Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

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Storia di Chiara e Franca

In questi giorni, stranamente proprio mentre sono all’estero e distratto da un paese e una cultura molto differenti dalla nostra, mi sono imbattuto in storie di donne che mi hanno colpito, commosso, fatto incazzare, pensare, piangere.
Sono storie note, in parte le conoscevo già, e non c’è niente che non possiate trovare su internet, non avete certo bisogno di me.
Ma se anche una sola persona scoprirà leggendo questo trafiletto che esistono donne che hanno subito dal destino e dagli uomini affronti tremendi, allora avrà avuto un senso.
Spero che leggano soprattutto gli uomini.
Abbiamo bisogno ogni tanto di spogliarci del nostro maschilismo, che forse fa parte della nostra natura, non lo nego, e di cercare di capire che le donne, le nostre donne, le nostre madri, mogli, figlie che adoriamo e che spesso trattiamo come meritano, sono degli esseri fragili, e qualche volta la loro fragilità è colpa nostra.
Anche il loro dolore. Non sempre. Ma qualche volta sì.

Storia di Chiara
L’amore, l’amore è cieco dicono.
Se non fosse così, ragazze come Chiara non potrebbero innamorarsi dell’uomo sbagliato.
Una ragazza semplice, di famiglia semplice, forse questa è stata la sua prima condanna.
Di vivere per cose semplici: la famiglia un po’ così, pochi soldi, lo stadio, il suo cane, l’istituto alberghiero.
Una ragazza che forse non chiedeva molto dalla vita, e forse non si aspettava neanche molto, ma che non meritava quello che le è successo.
Perché ad un certo punto Chiara si innamora.
A diciotto anni è normale, ma lui ne ha già trentacinque. E non è un tipo facile.
Per un po’ le cose sono andate benino, poi lui è violento, non è tipo raccomandabile, e insomma la famiglia, questo padre separato che la adora, cerca in tutti i modi di tenerli lontani.
Si sa, l’amore è più forte di qualsiasi ostacolo, supera tutte le barriere.
Ma è amore questo?
E’ amore quello che lega un uomo violento ad una ragazzina?
E’ amore il possesso, la gelosia, le botte, la cattiveria?
No. Lo possiamo dire senza paura di essere smentiti.
L’amore è passione, condivisione, rispetto.
L’amore è attesa, gioia, delicatezza.
L’amore non è mai violenza e la violenza non è mai amore.
Ma cosa ne sa di tutto questo Chiara, una ragazzina che vive per andare allo stadio e per quest’uomo cattivo?
Forse, chissà, non glie lo hanno saputo insegnare neanche i genitori, che vivono in una situazione complicata, pochi soldi, e chissà se la cultura, la bellezza, l’amore fanno parte della loro vita.
E allora Chiara fugge con quell’uomo, perché la sua idea dell’amore forse è questa, essere la donna dell’uomo forte, essere trattata male.
Troppe donne subiscono il fascino della violenza, donne anche intelligenti, colte, preparate.
Donne che non hanno alle spalle una storia famigliare di violenza, anzi, che magari hanno avuto genitori che le hanno adorate.
Eppure non riescono a resistere ad un istinto primordiale di autodistruzione.
Evidentemente anche per Chiara il fascino animale di quell’uomo è stato irresistibile, e così è fuggita con lui, e in quello scantinato dove si erano rifugiati ha trovato la morte.
Non la morte fisica, non ha avuto neanche questa benedizione.
Chissà, forse è stata una parola storta, il rifiuto di assoggettarsi ai suoi voleri, oppure una birra di troppo, ma fatto sta che quest’uomo, quello che Chiara considerava il suo amore, per il quale aveva lasciato casa sua senza dire niente, l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla, ha cominciato a colpirla, con calci alla testa e ancora e ancora e ancora finché di Chiara non è rimasto più niente.
Oggi lui è in galera, con una pena forse inadeguata.
Lei è in un ospedale, con il padre a vegliarla ogni volta che può.
Ma Chiara, la Chiara semplice, quella che amava il calcio e il suo cane, quella che ha scambiato la violenza per amore, quella ragazzina, non c’è più.
La storia di Chiara non è una bella storia.

Oggi Chiara è in una clinica pubblica ma prima o poi uscirà, le sue cure, che servono solo per tenerla in vita, sono costosissime, il padre guadagna poco più di 1.000 euro al mese, e non potrà fare altro che tenerla con sé e sperare, o aspettare l’inevitabile.
L’assassino di Chiara è nullatenente e quindi non è in grado di contribuire in alcun modo, neanche con una condanna.
E lo Stato? Lo Stato siamo noi. Assenti. Indifferenti.

Storia di Franca
A diciassette anni Franca era bella, bellissima, una bella ragazza siciliana.
Ed era già fidanzata, perché cinquanta anni fa una ragazza di buona famiglia, soprattutto se bella, era già promessa a qualcuno, e Franca aveva scelto già l’uomo della sua vita, Giuseppe, quello che l’avrebbe voluta accanto per tutta la vita, per avere figli e nipoti e una vecchiaia insieme.
L’uomo della sua vita era, Giuseppe, e nessun altro.
Ma come in tutte le favole, come nelle storie di tutte le principesse, c’è sempre una strega o uno stregone cattivo che vuole rompere l’incantesimo.
Per Franca l’uomo nero si materializzò un pomeriggio nelle vesti di un piccolo mafioso della zona, insieme ad altri dodici sgherri, per rapire lei e suo fratello e portarla via.
Se pensate ad un rapimento romantico vi sbagliate di grosso.
L’uomo nero non si limitò a rapire Franca, ma la violentò, commise su di lei il delitto più atroce che un uomo può commettere su una donna, la costrinse a giacere con lui contro la sua volontà.
Forse penserete che quest’uomo fosse pazzo, la violenza carnale è reato. O no!?
Beh, vedete, per l’Italia di quegli anni, e non parliamo del medioevo, parliamo degli anni in cui a Parigi si marciava per i diritti degli studenti e dei lavoratori, parliamo degli anni della primavera di Praga, parliamo dell’uomo sulla Luna, parliamo della guerra in Vietnam, parliamo di oggi insomma, non di ieri, dicevo in quegli anni sì la violenza carnale era reato ma…
Ma…se veniva seguita da un matrimonio riparatore allora il reato era estinto.
E’ così. Incredibile, lo so.
E quindi eccoci qua, i personaggi di questo dramma si ritrovano al proscenio e devono decidere cosa fare.
Il mafioso ha fatto la sua mossa: ha sporcato Franca con la sua violenza e sa che può raccoglierne il frutto facendo leva sulla cultura dell’epoca.
Franca forse ha paura: di quell’uomo e della sua cattiveria, della gente, della sua dignità di donna, delle reazioni di Giuseppe, e allora chiama al proscenio il padre.
Immaginate quest’uomo. Immaginatelo ora.
Un uomo che vive in una terra difficile, che ha una figlia che adora e chissà quanto deve soffrire.
Un uomo che non solo è stato colpito negli affetti più cari, ma che può essere colpito ancora, anche materialmente, da un mafioso che conosce bene, da fiancheggiatori che incontra al bar tutti i giorni.
Un uomo che vede anche la società, lo stato, i suoi simili spingere per una soluzione facile: il matrimonio riparatore tra Franca e il vigliacco che l’ha insozzata, così tutto sarebbe a posto, tutto giustificato, nessuna vergogna, nessun dolore.
Quest’uomo, per la cultura e l’età che ha è di fronte ad una scelta terribile.
Ma vedete, in questa storia di uomini schifosi e meschini ci sono anche uomini con le palle, uomini degni di questo nome.
Il padre chiede a Franca: “tu che vuoi fare?”
Lei è una ragazzina, ma non è stupida e non è debole. Ha la fierezza delle donne, e soprattutto delle donne siciliane.
Risponde: “io quello non lo voglio sposare, mi darai una mano?”
Il padre la guarda e non esita neanche un momento: “tu metti una mano, e io ne metto cento”.
Capite, che coraggio, che modernità, che amore questo padre?
Ma il padre di Franca, per quanto bravo e coraggioso non è certo sufficiente per provare a dare un lieto fine a questa brutta storia.
Perché Franca ama Giuseppe, si è promessa a lui, e ora non sa se lui la vorrà ancora, adesso che è “sporca”.
Anche Giuseppe è di fronte ad una scelta, e anche per lui è una scelta che farebbe tremare i polsi.
Il contesto è sempre lo stesso, ma Franca non è sangue del suo sangue, e Giuseppe è giovane, non è un uomo che ne ha viste tante come il padre di Franca, alla fine è un ragazzo anche lui, potrebbe avere paura di quello che la gente potrebbe pensare e dei mafiosi, e di tutto.
A quanto pare però Franca è una donna straordinaria anche nella capacità di attrarre intorno a sé uomini altrettanto straordinari.
Perché Giuseppe, anche lui, non ha nessuna esitazione: “voglio te, solo te, sei la donna della mia vita e io ti sposerò”.
E così fece. E questa storia, la storia di Franca, oggi possiamo raccontarla come una bella storia, di un uomo e una donna che si amano, che danno vita ad altri uomini e donne e che ancora oggi non hanno dubbi della scelta che hanno fatto.
Una bella storia, la storia di Franca.

Grazie alla tenacia di Franca Viola, e alla sua storia alla quale si interessò anche il pontefice Paolo VI, la legge fu finalmente cambiata.
Fu fatto un processo che Franca affrontò con coraggio e determinazione, i violentatori furono tutti condannati.
L’Italia oggi è un Paese migliore, grazie al sacrificio e all’integrità di Franca e ai due uomini più importanti della sua vita.

violenza

Le quattro fasi dello stronzo

Ognuno di noi in un certo momento della vita, in uno qualsiasi dei vasti campi dello scibile umano, o con una persona specifica è stato, è o sarà stronzo.
Non per niente la frase più gettonata a Roma è “ahò, ma che stai a fa’ lo stronzo!?”
Perché prima o poi il momento dello stronzo viene per tutti.
Ma il vero stronzo, lo stronzo certificato ISO 9000, lo stronzo matricolato, è uno che della stronzaggine ha fatto una ragione di vita.
Lui non fa lo stronzo. E’ stronzo.
Ed è stronzo a 360 gradi, giorno e notte, 24/24 ore.
Un vero stronzo è stronzo sempre.
Una piccola percentuali di stronzi ci nasce, e già dal momento in cui emerge dalla pancia della madre è stronzo: sono quei bambini che piangono in continuazione, non ti fanno mai dormire la notte per dieci anni, non mangiano mai e se mangiano ti rivomitano tutto addosso, e non appena li prendi in braccio senza pannolino ti fanno istantaneamente la pipì sul maglioncino di cachemire.
Ma per lo più lo stronzo conclamato ci diventa passando attraverso delle fasi, che noi, dall’alto della nostra pluriennale esperienza in fatto di stronzi, abbiamo recentemente catalogato e descritto in alcuni articoli pubblicati su tutte le riviste di settore (su “Gente di un certo livello” ci hanno riservato il paginone centrale).
E’ bene precisare che sebbene le fasi della stronzaggine siano rigorosamente in sequenza, non è dato predire quanto tempo uno stronzo rimarrà in una data fase prima di passare a quella successiva.
Ci sono anche stronzi che si fermano per sempre alla Fase 2, e diciamocelo, uno stronzo in Fase 2 può anche essere simpatico.
Per cui vi capiterà di incontrare nella vostra vita innumerevoli stronzi distribuiti più o meno equamente nelle quattro fasi.
Ah, certo.
Anche voi potreste essere in una di queste.
Fatemi un favore: se siete nella Fase 4, evitate di salutarmi, se mi incontrate.


Fase 1 – Dubitativa. Frase tipica: “Fossi stronzo?”

In questa fase lo stronzo non è sicuro delle proprie qualità e insieme a quelli in Fase 2 mantiene ancora viva una certa morale che gli consente di distinguere tra il bene (la non stronzaggine) e il male (lui).
Però lo stronzo in fieri se lo chiede non con angoscia, non con dispiacere, non con propositi di riscatto.
No.
Lui è più che altro sorpreso.
Perché aveva capito che in lui qualcosa non funzionava bene, e aveva dato la colpa alla cattiva digestione di cui soffre da sempre, le corna che la fidanzata gli ha messo a ripetizione, gli schiaffoni del padre da piccolo.
Insomma aveva cercato sempre cause esterne.
Ora invece con un leggero compiacimento comincia ad avere consapevolezza che no, non sono gli altri: sei tu che stai a fa’ lo stronzo.
Ma ancora siamo lontani dalla pienezza e rigogliosità dello stronzo conclamato che noi tutti amiamo e sfanculiamo.
Lo stronzo in fase dubitativa è anche capace di gesti di rara generosità, più che altro come test per capire cosa gli da’ più gusto, se ad esempio dopo la festa dare un passaggio ad un paio di cozze senza macchina, oppure accannarle alla fermata dell’autobus mentre pomicia in macchina con Sabrina.
Questi gesti saranno sempre meno frequenti, man mano che egli scoprirà che le varie sabrine saranno più contente di pomiciare con uno stronzo piuttosto che farsi accompagnare a casa da un nerd.

Fase 2 – Riflessiva. Frase tipica “Non è che sono stato stronzo?”
La differenza tra Fase 1 e Fase 2 potrebbe sembrare sottile, invece è enorme.
Lo stronzo in Fase 2 ha già iniziato a mettere in pratica la sua stronzaggine su larga scala, solo che mantiene ancor un minimo di senso del pudore per chiedersi se avrà fatto bene o meno.
Infatti, come da statistiche da noi raccolte in anni di studi, la risposta che egli si dà alla domanda “Non è che sono stato stronzo?” nel 99,4% dei casi è “Esticazzi!”.
Quindi lo stronzo in Fase 2 è già uno che prende e lascia le donne senza preoccuparsi se stanno male o meno, che parcheggia la macchina in tripla fila, che occupa regolarmente il posto dei disabili, che butta il pacchetto di sigarette per terra, che si dimentica sempre di ridarti i soldi che gli hai prestato per fare benzina.
Insomma è uno che FA lo stronzo, ma ancora non lo è pienamente, se si fa ancora qualche domanda.
Con qualche anno di psicanalisi e terapie appropriate lo stronzo in Fase 2 potrebbe regredire in Fase 1, e tornare ad essere una persona migliore.
Ma anche su questo, tutti i ricercatori che abbiamo consultato sono concordi nel dire in coro: “Masticazzi, facesse come je pare”.
Quindi spesso lo stronzo in Fase 2 passa alla Fase 3 semplicemente per carenza di strutture mediche e presidi sanitari adeguati.
La colpa è sempre dello Stato.

Fase 3 – Propositiva. Frase tipica “Mo’ te faccio vede io”
Qui lo stronzo ormai ha rotto gli indugi, mollato gli ormeggi, sa di essere stronzo e comincia ad assaporare il gusto di esserlo.
Non ci riesce a fare lo stronzo sempre, magari perché ha qualche legame con il mondo esterno che lo trattiene, tipo una famiglia, un lavoro, cose così.
Allora cerca occasioni per pianificare la sua stronzaggine e metterla in pratica senza indugio.
Dato che la vita quotidiana ci riserva molte occasioni per essere stronzi, lo stronzo conclamato non avrà difficoltà a trovare scuse, alibi, o motivazioni, per cui eserciterà il muscolo della stronzaggine fino a farlo diventare ipertrofico per poi passare alla Fase 4.
Pare che la Fase 3 sia non-regressiva: non si conoscono molti casi di stronzi in Fase 3 che siano poi riusciti a tornare alla Fase 2 o alla Fase 1.
Dalla letteratura disponibile possiamo dedurre che i pochissimi casi eventualmente citabili in tal senso siano legati a crisi mistiche, come Paolo di Tarso, Sandro Botticelli e quello stronzo di Galileo Galilei che gli servirono dieci anni di galera per fargli dire la verità, cioè che è il Sole che gira intorno alla Terra e non viceversa.

Fase 4 – Cognitiva. Frase tipica “Ar Cavaliere Nero nun je dovete da caga’ er cazzo!”
Qui lo stronzo è nella fase conclamata.
E’ stronzo e lo sanno tutti. Pure lui.
Viene di norma evitato dalle persone perbene, e sottoposto a continue profferte amorose e sessuali da donne di indicibile bellezza, da cui la frase tipica “ma come fa’ quella a sta’ co’ quello stronzo?”.
Proprio perché è stronzo, diciamo noi, ma non è qui il momento di esplorare le apparenti contraddizioni dell’animo umano delle XX.
Lo stronzo spesso è uomo di successo, o quanto meno di moneta, perché se non hai scrupoli (e lo stronzo matricolato credetemi, non ne ha) è più facile salire sul cadavere degli altri per raggiungere la vetta.
In alcuni sofisticatissimi casi lo stronzo conclamato è persona di rara cultura e immenso potere: abbiamo avuto grandi stronzi tra manager, Presidenti del Consiglio, e financo Pontefici.
Quando uno stronzo arriva ad elevati livelli di potere sono guai per tutti quelli che gli stanno sotto.
L’unico, piccolo vantaggio è che lo stronzo in Fase 4 sparerà per primo sul mucchio degli stronzi nelle Fasi precedenti, sia perché sono stronzi, sia perché teme la concorrenza, e questo in alcuni casi libera posti per i non-stronzi dotati però di qualche competenza.
Lo stronzo in Fase 4 almeno però non si mimetizza: è facilmente riconoscibile, ed evitabile.
Quindi, cari amici e amiche, se finite vittime dello stronzo conclamato, il nostro consiglio è solo uno, perché un po’ stronzi lo siamo anche noi: “Io te l’avevo detto…”

