Ciao

Dopo tanto tempo, un racconto.

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– Ciao –
Le vibrazioni dell’aria impiegano qualche millisecondo a raggiungere il timpano, e a propagarsi lungo in nervo uditivo, ma quando arrivano al cervello sotto forma di parola, suono, timbro, l’archivio della memoria è scoperchiato in un attimo.
Non so quanto sia breve questo attimo, ma è di certo tra un respiro e l’altro, tra un ventricolo che si contrae e un altro che si rilascia, tra un ciglio che batte e la luce che si spegne e poi si riaccende quando si alza di nuovo.
E in quell’attimo tu sei di nuovo qui, sotto di me.
Sdraiata sull’erba con quel tuo vestito a fiori, leggero, una margherita tra i denti, un braccio sopra la testa, capelli che volano tenuti fermi da una mano.
E un sorriso assurdo.
L’erba di un verde accecante, un verde che non ho mai più visto in vita mia, e gli occhi enormi, asciutti, tranquilli.
E quel sorriso. Leggero, intenso, assurdo.
Mi guardi e io sopra di te, le mani appoggiate a terra, che ti guardo, e penso se baciarti, se baciare quelle labbra morbide o soffrire guardandole con desiderio.
Gli occhi vorrebbero rincorrere i tuoi ma tu li tieni fermi su di me, e sorridi, con quel leggero sorriso assurdo.
Poi:
– Sono incinta. –
Io mi fermo, la mandibola appesa senza vita, le braccia improvvisamente intorpidite.
Vedo il tuo sorriso e capisco, credo di capire.
Ecco perché, ora capisco. Credo di capire.
Ma il tuo sorriso oggi, qui, è assurdo.
Il tuo sorriso che si nutre di una margherita e del mio cuore, che mi fa vivere e morire in un momento.
– Non è tuo. –
Dici, e quel sorriso ora è davvero assurdo, fuori luogo.
Il sorriso di un assassino, di un pazzo omicida che gode a vedere le viscere della sua vittima rotolare lentamente a terra, sentire il cuore che batte furiosamente e poi si ferma.
Il sorriso di una gioconda malvagia.
Il sorriso di una donna che improvvisamente non è più tua.
Come non è tuo quel figlio.
Riapro gli occhi.
Mi volto.
E’ lei, non mi ero sbagliato.
E anche oggi, dopo tutti questi anni, quel sorriso assurdo, quelle labbra che mi hanno incatenato per sempre e poi ucciso.
I capelli leggermente imbiancati, le rughe intorno alla bocca nette, qualche macchia, ma sei tu.
– Ciao. – mi sforzo di dire, come se non fossero passati venti anni, come se non fossi ancora uno squarcio nell’intestino – come mai sei qui anche tu? –
Faccio un gesto per indicare la biblioteca dove mi trovo, con quelle persone che aspettano di parlare con me.
– Ti cercavo. Cercavo te. –
Annuisco. Come se capissi. Anche stavolta credo di capire, ma temo che anche stavolta sarò deluso.
Non dico niente.
– Ti ho visto ieri. Alla fine lo hai scritto il libro. –
Annuisco di nuovo.
– Sì, l’ho scritto. – un dato di fatto.
Lei sorride di più, mi mostra i denti, bianchi, che conosco bene, uno per uno, li ho toccati tutti ad occhi chiusi un pomeriggio piovoso.
– Perché mi tocchi i denti ora? – mi chiede divertita la lei di allora.
– Voglio sentire se sei buona, come i cavalli. Non voglio mica prendere una fregatura. –
La donna che eri tu mi morde all’improvviso, forte, mi fa uscire il sangue da un dito.
– Mi prenderai con o senza i denti buoni, perché io voglio così. – mi dice guardandomi negli occhi.
E non scherza, non scherza mai, neanche su quel prato verde.
Ma la donna di oggi sorride. Mostra i denti in segno di pace. Non morderà.
– Te l’avevo detto. Il mondo ha bisogno del tuo libro. –
– Me l’avevi detto, ma avevo bisogno di sentirlo io. –
– E ci hai messo venti anni? –
– Ci ho messo il tempo che ci voleva. E’ una storia complicata. –
