è trasferita insieme con i genitori nel suo nuovo castello, un appartamento di periferia ma grande e confortevole, ed ha cominciato a frequentare il liceo di zona.
Tutte le mattina percorre le poche centinaia di metri che la separano dalla fermata dell’autobus, dove incontra le sue amiche e insieme ridacchiano guardando costantemente il cellulare e ignorano le battute dei ragazzi.
E tutte le mattine, per arrivare alla fermata, passa davanti al parcheggio con la sua camminata veloce, fatta di ampie falcate che fanno risuonare i tacchi sul selciato del marciapiede e oscillare i capelli neri all’indietro, scoprendo a volte dei piccoli orecchini e un collo lunghissimo e bianco.
D’inverno per lo più ha indossato un lungo giaccone scuro, ma man mano che le giornate si sono scaldate ha cominciato a vestire un giacchino corto che le lascia libere le gambe sotto la gonna e fa vedere il rilievo del seno sotto un maglione chiaro, o viola, o nero, a secondo della giornata.
E’ bella la Principessa, ma di una bellezza delicata, sensuale ma non provocante.
Nessuno potrebbe pensare che sia in giro a cercare guai.
Nessuno sano di mente, cioè.

I tre hanno imparato che ogni mattina verso le 7 la Principessa passa davanti al loro parcheggio, e non possono perdersi lo spettacolo.
Odiano le giornate di pioggia, non perché temano di bagnarsi, ma perché un ombrello e un impermeabile impediscono di ammirare le cosce della ragazzina, e tifano per qualche bella giornata di sole, chissà che non decida di mostrare un po’ di tette, si dicono ridendo.
Il Vecchio la osserva con la stessa cupidigia fantascientifica con cui osserva le zinne dell’attrice francese appesa in cucina.
Per lui non fa nessuna differenza, sono entrambi prodotti della sua fantasia, per quel che può giudicare.
Lo Straniero guarda la Principessa con interesse ma con distacco: sa bene che anche solo uno sguardo sbagliato può metterlo nei guai, per cui si tiene lontano da certi pericoli; se dovesse avere voglia di toccare una donna gli basta allungare trenta euro ad Anita e si toglie qualsiasi soddisfazione senza correre rischi.
Ma il Giovane sogna.
Il Giovane è ancora abbastanza giovane da desiderare una donna vera e troppo stupido per capire che per una Principessa così un uomo come lui è meno che trasparente: è invisibile.
E allora sogna che prima o poi lei si accorga di lui, che veda in lui l’uomo maturo ma ancora abbastanza giovane per introdurla ai piaceri della carne.
Sogna che la fittizia autorità che può esercitare su quei due sbandati sia un vero carisma, e che lo possa usare per conquistare il cuore e le cosce della Principessa.
E si vanta di questo.
Lo dice spesso ai suoi sodali: dice che se lui volesse, che se solo facesse una mossa, che se la invitasse.
Se se se.
I due tollerano le sue buffonate, per convenienza e anche per pietà.
Ma un giorno lo Straniero è nervoso. Anita gli ha dato buca, e lui ha finito le sigarette e la birra.
Quando passa la Principessa e il Giovane dice “se”, lo Straniero non si trattiene:
– Che dici! Ragazza troppo bella e raffinata! Lei non guarda te! Tu troppo brutto! –
E ride a crepapelle, una risata cattiva e piena di disprezzo, mentre le guance del Giovane si imporporano e il Vecchio fa un sorrisetto maligno da sotto la coppola.

E così il Giovane fa un errore. Chissà, forse se non fosse stato spinto dall’orgoglio e dalla rabbia, dal desiderio e dal rancore, forse se non avesse sposato una donna frigida e più stupida di lui, e se non si fosse circondato di inetti forse il Giovane sarebbe potuto diventare una persona normale.
O almeno avrebbe potuto tenere a bada il suo istinto di maschio, un maschio che non sarebbe potuto diventare alfa neanche alla guida di un esercito di ritardati, ma che la posizione di padroncino di un parcheggio gli fa pensare di essere.
E poi ha bisogno di una scusa, di una spinta, perché vuole conoscere la Principessa da tempo ma non ne ha il coraggio, e allora eccolo il coraggio: “ve lo faccio vedere io”.
Il coraggio di un vigliacco che pensa di dimostrare a qualcuno la sua mascolinità con un atto di arroganza, quando neanche le labbra di Anita sono riuscite a compiere il miracolo.
Ma il Giovane vuole fare questo errore, lo vuole disperatamente: deve uscire dalla sua mediocrità, e vuole farlo conquistando la Principessa.
Non sa, non capisce, non si rende conto.
La mattina dopo aspetta la Principessa all’ingresso del parcheggio, sbirciando ogni tanto verso i due che lo guardano scettici, lo Straniero con un ghigno cattivo e il Vecchio con un sorrisetto tra il maligno e lo stolto.
Quando la Principessa arriva, il Giovane le si para davanti e le dice qualcosa. Lei si ferma e lo guarda con la freddezza di chi sa di essere superiore per cultura, bellezza, armonia.
E’ uno sguardo antipatico, quello della Principessa, e il Giovane avvampa mentre lei gli dice solo due o tre parole secche e scarta di lato per evitarlo.
In preda ad una rabbia incontenibile il Giovane tenta di fermarla prendendola per un braccio, ma lei gli molla un ceffone e si divincola scappando via di corsa.
Per un momento il Giovane si tiene la mano sulla guancia arroventata e guarda da sotto in su i due che ridono in fondo al parcheggio.
Poi si avvia verso di loro e quando gli arriva a portata, con una voce che sembra uscire dall’oltretomba dice solo:
– La dobbiamo far pagare a quella puttanella –

Ma pagare cosa? Cosa deve pagare la Principessa?
Di non aver voluto stringere amicizia e chissà cos’altro con uno scarto delle nostre periferie martoriate?
Di averlo guardato senza riuscire a mascherare il suo disprezzo?
Di avergli dato uno schiaffo per liberarsene?
Non lo sappiamo, ma il Giovane vuole fargliela pagare, e lo farà.
Quanto è vero Iddio.

Ma il suo Iddio sembra essere dalla parte della Principessa nei giorni successivi.
Lei evita accuratamente di passare vicino al parcheggio e i tre non godono più della vista delle sue gambe magre e del seno acerbo.
Piano piano la rabbia del Giovane sembra sbollire, e dopo i primi tentativi di presa in giro anche lo Straniero e il Vecchio sembrano dimenticarsi dell’accaduto.
Il Giovane ha anche tentato di sfogare la sua frustrazione mettendo le mani sulle zinne della moglie mentre questa lavava i piatti, solo per rimediare un altro ceffone, e la sua rabbia silenziosa monta sempre di più anche se apparentemente le giornate scorrono sempre uguali.
Poi un giorno Iddio si dimentica della Principessa, impegnato com’è a gestire tutta l’umanità, la galassia e l’universo.
E lei scende di casa per andare a prendere una birra per il padre, che sta guardando una partita e non vuole interrompersi, ma senza birra si sa, non è la stessa cosa.
Ci vado io, dice la Principessa, ci metto cinque minuti.
La rosticceria è a cento metri, forse ci vogliono anche meno di cinque minuti, ma per arrivarci la Principessa deve passare davanti al parcheggio.
E’ notte, non la vedranno di certo, e lei controllerà nessuno le si avvicini; farò in fretta, si dice.
Contrariamente alle sue abitudini però il Giovane è là fuori, appoggiato al cancello, nascosto dall’ombra di un muro.
Non è appostato, semplicemente non gli andava di tornare a casa dalla megera con cui divide la sua esistenza, ed è solo lì per accendersi una sigaretta lontano dalle macchine: da quando un cliente lo ha minacciato di fargli causa se avesse provocato un incendio alla sua meravigliosa automobile – una di quelle dove Anita amava di più scopare tra l’altro – e così il Giovane va a fumare all’ingresso.
Non ha fatto in tempo ad estrarre neanche l’accendino, quando con una sigaretta spenta penzolante dalla bocca vede passare la Principessa.
E’ un attimo, la afferra e le dà un violento ceffone, poi le chiude la mano con la bocca e la trascina verso il parcheggio.
Sta facendo una pazzia, ma la rabbia gli impedisce di ragionare: sa solo che ha avuto un’occasione e la vuole cogliere.
Quando lo Straniero lo vede arrivare con la Principessa trascinata si alza rapidamente dal computer e lo va ad aiutare.
Non è pazzo lo Straniero, tutt’altro.
Sa bene che quello che sta facendo il Giovane potrebbe farli finire in galera tutti quanti, anche il Vecchio che si avvicina toccandosi nervosamente il cappello.
E sa anche, lo Straniero, che c’è un solo modo per non andare in galera ormai.
Certo, potrebbe prendere a pugni il Giovane e liberare la Principessa consegnandola sana e salva ai suoi genitori, ma chi gli crederebbe? A lui, ad uno straniero senza permesso di soggiorno, un mezzo alcoolizzato, uno che frequenta un giro di puttane da trenta euro a botta.
E poi perderebbe quel lavoro, che gli serve, che è comodo per i suoi altri affari.
No. Lo Straniero sa bene come finirà, ma intanto adocchia le tette della Principessa, prende uno strofinaccio e rapidamente glielo stringe tra i denti così che lei non possa parlare.
Poi la butta sulla brandina e le alza le gambe.
Lei si divincola ma lui è robusto, la tiene ferma ma non riesce a fare altro; allora le molla un ceffone, e poi un altro, e poi un altro, poi un manrovescio che le apre una ferita sul viso e poi urla al Giovane:
– Tieni ferma questa puttana! –
E quello si precipita a bloccarle le braccia, mentre il Vecchio ridacchia nervoso girando su se stesso.
Lo Straniero strappa le mutandine alla Principessa, poi si abbassa i pantaloni; è eccitato, e senza aspettare oltre la penetra facendole emettere un urlo strozzato dal canovaccio, mentre il torace della Principessa si inarca quasi fino a spezzarsi, con le gambe tenute ferme dallo Straniero che spinge sempre più in fondo con il bacino, e con le braccia tenute ferme dal Giovane che suda di eccitazione e a bassa voce incita lo Straniero:
– Dai dai dai dai dai! –
Chissà, forse pensa di approfittare anche lui dell’occasione che ha creato, non solo quello Straniero a cui lui graziosamente continua a passare uno stipendio da fame.
La Principessa continua a cercare di divincolarsi, usa tutta la forza dei suoi sedici anni per liberarsi della stretta dei due, ma lo Straniero infastidito le lascia un attimo una gamba e le da’ un cazzotto violentissimo che la tramortisce.
E finalmente con la Principessa semi svenuta lo Straniero finisce il suo triste lavoro, eiaculando con un grido di soddisfazione.
Subito dopo esce, si pulisce alla bene e meglio sulle mutandine strappate della Principessa, rimette dentro il pisello sporco e si chiude i pantaloni.
Il Giovane sorride, è contento.
Finalmente si è vendicato di quella stronzetta, finalmente le abbiamo dato il fatto suo, pensa. Ora sa chi comanda, chi è il vero uomo, si dice.
Poi guarda lo Straniero, ed è dubbioso:
– E ora? – chiede.
– Ora la ammazziamo e la andiamo a buttare nella discarica. – risponde lo Straniero, senza mostrare emozione.

Il Giovane spalanca la bocca dalla sorpresa mentre il Vecchio improvvisamente ha paura.
Solo lo Straniero sembra sicuro di sé.
E il Giovane capisce solo ora in che guaio si sono cacciati.
Non possono certo lasciare andare la Principessa con tante scuse. Né servirebbe minacciarla, le hanno lasciato dei segni evidenti.
Il Giovane capisce che appena la Principessa uscirà di lì per loro è finita.
Guarda la ragazza che singhiozza sulla brandina mentre lui le tiene ancora le braccia e lo Straniero che va sul retro a prendere qualcosa: e immagina di cosa si possa trattare.
Gli viene da piangere, perché non vorrebbe trovarsi in quella situazione, ma è stato lui a creare il casino e ora deve solo ringraziare lo Straniero, quest’uomo alto e allampanato, che sta per risolverlo.
A modo suo, ovviamente, probabilmente utilizzando il coltello che ha nella mano destra quando torna dal retro.

E l’Eroe?
Dov’è l’Eroe?
Perché se c’è un momento in una storia in cui c’è bisogno di un Eroe è questo.
Mentre la Principessa è prigioniera dei cattivi che l’hanno violentata e la vogliono uccidere, è ora il momento per l’Eroe di entrare in scena.
Ma l’abbiamo detto all’inizio: non ci sono eroi in questa storia.
Non esiste un Principe Azzurro, un Cavaliere Bianco che vengano a salvare la Principessa.
In questa brutta storia di periferia l’Eroe, semplicemente, non esiste.

Però c’è un Tossico.
Come Eroe non è gran che e se lo vedeste capireste perché.
Un ragazzetto di una ventina d’anni, alto e secco come un pioppo, con addosso almeno venti chili meno del necessario.
Si è iniettato eroina da quando ha quattordici anni, poi ha smesso, poi ha ripreso, ora è in cura al SERT, gli danno il metadone, cerca di starne fuori e forse stavolta ci riesce.
Ma non può resistere al richiamo della droga, e per non farsi di eroina ogni tanto compra del fumo.
Lo compra dallo Straniero, che ne tiene un tocco in un cassettino: glie lo dà un altro dell’est che ha un giro grosso.
Lo Straniero non vuole farsi coinvolgere nello spaccio ma arrotonda vendendo un po’ di fumo a qualche ragazzo del quartiere.
Il Tossico va ogni tanto, la sera tardi quando il Giovane di solito è a casa, perché lo Straniero gli ha detto che il suo capo non sa di questo piccolo business.
E allora un paio di volte a settimana, come oggi, il Tossico si avvia verso il parcheggio con una sigaretta tra le labbra per comprare un po’ di fumo e cercare di resistere alla tentazione di qualcosa di più forte.
Intanto nelle sue preghiere la Principessa invoca dio, papà, la Polizia, i Carabinieri, chiunque, ma quando vede spuntare la figura del Tossico dal cancello le sue speranze si consumano come la cenere della sigaretta del ragazzo.
Tutti si girano a guardare l’intruso.
Lo Straniero gli grida:
– Vattene via! – con una voce cattiva e con il coltello che non promette niente di buono.
Il Tossico guarda gli occhi pesti della ragazza, le mutande strappate e sporche, il Giovane che la tiene per le braccia, il Vecchio che sposta il peso da un piede all’altro guardando in basso e toccandosi il cappello, e lo Straniero con gli occhi iniettati di sangue ed un coltello in mano.
Se fosse più intelligente, o semplicemente più lucido, forse il Tossico girerebbe sui tacchi per andare dalla Polizia se volesse aiutare la Principessa, o da un altro piccolo spacciatore se volesse fottersene.
Invece fa un passo avanti e dice:
– Ma che cazzo state facendo qua? –
Lo fa perché è stupido e non capisce? Perché è curioso? Perché qualcosa nel suo DNA gli dice che una ragazzina sdraiata di fronte ad un uomo con un coltello non è una cosa normale?
Forse.
Ma non è importante, il perché.
Fa un altro passo e guarda in faccia lo Straniero.
Cerca di capire qualcosa mentre il Giovane è in preda al terrore, le cose precipitano, e lo sguardo dello Straniero non promette niente di buono.
Il Giovane vuole prendere la situazione in mano, alza un braccio per gesticolare e per dire qualcosa, ed è in quel momento che la Principessa scatta in piedi verso il cancello del parcheggio.
Per un breve momento il tempo si ferma, e l’istantanea che potremmo guardare e riguardare è sempre la stessa: la Principessa che fa leva sui suoi sedici anni per divincolarsi e sfuggire, il Vecchio che continua a guardare in basso, il Giovane che rimane stupito, e lo Straniero che si getta verso la ragazza.
Lei è giovane, ha i muscoli scattanti della sua età, è allenata, è forte.
Ma ha preso un sacco di botte, ha subito una violenza, e lo Straniero è più alto, più forte, più determinato.
Si getta verso di lei e in due passi ha già ripreso quasi tutto il distacco, ancora due passi e riuscirà ad acchiapparla molto prima che lei arrivi all’uscita.

Ma il Tossico gli si para davanti e lo ferma per un braccio.
– Che cazzo vuoi fa… – chiede allo Straniero, ma non riesce a finire la frase perché lo Straniero gli conficca il coltello nell’addome e il Tossico si piega in due e cade inginocchiato mentre il sangue gli sgorga improvviso e violento dallo stomaco e dalla bocca.
Lo Straniero gli gira intorno rabbiosamente con il coltello insanguinato in mano, ma la Principessa non c’è più.
Quei pochi secondi le sono bastati per scappare via e correre verso casa.
Lo Straniero esce dal cancello ma non si vede più nulla.
Non sanno dove abita, e comunque a questo punto non è più importante.
Si gira e torna indietro, ignorando il Tossico morente sull’asfalto.

Se questo fosse un film no, non sarebbe un film western.
Sarebbe la storia che abbiamo raccontato.
La storia di una Principessa violata, che passerà molti anni della sua vita a cercare di ricostruire un motivo per alzarsi la mattina e andare a scuola.
La storia di uno Straniero, scomparso subito dopo con il suo coltello e con le sue misere cose, pronto a ricominciare in un’altra città, o magari anche un altro stato.
La storia di un Vecchio, che non finisce neanche in galera, non ha fatto niente e poi è incapace di intendere e di volere, dicono.
La storia di un Giovane, che passerà i prossimi mesi a fare da fidanzata in galera ad un energumeno, straniero anche lui, fino al giorno in cui lo trovano impiccato ad una doccia.
La storia di un Tossico, e non di un Eroe, che senza volerlo o forse sì, ha sacrificato la sua vita per salvare una Principessa.

Una brutta storia di periferia, un film che non vorremmo mai vedere.

Le frasi che ogni uomo sposato ama sentirsi dire

Non importa chi sia la dolce metà che divide la vostra esistenza.
Non conta il livello sociale, culturale, l’età, la provenienza etnica o religiosa; ci sarà sempre qualcosa che le accomuna e che renderà la vostra vita matrimoniale meravigliosa.
Sono quelle frasi che al momento giusto riempiranno la vostra giornata, la vostra serata e se siete fortunati anche le vostre nottate.
Non vi illudete: non stiamo parlando di amore, passione, tenerezze.
Quelle le potete da ar gatto.
Stiamo parlando delle frasi che sanciranno una volta per tutte la supremazia famigliare.
Sì, avete indovinato: non è la vostra

1. Non è morto nessuno
Un evergreen, una frase ad amplissimo spettro, come il Rochefin, che si può applicare a qualsiasi situazione, dall’aver inciso la “Dama con l’ermellino” sulla fiancata della macchina nuova strusciandola contro un muretto a secco, ad aver inavvertitamente lasciato cadere la vostra Nikon dal tavolino cercando di togliere la tovaglia da sotto le suppellettili come Silvan.
“Non è morto nessuno” è la frase che spegne istantaneamente qualsiasi tentativo di protesta, perché che cazzo, mica è morto qualcuno, no!? e allora perché protestare?
Che poi quando voi vi dimenticate di alzare la tavoletta del bagno la vostra signora esploda come il Monte Fuji, o che aver dimenticato di chiudere il gas quando siete via per il week end provochi una crisi che neanche i missili a Cuba ci riuscirono, questo non conta.
Quando è il vostro momento di lamentarvi, scatta il riflesso condizionato: “non è morto nessuno”. E fine delle discussioni.

2. Me lo potevi dire
Mentre “non è morto nessuno” è una frase difensiva, che tutto sommato contiene un blando riconoscimento di aver fatto una cazzata, “Me lo potevi dire” è invece un attacco senza quartiere: la colpa è tua, sempre tua, solo tua, anche se la cazzata l’ho fatta io, la colpa è tua perché “me lo potevi dire”.
E’ una frase dalle varianti infinite, e come molti musicisti hanno costruito una fortuna sul giro di Do ci sono mogli che hanno consolidato il loro matrimonio unicamente a botte di “me lo potevi dire”.
C’è per esempio il rafforzativo “me lo potevi dire PRIMA”. E quando te lo dovevo dire? Dopo?
Ma un avverbio pleonastico ci sta sempre bene, rafforza l’idea che siete dei coglioni, e che potevate dirlo PRIMA che a venti gradi sottozero tirare il freno a mano vuol dire non usare la macchina fino alla fine dell’era glaciale.
Me lo potevi dire PRIMA che se faccio cadere la bottiglia della coca cola poi non è consigliabile aprirla a tavola mentre indossi la cravatta che ti ha regalato tua madre.
“Me lo potevi dire” nelle mogli più sofisticate può diventare facilmente sarcasmo.
Ad esempio se dopo due mesi di jeans e maglietta vi vede andare in ufficio giacca e cravatta non potrà esimersi da un: “Me lo potevi dire che è arrivata una collega particolarmente bella”, sottolineando il fatto che siete praticamente dei barboni e solo l’ormone è in grado di farvi vestire decentemente.
“Me lo potevi dire” è come una camicia celeste, va bene su tutto.

3. Sei come tuo padre
Ora, qui siamo passati alla denigrazione bella e buona. Perché tuo padre può anche essere Sabin e aver regalato il vaccino antipolio all’umanità, oppure il Mahatma Gandhi, ma è sempre tuo padre, e per induzione uno stronzo.
Anzi, il paradigma dello stronzo che diventerai anche tu.
Quando una donna ti dice “sei come tuo padre”, non è mai perché ti sei fatto un mazzo tanto per tutta la domenica a montare una parete IKEA, oppure perché sei andato a fare la spesa all’unico supermercato aperto di notte perché lei domani deve andare in ufficio presto e non c’è niente per preparare i pranzo ai bambini.
Non è neanche quando hai tollerato il suo collega di stanza tutta la sera sorridendogli e annuendo, anche se l’unico argomento di conversazione che ha è la Roma e tu sei della Lazio.
No.
Questa è la frase che esce quando ad esempio ti scappa un’occhiatina alle tette della baby sitter.
Oppure quando distrattamente ti scappa una falangina nel naso.
O anche quando lanci le mutande nel cesto dei panni sporchi ma sbagli mira e finiscono rovinosamente nel portagioie di tua moglie.
Insomma, quando sei antipatico, casinista, stronzo, fedifrago, puzzi o hai l’alito pesante sei come tuo padre.
Quando fai qualcosa di buono, è culo.

4. Abbiamo qualcosa da fare sabato pomeriggio?

Ecco, quando una donna vi fa questa domanda, la cosa peggiore che possiate fare è rispondere.
La tattica giusta, l’unica che vi può forse – e sottolineo forse – salvare la vita è rispondere con un’altra domanda: “Perché?”
Non credete, non ve la caverete, è un po’ come buttare la palla dall’altra parte a tennis, se avete un Federer prima o poi vi infila.
Ma d’altronde, per rimanere nel tennistico, c’è sempre la speranza che l’avversario la butti a rete.
Invece rispondere vuol dire essere di sicuro passato per le armi, l’unica differenza può solo essere la quantità di dolore inflitta.
In ordine di pericolosità, la risposta peggiore è: “Sì, io vado allo stadio con Gianluigi”.
Ora, per essere chiari, nessuna donna crederà mai che esiste un Gianluigi con cui voi andate allo stadio, e comunque, anche se fosse un amico reale, o anche vostro cognato, ogni donna sa bene che a) Gianluigi vi reggerebbe bordone in ogni caso e b) Sticazzi, hai preso un impegno senza dirmi nulla, sei morto.
Questa risposta può provocare, a secondo del carattere della consorte, una gamma di reazioni che va dalla sfuriata, al gelido sguardo con conseguente chiusura dei rubinetti sessuali per sei mesi.
Se però pensate che “Mi pare niente” sia una risposta soddisfacente, siete dei poveri illusi.
Lei farà un sorriso dolcissimo, foriero di fregature colossali, e vi dirà: “Perfetto, allora per favore dovresti accompagnare mamma a fisioterapia”, oppure “Porti tu la bambina a danza?”, oppure “Meno male perché il giardino ha bisogno di una sistemata.”
Insomma, se avete da fare, siete degli stronzi egoisti che vanno sterminati con il napalm, se non avete niente da fare degli schiavi da usare a piacimento.
Non c’è speranza

5. La vicina è proprio volgare
Qui ragazzi dobbiamo ammetterlo: le donne sono fantastiche a portarvi su terreni scivolosissimi, in cui neanche l’abilità e la grazia di un Bolle riuscirebbero a farvi rimanere in piedi e ad evitare di rompervi una tibia, metaforicamente e non.
La vicina in questione può essere la vicina di casa, la vicina di ombrellone, la vicina sul treno, insomma una donna qualsiasi che però abbia due caratteristiche fondamentali: sia a portata di sguardi e sia una gnocca terrificante.
Vostra moglie non potrà negare che una bionda-occhiazzurri-90/60/90 di un metro e ottanta sia una gnocca da paura, e quindi per dissimulare il suo rosicamento e togliervi anche l’uncia soddisfazione che vi è rimasta, qeulla di un’occhiata furtiva, la butterà in caciara.
Cosa potete rispondere?
La verità? Cioè che se questa vicina vi degnasse anche solo di uno sguardo lascereste moglie, figli e lavoro per una settimana con lei alle Maldive, possibilmente senza scendere mai in spiaggia?
Non credo proprio.
Potete fare due cose, entrambe sbagliate, ma tanto ormai sapete come va a finire, no!?
Potete dire: “E’ vero, è proprio volgare, sarebbe anche una bella ragazza ma mi fa schifo”.
Fratelli, preghiamo insieme per l’uomo che oserà sfidare la sorte con una menzogna così pacchiana, perché il suo viso e i suoi ormoni diranno esattamente l’opposto, ed è la scusa che la moglie cercava per andare su tutte le furie, e tenervi poi il muso per due mesi (oltre ovviamente a chiudere i rubinetti, questo è chiaro).
Ma per fortuna ci sono anche uomini temerari, senza però avere le palle per dichiarare apertamente “Io a quella je farei questo e quello”.
No.
Quelli di noi sinceri ma vigliacchetti proveranno a buttarla là: “Ma no, dai, è una bella donna, forse si è truccata un po’ pesante”.
Come se foste Yves Sant-Laurent che dà un giudizio sul make-up di Monica Bellucci.
Invece siete un disgraziato, che viene improvvisamente investito da una tempesta di parolacce, di cui “Porco!” è la più soave, le altre non le posso scrivere a causa delle vigenti leggi sulla morale pubblica.