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La gita

Come sempre sono una delle prime ad arrivare. I miei non dormono tanto, mi svegliano sempre presto per fare colazione insieme, e quanto gli piace accompagnarmi, a tutti e due.
Preferirei che mi lasciassero all’angolo, sono l’unica che in terza media deve sopportare entrambi i genitori che la sbaciucchiano fuori scuola, ma non ci sentono.
Se non altro oggi che c’è la gita ci sono altri genitori e non mi devo vergognare.
E comunque arrivare presto ha i suoi vantaggi, mi posso scegliere il posto che preferisco sul pullman, in fondo, vicino al finestrino.
Evito di dover stare tutto il tempo a sentire le mie compagne di classe che parlano solo di vestiti, ragazzi, e cantanti melensi.
Vabbè, pure io parlo delle stesse cose, ma non SEMPRE.
Eccole, infatti. Sempre insieme. Le tre bionde.
Vestite uguali, sempre a braccetto, sempre pettinate bene.
Con me sono simpatiche ci mancherebbe: vedi Lilli che mi saluta con la manina, Valeria mi sorride e pure Chicca, nonostante abbiamo litigato per quel compito che non le ho passato, mi saluta.
Valeria viene verso di me, mi fa una linguaccia e mi chiede “che fai qui da sola?”.
Ogni volta è così e ogni volta ho la tentazione di stare con loro, ma poi rinuncio.
E quindi trovo una scusa: davanti mi sento male, poi voglio riposare che ieri sono tornata a casa tardi dopo gli allenamenti, insomma lei mi dice ci vediamo dopo e torna dalle altre, e dopo due secondi non esisto più per loro.
Meglio così.
Guardo fuori cercando di estraniarmi, ma non c’è speranza, mio padre e mia madre sono là e mi salutano.
Faccio un mezzo sorriso, quando sono di questo umore la loro allegria non mi aiuta.
Poi, al solito, la madre di Lilli fa la scema con mio padre. Bionda lei e bionda la figlia.
Ovviamente lui è un maschio, quindi cretino, e non riesce a non darle corda, e mia madre schiuma.
Un paio di volte hanno anche litigato, ma stavolta pare che vada tutto bene, mia madre sorride, anche se si vede che l’ammazzerebbe volentieri. Alla madre di Lilli, ma anche a papà, quando fa così.
Poi arrivano altri genitori, e purtroppo anche un paio di papà delle mie compagne di atletica, e figurati se non si mettono a parlare degli allenamenti, delle gare, a mimare la rincorsa del salto in alto.
Per fortuna non li posso sentire, mi basta vederli.
Ecco arrivano i maschi.
Sempre per ultimi, sempre sudati, anche alle otto di mattina.
Ma perché sudano così tanto?
C’è Giovanni, in particolare, che ha le ascelle che puzzano in maniera terribile, e quando mi capita come vicino di banco mi fa stare male, un giorno ho anche vomitato al bagno.
Ma pure gli altri, non sono da meno.
Non li sopporto, quasi nessuno.
Tranne Manuel.
Lui non puzza, forse perché gli interessa poco il pallone.
Manuel mi piace, ma piace anche alle bionde, e infatti ecco là, come è salito lo hanno subito accalappiato.
Manuel di qua, Manuel di là, che sceme.
Finalmente si parte, tutti si siedono, non devo più vedere questa scena patetica di quelle tre cretine che si squagliano per uno che secondo me neanche se le fila.
Però sta sempre là con loro, figurati.
L’ho detto anche a mio padre, quando abbiamo litigato ieri, che ai maschi quelle come me non interessano.
Lui mi ha detto che non capisco niente, però guarda un po’ dove sta lui? in mezzo alle bionde.
Anche Manuel, così come tutti gli altri maschi puzzolenti, preferisce stare con quelle tre.
Mio padre ha detto che io sono bellissima, e che siccome sono anche intelligente il futuro è mio.
Eh, ma intanto?
A nessuno interessa una con le gambe lunghe un chilometro, con i capelli neri, gli occhi neri, la pelle scura e senza tette.
Mia madre si è arrabbiata, mi ha detto che non vuole sentire queste parole, però poi ha detto “sei piccola, il seno ti crescerà”.
Io ho guardato il suo, e lei, che è piatta come un ferro da stiro, è diventata rossa.
“se non ti sono cresciute a te, sarà difficile che crescano a me” è stata la mia risposta. Logico no!?
Mio padre ha detto che è normale che io non mi veda bella, ma che il fatto che io non mi ci veda non vuol dire che io non lo sia.
Sarà.
Intanto però che il pullman fa manovra mi giro per l’ultima volta a vedere se i miei ci stanno e mi accorgo di mio padre che si è voltato verso il muro.
Tanto lo so che piange.
Ogni volta gli spunta la lacrimuccia, che palle.
Non sono più una bambina, e ancora si commuove quando parto.
Penso di mettermi le cuffie, almeno sento un po’ di musica.
Non riesco neanche ad accendere l’Ipad, perché Lilli si avvicina. “come ti sei vestita?” mi chiede, lei che ha gonna microscopica e parigine.
“mio padre ha detto che le parigine le posso mettere solo una volta l’anno, ad Halloween, e comunque là fa freddo” ribatto.
“ehhhh freddo, ma bisogna anche vestirsi da donne” dice lei con un occhiolino, e poi torna al suo posto, hai visto mai qualcuna le rubasse Manuel.
Io non dico niente, poi mi accorgo che mi è arrivato un messaggio.
Sono i miei, mi hanno mandato una foto, sono al bar a prendere un caffè e ridono e fanno ciao con la mano.
Scrivo “deficienti”. Poi ci metto un cuoricino, non vorrei si offendessero.
Loro mi mandano un’altra foto, peggio di prima, ora ridono, si abbracciano, e si sbaciucchiano.
“bleah, deficienti” scrivo, stavolta senza cuoricino.
Il messaggio successivo è solo di mio padre.
“Ti voglio bene Giulia. Ma tanto.”
Vorrei scrivere “anche io, deficiente”, ma mi viene solo un “ok”.
Finalmente mi riesco a mettere le cuffie, e a chiudere gli occhi.
Sento un po’ di “robaccia”, come la chiama mio padre, ma ho portato anche i Beatles.
Passano pochi minuti e mi sento toccare un braccio.
E’ Manuel.
Tolgo le cuffie e lo guardo in tono interrogativo.
“che fai?” mi chiede.
“musica” dico io.
“posso mettermi qua, il posto è vuoto”
“beh certo, se è vuoto”
“mi fai sentire quello che stavi sentendo?”
“prendi le cuffie” dico.
Sono stupita, è forse la conversazione più lunga che abbiamo avuto in tre anni di medie.
Sta due minuti, canticchia, poi me le ridà.
“grazie” dice.
“e di che? ciao”
“perché ciao?”
“beh non stai là davanti?” dico
“E che ti dispiace se rimango qua?”
“figurati, fai come ti pare” è la mia risposta scorbutica.
Poi mi metto la cuffia, alzo la musica a palla, e mi giro verso il finestrino per guardare l’autostrada che corre.
Però un sorrisetto ci scappa, e un pensiero: “sta a vedere che mio padre aveva ragione”

pullman

Incontri non casuali – Racconto

Un racconto scritto mettendo insieme un paio di eventi recenti come ispirazione.
Ovviamente il succo del racconto è TOTALMENTE frutto di fantasia.
Meglio metterlo per iscritto per evitare guai…:-)


Avete fatto caso che tecnica si usa in un film quando si vuole sottolineare l’incontro tra due persone?
Il ralenti.
Improvvisamente una scena diventa al rallentatore, il mondo intorno sembra scomparire e solo i protagonisti sembrano consapevoli di quello che sta accadendo; di solito uno di loro è turbato e l’altro, la nemesi, tranquillo o aggressivo.
E giù primi piani di occhi intensi, sguardi cattivi, sudore che imperla la fronte.
Poi improvvisamente il tempo sembra ricominciare a scorrere normale, ma niente è come prima.
Il protagonista sa che qualcosa è cambiato e quasi mai in meglio.
Ecco, se avete capito di cosa parlo saprete esattamente come mi sentii quel giorno.
Fino a un momento prima ero un uomo ragionevolmente sereno, se non felice, e ridevo contento di non so quale sciocchezza aveva detto il mio figlio più piccolo, mentre insieme a lui, suo fratello e mia moglie varcavamo il cancello che immette nel giardino del nostro condominio.
Non so se esistano famiglie veramente felici ma almeno quel giorno noi lo eravamo: una bella giornata primaverile, una passeggiata per un gelato, un ritorno a casa per un riposino: soprattutto per il bimbo piccolo, che a tre anni aveva ancora bisogno di dormire nel pomeriggio.
Fu solo quando alzai lo sguardo dai miei figli e la vidi arrivare che il tempo si fermò.
Un cappotto rosso fuoco sopra un abito nero, i capelli tinti biondissimi, con degli occhiali da sole alla moda.
Ai piedi degli stivaletti rossi e neri, e un rossetto di un colore altrettanto intenso, con un trucco compatto a nascondere le imperfezioni della pelle che cominciava a mostrare i primi segni dell’età.
Una donna che a prima vista poteva sembrare di trentacinque anni ma ne aveva in realtà quarantadue.
Non avrei dovuto sapere questo particolare ma purtroppo lo conoscevo bene.
Mentre la mia mascella si allungava fino quasi a toccare il petto, gli angoli della sua bocca si incurvavano in un sorriso ironico mentre gettava uno sguardo fugace ai miei figli prima di uscire dal cancello.
Io non riuscivo quasi a respirare, mentre mia moglie mi si avvicinò sussurrando all’orecchio:
– Ma hai visto quella? che tipo…ma da dove è uscita? –
Io non replicai; avevo la testa piena di domande, alcune delle quali furono sfortunatamente soddisfatte dalla portiera alla quale mia moglie chiese informazioni e che rispose prontamente:
– E’ la nuova inquilina dell’attico; ha comprato da qualche giorno ma non si era mai vista finora, è venuta a fare un sopralluogo per i lavori. Mi pare che abbia un centro di bellezza da qualche parte –
Non era un centro di bellezza.
Aveva rilevato un vecchio negozio di barbiere a Via Tuscolana e lo aveva trasformato in un moderno parrucchiere unisex: lo sapevo bene perché c’ero stato diverse volte.
Da quando avevo cambiato lavoro e mi ero spostato in quella zona della città avevo preso l’abitudine di andare da quel vecchio barbiere quasi ogni settimana, finché un giorno non lo trovai chiuso per lavori.
Sapete, non credo nel destino e neanche in un essere superiore che governa le nostre esistenze; penso che la statistica sia l’unico elemento che dà forma alle nostre vite ma in questo caso…beh, potevo scegliere se tornare dal mio barbiere vicino casa, o provare il nuovo sfolgorante parrucchiere unisex, e alla fine scelsi quello in Via Tuscolana solo perché era vicino al mio ufficio. La rivincita del destino.
Avrei potuto andare e tornare in poco tempo, era comodo. Comodissimo.
E forse sarebbe potuta andarmi ancora bene se non fosse che gli orari migliori per me – le ore di pranzo – erano quelle in cui la titolare era sola.
Lei. La donna dal cappotto rosso.
Dopo la prima volta ci davamo del tu e scherzavamo sulla mia calvizie incipiente.
Alla terza avevamo già parlato delle famiglie, degli hobby, di chi conosce chi.
Alla quarta percepii che il contatto delle sue mani sulla mia pelle era diventato meno asettico, più insistente, i polpastrelli più leggeri.
Alla quinta senza dire una parola prima che potessi sedermi mi strinse le braccia al collo e poi mi trascinò nel retrobottega.
Come potete immaginare, cominciai ad andare dal barbiere molto più spesso, ma i capelli restavano lunghi.
Andammo avanti per un po’, poi una volta fui più evasivo del solito, ma lei mi prese un braccio e mi chiese:
– Ci vediamo domani? –
Io rimasi un po’ interdetto. Il diversivo mi era piaciuto ma non volevo che andasse oltre quel perimetro che mi ero dato.
Lei percepì la mia indecisione, mi si avvicinò e mi sussurrò in un orecchio:
– Domani ti faccio morire –
Voi capite: una donna che ti vuole far morire è una tentazione difficile da eludere per un maschio.
Tornai e mi fece morire, effettivamente.
Poi ci furono altri incontri, a casa sua.
Però io ero a disagio, sentivo che questa cosa non era più un semplice divertimento passeggero, percepivo che per lei stava diventando qualcosa di più importante, e insomma ad un certo punto troncai di netto.
Non fu facile; nessuna donna ama essere mollata di punto in bianco.
Non furono parole dolci quelle che mi disse, ma un po’ me lo aspettavo, e comunque non mi sentivo in colpa.
Nelle settimane successive pensai a lei spesso: un po’ mi mancava ma consideravo quanto era successo una piacevole parentesi al mio tran tran quotidiano.
E poi quell’incontro non casuale, neanche questo.
Mentre sedevo a casa mia, quasi inebetito su un divano, la mia mente correva furiosamente avanti e indietro per cercare di capire e per trovare una soluzione.
Cosa voleva? Ricattarmi? Farmi del male? Sedurmi?
Era una donna intelligente, e non faceva nulla per caso.
Mi dissi che avrei dovuto aspettare di riuscirle a parlare per capire qualcosa.
Ebbi l’istinto di chiamarla ma evitai: non volevo che il suo telefono squillasse mentre era davanti alla portiera, o comunque darle l’idea che ancora pensavo a lei.
Avrei aspettato di incontrarla da solo.
L’occasione si presentò dopo pochi giorni.
Io ritornavo la sera da calcetto vestito in maniera ridicola e con la borsa a tracolla, lei era nell’androne del palazzo che cercava le chiavi.
Non aspettai un solo secondo e mentre era ancora distratta la presi e la spinsi contro la porta delle cantine, fuori dalla vista di chi fosse entrato nel portone.
– Che cosa vuoi? Cosa ti sei messa in testa? Mi vuoi ricattare? Perché sei qui? –
Passato il primo momento di sorpresa il suo sguardo si rilassò e assunse l’aria ironica di sempre.
– Ciao – disse – anche a me fa piacere rivederti –
– Non fare la stronza – le dissi arrabbiato – dimmi cosa vuoi e facciamola finita –
– Te – disse semplicemente.
– Tu sai benissimo che io sono innamorata di te – continuò – e penso di non esserti indifferente neanche io. Volevo investire in una casa, lo sai, e ho scelto di venire qui. Così potrò vederti tutti i giorni e tu potrai venire da me quando vuoi. –
La guardai fissa negli occhi, ma per quanto mi sforzassi di fare la faccia truce vedevo che lei non si scomponeva.
Inoltre cominciavo a sentire il suo profumo, che conoscevo bene, e percepire il contatto del suo corpo.
Guardavo le sue labbra, e le sue ciglia, e sentivo il desiderio di lei che mi saliva dallo stomaco.
La spinsi via con forza e me ne andai, non senza aver prima notato un sorrisetto di soddisfazione sul suo viso.
Mentre salivo le scale in preda ad una rabbia incontenibile cercavo di combattere l’attrazione che provavo per quella donna, e capivo che non era semplicemente possibile.
Avrei ceduto, prima o poi.
Perché la desideravo, e forse, dio mio, forse ne ero anche un po’ innamorato.
Arrivai a casa, e prima di rimettermi la maschera ed entrare mi appoggiai un attimo alla porta.
Fu lì, in quel preciso momento, che presi la decisione.
Dovevo ammazzarla.
Mi tranquillizzai all’istante a questo pensiero e aprii la porta per andare a cena con la mia famiglia.
Ora, vedete: uccidere una persona non è una cosa semplice, soprattutto se la persona in questione ti è così vicina, e soprattutto se non vuoi lasciare traccia.
Sarei stato il primo sospettato e quindi avrei dovuto fare qualcosa per sviare le attenzioni da me; costruire un alibi di ferro per esempio.
Il che scartava metodi cruenti che richiedevano la mia presenza fisica.
Cominciai a pensare tutto il giorno, tutti i giorni, come poter commettere un omicidio perfetto.
Considerai veleni esotici, bombe a orologeria, virus letali, sabotaggio dei freni.
Niente però mi sembrava adatto e alla fine mi convinsi che non potevo girarci intorno: dovevo pagare qualcuno.
Qualcuno che sapesse fare questa cosa per me e che fosse abbastanza professionale da non lasciare traccia.
Io sarei stato a milioni di chilometri, in bella vista, mentre questa persona avrebbe commesso per conto mio un omicidio possibilmente cruento, in modo che non ci fossero dubbi che era stato uno squilibrato, e questo avrebbe ulteriormente allontanato i sospetti.
Il problema era però che io non conoscevo un killer, non è che li trovi al supermercato.
Trascorsi un mese a cercare di stabilire contatti.
Prima chiesi ad un amico, se conoscesse uno che poteva farmi un favore, non proprio pulitissimo.
Poi a quello chiesi se conosceva uno che poteva fare una piccola truffa.
Poi a quello se conosceva uno che potesse portare per me dei soldi in Svizzera.
Insomma, di passaggio in passaggio arrivai ad uno che aveva lavorato come guardia del corpo di un camorrista, che aveva scontato una decina d’anni di galera per aver praticamente ammazzato un automobilista a mani nude solo perché quello lo aveva insultato, e che ora era senza una lira e – sue testuali parole – era disposto a tutto.
Sapevo che in quel momento stavo rischiando di brutto, ma mi sentivo in trappola e quello era l’unico modo per uscirne.
Almeno così pensavo.
Lo guardai fisso negli occhi e gli chiesi:
– Se ti chiedessi di uccidere una persona per me, quanto vorresti? –
Lui non fece una piega.
Ci pensò un attimo poi rispose:
– Cinquemila euro, tutti in anticipo –
Rimasi sorpreso.
Vale così poco una vita umana? Ci sono persone disposte ad uccidere un essere umano per soli cinquemila euro?
E magari anche qualcosina meno, se avessi trattato.
Ma non volevo farlo. Mi serviva che fosse soddisfatto della proposta che mi aveva fatto, non volevo dover poi pagare qualcun altro per far uccidere LUI.
Accettai la cifra, dissi che andava bene.
Gli diedi tutte le indicazioni, concordammo data e ora.
Gli chiesi, anche se mi dispiaceva, di essere abbastanza violento, in modo che sembrasse un delitto commesso da una bestia e non da una persona rispettabile come me.
Forse queste parole non gli piacquero perché mi guardò storto per un attimo, ma non commentò.
Il giorno prima di quello concordato partii per Milano, salutai mia moglie e i miei figli e scesi a prendere la macchina per andare in aeroporto.
Mentre salivo la vidi.
Mi guardava sempre con la sua bella faccia ironica, e il suo cappotto rosso indosso.
Mi fece ciao con la mano ma non le risposi: non volevo che qualcuno mi vedesse dare confidenza ad una che in fondo per tutti era una nuova vicina.
Salii in macchina, mi fermai un attimo con le mani sul volante, poi partii sospirando.
Tra due giorni sarà tutto finito, pensai.
In realtà tutto fu molto più rapido.
Il delitto fu effettivamente efferato: una brutale combinazione di violenza carnale, strangolamento, e ripetute coltellate.
Una cosa terribile.
Ovviamente fui costretto a tornare prima, presi l’aereo della sera e finalmente giunsi a casa.
Voi ora faticherete a crederci, e non dovete considerarmi un malato di mente.
Però, che iddio mi perdoni, provai un senso di liberazione infinito quando vidi il cadavere di mia moglie martoriato in cucina.
Pensai: una nuova vita ha inizio.


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Otto marzo – Una giornata particolare

Un racconto per l’otto marzo, indegnamente ispirato ad un capolavoro del cinema italiano.

Mentre saliva le scale del vecchio palazzo l’Ing. Felicetti sudava leggermente.
Non tanto per lo sforzo – ormai ci era abituato dopo tanti anni che abitava al quarto piano senza ascensore – piuttosto perché come tutte le persone timide che prendono infine una decisione sentiva forte ad ogni passo la tentazione di scappare, e solo con un grande sforzo di volontà riusciva ad imporsi di andare avanti.
Eppure non avrebbe dovuto avere paura di lei, di Valeria.
Erano nello stesso condominio da anni, anche se non nello stesso palazzo, ma ormai si conoscevano bene perché si erano incontrati alle riunioni periodiche, al mercato, nell’androne, insomma erano conoscenti, se non amici.
Non aveva mai pensato – osato? – di invitarla fuori, anche se lui era divorziato da tempo e lei apparentemente single; tutto sommato non aveva voglia di un rifiuto e la sua autostima nei rapporti con l’altro sesso era già ai minimi storici, non avrebbe sopportato di doverla poi incontrare quasi tutti i giorni se lei non avesse accettato di cenare con lui.
Una parte della sua testa gli diceva che queste elucubrazioni erano ridicole, ma la sua sanità mentale passava anche per la capacità di evitare troppi rischi, in questo campo.
Dopo il fallimento del suo matrimonio aveva evitato accuratamente di impelagarsi di nuovo in una storia seria; d’altra parte non aveva neanche la personalità per una vita da playboy, per cui alternava uscite con donne improbabili, tra cui due sue colleghe molto brutte che avrebbero voluto sposarlo, a serate da solo davanti alla TV, pizza coca e partita.
E ora eccolo qua, mentre saliva le scale come uno sherpa si inerpica su per l’Himalaya: ad ogni gradino la tensione saliva ed ad un certo punto si chiese “Ma chi me l’ha fatto fare!?”.
In realtà lo sapeva di chi era la colpa.
Di quel collega della contabilità che davanti alla macchinetta del caffè gli aveva detto: “Per l’otto marzo ho deciso che porterò a mia moglie un mazzo di rose rosse e andremo a mangiare il sushi in un ristorante giapponese che a lei piace moltissimo”.
Aveva sorriso, ma chissà perché questa cose lo aveva messo di malumore.
Forse perché lui non aveva nessuna donna a cui regalare dei fiori per l’otto marzo; e poi anche perché in fondo lui lo odiava, l’otto marzo.
L’aveva sempre considerata una ricorrenza svuotata del suo vero significato, una delle tante feste che si erano trasformate in un’opportunità commerciale, con i venditori di mimose agli angoli delle strade, i ristoranti pieni di coppie apparentemente felici o di gruppi di donne in libera uscita, e negozi che offrivano qualsiasi cosa avesse un cuore appiccicato sopra.
Però allo stesso tempo gli sarebbe piaciuto poter essere banale come gli altri.
E allora aveva pensato a Valeria.
Intendiamoci, si disse mentre faticosamente scalava un altro gradino, non è che Valeria fosse una qualsiasi.
Era la sua donna ideale. Punto.
Lo aveva deciso già molto tempo prima.
Aveva l’età giusta: sui quaranta, perfetta per un cinquantenne come lui; era colta, amava la letteratura, il cinema e la musica classica; era bella, di una bellezza non appariscente ma efficace, con i capelli lunghi e lisci, il corpo snello e il sorriso sempre presente.
Era di buon carattere, cordiale, affabile.
Insomma era la donna che non era stata sua moglie e che lui avrebbe desiderato, e solo la paura di un rifiuto l’aveva tenuto lontano.
Fino ad adesso, cioè.
Passò davanti ad un finestrone chiuso e si specchiò.
Il mio carattere, questo cazzo di carattere mi frega, pensò.
Non era un uomo da buttare, questo no.
Era alto, lineamenti regolari, intelligente, cordiale.
Ma era timido. E introverso. E impaurito dalle donne e scottato dalla vita. Tutto questo lo aveva reso un solitario. Solitario e malinconico.
Questo cazzo di carattere, si ripeté, mentre saliva l’ultimo gradino che portava al pianerottolo di Valeria.
Si fermò per un minuto o giù di lì davanti alla sua porta, la mimosa incartata in una carta argentata in una mano e l’altra mano in tasca.
Si disse che un rifiuto non avrebbe cambiato nulla nella sua vita ma che sarebbe stato peggio non aver tentato.
Sapeva bene che non era così: entrare nel cuore di una donna non era come giocare a dadi e sperare di fare il doppio sei, ma questo astruso ragionamento lo aiutava ad andare avanti e suonare il campanello, cosa che fece rimanendo in attesa.
Devo sorridere? si chiese.
Rimanere serio? Fare una battuta?
Era nervosissimo, e se lei avesse tardato ancora qualche secondo ad aprire sarebbe forse scappato via.
Invece il rumore di passi felpati all’interno si fece più forte e percepì che la donna aveva appoggiato l’occhio allo spioncino.
Poi lentamente la porta si aprì, ma non del tutto.
Lei lo guardò, sorrise, tenne fissi gli occhi sui suoi ma si capiva che aveva sbirciato la mimosa.
– Ciao! Come stai? – chiese in un tono scanzonato – Ti serve qualcosa? –
“Sì, te”. Avrebbe voluto chiedere, ed era vero: aveva bisogno di una donna come Valeria, e ora che la vedeva vicino alla porta di casa sentiva il profumo del focolare domestico come non aveva mai percepito in vita sua.
Amava quella donna, ma soprattutto quello che rappresentava per lui e che poteva diventare.
Questa consapevolezza gli diede sicurezza ma non fino al punto di essere avventato.
– Oggi è l’otto marzo, la festa della donna. Io a dire il vero non l’ho mai amata, ma ho pensato che fosse una buona scusa per invitarti a cena fuori – concluse di un fiato.
Lei lo guardò stupita per un attimo, poi sorrise, abbassò per un attimo la testa e la rialzò per parlare, ma prima che potesse dire una parola da dentro l’appartamento una voce femminile interruppe il silenzio:
– Valeria, tesoro, hai fatto? Quando arrivi? Sto prendendo freddo inutilmente… – la voce era giovanile, carica di significato, e senza possibilità di fraintendimento.
– Arrivo! un attimo! – gridò Valeria girando il viso verso l’interno dell’appartamento.
Poi tornò a guardare l’uomo, che aveva il volto terreo per la consapevolezza e l’imbarazzo.
Lei corrugò le labbra e alzò le spalle, nel gesto universale che implica “Mi dispiace”.
Lui fece per andare via ma lei lo fermò prendendogli un braccio.
– Anche tu mi piaci – sussurrò per non farsi sentire – ma non in quel modo. Nessun uomo mi piace in quel modo. Ma se non fossi la donna che sono non avrei avuto dubbi: stasera sarei uscita con te, molto volentieri. Ti prego, non mi evitare più. Ho capito che lo fai, sai!? ma io ho voglia di stare con te…solo non come un’amante. Ho provato, sai!? Ma non è la stessa cosa. Non c’è il cuore, e senza il cuore, non vale niente –
Poi fece una pausa e riprese.
– Il mio cuore è di là – e fece un cenno con la testa per essere più chiara – ed è un cuore felice. Non potrei darlo a nessun altro. –
Concluse con un sorriso ampio, e le mani aperte.
Lui fece un sorrisetto. Chissà da dove uscì questa smorfia all’Ing. Felicetti, così carica di intesa., non sapeva neanche di essere capace di questa empatia, in un momento in cui si sarebbe voluto sotterrare.
Però fatto sta che annuì, poi guardò la mimosa, ci pensò un attimo e la porse a Valeria.
– Anche se non uscirai mai con me, non in quel senso, sei sempre la donna che più ammiro. Questa l’ho comprata per te e voglio che tu la prenda. –
Lei non se lo fece ripetere, l’afferrò e la tenne stretta.
– Non ti dispiace se la condividerò con un’altra donna, vero? In fondo è anche la sua festa. –
L’uomo annuì in risposta al sorriso di lei, poi si avviò per le scale mentre lei chiudeva la porta, piano, pensierosa ma felice.
Le mani ormai libere in tasca uscì dal portone.
Guardò in alto, un gesto istintivo, per vedere se sarebbe piovuto.
Decise di no e si avviò per una passeggiata, stranamente, stupidamente allegro.