– Lo so. Lo so bene. E’ la mia storia. –
La guardo. Non dovrei dirlo, ma lei è venuta qua, e non ha senso nascondersi. E forse non la vedrò più perciò glie lo dico.
– No. E’ la nostra storia. Noi come paradigma dell’umanità. L’amore come forza e come disperazione. La passione e l’abbandono. Io e te. Il resto sono parole di contorno. –
Rimane colpita, non se lo aspettava forse. Pensava chissà, il rancore, il rimpianto, la gelosia.
Non si aspetta che dopo tutto questo tempo io sia ancora innamorato di lei.
– Tuo figlio? – le chiedo. Non posso trattenermi.
Fa un gesto con la mano imprecisato.
– Volato via dopo pochi mesi. Non era destino. Ho due figlie però. Sono serena. –
Capisco. Ma ho un vuoto nello stomaco. Se fossi rimasto. Se avessi capito. Se avessi perdonato. Se.
– Anche io, due figli. Un maschio e una femmina. La femmina si chiama come te. –
Vacilla. Questo non se lo aspettava. Il suo sorriso assurdo non c’è più, ci sono i suoi denti bianchi che si afferrano ad un labbro come per sostenerla, e le mani che si stringono come per tenersi in equilibrio.
Si avvicina.
Sussurra.
– Sei stato così. Davvero così. Tutto quel tempo. –
– Sì. – che altro devo aggiungere.
Si avvicina ancora. E’ qui. Come quel giorno su quel prato, come quella margherita tra le labbra, come quei capelli al vento e quelle mani a tenerli fermi. Come quel sorriso assurdo che vorrei tanto rivedere.
– Sei andato via, sei scappato, non ti ho trovato più. Il tuo orgoglio di maschio ferito. Non mi hai dato una seconda possibilità. Non era il figlio di un amore segreto, era il regalo di una serata senza senso, di una bottiglia di vino di troppo che non avremmo dovuto aprire, di uno sconosciuto amico di un amico di non so chi che mi ha sbattuta su un divano e io ridevo e non capivo niente. Di un uomo imbarazzato che dopo due minuti si è rialzato ed è scomparso dalla mia esistenza, dopo averla rovinata. Ma io ci credo al destino, lo sai. Lo sai che leggo i segnali dal fato. E’ stato giusto così. Sei scomparso, hai trovato un’altra donna, hai due figli, hai scritto un libro. Sei in pace col mondo. E anche io. –
La guardo.
Provo rabbia ora. Perché mi dice tutto questo, perché vuole farmi odiare me stesso e anche lei. Perché.
– Che cosa vuoi? Perché sei venuta qui oggi? –
Mi mette una mano sul viso e per un momento penso mi voglia strangolare, invece mi vuole sentire.
– Sono venuta perché la storia che hai scritto non finisce lì. Perché ho pianto tutte le notti per anni, perché ho maledetto la mia vita e la tua intransigenza, perché ho desiderato incontrarti per caso ogni giorno, perché ho girato tutte le strade del tuo quartiere per poterti rivedere, perché ho creduto di sentire la tua voce continuamente, e mi sono girata cercandoti con gli occhi, e mentre amavo un altro uomo, crescevo dei figli, vivevo una vita normale, sapevo che era niente in confronto a quello che avrei dato a te. E che tu non hai voluto. –
Respira con affanno, mi respira addosso, mi tortura con gli occhi, non posso scappare.
E allora li chiudo.
Li chiudo sperando che capisca, che vada via.
Che legga i segni anche stavolta e che sappia che gli anni non passano invano sulla pelle delle persone, che niente sarà mai uguale a un secondo prima, o un secondo dopo, figuriamoci dopo venti anni.
Tengo gli occhi chiusi perché ho paura di afferrarla e tenerla stretta e non lasciarla più, perché è quello che vorrei, che voglio fare da sempre.
Li riapro, ma ho chiesto troppo. Non mi merito che scivoli via senza fare male.
Ha aspettato, è ancora lì.
Con quel sorriso assurdo.
Poi si gira e se ne va.