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

Stazione

I dieci indizi (falsi) che vostro marito vi mette le corna

Sappiamo tutti che se una donna si mette in testa di tradire il marito senza farsi scoprire non c’è modo per il pover’uomo di rendersi conto del palco reale che gli sovrasta il cranio, neanche se sbattesse alla porta di casa tutti i giorni per dieci anni di seguito.
Il motivo è semplice: le donne sono più furbe, più attente, più maliziose, e gli uomini più bambacioni, creduloni e governati dall’ormone.
Le donne sono più furbe anche quando è LUI a cornificare, e a differenza dell’uomo sanno individuare anche i minimi segnali e individuare la magagna anche senza che lui lasci in giro il classico scontrino del ristorante nelle tasche.
Le donne sono abituate a leggere i segnali del corpo, e anche la minima deviazione dal comportamento standard fare rizzare le loro antenne per cui per un uomo è virtualmente impossibile mantenere una relazione extraconiugale per un periodo molto lungo (diciamo superiore a due ore) senza che la moglie se ne avveda.
Però io non voglio parlare di questo, bensì di quella situazione in cui la donna CREDE di aver rilevato segnali di corna da parte del consorte, ma ciò (purtroppo direbbe lui) non è vero.
Succede più spesso di quanto pensiate, e anche ad uomini che francamente solo a guardarli verrebbe da dire: ma quale (altra) donna potrebbe mai interessarsi a questo scarto di magazzino?
Ho ritenuto opportuno quindi stilare un prontuario dei principali segnali che possono essere fraintesi, e credo possa essere utile sia alle donne per tranquillizzarsi un pochino quando dovessero credere di vederne uno ma anche per gli uomini: state accuratamente attenti a evitarli quando la coscienza è VERAMENTE sporca…

1. Si è fatto la doccia rientrando dopo una trasferta di lavoro
Come noto, l’ommo è ommo e ha da puzzà, e con questa verità molte donne hanno imparato a convivere.
Quindi per la moglie è normale che dopo una giornata di duro lavoro (così almeno si presume) l’uomo arrivi direttamente a tavola con l’ascella piccante.
Oggi però no. Oggi si spoglia rapidamente, butta i vestiti nella cesta dei panni sporchi e si fionda sotto la doccia per mezz’ora, con l’acqua così bollente che quando esce gli fuma tutto (tranne le palle altrimenti non sarebbe in questa situazione).
Il segnale è chiaro: ha voluto cancellare qualsiasi traccia di umori corporei sospetti, e magari alieni.
Dato che ormai le prove sono scomparse dalla pelle, ella non potrà che fondarsi nella cesta e mettersi ad annusare centimetro per centimetri i vestiti di lui, nella certezza acquisita di individuare qualche elemento XX lasciato dalla zocc… dall’amante di lui.
Questa ispezione comprende anche pedalini sudati, maglietta della salute umidiccia e mutande stella con taschino laterale indossate per una settimana di seguito.
E’ così che la trova lui, quando in accappatoio e ciabatte entra in camera da letto: piegata a novanta gradi e con la testa nella cesta.
Lui innocentemente pensa sia un nuovo tipo di benvenuto della moglie e carinamente le piazza una mano sul culo ricevendone ovviamente una stampella sui denti.
Solo dopo l’esame del DNA su tutti gli indumenti sporchi egli sarà perdonato (per una cosa che non ha fatto) e lei gattonerà verso di lui vestita come se lavorasse al Crazy Horse.
Inutilmente, perché il dolore ai denti ha paralizzato qualsiasi funzione riproduttiva di lui e la serata finirà a vedere X Factor.

Il trittico
I tre indizi che seguono sono di solito sufficienti per una condanna senza appello anche da soli, ma se si verificano tutti e tre insieme per il marito non c’è scampo: la pena è l’evirazione.

2. Si è fatto la barba pelo e contropelo
Di solito egli si fa la barba in tre minuti netti.
Odia rasarsi, e siccome deve durare poche ore, prima che sopravvenga “the five ‘o’clock shadow” e sia ora di tornare a casa, normalmente basta una passata e via.
Stamattina la moglie lo sorprende a mettere la schiuma due o tre volte, a toccare delicatamente con le dita sotto la gola per essere sicuro che non scappi neanche un pelo, a passare e ripassare il rasoio nei punti più difficili per non lasciare neanche una piccola ruvidità, e infine dopo essersi sciacquato a tirare la pelle del viso in tutte le direzioni per essere certo che il lavoro sia fatto a regola d’arte.
Inevitabile la domanda: “perché ti stai facendo la barba così accuratamente?” e altrettanto inevitabile e inutile la (vera) risposta: “ho una riunione con l’amministratore delegato alle sei”.
Lei immaginerà solo un incontro illecito in qualche luogo nascosto nell’ombra, con una zocc…un’amante che nell’impeto della passione gli accarezzi il viso liscissimo (tralasciamo altre cose che ella immagina e vietate ai minori).
Il fatto che lui alle sei si troverà veramente in una stanza con altre dieci persone, tutte di sesso maschile, a parlare di bilanci è un’eventualità che non può essere neanche lontanamente presa in considerazione.

3. Ha usato il dopobarba “Eau de prestige et finesse pour homme”
Il marito medio dopo la barba usa prodotti da supermercato.
Chi non ricorda i mitici “Acqua velva” e “Brut 33”, profumi che per un euro potevate portarne via una damigiana?
Ecco, quello è lo stile della casa.
Ma nascosto in un piccolo armadio, tra una bottiglia di whisky invecchiato 25 anni e un disco di Baglioni autografato, si annida un dopobarba prestigiosissimo, dal costo industriale di duecento euro a goccia, regalo della suocera per il Natale 1998.
Il flacone, nella comoda dotazione da venti gocce, viene estratto dal suo ripostiglio solo nelle grandi occasioni, come ad esempio il matrimonio della sorella di lei, la comunione del nipote di lei, il battesimo del figlio della cugina piccola di lei, la laurea della figlia della portiera della zia di lei.
Stamattina invece dopo la rasatura egli afferra il flacone di “Eau de prestige et finesse pour homme” e con nonchalance ne sbatte un paio di secchiate sulle guance, tanto che la scia che lascia uscendo dall’ascensore potrebbe fare concorrenza a certe signorine che si possono trovare sulla Via Salaria a qualsiasi ora.
Quale può essere il motivo di questo sacrilegio, visto che nessun parente di lei sta per festeggiare alcunché?
Chiaro. Lui ha un’altra.
Dapprima a lei viene l’idea di girare per tutta la città naso in aria cercando di individuare come un segugio da tartufo la zocc…la donna che frequenta suo marito.
Poi l’impresa le appare un tantino disperata (ma non così tanto eh!?) e allora preferisce risolvere il problema in altro modo, versando nel cesso le restanti dodici preziosissime gocce di “Eau de prestige et finesse pour homme”:
Che se si deve proprio strofinare con quella zocc…signorina, almeno la inondi di acqua velva. E vaffanculo.

4. Si è vestito in giacca e cravatta
Sono mesi ormai che gira con la stessa mise, pantalonacci di cotone americani blu, polo di cotone o camicia a quadrettino e scarpe da ginnastica.
“Tanto da noi non si usa” è il ritornello.
Poi un giorno lo senti armeggiare con qualcosa di plastica, vai a vedere e scopri che ha rimosso il cellophane che copre il vestito buono e si sta predisponendo per indossare il completo blu.
Con la camicia bianca.
E la cravatta argento.
In pratica, è vestito come al VOSTRO matrimonio.
Chiaro che la rabbia vi monta all’istante, e la flebile nonché non credibile scusa di una visita in fabbrica dei nuovi azionisti suona appunto come una scusa.
Si sa che un uomo ad una certa età (e lui questa certa età l’ha già passata da un pezzo) può fare bella figura con una donna solo se si veste elegante.
Quindi vuole fare colpo su una zocc…su un’altra donna, pensa lei.
Figurati se gli azionisti vanno a visitare la fabbrica sfigata dove lavora lui.
Non esiste: se deve metterle le corna glie le metterà vestito a cazzo, quindi lo costringe ad andare in ufficio con la solita divisa.
Il fatto che lui sarà l’unico quadro aziendale vestito come uno straccione e che questo lo ponga primo nella lista di quelli di cui sbarazzarsi non interessa alla moglie, felice di avergli rovinato la giornata.

5. Ha lavato la macchina
Questo non sarebbe un grande indizio, se non fosse che a) non lava la macchina da un anno e b) per domani è previsto temporale.
Evidentemente deve portare qualcuno con cui fare bella figura.
La moglie chiede così, en passant, se lui ha impegni per la serata, ed effettivamente sì, non ti ricordi? vado a prendere una birra con gli amici del calcetto, lo avevamo deciso dalla settimana scorsa.
Se. Calcetto.
Vedi un po’ se stasera non deve caricare qualche zocc…donna e per fare il fico ha lavato la macchina.
Ora, che la “macchina” in questione sia una Panda 30 del 1986, e che nessuna donna degna di tale nome si farebbe impressionare dal reparto archeologico lavato o meno è un particolare che dalla moglie non viene ritenuto importante.
Forse, ma forse forse eh!?, se lui avesse chiesto in prestito la macchina di lei, una BWM 535 comprata in comode ottocento rate e che lei usa per fare la spesa mentre il marito ha dovuto far doppiare alla Panda 30 la boa dei 300.000 chilometri, forse dicevamo in quel caso qualche leggerissimo sospetto poteva anche essere lecito.
La vera motivazione per cui lui ha portato la Panda a lavare è che l’ha cercata per mezz’ora sotto casa senza successo, per poi rendersi conto che la Panda 30 marrone parcheggiata davanti ai suoi occhi non era altro che la sua Panda 30 blu con uno strato di morchia che ne nascondeva il colore originale.
E SOLO per questo motivo lui l’ha portata a lavare, tra l’altro considerando oziosamente l’ipotesi di farla verniciare di marrone per non perdere tempo a cercarla senza per questo dover essere obbligato a lavarla una volta l’anno.

6. Vi porta dei fiori per l’anniversario del vostro primo bacio
Ora, qui siamo veramente in zona allarme rosso.
Nessun uomo dovrebbe MAI portare alla propria moglie dei fiori per un anniversario simile, a meno che non si aduso farlo da vent’anni per ogni microanniversario della propria vita matrimoniale: il primo bacio, la prima volta al cinema, la prima volta che avete fatto l’amore (spesso questi tre coincidono), la prima vacanza insieme, etc.
Ma se siete come il 99.999999% periodico dei mariti che non si ricordano neanche il compleanno dei loro figli senza un’agenda elettronica, e se sono vent’anni che non vi presentate con dei fiori, sappiate che questo gesto verrà interpretato in un’unica possibile maniera: avete qualcosa da farvi perdonare.
Il che è probabilmente vero.
Ma magari avete semplicemente raschiato la fiancata della macchina (la BMW, non la Panda) durante un parcheggio; oppure avete giocato al Bingo i duecento euro che avevate messo da parte per il we a Positano; oppure avete invitato vostra madre a pranzo domenica. Tutte cose che richiedono il perdono di vostra moglie, ma lei non penserà che ad una cosa sola: ha trombato con una zocc…con un’altra donna e ora viene a chiedere scusa.
Paradossalmente, questa è una situazione da cui potreste uscire vivi, anche se avete veramente trombato con una zocc…voglio dire con un’altra donna.
Sì, perché in fondo vostra moglie non ha veramente intenzione di lasciarvi, per quanto vigliacco, fedifrago e figlio di puttana voi siate, ma solo di controllarvi e comandarvi a bacchetta, e l’idea che la vostra coscienza sia così sporca da costringervi a regalarle dei fiori la solletica.
Ed è quindi con un sorrisetto maligno che accoglie il vostro regalo con una domanda subdola: “Grazie caro, ma quale primo bacio stiamo festeggiando? Quello CON o SENZA lingua?”.
Qui voi siete nella merda più totale.
E’ praticamente impossibile che un maschio XX normotipo riesca a ricordare dettagli così minuti, e quindi comincerete a sudare copiosamente, a piangere sommessamente, e infine a confessare le vostre malefatte.
Suggerimento da amico per i mariti: qualora abbiate veramente messo le corna a vostra moglie, consiglio preventivamente di mandare a sbattere la BMW contro la colonna del centro commerciale e di fotografarla. Lei si incazzerà moltissimo ma magari (anche stavolta) la farete franca.

7. L’avete sorpreso sul divano intento a suonare “La canzone del sole” con la chitarra
Che in giro per casa ci fosse una chitarra era un sospetto che covavate da tempo.
Infatti quando vi siete conosciuti era solito allietare le vostre serate con improbabili armonie e versioni apocrife di “While my guitar gently weeps”, con quella sua voce roca che in confronto Tom Waits è un usignuolo.
Ma d’altronde vista la scarsa qualità dei suoi preliminari (eufemismo) avete sempre preferito un paio di giri di Do prima di zompettare allegramente nel letto.
Ora però erano più di vent’anni che non vedevate quella chitarra e la domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?
E che cosa avrà a che vedere con quella convention aziendale a Fregene di cui parla da settimane?
Non ci sono dubbi, lo stronzo ha una storia con una zocc…con una collega e si prepara ad una serata di romanticismo sulla spiaggia che di sicuro terminerà su un lettino, avvinghiati come l’edera, con la sabbia a creare attrito alle parti basse fino a farle diventare roventi come i pistoni di una Maserati senz’olio.
Consiglio amichevole: resistete alla tentazione di sfondargli la chitarra sulla schiena e di fare una garota con il Mi cantino.
Sarebbe perfettamente inutile.
Da quando il mondo è mondo quello che suona la chitarra non tromba. Mai.

8. Ha nominato per più di due volte consecutive una collega
Egli lavora in una grande azienda e come tutte le grandi aziende oltre a impiegati diligenti di sesso maschile è strapieno di zocc…di donne, tutte più o meno in carriera, ma molte arrivate ad una certa età single o divorziate, o con un matrimonio traballante, insomma: disponibili.
E’ per questo motivo che state attente ai minimi segnali e lui normalmente è molto neutro nel raccontare le sue vicende aziendali.
Di solito i suoi discorsi sono sempre improntati ad attività in cui non è chiaro se partecipino anche delle donne, ad esempio: “Oggi abbiamo avuto una riunione fiume con l’Amministratore Delegato”.
Oppure: “Non si riesce mai ad avere i dati di fatturazione in tempo”.
E così via; sono tutte frasi in cui l’elemento femminile – se c’è – è accuratamente occultato.
Beh, voi non siete così stupide da credere che non girino donne in queste riunioni o attività, ma vi fa piacere che egli non le citi, vi piace questa sua attenzione ai dettagli.
Finché un giorno, per la seconda volta di seguito, egli commette l’errore di nominare una collega.
Lo fa en passant, intendiamoci, senza enfasi, ma è proprio questa normale familiarità che drizza le vostre antenne: “Il capo ha diviso il progetto per aree di competenza, io mi occupo dei clienti business e Giulia di quelli consumer.”
Giulia? e chi cazzo è mo’ ‘sta Giulia?
Non bastasse, il poveraccio rincara la dose: “Stasera devo lavorare, devo mandare a Giulia i miei dati così lei li inserisce nella presentazione”.
Due volte. Una prova lampante.
Già così un marito incauto sta per passare un bruttissimo quarto d’ora, ma i più ingenui, quelli di cui spesso si legge sul giornale perché ne hanno ritrovato un braccio a Follonica e uno a Mondovì, rincarano la dose con una presentazione virtuale, che nella loro mente malata dovrebbe servire a lubrificare la capacità di accoglienza empatica della moglie, ma che invece è il colpo di grazia: “Ma sì, Giulia, non te la ricordi? Te ne ho parlato l’anno scorso dopo che sono stato alla convention aziendale alle terme”.
Qui è necessario fermarsi, perché ciò che una moglie può arrivare a dire quando scopre che il marito e quella “Giulia” sono stati nello stesso albergo per tre notti è vietati ai minori e ai deboli di cuori.
Non servirà a nulla che lui le mostri la foto ricordo della convention da cui si evince che Giulia è alta un metro e quaranta, ha un culo che fa Provincia di Frosinone e i baffi.
Ormai lei ha preso il via e la questione si concluderà con un bel divorzio.
Oppure con un indagine dei Carabinieri di Mondovì.

9. Il suo cellulare è completamente vuoto
Purtroppo questo stronzo è un genio informatico e tutti i suoi device sono rigorosamente blindati con dei codici di accesso che neanche il Norad riuscirebbe a violare.
Tuttavia è sempre un uomo, e in quanto tale rincoglionito, e prima o poi, prima o poi…, egli lascerà il cellulare incustodito per pochi minuti senza blocco dello schermo.
Una donna, una moglie che si rispetti, sa sempre quando cogliere l’occasione e sono anni che simula questo evento, per cui quando riesce finalmente a mettere le mani del cellulare dello stronzo in pochissimo tempo è in grado di scaricare sul suo portatile tutti i dati e rimetterlo a posto.
Quando egli finalmente dorme lei comincia a guardare tutto quello che ha scaricato, sicura di trovare foto, messaggi, e vocali di qualche zocc…donna che lo voglia circuire.
E invece niente.
Foto, nessuna.
Messaggi whatsapp, solo della famiglia e di qualche amico, maschio.
SMS, neanche uno.
Selfie compromettenti, neanche l’ombra.
Insomma niente di niente.
Per un brevissimo istante la donna rimane delusa, ma poi capisce: questo stronzo non vuole lasciare tracce.
E’ proprio l’assenza di prove, la prova principale!
Perdonatela. Lei ha visto tutta la serie televisiva “The Good Wife”, e anche tutti i CSI possibili e immaginabili, per cui sa bene quanto possono essere subdoli i malviventi, razza di cui suo marito fa sicuramente parte a pieno titolo.
Per questo la mattina dopo appena lui si sveglia lei gli fa saltare una capsula con il cellulare lanciato a tutta velocità sui denti, e urlando e piangendo allo stesso tempo lo caccia di casa: “Non avevi niente! Niente su questo cellulare, capisci? Niente!”
Campasse cento anni, lui non capirà mai la reazione della moglie, ma soprattutto non capirà mai perché gli abbia tirato quel vecchio cellulare che non usa da anni e che aveva riacceso solo perché il suo lo ha dimenticato da Giulia.

10. Stasera tuo marito ha fatto l’amore con te come se fosse la prima volta
E nonostante tutti gli attriti, tutti i sospetti, tutta la diffidenza, la gelosia, le ripicche, stasera tuo marito ti ha accolto a casa stanca dal lavoro in un’atmosfera romantica, fatta di candele accese, di incensi delicati, di luci soffuse.
Ti ha tolto le scarpe e massaggiato i piedi gonfi, offerto un bicchiere di spumante e un asciugamano caldo imbevuto di essenze naturali.
Ti ha sfiorato la guancia con la sua guancia, e l’hai trovata setosa, segno che ha avuto cura di farsi la barba pochi minuti prima, e le sue mani emanano un profumo di dopobarba delicato ma virile.
Sulle prime sei imbarazzata ma poi questa attenzione ti conquista, e alla fine la natura ha il sopravvento e ti lasci andare, ed è bellissimo e ti rendi conto che per qualche minuto puoi anche dimenticare le tue paure e i tuoi sospetti, e stringerti a lui come quando eravate ragazzi.
Poi, quando la passione lascia spazio al riposo, nella luce tremolante di una candela lo guardi dormire accanto a te, e il dubbio lentamente ma inesorabilmente si insinua: perché è stato così tenero, così amoroso, così passionale?
Mi avrà voluto ammansire?
Forse i sensi di colpa?
Chi gli ha insegnato tutto questo romanticismo, tutte queste candele, tutti questi profumi? Io no di certo.
Starà sperimentando con me, questo stronzo, quello che vuole dare a LEI, a quella zocc…quella donna chiunque essa sia?
Come si è permesso, brutto fedifrago puttaniere, di abbassare le mie difese solo per la sua soddisfazione personale e per essere sicuro di fare bella figura con quella?
Come ha potuto…e così via.
Ma vogliamo infine difendere un pochino questo pover’uomo, che non avrà mai la soddisfazione di farne una giusta neanche quando dà il meglio di sé?
Perché voi lo sapete, egli ha passato ore su google e su forum dedicati per trovare il modo migliore di fare una sorpresa alla sua donna e di far riaccendere quella scintilla di passione che sembrava sopita.
Se a te mia cara è sembrato che lui stasera facesse con te l’amore come la prima volta, forse è perché negli ultimi due anni E’ la prima volta.
E quando si sveglia sii carina con lui, mi raccomando, non si merita il tuo astio. Cosa potrà succedere mai di brutto? Alla peggio, che ci sarà subito una seconda.

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Sette

Sono sette i colori dell’arcobaleno
Sette le note e i giorni della settimana
Sette i vizi capitali e sette le virtù teologali
Roma fu costruita su sette colli
poi ebbe sette re e settantasette imperatori
Sette i sacramenti e le meraviglie del mondo
Sette è magia
Sette è bellezza

Se io fossi donna

Se io fossi donna
Non vorrei un uomo qualunque solo perché è disponibile
Né un uomo mediocre perché mi dà sicurezza
O un uomo violento perché mi protegge

Se io fossi donna
Riderei sempre, sarei felice di essere quel che sono
Di fare quello che faccio
Di amare quello che amo
Di vivere come vivo

Se io fossi donna
Insegnerei ai miei figli la tolleranza
La pazienza, la dolcezza, l’empatia
Il rifiuto della guerra
Della violenza e della prevaricazione

Se io fossi donna
Farei l’amore con il mio uomo
Ogni volta come se fosse l’ultima
Senza difese e senza respiro

Se io fossi donna
Sarei bella anche se fossi brutta
Giovane anche se fossi vecchia
Leggera anche se fossi pesante

Se io fossi donna
Non vorrei mai essere un uomo



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Foto by rodocarda
500px.com/rodocarda

La spesona

Nessuna vacanza famigliare degna di questo nome, indipendentemente dal fatto che duri tre, cinque, o mille giorni, può veramente iniziare senza il rito della spesona.
Voi capite, l’italiano in gita tende a ricreare il più possibile intorno a sé l’ambiente in cui si sente a suo agio, altrimenti non si spiegherebbero frotte di connazionali in cerca di una pizza margherita ad Amburgo, di un caffè macchiato a Londra, o di uno spagnettino con le vongole nel Bronx.
E anche quando si decide di passare qualche giorno in un posto di mare nostrano, dove ristoranti e pizzerie sono più frequenti delle zanzare, si può rinunciare alla spesona.
C’è da dire – e non vuole essere necessariamente una critica – che la spesona è una mania tutta femminile.
Il maschio italico infatti come si sa abolirebbe del tutto l’uso della cucina a favore di un abbonamento con la trattoria sotto casa, e in vacanza, figuriamoci, si nutrirebbe solo di carbonara e arancini.
La spesona si divide in due categorie: quella in cui la donna alfa è presente, e quella in cui il maschio viene inviato da solo.
Ci occuperemo della seconda categoria, in quanto la prima banalmente vede il maschio unicamente come supporto tecnico- economico (spinge il carrello e paga).
Invece è interessante analizzare cosa succede quando la spesona viene fatta dall’uomo in solitaria, vuoi perché la donna è affaccendata con tre-quattro ragazzini, vuoi perché deve ancora arrivare, vuoi perché non può rinunciare alla prima lezione di acquagym insieme ad altri duemila capodogli in una piscina di dieci metri quadrati.
In questo caso la nostra personalissima statistica ci fa affermare che sarà impossibile per il povero maschio rispettare alla lettera gli ordini della donna alfa, anche se scritti accuratamente in una lista con checkbox da spuntare.
Egli infatti commetterà comunque uno o più degli errori fatali che lo porteranno allo scontro: dimenticherà di comprare una delle voci della lista; comprerà qualcosa non previsto o di marca diversa; oppure semplicemente non avrà saputo desumere dalla semplice osservazione della lista che in realtà lei avrebbe voluto comprare altre cose non elencate, e lui brutto pirla non ci è arrivato da solo.
Quando maschi in solitaria si incontrano in un supermercato di località estive, riconoscono subito il neomarito: è l’unico che canticchia felice, pregustando la nottata di fuoco; poverino, la vita non gli ha ancora insegnato che il ritorno dalla spesona provocherà le ire della neomoglie, che subito metterà in atto la tipica rappresaglia femminile, denominata “chiusura dei rubinetti”.
I maschi invece smaliziati e già rassegnati al peggio si salutano tristemente, magari approfittando dell’ora d’aria per guardare le tette di qualche tedesca, attività proibita in spiaggia fin dal 1995.
In alcuni casi, di fronte a manifestazioni di panico, si generano anche atti di forte solidarietà.
Non è raro sentire dialoghi del tipo: 
– Secondo lei se non trovo mastrolindo, è uguale se prendo spicespan? –
– Guardi, ho scoperto che con vetril multiuso mia moglie si limita a grugnire, dia retta a me, lo prenda –
Ora, non è che il maschio italiano non sia abbastanza intelligente, volenteroso, dedicato, da non essere in grado di fare una spesona come dio comanda, è proprio che non ci arriva.
Come per i colori, che notoriamente per l’uomo sono cinque e per la donna cinque milioni, così per gli alimenti.
La parola “tonno” all’uomo farà pensare unicamente ad una scatola di alluminio rotonda, e non a “filetti di tonno pinna gialla in vasetto di vetro riciclabile”.
Il “latte” è la secrezione mammaria delle mucche venduta in confezioni di plastica, non un liquido “parzialmente scremato a lunga durata con percentuali di calcio superiori al due per mille”.
E così via.
Stessa cosa per le quantità.
Di fronte alla voce “acqua”, un uomo ignaro (il neomarito) tornerà con una mezza minerale Perrier, perché ne ha visto la pubblicità e non sa che alla moglie gonfia la pancia e chiude i rubinetti; l’uomo un po’ vissuto, che le ha provate tutte, tornerà con tre casse da nove litri: una liscia, una gassata e una ferrarelle, sapendo già che sua moglie quel giorno voleva l’acqua che fa fare “plin-plin” e lui passerà la notte da solo, a bere litri d’acqua, che poi te credo che fai plin-plin.
Comunque sia, una volta replicata nel carrello la dotazione alimentare e di utensileria della propria abitazione, compresi cavatappi, stuzzicadenti, aceto balsamico e candele aromatiche, spesi duecento euro e caricate dodici buste piene sotto un sole a quaranta gradi, l’uomo arriverà finalmente a destinazione, sfatto e pronto all’esame.
Mentre lui rimane in piedi, rassegnato all’umiliazione, la donna alfa comincerà ad analizzare il risultato della spesona, lanciando sguardi di riprovazione, inarcando sopracciglia, soppesando pesche gialle, annusando meloni e digrignando i denti nel vedere il pacco delle fette biscottate sotto la bottiglia di coca cola.
E ovviamente alla fine dirà: “Non ti avevo detto solo l’altro giorno che la marmellata di albicocche mi ha stancato e che ora mangio solo arance amare?”
No. Non fate l’errore di dire che la voce “arance amare” non c’era nella lista.
Sareste tacciati di poca attenzione, di essere solo dei burocrati, di non volerle bene veramente.
Cominciate piuttosto a pensare come passare la serata, voi e la vostra cassa di sanpellegrino.