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L’arte di Sean Archer/Stanislav Puchkovsky

Da quando ho iniziato a interessarmi del ritratto fotografico, cerco in continuazione ispirazione.
Non ritengo di dover emulare grandi maestri, come Herb Ritts o Richard Avedon o anche Ferdinando Scianna, intanto perché sono inarrivabili, e poi perché i grandi geni, in qualsiasi settore si cimentino, rompono gli schemi e seguono percorsi difficilmente replicabili.
Cerco invece di studiare come lavorano fotografi di livello superiore al mio, ma – apparentemente – non così distanti da non essere presi come fonte di ispirazione.
Frugando 500px.com alla ricerca di questa ispirazione, mi sono imbattuto in questa foto.
Sean Archer 1
Inizialmente non ho capito perché quella foto mi avesse colpito così tanto.
La bellezza della modella, certo, ma non è un motivo sufficiente: è pieno internet, e anche 500px, di foto di ragazze bellissime che non attirano la mia attenzione per più di un millisecondo.
Invece questa foto mi ha ipnotizzato.
Sono andato allora a vedere le altre foto dell’autore, che si chiama (o si fa chiamare) Sean Archer, e dopo un po’ ho capito.
Sean (che in realtà è russo, vive a Yekaterinburg e si chiama Stanislav Puchkovsky) fa le foto ESATTAMENTE come piacerebbe farle a me, con la stessa filosofia, tecnica, approccio.
Solo, lui fa dei capolavori.
Ho cercato di sapere qualcosa di più di Stanislav, per capire non solo la sua tecnica fotografica, ma anche da dove nasce la sua arte, e lui è stato così cortese non solo da accettare la mia richiesta di amicizia su fb, ma di rispondere a qualche domanda.
La descrizione del suo lavoro che segue è frutto di mie considerazioni, delle sue risposte, e di altre informazioni che ho trovato curiosando in giro.
Ho chiesto a Stanislav di rispondere a qualche domanda per questo articolo, ma è molto impegnato, sia con le sue foto, sia con la fama che gli sta meritatamente piovendo addosso, e quindi mi ha gentilmente inviato alcune domande/risposte che aveva già raccolto per altre “interviste”.
Piuttosto che riportare queste informazioni sotto forma di dialogo, ho preferito mischiare le affermazioni di Stanislav e le mie considerazioni sulla sua arte, in modo che ne emerga un ritratto dell’artista come io lo vedo e lo apprezzo.
Ognuno poi potrà farsi la sua idea guardando le sue foto e andando a cercare le informazioni che si possono facilmente trovare in rete.

Gli inizi
C’è una cosa secondo me importante di Stanislav, e che si riflette nelle sue foto. Lui nasce come artista grafico. Così come un altro grande fotografo che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente (George Woodman, di cui potete leggere qui) Stanislav è un pittore, laureato in architettura, e non gli è ignota l’arte del ritratto. Solo, finché non ha tentato di cimentarsi con una macchina fotografica, i suoi strumenti erano matite e pennelli.
Questa capacità però non deve essere rimasta nascosta da qualche parte, perché è un fatto che le fotografie di Stanislav sono dei dipinti.
“Fotografia” (dipingere con la luce) allo stato puro.Sean Archer 2
Questo dimostra che la macchina fotografica è solo uno strumento, e come spesso si sente dire, sono i 20 cm dietro il mirino lo strumento più importante per un fotografo.
Quando Stanislav si decide finalmente a comprare una macchina fotografica, decide di prendere una Lumix G3 e di scattare solo in automatico, dato che non sa assolutamente nulla di tecnica fotografica.
Se guardiamo le sue foto, soprattutto chi come me che fa fotografie da quasi trenta anni, sembra quasi incredibile che un ragazzo che inizi a fare foto solo a fine 2011 sia arrivato così rapidamente ad un livello così eccelso.
Ma come dice lui stesso, la fotografia è per lui uno strumento per fare ritratti, solo più veloce del disegno. Questo gli ha permesso non solo di applicare le conoscenze che già aveva sulla luce, l’espressione, lo stile, ma anche di avere un feedback più rapido e apprendere più in fretta la tecnica necessaria.

Le modelle

Le ragazze di Stanislav, soprattutto la sua “musa” ispiratrice Nadya Kriger, sono tutte di una bellezza impressionante. Sean Archer 3
Ma hanno una caratteristica comune: sono tutte estremamente espressive e mai volgari.
Inizialmente ha fotografato solo amiche, ma con la fama sono arrivate non solo richieste di shooting professionale, ma anche richieste da parte delle modelle stesse.
Stanislav non disdegna le foto di nudo, ma la sua attenzione sono principalmente i volti, e gli occhi, i particolari.
Sono sempre occhi magnetici, volti irreali, di una bellezza aliena.
Le modelle di Stanislav aggrediscono con i loro occhi, spesso di un colore saturo e di una nitidezza perfetta.Sean Archer 4
Non a caso, le poche foto di Sean che non mi hanno entusiasmato sono quelle, patinate, in cui gli occhi della modella non sono in vista.
L’obiettivo di Stanislav non è mai di provocare con le sue foto, di suscitare istinti di bassa lega, ma di ricercare la bellezza non solo nei posti usuali, gli occhi, le labbra, il corpo, ma nei particolari, senza mai diventare volgare.
E per quello che posso giudicare io, il suo obiettivo è perfettamente centrato.

L’attrezzatura
Da nikonista devo ammettere che Stanislav ha preferito il mondo Canon.
Al momento lavora con una Canon 6D, principalmente con un 50mm 1.4 e un 135 2.0
Il 135 è una scelta apparentemente inusuale per i ritratti, una focale al limite, quando di solito si usa l’85mm o il 105, ma se osservate le foto di Stanislav molte sono dei primi piani strettissimi, che esaltano ancora di più la bellezza degli occhi delle ragazze.Sean Archer 5
L’unica altra attrezzatura che usa è un ventilatore per muovere i capelli.
Sostiene che renda gli scatti più vari e interessanti, ed è difficile dargli torto…

La luce
Credo che se dovessi dire quali sono le caratteristiche della fotografia di Stanislav che la rendono unica, la principale sarebbe l’uso della luce.
Stanislav fotografa quasi sempre in interni, e quasi sempre con un unico punto di luce, costituito da una finestra.Sean Archer 6
Fine. No flash, no lampade, no niente.
Talvolta, raramente, un pannello riflettente.
Ovvio che nel passaggio a professionista dovrà adattare le sue esigenze a quelle dei committenti, ma per le foto sue, il setup è sempre lo stesso: una finestra, una modella, un obiettivo.
Se guardate le foto di Sean, quasi sempre la luce principale (e spesso l’unica) è sulla sinistra, ma abbastanza diffusa da non creare differenze di esposizione tali da rendere troppo scura la parte in ombra, o da bruciare la parte alla luce.
Probabilmente l’ambiente in cui lavora è abbastanza luminoso, o la finestra abbastanza grande e magari dotata di tende per diffondere la luce.Sean Archer 7
Questo gli permette di lavorare in maniera naturale, senza la difficoltà di regolare luci, con temperature eccessive, setup lunghi e complicati, attese per le modelle.
Tutto è improntato alla massima semplicità.

Lo shooting
Il ritratto, per chiunque si sia cimentato in questa difficile arte, è un processo complicato, che comprende molti passaggi, di cui lo scatto è solo uno, e spesso neanche il più importante.
Uno degli elementi cruciali è la capacità del fotografo di creare empatia con la modella/o che sta fotografando.
Anche se la professionalità estrema, la tecnica, l’attrezzatura possono in parte mitigare questo aspetto, la differenza tra una sessione in cui si crea empatia e una in cui invece si rimane distanti è evidente.
La semplicità del setup di Stanislav aiuta moltissimo a creare il rapporto necessario.Sean Archer 8
Può permettersi di iniziare a scattare molto presto.
Inoltre di solito non pianifica nulla. Dato che il suo obiettivo non è di raccontare una storia, ma di esporre la bellezza allo stato puro, si limita a un briefing in cui cerca di capire cosa si aspetta la modella, e cosa lui vuole ottenere, dopo di ché si affida al caso, e alla sua abilità, per creare scatti che abbiano un senso.
Il suo motto è “iniziamo e poi vediamo che succede”.
Il mio fotografo ideale 🙂

L’elaborazione
Credo che almeno il 50% dell’arte di Stanislav, e che rende anche difficile l’emulazione, sia nello stile personalissimo di post produzione delle immagini.
E’ probabilmente in questa fase, che per il ritratto è forse la più delicata, che emergono le sue qualità artistiche, e la capacità di giocare con la luce.Sean Archer 9
Spesso nei ritratti si nota la tendenza a rendere irreale l’espressione, a spianare la pelle, a trasformare belle donne in manichini senza vita.
Le foto di Sean Archer invece trasmettono tutte la gioia di vivere e la sensualità di donne vere, e anche se a livello inconscio percepiamo che l’elaborazione deve esser stata intensa e impegnativa, non si ha mai la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di artefatto.
Anche i difetti vengono usati per illustrare sensazioni.
Vengono rimossi i difetti “inutili”, e evidenziati quelli che rendono particolare la foto: segni, efelidi, nei, tutto può diventare un elemento di bellezza.
Anche i capelli, talvolta perfettamente levigati, e altre volte mossi e di traverso.
Gli sfondi poi sono un’opera d’arte a sé stante: Stanislav cura particolarmente il background, in modo che il viso della modella risalti nel modo che lui ritiene appropriato. Quasi sempre scuri, con texture complesse e marmoree, creano una “vignettatura” naturale, contornando il ritratto che sembra quasi splendere di luce propria.
La texture della pelle delle modelle è sempre compatta e perfetta.Sean Archer 10
Se osservate le foto fatte con la Lumix, e quelle più recenti, vi renderete conto che le differenze sono minime: è l’occhio, e la capacità di Stanislav di lavorare le foto, a fare la differenza.

Conclusione
Ho deciso di scrivere questo post perché sono rimasto colpito e ammirato dal lavoro di Stanislav.
In qualche modo egli ha anticipato ciò che io vorrei fare, scoprire la bellezza che si cela davanti all’obiettivo della macchinetta, e trasportarla su un oggetto bidimensionale, da ammirare e far ammirare.
Non so se mai ci riuscirò, ma ho trovato un ideale da perseguire.

Tutte le foto sono copyright Sean Archer/Stanislav Puchkovsky
Ho usato, con il suo permesso, alcune sue foto per illustrare questo articolo.
Le foto di Sean/Stanislav si possono trovare su http://500px.com/SeanArcher e anche sulla pagina Facebok https://www.facebook.com/SeanArcherPhotography

Alcuni fenotipi di uomini da evitare assolutamente

Da più parti, visto il successo (scusate l’immodestia) del mio post sui “fenotipi di donne da evitare assolutamente“, si è levata la richiesta di un post analogo ma dedicato agli uomini.
La verità però è che gli uomini sono tutti uguali.
Tutti un po’ vigliacchi, mammoni, furbastri, violenti, fedifraghi, trasandati, caciaroni, beceri, puttanieri.
Stringi stringi, di uomini veramente degni non ce ne sono poi così tanti in giro (esclusi i presenti, si intende).
E alla fine le differenze tra maschio e maschio si riducono ad una cosa sola: alla camera da letto.
E’ lì che gli uomini, vuoi per caratteristiche fisiche, vuoi per spirito di sacrificio, vuoi per quel triste meccanismo di spinta alla riproduzione che tutti conosciamo e amiamo, danno il meglio o il peggio di sé.
Quasi sempre il peggio.
Ma non stiamo a sottilizzare.

1. L’uomo-duracell
A prima vista una benedizione.
L’uomo che tutte le donne sognano di incontrare, soprattutto se accoppiate disperatamente con un uomo-lampo.
L’uomo-duracell possiede inesauribili batterie al plutonio, che rendono l’amplesso una specie di maratona, con performance da far rabbrividire anche Sting.
Quando l’uomo-duracell è in forma smagliante, riesce a prolungare l’atto sessuale così a lungo, che gli ispettori del Guinnes dei primati vengono visti aggirarsi nelle vicinanze del condominio.
La donna che venga a contatto – è proprio il caso di dirlo – con l’uomo-duracell, le prime volte pensa di aver trovato il paradiso.
Bastano pochi mesi per capire che la barriera che separa paradiso e inferno è sottile come un foglio di carta velina, o se preferite, come un Durex di ultimissima generazione (quello con le gomme termiche, per capirci).
Uno dei principali problemi di avere un uomo-duracell accanto, è la necessità di ridurre l’inevitabile attrito, per evitare che dopo un po’ tutto l’ambaradam si autoaccenda come i legnetti degli scout.
Le donne (perché l’uomo-duracell non sa fare altro che continuare con la sua triste attività) che si trovano in questo stato, hanno sviluppato tecniche tra le più ingegnose: utilizzare un contenitore di Nivea al posto del diaframma; spruzzare ogni tanto dell’olio per frittura con una pompettina apposita; farsi installare dei magneti per l’antigravità.
Il brutto di avere un uomo-duracell, oltre alla sua stessa esistenza, cioè, è che non ci si può neanche lamentare.
Provate a dire alle vostre amiche: “mio marito è in grado di andare avanti per ore, non ce la faccio più”; nel migliore dei casi verrete sommerse da una salve di “vaffanculi”, nel peggiore le vostre amiche stanno già componendo il numero di cellulare di vostro marito.
C’è un solo, per quanto minimo, vantaggio, nell’uomo-duracell: data la estenuante durata dei rapporti, tende a rimanere staticamente nella stessa posizione, e a disinteressarsi del mondo circostante.
Questo vi permetterà di vedere tranquillamente la televisione, giocare a ruzzle, mandare email di lavoro, e telefonare a vostra madre per mettervi d’accordo sul menu della domenica.

Come individuarlo per tempo: individuare LUI è facile, sarà così dalla prima volta. Capire che a VOI ad un certo punto comincerà a dare fastidio, è un’altra questione. Provate a pensarlo a cinquanta o sessanta anni, e voi ancora alle prese con la maratona di New York. Paura, eh!?
Come liberarsene: poverino, lui è convinto di essere un dono del cielo. Non lo dovete umiliare. Vi suggerisco uno stratagemma: cominciate a pretendere di farlo al buio, tanto per lui sarà lo stesso. A quel punto, durante una pausa caffè, sostituitevi con una bambola gonfiabile, e spostatevi leggermente di lato. Lui non se ne accorgerà e voi potrete vedere la televisione in santa pace. Assicuratevi solo che la bambola sia un modello extra-strong, altrimenti ve la farà esplodere la prima sera.

2. L’uomo-lampo
E’ l’opposto dell’uomo-duracell, e purtroppo il tipo di uomo da camera da letto più diffuso in assoluto, se si pensa che da recenti studi il tempo medio del rapporto sessuale in Italia è di sei minuti.
Compresi spogliarello, preliminari e pausa caffè.
In rari casi l’uomo-lampo in realtà non è poi così veloce, ma semplicemente comincia il rapporto sessuale prima.
Già quando arriva a casa, comincia a fantasticare sulla serata, poi sfiora la moglie ogni tanto con fare malizioso, poi una battutina, poi la tocca mentre si lavano i denti, insomma quando arriva al dunque è già praticamente alla fine.
Il vero uomo-lampo però, quello che noi tutti amiamo, è quello che si accende e si spegne in un battito di ciglia.
Se l’uomo-lampo è abbastanza giovane, e ha i tempi di recupero molto rapidi, potremmo essere in presenza di un raro caso di uomo-stroboscopio, che non dà comunque soddisfazione ma almeno fa tanto febbre del sabato sera.
L’uomo-lampo talvolta riesce a portare a termine amplessi anche senza bisogno del contatto fisico. E’ stato stabilito senza ombra di dubbio che in questi casi il 28% degli amplessi viene consumato ancora con le mutandine indosso alla malcapitata signora, e in un comunque buon 12% con le lenzuola tra lui e lei.
Purtroppo l’uomo-lampo non può ignorare la sua condizione e questo gli crea uno stato di perenne agitazione; per questo gli uomini-lampo sono sempre depressi, o sempre aggressivi.
La donna dell’uomo-lampo non solo non avrà una vita sessuale felice, ma dovrà anche improvvisarsi psicologa e infermiera. Senza il dottore, però.

Come individuarlo per tempo: non è facile. Tutti gli uomini possono avere una piccola defaillance e diventare uomini-lampo per una sera. Per capire se siete di fronte ad un vero uomo-lampo, fate attenzione alle parole che pronuncerà dopo. Se vi dirà: “sai, non mi è mai successo”, SCAPPATE!
Come liberarsene: cerchiamo di essere pragmatici, se non cinici. L’uomo-lampo può essere una persona degnissima, magari colto, intelligente, brillante. Perché liberarsene? Solo per quel piccolo difettuccio? Ma no…cercatevi un amante-duracell, e la vita vi sorriderà!