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Passaggio

Un racconto.

Il bianco sembra essere il colore dominante di questo luogo.
Bianche le pareti, bianco il soffitto, bianche le luci.
Dalle finestre una luce soffusa, la stessa che ci si potrebbe aspettare da una mattinata nebbiosa in qualche valle del nord.
Il pavimento è chiarissimo, a quadrati di grandi dimensioni come quello di un ospedale.
Se non fosse per la mancanza di porte ai lati del corridoio potrebbe effettivamente essere un ospedale.
Ma non ci sono porte.
Solo finestre.
E due divani. Bianchi.
Li vede in lontananza e si avvicina, curiosa.
Si gira per vedere da dove è venuta, solo per rendersi conto che è a metà di questo strano luogo, un corridoio bianco.
Un corridoio e due divani bianchi, contrapposti. Ognuno appoggiato ad una delle due pareti.
Seduto su uno di questi, a spezzare la monotonia cromatica, c’è un uomo.
A dire il vero è vestito anch’egli di bianco, pantaloni e camicia.
Ma i capelli sono scuri, e la pelle è olivastra, l’unica traccia di un colore diverso dal bianco.
Non indossa scarpe, né calzini, ed è seduto comodamente, una gamba di traverso sull’altra ad angolo retto, un gomito appoggiato sullo schienale e il viso sul pugno chiuso.
Anna si ferma un attimo.
E’ incuriosita ma non capisce, è cauta.
Si porta istintivamente una mano al viso per lisciarsi i capelli, e vede un polsino bianco.
Si guarda, anche lei è a piedi nudi, nella stessa mise bianca.
Non capisce; ma sente che rimanere ferma, in piedi, mentre quell’uomo la guarda da lontano non la aiuterà ad avere risposte.
Si avvia di nuovo e man mano che si avvicina il volto di quella persona si fa famigliare, i lineamenti si definiscono, lo sguardo, la pelle, il sorriso…
Mio dio, pensa Anna.
Si guardano, lui sorride, lei è sconvolta e si siede sull’altro divano.
Lui abbassa la gamba, si stacca dallo schienale e si siede in punta.
Aspetta.
Sa che deve aspettare.
Lei lo guarda. Vorrebbe piangere ma le lacrime non escono. Strano. Ha pianto con lui molte volte, e anche per lui.
– Giulio… – sussurra
Lui non dice nulla.
Sorride.
Un mezzo sorriso.
Lei sta arrivando, la sente.
– Giulio…sei tu…ma…sei così giovane… –
Lui finalmente annuisce.
– Anche tu. – risponde.
Lei si guarda le mani.
Se le rigira davanti agli occhi.
Non ci sono più macchie, non ci sono vene in superficie a disegnare la cartina geografica delle mani di una vecchia, la pelle è liscia, morbida, elastica.
Si passa una mano sul viso, non sente le rughe, i nei, la pelle ruvida.
Prende una ciocca di capelli e la porta davanti agli occhi. Sono morbidi, castani, il suo colore. Quello di una volta.
Lo guarda di nuovo. Avrà vent’anni. Ha un sacco di capelli, la pelle è fresca, anche le sue mani sono forti e morbide.
Ha paura, ma sente una calma interiore che non riesce a spiegarsi.
Sta sognando, forse.
– Non stai sognando. – le dice lui, senza smettere di sorriderle.
Lui la sente. Sente i suoi pensieri, come lei sentiva i suoi, tanto tempo fa.
Eppure se non è un sogno, si sta chiedendo, cosa succede?
Lui sa che ora farà la domanda. La fanno tutti. L’ha fatta anche lui.
– Dove siamo? – chiede Anna.
Giulio allarga le braccia, lunghissime, quelle braccia che potevano abbracciarla completamente se avessero voluto.
– “Dove” non è un concetto che qui viene usato. Né “quando”. Sono cose che ormai fanno parte di un’altra vita. Questo…luogo…se vogliamo chiamarlo così, è un passaggio. Serve solo a rendere più facile la transizione. Non ha nessun altro scopo. Esiste e basta. –
Anna stava arrivando, la sente. Sempre di più.
– Sono morta? Questo è…l’al di là? – si sente stupida a chiedere questa cosa, ma non può farne a meno.
Giulio la guarda con una dolcezza che la fa sciogliere dentro.
– Vita e morte…anche questi sono concetti che qui non usiamo. E’ un passaggio. Lo facciamo tutti. Ed è importante che tu lo faccia con consapevolezza e serenità. Dopo non sarà più come prima. Ora sei ancora legata a…prima…ma tra un po’ ti aiuterò a non pensare più in questi termini. –
Lei si aggiusta istintivamente la camicia: sente il suo corpo, può toccare la sua pelle e i suoi capelli, quindi esiste.
Ma in qualche modo sente di no.
– Tu…perché sei qui? E perché sei così giovane, e anche io? E poi…tu… –
– Sono morto? E’ questo che vuoi dire? –
Lei annuisce, non ha il coraggio di dirlo.
– Io ho già fatto il passaggio, non ragiono più in termini di vita o di morte. Non ha più senso per me. Ma lo ha per te. Ancora per poco, ma lo ha. E io…noi vogliamo che tu attraversi questo corridoio accompagnata da qualcuno che ti ha voluto bene, senza riserve. Qualcuno che può tenerti la mano senza paura. A cui ti puoi affidare totalmente. –
Anna non ha forza per replicare, aspetta il resto.
Giulio finalmente si alza.
Si è dimenticata quanto fosse alto, e così giovane lo sembra ancora di più.
– Anche gioventù e vecchiaia hanno perso di significato qua dentro – dice Giulio mentre la guarda dall’alto in basso – Mi vedi come vuoi vedermi. E ne sono contento. Il vecchio che sei andata a trovare in ospedale non era quello che avrei voluto mostrarti. –
Lei cerca di interromperlo.
– Io…mi dispiace tanto…quando ti ho visto…non ce l’ho fatta…e… –
– Shhhhh – la zittisce lui – Non ti scusare. Non ce n’è più bisogno. Niente è più così importante. –
Le prende una mano e la fa alzare.
Poi le prende tutte e due e le dà un bacio leggero sulle labbra.
Chiude gli occhi, Giulio.
– Strano. Pensavo non avrebbe fatto più effetto. –
Li riapre e sorride.
– Sei pronta? – le chiede.
Lei guarda il corridoio davanti ed è confusa, per un breve momento.
Poi si gira verso di lui e sorride anche lei.
Si lascia prendere la mano, come una volta.
Guarda a lungo le loro mani intrecciate, Anna.
Poi alza lo sguardo su di lui, che sta aspettando.
– Sono pronta. – dice.
Si incamminano. Piano.