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La Rossa

Un racconto del mio investigatore preferito, protagonista di altri racconti come Pendolari, o Compagni di Scuola.

Separatore

Quando il Maresciallo Graziosi finalmente entrò nella saletta degli interrogatori, e la vide seduta sulla sedia che riservavano agli “ospiti”, come li chiamavano in caserma, sentì improvvisamente il cuore che smetteva di pompare sangue.
Dovette appoggiarsi con una mano alla sedia, e sedersi lentamente.
E niente, nessuno sforzo di volontà, nessun autocontrollo, neanche l’esperienza di 25 anni di lavoro e quasi 50 di vita, gli permisero di chiudere la bocca.
Rimase così, per un tempo lunghissimo, con la bocca aperta e gli occhi spalancati.
Non era in realtà la donna in sé ad averlo colpito.
Non erano i capelli rossi scarmigliati, le labbra disegnate, la pelle chiara cosparsa di efelidi.
Non era il sorriso sarcastico che affiorava.
Non era il gomito appoggiato sul tavolo e la mano ossuta che reggeva la sigaretta.
Non erano neanche le palpebre leggermente socchiuse.
E neanche lo sguardo con cui cercava di sedurlo all’istante, così come probabilmente aveva cercato di fare con migliaia di uomini.
No.
Graziosi era troppo intelligente, smaliziato, onesto, incorruttibile a qualsiasi livello, per cadere in una trappola come questa.
Anche se una parte del suo organismo, neanche troppo nascosta, si sarebbe volentieri buttato in quel baratro.
No.
Graziosi perse il controllo di sé, per un lungo momento, perché quella donna era la copia vivente di sua madre, di come lui la ricordava da ragazzo.
Rivedersela davanti, nel corpo di quella donna, lo aveva colpito ad un livello che non pensava fosse stato possibile.
Solo per quel motivo, per la prima volta nella sua carriera, Graziosi si dimenticò per un lunghissimo momento della sua posizione e del suo ruolo.
E lo fece quasi volontariamente.

Forse sarebbe addirittura rimasto in quella posizione, gli occhi negli occhi di quella donna sconosciuta, se il suo vice Di Capua non l’avesse scosso agitandogli un gomito.
– Marescià – gli sussurrò – si sente bene? –
Graziosi scosse leggermente la testa, come per riprendersi da un colpo proibito.
Abbassò gli occhi sulle carte che aveva davanti a sé, più per non essere costretto a guardare gli occhi della donna, che sapeva comunque fissi su di sé, che per reale necessità; sfogliò qualche documento, poi attaccò:
– Allora Signorina… –
– La prego – lo interruppe la Rossa, come l’aveva soprannominata all’istante nella sua mente – Marchesina Ginevra Costanza di Capriglia –
Graziosi alzò brevemente gli occhi dalle carte solo per incontrare quelli della Rossa, che lampeggiavano d’ira.
Il Maresciallo annuì comprensivo, poi tornò ai suoi documenti.
– Certo, certo, Marchesina…lo leggo qui il suo nome. Insieme ad un’altra decina di nomi che lei ha utilizzato negli ultimi anni. Ma a quanto pare il suo vero nome, quello con cui il fisco italiano la conosce ed apprezza, è Giovanna Santi. –
Si aspettava Graziosi che la donna arrossisse, avesse uno scatto d’ira, lo insultasse, negasse, insomma prevedeva una reazione netta.
Invece la donna si limitò ad aspirare un’altra boccata di fumo mentre continuava a guardarlo fisso negli occhi.
Solo una leggera increspatura della bocca, a formare un ironico sorriso, lasciava capire che le parole del Maresciallo erano arrivate a destinazione.
– Lei sa – continuò Graziosi – che questo interrogatorio è solo di routine. In sintesi, non possiamo non ascoltare le sue ragioni, anche se le prove che abbiamo raccolto ci dicono che l’omicidio del Cavalier Binetti non ha più molti segreti per noi –
La donna gli sorrise brevemente, poi abbassò gli occhi per spegnere la sigaretta e quando li rialzò giunse le mani quasi a mo’ di preghiera.
– Mi sta dicendo, Maresciallo, che non avete dubbi. La colpevole sono io. –
– Così sembra – disse cauto Graziosi guardandola negli occhi.
– Lei non mi sembra un cretino – disse improvvisamente la Rossa, facendo avvampare il Maresciallo – eppure si sta comportando come tale. Solo per il fatto che io avessi un miliardo di motivi per uccidere quell’essere abominevole, abietto, debosciato, di Binetti, non vuol dire che lo abbia fatto, non crede? Ma le dirò di più: se potessi uccidere qualcuno, ucciderei seduta stante l’uomo o la donna che ha fatto fuori il Binetti. Perché mi ha tolto la soddisfazione di vederlo finire in rovina e di implorare il mio perdono, quando sarei finalmente andata via da quella casa nel mio abito rosso, senza voltarmi indietro –
Concluse la recita con un gesto della mano che simulava perfettamente l’ondeggiare delle sue anche nell’allontanarsi.
Graziosi e Di Capua rimasero a bocca aperta mentre la donna sorrideva soddisfatta, la schiena appoggiata comodamente alla sedia.
Per qualche secondo solo il fruscio nervoso dei fogli che Graziosi passava continuamente di mano tagliò il silenzio che era sceso nella stanza.
Poi Graziosi, non senza un moto di stizza, raccolse tutte le sue carte e si alzò.
– Vedo Signorina Santi che lei ha inteso comportarsi in questo luogo come fosse su un palcoscenico. Ma qua non si fa arte. Qua si cercano verità e giustizia, e le cerchiamo in mezzo al letame della menzogna degli esseri umani. E se avessi ricevuto un euro per ogni indagato che mi ha detto “avevo un sacco di motivi ma non sono stato io”, oggi sarei miliardario. Quindi, se e quando avrà intenzione di raccontarci qualcosa di interessante per le indagini saremo lieti di ascoltarla. Ma fino a quel momento, mi perdoni, abbiamo da fare e lei rimarrà sotto la nostra custodia come stabilito dal magistrato –
Andò via senza salutare, malcelando la rabbia che gli stava salendo per non essere riuscito a mascherare i suoi sentimenti di fronte a quella donna, e per la sensazione terribile che lo pervadeva ogni qual volta un’indagine sembrava incanalata verso una soluzione facile.
Troppo facile.
L’attività investigativa era uno dei pochi ambiti dello scibile umano in cui il rasoio di Occam falliva miseramente più spesso di quanto uno si potesse aspettare.

Di Capua raggiunse il suo capo dopo aver riconsegnato la Rossa ai colleghi che la tenevano in custodia.
Trovò Graziosi nel suo ufficio con la testa affondata nei faldoni dell’omicidio Binetti.
Non era un buon segno, si disse Di Capua. Evidentemente il Maresciallo aveva avuto il sentore che qualcosa nel caso non fosse ancora chiaro e aveva intenzione di riesaminare meticolosamente tutti i passaggi.
Con cinque morti sospette nelle ultime due settimane in tutta Roma Nord l’ultima cosa di cui avevano bisogno era riaprire un caso praticamente chiuso.
– Guarda qua Di Capua – disse Graziosi senza alzarsi dal faldone.
Di Capua alzò gli occhi al cielo, come faceva sempre quando il suo capo si intestardiva su qualcosa.
In quel preciso momento, come punto da una vespa, Graziosi alzò di scatto la testa e guardo truce Di Capua, che aveva ancora i bulbi oculari rivolti al soffitto.
– Di Capua, vogliamo decidere che la Marchesina è colpevole e passare ad altro, o vogliamo capire se sia stata veramente lei ad uccidere Binetti? – chiese sarcasticamente Graziosi.
L’appuntato, colto in fallo, arrossì e cercò di giustificarsi:
– Marescià, però non è che ci sta tanto da ragionare… –
– E allora dai, riassumi i fatti e vediamo se mi convinci. Perché io, purtroppo, NON sono ancora convinto –
– Allora – iniziò Di Capua raccogliendo le idee – il Binetti e la Santi erano soli, tranne un filippino di servizio che dorme in casa e che ha testimoniato in maniera coerente con i vicini. Verso le due di notte hanno litigato ferocemente: urla, insulti, vasi in frantumi, le solite cose insomma. Lei va via sbattendo la porta, lui le grida dietro. Lei torna dopo due ore, altre grida, rumori etc, poi i due si placano. Stamattina alle 7 il filippino trova il Binetti nel salone in un lago di sangue, la Santi su una poltrona, tutta sporca, in uno stato di trance, e un coltello in mano che si rivelerà essere l’arma del delitto. Le testimonianze dei vicini sono perfettamente sovrapponibili con quelle del filippino; anzi, qualcuno si è spinto a dire che non è stupito dell’epilogo della storia tra i due. –
Di Capua si interruppe e Graziosi lo guardò fisso. L’appuntato fece un gesto con le spalle, imbarazzato.
– Tutto qua? – chiese Graziosi.
Di Capua annuì. Capiva che per qualche motivo il Maresciallo era irritato, e cercava di non prestare il fianco ad altri commenti sarcastici.
– Quindi ritieni che sia inutile cercare in altre direzioni: Magari verificare se il Binetti fosse nei guai economici, oppure invischiato in qualche storiaccia passionale. Oppure ancora cercare di capire se qualcun altro si possa essere introdotto in casa e ucciderlo. Vogliamo chiuderla così? La colpevole è la “marchesina” e noi passiamo oltre: è questo che proponi? –
Di Capua era stupito. In tanti anni di collaborazione Graziosi non era mai stato così aggressivo nei suoi confronti. Evidentemente quella donna aveva portato allo scoperto questioni personali irrisolte e il Maresciallo si stava sfogando con il suo vice.
– Beh… – disse tentativamente – possiamo indagare sul maggiordomo e capire se magari avesse qualche motivo di rancore con il Binetti. D’altronde lui dormiva già lì, non aveva bisogno di entrare di nascosto in casa… –
– Eh no! cazzo, Di Capua! – urlò Graziosi alzandosi di scatto e battendo un pugno sul tavolo così forte da far sobbalzare il computer, il portapenne e lo stesso Appuntato – questo non te lo permetto! Se adesso provi a dirmi che il colpevole è il maggiordomo, come nei peggiori film di genere, ti mando a fare le multe alla discarica di Malagrotta –
Guardò Di Capua serissimo per un momento, poi scoppiò a ridere e l’atmosfera si rilassò istantaneamente.
– Andiamoci a prendere un caffè – propose Graziosi incamminandosi verso il bar – e lasciamo stare il maggiordomo. Quello da domani sta in mezzo a una strada, non lo vedo proprio a uccidere la gallina dalle uova d’oro! –

Se c’era una cosa che il Maresciallo Graziosi aveva imparato nella sua ormai venticinquennale carriera nell’Arma era che i detti popolari, triti e ritriti quanto si voleva, erano tutti assolutamente veri.
In particolare “piove sul bagnato” aveva una ripetibilità matematica che gli faceva paura; come se un’entità superiore aspettasse di vederlo in difficoltà e invece di lanciargli un salvagente lo tramortisse con una bastonata sul collo.
Ridendo, ma amaramente, Graziosi amava ricordare la famosa scena di un film comico americano, in cui i protagonisti sono nei guai perché devono disseppellire una bara, e alla fine uno dei due per non essere del tutto pessimista sull’esito dell’operazione, chiede retoricamente: “Beh, almeno peggio di così non può andare no?” e l’altro: “Come no, potrebbe piovere”. E regolarmente inizia a diluviare.
Avevano passato lui e Di Capua una giornata intera a rivedere tutta la documentazione sull’omicidio Binetti.
Dati bancari, telefonate, amicizie, amorazzi, la ex-moglie, i vicini, tutto insomma, e non avevano trovato niente.
Niente di niente.
La vittima non aveva problemi economici, non aveva nemici, non era stato minacciato da nessuno – tranne che dalla “Marchesina” cioè – non aveva confidato a nessuno di particolari stress, non aveva a quanto pare un’amante, non giocava d’azzardo, non faceva trasferimenti bancari sospetti, estero su estero o simili; gli affari – era agente immobiliare per residenze di lusso – andavano a gonfie vele e faceva soldi a vagonate.
Insomma: niente.
E proprio mentre i due, sconsolati, erano immersi nella lettura dei faldoni nella speranza di farsi venire qualche idea brillante, la voce stentorea di Ziliani fece irruzione nell’ufficio di Graziosi.
La sola vista di Ziliani, promosso a Capitano per incompetenza dimostrata sul campo e assegnato con ruoli di supervisione investigativa al tribunale di Piazzale Clodio, faceva venire il voltastomaco a Graziosi.
Il suono della voce gli provocava scompensi cardiaci.
Averlo a meno di due metri gli faceva scattare un reflusso gastrico che gli rovinava irrimediabilmente la giornata.
– Salve Maresciallo – da quando era stato promosso Capitano non salutava più Graziosi con l’epiteto “collega” – come andiamo? –
A Graziosi le persone che usavano la prima persona plurale come metodo mellifluo di coercizione stavano cordialmente sul cazzo.
E Ziliani era il principe della prima persona plurale: facciamo, andiamo, prepariamo, predisponiamo.
Tutti eufemismi per dire che LUI comandava e GLI ALTRI facevano ciò che lui ordinava.
– Caro collega – rispose Graziosi con un tono ironico che l’altro non colse, ottuso com’era – immagino che tu non sia qui per una visita di cortesia –
– Beh, diciamo che la cortesia c’è, ed è quella di riconoscere che tu e la tua squadra – disse guardando graziosamente Di Capua – avete consegnato rapidamente alla giustizia un’assassina. A questo punto la prendo in consegna e la porto al carcere giudiziario: nei prossimi giorni sarà giudicata per direttissima grazie alla flagranza di reato e potremo dire di aver tolto dalla strada una persona abietta. Una donna senza cuore. La società ve ne sarà grata per sempre. – concluse Ziliani che amava osare espressioni roboanti per mascherare la sua insipienza.
Graziosi non disse nulla; si limitò a guardarlo per qualche secondo, poi si rilassò e disse:
– Ehhhhhh…purtroppo, caro collega, siamo costretti a tenere la Signora Santi ancora da noi qualche giorno –
Ziliani diventò rosso, come sempre gli succedeva quando la rabbia di non comprendere una situazione gli toglieva il controllo.
– Cosa intendi dire Graziosi? Il Magistrato è d’accordo con me, la conferenza stampa è tra un’ora, e non possiamo certo dire che “il Maresciallo Graziosi ha voluto trattenere un’imputata” –
– Non è imputata – disse calmo Di Capua.
Ziliani si voltò con rabbia verso l’appuntato.
– Se me la fate portare via, sarà imputata a breve, dobbiamo solo firmare alcune carte, lo sapete. Ma posso sapere – continuò fissando Graziosi con astio – per quale motivo vi rifiutate di consegnare l’imp…volevo dire la Signora Santi alla magistratura, dopo tutte le prove schiaccianti a suo carico? –
– Abbiamo forti sospetti sul fatto che sia stata lei – intervenne nuovamente Di Capua, meritandosi uno sguardo pieno di gratitudine del suo capo – quindi abbiamo bisogno di un supplemento di indagine per verificare alcune nuove ipotesi investigative emerse controllando i dati bancari di Binetti – mentì spudoratamente l’appuntato.
Ziliani rimase a bocca aperta; guardò prima l’uno, poi l’altro e per due minuti sembrò sul punto di esplodere, poi esplose sul serio.
– Voi mi state prendendo per il culo, Graziosi! Tu e questo tuo lacchè, che non mi ha mai potuto vedere – Graziosi batté due o tre volte le ciglia, per sottolineare la sua più totale innocenza – Adesso sai che faccio? vado al tribunale e torno con un’ordinanza del magistrato che ti obblighi a consegnarmi la Marchesina Santi, e il tuo sorrisetto te lo puoi anche ficcare nel… –
Graziosi non fece terminare a Ziliani la frase.
– Ah! perché vuoi dire che ora NON ce l’hai, un’ordinanza che mi obblighi a consegnarti la Santi? – un’occhiata rapida a Di Capua confermò che anche il suo vice stava godendo come un pazzo.
Ziliani boccheggiò, il rossore del viso si fece paonazzo, si appoggiò per un attimo ad una sedia, poi riprese un contegno sufficiente ad uscire dalla stanza con le sue gambe e se ne andò senza proferire ulteriore parola.
Graziosi chiuse la porta, poi si rivolse a Di Capua:
– Ora lo sai, che dovremo trovare sul serio qualche pezza d’appoggio, vero?! –
Di Capua annuì, e tornò nel suo ufficio con i faldoni del caso Binetti.

Il giorno dopo Graziosi arrivò in ufficio stranamente molto presto.
Le giornate pesanti, le lunghe notti passate in ufficio, una certa stanchezza cronica, insomma non amava alzarsi all’alba.
Eppure quella mattina alle 8 in punto entrò nella sua stanza.
Era preoccupato perché aveva agito d’impulso, basandosi esclusivamente sulle sue sensazioni, e stavolta neanche il fido Di Capua, che pure lo stava aiutando al massimo delle sue possibilità, era d’accordo con lui.
Giovanna Santi era colpevole senza ombra di dubbio.
Su questo concordavano tutti tranne lui, e finora anche se le sue intuizioni lo avevano spesso aiutato nella sua carriera niente lasciava pensare che la situazione potesse essere differente.
Si era perciò svegliato all’alba e non era riuscito a riprendere sonno; pensava al caso, e a quella donna, e sentiva che lei aveva detto la verità.
Lo sentiva.
Brutto pensiero per un investigatore.
Avrebbe dovuto raggiungere conclusioni sulla base di fatti, testimonianze, evidenze sperimentali.
Invece stava fidandosi esclusivamente delle sue sensazioni, e non poteva sapere, o meglio non voleva sapere, quanto queste fossero influenzate dall’effetto che gli faceva la donna che aveva in custodia.
Prese un caffè, poi si alzò di scatto e decise che doveva parlare di nuovo con la Rossa.
Improvvisamente si era convinto che lei sapesse come aiutarlo nelle indagini, e anche se dimostrava indifferenza per la sua sorte personale era sicuro di convincerla a parlare con lui.
Non era forse l’empatia, la capacità di stabilire un rapporto con le persone, la sua qualità principale?
Si diceva tutto questo per convincersi e per prepararsi all’incontro, mentre ordinava che la donna fosse portata nella stanza che usavano per gli interrogatori.
Prese altri due caffè alla macchinetta e si sedette.
Pochi minuti dopo la donna, vestita ma struccata, entrò nella stanza accompagnata da un Carabiniere e si sedette davanti a lui.
Graziosi fece cenno al Carabiniere di uscire, poi chiese:
– Caffè? –
La donna annuì e prese il bicchiere di plastica.
Lo bevve lentamente, senza staccare per un secondo gli occhi da lui.
I capelli rossi erano legati con un elastico a formare un corto codino. Anche così era una donna irresistibile, pensò Graziosi.
Continuarono a guardarsi per un po’, poi fu lei a rompere il silenzio:
– Ha intenzione di dirmi il motivo di questo incontro, o vuole semplicemente baciarmi? –
Graziosi arrossì violentemente, colto in fallo da una donna che evidentemente leggeva la sua espressione come nessun altro aveva mai fatto.
Il fatto che provasse desiderio per lei era così evidente? e questo stava condizionando il suo lavoro?
Era arrabbiato con se stesso non solo per aver fatto trasparire le sue emozioni, ma soprattutto per averle provate tout court. Faceva vanto della sua etica, della sua integrità, della sua indifferenza alle tentazioni che spesso le persone che investigava gli offrivano in cambio della sua benevolenza.
E invece eccolo qua, di fronte ad una donna che lo sbeffeggiava apertamente e che metteva a nudo le sue debolezze.
Anche se colpito allo stomaco dalla sfacciataggine della donna, non si scompose.
Posò il caffè, si avvicinò al viso di lei attraverso il tavolo e lei fece altrettanto, gli occhi che ridevano per l’ironia.
– Giovanna – disse Graziosi.
– Mi dica – rispose lei ridacchiando, prendendolo in giro.
– Per quanto strano e incredibile possa sembrare, io le credo. Credo che non sia stata lei ad uccidere il Cavalier Binetti. Peccato che allo stato attuale io sia l’unico, e il resto dell’universo non aspetta altro che chiuderla in una cella e buttare la chiave. –
Vide che la donna ora si era fatta seria e continuò senza aspettare che lei lo interrompesse.
– Ora, anche se a quanto pare a lei non interessa molto della sua sorte personale, io sarei molto dispiaciuto di saperla ad invecchiare rapidamente in un carcere femminile, innocente per di più. Quindi le sarei grato se lei mi aiutasse a tirarla fuori da questa situazione. –
La Rossa scrutò Graziosi negli occhi, muovendo rapidamente le pupille, come per guardarlo dentro fino alle più recondite connessioni neuronali.
Lui capì che era quello il momento in cui lei avrebbe deciso se fidarsi di lui o meno e che tutto dipendeva da questo.
La donna si avvicinò impercettibilmente a lui, poi lentamente gli appoggiò una mano sulla guancia.
– Non si è fatto bene la barba stamattina, Maresciallo. Andava di fretta. Era preoccupato. Per me o per la sua carriera? Quale ansia la divorava stamattina? Mi risponda –
– Non me ne è mai fregato nulla della carriera. Altrimenti oggi sarei Colonnello, con il curriculum che mi ritrovo. No, io cerco sempre la stessa cosa: la verità. La verità e la giustizia. Io ci credo che esistono, e le ho trovate più volte di quanto lei non possa credere. Mi angoscia il fatto di sapere, di percepire, che in questo caso stiamo per commettere un’ingiustizia e di non fare nulla per impedirlo –
– Sei un idealista; non lo avrei detto – disse lei passando improvvisamente al “tu” – un uomo che vede le meschinità della gente e continua ad arrossire e a perseguire i suoi ideali. Sei uno squilibrato Graziosi, te ne rendi conto? Sei anomalo in questo universo. Ma d’altronde, non sono certo io a poter dare giudizi in questo senso –
La donna si rilassò e appoggiò le spalle alla sedia allontanandosi da lui e il Maresciallo fece lo stesso.
Il momento di intimità era passato, ma sapeva che le cose erano cambiate.
La Rossa guardò il Maresciallo con quello che sembrava essere uno sguardo di disappunto; o forse di rimprovero.
– Giulio Binetti era un uomo meschino. – disse improvvisamente – e nessuno lo amava. Nessuno. –
– Neanche lei? – chiese Graziosi, un po’ irritato dal fatto che si parlasse senza rispetto di una persona trucidata in quel modo.
– Neanche io, no. C’è stato un periodo, un brevissimo periodo nei nostri quasi cinque anni insieme, in cui le sue debolezze hanno fatto leva su un certo spirito da crocerossina che tutte le donne si portano atavicamente dentro. Giulio usciva da un matrimonio infelice, con una donna ancora più meschina di lui, che gli aveva dato due figli, ma che gli aveva rubato tutto ciò che era possibile rubare ad un uomo: soldi, orgoglio, sorriso. Quando l’ho conosciuto era un uomo ferito a morte, e per un breve momento è stato un uomo innamorato, dolce, equilibrato. Questa sua banale serenità ha coinciso con l’unico periodo della mia vita in cui la normalità era tutto ciò che desideravo, e mi sono ritrovata a vivere con lui in pochissimo tempo. Ma è bastato poco per capire il tragico errore che avevo fatto –
– Però c’è rimasta insieme fino alla fine, ammesso che non lo abbia ucciso lei, cioè –
Un mezzo sorriso comparve sul viso della Rossa.
– Non ce la fai a darmi del tu, vero Graziosi? Questa tua rigidità, questo innato senso del dovere, mi fanno morire. –
– Risponda alla mia domanda –
– Era una domanda? Dal tono sembrava un’affermazione. E comunque sì. Sono rimasta con lui fino alla fine. Vuole che glie lo dica esplicitamente? Non proverò vergogna: Giulio Binetti mi garantiva una vita splendida. Una bella casa, viaggi, amicizie importanti. E io senza di lui mi sarei dovuta trovare un lavoro per sopravvivere. Io davo lustro alla sua vita con la mia bellezza, la mia cultura, la mia intelligenza e lui mi permetteva di non dover lavorare per vivere. –
Graziosi incurvò le labbra in una smorfia.
– Cosa c’è? – chiese la Rossa – ho disturbato la sua sensibilità? Avrebbe preferito che io fossi una povera giovane donna indifesa, vessata da un uomo violento e canaglia? Mi spiace, ma non funziona così. Giulio Binetti era una merda d’uomo e meritava di avere vicino una donna che lo disprezzasse. Per questo non lo posso aver ucciso io: non solo non avrò nulla, ma ho perso anche il mio divertimento principale –
– Lo tradiva? – chiese secco Graziosi.
La donna lo guardò spalancando gli occhi, poi scoppiò in una risata fragorosa che durò per un minuto intero, e al termine della quale la Rossa dovette asciugarsi gli occhi dalle lacrime.
Graziosi era rimasto impassibile, lo sguardo freddo, in attesa che la risata si spegnesse.
– Lo tradivo? Che domande! Certo che sì. L’ho tradito in tutti i modi possibili e immaginabili, stando ben attenta a farglielo sapere. Faceva parte del pacchetto. – concluse con un sorriso che poteva sembrare innocente, se non fosse stato per le parole appena pronunciate.
– Per cui la sua missione era torturare il Binetti. Fargli passare una vita di sofferenze. Certo, questo rende possibile il fatto che lei non lo abbia voluto uccidere, se vogliamo seguire questo ragionamento contorto. Ma allora mi chiedo, e le chiedo: perché il Binetti avrebbe dovuto continuare a tollerare la sua presenza se oltre a mantenere la sua vita di lusso lei lo disprezzava apertamente, lo tradiva, insomma lo considerava un uomo da niente? –
La Rossa sorrise. Un sorriso dolce, amabile, sensuale.
Si avvicinò a Graziosi e da una distanza poco più lunga di un soffio gli sussurrò:
– Non lo capisci, Maresciallo? Lui mi amava, e non poteva fare a meno di me. – e mentre terminava la frase arrivò quasi a toccare con le labbra Graziosi, che con una spinta la rimandò di colpo a sbattere sulla sedia.
La donna lo guardò con un misto di odio e ammirazione.
– Non faccia questi giochetti con me. Non attacca. Non esprimerò un giudizio personale su di lei, ma mi limiterò a raccogliere prove e a elencare fatti. E se mi convincerò, e convincerò il magistrato, che lei è innocente, sarò lieto di lasciarla andare con tante scuse. Ma se dovessi concludere che lei è colpevole, i suoi tentativi di seduzione non avranno alcun effetto sulla mia capacità di giudizio. – disse trattenendo a stento l’ira.
Ora la Rossa era rilassata e aveva acceso una sigaretta.
Ancora quel gesto, quella mano, quelle labbra.
– L’integerrimo Maresciallo Graziosi. – disse con sarcasmo.
– Pensi quello che vuole. Fatto sta che non mi ha ancora detto nulla che mi aiuti a scagionarla. Comincio a pensare che la galera sia il posto adatto per lei. –
Lo sguardo della donna si fece serio. Spense la sigaretta e guardò Graziosi con durezza.
– Invece sì. Ti ho detto un sacco di cose. Non ci tengo a rimanere in galera, stai sereno. E se sei questo genio delle investigazioni che dici, non avrai difficoltà a trovare il colpevole. Da me non avrai altro. –
La Rossa si alzò, bussò alla porta, e uscì, seguita dal Carabiniere che stupito aveva colto il cenno di assenso di Graziosi.
Il Maresciallo si buttò sulla sedia sbuffando come se fosse stato in apnea fino a quel momento.
Non ne aveva ricavato niente, non aveva uno straccio di idea, e aveva passato tutto il tempo a cercare di capire quella donna, invece che cercare riscontri sull’omicidio.
Non stava andando bene. Per niente, per niente bene.