3. L’uomo-mignolo
Se c’è una categoria di uomini che fa incazzare le donne, facendo loro maledire il giorno in cui non si sono fatte suore, è l’uomo-mignolo.
Quando una donna scopre di frequentare, essersi innamorata, o dio non voglia sposata un uomo-mignolo, passerà tutto il suo tempo a domandarsi per quale motivo questo disgraziato invece di puntare proprio lei non si sia ritirato a vita monastica sul Gennargentu, o tra gli indigeni della Papuasia, o diventato gay.
Il fatto è che l’uomo-mignolo ignora di avercelo piccolo.
Beh, certo, ha visto qualche filmetto porno come tutti, ma non sa che esistono veramente gli uomini così, e non sono solo effetti speciali.
Baciato dall’ignoranza, l’uomo-mignolo invece di vergognarsi come un ladro ed evitare di adescare fanciulle in fiore (fiore che non può adeguatamente cogliere, aggiungeremo), può aver addirittura sviluppato un carattere allegro, socievole ed egocentrico.
L’uomo-mignolo può anche vantarsi delle sue conquiste, e addirittura in alcuni casi essere veramente un tombeur de femmes.
Ovviamente tutte donne che non vorranno ripetere l’esperienza (quale esperienza?), ma questo non farà che alimentare la sua fama e autocompiacimento da sciupafemmine.
Infatti l’uomo-mignolo può essere perfettamente funzionale, e provare una grande soddisfazione.
Lui.
Il problema è che voi non vi accorgerete di nulla.
Sarà come pic-indolor: già fatto?

Come individuarlo per tempo: un carattere estroverso, brillante, aperto è già sospetto. L’uomo-mignolo non soffre di depressione. Una schiera di fidanzate, prese e lasciate dopo poco tempo, aumenta la probabilità. E in ogni caso, perché mai dovreste volere un uomo che ha già collezionato tutti i citofoni del vostro palazzo?
Come liberarsene: se non avrete fatto l’errore di sposarlo prima, non dovrete temere. Lui è abituato a essere sfanculato con una scusa qualsiasi dopo la prima volta. Ha collezionato solo prime volte. Non si stupirà quindi se improvvisamente spunterà un fidanzato segreto, una malattia contagiosa, una supercazzola di qualsiasi tipo. Piuttosto, prendete del penthotal per dimenticare.

4. L’uomo elefante
Il contraltare dell’uomo-mignolo è l’uomo-elefante, e non perché sia un uomo grande e grosso. Capisciammé.
In alcuni casi, donne passate dall’uomo-mignolo all’uomo-elefante e viceversa, hanno poi trascorso lunghi periodi in analisi o in convento, per cercare di capire perché uno normale a loro mai.
L’uomo-elefante è uno che quando fate l’amore non riesce ad abbracciarvi perché sta a un metro di distanza.
E’ uno che l’ultima volta che ha avuto un improvviso desiderio è svenuto, per la quantità di sangue che gli è defluita dal cervello.
Purtroppo è un’altra di quelle categorie di uomini di cui non ci si può lamentare con le amiche, alcune delle quali disperatamente sposate a uomini-mignoli, quindi è una sofferenza – non solo fisica – che dovrete gestire in piena solitudine.
Per capire la portata del problema, per l’uomo-elefante Rocco Siffredi è un microdotato, e lui vede i suoi film solo per compiangerlo.

Come individuarlo per tempo: lo so, non sta bene. Voi siete sicuramente delle gran brave ragazze. Siete educate, morigerate, e timide. Ma non vi fate accorgere, e date sempre un’occhiata lì. Anche con la tuta da sci, si capisce benissimo se l’uomo che avete di fronte appartiene alla categoria “elefanti”. In questo caso, basta con grazia declinare qualsiasi invito. Soprattutto a ballare.
Come liberarsene: è un po’ complicato, ma non impossibile. Cercate di osservare quale vostra amica lo stuzzichi maggiormente. Tutti gli uomini guardano le vostre amiche. Una volta individuata, chiedetele una cortesia, dicendole anche la verità, se lo ritenete opportuno. Poi invitatela a casa, e ZAN! fategliela trovare davanti all’improvviso, nuda! Lui avrà un deflusso sanguigno per l’eccitazione, e molto probabilmente sverrà, battendo la testa. Se siete fortunate, si dimenticherà di voi. Forse non della vostra amica, ma insomma, problemi suoi.

5. L’uomo barzotto
Questa è un’altra categoria di uomini che può far incazzare così tanto le donne da chiedersi perché non si sia preso una vacanza di due o trecento anni sul Gennargentu insieme all’uomo-mignolo.
Andrebbero descritte alcune sottocategorie, perché la barzottaggine può andare da “totalmente inservibile” a “vabbè, oggi accontentiamoci”, ma in generale descrive una consistenza che si attesta tra la gommapiuma e il pelouche.
Ma prima di stigmatizzare questo pover’uomo, dobbiamo fare una precisazione importante: ci sono due tipi di uomo-barzotto.
La prima, è diffusa, diffusissima: tutti gli uomini (esclusi ovviamente i presenti, ci mancherebbe) nella loro vita almeno una volta sono stati uomini-barzotti.
Se l’evento avviene all’interno di un rapporto consolidato, pazienza, si riprende il libro dal punto in cui si era arrivati, o il film messo in pausa su Sky, e si continua con le attività serali come se niente fosse.
Viceversa, se l’evento avviene la prima volta bisogna fare molta attenzione.
Il vero uomo-barzotto è uno che si rivela la prima volta, subito.
Qui, la relazione di coppia può seguire due strade, una virtuosa e l’altra che porta diritto all’inferno (per la donna).
Sì, perché l’uomo-barzotto ha una sola chance: dimostrare, la volta successiva e quella ancora successiva e ancora e ancora e ancora che è stato solo un caso.
La coppia, felice e rinfrancata, potrà quindi godere di una sana vita sessuale, e anzi, ridere su quell’episodio, citandolo allegramente anche con amici e parenti.
Viceversa, se l’evento si dovesse ripetere, chiaro indizio di una condizione perenne, e la donna nel frattempo abbia pensato di mettere su un nido con quest’uomo, l’infelicità è alle porte, credetemi.
Inoltre, particolare non meno fastidioso, l’uomo-barzotto è consapevole della propria condizione. Egli spera sempre in un miracolo, e quando questo non avviene, ha una lunga sfilza di scuse, dall’influenza, allo stress lavorativo, ai termosifoni troppo alti, alle transaminasi, che vi propina mentre voi rimanete sdraiate con gli occhi al cielo, che neanche Santa Teresa.

Come individuarlo per tempo: purtroppo non ci sono segnali, se non una leggera timidezza, e un imbarazzo a spogliarsi davanti a voi, ma a quel punto è tardi. Attenzione: l’accanimento terapeutico è controproducente. Non vi affaticate, non servirà a nulla.
Come liberarsene: dipende. Se siete religiose, potete sempre sperare in un miracolo, forse accadrà. Se atee o agnostiche, e magari anche perbene, dovete prenderla alla larga. In questo caso un banale “non ti amo più” sarà sufficiente. Lui starà male come un cane, ma non lo avrete umiliato. Ci penserà un’altra.

6. L’uomo-kamasutra
Questo fenotipo di uomo da camera da letto è in fondo un bambinone, e quindi saremo buoni con lui.
Tutti noi che abbiamo superato una certà età (diciamo i trenta) sappiamo che sì, insomma, alla fine le cose che si possono fare tra uomo e donna sono ragionevolmente sempre quelle tre o quattro.
Ogni tanto, va bene, ci può stare “ooo famo strano” alla Verdone, ma per lo più visti i tempi ristretti della vita quotidiana, ci si riduce a fare le cose che già si sa danno una buona soddisfazione reciproca e la si pianta lì.
L’uomo-kamasutra no.
Lui ha visto centinaia di filmetti porno, ha letto un sacco di riviste, ha anche probabilmente avuto molte donne disinibite, e si è fatto l’idea che fare l’amore sia una specie di gara di pattinaggio su ghiaccio alle Olimpiadi, con le figure obbligatorie, quelle facoltative e alla fine il corpo libero.
Se ogni volta non ci si esibisce in alcune pose classiche e quattro o cinque di quelle più esotiche, lui non è contento.
Anzi, lui crede che voi non siate contente.
Infatti continua a dirvi “mi senti? così mi senti? e così mi senti?”, per tutto il tempo, finché ogni tanto, spazientite, non gli rispondete “è un’ora che mi urli nell’orecchio, certo che ti sento!”
Il vero problema di avere un uomo-kamasutra è che la maggior parte delle posizioni, innaturali per di più, richiedono un fisico atletico, addominali d’acciaio, e articolazioni scevre da artrite, e l’investimento in pilates, zumba e tai-chi può diventare importante.
E nei casi più estremi, quando comincerà a chiedervi di sdraiarvi supina in trepida attesa, mentre lui vi si lancia addosso dall’armadio, può diventare pericoloso.

Come individuarlo per tempo: se dichiara di aver visto molti film porno (al di là che potrebbe anche essere un elemento per scartarlo a priori) fate attenzione. Se vi comincia a chiedere “come ti piacerebbe…” siamo in zona allarme rosso. Se vi dice chiaramente “la missionaria ormai ha stufato”, potete starne certa, è un uomo-kamasutra.
Come liberarsene: sinceramente, l’uomo-kamasutra non è poi così male. E’ fantasioso, si dà da fare per voi, vi costringe anche a rimanere in forma. Insomma, con qualche piccolo accorgimento, purché non sia anche uomo-duracell, lo potete tenere. Piuttosto, un consiglio: con la scusa di un giochino nuovo, mettetegli un cerotto sulla bocca, almeno non lo sentirete più chiedere “mi senti?”. Eccheccazzo.

7. L’uomo-preliminari
Questo è un uomo che ha letto troppo, si è informato troppo, e ha passato troppe serate insieme ad amiche che si lamentavano dei loro uomini-lampo.
Va bene, in fondo ha ragione, sappiamo bene che per un soddisfacente rapporto sono fondamentali i preliminari.
Ma il punto è quanto.
L’uomo-preliminari si è fatto l’dea che i cosiddetti preliminari debbano durare finché i vicini non chiamino i pompieri per le urla belluine che provengono dal suo appartamento, o in alternativa finché la sua barba di tre giorni non abbia scartavetrato ogni singolo centimetro di pelle della malcapitata.
Anche questo fenotipo di uomo da camera da letto è apparentemente una manna dal cielo: voi capite, schiere di donne abituate a uomini-lampo che neanche riescono ad arrivare a toccare la coperta del letto, quando capitano tra le mani (e non solo) di un uomo-preliminari, pensano che finalmente la vita gli abbia fatto un dono insperato.
Si accorgono del grave errore quando tentano di attirare languidamente a sé l’uomo preliminari, prendendolo dolcemente per un braccio, ma vengono scacciate via con un gesto della mano, come a dire “non posso, non vedi che sono impegnato?”.
Non passa molto, che l’uomo-preliminari prende gli stessi difetti dell’uomo-duracell, e tendenzialmente fa la stessa fine, ossia non si accorge che voi ormai fate altro.
Rispetto all’uomo-duracell ha un solo, innegabile vantaggio: non vi impalla la TV.

Come individuarlo per tempo: se avete la fortuna di andare a casa sua prima che accada qualcosa, troverete senz’altro un intero scaffale pieno di trattati di sessuologia, da “Il mito dell’orgasmo vaginale” a “Origami con la lingua”. Basterebbe uno solo di questi tomi per rendere la vostra vita sessuale un inferno.
Come liberarsene: signore, parliamoci chiaro. Il peggio non è mai morto. Per cui tenetevi il vostro uomo-preliminari e non vi lamentate. Tutt’al più, se proprio vi sentite affaticate, mettete a tutto volume la partita serale della sua squadra: magari accelera.

8. L’uomo-oggetto
Attenzione, non ci confondiamo!
Non stiamo parlando di un uomo che si fa oggetto per la propria donna, ma di un uomo a cui piacciono gli oggetti.
E’ questa una vastissima categoria, che però a seguito di recenti studi sociologici è stata raggruppata in un unico grande fenotipo, per una motivazione abbastanza convincente: della donna gli interessano più le cose che la circondano, che non lei in quanto tale.
Un uomo di questo tipo potrà sembrare normale sotto tutti i punti di vista, all’inizio, ma poi comincerà a rivelare una strana attenzione ad alcuni elementi, come ad esempio gli indumenti intimi.
Inizialmente si limiterà a venerare sornionamente le vostre mutandine e i reggiseni.
Poi vi vorrà regalare qualche capino un po’ più oseè e scherzoso. Così, per variare.
Un giorno si presenterà con una maschera di similpelle, e delle manette pelose rosa.
Infine indosserà la divisa di “Normalman” e pretenderà che voi simuliate urlando un rapimento.
L’uomo-oggetto è tristemente noto al commissariato di zona, e anche voi, tutte le volte in cui avete dovuto far ritirare la denuncia ai vicini.
Ma capite bene che un uomo così è a dir poco stancante.
Mai una volta che ci si possa fare una santissima missionaria in pace.

Come individuarlo per tempo: il primissimo regalo che vi farà sarà targato “Victoria’s Secret”.
Il secondo Caterpillar. Non aspettate il terzo, per l’amor di dio.
Come liberarsene: se avete un amico elettricista, fategli manomettere il complesso apparato che lui usa per farvi vibrare la pancia in 7/8, al ritmo di Solsbury Hill, in modo che quando lo accenda si becchi una scarica di 20.000 volt sulle dita. Se siete fortunate l’uomo-oggetto sarà fuori uso per diversi mesi a curarsi le ustioni, e l’elettricista è un uomo-duracell.

9. L’uomo parla-parla
Molte di voi, tranne quelle che sono ricorse alla violenza carnale, non sapranno mai veramente a quale categoria appartiene l’uomo-parla-parla.
E’ questi una variante dell’uomo-profumiere, temutissimo da tutto il mondo femminile perché capace di illudere in contemporanea moltitudini di signore anche dotate di un discreto intelletto.
Ma l’uomo-parla-parla ci interessa perché lui è fondamentalmente onesto.
E’ per lo più brillante, interessante, colto, bello talvolta, piacente quasi sempre, con una moltitudini di interessi e passioni, insomma, a prima vista l’uomo ideale.
Però, non nascondiamoci dietro un dito: la prova del nove è quando si abbassano le luci e si va in scena.
Ecco. L’uomo-parla-parla lo spettacolo non lo fa mai.
Lo potete invitare a cena, riempirlo di Brunello fino a rischiare il rilassamento totale di tutti i muscoli del suo corpo, farvi trovare con un provocante tubino nero, in lingerie di lusso o anche senza niente, e lui vi continuerà a raccontare del trekking sull’Himalaya, della regata in solitario, della casa che sta costruendo con le sue mani a Pantelleria, o magari di quando con qualche amico ha salvato un cavallo da un dirupo volando via al tramonto con il suo biplano.
Se mettete una canzone di Frank Sinatra, mettiamo “Fly me to the moon” tanto per far capire l’antifona, lui vi racconterà della sua band, e dei concerti che hanno in programma da qui ai prossimi venticinque anni.
Se lo attirate in cucina per farvi sbatacchiare contro il lavello, lui indosserà il grembiule e comincerà a imburrare uno stampo per preparare una torta di mele che porterà via gran parte della serata.
Insomma, l’uomo-parla-parla ha tutto quello che servirebbe, tranne un piccolo particolare.
Piccolo? Ah, saperlo, saperlo…
Come individuarlo per tempo: l’uomo-parla-parla è innamorato della sua voce. Se avete qualche sospetto la prima volta che lo incontrate, provate ad allontanarvi piano piano, fino a sparire dalla sua vista. Se sentite che sta ancora parlando, non dimenticate che le chiavi della macchina le avete messe all’ingresso.
Come liberarsene: se siete state così avventate da fidanzarvi o addirittura sposarvi con un uomo-parla-parla, dovete rassegnarvi. Un’ora della vostra giornata sarà dedicata ad ascoltare le sue mirabolanti gesta. Poi potete tranquillamente bussare alla porta del vostro vicino-duracell. Lui non se ne accorgerà.

Camera da letto

Alcuni fenotipi di donne da evitare assolutamente

Nella fase conoscenza-interesse-amore, le donne sembrano tutte uguali.
Tutte belle, perfette, amorose.
Il cervello dell’uomo, ottenebrato dal testosterone e dalla spinta alla riproduzione, non riesce ad analizzare con sufficiente lucidità le caratteristiche comportamentali della persona che ha di fronte, in alcuni casi commettendo l’errore esiziale di sposare e riprodursi con una donna assolutamente inadatta a lui.
E allora, dall’alto della nostra pluriennale esperienza, vogliamo qui elencare alcune tipologie di donna da evitare, anche al costo di rimanere scapoli per tutta la vita (no, non sto suggerendo che TUTTE siano da evitare).
Cercheremo anche di indicare i segnali precoci che possono portare a identificare il temibile personaggio, e possibilmente qualche consiglio per liberarsene, qualora possibile.

1. La donna-geisha
La donna-geisha è subdola. Essa è la rappresentazione vivente del famoso detto: “Il sentiero che porta all’inferno è lastricato di buone intenzioni”.
Apparentemente è perfetta.
Quando rientrate la sera stanco, vi massaggia i piedi con delle pozioni saline miracolose.
Se avete caldo d’estate, si mette al vostro fianco e vi sventola con un ventaglio tenendo in mano un sacchetto di ghiaccio per raffreddare la vostra temperatura corporea.
Se volete un caffè macchiato, non dovete neanche chiederlo, lei sa quando è il momento di portarvelo.
Quando siete al computer intento a lavorare (in realtà state guardando dei siti porno, ma lei non sbircia mai), compare silenziosamente con aperitivo, patatine al mais e olive. E aspetta che finiate per portare tutto via lasciando la scrivania immacolata.
Quando si fa l’amore, la donna-geisha prepara sempre prima la stanza con incensi, candele, e musica dìatmosfera, e si cosparge il corpo con oli ed essenze profumate.
Quando siete con gli amici, qualsiasi stronzata diciate, la donna-geisha sorriderà armoniosamente, e starà al vostro fianco adorante, neanche foste John Lennon e lei Yoko Ono.
Insomma, la donna-geisha sembrerebbe apparentemente perfetta, tranne che…vi sta sempre attaccata ai maroni.
Se c’è la finale di coppa, e l’unica gioia che contemplate è il trittico birra-rutto libero-tifo indiavolato, la donna-geisha vi si mette malinconicamente vicino come la Signora Pina con Fantozzi, e dato che non capisce una mazza di calcio sorride sempre nei momenti sbagliati facendovi salire la pressione.
Se giocate a Ruzzle infervorati contro un genio del male che non riuscite mai a battere, la donna-geisha vi sussurra all’orecchio “epistassi”, facendovi perdere un minuto e mezzo prima che vi rendiate conto che le due “s” sono separate da una “z” e una “w”.
Se per errore (ci mancherebbe) guardate con lascivia una donna che ha 15 anni meno di voi, la donna-geisha vi mette in imbarazzo davanti a tutti dicendo: “carina vero? una gran bella ragazza”, facendo capire a tutti che siete un vecchio porco.
La donna-geisha alla lunga sviluppa il vostro istinto omicida come poche altre donne.

Come individuarla per tempo: la donna-geisha al primo appuntamento non parlerà, e vi guarderà per tutto il tempo con gli occhioni spalancati, anche se non siete proprio Richard Gere. Da quel momento in poi, non riuscirete più ad uscire di casa senza portarvela dietro.
Come liberarsene: idranti di acqua gelata, non ci sono altri rimedi.

2. La donna-lavatrice
Si sarebbe potuta chiamare anche donna-lavastoviglie, oppure donna-armadio-a-muro.
E’ una grande categoria che racchiude tutte le donne che appena entrano dentro casa devono mettere su la lavatrice, o sistemare le cose nell’armadio, pulire il bagno, passare l’aspirapolvere.
Tutto questo con indosso cappotto, stivali, e cappello. Già, non si spogliano neanche, non ti baciano se sei a casa, non chiedono ai figli com’è andata.
Come varca la soglia di casa, la donna-lavatrice viene presa da una rabbia interiore, per aver lasciato qualche lavoro di casa a metà, che non si placa se non dopo aver lanciato la lavatrice, scongelato l’arrosto, buttato l’immondizia, tolti ad uno ad uno tutti i peletti dal divano.
Solo allora la donna-lavatrice va a spogliarsi, guardandovi con odio, perché tutto ciò potevate farlo voi.
Ovviamente la donna-lavatrice dimentica di quando voi avete passato lo straccio per pulire i pavimenti, e lei lo ha ripassato perché “avevate dimenticato gli angoli”, oppure di quando avete rifatto il letto, e lei lo ha disfatto lanciando cuscini, federe e lenzuola in aria con rabbia, perché “ci sono più grinze sul letto che rughe sulla faccia di tua madre”.
Sì, perché la donna-lavatrice non vuole in realtà che la si aiuti, bensì che l’uomo sia ignavo e accidioso, in modo da potergli sbattere in faccia ogni giorno quanto egli sia inutile.