Uscì dalla stanza e quasi andò a sbattere su Di Capua.
I due uomini si guardarono, lo stesso stupore sul volto.
– Di Capua, che ci fai qui a quest’ora? Non avevi il turno di pomeriggio? – fu Graziosi il primo a parlare.
– Marescià sono le otto e mezza: che ci fa lei qui piuttosto! –
I due si sorrisero; avevano la stessa malattia, lo stesso tarlo che li consumava: non potevano mollare la presa, mai, non finché non avessero capito come stavano veramente le cose.
Graziosi ancora una volta ammirò il suo vice e si congratulò per averlo scelto; pur non credendo fino in fondo alla sua tesi stava comunque dando il massimo per trovare qualche riscontro.
Graziosi pensò con anticipata malinconia al momento in cui Di Capua sarebbe avanzato di grado e avrebbe lasciato la sua caserma. Era un uomo troppo in gamba per fare il suo vice per sempre, ma per il momento godeva della sua capacità investigativa, della sua onestà intellettuale e anche della sua caparbietà tutta napoletana.
Non si stupì quindi di vedere che tornava da casa con i faldoni del caso Binetti, e le occhiaie pronunciate rivelarono al Maresciallo che non doveva aver dormito molto.
– Prendiamoci un caffè Di Capua, per me è solo il terzo e ci vuole tutto, poi mi racconterai cosa hai escogitato –
Caffè in mano i due si avviarono verso l’ufficio di Graziosi dove si sedettero vicini, i documenti appoggiati sulla larga scrivania di legno.
– Marescià, non ho trovato niente – esordì Di Capua causando il disappunto di Graziosi – però forse so dove andare a guardare. –
Graziosi si fece attento. Sapeva che Di Capua era bravo con la lettura dei dati, cosa che a lui non riusciva affatto, anche se mancava di quell’intuizione e sensibilità che invece erano le armi principali del Maresciallo; una squadra perfetta insomma.
– Allora: ho riesaminato tutti i movimenti bancari degli ultimi due anni uno per uno. Non c’è nulla di anomalo. Devo ancora verificare delle fatture legate alla società immobiliare, ma insomma so già che sarà una perdita di tempo: riconosco al volo se un conto bancario è a posto, e quello di Binetti lo è. Così come quello della società. I bonifici in uscita sono regolari a favore della ex moglie, per mantenere lei e i due figli adolescenti, 17 e 15 anni, come dei principi. C’è una sola cosa che non mi quadra ma di cui non ho potuto ancora trovare documentazione: un’uscita unica, di circa 5.000 euro, a favore di una srl di Milano. Ho verificato e si tratta di un broker assicurativo. –
– Un’assicurazione sulla vita a premio unico? – chiese Graziosi con la voce quasi esultante.
– Così pare, ma tra le carte che hanno sequestrato i nostri a casa Binetti non c’è copia della polizza, quindi dobbiamo farla richiedere al magistrato e farcela mandare. Ho già contattato la procura, penso che per le undici potremmo avere copia della polizza –
– Se è un’assicurazione sulla vita avrà dei beneficiari, e forse ci dirà qualcosa sul potenziale assassino… – ragionò Graziosi a voce alta.
Di Capua non fece in tempo a rispondere, perché improvvisamente il cellulare di Graziosi cominciò a squillare con fragore; il nome che comparse sul display mise il Maresciallo di cattivo umore.
Era Desiati, il più bravo – e stronzo – patologo di tutto il Paese.
Anche se Graziosi non lo sopportava rispose al primo squillo: se Desiati chiamava o era per chiedere un favore, in qual caso lo avrebbe liquidato rapidamente, oppure aveva delle novità su Binetti.
– Buongiorno Desiati, come stai? – esordì amichevolmente Graziosi.
– Ciao Graziosi, ti ho svegliato? no? peccato – disse sarcasticamente Desiati – Volevo dirti che ho i risultati delle prime analisi sul corpo del povero Cavalier Binetti. Te li manderei subito ma Ziliani mi ha chiamato ieri per ordinarmi di dare a lui qualsiasi dato su questo caso –
– Ziliani per quanto mi riguarda può andare affanculo anche subito. Il caso lo seguiamo noi, Ziliani sta millantando senza pezze d’appoggio. Mandaci i dati subito così diamo un’occhiata. – concluse Graziosi, ansioso di avere qualche novità.
– Ehhhhh…purtroppo Graziosi vorrei fidarmi di te. Ma ti ricordi quando mi hai fatto perdere una nottata di sonno per fare l’esame sul morbo Ebola ad una vittima, per poi scoprire che ti eri solo divertito alle mie spalle? Beh, mi dispiace, ma allo stato attuale Ziliani mi sembra più affidabile di te. Ti ho chiamato per dirti che se vuoi i risultati dell’autopsia e delle analisi devi chiederli a lui. Ciao ciao… – e attaccò senza attendere risposta.
Graziosi era livido in volto, e incazzato. Più con se stesso per essersi voluto togliere qualche tempo prima la soddisfazione di far lavorare a vuoto Desiati, che con il medico stesso.
Purtroppo ora aveva bisogno dei risultati dell’autopsia e Ziliani non glie li avrebbe mai dati, se non in tempi biblici.
Avrebbe potuto chiedere ai suoi superiori di ordinarglielo, ma sarebbe sembrato debole e avrebbe anche dovuto spiegare per quale motivo Desiati ce l’aveva con lui.
No. Non poteva.
Avrebbe dovuto fare altrimenti, ma non aveva idea come ottenere quei risultati.
La mattinata passò tra incombenze burocratiche, denunce di basso livello, un paio di telefonate e finalmente, verso mezzogiorno, Di Capua entrò di corsa nel suo ufficio, chiudendo la porta.
– Ce l’ho! – disse.
– La polizza? – chiese Graziosi?
Di Capua annuì.
– Non l’ho ancora neanche guardata – disse – ho preso il fax e mi sono precipitato da lei –
Graziosi sorrise compiaciuto poi si mise a sfogliare le pagine del contratto.
Era effettivamente un’assicurazione sulla vita a premio unico del valore di circa 800.000 euro.
Ed era a favore di…Giovanna Santi.
Graziosi rilesse il nome un paio di volte anzi, un paio di milioni di volte.
Giovanna Santi.
Non riusciva a crederci.
– Ormai non ci sono più dubbi, Marescià – disse Di Capua con un tono di voce che voleva essere consolatorio.
Graziosi non rispose.
Poi si alzò di colpo, prese la documentazione, la mise in una cartellina e uscì senza una parola dall’ufficio, seguito da Di Capua che non capiva cosa fosse preso al Maresciallo.
Graziosi si rivolse al Carabiniere che si trovava di guardia alla cella e ordinò che la Rossa fosse fatta uscire.
– La prendo in consegna io – disse
La donna si alzò lentamente da una brandina senza tradire emozione.
Solo il solito sorrisetto ironico rivolto al Maresciallo.
Mentre Graziosi prendeva per un braccio la donna ammanettata e la spingeva verso l’uscita Di Capua chiese:
– Ma dove andiamo, Maresciallo? Dove la portiamo? –
– Ho trovato il modo di farmi dare i risultati dell’autopsia da Ziliani. – rispose senza dare ulteriori precisazioni Graziosi.

Ziliani era stato trasferito a Piazzale Clodio e comandava il distaccamento del tribunale di Roma.
Graziosi lo fece chiamare e si trattenne a stento dal tornare sui suoi passi quando vide l’espressione di Ziliani, che si sentiva chiaro trionfatore della battaglia sul suo “collega”.
Graziosi indossò la faccia più contrita che aveva nel suo repertorio, e consegnando la “Marchesina” Santi agli uomini di Ziliani disse:
– Niente. Non abbiamo trovato niente. Alla fine a quanto pare avevi ragione tu. A malincuore mi tocca ammettere che stavolta il mio intuito mi ha servito male. Direi che il caso lo possiamo chiudere qui. Mi ha detto Desiati che i risultati dell’autopsia ce li hai tu: se me li dai li allego al faldone e in un paio di giorni mando tutto al Magistrato per la chiusura delle indagini e l’eventuale rinvio a giudizio –
Ziliani si fece portare una cartellina, poi si rivolse ai due:
– Meglio così, Graziosi. Mi avete fatto arrabbiare, ma a quanto pare non avete ancora perso il lume della ragione e mi avete risparmiato di farvi chiamare dal Procuratore Capo. Scrivete una bella relazione e mandate tutto in Procura entro domani. Poi sarete liberi di tornare ad occuparvi dei vostri casi – concluse magnanimo.
Graziosi prese la cartellina e salutò senza una parola.
Quando furono in macchina Di Capua chiese al Maresciallo:
– La finiamo qua veramente? –
Graziosi si girò a guardarlo.
– Non è stata lei –
Di Capua non poté trattenersi e alzò gli occhi al cielo, anche se il tettino della macchina ridusse l’efficacia metaforica del gesto.
– Ma scusi, allora perché… –
– Mi servivano quei dati, e l’unico modo per averli era di far credere a Ziliani che abbiamo abbandonato l’indagine. –
– Ma ora con l’assicurazione a suo nome… –
– Appunto. Hai visto quella donna? Ti sembra una stupida? Di Capua, quella si può prendere gioco di tutto il comando dei Carabinieri, me e te inclusi, e non ce ne accorgeremmo neanche. Tu pensi che se lei avesse voluto fare fuori il Binetti senza che noi avessimo sospetti non ne sarebbe stata capace? Credi che lo avrebbe ucciso così…volgarmente? Pensi che abbia qualche vaga speranza di prendere quei soldi se dovesse risultare colpevole? – Fece una pausa e accostò l’auto al marciapiede per riflettere e riprendere fiato.
– Non è stata lei, ti dico, ora ne sono convinto. Il problema ora è… –
– Il problema è che abbiamo solo ventiquattro ore per dimostrarlo – concluse Di Capua.
Graziosi annuì, poi ripartì facendo stridere gli pneumatici.

In pochi minuti arrivarono alla stazione, e senza neanche darsi pena di togliersi le giacche aprirono freneticamente il responso autoptico stilato da Desiati.
Pagine e pagine di dati, organi catalogati nel loro stato di usura, termini tecnici che ormai conoscevano bene, ma sapevano che una sola cosa contava: capire se l’omicida era compatibile con la Santi.
Cercarono la sezione in cui si descrivevano i colpi: le ferite combaciavano esattamente con la lama del coltello trovata in mano alla Rossa; il loro numero era sufficiente ad ammazzare Binetti tre o quattro volte; i colpi erano stati sferrati da un destro come la Santi, e la direzione dei colpi, la loro distribuzione, la forza e l’altezza erano compatibili con la corporatura e la muscolatura della donna.
Di Capua di buttò su una poltrona sconsolato mentre Graziosi riguardava tutto il corposo documento, borbottando tra sé e sé. Non poteva credere di essere arrivato alla fine del sentiero e che non avesse trovato niente.
Improvvisamente batté due o tre volte il dito su una pagina.
– Di Capua, vieni qui! Guarda! – urlò quasi al suo vice, che si precipitò a guardare – leggi cosa c’è scritto qui! –
– “La vittima aveva avuto un rapporto sessuale recentemente, probabilmente poco prima del decesso” – lesse Di Capua senza capire – Beh, sì, l’avevo visto, Marescià, e allora? –
– L’avevi visto e non mi avevi detto niente? – chiese quasi offeso Graziosi – Ma come? Non capisci? La Santi litiga con il Binetti e se va via, poi rientra, litigano di nuovo, poi a quanto pare fanno sesso, e poi? Lei improvvisamente l’ammazza? –
– Magari hanno litigato di nuovo… – disse Di Capua tentativamente.
– No no no – scosse la testa Graziosi – questo comportamento non è coerente. Quella donna non è pazza, è in perfetto controllo di se stessa. Non è una persona che commette un omicidio in preda all’ira. Credo che ci possa essere un’altra persona che potesse desiderare la morte di Binetti, e che forse ha meno autocontrollo. – concluse Graziosi.
– Immagino che ora andiamo a trovare la ex moglie… – sospirò Di Capua alzando gli occhi al cielo.
Graziosi gli lanciò un’occhiataccia, ma stavolta non disse niente. Aveva forse trovato un piccolo appiglio, e non voleva perderlo di vista.

La ex moglie di Binetti, o meglio la moglie visto che il divorzio non era ancora esecutivo per via di lungaggini burocratiche e battaglie in tribunale tra i due, viveva insieme ai due figli, due maschi di 17 e 15 anni, in uno splendido appartamento ai Parioli, intestato alla società del defunto Cavaliere, di cui egli pagava tutte le spese insieme al mantenimento della moglie – che non lavorava – e dei figli, inclusa la costosissima scuola inglese a cui lei aveva insistito per mandarli.
– I rapporti con il mio ex marito non erano buoni. – disse la signora Serena Dalleri in Binetti usando un eufemismo – Di fatto non ci parlavamo da mesi, se non tramite gli avvocati e anche con i figli le cose non andavano bene. In teoria avrebbero dovuto passare due week end al mese con il padre ma non potevano sopportare quella donna, quella sanguisuga assassina. E come dargli torto! L’ultima volta che erano stati dal padre erano tornati disgustati dopo una giornata –
– Signora Binetti – disse affabile Graziosi usando il cognome del marito come cortesia – lei è a conoscenza di un’assicurazione sulla vita che Binetti aveva intestato alla signora Giovanna Santi? –
La donna diventò rossa per la rabbia.
– Per favore non chiami “signora” quella poco di buono! Una donna senza arte né parte, che ha raggirato quel fesso di mio marito, con tutto il rispetto per la sua anima, e che non solo si è fatta intestare l’assicurazione, ma è anche beneficiaria di molti suoi beni nel testamento. Immagino che ora non le spetti più nulla, vorrei sperare! –
Graziosi bevve il caffè che gli era stato offerto, osservando in silenzio la donna.
– No, certo. – disse infine – Se verrà condannata in via definitiva non potrà godere né dell’assicurazione né dell’eredità e tutto andrà, in parti uguali, a lei e ai suoi due figli come eredi legittimi –
Osservò la reazione della donna a questa informazione, che però a quanto pare conosceva già perché non tradì alcuna emozione.
Il resto della conversazione fu più che altro uno sfogo della donna verso il marito e la Santi, e quando Graziosi ebbe la certezza che non ne avrebbe più cavato nulla di utile concluse rapidamente l’incontro e insieme a Di Capua si diresse verso la macchina.
Mentre stavano per salire, il cellulare di Di Capua squillò: era la Procura.
Il vice rispose e mentre pronunciava dei “sì”, “certo”, “va bene”, “ora lo avverto”, guardava Graziosi sempre più accigliato.
Lo sguardo interrogativo del Maresciallo fu soddisfatto da un Di Capua serissimo alla fine della conversazione:
– Ci avvisano che il PM ha ottenuto il processo per direttissima, e che la Santi ha chiesto di patteggiare. L’udienza è tra tre giorni e lei dovrà testimoniare come responsabile delle indagini –
– Tre giorni! Non si è mai visto in Italia! Qui qualcuno vuole costruirsi una carriera sulle spalle della Santi, e credo di sapere chi sia –
Salirono rapidamente in macchina e per poco Graziosi non raschiò la fiancata contro un muretto, per la rabbia che aveva dentro.

Tre giorni dopo, mentre Graziosi e Di Capua prendevano le scale del Tribunale per dirigersi verso la sala dell’udienza, incrociarono lo sguardo di Ziliani che in piedi sulla scalinata era attorniato dalla stampa, e stava spiegando come avevano brillantemente consegnato la Marchesina alla giustizia.
Un giornalista chiese incautamente:
– Ma le indagini non sono state coordinate da Graziosi, della caserma Nomentana? –
Ziliani si stizzì molto a questa domanda e fulminò il reporter con uno sguardo.
– Lo stimatissimo collega Graziosi ha condotto le indagini preliminari, ma poi, dato che non era convinto della colpevolezza della signorina, ha preferito lasciar completare le fasi investigative a noi. Sono grato al collega per la preziosa collaborazione nella raccolta dei dati, che ci ha permesso l’analisi completa e definitiva della situazione. –
Graziosi, indeciso se avvicinarsi a Ziliani e mollargli un cazzotto sul naso o tornarsene a casa, fece alla fine un sorrisetto e si infilò nel metal detector, per inoltrarsi nei corridoi della Procura fino all’aula designata.
All’interno era già stata portata la Rossa, che si girò a guardarlo e gli fece un cenno di saluto con la mano, allegra come se stesse andando ad una gita scolastica.
La signora Binetti e i due figli erano sul lato opposto della piccola aula. La donna guardava la Santi con odio, mentre i due figli, imbronciati, avevano un atteggiamento di distacco tipico degli adolescenti.
Ziliani entrò poco dopo seguito da una decina di giornalisti, e finalmente all’ingresso del giudice monocratico si iniziò il processo vero e proprio.
Parlarono il PM e il difensore, furono elencati i capi d’accusa e le prove a carico dell’imputata, Desiati espose i risultati dell’autopsia, le cose insomma si mossero rapidamente; la situazione era chiara e nessuno, neanche la Rossa, aveva voglia di perdere tempo.
Finalmente Graziosi fu chiamato a testimoniare.
Il giudice chiese le sue generalità, fece qualche domanda di circostanza, poi chiese a Graziosi:
– Maresciallo, qua c’è scritto che la Santi avrebbe ammesso la sua colpevolezza in un interrogatorio con lei, che però non è stato verbalizzato. Mi spiega questa anomalia? – chiese il Giudice irritato.
– Chi avrebbe scritto questa cosa, se posso chiedere, Signor Giudice? –
– E’ nella relazione di chiusura delle indagini firmata dal Capitano Ziliani – rispose il Giudice.
– Capisco. Vede, Signor Giudice, il verbale non c’è semplicemente perché io non ho condotto nessun interrogatorio formale con l’imputata. Ho solo avuto una conversazione generica, nella quale ho constatato l’assoluta mancanza di collaborazione della donna. – disse Graziosi guardando Ziliani con odio – Inoltre in quella conversazione la Signora Santi non ha assolutamente ammesso alcuna colpevolezza. Se lo avesse fatto ovviamente avrei trascritto la conversazione e l’avrei fatta firmare come da procedura. Ma comunque, anche se lo avesse dichiarato, sarebbe stato irrilevante ai fini di questo processo. Perché vede, Signor Giudice, la Signora Santi è innocente. Non ha ucciso lei il Cavalier Binetti –

Se una bomba fosse esplosa all’interno dell’aula avrebbe fatto meno rumore.
Dopo un lunghissimo secondo di silenzio, necessario a tutti i protagonisti affinché il concetto venisse assorbito e metabolizzato dai neuroni, improvvisamente l’aula si trasformò in un campo di battaglia.
Gente che urlava, Ziliani paonazzo, la Santi che guardava Graziosi a bocca aperta, il Giudice che gridava nel microfono, i giornalisti improvvisamente tutti al telefono per comunicare con le redazioni.
L’unico impassibile era Graziosi, insieme con il suo vice Di Capua che lo guardava soddisfatto dalle file in fondo all’aula.
Ci vollero cinque minuti, ma finalmente il Giudice fu in grado di riprendere le fila del processo.
– Maresciallo Graziosi, vediamo se ho capito bene. Voi, intendo dire l’Arma dei Carabinieri e la Procura, mi avete portato a processo per direttissima un’imputata che ha anche chiesto il patteggiamento, dichiarando prove schiaccianti al limite della flagranza di reato, e lei ora mi viene a dire che non è vero? Stiamo forse prendendo in giro la Magistratura, la Repubblica, il Paese? – chiese retoricamente il Giudice.
– Signor Giudice, capisco la sua reazione e la condivido. Sfortunatamente come ha appena dichiarato il collega Ziliani alla stampa, e la dichiarazione potrà vederla su tutti i telegiornali di stasera – disse con malcelata soddisfazione Graziosi – ad un certo punto l’imputata e i dati dell’indagine sono stati presi in consegna dal comando in stanza qui al Tribunale. Io ho cercato di esprimere i miei dubbi, ma come potrà facilmente verificare la decisione di procedere per direttissima e in tempi così rapidi è stata presa altrove. Io ho continuato comunque per conto mio a indagare sul caso e a ragionarci sopra, e mi sono convinto che l’imputata non sia colpevole –
Il Giudice guardò Graziosi, chiaramente indeciso se farlo arrestare per oltraggio alla corte o sentire cosa aveva da dire.
La fama del Maresciallo come persona seria, capace, e onesta, fece pendere la bilancia per questa soluzione.
– Le dò due minuti Graziosi per esporci la sua tesi. Se non mi convince il prossimo processo di oggi vedrà lei, come imputato –
Graziosi ringraziò con un cenno del capo, si schiarì la voce, e attaccò.
– Nella mia esperienza, Signor Giudice, diffido sempre dei casi facili. Delle prove “schiaccianti” come si suol dire. E’ vero, talvolta è possibile risolvere casi in maniera rapida ed efficiente. Ma quando si commette un grave errore investigativo, lo si commette sempre con i casi facili. Quelli che sembrano già risolti; quelli in cui il colpevole è chiaramente identificato. E non si guarda più da nessun’altra parte. Io invece per formazione, cultura ed esperienza, non mi fermo mai alla prima soluzione. –
Prese un bicchiere d’acqua prima di continuare.
– Esaminiamo la situazione in questo caso. La Santi è una donna cinica, intelligente, affascinante, e il Binetti è pazzo di lei. Lei lo controlla al punto di farsi intestare un’assicurazione e di farsi nominare in un testamento olografo che può trovare allegato agli atti. Lo tradisce ripetutamente, e si premura di farglielo sapere. Lo disprezza e lo sfrutta. Ora: per quale motivo una donna del genere, così in controllo di se stessa e della situazione, dovrebbe uccidere il Binetti? E poi, se anche lo avesse voluto uccidere, avrebbe fatto in modo che sembrasse un incidente. Pensate che non ne sarebbe capace? Guardatela, non ha ancora mosso un muscolo. – tutti si girarono a guardare la Rossa, compreso il Giudice: lei sorrideva perfettamente a suo agio, come se fosse ad un tè tra signore invece che in un’aula di tribunale a rischiare quindici anni di galera.
– E’ una donna spietatamente capace di programmare la sua vita, e di fare sempre la cosa giusta e che le conviene. Anche quando perde le staffe e litiga con il Binetti e va via non perde il controllo. Fa un giro, cerca di calmarsi, probabilmente ragiona su cosa le conviene più fare. Alla fine torna a casa, il Binetti è ancora infuriato ma…come ci dice il buon Desiati, i due ad un certo punto iniziano un rapporto sessuale. Ecco. La Santi ha di nuovo sotto controllo il Binetti. Lo ammansisce, lo prende da dentro e lo ribalta come un calzino. Perché dovrebbe ucciderlo? –
Graziosi si guardò intorno e vide che tutti erano presi dal suo racconto.
Bene, pensò.
– No signor Giudice. Io ho un’altra spiegazione del fatto che la Santi si sia fatta trovare con un coltello in mano, l’arma del delitto, sporca di sangue, non abbia cercato di scappare, e ora abbia accettato di patteggiare. –
La tensione si tagliava con il coltello in aula. Prima di parlare Graziosi guardò la Rossa. Ora non era più serena.
Dentro di sé probabilmente si stava chiedendo: “lui non può veramente aver capito…”.
– Perché vede Signor Giudice, la signora Santi sa benissimo chi è il colpevole, e non vuole rivelarlo –
Ziliani scattò in piedi, paonazzo.
– Graziosi! che cazzo di storia ci stai propinando? –
Il Giudice si girò con rabbia verso il Capitano.
– Se sento ancora un’altra parola proveniente da lei, Ziliani, giuro che la faccio arrestare immediatamente –
Nessuno osava fiatare.
Il Giudice si rivolse a Graziosi.
– A questo punto Maresciallo vuole essere così gentile da dire anche a noi chi è il colpevole? –
Graziosi guardò la Rossa.
Lei capì che lui sapeva tutto.
Le rughe verticali in mezzo agli occhi erano diventate due solchi; gli occhi brillanti; cominciò a fare di no con la testa, quasi una preghiera.
Graziosi distolse lo sguardo.
– Certo Signor Giudice. Vede, tutto ruota intorno al rapporto che il Binetti aveva con la Santi. Lui era soggiogato da quella donna. E per lei aveva tralasciato la sua famiglia, la sua ex moglie, i suoi figli, e aveva anche deciso di lasciare a lei i suoi soldi e i suoi beni. Capisce che questo non è accettabile per una ex moglie che vive di fatto alle spalle del marito, e che non solo vede un’altra donna accanto a lui, ma che vede messa in pericolo il benessere economico della SUA famiglia, e dei SUOI figli. –
– Sta forse dicendo che il Binetti è stato ucciso dalla ex moglie? – chiese stupito il Giudice mentre il mormorio in aula diventava più intenso.
Graziosi lanciò un altro sguardo alla Rossa. Aveva le mani alla bocca e le lacrime che scendevano piano dagli angoli degli occhi stavano tracciando una linea nera sulle guance. Aveva smesso di fare di no con la testa perché aveva capito che Graziosi non si sarebbe fermato. Non più.
– Era un possibilità. Ci abbiamo pensato – disse facendo cenno a Di Capua con la testa – Era coerente con l’assenza di effrazione. Il Binetti poteva averle aperto, forse avevano discusso, lei lo aveva ucciso mentre magari la Santi era in un’altra stanza. Possibile; l’assicurazione e l’eredità erano un movente sufficiente. Ma poi ci siamo chiesti: “che senso aveva per la ex moglie andare in piena notte dal Binetti? e perché la Santi si sarebbe fatta trovare con l’arma del delitto in mano? Se avesse visto la ex moglie uccidere il cavaliere, forse non avrebbe tentato di fermarla, ma di certo avrebbe subito chiamato le forze dell’ordine e avrebbe raccontato tutto. E non avrebbe patteggiato ad un processo, innocente, per salvare la sua rivale. –
La Santi aveva la testa tra le mani ora. Ma Graziosi non poteva fermarsi.
– No, Signor Giudice. La persona che ha ucciso Binetti lo odiava, per colpa di quella donna che era entrata nella sua vita e per il danno che stava provocando alla sua famiglia, ma non è la ex moglie. E’ una persona che si è recata a casa della vittima di notte perché non voleva farsi scoprire, e perché sperava di riuscire ad incolpare la Santi, come poi è successo. E’ una persona che è stata fatta entrare in casa dalla vittima senza che sospettasse nulla. Ed è una persona che la Santi ha deciso di proteggere, anche a costo di pagare per un delitto che non ha commesso. Perché vede, Signor Giudice, nonostante tutto ciò che si è detto di lei dentro e fuori da quest’aula Giovanna Santi non è una persona senza cuore. Si era veramente affezionata ai figli del suo compagno. E non poteva lasciare che il più grande, un ragazzo ancora minorenne, finisse in carcere per l’omicidio del padre. –
A queste parole l’aula esplose di nuovo.
La moglie di Binetti guardò il figlio maggiore, che scoppiò a piangere in maniera irrefrenabile. Ziliani non riusciva a riportare la mandibola al suo posto.
La Santi aveva la testa chiusa nell’incavo delle braccia e continuava a scuotere la testa.
Di Capua fece un cenno di assenso e congratulazioni al suo capo, che però, ancora seduto a fianco del Giudice, non era affatto felice.
Quando la situazione tornò ad una calma almeno momentanea il Giudice chiese con delicatezza a Graziosi:
– Maresciallo, è sicuro di quello che dice? Voglio dire…stiamo parlando di un delitto grave… –
Graziosi annuì.
– Sì Signor Giudice. Una volta giunti a questa conclusione abbiamo fatto qualche riscontro. Il ragazzo è stato furbo, ha lasciato il cellulare a casa per non essere tracciato, e ha fatto un percorso per arrivare a casa del padre che evitasse le strade principali. Sfortunatamente per lui in questa città ci sono abbastanza telecamere di sorveglianza per averci permesso di individuarlo sul suo scooter all’orario giusto e nella direzione giusta. Il colpevole è lui e penso, da come vedo che ha reagito, che ve lo dirà spontaneamente. Credo che Giovanna Santi possa essere liberata subito. –
Il Giudice annuì e Graziosi si alzò.
Lasciò l’aula e si diresse al bagno a vomitare.

Quando uscì dal retro trovò la Rossa insieme a Di Capua che lo aspettavano.
– Io vado in caserma Marescià. Se ha bisogno di me sa dove trovarmi. – disse Di Capua salutando. Non c’era bisogno di parole tra i due uomini per capirsi.
La Rossa stava sorridendo.
Ma non era il sorriso malizioso, furbo, cinico di qualche giorno prima.
Era un sorriso aperto, con gli occhi che brillavano, le labbra che ogni tanto si increspavano nell’imbarazzo.
– Immagino che dovrei ringraziarti, Graziosi –
Il Maresciallo scosse la testa.
– Non c’è bisogno di ringraziarmi, mi creda –
– Ah certo – disse lei amara – Verità e Giustizia. Non l’avresti mai fatto per una come me. –
Graziosi non rispose.
– Sto andando a casa – disse la Rossa, mentre si mordeva le labbra e si torturava le mani con le unghie. – Vuoi venire con me? – chiese.
– Posso farla accompagnare da un mio collega, se ha bisogno di un passaggio – rispose Graziosi apparentemente impassibile.
La donna abbassò lo sguardo a terra e continuò a muovere nervosamente le mani. Poi dopo un tempo lunghissimo alzò di nuovo la testa.
Era seria ora, ma lo sguardo era rimasto dolce.
Si avvicinò a Graziosi e gli diede un leggero bacio sulle labbra.
Lui non reagì. Non la respinse, ma non fece nulla per attirarla a sé, e lei si staccò subito.
– Vedi Maresciallo – disse la Rossa con un tono di voce bassissimo, quasi un sussurro – Io sono così perché gli uomini che ho incontrato nella mia vita erano tutti come Binetti. Persone grette, interessate solo ai soldi e al potere, e io li ho sfruttati perché li disprezzavo. –
Si fermò un attimo, cercava le parole.
– Se avessi conosciuto altri come te, chissà, forse sarei una donna diversa. E forse tu ti saresti potuto interessare a me. –
Graziosi continuò a guardarla negli occhi, ma non disse nulla.
Lei fece un leggero sorriso, poi si voltò e andò via, i capelli rossi che ondeggiavano lentamente nella brezza di Roma.


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La donna-profumiera

Nel mio recente post su “Alcuni fenotipi di donne da evitare assolutamente”, che potete leggere qui, ho citato en-passant la donna-profumiera senza darne una descrizione.
Da più parti mi è giunta la richiesta di chiarire in cosa consista questa tipologia di donna.
Avrei voluto rispondere che la descrizione della donna-profumiera non ci sta bene in un post concepito come “avviso ai naviganti”.
Che è bene che ogni uomo si vaccini contro i danni da donna-profumiera, e che vaccinandosi eviterà contagi più gravi.
Ma siccome alla fine mi sono detto “chi sono io per fare il paternalista”, ecco svelato l’arcano.
Non dite che non vi avevo avvertito, però.

La donna-profumiera è il tipo di donna più universalmente diffuso,
Infatti ella è semplicemente una donna.
Potrebbe sembrare un’affermazione tautologica, ma è la pura e semplice verità.
TUTTE le donne, in un dato momento della loro stagione, sono o saranno donne-profumiere. Nessuna esclusa.
Poi si trasformeranno in qualcos’altro, in una donna-chioccia, una donna-lavatrice, in uno qualsiasi dei millemila fenotipi noti all’uomo (o anche in uno a egli ignoto).
Ma in quel preciso momento della sua vita, per voi, e solo per voi, una donna sarà una donna-profumiera.
Per quanto ogni uomo che abbia superato l’età della ragione (attestato secondo gli ultimi studi intorno ai 45/50 anni) sappia di cosa parliamo, è meglio ribadire che la donna-profumiera è solo una fase temporale di una donna.
Si pone infatti in quel preciso passaggio che porta la donna verso una specializzazione ulteriore, che comunque ognuno di noi conosce e apprezza, tutto sommato.
Sì, perché la donna-geisha, la donna-uccellino, la donna-artista, etc hanno tutte una cosa in comune: ve l’hanno ormai data.
Poi possono diventare insopportabili, eccessive, addirittura fastidiose, ma intanto voi avete attinto alle sue grazie; e in alcuni casi ripetutamente e con una certa soddisfazione.
Con la donna-profumiera tutto ciò è impossibile.
Attenzione: non bisogna assolutamente confondere la donna-profumiera con altre tipologie di donna che non la danno (scusate il gioco di parole), come ad esempio la donna-monaca, la donna-racchia, la donna-frigida e altre analoghe categorie.
Per due buonissimi motivi.
Prima di tutto, la donna-profumiera la dà. Ma non a voi. Né ora, né mai.
Poi la donna-profumiera gioisce nel non darvela.
Lei non si limita a negarvela, a respingervi, a tenervi lontano, a resistere alle vostre advance.
No.
Lei ve la fa annusare.
Sempre e rigorosamente da lontano, si intende, hai visto mai voleste avvicinare pericolosamente il naso.
E usa delle tecniche specifiche per portarvi alla follia da profumaggio.
I più giovani e inesperti tra di voi potrebbero avere la tentazione di chiedersi “perché?”.
Ma la risposta è semplice: la donna-profumiera è insicura. Ha bisogno di voi, della vostra adorazione, di essere la vostra droga, di potervi comandare a bacchetta, di vedervi pronti a tutto per lei, nella speranza di un evento che non si verificherà mai.
Non con voi, quanto meno.
Perché come detto prima o poi la donna-profumiera, come la pupa si trasforma in farfalla, evolverà in una delle categorie che già conoscete bene, facendo felice prima e infelice poi un uomo. Un altro uomo, si intende.
Talvolta la donna-profumiera, soprattutto in età giovanile, subisce questa metamorfosi in parallelo.
E quindi mentre con voi profumeggia, con un altro recasi in camporella per dispiegare le ali e diventare finalmente la donna-geisha che ha sempre sognato di essere.
In questi casi l’uomo implume può avere l’illusione che basti seguire la scia, per mettere poi la freccia e arrivare a meta.
Niente di più sbagliato; perché la donna-profumiera potrebbe avere un numero illimitato di fidanzati e non concederebbe comunque le sue grazie al suo profumatissimo uomo che la adora, anche perché sa bene che nel 99% dei casi egli scomparirebbe subito dopo alla velocità della luce.
La donna-profumiera può esistere in natura in diverse gradazioni.
La più diffusa è la profumiera totale, di solito una giovane donna che dal primo istante mette in chiaro di volere solo una bella amicizia con il profumato, ma lasciando intendere che magari…in un remoto futuro…
E mentre il disgraziato si fa irretire da questa falsissima, sottintesa promessa, lei gli racconta tutti i suoi amori, con dovizia di particolari, e spiegazione dettagliata di tecniche di kamasutra.
Ma tutto sommato la profumiera totale è un tipo abbastanza onesto di donna-profumiera.
Ci sono invece quelle più subdole, magari di età non proprio adolescenziale, le quali sanno bene che a un uomo che abbia superato i venti anni non basta più un’idea di profumo.
Allora magari si lasciano andare a qualche bacio, una pomiciatina al cinema durante un film dei Vanzina, nei casi più carogna anche degli accenni di paradiso.
L’uomo che venga così profumato è convinto che con la costanza, il servilismo, e le sue indubbie doti intellettuali e fisiche (che non possiede, altrimenti avrebbe già concluso) possa prima o poi trasformare la donna-profumiera nella sua donna-tuttosesso.
Non sa, il disgraziato, che di questi casi la rivista Nature ne segnala in tutto cinque o sei, un paio nel Borneo e gli altri in Amazzonia, ma nessuno nei paesi OCSE.
Va da sé che quando il poveraccio si sarà finalmente consumato di desiderio (e di altro) la donna-profumiera lo abbandonerà al suo destino, veleggiando gaiamente verso un’altra vittima.

Come individuarla per tempo: tre, questo è il numero magico. Recenti studi epidemiologici sulla popolazione femminile mondiale hanno stabilito con una precisione di sei sigma che se non ve l’ha data entro tre uscite, non ve la darà più.
Come liberarsene: la donna-profumiera non è sola nel suo ecosistema. Sicuramente ha tra le sue amiche una donna-tuttosesso. Individuatela, o fatevi individuare, e salutate per sempre la profumiera. La vostra vita sarà bellissima. Per poco, cioè.

Profumi

Pendolari

Alla stazione di Treviso, il treno dei pendolari si svuota lentamente; è l’ultimo della giornata, dopo le 20 bisogna avere la macchina per tornare a casa.
La maggior parte delle persone ha affollato quello delle 17, tutti quelli che lavorano nella zona industriale, impiegati, insegnanti.
La sera ci sono i professionisti, i manager in carriera, i ragazzi – o le ragazze – che tornano dalle morose, o le vanno a trovare.
Il vagone è ormai vuoto, tranne per una donna, appoggiata al cuscino laterale del sedile, addormentata. Le persone che sono uscite l’hanno guardata distrattamente.
La trova un addetto alle pulizie, che la scuote per farla svegliare.
La donna è giovane, è bella, i capelli biondi lunghi, pettinati da un lato.
Degli orecchini semplici, un tailleur elegante, delle scarpe con un tacco di almeno dieci centimetri.
L’uomo capisce che è morta solo quando nota il rivolo di sangue che le scorre sulla guancia sinistra e gli imbratta la mano.
L’addetto spara una bestemmia nel suo dialetto, e corre giù dal treno a chiamare la Polizia.

Il convegno sulle nuove tecniche investigative è stato fortemente voluto dal Ministero degli Interni e dalla Difesa, per suggellare la collaborazione tra le forze di Polizia, che negli ultimi tempi ha portato importanti risultati nella lotta contro la criminalità comune e quella organizzata.
Due giorni di lezioni, presentazioni, dibattiti, e poi ancora incontri tecnici, cocktail politici, cena di gala.
Un impegno gravoso, e ancora di più per chi, come il Maresciallo Graziosi, ha da sempre rifuggito gli impegni istituzionali, la divisa, le cene per ingraziarsi questo o quel superiore.
Ma il Comandante era stato chiaro: tu parteciperai, e non solo, ti lasciamo anche la presentazione a chiusura dei lavori, perché sei giovane, hai successo, e sei anche un gran figo.
E così aveva dovuto rispolverare la divisa, farla stringere un po’ perché aveva perso qualche chilo, e smadonnare una settimana davanti al computer per mettere insieme la presentazione, mentre il suo vice, Di Capua, lo prendeva per il culo senza parlare, solo con gli occhi.
Lui lo fulminava con lo sguardo, ma assaporava il gusto della vendetta. Aveva detto al Comandante che i suoi successi erano anche del suo vice – e lo pensava veramente – e che avrebbe meritato di partecipare anche lui. E così anche Di Capua si era dovuto sorbire i due giorni del convegno, ed ora era in prima fila, la faccia torva, a sentire il suo capo che propinava le sue verità ad una folla di colleghi, equamente divisa tra scettici e adoranti.
Il Comandante dei Carabinieri, anch’egli in prima fila, annuiva ad ogni passaggio, e ogni tanto parlottava con il Capo della Polizia, che gli sedeva accanto, e che annuiva anche lui per cortesia.
– …il processo investigativo è una gara a chi fa meno errori – stava concludendo Graziosi – non esiste il delitto perfetto, il delinquente perfetto, ma neanche l’investigatore perfetto. Spesso i dati sono sotto i nostri occhi. Talvolta dobbiamo aspettare un errore del nostro avversario, ma una cosa è certa: in questa gara, chi fa meno errori vince. Grazie –
L’applauso scattò convincente, Graziosi era un uomo di poche parole, ma quando serviva sapeva parlare.
Mentre i colleghi si andavano a congratulare, fece un cenno di intesa a Di Capua; avevano già le valigie pronte, e il biglietto in mano. Con questa scusa sarebbero scappati via subito, e tra qualche ora al massimo sarebbero arrivati a casa.
Non visti, nella calca generale, due uomini in divisa grigia percorsero il corridoio centrale della sala, e si avvicinarono ai Comandanti. Avevano anch’essi la serietà e il portamento da graduati.
Dopo un paio di minuti, Graziosi si sentì toccare la spalla dal Comandante.
– Il Capo ti vuole – il Capo era in gergo il Comandante dell’Arma.
Incredibile, pensò Graziosi, il Capo che ti fa un complimento.
Capì che si sbagliava quando ne vide l’espressione.
– Graziosi – disse con il tono stentoreo che conosceva bene – questi sono due colleghi della Polizia Ferroviaria. Hanno saputo che eravamo in città e ci chiedono aiuto per un omicidio appena avvenuto. Ho concordato con loro che avremmo messo a disposizione un investigatore. Mi è piaciuta la tua presentazione, per cui ho pensato di chiederti di collaborare. Rimarrai a Treviso per qualche giorno, per dare una mano nelle indagini –
Graziosi rimase a bocca aperta, si girò per guardare il Comandante, che fece spallucce, poi Di Capua, che aveva già messo in moto i globi oculari sparandoli contro il soffitto, poi tentò di dire:
– Veramente noi stavamo per… – si bloccò perché il suo Comandante gli aveva afferrato il braccio e glie lo stava stritolando.
– …certo Comandante, ne saremo lieti – concluse.
Quando furono soli, il suo Comandante gli disse:
– Graziosi, non possiamo rifiutarci. Questi stanno nel marasma e si sono ritrovati una morta su un treno. E a peggiorare le cose ci sta che la donna morta è la figlia del Sindaco di Treviso. Ho dato la tua disponibilità e il Capo se l’è spesa. Punto. Mettiti l’anima in pace e trovami lo stronzo che ha ammazzato la ragazza –
Graziosi annuì, poi uscì seguito da Di Capua.
Lasciarono le valigie nella hall dell’albergo, e insieme ai due della Polizia ferroviaria si diressero verso la stazione, che era a soli dieci minuti.
– Per curiosità, come mai siete venuti a chiedere il nostro aiuto? Non avete un’unità investigativa? –
– A dire il vero, no – rispose uno dei due – anche perché che io mi ricordi, omicidi sui treni da queste parti non sono mai avvenuti. Per qualche fatto più grave, di solito ci appoggiamo al comando di Polizia di Treviso. Ma sono impegnati in un’operazione antidroga, e non ci possono aiutare. –
E vaffanculo anche alla droga, pensò Graziosi, e forse anche Di Capua stava pensando la stessa cosa, dalla faccia che faceva.

Arrivati alla stazione, Graziosi non si perse in convenevoli, chiese subito quale fossero il treno e il vagone, e seguito da Di Capua salì di corsa i gradini che immettevano nello scompartimento.
Dentro c’erano un paio di poliziotti, e un tipo in giacca e cravatta che li vide in divisa e si affrettò a presentarsi.
– Buongiorno – disse con una voce stridula che si adattava benissimo alle sue dimensioni non propriamente da giocatore di rugby – sono l’Ingegner Lorenzon, il responsabile locale di Trenitalia della stazione di Treviso – strinse la mano ai due Carabinieri.
– Buongiorno Ingegnere, possiamo vede il posto dove è avvenuto il delitto? – chiese Graziosi andando subito al sodo.
– E’ quello – disse Lorenzon, indicando una poltrona.
Graziosi la guardò, poi guardò Di Capua. Era perfettamente pulita.
– Scusi – chiese con un tono di voce basso e lento – e il cadavere dov’è? e non vedo tracce di sangue –
Aveva paura di conoscere la risposta.
– Lo abbiamo fatto portare via – rispose l’Ingegnere soddisfatto – e poi abbiamo pulito e disinfettato tutto a tempo di record, in modo che il materiale rotabile possa essere messo in esercizio già in mattinata e quindi rispettare perfettamente… –
– Aspetti, aspetti… – lo interruppe Graziosi – lei mi sta dicendo che non solo avete spostato un cadavere dalla scena del delitto prima che gli investigatori, cioè noi, lo potessero vedere, ma avete anche ripulito tutto? –
Ora lo sguardo di Graziosi esprimeva ferocia e se ne accorse anche il piccoletto, che diventò paonazzo, le gote in particolare, anche grazie forse a qualche frequentazione abituale di prosecco.
– Beh… – ora era sulla difensiva – hanno fatto le foto, e poi ho chiesto ai vostri colleghi – e indicò i due Poliziotti che li avevano accolti, e che ora distoglievano lo sguardo con imbarazzo.
– Che manica di imbecilli! – sbottò Graziosi, e l’Ingegnere si sentì piccato.
– Senta – disse con tono di voce alterato – cerchi di capire, abbiamo una tabella da rispettare, un servizio da mandare avanti, e non potevo certo lasciare i sedili sporchi, non trova? Siam mica a Napoli, sa? –
Graziosi lo guardò, non disse nulla, annuì, poi uscì dal vagone, insieme agli altri poliziotti, lasciando il solo Di Capua – che era di Fuorigrotta – con l’Ingegner Lorenzon, per spiegargli due o tre cosine sulla sua città. In privato però.
Dopo cinque minuti anche i due scesero, l’Ingegnere a testa bassa, dileguandosi senza salutare.
– E ora che facciamo? – chiese Di Capua.
– Mah, questi coglioni ci hanno impedito di vedere la scena del delitto dal vivo, facciamoci portare all’obitorio, e vediamo se c’è un medico legale disponibile per dirci qualcosa –

Il vantaggio di una piccola città, dove certe cose non accadono quasi mai, è che non devi negoziare l’attenzione di nessuno.
Quando i due arrivarono all’obitorio, scoprirono che l’esame autoptico stava per iniziare, non solo, ma il loro ruolo era stato già notificato all’istituto di medicina legale, per cui quando arrivarono gli furono consegnate copie delle foto scattate sulla scena del delitto, furono preparati con camice e mascherina, e senza tanti complimenti spinti nella stanza dove si stava per svolgere l’autopsia, in modo che potessero assistervi in diretta.
Al solito, Di Capua rimase immobile e apparentemente indifferente, mentre Graziosi si agitava nel camice troppo stretto, e soprattutto perché non amava vedere corpi umani dissezionati.
Decise di guardare prima le foto, per farsi un’idea il più possibile vicina alla situazione iniziale.
La ragazza sembrava dormire, appoggiata verso il corridoio, sulla poltrona, una mano a pugno sotto la guancia.
Dal lato destro del viso non si notavano tracce dell’evento. Le foto invece scattate dal lato del finestrino evidenziavano una macchia rossa, non troppo grande, in mezzo ai capelli biondi, e un rivolo di sangue che scendeva giù per la guancia, correva sull’orecchio, e infine scendeva sulla spalla, macchiando la giacca grigio chiaro del tailleur.
Effettivamente per chi fosse passato distrattamente per uscire dal vagone poteva sembrare che dormisse.
La descrizione sintetica – molto sintetica, pensò – della scena coincideva con questa impressione.
La testimonianza dell’addetto alle pulizie, e il resoconto della Polizia Ferroviaria, erano concordi nel dire che solo un’osservazione attenta, o qualcuno che si fosse seduto accanto, avrebbe potuto notare l’evento.
A quanto pare la donna era seduta da sola. Oppure qualcuno si era alzato dopo…ma non voleva fare ipotesi, era ancora prematuro.
Iniziò a seguire il lento e burocratico iter di analisi del cadavere, ma dopo qualche minuto non resse più e uscì.
Decise di andare a cena, avrebbe chiesto una sintesi al medico più tardi, non aveva alcuna intenzione di passare un’ora a vedere un bisturi martoriare quel corpo così delicato.
Entrò in un ristorante, il primo che incontrò, e decise di onorare il luogo ordinando un risotto al radicchio rosso, e mezzo litro di vino rosso, un Cabernet consigliato dal cameriere.
Mangiò svogliatamente, cercando di non pensare al delitto, ma non era facile.
La donna che aveva visto sdraiata sul metallo della sala mortuaria era giovane, bella, e terribilmente somigliante a Giulia, che lo aveva fatto soffrire da giovane e da adulto, e non riusciva a non pensare che poteva esserci lei, su quel metallo, che quando il destino decide che devi incontrare il tuo carnefice c’è poco che gli umani possano fare che non sia stato deciso dagli dei, se non cercare di trovare il colpevole.
Ecco cosa faceva lui: dava un nome e una motivazione ad una decisione divina. Ben poca cosa.
Con questa malinconia, solo leggermente alleviata dal Cabernet, passò un’oretta, prima di tornare all’istituto per vedere se avessero finito.
Era ormai tardi, e avrebbero raccolto tutte le informazioni per poi ragionarci a mente fredda e riposati, il giorno dopo.