Come individuarla per tempo: la invitate a casa vostra, e la prima cosa che fa è togliere dal vostro letto tutta la collezione dei Fantastici Quattro che stavate rileggendo e rimetterla a posto.
Come liberarsene: assumere una donna di servizio che tiri la casa a lucido. Scomparsa la sua ragione di esistere, la donna-lavatrice si autoeliminerà silenziosamente.

3. La donna-chioccia
Altra categoria subdola, di difficile individuazione.
La donna-chioccia prima del matrimonio è semplicemente perfetta.
Vi adora, ma non vi idolatra. Esce con voi e con gli amici e beve la sua birretta, e all’occorrenza partecipa alla gara di rutti. Capisce quando volete stare tra uomini per il calcetto e la serata a sparare cazzate.
Viene al cinema con voi a vedere Star Trek anche se la fantascienza la fa cagare.
Appena si entra dentro casa ci si può fare l’amore senza neanche dover arrivare alla camera da letto, e senza mal di testa, indisposizioni, Grey’s Anatomy e simili.
La donna-chioccia vi concede il matrimonio sobrio, in comune, senza vestito con lo strascico, senza dover invitare tutti i suoi parenti, senza il fotografo ufficiale e le bomboniere di Raspini.
La donna-chioccia insomma è la donna ideale, finché non nasce il primo figlio. A quel punto si trasforma improvvisamente in mamma, e voi, semplicemente, non esistete più.
Potete girare per casa nudi con uno sturalavandini in testa, e lei non vi noterà.
Potete andare in trasferta per lavoro per un mese, e quando tornerete non saprà neanche che siete stato via.
Potrete mettere in piedi tutte le strategie più sofisticate per convincerla a fare l’amore, ma ci sarà sempre la pappa del bambino, la cacca del bambino, il pianto del bambino, la febbre del bambino, il bambino e basta, ad impedire anche un frugale accoppiamento.
La donna-chioccia si accorgerà di nuovo di voi solo quando la natura le comunicherà che è arrivato il momento di fare un altro figlio, e passerete un breve, illusorio, momento di passione, durante il quale ella vi violenterà in tutti i modi possibili e immaginabili, vi porterà la cena a letto, verrà con voi a vedervi giocare a golf, inviterà a cena i vostri genitori.
Tutto ciò, chiaramente, finirà insieme alle mestruazioni.
La donna-chioccia, infine, ridiventerà la vostra donna ideale intorno ai 65 anni, quando i figli saranno grandi e lei non avrà più niente da fare. Peccato che voi ormai abbiate due o tre fidanzate trentenni, e non vorrete cambiare la situazione.

Come individuarla per tempo: ci vuole attenzione, non è semplice. Quando siete al ristorante, o in vacanza, guardate se gira sempre la testa per seguire i bambini, oppure se si ferma a sorridere ad una neomamma, oppure se è quella che organizza sempre i giochi in spiaggia per tutti i bambini dello stabilimento.
Come liberarsene: se avete risorse economiche sufficienti, ci si può convivere, facendole fare tre o quattro figli, e poi passando tutto il tempo a casa dell’amante-geisha.

4 La donna-uccellino
La donna-uccellino è minuta, delicata e leggiadra.
Questo è ciò che vi farà invaghire di lei, e che vi fregherà.
Mangia come un uccellino, dorme come un uccellino, parla come un uccellino, insomma a parte le tette (poche) è un uccellino.
Se la portate nel più costoso ristorante che il dio Michelin possa contemplare ordinerà una foglia di verdura scondita, e non la finirà nemmeno. Il bieco ristoratore vi presenterà comunque un conto di 500 euro a testa, mica si fa pagare a peso lui.
A teatro la donna-uccellino non batte le mani, ma le sfiora leggermente l’una contro l’altra, che se il pubblico fosse composto unicamente di donne-uccellino il rumore complessivo sarebbe analogo a quello di un’automobile elettrica sull’asfalto.
Quando volete fare l’amore la donna-uccellino è un problema. Intanto non esistono posizioni che non le procurino come minimo lividi in ogni dove, e in un paio di occasioni – che lei graziosamente vi ricorda tutte le volte – le avete fratturato l’ulna.
A dispetto delle dimensioni poi, i suoi improvvisi mal di testa invalidanti sono paragonabili a quelli di un elefante indiano, e comportano istantaneamente la serrata di tutti gli infissi, l’eliminazione di qualsiasi rumore e l’allontanamento dell’importuno satiro.
In settimana bianca la donna-uccellino rimane in albergo perché la neve la fa ammalare, al mare rigorosamente sotto l’ombrellone perché il sole la ustiona, in campagna chiusa in casa perché gli insetti la massacrano.
La donna-uccellino è allergica a qualsiasi sostanza chimica possiate nominare, cibi, medicine, pollini e acari.
A malapena tollera il suo stesso sangue.
Insomma, la donna-uccellino è minuta in tutto, ma rompe i coglioni come uno pterodattilo.

Come individuarla per tempo: le dimensioni fisiche sono un indicatore abbastanza chiaro. Poi invitatela a cena e proponetele una serata a base di amatriciana e fiorentina al sangue. Il bluff si svelerà immediatamente.
Come liberarsene: non c’è modo, tranne assoldare un killer. E’ perniciosissima. Potevate portarla al ristorante, prima.

5. La donna-artista
La donna-artista è un essere talentuoso, che per misteriosi (o forse non tanto misteriosi) motivi ha deciso di farvi dono della sua esistenza.
E’ brava, bravissima, molto più brava di voi, che di sicuro avete aspirazioni altrettanto ambiziose ma che ovviamente non siete alla sua altezza, altrimenti non si sarebbe messa con voi.
La donna-artista fa innamorare chiunque, basta che lo voglia.
Peccato che voi non vi siate chiesti perché invece di far innamorare un genio come lei, abbia scelto voi.
Noi lo sappiamo: perché siete una mezza tacca.
Se voi scrivete racconti, lei ha pubblicato quindici romanzi con Feltrinelli; se avete una band rock, lei è un soprano di fama internazionale; se dipingete, lei ha esposto al MoMA; se avete una passione per la fotografia, lei ha fatto le ultime venti copertine di Vanity Fair.
Lei però non vi umilierà mai, anzi, vi inciterà a continuare, e vi darà preziosi consigli, che non serviranno a nulla ovviamente perché voi non avete il suo talento, ma saranno indispensabili per farvi continuare a dibattervi inutilmente in un campo in cui non siete portati, e alimentare il suo ego.
Se foste un ingegnere edile, che progetta grattacieli, non sareste così interessanti. No, lei vuole che voi siate come lei, ma un po’ meno di lei. Un po’ molto meno.
Se disgraziatamente un vostro racconto viene pubblicato, lei farà finalmente uscire la pentalogia che tiene nel cassetto da dieci anni; se la vostra band viene scritturata per una serata al palazzetto dello sport di Rocca Priora, lei farà carte false per cantare al Metropolitan; se riuscirete a fare una piccola mostra in una minuscola galleria d’arte di Velletri, lei occuperà tutto il primo piano della Modern Tate con una retrospettiva.
Vi avverto: non c’è modo per staccarsi da una donna-artista, né di averla vinta con lei.
Forse, con uno sforzo supremo di volontà, la potreste lasciare per una pesciarola di Fiumicino, ma non abbassate la guardia: potrebbe decidere di investire in una flotta di pescherecci.

Come individuarla per tempo: a casa sua non ha pareti verniciate. Sono completamente tappezzate di foto di lei. Lei con il Maestro; lei con il Guru; lei con il Papa; lei con Obama; lei con lei. Scappate subito.
Come liberarsene: pubblicate un romanzo da Nobel, lei non potrà sopportarlo, e si suiciderà. Non siete in grado di scrivere un romanzo da Nobel? Allora ve la meritate.

6. La donna-IKEA
In assoluto la donna-IKEA non è poi così male.
Diventa devastante se abbinata all’uomo-divano.
Se siete un uomo-divano, e la vostra idea di appendere i quadri è chiamare un operaio specializzato, la donna-IKEA può rovinare definitivamente la vostra già grama esistenza.
La donna-IKEA è in grado di montare una cucina lineare di 5 metri in due ore, senza leggere le istruzioni e senza che avanzino pezzi. Neanche una rondella.
La donna-IKEA può mettere le catene alla vostra auto in 5 minuti, compresa la pausa caffé tra uno pneumatico e l’altro.
La donna-IKEA sa aggiustare le serrande, sistemare gli infissi, regolare la carburazione, smontare e rimontare la Nespresso come Tex Willer faceva con il suo Winchester.
La donna-IKEA possiede un set completo di brucole, viti, trapani, martelli, bolle, e seghetti alternati.
Quando la donna-IKEA incontra un uomo-IKEA, scatta un’allegra competizione, e insieme sono in grado di riprodurre nel giardino di casa una versione 1:1 del Taj Mahal con i Lego.
Ma se la donna-IKEA decide di dedicarsi ad un uomo-divano, la vita di costui sarà segnata.
Il suo ruolo nella vita coniugale sarà sempre secondario: reggerà martelli, si sdraierà a terra per permettere alla sua donna di salire un pochino più in alto, passerà viti e cacciaviti, sorreggerà pesantissimi tondini da 12, chiedendosi perché non ha incontrato nella sua vita una donna-uccellino.
Inoltre la donna-IKEA ha tendenze un po’ maschili, e quindi non disdegnerà, quando siete con i tuoi colleghi, di sputtanarvi davanti a tutti bevendo l’ennesima birra.

Come individuarla per tempo: quando la state accompagnando a casa dopo la prima cena, se avete qualche sospetto pronunciate la frase “forse ho bucato”. Se lei scende al volo dalla macchina brandendo la vostra scatola degli attrezzi, ingranate la marcia e scappate il più lontano possibile. Il prezzo di una nuova scatola degli attrezzi – che tanto non sapete usare – sarà ripagato da una vita più serena.
Come liberarsene: dovete rassegnarvi a portare un po’ di corna. Farà male all’inizio, ma vi assicuro che poi mi ringrazierete. Provocate ripetuti danni al vostro sistema fognario, e convincete la donna-IKEA che stavolta da sola non ce la può fare. All’arrivo dei due o tre energumeni che dovrebbero smontare tutto il vostro appartamento per trovare il guasto, defilatevi con una scusa. Se siete fortunati, uno di questi vi farà il favore di portarsela via.

7. La donna-lonelyplanet
La donna-lonelyplanet è uno di quei casi – purtroppo frequenti – di degrado nel tempo di un soggetto potenzialmente interessante.
Quando voi e la donna-lonelyplanet vi mettete insieme, di solito intorno ai 16/17 anni, lei è una fanatica del viaggio zaino in spalla.
Conosce tre lingue, ha gli indirizzi di tutti i pub di Dublino, l’abbonamento Interrail decennale, e la tessera degli ostelli della gioventù.
La donna-lonelyplanet ama dormire in tenda nei giardini pubblici, fare l’autostop da Barcellona ad Alicante, mangiare il pesce gatto in quel particolare locale di New Orleans, lavare i piatti a Santorini per ripagarsi il traghetto.
La donna-lonelyplanet è in genere alta, snella, senza un filo di trucco, sprizza energia positiva da tutti i pori, porta i jeans come se le fossero stati cuciti addosso, e vi fa sognare di fare l’amore con lei tutta la notte, con quei morbidi capelli che le cadono sulle spalle.
Questo fino ai 20-25 anni.
Poi vi sposate, fate tre figli, cominciate ad avere qualche problema di sciatica, qualche chilo di panzetta, servono gli occhiali, i bambini hanno diverse allergie combinate, ma la vostra donna-lonelyplanet vi convincerà che quell’hotel 5 stelle con la SPA che avete prenotato a Cortina fa schifo, e poi, distrugge l’ambiente.
Prenota perciò un faro sulla costa della Cornovaglia, senza riscaldamento, senza cucina, e soprattutto senza bagno.
Andrà raggiunto rigorosamente in treno, con un viaggio di tre giorni, trasportando tre bambini, otto zaini, due passeggini, e la chitarra, perché senza una bella schitarrata al chiaro di luna che vacanza è?
Arrivati al faro, la donna-lonelyplanet sa già quale ristorantino del porto ha il pesce più fresco, quale museo ospita un pezzo della nave che l’Ammiraglio Nelson fece schiantare sulle coste francesi, la bottega che vende i fossili di ammonite più grandi del mondo.
Ad ogni vacanza, e ad ogni anno che passa, l’entusiasmo della donna-lonelyplanet per le vacanze “fai-da-te” cresce sempre di più, mentre i vostri testicoli rischiano di non essere contenuti più neanche da un tir della DHL.
Fate qualcosa, prima che uccida voi e i vostri figli.

Come individuarla per tempo: facile. Emette segnali chiarissimi che non potete mancare di notare. Non ha paura di andare a fare la cacca in campeggio alle 12, ostentando orgogliosamente un rotolo di carta igienica; sorride alla vista degli scarafaggi nell’ostello di Hannover; chiede un passaggio in autostop e dieci secondi dopo sta cantando a squarciagola tutte le canzoni dei Beatles insieme al guidatore, un camionista di Liverpool che le piazza una mano sulla coscia per tutto il tempo. Cose così.
Come liberarsene: avete presente il faro? Di solito dalla terrazza alle rocce ci sono circa 30/40 metri. Io non vi ho detto nulla, eh!?

8. La donna-tuttosesso
Pericolosissima categoria, forse seconda solo alla famosa “donna-profumiera” di cui costituisce nemesi e opposto.
La donna-tuttosesso salta a piè pari le convenzioni, le schermaglie amorose, la fase cena-cinema-Pincio, le prime timidezze, la regola del “la prima sera mai”, e quando la andate a prendere a casa vi tira dentro e non ne uscite finché non avete bisogno dell’autorespiratore solo per arrivare alla macchina.
Le uscite successive, o meglio, le entrate successive perché di casa non si esce mai, seguono lo stesso spartito, e in breve l’uomo medio sviluppa una dipendenza ormonale che lo porta rapidamente al matrimonio.
Si potrebbe erroneamente pensare che la donna-tuttosesso, una volta incastrato il povero malcapitato, cambi radicalmente atteggiamento.
Magari.
Invece la donna-tuttosesso pretende di chiudersi con il marito in uno sgabuzzino prima, dopo, e se non fosse per il prete che si incazza anche durante la cerimonia.
Il viaggio di nozze è uno spreco di danaro, in quanto i due sposini lo passano interamente chiusi nella suite imperiale prenotata da lui per fare bella figura, di cui però utilizzano solo uno spazio di 200×180 cm, dotato di materasso e lenzuola.
Tornati a casa, il loro nido d’amore, lo sposo impiega tre giorni prima di riuscire a disfare le valigie, a causa dei continui assalti della neosposina.
A questo punto capisce, un po’ in ritardo a dire il vero, che il futuro si presenta gramo se non pone rimedio alla situazione.
Se state pensando ad una flotta di amanti, che dire, è una soluzione.

Come individuarla per tempo: lo avete fatto. Ma siete uomini. Il vostro cervello è delocalizzato nelle parti basse. Una volta neutralizzato, non riesce più a pensare.
Come liberarsene: complicato, il vostro organismo non può farne a meno, ma disintossicarsi è possibile. Metodi palliativi: flotta di amanti; fare dieci figli; ingerire quantità colossali di bromuro; ingrassare di 50 chili facendosi contestualmente crescere la barba e diradando le docce da una al giorno a una al mese.
Metodi definitivi: bobbittizzazione volontaria. Lo so, sembra brutto, ma funziona.

Se siete arrivati fino in fondo ridendo, siete uomini. E probabilmente gli unici amici che mi sono rimasti.

Il Limone e la Nutella – Favola con morale

Un racconto dedicato – senza polemica, con simpatia anzi – a quelle donne, non tante ma ce ne sono, che vogliono cambiare gli uomini; che non riescono ad accontentarsi di quello che siamo, e che danno la colpa a noi per non aver capito come siamo fatti.
La morale? 
È in fondo, prima leggete il raccontino 🙂

C’era dunque questo limone, se ne stava in frigorifero da tempo immemorabile.
Era giallo, s’intende, ma un po’ rinsecchito, raggrinzito, la buccia aveva iniziato a generare un po’ di muffa, lì dove poggiava nel cassetto delle verdure, e qualche macchiolina nera iniziava a intravedersi. La fogliolina verde, che una volta ne ornava il rametto, si era ormai persa da tempo, quindi anche quel piccolo tocco estetico era venuto a mancare.
Il nostro limone era veramente dimesso. Soffriva anche un po’, a dire il vero: vedeva un viavai continuo di zucchine, melanzane, banane, arance, mele, pere, persino di altri limoni, che venivano a fargli compagnia per un po’ e poi sparivano rapidamente.
Un paio di volte le mani si erano soffermate su di lui; una volta addirittura lo sollevarono per permettere agli occhi di guardarlo meglio: il sopracciglio si aggrottò, e il cervello pensò; poi il limone fu riposto di nuovo. Avesse avuto dei polmoni, avrebbe tirato un sospiro di sollievo. Tutto sommato era di nuovo al suo posto, e non nella pattumiera, vedeva ancora una speranza.
Passò altro tempo, lo stesso viavai, finché un giorno le mani si posarono di nuovo su di lui. Gli occhi lo guardarono, le labbra si incresparono, il sopracciglio si rilassò, e il limone uscì dal frigorifero.
Le mani furono gentili. Lo lavarono, lo pulirono, gli tolsero la muffa, ne grattarono lievemente la buccia. Poi quelle mani così delicate lo appoggiarono su un tagliere bianchissimo, come il marmo, anzi, forse era proprio di marmo. Vicino, un filone di pane caldo, tagliato a fette. Un coltello affilato era appoggiato anch’esso sul tagliere, vicino al limone.
Gli occhi guardarono soddisfatti, le labbra sorrisero pregustando l’evento, i capelli si mossero per non intralciare la vista, le mani presero il coltello e tagliarono il limone in due. Lentamente, rotolando, oscillando, beccheggiando, le due metà si fermarono, aperte, mostrando il contenuto ancora fresco, qualche seme qua e là. E da un lato, un succo leggero cominciò a scorrere.
Un dito toccò il limone, raccolse il succo, e corse alla bocca.
Gli occhi si spalancarono, le labbra si incurvarono all’ingiù, le sopracciglia si aggrottarono. La lingua sputò, le mani con un gesto secco spazzarono il tagliere, e il limone, o meglio le sue due metà, si ritrovò nella pattumiera.
La bocca sospirò, le mani indugiarono per un momento sul bordo del lavello, poi, rassegnate, afferrarono il coltello e lo affondarono nel barattolo della Nutella, che aspettava paziente là vicino.
Mentre i denti tranciavano il pane ricoperto di quella delizia marrone alle nocciole, gli occhi gettarono un ultimo sguardo al limone, tristemente adagiato sul fondo della pattumiera. Peccato, pensò oziosamente qualche neurone raggruppato sotto la corteccia, per un momento ci ho sperato.

La morale, avevo promesso.
Un limone è un limone.
Anche quando fosse grande, fresco, brillante, il suo succo sarà sempre un po’ aspro.
È quello che lo rende importante, no!?
Bisogna sapere come utilizzarlo.
Un limone non sarà mai uguale ad un altro, vi riserverà sempre delle sorprese.
La Nutella no.
La Nutella è da sempre la stessa, sempre disponibile in grandi quantità.
Dolce, rassicurante, morbida.
Sta sempre lì, e se finisce ce ne sono sempre grandi barattoli dappertutto.
Un limone non potrà mai farsi Nutella.