Trovò il medico e Di Capua che parlottavano in una stanza adiacente alla camera mortuaria.
Chiese una sintesi e le cose più rilevanti.
– Nessuna sorpresa, tutto è come appariva dall’esame esterno del corpo. Una donna giovane, in buona salute, uccisa con un solo colpo di proiettile alla tempia. Non so dirle il calibro, non sono un esperto balistico, ma sicuramente un calibro piccolo, direi un .22 per le dimensioni del foro e della pallottola, che abbiamo trovato immersa nella materia cerebrale. Dalle dimensioni del foro sembra che il colpo sia stato sparato da vicino, quasi a contatto, ma la mancanza di bruciature e la poca penetrazione del proiettile mi fanno pensare ad un silenziatore. – disse il medico.
Graziosi guardò Di Capua, che scosse il capo. Era un esperto tiratore e la cosa non gli quadrava.
– Il silenziatore non ci convince – azzardò Graziosi – sarebbe stato scomodo ed evidente, e in un luogo così ristretto non avrebbe ridotto significativamente il rumore dello sparo – Di Capua annuiva.
– Mmmmm, non so, forse è stato usato un cuscino o un altro materiale assorbente. Probabilmente di gomma semirigida, altrimenti avremmo trovato tracce all’interno del foro o della materia cerebrale –
– Segni di colluttazione? – chiese Graziosi.
– Nessuno – rispose il medico – dall’ematoma che abbiamo trovato sotto la guancia destra, accentuato dal deposito di sangue post mortem, ne potremmo dedurre che la donna fosse addormentata quando è stata uccisa, o in alternativa che sia stata posizionata così dopo l’omicidio –
– Altri particolari? – Graziosi era stanco e faceva domande solo di routine.
– Nessuno. Le analisi del sangue sono negative. Non si drogava, non prendeva medicine, non fumava, nessuna malattia evidente in corso. Analisi più approfondite arriveranno nei prossimi giorni, ma al 99% quello che le sto dicendo è quello che troveremo. Nessuna frattura, segni di violenza di alcun tipo. L’unica, se vogliamo, anomalia, è un piccolo tatuaggio sull’inguine, una specie di cerchio con un pitone, o forse un drago, non è facile capirlo, è un po’ troppo piccolo e confuso – rispose il medico legale.
– Perché anomalo? ormai i ragazzi fanno tatuaggi in continuazione e dappertutto –
– Ha ragione. In questo caso l’anomalia è che è l’unico, in tutto il corpo, ed è molto recente, diciamo non più di due o tre mesi. Forse può esservi utile, come informazione –
Graziosi guardò l’orologio, si erano fatte ormai le 22, erano stanchi, e non c’era niente che potessero comunque fare per quella sera.
Ringraziarono il medico, raccolsero tutti i dati e tornarono in albergo.

La mattina dopo si videro a colazione prestissimo, e mentre Graziosi beveva un caffè macchiato, e una spremuta d’arancia, Di Capua riassumeva quello che sapevano, cioè quasi niente.
– Alessandra Ronchi, anni 28, Avvocato, si sta specializzando in cause aziendali presso uno studio di Mestre. – Di Capua alzò gli occhi per guardare Graziosi – Un amico del padre, un ex deputato che ha fatto i soldi occupandosi delle aziende del suo leader. La Ronchi ci lavora da da quattro anni, dopo la laurea a Padova, e un master a Londra. Il padre è Sindaco al terzo mandato, un vero e proprio boss del luogo, con rapporti ottimi con maggioranza, opposizione, chiesa e Confindustria. Insomma, in città non si muove nulla senza che lui lo sappia. Ho fatto una ricerca sull’archivio dell’ANSA, e non risultano fatti che coinvolgano la donna. Il padre, come molti politici, ha diverse cause pendenti, denunce, ed è stato anche condannato qualche anno fa per percosse, aveva messo le mani addosso ad un compagno di partito… –
– Un bel tipino – commentò Graziosi.
– Sì, ma a quanto pare con i figli un padre esemplare, ho trovato in rete diverse foto con la figlia da piccola, ad eventi, inaugurazioni, insomma era la sua cocca, penso che sarà furioso –
– Immagino – disse Graziosi con un pezzo di cornetto in bocca – vita sentimentale? –
– La Ronchi ha un fidanzato ufficiale, una specie di manager di una piccola azienda che produce pallet, credo famigliare. –
– Andiamolo a trovare per primo, anche se il delitto non mi sembra si possa categorizzare come passionale, ma oggi giorno se hai quattro soldi ti puoi anche permettere un professionista che sbrighi alcune faccende per te. E magari ci saprà dire qualcosa su quel tatuaggio. –

Il capannone era solo uno dei tanti che si trovavano in una zona industriale vicino alla città. Anche il navigatore della macchina che gli avevano messo a disposizione non sapeva che pesci pigliare, e alla fine arrivarono all’indirizzo giusto che erano già le 10.
Chiesero del Sig. Merlo. La ragazza alla reception li guardò per qualche secondo, poi disse: – Padre o figlio? –
I due si guardarono, poi Di Capua fu più lesto a rispondere: – Figlio –
– Le chiamo subito l’Ingegnere allora –
Se la ragazza aveva 28 anni, sembrava improbabile che fosse fidanzata con un uomo di 60 anni o più, anche se non si poteva mai dire.
Il ragazzo invece che venne loro incontro poteva forse averne una trentina, ben vestito, alto, l’aria un po’ malinconica, che certo la notizia del giorno prima non doveva aver migliorato.
Andarono in una piccola sala riunione, e dopo i convenevoli, Graziosi disse:
– Lei saprà che in un caso di omicidio come questo siamo costretti a fare domande anche molto dirette e personali, e che allo stato attuale non possiamo escludere nessuno dai sospettati –
Guardò il giovane negli occhi, ma questi non li abbassò.
– Maresciallo, capisco quello che mi sta dicendo, e non avrò problemi a rispondere alle sue domande, ma di sicuro uscirò presto dal novero dei sospettati. Io e Alessandra non stavamo più insieme da qualche mese, e io sto con un’altra donna, con la quale penso di sposarmi a breve. Ci siamo lasciati dopo un periodo di apatia, non abbiamo litigato, non ci siamo tirati i piatti, non siamo neanche rimasti amici, se è per questo, ma non avrebbe avuto molto senso. Lei aveva la sua vita, lo studio, i suoi amici, io l’azienda di famiglia da mandare avanti. Non c’erano più motivi di frequentarci. –
Graziosi e Di Capua erano interdetti. Le informazioni che avevano sembravano confermare che i due fossero fidanzati, ma il ragazzo sembrava sincero, e comunque era facile da verificare, non avrebbe avuto senso raccontare una bugia così stupida.
Questo li faceva pensare che i dati che erano stati raccolti fossero errati, o quanto meno non aggiornati. Il che significava un supplemento di indagini, anche solo per raccogliere informazioni base. Il ritorno a casa sembrava lontanissimo.
– Quindi lei non ci sa dire – riprese Graziosi – se la ragazza avesse qualche problema, qualcuno che l’avesse molestata, qualche nemico, qualche persona che la minacciava? –
L’Ingegnere rimase per un po’ sovrappensiero. Poi disse:
– Guardi, la verità è che io e Alessandra non ci parlavamo proprio più. Sì, lei era diventata evasiva, ad un certo punto, e io l’amavo ancora e sarei rimasto volentieri con lei, almeno questo fino a qualche mese fa. Poi lei molto chiaramente mi disse che non voleva più stare con me, e ci siamo lasciati. Questo è quanto. Per cui le mie informazioni risalgono a qualche mese fa, e fino a quel momento non c’era niente di strano, tranne… –
Si interruppe, non sapeva se andare avanti o meno. I due lo guardarono aspettando che sputasse il rospo.
– …tranne che chiaramente aveva un altro – disse alla fine – Lei non me lo disse esplicitamente, io non lo chiesi, ma ci stavo male lo stesso perché l’avevo capito, ma sinceramente, al di là del mio dispiacere e del suo imbarazzo, non c’era nulla che potessi catalogare come sospetto, o potenzialmente pericoloso –
Le domande difficili le faceva sempre Di Capua.
– Ci sa dire chi fosse questo nuovo “fidanzato”? – da bravo meridionale tutto casa e chiesa calcò in maniera esagerata la parola “fidanzato”, in modo che si capisse che disapprovava la condotta della ragazza.
L’Ingegnere scosse la testa.
– No, non vi saprei aiutare. Me ne sono disinteressato, ad un certo punto. Deve però per forza essere uno della zona, perché a parte andare a Venezia con quel maledetto treno non sia allontanava mai. –
– Il tatuaggio che cosa rappresentava? – chiese ancora Di Capua.
Il ragazzo li guardò in maniera interrogativa.
– Quale tatuaggio? Alessandra non aveva tatuaggi –
I due esitarono.
– Quello all’inguine – decise infine di dire Graziosi.
L’Ingegnere diventò rosso, non si capiva se per l’imbarazzo o la rabbia.
Fece una pausa prima di rispondere.
– Maresciallo, come le ho detto, da qualche mese io e Alessandra non ci parlavamo più. Ma era ormai già qualche mese che noi…insomma, eravamo di fatto degli amici che fingevano di stare insieme, non avevamo rapporti intimi, e non la vedo…voglio dire non l’ho vista nuda da almeno…diciamo sei mesi –
E abbassò la testa malinconicamente, dopo queste parole.
Graziosi estrasse la foto del tatuaggio e glie la mostrò.
– Gli dia un’occhiata, magari è un simbolo che conosce, se il suo nuovo fidanzato è della zona, ci potrebbe aiutare a trovarlo –
L’Ing. Merlo alzò la testa, prese la foto, la guardò, sgranò gli occhi, e poi iniziò a piangere; in silenzio, asciugandosi gli occhi col dorso della mano, singhiozzando senza emettere rumore.
I due carabinieri si stupirono a questa reazione, ma non dissero nulla, sapevano che l’uomo stava per rivelare qualcosa e non volevano rovinare tutto con commenti di circostanza.
Quando ebbe finito, li guardò con gli occhi intristiti, e con uno sguardo che sembrava appartenere ad un uomo molto più vecchio.
– Mio padre ha seguito le orme di mio nonno, e io le sue. Sono ormai 5 anni che gestisco l’azienda di famiglia. In teoria non sarei solo, ma mio fratello non ne ha mai voluto sapere nulla. Lui è più grande di me di qualche anno, ma non ha studiato, ha girato il mondo, fatto reportage fotografici, scritto libri di viaggio. Poi lo ha preso la passione per le moto, ha corso per qualche anno, anche con buoni risultati, poi si è rotto tutto in un incidente, e quando lo hanno rimesso in sesto ha deciso di aprire un’officina per moto da corsa, non lontano da qui. Non lo vedo e non lo sento da due anni. –
Aspettarono, perché c’era sicuramente dell’altro.
– Questo logo, è il simbolo della sua officina, ed era il disegno che aveva sul casco quando correva. Il pitone è lui, sinuoso, pericoloso, inafferrabile. Così lui si vede, ed evidentemente così lui è, se è riuscito a togliere la donna a suo fratello –
Il ragazzo si accasciò sulla sedia, e i due ritennero di non insistere, avrebbero ottenuto l’indirizzo dell’officina facilmente anche in un altro modo.
Andarono via perplessi: quella storia si complicava, e anche se avevano trovato forse una direzione per le indagini, il mondo che si rivelava non piaceva ai due carabinieri.
Ma avevano troppa esperienza per non sapere che il male non si fermava neanche di fronte ai legami di sangue, anzi, talvolta era anche più intenso.

L’officina di Andrea Merlo, scoprirono, non era distante dal capannone dell’azienda di famiglia. Forse un paio di chilometri, in linea d’aria.
Era un garage probabilmente originariamente adibito a magazzino, in uno spiazzo in cui si affacciavano altri garage tristemente chiusi. L’officina di Merlo era apparentemente l’unica attività ancora in piedi della zona, e il logo con il pitone campeggiava sopra la serranda alzata. A parte il logo, nessuna insegna indicava che quella fosse un’officina, ma l’odore, e le moto da corsa appoggiate qua e là non lasciavano spazio a dubbi.
Su un elevatore, era posizionata una moto completamente smontata, solo il telaio, il manubrio e le ruote erano ancora al loro posto. Un uomo sui 35 anni era chinato con una lampada ad osservare qualche dettaglio della moto.
Era in jeans e maglietta, sporchi di olio e grasso, e aveva dei capelli lunghi, ondulati, quasi con dei boccoli.
Quando ebbe la percezione che ci fosse qualcun altro vicino a lui, si alzò e il due videro che era abbastanza somigliante a suo fratello, anche se l’aria scanzonata, l’aspetto un po’ più selvaggio e i capelli lunghi lo facevano sembrare decisamente più bello.
Si pulì le mani e venne loro incontro senza dire niente, ma con un’aria interrogativa.
– Carabinieri – disse Graziosi – le dobbiamo fare qualche domanda –
L’uomo non si scompose, indicò un piccolo ufficio in cui c’era un computer, una scrivania, dei moduli, e appena lo spazio per sedersi in tre.
L’atmosfera era un po’ surreale.
Nessuno si decideva a parlare, poi finalmente Andrea chiese:
– A che proposito mi volevate fare queste domande? –
Di Capua rispose velocemente, prima che Graziosi potesse fermarlo, perché aveva avuto un presentimento:
– Volevamo chiederle informazioni relativamente all’omicidio di Alessandra Ronchi –
L’uomo, nel sentire queste parole, fece una cosa inaspettata.
Svenne.
I due furono colti di sorpresa, e si precipitarono a tirarlo su, lo misero seduto sulla sedia, e cominciarono a spruzzargli un po’ d’acqua in faccia, ma non rinveniva.
Finché Di Capua non gli diede un ceffone violentissimo, e l’uomo cominciò a riprendere conoscenza.
Graziosi guardò il suo vice con stupore e ammirazione per i suoi metodi, ma non ebbe tempo di congratularsi, perché Andrea Merlo stava tremando, per l’emozione e forse anche per lo schiaffone.
Quando furono ragionevolmente certi che si fosse ripreso, si sedettero di nuovo.
– Lei non sapeva che Alessandra fosse stata uccisa? – chiese con delicatezza Graziosi.
L’uomo fece cenno di no con la testa, poi aggiunse: – Non sapevo neanche che fosse morta –
Di Capua chiese, non senza un minimo di sospetto:
– Ma scusi, il delitto è in televisione da ieri, la sua…amica era la figlia del sindaco, possibile che non l’abbia visto, non abbia saputo, nessuno l’abbia avvertita? –
– Non ho la televisione, non leggo i giornali. Non mi piace. Sto qua la maggior parte del tempo, e avevo delle cose urgenti da fare. Ho dormito qui stanotte, c’è una specie di cameretta sul retro, e non ho preso il cellulare, tanto Alessandra ha…voglio dire aveva degli impegni a Venezia, e non ci saremmo potuti vedere. Comunque il cellulare qua non prende neanche bene. Sarei andato a casa più tardi stamattina… –
Si mise le mani nei capelli, e smise di parlare.

Quando si ritrovarono nella locale caserma dei Carabinieri, in un ufficio messo loro a disposizione dal Comandante della stazione, cercarono di riordinare le idee, ma ancora prima di iniziare si rendevano conto di non avere gran che su cui lavorare.
I due fratelli avevano degli alibi se non di ferro, abbastanza credibili: l’Ingegnere aveva lavorato fino a tardi presso la fabbrica, e il fratello era stato visto un paio di volte in orari non compatibili con il fatto di aver preso il treno in una stazione dell’itinerario, e poi essere sceso a Treviso.
La Polizia Ferroviaria stava vagliando altre conoscenze, amici, ex compagni di Università, parenti anche alla lontana: niente sembrava promettente, ma come avevano imparato non si poteva mai dire; anche se la stessa esperienza che non permetteva loro di scartare alcuna ipotesi li faceva essere abbastanza pessimisti. Sapevano che se non fossero riusciti ad individuare una pista accettabile entro un paio di giorni, la probabilità di trovare l’assassino sarebbe diventata quasi nulla, e con il Sindaco alle calcagna, e i media che stavano impazzendo, sarebbe bastato questo per mettere a rischio la loro carriera, anche se Graziosi non era così interessato alla sua carriera, piuttosto ad assicurare alla giustizia l’autore dell’omicidio.
Dato che la sua filosofia, mutuata da un seminario che aveva seguito a Quantico agli inizi della carriera, era “no stone unturn”, decise di evitare di fare ipotesi per il momento non supportate da fatti, e di cercare di smuovere un po’ le acque.
Questo significava andare a sentire i suoi colleghi e soprattutto, o per meglio dire purtroppo, il Signor Sindaco Padre.
Decisero di affrontare per prima la belva, nella speranza di avere campo libero per le indagini. Sapevano che difficilmente avrebbe potuto fornire indicazioni utili, che avrebbe fatto molte pressioni e reso la loro vita molto più difficile, ma non c’era modo di evitarlo, per cui decisero di recarsi la mattina dopo nell’ufficio del Sindaco, preallertato da una telefonata del loro Comandante.

Non fecero quasi anticamera, e furono fatti entrare direttamente nell’ufficio del Primo Cittadino, che li aspettava seduto, vicino a un nugolo di bandiere, tra le quali riconobbero quelle dell’Italia, dell’Unione Europea, del Veneto, e di un partito politico famoso per l’intolleranza razziale.
Il padre di Alessandra era visibilmente alterato, la camicia aperta, sudato, le occhiaie profonde, sembrava un uomo che avesse bevuto molto, e dormito poco, e probabilmente non erano lontani dal vero.
Era accigliato, non li salutò, e fu molto brusco quando disse:
– Lo voglio io. Quando lo trovate, non lo porterete in caserma, ma qui da me. E io lo ammazzerò con le mie mani –
Iniziamo bene, pensò Graziosi.
Si schiarì la voce e ignorò la profferta del Sindaco.
– Signor Sindaco, prima di tutto vorrei porle a mio nome personale, del mio vice Di Capua e di tutta l’Arma dei Carabinieri le nostre più sentite condoglianze. Siamo certi che… –
– Mi ci pulisco il culo con le vostre condoglianze! – interruppe urlando il Sindaco Ronchi, la gola ingrossata, la bava alla bocca, e tenuto per le spalle da un corpulento assistente.
– Me lo dovete portare qui, subito, prima di ora, vivo, e lo voglio ammazzare, ma lentamente, voglio che soffra il più possibile, voglio tagliargli la carne centimetro per centimetro – disse prima di rituffarsi nella poltrona, ansimante per la stazza e per la rabbia.
Graziosi contò fino a cento, poi fino a mille, poi fino a diecimila, e si scosse solo quando Di Capua lo toccò leggermente su una spalla.
Districò l’arcata superiore e quella inferiore dei denti, per poter replicare:
– Signor Sindaco – disse con il tono più mellifluo che riuscì a trovare nelle recondite cavità del suo organismo – non posso prometterle risultati, non sarebbe serio, ma le garantisco che metteremo il massimo impegno per assicurare il colpevole alla Giustizia – pronunciò quest’ultima parola calcando su tutte le sillabe, per far capire cosa pensava della giustizia fai-da-te.
Il Sindaco non replicò, ma lo guardò torvo, e Graziosi capì che lo spiacevole colloquio era finito.

Uscirono in silenzio, e non parlarono fino alla macchina.
Seduti sul sedile posteriore, mentre un agente della Polfer guidava, scambiarono solo qualche parola di circostanza; sapevano da prima come sarebbe andato il colloquio, e la sua inutilità. Tuttavia si erano resi conto che il Sindaco poteva essere un ostacolo, con la sua richiesta di accelerare i tempi e di avere risultati certi, e questo li preoccupava.
Salirono sul treno alla stazione di Treviso, dove solo un paio di giorni prima la ragazza era stata colpita a morte.
Fecero lo stesso suo tragitto, cercarono di immedesimarsi nei suoi panni, osservarono con attenzione le persone e le facce.
Arrivarono a Mestre, dove scesero per recarsi nello studio dove Alessandra lavorava.

Gli studi di avvocati sono tutti uguali: segretarie alte due metri, strizzate dentro abiti taglia 38, partner senior con pance enormi, bretelle e sigari da un metro sulla scrivania, giovani praticanti che danno l’impressione di fare loro tutto il lavoro, parquet dappertutto, anche nei cessi, e libri in ordine perfetto, che probabilmente nessuno consulta da secoli.
L’unica differenza tra questo studio e gli altri che Graziosi aveva avuto la ventura (o sventura) di visitare, era l’affaccio: all’ultimo piano di un piccolo grattacielo, la finestra del senior partner nonché Amministratore Delegato abbracciava con la vista tutta la laguna di Venezia, e in quella giornata di sole la vista era semplicemente spettacolare.

I due rimasero impalati a guardare fuori dalla finestra, mentre l’uomo, con-titolare dello studio e uomo di navigata esperienza, si accendeva un sigaro di un metro senza chiedere loro il permesso, e si metteva comodo in poltrona.
Graziosi attese un paio di minuti, prima di girarsi e andarsi a sedere davanti all’uomo.
– Una grave perdita – disse l’Avv. Sereni, dello studio Desimone-Sereni-Laudadio.
Sbuffò un paio di volte dal sigaro, poi si accomodò nella poltrona di pelle nera che lo sovrastava di almeno mezzo metro, e che doveva essere costata qualche migliaio di euro. Forse anche qualche decina.
– Quindi la conosceva bene – disse Graziosi, per nulla intimidito dallo sfarzo.
– Beh, no, non tanto, era una praticante, di solito io non so neanche che faccia abbiano, ma in questo caso, essendo la figlia del Sindaco Ronchi, ci avevo fatto una chiacchierata… – glissò Sereni.
– Glie l’aveva raccomandata il padre? E’ questo il motivo per cui lavorava qui? –
L’avvocato Sereni sgranò gli occhi.
– No, assolutamente. Conosco il Sindaco da molti anni, siamo amici, o comunque ci frequentiamo abbastanza spesso, ma Alessandra non era tipo da raccomandazioni. Ha mandato il curriculum con un nome falso, le selezioni le hanno fatte i partner giovani, e solo quando abbiamo dovuto registrarla, abbiamo scoperto chi era. Allora l’ho chiamata, per chiederle se c’era qualcosa che potevo fare per lei, e lei mi rispose di “lasciarla lavorare come gli altri”. E così feci. Se ci incontravamo la salutavo, ma niente di più. Il padre piuttosto… – esitò
Graziosi si sporse.
– Continui – lo incitò
– Beh, lei ha conosciuto il Sindaco, no!? in tutto quello che fa mette la sua personalità e il suo peso, e adorava la figlia. Mi chiamava quasi tutti i giorni per sapere come andava, cosa faceva, per darmi suggerimenti. Devo dire che per me avere Alessandra a studio era diventato un fastidio, non tanto per lei, ma per il padre. Non vorrei essere nei panni dell’uomo che l’ha ammazzata –
Graziosi rimase un attimo in silenzio, poi guardò Di Capua, che capì al volo.
Fu l’appuntato a rivolgersi improvvisamente a Sereni.
– E lei come fa a sapere che è stato un uomo? Ha accesso a qualche informazione riservata, che magari neanche noi abbiamo? La scena del delitto è stata secretata e le indagini le facciamo noi due –
L’Avvocato Sereni diventò rosso e cominciò a sudare. Stava evidentemente cercando una scusa, ma non la trovò, e alla fine disse:
– Mi ha chiamato il Sindaco, mi ha raccontato un po’ di cose, mi ha detto che sareste venuti qui e mi ha chiesto di darvi una mano, perché… – si schiarì la voce, ma fu Graziosi a finire la frase.
– …perché non crede che noi siamo capaci di combinare niente di buono. Secondo lei lo ha detto perché siamo Carabinieri, meridionali, o solo perché non siamo amici suoi? – chiese sarcastico.
– Su, Maresciallo, non se la prenda – disse Sereni improvvisamente rilassato – il Sindaco è fatto così, e in questo caso è spinto dalla rabbia e dalla frustrazione. Noi abbiamo delle persone in gamba in questo ufficio e sarei lieti di metterle a sua disposizione. Tra l’altro stipendiamo un paio di investigatori, e se volete possono affiancarvi nelle indagini. Sarei contento di fare qualcosa per il mio amico, anche se niente potrà ridargli la figlia –
Graziosi represse un moto di rabbia, poi riuscì a controllarsi:
– La ringrazio ma non abbiamo bisogno di aiuto esterno. La Polizia Ferroviaria ci sta già dando una grossa mano, e in caso di necessità possiamo chiedere aiuto alla stazione locale. Le chiedo piuttosto di indicarmi chi fossero i colleghi di Alessandra, vorremmo fare una chiacchierata con loro –
Sereni annuì, e chiamò la sua segretaria per dare istruzioni.

Il partner con cui lavorava Alessandra sembrava un ragazzino, anche se aveva 35 anni. Se non fosse stato per il completo a tre pezzi, e l’atteggiamento professionale e altezzoso, ne avrebbe potuti dimostrare 10 di meno.
Alessandra lavorava a stretto contatto con lui, Tiberio Orrù si chiamava, e divideva una stanzetta con una altra praticante, Claudia qualche cosa, il nome lo aveva segnato Di Capua.
Graziosi parlò un po’ con Orrù, il quale si dimostrò dispiaciuto, disse delle frasi di circostanza, ma non sembrava sapesse nulla di Alessandra o della sua vita fuori dallo studio.
Fu cordiale, aperto, disponibile, ma a parte sapere che era la figlia del Sindaco, e che viveva a Treviso, non sembrava avere alcuna informazione utile.
Quando Orrù uscì, e nella stanzetta che Sereni aveva messo a disposizione dei due entrò Claudia, l’altra praticante, Graziosi e Di Capua capirono che l’atmosfera era ben diversa.
Si guardarono e si accomodarono meglio.
La ragazza era un po’ sovrappeso, elegante come si conviene ad una praticante di un importante studio legale, ma chiaramente di estrazione molto meno borghese di Alessandra; sembrava che i vestiti le fossero stati consigliati da qualcuno che non conosceva bene la sua personalità, perché esaltavano i suoi difetti – qualche chilo di troppo, il fatto di non essere molto alta – e non evidenziavano invece il colore degli occhi, un grigio-verde molto intenso e una tonalità di pelle scura e piacevole.
Si vedeva che era a disagio, forse in difficoltà, e per questo all’inizio le domande furono di rito, di cosa si occupava, se conosceva Alessandra da molto, se andavano d’accordo, cose così, inutili ai fini dell’indagine, ma fondamentali per stabilire le basi della conversazione.
Quando la ragazza sembrava essersi rilassata, quasi a tradimento Graziosi le chiese:
– Cosa le aveva detto Alessandra per farla preoccupare così tanto? –
La ragazza smise quasi di respirare, si immobilizzò, guardò prima uno poi l’altro uomo, e capì che erano troppo esperti per non aver intuito il suo stato d’animo; e allora abbassò lo sguardo e cominciò a piangere sommessamente.
Di Capua alzò istantaneamente gli occhi al cielo: se c’era una cosa che lo metteva di cattivo umore, erano i bugiardi colti in castagna che iniziavano a piangere.
Graziosi non poté trattenere un sorrisino, poi fece cenno a Di Capua di andare avanti. Il suo vice avrebbe fatto il Carabiniere buono, stavolta.
– Avvocato – disse – noi stiamo cercando di capire chi può aver ucciso la sua collega, e quindi qualsiasi informazione, anche la più banale, può servirci per trovare il suo assassino –
La ragazza annuì vigorosamente, poi prese coraggio.
– La scorsa settimana venne da me, e mi chiese se ci eravamo mai occupati di penale. Io risposi che per quanto ne sapevo io, era un’attività saltuaria e solo per pochi clienti. Noi ci occupiamo per lo più di questioni aziendali, fusioni, multinazionali, non difendiamo di norma criminali o potenziali tali. Sapevo che per qualche amico dei titolari si era fatta un’eccezione, ma appunto, era un’eccezione. Le chiesi il perché di questa domanda, e lei mi rispose che in realtà le serviva solo sapere se avevamo in studio un po’ di bibliografia su cui studiare, senza dover andare in biblioteca a Venezia. Le dissi che sì, avevamo sia i codici, sia i volumi sulle sentenze del tribunale penale di Mestre e della provincia di Venezia, e mi ringraziò –
– Non le disse cosa stava cercando? – chiese Graziosi.
La ragazza fece di no con la testa, poi aggiunse:
– Lei non me lo disse, ma ero curiosa, e andai nella biblioteca dello studio. La sezione penale non è molto frequentata, e i volumi sono un po’ impolverati e allineati, a differenza degli altri, e quindi mi fu facile capire quale volume era andata a consultare. Se vuole glie lo posso portare –
Graziosi annuì senza dire niente, e rimase in silenzio finché la ragazza non tornò, un minuto dopo, con un volume rilegato in pelle.
Sul dorso la dicitura in lettere dorate recitava: “Sentenza del Tribunale di Mestre del 15 Gennaio 2012 su associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga”.
Graziosi lo rigirò in mano, poi lo diede a Di Capua.
– Lei l’ha letto? – chiese alla ragazza.
– No, volevo solo sapere l’argomento, non so cosa ci sia, o perché Alessandra se ne fosse interessata. –
– Allora immagino che dovremo farlo noi – disse Graziosi alzandosi.
Mentre si avviavano all’uscita, il Maresciallo si girò verso la ragazza che era rimasta seduta:
– Chiaramente quello che ci siamo detti è sotto segreto istruttorio. Sarebbe meglio che stavolta tenesse sotto controllo la sua curiosità –
La ragazza arrossì e annuì in silenzio.