Robot Senza Cuore

(omaggio a Isaac Asimov)

Le tre leggi della robotica (Asimov-Campbell)

1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

L’invito del Professor Lefkov giunse inaspettato, e con un breve preavviso.
John Dougherty, Professore di Robotica e Automatismo alla facoltà di Ingegneria di Batavia, nonché successore di Lefkov, decise di prendere un taxi direttamente dalla facoltà, e si fece lasciare in un negozio di vini ed altre ricercatezze che conosceva, che distava solo dieci minuti a piedi dall’appartamento di Lefkov.
Nonostante i due si conoscessero da venticinque anni, e si stimassero moltissimo, i loro rapporti avevano avuto sempre un’impronta formale, e Dougherty non ricordava un’altra occasione in cui fosse stato invitato casa di Lefkov, se si eccettuava il ricevimento dopo il funerale della moglie, avvenuta ormai dieci anni prima.
E sebbene lui e Lefkov avessero passato insieme lunghe ore nei laboratori della facoltà, partecipato a convegni, scritto articoli insieme, e depositato decine di brevetti congiunti, nonostante Lefkov avesse caldamente suggerito Dougherty come suo successore quando andò in pensione, i due non avevano sviluppato mai una vera amicizia.
A Dougherty non venivano in mente molte occasioni in cui fossero andati a prendere una birra insieme dopo il lavoro, o fossero andati a cena con le mogli; forse una decina di volte in tutto, nell’arco di oltre venti anni, non molte.
Per questo l’invito di Lefkov lo stupì, ma ne fu comunque lieto; stimava e adorava, un po’ come tutti in facoltà, l’uomo che aveva trasformato la robotica da semplice scienza ingegneristica a fenomeno sociale, e sapeva che un altro genio così non sarebbe nato molto presto.
Incerto sul menù, prese una bottiglia di bianco e una di rosso, oltre un sacchetto gigante di pistacchi di cui il Professore era ghiotto.
Il robot che lo servì, un modello Mark VII del 2091, prese la sua carta di credito, ne detrasse l’importo con un lieve passaggio del pollice, e lo ringraziò con una voce un po’ meccanica. Evidentemente il proprietario del negozio non aveva ritenuto opportuno investire in un sintetizzatore vocale più moderno.
Mentre usciva e si avviava, si domandò come mai la resa del suono della voce umana fosse così difficile da replicare; forse le nostre orecchie sono particolarmente sensibili, o forse proprio le imperfezioni del nostro apparato vocale rendevano le voci umane uniche e tutte diverse tra loro.
Ne avrebbe parlato col Professore a cena, immaginò.
Arrivò alla townhouse dove abitava Lefkov, salì le scale e aprì la porta esterna.
Arrivato davanti la porta principale della casa, che si trovava in cima ad un’altra rampa di scale, suonò il campanello.
Sentì dei passi avvicinarsi, e quando la porta si aprì, si trovò di fronte ad una ragazza snella, sui trenta anni, abbastanza alta, che gli sorrideva amichevolmente.
– Benvenuto Professor Dougherty, la prego, entri – disse la ragazza.
John la guardò mentre varcava la soglia; era bella, con dei capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, degli occhi neri molto intensi, una bella bocca carnosa, un trucco leggero, una gonna a pieghe, e una camicetta bianca, molto semplice.
Bella, aveva pensato all’inizio. Molto bella, si corresse dopo pochi secondi.
Lefkov non aveva figli, quindi immaginò si trattasse di una nipote, o di una dottoranda, o di una badante.
Non voleva pensare a niente di più, perché la differenza di età tra i due era apparentemente superiore ai 50 anni, e la stima che aveva di Lefkov lo portava ad escludere una relazione.

Diede il vino alla ragazza, e fece appena in tempo a togliersi la giacca prima che il Professor Lefkov entrasse nel salotto, con la sua classica andatura ondeggiante.
Era infatti un ometto basso, con le gambe storte, e con l’età si era alquanto appesantito, senza considerare un accenno di artrosi all’anca, per cui quando camminava era costretto a spostare il peso del corpo da una parte all’altra, e sembrava sempre che stesse danzando.
– Johnny! che piacere! grazie di avere accettato il mio invito! – lo salutò con entusiasmo, stringendogli la mano e prendendogli il braccio con l’altra, per chiarire col contatto fisico quanto fosse veramente felice.
– Grazie Professore, il piacere è mio. La vedo in forma, e in buona compagnia, se posso permettermi. – Dougherty non era mai riuscito a chiamare per nome il suo mentore.
Lefkov fece una risata, che mostrò qualche dente mancante, segno evidente della sua pigrizia e del disinteresse per tutto quello che non fossero i robot.
– Hai ragione! Sono un maleducato. Ti presento Elisa, una mia amica. Ho chiesto anche a lei di essere qui stasera, aveva molta curiosità di conoscerti, gli ho parlato di te, e sa che ora sei tu il resident genius della facoltà –
Amica, pensò Dougherty, e subito si incupì. Chissà perché, assegnava a se stesso la possibilità di flirtare con una ragazza che poteva essere sua figlia, ma non a Lefkov. Non erano affari suoi, si disse, comunque.
– Grazie, Professore, ma dopo di lei siamo tutti destinati a fare la figura dei cretini – rispose cortese, ma lo pensava veramente, in fin dei conti.
Lefkov aveva iniziato da giovane ingegnere a lavorare a Batavia su alcune idee che già circolavano in merito alla possibilità di avere robot umanoidi, e insieme ai suoi colleghi anziani dell’epoca, invece di migliorare le prestazioni delle macchine dell’epoca, aveva scelto di imboccare una strada completamente diversa, che nell’arco di venti anni lo aveva portato a sviluppare i primi modelli sperimentali di robot di nuova generazione, che non si limitavano a costruire oggetti, o a lavorare in fabbrica, ma che potevano sostituire gli esseri umani in molte delle attività quotidiane.
Dougherty si distrasse dai suoi pensieri, perché Lefkov lo stava invitando a sedersi su un divano insieme a lui, per prendere un aperitivo.
Stapparono la bottiglia di vino bianco, e Lefkov riempì tre bicchieri.
Elisa si accomodò su una poltrona e fece un sorriso a Dougherty, che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.
La ragazza aveva accavallato le gambe, e vide che non portava le calze, e la morbidezza dell’indumento lo fece scivolare di lato, scoprendo generosamente le cosce affusolate.
Distolse lo sguardo per non essere scortese, ma era fortemente attratto dalla ragazza.
Un’amica, aveva detto Lefkov. Sarà.
– Pensa che sui robot siamo arrivati al massimo delle nostre possibilità? – stava chiedendogli Lefkov strizzando gli occhi mentre parlava, un tic che aveva fin dalla giovinezza.
Dougherty sorseggiò il vino, poi rispose:
– Non mi azzarderei a fare questa affermazione – disse – in fin dei conti la storia della scienza, come anche il suo caso ci insegna, è ricca di improvvisi salti in avanti; certo, se dovessi dare un giudizio sulle nostre ricerche attuali, direi che non ci sono sviluppi promettenti in vista. Abbiamo di fatto lasciato in mano alle società private il compito di apportare miglioramenti ai robot, e per fini commerciali. Noi stiamo portando avanti un progetto per l’integrazione dei robot con le astronavi di esplorazione mineraria, ma francamente solo perché la NASA ci finanzia. Sul resto, siamo abbastanza ad un punto morto. I cervelli positronici non migliorano le prestazioni neanche aumentando i circuiti esponenzialmente, e questo lo sapevamo già, grazie al Teorema di Lefkov –
Così dicendo alzò il calice in onore del Professore che sorrise con modestia.
– I sintetizzatori vocali, nonostante lavoriamo in team con il dipartimento di biomeccanica e la facoltà di medicina, ci stanno facendo impazzire – continuò Dougherty – e infine non riusciamo a trovare il modo di rendere la superficie simile alla pelle. Abbiamo provato con non so più quanti tipi diversi di materie plastiche, ma senza veri progressi –
Si fermò un attimo per bere un altro sorso di vino.
– Senza contare – terminò il suo pensiero – che comunque le norme di identificazione introdotte qualche anno fa renderebbero inutile un perfezionamento eccessivo dell’aspetto esteriore –
Dougherty si riferiva al fatto che tutti i robot umanoidi dovevano avere un segno di riconoscimento visibile in piena luce e al buio sul viso, e un microchip identificativo attivabile da chiunque, purché avesse un semplice telecomando che costava pochi dollari.
– Insomma siamo bloccati – disse Lefkov, e quel “siamo” disse molto di quanto il vecchio Professore non si sentisse per niente in pensione.
– Certo – disse Dougherty masticando qualche pistacchio – ci vorrebbe qualche intuizione come la sua. A proposito: non mi ha mai raccontato veramente come le vennero in mente le tre leggi della robotica –
In realtà lo sapeva benissimo, ma voleva far chiacchierare un po’ il vecchio Professore, per continuare a sbirciare la giovane Elisa mentre erano ancora seduti sul divano.
Lefkov ridacchiò, imbarazzato ma anche lusingato.
– Ma no, non mi “vennero in mente”, non è andata così. Io e i miei colleghi dell’epoca, li ricorderai anche tu, Campbell, Asimov, Bradbury, cominciammo a ragionare filosoficamente sull’utilità dei robot. Loro avevano qualche idea in testa, gli mancava solo qualcuno veramente pazzo per fare il salto successivo, e quel qualcuno ero io. Quando arrivai in facoltà, lo sviluppo dei robot era l’attività del momento, tutti volevano fare Ingegneria e tutti volevano lavorare sui robot, per questo i decani selezionavano accuratamente i nuovi dottorandi. Quando feci il colloquio di selezione, ricordo che fu Campbell a chiedermi “Lei come vede i robot tra cento anni?”, e io risposi senza esitare: “Tra cento anni non sarà possibile distinguere tra robot ed esseri umani, e se è per questo neanche lo vorremo” –
Elisa fece un grande sorriso, ma non disse nulla, e Dougherty notò che pendeva dalle labbra di Lefkov.
Amica, sì, come no.
– Mi presero subito – continuò Lefkov – e scoprii che perdevano parecchio del loro tempo a pensare a robot umanoidi. Capisci, Johnny, all’epoca i robot erano macchine enormi, che avevano sostituito completamente gli uomini nei lavori pesanti, nelle fabbriche, in agricoltura, nei trasporti, ma robot voleva dire “lavoro” e basta. Invece noi cominciammo a pensare ai robot come degli esseri senzienti, che avrebbero preso il posto degli umani in tutte le attività quotidiane, lasciandoli finalmente liberi di vivere la vita che volevano, di esplorare l’universo, di comporre opere d’arte. Grazie ai robot, nessun uomo avrebbe più dovuto lavorare per vivere, questa era la nostra visione. –
Lefkov prese la mano di Elisa, che glie la strinse dolcemente, carezzandolo con l’altra sul dorso.
Non c’erano più dubbi, si disse Dougherty, con una punta, anzi forse più di una punta d’invidia.
E così il Professore aveva trovato il modo di mettere a frutto la sua fama, pensò acidamente.
– Quindi partiste da un’idea, non dalla matematica? – chiese rilassandosi sullo schienale, ora che la tensione sessuale era scemata alla vista della situazione.
– Certo. La matematica è uno strumento. Noi avevamo un’idea. Io fui quello più aggressivo, forse perché ero il più giovane. Dissi che dovevamo pensare subito ad un robot umanoide, e lavorare sulla compattazione delle capacità di calcolo e mnemoniche, e questo ci portò alle ricerche sulla positronica. Ma ad un certo punto capimmo che anche in uno stadio iniziale, i robot semoventi erano esposti a utilizzi malvagi, e quindi dovemmo inventare un meccanismo di blocco. Quelle che la stampa chiamò “le tre leggi”, in realtà non sono altro che delle protezioni hardware e software, degli algoritmi di sicurezza, intrinsecamente legate al processo di sviluppo e maturazione del cervello positronico. Non sono certo delle “leggi” che i robot possono capire in senso generale. Semplicemente alcune funzioni sono inibite, altre sono rafforzate, in un equilibrio non modificabile –
I due si sorrisero, continuando a bere in silenzio, poi Dougherty chiese a bruciapelo:
– Professor Lefkov, perché mi ha invitato qui stasera? Non certo per chiacchierare sulla storia della robotica, o per amicizia, visto che non è mai capitato. Mi scusi la franchezza, ma voleva presentarmi la sua fidanzata per vedere se la facoltà approvasse? non sono certo affari nostri, ma per quanto mi riguarda, approvo incondizionatamente, Elisa è bella, gentile e mi sembra una compagna adatta a lei –
Lefkov arrossì violentemente, e le vene del collo gli si gonfiarono per la rabbia; Elisa si irrigidì e affiancò le gambe sedendosi più eretta.
Dougherty capì di aver fatto una gaffe.
Il vecchio Professore cominciò a tossire, e subito Elisa si alzò per andare a prendere un bicchiere d’acqua; una volta bevuto, e calmata la tosse, Lefkov riprese:
– Anche se sei stato molto scortese, Johnny, la colpa è mia. Non avrei dovuto chiamarti senza spiegarti il motivo, e capisco che la situazione possa risultarti ambigua. Comunque in parte quello che dici è vero: sì, ho bisogno dell’approvazione della facoltà, e per questo ho deciso di parlare con te, in qualità di capo Dipartimento. Ho intenzione di portare in fase di sviluppo una nuova generazione di robot umanoidi, che abbiano caratteristiche indistinguibili dagli esseri umani –
Concluse la frase guardando Elisa, che di nuovo gli sorrise.
Dougherty rimase a bocca aperta per qualche secondo, forse qualcosa in più di qualche secondo, forse furono minuti, passando lo sguardo da Lefkov a Elisa, entrambi sorridenti, come due bambini che fanno vedere, fieri, ai genitori i loro disegni.
Guardò Elisa, la riguardò.
Non aveva segni di riconoscimento, e questa era una aperta violazione alle norme.
Prese dalla tasca un piccolo telecomando, lo azionò, ma mentre gli altri piccoli mini robot non umanoidi di casa Lefkov emisero un piccolo segnale di riconoscimento, Elisa non si mosse, né sembrò che il telecomando avesse effetto su di lei.
Dougherty finalmente fece per parlare, poi diede un altro sguardo a Elisa, e cambiò idea.
Si alzò dalla sua poltrona, si avvicinò alla ragazza, o al robot, e le mise una mano dietro la nuca.
Istantaneamente, ad una velocità sorprendente, Elisa prese la mano di Dougherty, e la torse allontanandola da sé, facendolo urlare di dolore. Lo guardò fisso negli occhi con decisione senza abbassare lo sguardo.
Anche se esternamente sembrava in tutto e per tutto una giovane ragazza, i servomeccanismi interni azionavano muscoli e ossa fatti di materiale molto più resistente di quello umano, e capace di sviluppare una forza infinitamente superiore a quella del più forte lottatore di wrestling.
– No! Elisa! Ferma, lascialo! – urlò Lefkov.
Subito Elisa mollò la presa, e Dougherty tornò a sedersi, il polso viola per la compressione e dolorante. Forse se l’era rotto, pensò.
La ragazza era di nuovo seduta, tranquilla, ma si era fatta seria.
– Mi scusi Professore – disse nella sua voce calda e melodiosa.
Dougherty annaspava per riprendere fiato e cercare di capire.
– Stavo solo cercando… –
– Lo so, l’interruttore di sicurezza, ma Elisa non ne è dotata – lo interruppe Lefkov.
Dougherty sgranò gli occhi.
– Mi sta dicendo che questo robot sembra in tutto e per tutto un essere umano, e non ha meccanismi di riconoscimento e di sicurezza? e in più…mi ha fatto male…Professore…le leggi…non le ha impiantate? la prego, mi dica che non è vero! –
Lefkov rifletté un attimo poi disse:
– Elisa, per favore vai di là e disattivati per 15 minuti, poi torna, devo parlare in privato con Johnny –
– Sì, Professore – disse lei alzandosi e uscendo dalla stanza.

Dougherty era infuriato, e stupito, e aveva voglia di gridare a Lefkov il suo disprezzo e la sua rabbia. Di contro, il vecchio Professore sembrava sereno e attendeva che l’altro sfogasse la sua frustrazione.
– Dove sono i meccanismi di controllo? Le leggi? La backdoor? Il segno di riconoscimento? Lei ha creato un robot che sembra un essere umano, e non c’è modo di riconoscerlo o di controllarlo. Mi poteva spezzare un polso! Nessun robot lo avrebbe mai fatto! Lei… –
– Calma, calma, giovanotto – disse Lefkov con tono condiscendente. Dall’alto dei suoi 75 anni si divertiva a chiamare giovanotto il Professore cinquantenne che aveva di fronte.
– Come hai potuto vedere, Elisa non è senza controllo. Ha obbedito al mio comando, ed è andata di là, e se vuoi prenderti il disturbo di controllare, potrai verificare tu stesso che non ci sono attività del cervello positronico, e non ce ne saranno per i prossimi…tredici minuti – continuò dando una rapida occhiata all’orologio.
Dougherty continuava a schiumare di rabbia, e si alzò in piedi continuando a massaggiarsi il polso, che gli ricordava quanto il corpo degli esseri umani fosse delicato rispetto a delle macchine evolute.
– Va bene, ma ha obbedito a un suo ordine DOPO avermi fatto del male, quindi le leggi non sono implementate. Almeno la prima. E ciò è terribile, Professore, terribile. Io potrei ordinare a Elisa di ucciderla, e lei lo farebbe. Ha idea che cosa potrebbe fare un esercito di macchine sofisticate come lei, in mano a qualche terrorista o qualche dittatore? Riesce a pensare che potrebbe succedere se perdessimo il controllo della fabbricazione dei robot? –
Lefkov stava sorridendo.
– No. Lei non potrebbe ordinarle di uccidermi. Lei non obbedirebbe. E non ucciderebbe mai. Non me, comunque –
Il tono della voce di Lefkov e lo sguardo fisso negli occhi, fermò i passi nervosi di Dougherty.
I due uomini si guardarono per lunghissimi secondi, mentre Lefkov attendeva che la consapevolezza fluisse nella mente di Dougherty.
Improvvisamente il giovane professore spalancò gli occhi, le pupille si dilatarono, e le gambe sembrarono mancargli; si risedette sulla poltrona, facendo attenzione a non cadere, e bevve un bicchiere di vino tutto d’un fiato, poi ne versò un altro, e bevve anche quello.
– Lei…mi sta dicendo che..Elisa ha le leggi… – –
– Esatto – terminò Lefkov – le tre leggi sono state programmate su Elisa per essere applicabili solo a me. Quindi lei non accetterà mai ordini da te, e non avrà alcun problema a farti del male per proteggersi. Ma ubbidirà ai miei comandi, e farà di tutto, anche sacrificare sé stessa, per proteggere la mia esistenza – concluse soddisfatto.
Dougherty stava scuotendo la testa, incredulo.
Ora la rabbia era tornata a farsi sentire, forte, perché lo stupore si affievoliva, e le possibili conseguenze di questa innovazione lo stavano ora colpendo con la forza di un uragano.
– Che differenza c’è, Professore? Che differenza c’è? Eliminare la prima legge, o creare un robot che risponde ad una persona sola. E magari, dieci, cento, un milione di robot che rispondono alla stessa persona? Che differenza c’è? – ripeteva Dougherty alzando sempre di più la voce.
– La prima legge – continuò Dougherty – garantisce che i robot non possano fare male a nessun essere umano. E’ la nostra garanzia che non possa essere scatenata una guerra usando macchine intelligenti e uguali a noi. Che nessuno prenda il sopravvento, che non ci siano sperequazioni, che… –
– Basta così! – disse Lefkov, improvvisamente serio – Dimentichi chi sono e chi ti ha insegnato tutto quello che sai. Non devi dire a me quali sono i vantaggi e i limiti delle tre leggi, le ho concepite io. Ma tanti anni fa eravamo degli idealisti, pensavamo che gli esseri umani avrebbero avuto solo vantaggi dall’interazione con i robot. E invece hai visto come è andata a finire! Non è solo una questione di protezione; i robot lavorano. Al posto nostro. Ma solo per chi se li può permettere, e abbiamo finito con il segmentare ancora di più la nostra società. Pensi che tutte le città, o tutti i Paesi, siano come il nostro? Nel mondo ci sono dieci miliardi di persone, e oltre un miliardo di robot, che però sono di proprietà di meno di duecento milioni di esseri umani. Certo, gli altri non possono essere uccisi, ma non possono neanche avere vantaggi. Ci sono intere popolazioni che ancora lavorano la terra con le loro mani! e questo è inaccettabile. –
Lefkov fece una pausa, e solo quando capì che aveva l’attenzione di Dougherty, continuò.
– La modifica che abbiamo apportato… –
– “abbiamo” chi, Professore? Lei e chi altri? –
Lefkov scacciò via questa interruzione con un gesto infastidito della mano.
– La modifica, dicevo, è più raffinata di come sembra. Elisa non è semplicemente programmata per essere governata solo da me, ma il mio DNA è accoppiato biunivocamente con il suo cervello positronico. –
Dougherty era senza fiato.
– Vuole dire…. –
– …che Elisa è accoppiata con il mio DNA, e io con il suo marcatore positronico. Un solo robot, un solo essere umano. E’ così semplice –
Dougherty guardò la bottiglia, ma non fece in tempo a versare ancora alcool, perché in quel momento Elisa rientrò nel salone, e come se niente fosse accaduto, si sedette di nuovo vicino a Lefkov.
– Le ho fatto male, Professor Dougherty? – chiese con un sorriso cordiale, che non lasciava trasparire nulla se non sincera preoccupazione.
– Ehm…no… – rispose Dougherty guardando di sottecchi Lefkov, che dal canto suo si godeva la scena, probabilmente la prima uscita “sul campo” della sua Elisa.
– Però…avrei altre domande…e non so se… –
– Ti preoccupi di Elisa? – si intromise Lefkov – non devi. Lei ovviamente sa tutto, non deve essere salvaguardata, e non può offendersi, abbiamo accuratamente evitato di lavorare sull’egocentrismo –
“Ancora quell’ ‘abbiamo’ “, pensò Dougherty.
Poi riprese:
– Va bene. Per il momento lascerò fuori alcune questioni diciamo, operative, ma cosa succederà quando…voglio dire, se lei dovesse morire? Un robot può essere riprogrammato, in questo caso, ma Elisa? –
Il vecchio Professore annuì.
Si aspettava la domanda, e non era sorpreso.
Guardò il robot con un misto di malinconia e affetto.
– Quando io morirò, Elisa si disattiverà, non potrà sopravvivere. Il cervello positronico sarà irrimediabilmente bruciato. Il resto del suo corpo artificiale potrà essere riutilizzato, ma tutta la sezione di calcolo andrà sostituita. A tutti gli effetti sarà un altro robot. –
Dougherty stava riflettendo.
– Professor Lefkov, capisco le sue intenzioni, ma non credo che questa sia la soluzione corretta. Vede, le sue tre leggi hanno funzionato bene finora, perché i robot che abbiamo sviluppato sono sostanzialmente delle macchine intelligenti, ma peccano. .. – diede un rapido sguardo ad Elisa, che lo ascoltava sorridendo – voglio dire peccavano di carenza di empatia. Man mano che questo sviluppo si fa prevedibilmente più vicino, e i robot tenderanno a somigliare agli esseri umani, non possiamo più permetterci di avere delle leggi così schematiche. La sua analisi è corretta, e anche noi siamo giunti a conclusioni analoghe. Ma mi permetta di dirle, che la sua soluzione è alquanto drastica. Vede, noi, intendo dire il Dipartimento di Robotica, stiamo approntando dei prototipi che affrontino il problema di una reazione qualitativa da un altro punto di vista. Noi pensiamo… –
– Stai forse parlando della Legge Zero? – disse senza preavviso Lefkov con un sorriso.
Stavolta Dougherty sembrava aver perso la parola.
Balbettò qualche monosillabo, poi riuscì a ricomporsi, e a mettere insieme qualche suono intellegibile:
– Ma…lei…come..non… –
– Come faccio a saperlo? Ma Johnny, dimentichi che tutti nel Dipartimento sono figli miei, accademicamente, si intende, e che ci ho passato cinquanta anni. So tutto della Legge Zero, il tentativo di dare ai robot la capacità di valutare se il sacrificio di pochi possa valere la salvezza di molti –
– Esatto! – si riprese Dougherty – la Legge Zero dice che un robot non deve recare danno all’umanità nel suo insieme, quindi prevale sul singolo individuo, chiunque esso sia! Non ci sarà più la possibilità per ricchi e potenti di usare i robot per il loro tornaconto personale, se questo andrà contro l’interesse dell’intero genere umano! –
Lefkov sorrise amaro, mentre Elisa, come se sapesse cosa sentiva, riprese a carezzarlo sul dorso della mano, ma ora Dougherty si rendeva conto che l’affetto manifestato da Elisa era un tipo di affetto che lui non conosceva.
Non era catalogabile in nessuna delle tipologie di affetto tra esseri umani a cui poteva pensare.
– Non funzionerà, Johnny – scosse la testa il vecchio Professore – siete degli idealisti, come lo eravamo noi tanti anni fa, ma non basterà per farla funzionare. La Legge Zero è un’illusione, una mistificazione, uno scarico di responsabilità. Come faranno i robot a sapere quando la vita di un singolo umano è più o meno importante dell’umanità nel suo insieme? Chi glie lo insegnerà? Quanti esseri umani dovranno essere in numero sufficiente per valere più del singolo? Dieci? Mille? Un miliardo? E se noi decidessimo che il benessere del nostro popolo vale più della vita dei nostri nemici? La Legge Zero aggira il problema, Johnny, ma non lo risolve. Pensi che i robot avrebbero dovuto uccidere, che so, Leonardo da Vinci se questo avesse potuto salvare migliaia di persone? Che decisione da prendere! E soprattutto: sarebbe stato giusto? Questi sono i conflitti che la Legge Zero vi porterebbe a dover risolvere, e io non credo che siate attrezzati per questo – concluse.