Decisero di fermarsi a prendere un caffè a Mestre. Avevano saltato il pranzo, e non avrebbe avuto senso tornare di corsa a Treviso.
Si sedettero, e Graziosi cominciò a sfogliare distrattamente il volume. C’erano interrogatori, arringhe, decine di testimoni, nomi e cognomi in grande quantità.
Non riusciva a capire cosa ci avrebbe potuto trovare Alessandra di interessante, e per quale motivo si dovesse interessare al traffico di droga, o meglio, di un processo sul traffico di droga.
Però sapeva una cosa: l’esperto di dati, numeri, nomi era Di Capua, per cui senza dire una parola gli passò il volume, e continuò a bere il suo caffè.

Dopo cena si ritrovarono al bar dell’albergo di Treviso dove alloggiavano.
Di Capua si presentò con il volume, un blocco pieno di appunti, e il pc portatile.
Si vedeva che aveva lavorato sodo, ma la sua faccia non prometteva grandi cose.
– Facciamo il punto – iniziò Graziosi – Abbiamo una ragazza, di buona famiglia, apparentemente senza problemi o scheletri nell’armadio. Va quasi tutti i giorni a Mestre a lavorare in un grande studio legale, e un giorno viene uccisa da qualcuno che fa in modo di eliminarla senza clamore. Fidanzato ed ex-fidanzato, che per inciso sono fratelli, non hanno motivi apparenti e possono produrre alibi credibili. Altre piste non ne abbiamo. Però esce fuori che si interessava ad un processo per traffico di droga. Leggiamo il volume e… –
– …e niente – finì per lui Di Capua – Il processo ha coinvolto una piccola banda di malavitosi locali, rinforzati da un paio di calabresi che fornivano la materia prima. Un paio di cavalli spacciavano vicino ad un liceo, da loro si è risalito al piccolo boss del quartiere, arrestati, processati e condannati. Fine della storia –
– Nessun riferimento ad Alessandra, o a qualcuno che la potesse conoscere? –
– Per quello che ho potuto ricostruire, no. Questi erano tutti personaggi di poco conto, il processo non è neanche arrivato sulla prima pagina de “La Tribuna”, insomma uno di quei classici casi in cui la Polizia deve fornire qualche risultato, e arresta personaggi di poco conto che vengono rimpiazzati in poco tempo. Come questo possa arrivare fino ad Alessandra, non l’ho ancora capito. –
Graziosi si fermò un attimo, mentre finiva di bere un amaro.
– Una vendetta trasversale per fare uno sgarbo al padre? – azzardò Di Capua.
– Mmmm…non mi torna. Questo Sindaco è da anni che imperversa e rompe le palle a destra e sinistra, perché proprio ora? e comunque dietro la facciata “law and order”, non ha veramente intaccato i grandi poteri, leciti o illeciti. Fossi un criminale anzi, lo manterrei al potere per i prossimi cento anni. –
Chiuse gli occhi, un po’ per la stanchezza, un po’ per permettere ai suoi pensieri di formarsi senza costrizioni. Erano in un vicolo cieco, e se non volevano passare i prossimi mesi ad analizzare minuziosi indizi e possibili fili che non avrebbero portato da nessuna parte, dovevano trovare rapidamente il bandolo della matassa.
Di Capua aveva incrociato nomi, fatti e relazioni del processo, inclusi testimoni, pubblici ministeri, giudici a latere, impiegati e cancellieri.
Non aveva trovato nulla che potesse portare ad Alessandra, neanche blandamente.
E allora perché aveva chiesto di vedere un archivio di processi penali? perché proprio quel volume? che cosa stava cercando?
Poi improvvisamente, spalancò gli occhi.
Aveva messo a fuoco la cosa che non gli tornava, e Di Capua se ne accorse e si fece attento.
– Senti Di Capua – attaccò Graziosi – noi ci ritroviamo con un un unico misero indizio. Questo indizio ce lo ha fornito una ragazza, di cui non sappiamo gran che. Non sappiamo quanto fosse amica di Alessandra, se ci ha detto tutto quello che sapeva, e soprattutto: non siamo andati con lei a prendere questo volume. –
Di Capua strabuzzò gli occhi.
– Vuole dire, Marescià, che la ragazza ci avrebbe detto una cazzata? e che io ho lavorato tutto il pomeriggio a vuoto? – era veramente incazzato.
Graziosi si morse un labbro.
– Può darsi, Di Capua, può darsi. E comunque lei si aspetta di aver finito con noi, e io credo che se invece facciamo un salto a trovarla di nuovo, forse potrebbe uscire qualche cosa di interessante –
– Ma perché una ragazza giovane, una praticante in uno studio così prestigioso, un avvocato, dovrebbe mentire? lei sicuramente non c’entra niente, abbiamo controllato gli alibi di tutti nello studio. Perché avrebbe dovuto mentirci e portarci fuori strada? –
Graziosi si alzò, e disse:
– Ho una mezza idea, ma andiamocelo a far dire da lei. Andiamo a trovarla a casa –

Dire bugie è un’arte difficile.
Molti di noi sono in difficoltà anche quando dicono la verità, e manifestano tutti i sintomi della menzogna.
Perché? perché tutti noi abbiamo degli scheletri nell’armadio, e anche se in quel preciso momento prevale la sincerità, la paura che si vadano a toccare luoghi o argomenti indesiderati è sempre presente.
Nessuno ha la coscienza veramente, completamente pulita.
Paradossalmente, pensava Graziosi, per questo motivo era così difficile capire le persone che interrogava, perché a prima vista sembravano tutti colpevoli.
Ma quello che per gli altri era un ostacolo spesso insormontabile, per lui era diventato lo strumento per risolvere i casi più intricati; perché lui aveva la capacità di capire le persone.
Una capacità che a volte malediceva, quando ad esempio sarebbe stato comodo abbandonarsi ad un amore superficiale, e invece si costringeva a scavare, scavare, finché non trovava quello che non andava.
Oppure che lo faceva andare in giro con un appuntato taciturno e serioso, evidentemente unica persona di cui non aveva ancora trovato bassezze morali.
E se dire la verità ad un Carabiniere esperto era difficile, mentire, e mentire reiteratamente, era quasi impossibile.
La ragazza era stata brava, si disse, ma era come un giocatore di scacchi alle prime armi: era riuscita a vedere solo poche mosse, ma il Gran Maestro aveva più pazienza, più esperienza, più lucidità, e la partita era segnata.
Aveva improvvisato, pensò Graziosi, ma se dire bugie premeditate era difficile, per imbastire una recita all’impronta ci voleva un animo malevolo e un’intelligenza totalmente dedicata all’inganno; e la ragazza non aveva nessuno dei due.
Quando bussarono alla porta – il terrore di tutte le persone con la coscienza sporca, trovarsi due Carabinieri che ti bussano alla porta senza preavviso a tarda sera – e si qualificarono, lei aprì, ed era già pallida, con le labbra tremule.
E quando Graziosi senza preavviso le disse:
– Siamo venuti a chiederle perché ci ha mentito –
lei fece l’unica cosa che fanno i bambini quando vengono sorpresi con le mani nella marmellata: scoppiò a piangere.

Ci volle qualche minuto, per riprendersi, e finalmente quando furono tutti seduti in salone, su dei vecchi divani probabilmente un regalo dismesso di qualche amico a giudicare dalle condizioni, in mano un caffè, la ragazza fu pronta a parlare.
– Alessandra non venne da lei per chiederle di un processo, vero? –
Iniziò Graziosi dicendo una cosa ormai scontata, per rompere il ghiaccio.
La ragazza fece di no con la testa.
– Ma perché ci ha raccontato quella storia, e ci ha parlato del faldone – chiese Di Capua che non riusciva a capire – bastava ci dicesse che non ne sapeva niente e probabilmente avremmo chiuso lì la faccenda –
La ragazza non rispose, si limitò a mordersi un labbro, e Di Capua stava per insistere quando Graziosi spalancò gli occhi e si girò verso il suo vice facendogli segno di aspettare.
Poi si sporse verso la giovane Avvocato, e disse con un tono più sommesso, quasi un mormorio:
– Claudia, lei stava cercando di proteggere qualcuno, vero? di sviare la nostra attenzione –
Lei ricominciò a piangere, e fece di sì con la testa.
Di Capua trattenne il respiro.
– E’ il suo capo? il capo di Alessandra? – chiese Graziosi quasi a botta sicura: ne aveva viste di queste situazioni, la giovane praticante che intratteneva una relazione con il suo capo. Ovviamente solo nelle canzoni di Venditti le segretarie con gli occhiali si fanno sposare dagli avvocati, ma nella vita reale spesso ci vanno a letto.
Lei fece ancora di sì.
– Però vede, Claudia – continuò Graziosi – per volerlo proteggere ora l’ha messo nei guai, perché ci fa sospettare di lui. E a questo punto se vuole veramente che noi scopriamo la verità, ci deve dire tutto. E la prima cosa è: aveva una relazione con Alessandra? è per questo che lei lo voleva tenere fuori da questa storia? perché pensa che l’abbia uccisa lui? –
– No! No! non è per questo! – quasi urlò la ragazza – non avevano una relazione, o meglio…lui avrebbe voluto, la tartassava, ma lei aveva una storia con un tizio di Treviso, e non gli dava spago. Alessandra era bella, molto più bella di me… – abbassò gli occhi, imbarazzata.
– E quindi visto che lei non gli dava soddisfazione, il nostro stimato Orrù si rivolse alla seconda scelta – commentò aspro Di Capua.
Mettere gli interrogati in difficoltà, fare saltare gli schemi, provocare rabbia, imbarazzo, qualsiasi sentimento negativo che potesse farli parlare. Questa era la tattica che usavano, e anche se non l’avevano certo studiata sui libri all’università, sapevano che funzionava, e funzionò anche stavolta.
– Certo, io ero il ripiego – disse amara la ragazza – ma anche se lui non mi fila più di tanto, e si limita a venire a letto con me quando ne ha voglia, io lo amo, e sono sicura che non è stato lui, non c’entra niente con l’assassinio di Alessandra! –
– Va bene, Claudia – riprese Graziosi – crediamo che lei sia sincera. Ma allora ci deve dare una risposta molto semplice: perché lei voleva proteggere il suo capo? perché ha pensato che potessimo sospettare di lui, se non aveva una relazione con Alessandra? –
La ragazza rimase in silenzio, sapeva che non aveva alternative ormai, che doveva raccontare quello che sapeva, ma si sentiva come sull’orlo del baratro, e voleva attendere ancora un attimo, prima di buttarsi giù.
I due aspettavano pazienti, fissandola, sapevano che avrebbe detto tutto, dovevano solo attendere.
– Alessandra venne da me, non sapeva che noi avevamo una relazione, e mi disse che lo aveva visto alla stazione di Treviso parlare con il Capotreno. Lui non l’aveva vista perché lei era già sopra, ma le era sembrato strano, perché lui vive a Venezia, e che cosa stava a fare a Treviso, in quegli orari poi, a parlare con il Capostazione? Allora aveva cominciato a fare caso alle persone, e aveva visto che il Capostazione a turno si fermava sempre a parlare sulla banchina o sul treno con le stesse due/tre persone, e in un paio di altre occasioni aveva anche rivisto Orrù, e non riusciva a capire il perché –
Ciò detto, abbandonò la testa sul petto, con la vergogna che aveva imporporato il suo viso.
Graziosi si alzò e Di Capua lo seguì.
– Grazie Avvocato, ci è stata molto preziosa. Non ci serve alto, il resto ce lo dirà l’Avvocato Orrù, anche se sospetto di sapere il seguito della storia. Lei però è consapevole che il suo comportamento ha gravemente ostacolato le nostre indagini, e ci ha fatto perdere tempo prezioso, e anche se il suo “fidanzato” non risulterà colpevole, potremmo non essere più in grado di risalire all’autore dell’omicidio per causa sua. Chiamerò quindi la stazione locale dei Carabinieri, che la trarranno in arresto. Voglio anche essere sicuro, glie lo dico con franchezza, che lei non avverta il suo uomo. Passerà la notte al Comando, poi probabilmente domani uscirà, ma dovrà affrontare un processo, e probabilmente anche cambiare mestiere –
Uscirono non appena arrivarono due Carabinieri a prendere in consegna la ragazza. Non parlarono durante il tragitto per l’albergo, non c’era molto da dire, andarono a dormire, consapevoli che forse la giornata successiva avrebbe segnato una svolta nelle indagini.

Rispetto alla prima volta in cui aveva guardato da quella finestra, il tempo si era guastato, e la laguna era un unico, uniforme strato di nebbia lattiginosa che non lasciava intravedere la bellezza del panorama.
Sereni si era acceso il solito sigaro, ma si vedeva che era nervoso.
– Non capisco perché vuole rivedere uno dei miei Avvocati, e questa cosa non mi piace. Questa convocazione è irrituale, e voglio vederci chiaro. – disse il massiccio Avvocato con la sua voce stentorea.
Graziosi gli parlò senza distogliere lo sguardo dalla finestra, anche se in realtà non vedeva niente.
– Avvocato, posso convenire con lei che la convocazione è irrituale. A questo punto ci vorrebbe un interrogatorio in piena regola, con un difensore presente. Ma – e si girò per guardare negli occhi il titolare dello studio – lei sa bene che ci sono forze altrettanto importanti della legge. Ad esempio, la stampa. Che potrebbe interessarsi molto, e probabilmente lo farà comunque, a quello che succede nel suo studio, a partire dal fatto che gli Avvocati si scopano o tentano di scoparsi le praticanti –
Sereni sussultò, il primo colpo era andato a segno.
– Poi – continuò Graziosi – non credo che il Sindaco di Treviso sarebbe molto contento di sapere che lei ha ostacolato in qualche modo, invece di collaborare, le indagini sulla morte di sua figlia. Ma come? proprio lei che si era offerto così gentilmente di metterci a disposizione i suoi “migliori elementi”, vuole proteggere uno che forse può darci qualche indizio, o che addirittura potrebbe essere il colpevole? –
L’Avvocato Sereni aveva troppa esperienza per non sapere quando una causa è già persa in partenza.
– Cosa suggerisce di fare? – chiese, accettando la sconfitta.
– Chiami Orrù, adesso, qua, nel suo studio. Noi lo interroghiamo in sua presenza, e lei eventualmente sarà il difensore garante della correttezza dell’interrogatorio, e se necessario lo aiuterà per tutelare i suoi diritti –
Sereni alzò il telefono senza staccare lo sguardo da Graziosi.
– Faccia venire Orrù nel mio studio. Subito –
Attaccò, e i tre rimasero in silenzio finché, un minuto dopo, non bussarono alla porta e la segretaria fece entrare l’Avvocato Orrù Tiberio, del foro di Mestre.
– Mi cerc… – iniziò a dire poi si paralizzò alla vista dei due Carabinieri, Di Capua nella sua divisa di ordinanza che faceva sempre un certo effetto, soprattutto ai malandrini.
– Siediti – ordinò Sereni senza cordialità nella voce – il Maresciallo ti vuole fare qualche domanda, e io, come tuo amico, capo e avvocato, ti consiglio di rispondere sinceramente.
Graziosi non si perse in preamboli.
– Avvocato Orrù, lei fa abitualmente uso di cocaina? prima che risponda le faccio presente che come forse saprà la Polizia Scientifica possiede qui a Mestre un laboratorio molto attrezzato, e se la sua risposta non sarà soddisfacente, mi basterà portare un suo capello per avere la risposta –
– Beh…insomma… – balbettò l’uomo guardando il suo capo che lo fissava come se volesse bruciarlo vivo – è capitato che a qualche festa… –
– Forse non ha capito bene. La domanda era semplice e necessità solo di una risposta secca: sì o no – interruppe Di Capua, con un fare astioso che in parte sorprese anche Graziosi.
Il fatto è che pochi mesi prima un suo cugino a Napoli aveva perso la vita per una storia di droga, e da allora era molto meno comprensivo verso i reati connessi agli stupefacenti.
Orrù capì l’antifona, e rispose:
– Sì, sono un consumatore abituale da un paio di anni –
Sereni sprofondò nella poltrona, disgustato.
– Ma perché mi fate questa domanda? che cosa c’entra con Alessandra? e poi il consumo di droga non è un reato – rispose con aria quasi di sfida.
– No, certo, non lo è. Ma dato che Alessandra prima di morire l’aveva vista più volte in alcune situazioni poco chiare, credo che lei faccia parte di un giro di spaccio tra Treviso e Mestre, e che non sia solo un consumatore, ma che abbia aiutato e consigliato chi porta la droga da queste parti. Perché altrimenti poteva tranquillamente rifornirsi da qualche cavallo locale, invece di andare a Treviso a parlare con il Capostazione. Per questo motivo adesso noi la arresteremo, e oltre che all’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, la faremo incriminare anche per l’omicidio di una testimone scomoda –
Orrù sbiancò, le labbra divennero pallide, gli occhi sembravano uscirgli fuori dalle orbite.
– No! io non ho ucciso Alessandra, non sapevo neanche mi avesse visto! è vero, ho aiutato degli…amici…a gestire il trasporto della cocaina, in cambio di una fornitura gratis, perché qua – e guardò Sereni con odio – non guadagno abbastanza, nonostante mi faccia il culo per sedici ore al giorno. Ma no, io non avrei mai ammazzato Alessandra. Io…insomma io mi ero invaghito di lei, ma non ne voleva sapere, non le avrei mai fatto del male! –
Quando i Carabinieri del Comando locale lo portarono via in manette, non senza essersi stupiti del superlavoro che questi due gli stavano fornendo, Graziosi e Di Capua rimasero soli con Sereni.
– E adesso? caso chiuso? – chiese l’Avvocato.
– Non dovrei dirlo, perché lei in fin dei conti anche se informalmente rappresenta l’imputato, ma francamente no, non penso sia stato lui. Avevamo già controllato gli alibi dei suoi dipendenti, e il suo era solido. E poi non mi convince l’idea di uno che se ne frega di essere visto a Treviso, e poi ammazza una donna solo perché è una testimone. Mancano delle motivazioni solide. Comunque vedremo – e così dicendo si congedarono e andarono a riprendere il treno per Treviso.

Sul treno, fu Di Capua a sollecitare il chiarimento.
– Insomma Marescià, lei non pensa che sia stato l’Avvocato? –
Graziosi guardava fuori dal finestrino, si girò per parlare con il suo vice che gli era seduto di fronte.
– Ne sono quasi certo. La cosa più ironica è che la Polizia di Treviso ha mollato nei guai la Polizia Ferroviaria perché stanno investigando sul traffico di droga, e poi tutto si svolgeva sul treno! Evidentemente il Capostazione del treno regionale prendeva in consegna la merce e la portava fino a destinazione. Chi poteva sospettare di lui? Poi Orrù, altro insospettabile, prendeva il tutto in consegna e lo dava ai pregiudicati, che non potevano certo farsi vedere in stazione, mentre lui poteva circolare liberamente. Insomma, un giro di incensurati al servizio della mala. Abbiamo fatto un favore alla Polizia, e ci divertiremo a prenderli bonariamente per il culo per questo, ma per quanto riguarda l’omicidio di Alessandra, siamo più o meno al punto di partenza –
– E che si fa allora? –
Graziosi ci pensò un attimo, poi rispose:
– In mancanza di idee migliori, ripartiamo dal suo uomo. E’ quello con l’alibi più traballante, e anche se non sono convinto che possa essere stato lui, da qualche parte dovremo ricominciare a guardare –

Scesero alla stazione di Treviso, e con loro somma sorpresa trovarono il Sindaco ad aspettarli, insieme con la Polizia, il Comandante Regionale dell’Arma, il Prefetto, il Capo della Polizia Ferroviaria, e un paio di fotografi.
– Eccoli! – gridò il Sindaco Ronchi – eccoli qua! –
Si avvicinò e abbracciò i due Carabinieri imbarazzatissimi.
Li strinse per le spalle mentre i fotografi immortalavano il solenne momento. Neanche la morte della figlia poteva far dimenticare al Sindaco Ronchi che la politica è fatta di comunicazione.
– Voglio ringraziarvi, a nome mio personale e di tutta la città di Treviso, di avere assicurato alla giustizia l’uomo che ha così barbaramente assassinato mia figlia, e incidentalmente di avere anche sgominato una banda che era riuscita a stabilire un profittevole traffico di droga tra Treviso e Venezia. Grazie! –
Finito il discorsetto, e fatte altre foto con tutti i protagonisti, il Sindaco si appartò con i due:
– Voglio dirvi: di qualsiasi cosa abbiate bisogno, chiedetemi quello che volete, io vi sono debitore in eterno. E non ve lo dico da Sindaco, ma da padre – e fece per asciugarsi una lacrima.
Graziosi si schiarì la voce.
– Ehm…la ringrazio signor Sindaco, ma il nostro lavoro è la nostra unica fonte di soddisfazione – disse con una faccia tosta, che neanche Di Capua riuscì a trattenere un mezzo sorriso, ma Ronchi non si accorse del sarcasmo.
– Bravi! Bravi! fa piacere vedere che al giorno d’oggi le Forze dell’Ordine sanno ancora esprimere valori che fanno onore al Paese! –
E dopo questa ultima esternazione, più che altro a favore della stampa, andò via seguito dal codazzo di leccapiedi e potentato vario.
Rimasti soli, Di Capua chiese:
– Perché non gli ha detto la verità? –
– Non sarebbe servito a niente, ci avrebbe solo messo in difficoltà e impedito di procedere senza clamore. E poi ci potrebbe anche fare comodo. Se il vero assassino pensa di essere al sicuro, forse riusciremo a stanarlo –
Così dicendo, si avviarono a prendere la macchina di servizio.

Andrea Merlo era dove l’avevano lasciato, nella sua officina, e trafficava con una moto.
Quando lo chiamarono, e si girò, notarono un grosso ematoma tra l’occhio sinistro e lo zigomo.
Graziosi si avvicinò, lo toccò, e l’uomo si ritrasse per il dolore.
– E questo? non mi dica che è caduto perché l’avverto subito, non ci crederei –
– Ho avuto un diverbio con mio fratello – disse – è venuto qua, abbiamo litigato, e mi ha dato un cazzotto in faccia – concluse raccontando i fatti.
– E lei glie lo ha restituito? – chiese Graziosi.
– No, non l’ho fatto. Lui sta peggio di me per la morte di Alessandra, e non aveva senso trasformare la nostra ruggine in una rissa –
– D’altronde – si intromise Di Capua – non sarà stato piacevole scoprire che la tua ex fidanzata se la faceva con tuo fratello – concluse assestando il suo solito colpo basso.
Merlo non si scompose.
– A dire il vero non è per quello, che è venuto a litigare. Sembrava impazzito, mi accusava di averla uccisa io. Continuava a ripetere “me l’hai ammazzata! me l’hai ammazzata!”, finché non si è sfogato con un pugno, e io l’ho lasciato fare –
– E l’ha ammazzata lei? – chiese con tranquillità Graziosi.
– No. Non l’ho ammazzata io. Io l’amavo. Lei anche. Era la donna della mia vita. Vorrei ammazzare me stesso, ora, ma sono un debole e non ne avrò la forza – rispose guardando il Maresciallo dritto negli occhi.

Andarono via senza aver concluso niente, ma se non altro era emerso un particolare interessante: la rabbia del fratello, l’Ingegnere, era sintomo di qualcosa di più profondo.
Decisero di tornare alla fabbrica dei Merlo, e fare una nuova chiacchierata con l’Ingegnere.