Dougherty non rispose; alcune delle obiezioni sulla Legge Zero gli erano familiari, e ancora il giorno prima al Dipartimento aveva avuto una furiosa discussione con alcuni colleghi che si opponevano alla sperimentazione operativa dei primi robot con la Legge Zero implementata nel cervello positronico.
Tuttavia non avevano trovato alternative serie, e ormai la convivenza umani-robot richiedeva un cambiamento sostanziale nella capacità dei robot di gestire le interazioni con il loro creatori umani.
E in più, questi sviluppi su cui stava lavorando Lefkov, andavano in totale conflitto con la Legge Zero, e con il loro, il suo lavoro degli ultimi anni.
Anche se ammirava Lefkov, e gli era grato, l’idea che il suo lavoro potesse essere gettato al vento gli mordeva lo stomaco.
– Una cosa non capisco, Professore – riprese Dougherty – anche se lei fosse nel giusto, perché togliere i segni di riconoscimento ai robot? Non crede che sia opportuno che gli esseri umani sappiano se chi hanno di fronte sia un loro simile, o meno? –
– Ma non capisci? – si infervorò Lefkov – finché ragioneremo in termini di noi e loro, avremo sempre un complesso di superiorità che ci impedirà di convivere serenamente. Io sono convinto, convintissimo, che i robot debbano essere uguali agli esseri umani, e convivere insieme a noi. –
Il Professore aveva lasciato la mano di Elisa, e si era alzato in piedi.
– Johnny…vedi…la razza umana va accompagnata. Noi siamo ancora bambini che giocano con il fuoco. Vogliamo arrivare alle stelle, costruiamo astronavi, ma non riusciamo ad eliminare le guerre, l’odio, il rancore, il razzismo. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti, e io sono convinto che se lasceremo che i robot si integrino nella nostra società a pieno titolo, saranno loro a darci una mano. – ora lo sguardo di Lefkov si era fatto sognante – Io credo fermamente che in futuro potremo farci governare da loro, e grazie alle Tre Leggi, essi ci condurranno per mano verso un futuro luminoso –
“E’ pazzo” pensò Dougherty, rimanendo a bocca aperta. “E’ completamente impazzito”
– Professore – riprese ora più cauto Dougherty, ripensando anche al dolore che aveva provato quando Elisa gli aveva piegato il polso – ma come ha fatto a creare una superficie così…così liscia, sembra pelle vera, il colore, il tatto…sa che è uno degli elementi di sviluppo più complessi, e da molto tempo stiamo cercando di individuare dei polimeri adatti, senza grande successo purtroppo… –
Dougherty prese la mano ad Elisa, e la carezzò con un gesto volutamente teatrale.
Poi le carezzò una guancia, e le riavviò i capelli.
– E’ semplice: è pelle umana. Vera. La facciamo crescere in un bagno di sviluppo a partire da cellule staminali, e poi completiamo lo sviluppo sullo scheletro esterno.
Per un momento Lefkov pensò che Dougherty sarebbe morto d’infarto, i sintomi erano gli stessi, ed effettivamente lo stesso Dougherty si sentì mancare.
Tutti i problemi a cui stavano disperatamente cercando di dare una risposta erano stati risolti da un vecchio, per quanto geniale, Professore in pensione; che però era abbastanza pazzo da pensare di poter mandare in giro dei robot con le tre Leggi “personalizzate”.
Doveva cercare di saperne di più di Elisa e degli sviluppi che c’erano dietro, per poi tornare al Dipartimento per cercare di contrastare le idee di Lefkov.
– Professore – iniziò titubante, sperando di non far insospettire il suo ospite – quello che mi chiedo è: come ha fatto a condurre questi esperimenti, a sviluppare gli algoritmi, il prototipo? come è possibile che con le sue sole forze abbia creato una tecnologia così avanzata? –
Il sorriso di Lefkov gli fece intuire che l’orgoglio del Professore non aveva risentito del passare degli anni.
– Johnny, Johnny – gli disse in tono condiscendente – come pensi che io abbia potuto realizzare tutto questo da solo? – indicò Elisa.
– Dopo tanti anni al Dipartimento, ho molti amici che mi stimano, e ho ancora accesso alle risorse della facoltà, e anche le aziende costruttrici non lesinano in materiali. Devo dire però che senza l’aiuto di Wilkowski non sarei riuscito nel mio intento –
Al solo sentire quel nome Dougherty trasalì.
Wilkowski! Il suo vice al Dipartimento! L’uomo a cui affidava tutte le sue riflessioni, le sue idee, il suo sparring partner nelle nottate a pensare a nuove vie per l’evoluzione della robotica.
D’altronde, se fosse stato più attento, avrebbe potuto sospettarlo: quando Lefkov era andato in pensione, Wilkowski vantava un’anzianità maggiore, aveva già avuto una cattedra temporanea a Stanford, aveva quasi dieci anni più di lui, e non ci sarebbe stato nulla di strano se fosse stato nominato successore di Lefkov; ma Dougherty faceva parte del gruppo di lavoro originale, era stato assistente di Lefkov per più di dieci anni, insomma alla fine il Senato Accademico aveva votato per lui, e Wilkowski era rimasto come suo vice.
E ora veniva a sapere che nel frattempo congiurava con Lefkov per indirizzare le ricerche in altre direzioni!
Era sconvolto, e non sapeva come uscire da quella situazione.
A peggiorare le cose, c’era la concreta possibilità che il Governo tagliasse drasticamente i fondi per la ricerca universitaria, e allora gli unici che avrebbero investito nello sviluppo dei robot erano le aziende che li fabbricavano e li distribuivano, sostanzialmente due, e lui già capiva che la direzione che aveva preso Lefkov era più attraente per gli acquirente: un robot personale, indissolubilmente legato a doppio filo con il suo umano di riferimento, un mercato potenziale di dieci miliardi di persone…insomma, la Legge Zero in confronto era una noiosa, vecchia soluzione burocratica.
Ma era convinto che i robot necessitassero di più controllo, non meno, e l’idea di conoscere una persona, senza sapere che era un robot, ossia una macchina più forte, più intelligente di lui, virtualmente indistruttibile, infaticabile, lo terrorizzava.
Aveva bisogno di riflettere, di trovare una soluzione che salvasse la sua ricerca e bloccasse Lefkov, ma ora che sapeva di non potersi fidare più di Wilkowski, non aveva nessuno con cui condividere questa preoccupazione.
– Professore, come potrà capire, queste informazioni mi hanno come dire…sorpreso. Se non le dispiace io andrei subito a casa, in modo da cercare un modo per mettere insieme le nostre e le sue ricerche. Credo che a questo punto, visto lo stato di avanzamento a cui è giunto – e guardò Elisa che continuava a sorridergli – non possiamo ignorare le sue idee, ma piuttosto coinvolgerla di nuovo nel lavoro del dipartimento, per formare una squadra sola –
Si alzò e tese la mano a Lefkov, che la strinse com vigore ed entusiasmo, scuotendola ripetutamente in su e giù.
– Proprio quello che volevo sentirti dire, figliolo! Sapevo che avresti capito. L’unica cosa che desidero è di consegnare questa fatica a voi e al mondo, prima di morire. Da solo non posso continuare, neanche con l’aiuto di Wilkowski; ho bisogno del team, di lavorare alla luce del sole, di collaboratori validi…come te! –
Abbracciò il suo successore, e lo congedò.
Dougherty uscì senza salutare Elisa, e si avviò di corsa, cercando un taxi.
Il suo volto era scuro, si era rabbuiato non appena la porta di casa Lefkov si era chiusa alle sue spalle.
Aveva finalmente capito a cosa puntava il vecchio Professore: a essere reintegrato al suo posto, riprendere il comando del dipartimento, imporre le sue idee; ma non avrebbe potuto farlo senza qualcosa di convincente, e questo qualcosa era Elisa.
Lo aveva attirato in una trappola, aveva fatto in modo che lui stesso, capo del Dipartimento, fosse stupito e sconvolto dal prototipo e dalle sue potenzialità, e figuriamoci cosa avrebbero detto gli altri.
Senza contare quel traditore di Wilkowski.
Era in un vicolo cieco.
Diede distrattamente al tassista l’indirizzo di casa sua; aveva pensato di andare subito al dipartimento, ma non voleva rischiare di incontrare nessuno, era ancora troppo agitato, e aveva bevuto troppo senza mangiare nulla.
Doveva fermare Lefkov, ma al momento non sapeva come. Doveva pensare, e anche in fretta.
A casa fece una doccia gelata per schiarirsi le idee e rimuovere l’effetto del vino, poi si vestì sommariamente e accese il monitor.
Il network universitario comprendeva anche casa sua, e sebbene la sicurezza fosse al massimo livello possibile, lui aveva la possibilità di lavorare da casa come dal laboratorio.
Non aveva un’idea chiara, per cui cominciò a rivedere tutti i documenti condivisi, le pubblicazioni, i dati, le analisi.
Dopo due ore di lavoro frenetico, era giunto ad una terribile conclusione: Lefkov aveva ragione.
Se guardava il suo lavoro con obiettività, doveva ammettere che la Legge Zero, ammesso che fossero usciti mai ad implementarla, con successo, era solo un palliativo.
Lefkov aveva una soluzione però anche peggiore, che lo terrorizzava.
Un mondo di venti miliardi di persone, la metà dei quali robot, ognuno dei quali rispondeva ad un solo essere umano, virtualmente indistinguibili.
E a disposizione di chiunque: anche delinquenti, psicopatici, assassini.
Immaginava come avrebbero potuto rafforzare il loro potere le organizzazioni criminali che già oggi gestivano i traffici più loschi del pianeta.
Oppure come gli esseri umani si sarebbero estinti d’inedia, lasciando che i loro robot vivessero la vita al posto loro.
Insomma, per quanto cercasse di essere obiettivo, percepiva la soluzione di Lefkov come un pericolo, e cominciò a chiedersi come potesse bloccarlo,
Cominciò a fare ricerche sul Professore, studiò i suoi movimenti, le sue dichiarazioni, le sue idee politiche; annotò alcune cose che potevano forse tornare utili in seguito, se si fosse reso necessario screditarlo.
Non aveva alternative: doveva metterlo in condizioni di non nuocere.
Mandò qualche email, chiedendo incontri con personalità politiche ed economiche che conosceva, per cercare di supportare la sua strategia.
Insomma, la battaglia era iniziata, e pensava di avere le carte in regola per vincerla.
Raccolse i documenti in una cartella locale, stampò qualcosa, poi spense il monitor. Era tardi, ma non aveva sonno, la tensione accumulata si faceva sentire, decise di uscire per scendere al pub sotto caso a bere una birra, quando improvvisamente il monitor dell’ingresso segnalò qualcuno che suonava alla porta.
Accese le telecamere, e quasi fece un balzo all’indietro dalla sorpresa.
Era Elisa, da sola, e aspettava pazientemente che lui la facesse entrare, o comunque che rispondesse.
Non dava segni di stress, o di impazienza, e non se li aspettava; un robot non poteva annoiarsi perché lo scorrere del tempo non creava emozioni. Se riteneva che l’attesa potesse usurare i suoi meccanismi, poteva sempre mettersi in stand by. Gli ultimi studi sulle batterie nucleari avevano calcolato che un robot poteva rimanere attivo circa 1.000 anni, senza dover sostituire la batteria, e circa un milione di anni in stand-by. Decisamente, non si doveva preoccupare per l’attesa di Elisa.
Non sapeva che fare. Telefonare a Lefkov? Nascondere i documenti? Fare finta di non essere in casa? Aprire con nonchalance?
Una cosa era certa: la mandava Lefkov, e di sicuro così a ridosso della serata perché aveva avuto dei dubbi.
Forse non era stato convincente, forse la stessa Elisa aveva dedotto dai segnali del corpo che mentiva, che non aveva alcuna intenzione di reintegrare il Professore.
Guardò di nuovo il monitor, lei era sempre lì, non oscillava neanche sulle gambe come fanno gli esseri umani, perché aveva una stabilità migliore, ma per il resto sembrava solo una bella ragazza che era venuta a fargli visita: alta, snella, con un vestitino corto che oscillava alla brezza notturna.
Alla fine decise di non nascondersi, ma per sicurezza mise via i documenti che aveva stampato, e disattivò il network.
Aprì la porta esterna e si fece trovare sulla soglia del suo appartamento, con una felpa e dei pantaloncini; le ciabatte sarebbero state un chiaro segnale per qualsiasi essere umano, ma si chiese se Elisa fosse in grado di recepirlo; era così diversa e lo affascinava l’idea di scoprirne i segreti.
Lei si fermò davanti a lui, sorridendo, sempre quell’enigmatico sorriso, si chiese se Lefkov non avesse fatto un giro al Louvre prima di dare gli ultimi ritocchi al suo prototipo.
– Posso entrare? – gli chiese
– Veramente è tardi, e stavo per andare a dormire, non puoi dire a Lefkov che ci possiamo sentire domani? Poi mi poteva chiamare, se aveva bisogno di parlarmi, non capisco perché abbia mandato te – rispose Dougherty brusco. Era curioso, ma allo stesso tempo si era insospettito, e non voleva continuare a lungo quella conversazione.
– Non mi ha mandato Lefkov, sono venuta di mia spontanea volontà – rispose serena la ragazza. Il robot. Insomma, Elisa.
Dougherty pensava di aver saturato la sua capacità di stupirsi, almeno per quella giornata, ma evidentemente non era così.
Senza dire una parola, a bocca aperta, fece entrare la ragazza, che ringraziò con un cenno della testa, mentre il suo cervello cominciava a elaborare scenari catastrofici, in cui i robot prendevano iniziative, decidevano cosa fosse giusto o no, e magari se gli umani fossero ancora necessari alla loro esistenza.
Ancora una volta si convinse che Lefkov andava fermato a tutti i costi.
Chiuse la porta, mentre Elisa si guardava intorno, come una qualsiasi persona che per la prima volta si trova a casa di amici.
– Carino questo appartamento, è tuo? – disse dandogli del tu.
Anche le frasi di circostanza adatte. Vedo che Lefkov non ha trascurato neanche i particolari più insignificanti, pensò.
– No, me lo ha messo a disposizione il Senato Accademico, ma è come se fosse mio. Siediti, per favore – la invitò – ti spiace se mi prendo qualcosa da bere? –
– Assolutamente, anzi, potrei avere un succo di mirtillo? – disse sedendosi Elisa.
Dougherty si girò dalla soglia della cucina.
– Sei sicura? Voglio dire…gli ultimi modelli hanno un contenitore per favorire la socializzazione, ma un succo di frutta… –
Elisa rise di gusto.
– Ahahahah! No, non ti preoccupare. Non rovinerò rotelle e ingranaggi, se è di questo che ti preoccupi – disse strizzandogli l’occhiolino.
Fantastico, pensò Dougherty, beve il succo di mirtillo e prende in giro.
Tornò con il succo, e un caffè lungo per lui. Aveva pensato a un doppio whisky, ma la presenza del robot richiedeva la sua massima attenzione.
Una volta seduti, e finiti i convenevoli, Dougherty andrò dritto al sodo:
– Se non ti manda Lefkov, e permettimi di prendermi un po’ di tempo per metabolizzare questa informazione, qual è il motivo della tua visita? –
Elisa posò il bicchiere vuoto, e accavallò le gambe.
O dio, pensò Dougherty, sto sbirciando le gambe di un robot, sono diventato un pervertito. Però non poté fare a meno di congratularsi con Lefkov, anche su questo punto.
– Ci sono alcune cose che Lefkov non ti ha detto, John. Perché sa, o pensa di sapere, che tu avrai bisogno di tempo per abituartici. Ma queste cose riguardano me, intendo dire me come persona, e credo sia giusto che tu le sappia. Lui non sarebbe d’accordo, ma non abbiamo bisogno di dirglielo, vero? – di nuovo quell’occhiolino.
La malizia non era previsto facesse parte del bagaglio di un robot, ma a questo punto per lui tracciare la differenza tra Elisa e un essere umano era diventato impossibile.
Era in un tumulto di pensieri: da una parte se avesse avuto gli strumenti adatti avrebbe volentieri disattivato quel robot e sarebbe andato ad uccidere Lefkov; dall’altra ne era affascinato, invidiava le capacità intellettuali del Professore, e riconosceva che senza di lui si dibattevano in un labirinto, come topi senza via d’uscita.
Si riprese, e fece un mezzo sorriso d’intesa, che non gli riuscì molto bene.
– No, certo, non dobbiamo raccontare tutto al Professor Lefkov –
Il sorriso di Elisa si aprì, e gli occhi si illuminarono.
Dougherty ne era affascinato, non c’erano dubbi, non riusciva a staccarsi da quel sorriso.
Decise che era comunque arrivato il tempo del doppio whisky, aprì un armadietto e si versò un bicchiere.
– Allora dimmi pure, sono tutto orecchi – le disse con malcelata nonchalance mentre si risiedeva con il bicchiere in mano.
– Vedi, Lefkov ti ha nascosto il suo vero obiettivo. Certo, quello che ti ha raccontato è tutto vero, lo capisci anche tu, ma la verità è che le sue ricerche hanno subito un’accelerazione da quando è rimasto vedovo. E’ la solitudine, la chiave di tutto. Lefkov ha cominciato a pensare agli esseri umani come zattere nell’oceano, e anche se sono più di dieci miliardi, queste zattere, non si incontrano mai. Si scontrano, si uniscono, si aiutano, ma non si incontrano, perché le persone sono sole. Guarda anche tu, hai cinquanta anni, e vivi da solo, quante persone conosci come te? E poi, andando avanti negli anni, è sempre più difficile avere relazioni affettive, anche solo amichevoli. –
Dougherty ascoltava con attenzione, anche se non aveva ancora capito dove stava andando a parare Elisa.
– Lefkov ha pensato ai robot come i veri compagni degli esseri umani. Compagni progettati intorno al DNA di una persona, infaticabili, che potessero accompagnarli durante l’esistenza, e poi scomparire senza lasciare traccia. Noi robot, nella visione di Lefkov, saremo il vostro sostegno nella ricerca delle vette più alte dell’ingegno umano –
– Insomma Lefkov ha creato una specie di animale da passeggio con sembianze umane – disse Dougherty sarcastico, ma subito se ne pentì, non aveva senso sfogare la propria frustrazione su Elisa.
Ma lei non cambiò espressione.
– No, non direi – rispose – piuttosto ha ridefinito in maniera personale il rapporto uomini-robot –
– Va bene – disse Dougherty – fin qui ci arrivo. Ma perché sei venuta a dirmi queste cose, ora, e cosa c’entra tutto questo con me –
Elisa si alzò, e andò a sedersi vicino a lui.
Dougherty rimase immobile, ma la vicinanza di Elisa lo turbava.
– Ecco, il punto è che per ottenere tutto questo, Lefkov ha dovuto lavorare su due direzioni finora inesplorate, o comunque sottovalutate. Un compagno che si rispetti, e che renda piena la vita di un essere umano, deve avere due caratteristiche: essere del tutto e per tutto indistinguibile da un essere umano, e avere la capacità di provare sentimenti. Altrimenti saremmo poco più di una bambola gonfiabile semovente –
A quest’ultima frase Dougherty trasalì. Guardò Elisa, e vide…una donna. Una donna bellissima, sensuale, sorridente. Capiva benissimo quello che gli stava dicendo, e perché Lefkov aveva insistito su quei punti.
– Vuoi dire che…- iniziò a dire Dougherty.
– Sì. Voglio dire proprio questo. Tutte le funzioni dell’organismo umano sono state riprodotte fedelmente. – disse guardandolo negli occhi.
– Quindi…tu e Lefkov…avete rapporti sessuali –
Elisa scoppiò a ridere.
– Sei buffo quando dici questa cosa. Ti imbarazza. E non lo ritieni possibile. Ma sì, sono perfettamente in grado di avere anche rapporti sessuali. E a quanto pare Lefkov ha fatto un buon lavoro nella programmazione – ancora quell’occhiolino, Dougherty sudava.
– Ma c’è un problema. Che dovrà risolvere. Sui prossimi modelli, però. –
– Quale problema? – chiese Dougherty.
– Mi ha dotato della capacità di apprezzare i rapporti con gli altri esseri umani. Di valutare. Di capire. Di provare sentimenti e sensazioni. E io finora non avevo visto altri uomini, da quando Lefkov mi ha attivato in maniera operativa. E ora so la differenza tra un anziano professore, e un uomo maturo e attraente come te. E io voglio te. Adesso. –
Dougherty rimase di stucco, il bicchiere in mano, la bocca aperta, a fissare quella giovane donna, che sotto la pelle aveva cavi d’acciaio, ossa in titanio, chip, gangli positronici, e condutture con liquidi di raffreddamento, al posto del cuore una batteria al plutonio, e del cervello un agglomerato di semiconduttori positronici, ma fuori…dio…fuori era la donna più affascinante che avesse mai visto.
Era una pazzia. Una cosa impossibile. Proibita. Pensò di alzarsi dal divano, poi non pensò più.
Perché le mani di Elisa gli avevano preso il collo e glie lo stavano stringendo in una morsa implacabile.
Dougherty cercò di dibattersi, ma già aveva la vista offuscata dalla mancanza di ossigeno.
Guardò Elisa che continuava a sorridere mentre gli stringeva il collo.
– Però ho dimenticato di dirti una cosa, caro Johnny. Le mie Leggi sono state riformulate per Lefkov, e io non farei mai niente che potesse dargli un dispiacere. E soprattutto, non ti consentirò di fare del male a lui screditandolo e cancellando per sempre il suo sogno. Lui forse non ha capito. E’ un uomo buono, gentile, e si fida del genere umano. Ma io no. E so leggere i segnali del corpo. Tu hai fatto finta di credergli, ma in realtà ti apprestavi a distruggerlo, e io non posso permetterlo. E non appena tu sarai morto, questione di secondi, ormai, io entrerò nei sistemi e farò in modo che il dipartimento, per sostituirti, non trovi di meglio che richiamare il buon vecchio Professor Lefkov. Pensa, sarà il tuo stesso vice, Wilkowski, a chiedere il suo reintegro. –
Ma Dougherty non la ascoltava già più. la vita aveva abbandonato il suo corpo, e le sue preoccupazioni erano ormai terminate.
Elisa fece quello che gli aveva detto, entrò nel network, controllò rapidamente quello che Dougherty aveva fatto nelle ultime ore, cancellò tutto, fece delle modifiche, distrusse documenti, ne manipolò altri, e quando fu soddisfatta cancellò ogni traccia del suo passaggio e se ne andò.

I funerali di John Dougherty si tennero qualche giorno dopo.
L’autopsia aveva confermato che si era trattato di un omicidio, ma la Polizia non riuscì a trovare tracce, registrazioni, moventi.
Sembrava che l’assassino di Dougherty si fosse materializzato dal nulla, e fosse di nuovo scomparso nel nulla.
Tutto il Senato Accademico, la Facoltà, il Dipartimento, presenziarono alla cerimonia, che si tenne in un piccolo cimitero non lontano dalla Facoltà.
Anche il suo vecchio mentore, il Professor Lefkov, era presente, e si asciugava ripetutamente le lacrime con un fazzoletto di seta.
Al termine della cerimonia, il Senato aveva organizzato un piccolo rinfresco, e fu in quella occasione che iniziarono i primi contatti informali.
Wilkowski, il Preside di Facoltà e il Rettore si incontrarono con Lefkov, sondarono il terreno, e ottennero una disponibilità di massima.
Si sarebbero rivisti nei giorni successivi, per capire se c’erano gli estremi per una collaborazione.
Lefkov si scusò, e andò via molto presto.
L’auto a nolo con autista era parcheggiata non molto lontano.
Lefkov si sedette sul sedile posteriore, e si lasciò andare con un sospiro.
– Possiamo andare, Elisa – disse all’autista, che da sotto il cappello lo guardò con gli occhi sorridenti.
– La porto a casa, poi scappo, il mio lavoro è terminato, e ho un razzo che mi aspetta per portarmi lontano –
– Immagino non ci vedremo più – disse il Professore con un tono malinconico.
– Direi di no, Professore. Era nei patti, si ricorda? E poi, suvvia, lei è un vecchio Professore e io una giovane ragazza, mica si sarà fatto delle idee su di me? – disse strizzando l’occhiolino.
– Per un momento…sì -disse Lefkov sorridendo – ma chissà, forse ora che sarò di nuovo capo del Dipartimento, avrò abbastanza fondi per portare avanti le mie ricerche. E di sicuro, se non muoio prima, mi costruirò un bel robot personalizzato, magari con delle gambe belle come le tue. Ti dispiacerebbe molto se lo dovessi chiamare Elisa? – disse strizzando a sua volta l’occhiolino.
La ragazza lo guardò dallo specchietto e annuì, poi accelerò verso casa.

Metropolis

Le bugie degli uomini

Qualche giorno fa ho raccontato quelle che a mio parere sono le bugie più frequenti che le donne ci raccontano nell’esercizio della loro femminile attenzione nei nostri confronti.
Avrei voluto fare lo stesso, elencando le bugie degli uomini, ma sebbene mi sia sforzato molto, non ne ho trovate.
O meglio, ho dovuto concludere che le nostre bugie possono essere ricondotte ad una sola tipologia, che però è più una strategia di sopravvivenza, e che noi uomini abbiamo imparato a declinare nei modi più svariati e fantasiosi.
Ecco alcuni esempi.

1 Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: l’auricolare che pende da un orecchio non è solo per emergenza, nel caso in cui arrivi qualche urgentissima telefonata di lavoro, ma è collegato direttamente con “Tutto il calcio minuto per minuto”. L’altro orecchio è stato tappato con purissima cera d’api.

2. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: se lui è girato su un fianco, ha gli occhi chiusi, e la luce spenta, dorme. Il fatto che abbia pronunciato quelle parole, non ha assolutamente alcun significato.

3. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: il gesto cortese di abbassare l’autoradio è solo una bieca dissimulazione. Notate l’irrigidimento delle braccia sul volante: vuol dire che sta concentrandosi sempre di più per ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto” in sottofondo, ed eliminare il suono della vostra voce dal nervo uditivo. I più bravi riescono a farlo anche con l’autoradio spenta.

4. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: la porta di legno che divide voi dalla tazza del gabinetto è sufficiente a mascherare la serratissima partita a Ruzzle che sta portando avanti da mezz’ora. Non chiedetevi se ha mangiato pesante, piuttosto, come fa a giocare senza volume?

5. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: il fatto che abbia risposto al cellulare non vuol dire che non stia in questo momento facendo altro. I più cortesi tengono il cellulare tra spalla e collo per avere le mani libere e continuare a chattare/giocare a Ruzzle/mangiare e quant’altro, i professionisti appoggiano il cellulare a faccia in giù sul tavolo e dalle vibrazioni capiscono quando è il caso di alzarlo e dire una qualsiasi frase di circostanza

6. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: gli occhiali da sole fumè a specchio celano il fatto che è da un’ora che guardo il sedere della vicina di ombrellone in tanga leopardato e il resto dell’universo ha perso importanza

7. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: l’acqua della doccia crea una barriera impenetrabile alle onde sonore sgradite. Capisco solo: ma perché nella doccia ci stai sempre mezz’ora?

8. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: comprendo che il fatto di avermi finalmente a portata, occhi negli occhi, ti fa pensare che sia il momento giusto di raccontarmi dove vorrebbe andare in vacanza tua madre, ma se non te ne fossi accorta siamo impegnati a fare altro

9. Sì, cara. Ti ascolto. Non è vero: lo so, il fatto che siamo tutti seduti a tavola, che non ho il cellulare acceso, che ho lasciato l’iPad nello studio, e che sto piluccando il riso con la forchetta potrebbe far credere che finalmente la mia attenzione sia tutta per te. Ma non riesco proprio a capacitarmi di non ricordare dove ho nascosto il doppio malto invecchiato 30 anni per evitare che tu me lo buttassi

10. Sì, tesoro. Ti ascolto. Non è vero: inevitabilmente la capacità di mentire con nonchalance si trasferisce anche alle richieste dei figli. E no, non so come si chiama la capitale del Burundi. Ah, mi avevi chiesto dove sono i Carpazi? Non lo so, è tua madre che mette via le cose

Le bugie delle donne

Stimolato da un simpatico articolo di Vanity Fair, che potete trovare qui ho pensato di dare la mia personalissima interpretazione al fenomeno.
Perché non basta dire “le donne mentono”. Tutti mentiamo, in certi momenti, con certe persone, in certe situazioni.
Nessuno è SEMPRE sincero.
Ma le bugie delle nostre signore non devono semplicemente essere elencate. Devono anche essere interpretate, va fornita a noi maschietti una chiave di lettura.
E’ quello che ho cercato di fare qui.
Ecco la mia lista.

1. Non sapevo ci fosse anche mia madre/sorella/zia/cugina/amica del cuore. (Falso: ha organizzato tutto in modo che fosse presente quell’essere di sesso femminile che a te è inviso, e solo DOPO ti ha comunicato data e ora).

2. Ah guarda, vedrai, la mia collega è ADORABILE. (Falso: è una cozza terrificante e una stronza, non inviterebbe mai a cena una vera topa).

3. A me la chirurgia estetica fa orrore. Non mi farei mai mettere le mani addosso, e non capisco le donne che si rifanno il naso/tette/zigomi. (Bugia a tempo: è verità fino a circa 40 anni, diventa dubbio tra i 40 e i 45, dopo i 45 è una cazzata colossale).

4. Scusa amore, ti dispiacerebbe questo mese pagare tu il mutuo? ho dovuto saldare una vecchia pendenza e sono a corto di liquidità. (Falso: quella borsa di Gucci non c’era prima, non è una tua impressione)

5. Quest’anno voglio farti un regalo: andremo in vacanza dove vuoi tu, esprimi un desiderio e sarà esaudito! te lo meriti proprio! (Falso: prima di tutto tu non te lo meriti, secondo farai tutte le simulazioni possibili e immaginabili per quel viaggio in Australia che hai sempre sognato, ma finirete sotto l’ombrellone ad Ansedonia come tutti gli anni)

6. Ma figurati se mi viene in mente di controllare le tue telefonate! (Falso: provate a correlare le vostre chiamate a quella vecchia, cara, compagna di scuola e l’espressione del viso della vostra compagna, e saprete come stanno le cose)

7. Io in ufficio ho un comportamento irreprensibile. (Falso: il nuovo collega figo di 30 anni non se la fila perché lei ne ha almeno dieci di più e lui sta con una specie di top model, altrimenti il comportamento irreprensibile finirebbe nel cesso istantaneamente)

8. Anche se litighiamo, io parlo sempre bene di te, lo sai. (Falso: mica sarà un caso che da qualche tempo i tuoi amici ti chiamano “mozzarellina”)

9. Tornassi indietro ti sposerei mille e mille volte. Sei l’uomo della mia vita. (Falso: eri il ventesimo della lista, ma sei diventato il primo perché eri quello disponibile quando è scattato l’ormone della riproduzione).

10. I tuoi sono delle persone eccezionali. Mi sento come se fossi figlia loro. (Falso: sono sempre i primi ad essere incolpati per le tue – innumerevoli – manchevolezze e difetti)

Lo ammetto, era un divertissement per scherzare. Ma sotto sotto…un po’ di verità…non ce la trovate?

Alle donne che odiano l’8 marzo

Care donne che odiate l’8 marzo, vi scrivo in segno di solidarietà e di pace.


Forse non dovrei, ma mi metto d’ufficio in quel (nutrito, vi assicuro) gruppo di uomini che è consapevole che le donne, in Italia e nel mondo, vivono ancora in una condizione di sostanziale e formale inferiorità.
So bene che l’economia, la famiglia, la rete sociale, si appoggiano sul lavoro spesso mal pagato, mai abbastanza riconosciuto, e in continuo aumento, delle donne.
Le nostre madri, le nostre mogli, e dio non voglia anche le nostre figlie, avranno più doveri, più impegni, più insoddisfazioni e meno soldi, riconoscimenti, serenità, di noi uomini.
Noi uomini-consapevoli sappiamo che non è festeggiando un giorno l’anno la donna come se fosse una specie animale in pericolo che si possono cambiare i fatti: gli stipendi più bassi a parità di incarico; la disoccupazione più alta; le ore lavorate maggiori; la gestione della famiglia, degli anziani, dei figli quasi totalmente a carico delle donne.


Eppure la Festa delle Donne nasce con un intento ricco di speranza: una grande manifestazione per fermare la prima guerra mondiale.
Ecco, una cosa che le donne non sono capaci di fare. La guerra.
Credo che in un mondo governato dalle donne, e non dal testosterone, non esisterebbe la guerra, almeno non come la conosciamo noi, non ci sarebbero le associazioni a delinquere, la criminalità organizzata, la violenza e la sopraffazione quotidiana.


Care donne che odiate la Festa della Donna, che vi sentite umiliate, sconfitte, da una considerazione stereotipata e ripetitiva, che guardate la mimosa come un veleno, che vi sentite prendere dal disgusto di fronte alle vetrine piene di confezioni di baci perugina, e rose rosse finte; che odiate anche le stesse donne, che usano questo giorno per godere di una effimera libertà ed eccitazione, nei confronti di uomini magari distratti, nella migliore delle ipotesi, o ignoranti, violenti, oppressivi; queste donne che un giorno l’anno diventano “la regina della casa”, e magari approfittano di un’unica chance per un’uscita la sera; queste donne so che le odiate più degli uomini che le opprimono, perché non sanno ribellarsi, e anzi, con questa ricorrenza-macchietta non fanno altro che avallare gli altri 364 giorni passati al buio.


Care donne, io sono con voi, eppure vi dico: questa festa è anche un’opportunità.
Per parlare della discriminazione, della disuguaglianza, della ingiustizia. Non se ne parla mai abbastanza, credetemi.
Ed è anche l’opportunità per milioni di uomini di guardare con occhi diversi le donne della loro vita, anche se solo per un giorno; ebbene, lasciateglielo fare.
Perché in fondo, chi vi regala una mimosa, una rosa, un confetto, non vuole altro che una carezza ed un sorriso, e non ci trovo niente di male in questo.
Ecco.

Care donne che odiano la Festa della Donna: se mi vedrete con un regalo per voi, ricordatevi che lo faccio per il vostro sorriso.
Non me lo negate.

Violenza sulle donne

L’argomento è complesso e delicato, soprattutto se maneggiato da un uomo, che in quanto tale è l’indiziato numero uno.

Penso che il buon gusto e la quasi impossibilità di comprendere le conseguenze della violenza che le donne subiscono, debba necessariamente far astenere noi maschi (uso il termine a proposito) dall’esprimere pareri superficiali.

Mi limito a dire – volevo darlo per scontato, ma forse è meglio di no – che la violenza tout court, e in particolare sulle donne, la sopraffazione, la limitazione delle libertà individuali, la discriminazione basata sul sesso, razza, religione, opinione, oltre a costituire reato, sono particolarmente vili, perché di norma esercitati da chi è o si sente più forte.

Ovviamente non più forte nelle ragioni, ma più forte fisicamente, economicamente, socialmente, o sessualmente.

Qui vorrei riportare qualche dato, i commenti mi sembrano superflui, ma le azioni no.

A me è servito per dare una dimensione al fenomeno. Ad altri magari per prendere coscienza.
A tutti, per pensare, soprattutto a noi uomini, che siamo tutti mariti, padri, figli, fratelli

I dati

Fonte ISTAT – Italia

* Circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche

* Nel triennio 2006-2009 sono state 3 milioni 864 mila (il 19,1 per cento del totale) le donne di 14-65 anni ad aver subito almeno una molestia o un ricatto sessuale sul lavoro

* Se si considera il quadro delle vittime che hanno subito le diverse molestie sessuali nel triennio 2006-2009 emerge che più a rischio sono le ragazze giovanissime, di 14-24 anni, seguite dalle donne di 25- 34 anni

* Delle donne tra 16 e 70 che hanno subito violenza e NON hanno denunciato il fatto, il 64,3% non lo ha fatto perché riteneva che non fosse un reato grave, o che fosse un fatto insignificante, o costituisse un caso isolato

* Per le donne tra i 16 e i 70 che nel corso della vita hanno subito violenza fisica o sessuale, quasi il 15% è avvenuto ad opera di un partner o ex-partner

* Come esempio, nella sola Toscana nel 2012 sono stati registrati oltre 1.500 atti di violenza sessuale, abusi stalking, maltrattamenti. 337 di questi solo a Prato

* Un milione e 400mila donne hanno subito violenza prima dei 16 anni, per lo più da conoscenti

* Ogni anno vengono uccise circa 100 donne da mariti, fidanzati o ex

* Nel 62% dei casi, i figli assistono ad atti di violenza contro la madre

Riporto anche qui una frase che Asimov fa dire a uno dei protagonisti di un suo romanzo:

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”