Stavolta l’uomo lo ricevette a casa dei genitori, che abitavano in una piccola palazzina senza pretese, nonostante tutti i soldi che dovevano avere, vicino al capannone principale. Probabilmente per loro la famiglia e la fabbrica erano la stessa cosa.
Il Commendatore, come tutti chiamavano il capofamiglia, era un uomo grosso, ignorante, un gran lavoratore, e si vedeva che nonostante ormai avesse passato tutte le cariche al figlio, era ancora lui che sulle cose di famiglia, e quindi della fabbrica, aveva l’ultima parola.
Infatti fu lui a sostenere di fatto la conversazione, mentre il figlio, l’Ingegnere, ascoltava in silenzio. Probabilmente non era la prima volta che doveva subire la personalità del padre.
– Accomodatevi pure – fece un cenno ai due il Commendatore, senza alzarsi dalla poltrona. L’età e la mole, uniti ad una certa mancanza di educazione, gli suggerirono di rimanere seduto. Vi faccio portare un caffè –
– Maria! porta due caffè per i signori – urlò.
Dalla porta comparve una donna minuta, silenziosa, che poteva essere la donna di servizio, ma che non lo era.
– Vi presento mia moglie. Una donna di casa, dedita ai figli e al marito. Non come quella là – disse riferendosi ad Alessandra.
Mentre scambiavano due parole di circostanza, Graziosi si guardò intorno, e vide una casa modesta. Quella era gente attaccata ai soldi, che non li spendeva volentieri, che avrebbe voluto morire con il conto in banca gonfio. Avevano mobili in arte povera, di buona fattura ma certo non costosi, divani di stoffa, anche le tazzine sembravano comprate all’Ikea.
Graziosi prese il caffè, ringraziò la signora Maria, che rimase in piedi vicino allo stipite della porta – probabilmente pronta a prendere altre ordinazioni, pensò il Maresciallo – poi si rivolse all’Ing. Merlo.
– Perché è andato da suo fratello a litigare? – chiese
– Perché è un coglione! – sbotto il Commendatore, rispondendo al posto di suo figlio.
– Scusi? – chiese Graziosi.
– Ma certo! è andato a fare il gradasso con il fratello adesso che quella puttana è morta, mentre prima, quando quello se la trombava facendo ridere tutto il paese, stava zitto a piangere nella sua cameretta! il mona! –
Graziosi si rivolse di nuovo all’Ing. Merlo:
– Quindi lei sapeva che Alessandra stava con suo fratello! –
– Ma certo che lo sapeva! – rispose ancora una volta al posto del figlio il Commendatore – ma cazzo, è un paesino di tremila anime qua, e Treviso non è molto più grande! tutti sanno tutto, e lo prendevano per il culo a questo coglione. Il fratello gli aveva rubato la morosa, e lui ci stava male, povero cocco! perché non ha i coglioni, ecco. Il fratello ce li ha, ma è un vagabondo, un nullafacente. Non ha mai avuto voglia di lavorare, quello. Pensa solo alla figa, e alle moto, e voleva i soldi per mettere su una squadra di corse. Ma va in mona! gli ho detto! vieni in fabbrica a lavorare, se g’hai bisogno di soldi. Piuttosto che darli a te, faccio Amministratore Delegato quel debosciato di tuo fratello, gli ho detto, che almeno una cazzo di laurea a calci in culo l’ha presa. E così ho fatto! –
Graziosi era esterrefatto, anche se in parte affascinato, di fronte alla scena che aveva davanti.
Aveva pietà del povero Ing. Merlo, cresciuto all’ombra di un padre padrone, innamorato di una donna che non lo contraccambiava, umiliato in privato e in pubblico da un fratello scapestrato che gli aveva portato via l’unica cosa preziosa della sua vita.
– Sì, lo sapevo – disse infine l’Ingegnere – sapevo che stava con mio fratello, e mi sono dovuto sottoporre a delle sedute di terapia. Sono stato anche in una clinica specializzata per qualche settimana. Questo mi ha aiutato a dimenticare. Ora sono sereno. Quando mi avete fatto vedere il tatuaggio, ero sincero, non lo avevo mai visto, però sì, sapevo di Andrea ed Alessandra, ma me lo volevo dimenticare –
– Ecco! quindi mio figlio non è stato, potete tornarvene a casa. Noi siamo una famiglia per bene, qui si lavora e basta, mia moglie – e indicò la Signora Maria, che continuava ad assistere alla scena senza dire nulla, come probabilmente aveva fatto migliaia di volte durante il matrimonio con questa specie di uomo delle caverne – mia moglie ed io siamo sposati da quaranta anni, andiamo tutte le domeniche a messa, abbiamo tirato sue due figli, anche se uno, zio cane, è un po’ uno stronzo e uno un coglione – disse guardando di nuovo l’Ingegnere – ma non abbiamo cresciuto degli assassini. Siamo gente perbene noi! andate a cercare il colpevole in mezzo a tutti quei marocchini, negri, albanesi, meridionali, senza offesa eh!, che ci rompono i maroni dalla mattina alla sera, che ci rubano in casa, ci violentano le donne, che vengono qua e vogliono anche un lavoro, ma che cazzo di lavoro vuoi, che non ce l’ho per gli italiani, figurati se mi prendo uno zingaro! –
Di Capua si era afferrato alla poltrona per impedirsi di saltare al collo del Commendatore.
Graziosi aspettò con pazienza che l’uomo finisse la sua tirata, per chiedergli a bruciapelo:
– Commendator Merlo, lei tiene armi in casa? –
L’uomo rimase a bocca aperta alla domanda, e anche suo figlio ne fu colpito.
– Armi? Certo, non vi ho appena detto che qua è pieno di delinquenti? e poi a me me piase de andare a caccia, con gli amici. Ho una collezione di fucili che il Beretta se la sogna! – rise orgoglioso.
– Anche pistole? pistole di piccolo calibro? – insistette Graziosi.
– Che cazzo vuole dire con questo? sì, ho anche pistole, anche di piccolo calibro, tutte registrate, tutte per uso personale. Ma se insiste, io la faccio buttare fuori da un inserviente, mica mi frega un cazzo che siete Carabinieri. Vi ho detto che noi siamo persone perbene, mio figlio ha un alibi di ferro, e anche io era in casa con mia moglie, che potrà confermare, vero Maria? –
Si rivolse verso la moglie, che però non fece neanche un cenno.
– Stia tranquillo, Commendatore. Suo figlio, anzi, i suoi figli, sono innocenti. Nessuno dei due avrebbe mai ucciso Alessandra; a modo loro, l’amavano entrambi. Se fosse morto Andrea, avremmo di sicuro sospettato l’Ingegnere qua presente. Ma non avrebbe mai e poi mai ucciso Alessandra, anche se lo aveva fatto soffrire come un cane, perché l’amava troppo. E se non bastassero i suoi racconti, ce lo conferma il fatto che sia andato dal fratello a prenderlo a pugni, non perché avesse scoperto, come pensavamo noi, che era l’amante di Alessandra; no, questo lo sapeva già. Ma perché ha pensato che potesse essere stato lui, Andrea, a togliergli per sempre l’amore della sua vita. No, l’Ing. Merlo non ha ucciso Alessandra Ronchi –
– Però – continuo Graziosi alzandosi dalla poltrona – se parliamo di alibi, caro Commendatore, il suo a dir poco vacilla – disse guardando negli occhi l’uomo, che per la prima volta sembrava incapace di parlare.
– Intanto la testimonianza di sua moglie varrebbe meno del due di coppe, in tribunale – continuò Graziosi – e poi lei ci fa un po’ più ingenui di quello che siamo. Forse lei e i suoi amici vi siete raccontati troppe barzellette sui Carabinieri. La verità è che noi non ci fidiamo mai degli alibi che ci vengono forniti, e li controlliamo sempre. E lei, il giorno e l’ora in cui Alessandra è stata uccisa, non era affatto a casa con sua moglie. –
Si fermò un attimo, per vedere la reazione sulle facce dei presenti. La Signora Maria, che evidentemente era stata indotta dal marito a mentire, sapeva che Graziosi aveva ragione, e abbassò leggermente il capo; l’Ingegnere guardò improvvisamente il padre con uno sguardo rabbioso, e il Commendatore era diventato rosso, forse di frustrazione, per essere stato messo in difficoltà.
Di Capua si godeva la scena: sapeva che quando Graziosi imboccava la strada giusta era inarrestabile, e a questo punto lui poteva limitarsi ad occuparsi dei dettagli, tipo arrestare i colpevoli, riempire moduli, cose così.
– Lei, caro Commendatore – riprese Graziosi – ha reso falsa testimonianza, e ha indotto sua moglie a fare altrettanto. Questo è un reato, che le sarà contestato. Ma ora mi interessa dirle, anche se lo sa già, perché ci ha mentito. Lei quel giorno non era con sua moglie. Era con un’altra donna, una delle tante che qua in zona praticano l’antica professione del meretricio, una che lei incontra regolarmente, e con cui spreca una parte dei soldi che possiede, invece di investirli, che so? in divani nuovi, oppure in una squadra corse per suo figlio – Graziosi era spietato, ora, ma provava un certo ribrezzo per quell’uomo e il suo stile di vita, infarcito di razzismo, ipocrisia, e luoghi comuni.
Il Commendatore ascoltava con una faccia che fece temere a Di Capua un infarto imminente.
– La signorina in questione – continuò Graziosi – ci ha confermato che lei era molto impegnato in quel momento, e dato che non ci sembrava rilevante per le indagini, non glie lo abbiamo contestato, all’inizio. Ora però ci sembra che abbia importanza, e soprattutto, caro Commendatore, che la qualifichi come padre e come essere umano. Evidentemente noi “meridionali” saremo anche dei poveracci in cerca di lavoro, ma qui da lei l’ipocrisia, il perbenismo, la costruzione delle facciate che nascondono affari sporchi, non sono cambiate molto dai tempi di “Signore e signora” – si fermò un attimo, disgustato.
– Ma alla fine vede – ricominciò la sua arringa Graziosi – a noi della sua vita privata non interessa nulla, e se lei non ci avesse mentito, facendoci anche la paternale, non l’avremmo neanche citata. A noi interessa solo una cosa: assicurare alla giustizia l’assassino di Alessandra. Perché Alessandra Ronchi, che ha dovuto subire come i suoi figli l’invadenza di un padre ignorante e violento, non era una puttana. Alessandra Ronchi era una ragazza perbene, che non amava l’Ingegnere qua presente, e che ha rinunciato ai soldi e all’agiatezza che lui poteva offrirle, per andarsi a mettere con Andrea: uno spiantato, un vagabondo, come l’ha definito lei, ma un uomo di principi, che non è sceso a compromessi con la sua famiglia. Alessandra e Andrea, caro Commendatore, sono gli unici angeli puliti di questa faccenda sporca, in cui la merda si trova ad ogni angolo. Alessandra era una giovane donna, che rifiutava di andare a letto con il suo capo per fare carriera, e che anzi, anche da morta ci ha aiutato a metterlo in galera e a sgominare una rete di spacciatori. Alessandra, caro Commendatore, era molto migliore di tutti voi. E perché è stata uccisa allora? e da chi? –
Si fermò per bere un bicchiere d’acqua. Ora nessuno osava neanche fiatare.
– Da chi, è facile. Da una persona che la odiava. Perché questo delitto, più che premeditato, è stato meditato. Ragionato, pensato, organizzato. Non da un killer prezzolato, come abbiamo pensato all’inizio. Non lo avrebbe fatto in quel modo, con quell’arma, e prendendosi quel rischio. Non un omicidio di impulso, di passione, no; sono altri i modi in cui gli uomini ammazzano le donne oggetto del loro desiderio. Alessandra è stata uccisa da una persona che conosceva, perché non si è ribellata. Si è fidata. Una persona che aveva visto spesso, e che addirittura ha fatto sedere vicino a lei. Una persona fredda, che è riuscita a mantenere la calma prima e dopo, ed andare via senza essere notata. E perché? Perché è stata ammazzata, se era una persona così perbene? Se nessuno aveva veramente un motivo per chiudere la sua vita così presto? Per colpa sua, Ingegnere – disse Graziosi guardando il figlio stupefatto – per il dolore che lei ha provato, per le notti insonni passate a piangere, per la clinica, per la vergogna, l’umiliazione. Perché anche se lei come dice suo padre forse è un coglione, anche se suo fratello è meglio di lei, anche se è una persona fragile, debole, senza carattere, lei, Ingegnere, per sua madre è sempre suo figlio, e una madre non tollera vedere i suoi figli soffrire così. –
Tutti si girarono verso la Signora Maria, che era rimasta immobile attaccata allo stipite, e anche stavolta, come in tutti gli anni in cui aveva dovuto subire le angherie del marito, anche come aveva fatto mentre puntava l’arma alla tempia di Alessandra e le toglieva la vita, anche stavolta non mosse un muscolo.
Il Commendatore, immemore degli anni e della sua stazza, si alzò in piedi di scatto, e prese le spalle della moglie scuotendola, mentre lei non opponeva resistenza.
– Maria! cosa dice questo pazzo? diglielo tu, che non è possibile, tu non faresti male ad una mosca, non puoi essere stata tu! diglielo, ti prego! –
La donna scansò il marito e fece un passo avanti.
– Sono d’accordo con lei, Maresciallo. Alessandra non era una puttanella qualsiasi, ed era una persona perbene. Ma non aveva idea di cosa vuole dire avere dei figli, crescerli e vederli soffrire. Lei aveva rovinato la vita di mio figlio, lo stava umiliando, e sono sicura che avrebbe fatto lo stesso con Andrea. Io non ho resistito quaranta anni con questo uomo, sopportando la sua violenza, i suoi tradimenti, la sua tirchieria, non ho retto tutto questo tempo per vedere tutto distrutto da una ragazza che non sa neanche cosa vuole dalla vita. Alla fine questa era la scelta: lei, o la mia famiglia. E io non ho avuto dubbi –
Non disse altro, nessuno disse altro, non ce n’era bisogno.

Graziosi e Di Capua rimasero qualche minuto fuori dal capannone dei Merlo, dopo che ancora una volta i Carabinieri avevano portato via una persona in manette passata sotto le cure dei due.
Non c’era molto da aggiungere, avevano risolto il caso, ma ne erano rimasti disgustati, e ora non vedevano l’ora di tornarsene a casa.
– A che ora c’è il treno per Roma? – chiese Di Capua distrattamente.
Graziosi lo guardò fisso, poi disse:
– Per qualche mese, basta treno. Prendiamo un aereo. Succedono brutte cose a chi prende il treno –

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Dieci buoni motivi per non indossare la guepiere

Dovrebbe essere nota a tutti la differenza tra uomo e donna nella valutazione di quale sia l’intimo femminile più adeguato ad un incontro diciamo “galante”.
L’uomo sarebbe sostanzialmente per la donna-“cotonella”, semplice, lineare, senza fronzoli.
Purtroppo la tendenza femminile all’arzigogolo, la pressione dei media e delle case di moda che ci tempestano di foto di donne stupende vestite di pizzi e merletti, e soprattutto una certa letteratura e cinematografia pseudoerotica, hanno avallato l’idea che la sensualità passi per un intimo femminile ricercato, sofisticato, costoso.
Invece no, e sono pronto a dimostrarlo con dei punti chiari e definitivi sull’argomento.
Ecco perché.

1. Le signorine raffigurate sulle pubblicità e nei cataloghi sono delle anoressiche per lo più taglia 36 o 38. Se anche siete delle snelle 42, o delle belle cecione taglia 44 o 46, con una guepiere indosso si raggiunge rapidamente l’effetto salsicciotto. Evitare il martirio delle carni.

2. Indossare una guepiere richiede almeno un quarto d’ora di lavorìo, a meno che non siate una delle suddette signorine a taglia 38. Ciò significa che se io sono venuto a prendervi con la mia Torpedo blu, starò probabilmente sotto casa ad aspettarvi un quarto d’ora in più del canonico quarto d’ora. Quando finalmente scenderete, con un malizioso sorriso sulle labbra, io sarò incazzato come una biscia.

3. Se per indossarla ci vuole un quarto d’ora, e la capacità di ruotare le articolazioni senza dislocarle, per toglierla è anche peggio. Scordatevi quei film in cui il protagonista maschile con un sopracciglio alzato sfila una guepiere con un singolo gesto del mignolo sinistro. Test di laboratorio mostrano che l’homo abilis medio impiega circa 20 minuti a sfilare una guepiere in condizioni ideali (ossia se indossata da un manichino) e quasi 30 se il soggetto è in movimento. E tenete presente che nessun uomo si porta mai dietro delle forbici, a meno che non abbiate menzionato la parola “guepiere” quando state prendendo accordi per la serata.

4. E’ difficile scegliere un colore per una guepiere. Color carne? sembri Zia Maria. Bianca e virginale? Non scherziamo, va in contrasto con l’obiettivo. Nera? l’uomo si chiede se anche Robin sia stato invitato alla serata. Rossa? provoca il pavloviano riflesso maschile di mettere mano al portafoglio. Altri colori? non sono trasmessi al cervello dal nervo ottico di un uomo.

5. Non c’è niente da fare: la sorpresa di una donna in guepiere provoca nell’uomo un’elevatissima ansia da prestazione. Io so che tu sai che io so che tu pensi che io dovrei che quindi…insomma, se proprio non potete fare a meno di indossarla, preparatevi nel 30% dei casi a dover consolare un uomo affranto.

6. La costrizione delle carni di cui al punto 1. crea il fastidioso effetto “palloncino pieno d’acqua”, per cui la pressione in un punto crea il rigonfiamento in un altro. Se vi spunta una tetta su una spalla, sappiate che l’avete stretta troppo, probabilmente è un indumento che non fa per voi.

7. Se insistete per non toglierla, all’uomo verrà il (fondato, fondatissimo, quasi certo) sospetto che più che un indumento glamour sia un sostegno per evitare il crollo delle carni. Se il motivo è questo, non sfidate la sorte. Anche se è improbabile, potreste incontrare un uomo con delle forbici.

8. La memoria dell’uomo (soprattutto per certi argomenti…) è sostanzialmente visiva. Se riuscite a superare fortunosamente tutti i punti precedenti, è possibile che la vista del vostro corpo fasciato da una guepiere gli ricordi una fidanzata storica che lo ha lasciato venti anni fa, cosa di cui non si è ancora fatto una ragione. Pare che la salinità delle lacrime maschili rovini sia le prestazioni che il tessuto di pizzo.

9. C’è la vaga possibilità che voi decidiate di tenere indosso il prezioso indumento e il vostro compagno lo consideri un fattore di piacere visivo. Ma, avete presente quanti nodini, bugni e gancetti ci sono in una guepiere? Gli uomini amanti dell’intimo elaborato si riconoscono subito, al mare; sono costellati di cicatrici sul petto.

10. La scelta di un tale livello di eleganza provocherà nell’uomo la spinta alla competizione. Questo significa che la volta successiva si presenterà in boxer di armani tigrati, canotta alla Freddie Mercury, e pedalini gallo millerighe, pensando di essere sexy e provocante.
No, sappiate che non è bello rendere ridicolo un uomo, soprattutto se pesa cento chili ed è alto un metro e quaranta al garrese.

Se nonostante questi saggi consigli siete decise a perseverare nella vostra scelta di abbigliamento intimo, avete tutta la mia ammirazione e comprensione.
E comunque, io per sicurezza giro sempre con un coltellino svizzero multiuso.

corsetti e gapeiere

La Festa della Donna

Il Maresciallo Graziosi è il protagonista di alcuni miei racconti, uno dei quali già pubblicato anche qui: “Il Bambino”
Stavolta la sua presenza, se non inutile, è quanto meno ininfluente, ma sono contento che sia stato proprio lui ad ascoltare questa storia.

Non ho intenzione di farle perdere tempo, Maresciallo, e come vede sono venuta di mia spontanea volontà, e vi avrei già raccontato tutto, se non fosse che mi avete fatto aspettare due ore per assegnarmi questo avvocato d’ufficio, che poi io neanche lo volevo.
Va bene, lo so che lo prevede la legge, ma non mi serve nessuno che mi difenda, perché non ho nulla da cui difendermi.
Certo. L’ho ammazzato io.
Io da sola, e lo rifarei un milione di volte.
E l’unica cosa che mi dispiace, è che non sono abbastanza forte da averlo potuto ammazzare con le mie mani, perché quel bastardo pesava oltre 100 chili, e non erano tutta panza, creda a me.
L’ho dovuto accoltellare. E comunque c’ho provato gusto lo stesso, a dargli quelle dieci coltellate.
Ventotto? non lo so, Marescià, forse i suoi uomini sono più bravi di me a fare i conti, e comunque in quel momento non pensavo ai numeri.
Pensavo a staccargli quel sorrisetto infame dalla faccia.
Pensavo a dargli qualche coltellata forte, ma qualcuna piano, finché era ancora vivo, perché mi piaceva vederlo soffrire. Peccato che la prima glie l’ho dovuta dare a tradimento, in mezzo alla schiena.
Glie l’ho detto, era un colosso, quello stronzo, e non volevo correre rischi, ma mi sarebbe piaciuto vedere lo stupore nei suoi occhi quando gli ho infilato 25 centimetri di coltello da pescatore in mezzo ai reni.
Eh sì. Era suo. Il suo coltello, proprio quello con cui mi minacciava.
Proprio quello con cui mi ha fatto questi tagli qua, guardi Marescià: sulle braccia, sulle gambe, sulla pancia.
Solo il viso mi ha risparmiato, perché diceva che gli piaceva, il mio viso, e non me lo voleva rovinare.
Avvocato, lei si deve fare i cazzi suoi!
Non sono matta, e non voglio che lei dica questa cosa.
Non ho nessuna intenzione di passare per pazza, anzi: non sono mai stata così lucida in vita mia, e se pensa di farmi evitare la galera in questo modo, me lo dica, e la sollevo subito dall’incarico, e mi faccio dare un altro avvocato, uno che si sta zitto.
No, ma che dice!
Marescià, non lo stia a sentire, questo non ha capito niente.
Ecco bravo, glie lo dica lei, che mi sembra una persona intelligente.
Gelosia? Ma pensate che avrei mai ammazzato quel disgraziato solo perché andava a letto con altre donne?
Ma la gelosia, quella sì, appartiene ai matti, e io ve l’ho già detto, non sono pazza.
Avrei pagato, perché se ne andasse con qualcun’altra e la smettesse di mettermi le mani addosso.
No, neanche le botte e i tagli.
Non me ne fregava più niente, erano parte della routine quotidiana, e poi è quello che ho visto a casa mia per tutta la vita, e mio padre e mia madre sono rimasti insieme per 60 anni, e lei ha pure pianto al suo funerale, nonostante tutte le botte che aveva preso.
Solo se avesse toccato i miei figli, solo per quel motivo, l’avrei ammazzato subito e da molto tempo. Ma non l’ha mai fatto, ero solo io, io e solo io, il suo bersaglio.
Avvocato, la smetta e guardi il Maresciallo.
Lui ha capito tutto. Faccia fare a lui, e la pianti di trovare delle scuse e degli alibi, non ne ho e non ne voglio.
Marescià, mi scusi se mi avvicino, ma è inutile parlare con questo qua.
Lei è una persone perbene, si vede, e lei saprà riportare correttamente quello che le dico.
Io l’ho ammazzato perché mi ha fatto diventare un’altra persona.
Perché le botte, le umiliazioni, la violenza, erano solo la manifestazione esteriore, ma quello che mi ha distrutto, fino al punto di non poterne più, è stato il suo desiderio di piegarmi, di plagiarmi, di farmi dimenticare le cose belle che ci stanno al mondo, di quanto può essere piacevole una passeggiata, un fiore, una risata, gli amici.
Lui mi aveva cambiato, e questa persona che sono io ora è una persona brutta, e io non la voglio più.
Voglio ridiventare quella che ero una volta, voglio essere libera, anche dentro una galera, ma libera.
Per questo l’ho ammazzato.
Per questo l’ho ammazzato oggi, otto marzo.
Perché oggi è la mia festa.

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Alle donne che odiano l’8 marzo

Care donne che odiate l’8 marzo, vi scrivo in segno di solidarietà e di pace.


Forse non dovrei, ma mi metto d’ufficio in quel (nutrito, vi assicuro) gruppo di uomini che è consapevole che le donne, in Italia e nel mondo, vivono ancora in una condizione di sostanziale e formale inferiorità.
So bene che l’economia, la famiglia, la rete sociale, si appoggiano sul lavoro spesso mal pagato, mai abbastanza riconosciuto, e in continuo aumento, delle donne.
Le nostre madri, le nostre mogli, e dio non voglia anche le nostre figlie, avranno più doveri, più impegni, più insoddisfazioni e meno soldi, riconoscimenti, serenità, di noi uomini.
Noi uomini-consapevoli sappiamo che non è festeggiando un giorno l’anno la donna come se fosse una specie animale in pericolo che si possono cambiare i fatti: gli stipendi più bassi a parità di incarico; la disoccupazione più alta; le ore lavorate maggiori; la gestione della famiglia, degli anziani, dei figli quasi totalmente a carico delle donne.


Eppure la Festa delle Donne nasce con un intento ricco di speranza: una grande manifestazione per fermare la prima guerra mondiale.
Ecco, una cosa che le donne non sono capaci di fare. La guerra.
Credo che in un mondo governato dalle donne, e non dal testosterone, non esisterebbe la guerra, almeno non come la conosciamo noi, non ci sarebbero le associazioni a delinquere, la criminalità organizzata, la violenza e la sopraffazione quotidiana.


Care donne che odiate la Festa della Donna, che vi sentite umiliate, sconfitte, da una considerazione stereotipata e ripetitiva, che guardate la mimosa come un veleno, che vi sentite prendere dal disgusto di fronte alle vetrine piene di confezioni di baci perugina, e rose rosse finte; che odiate anche le stesse donne, che usano questo giorno per godere di una effimera libertà ed eccitazione, nei confronti di uomini magari distratti, nella migliore delle ipotesi, o ignoranti, violenti, oppressivi; queste donne che un giorno l’anno diventano “la regina della casa”, e magari approfittano di un’unica chance per un’uscita la sera; queste donne so che le odiate più degli uomini che le opprimono, perché non sanno ribellarsi, e anzi, con questa ricorrenza-macchietta non fanno altro che avallare gli altri 364 giorni passati al buio.


Care donne, io sono con voi, eppure vi dico: questa festa è anche un’opportunità.
Per parlare della discriminazione, della disuguaglianza, della ingiustizia. Non se ne parla mai abbastanza, credetemi.
Ed è anche l’opportunità per milioni di uomini di guardare con occhi diversi le donne della loro vita, anche se solo per un giorno; ebbene, lasciateglielo fare.
Perché in fondo, chi vi regala una mimosa, una rosa, un confetto, non vuole altro che una carezza ed un sorriso, e non ci trovo niente di male in questo.
Ecco.

Care donne che odiano la Festa della Donna: se mi vedrete con un regalo per voi, ricordatevi che lo faccio per il vostro sorriso.
Non me lo negate.