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Amore Assoluto

Fare il fotografo, per passione o per professione, significa avere un osservatorio privilegiato sul mondo, tanto più se si fotografano le persone.
Si possono vedere e quasi toccare da vicino emozioni che spesso le persone tengono solo per sé, ma chissà come mai talvolta, qualche rara ma bellissima volta, svelano davanti ad una macchina fotografica.
E qualche volta dietro quella macchina ci sei tu, il fortunato che può osservare gli occhi delle persone lasciarsi andare e raccontarti delle storie, piccole o grandi che siano.
Il bravo fotografo è colui che riesce a essere così affidabile da rendere questo processo semplice per la persona che ha davanti: la ricompensa spesso sono emozioni che fluiscono in maniera naturale e tu sei il testimone di un momento importante; che poi anche altri vedranno certo, ma dopo.
Intanto tu eri lì, ed è meraviglioso.
Ma poi, quando scatti una foto come questa, quando sei testimone di un amore così assoluto, pensi di non essere neanche degno di guardare.
In questa società in cui l’amore viene svilito, sminuzzato, ridotto, confuso con cose che non c’entrano nulla, ignorato, negato, rovinato dalla rabbia o dalla gelosia,
Una società in cui l’amore è sempre secondo: alla carriera, ai soldi, alle ambizioni, alla prevaricazione
In questa società in cui amare qualcuno, o qualcosa, sembra essere passato di moda
Una società in cui l’amore è codificato dai messaggi dei social network, dalle scritte sgrammaticate sui muri, dai pezzi di poesia strappati dalle loro pagine a forza e mai capiti.
L’amore che non è più quello di Dante, Prevert o di Leopardi, ma neanche quello di Roma città aperta, di Ladri di biciclette o di tanti film che abbiamo visto magari piangendo.
E’ una società questa in cui spesso all’amore – qualsiasi amore – non viene più dato tempo per nascere, crescere, svilupparsi, mettere radici.
Eppure.
Eppure in questa nostra società così difficile che all’amore riserva spesso solo un posto commerciale, c’è ancora un amore che è rimasto lo stesso, puro e immutabile dalla notte dei tempi.
Un amore che scavalca le mode e i costumi, gli anni e i secoli, lo spazio e il tempo, la vita e la morte.
Un amore che nasce dalle viscere e finisce nelle viscere, che spiega perché siamo qua e perché non ci saremo più.
E quando ti capita di vedere un amore così vorresti solo spingere, piano, un piccolo pulsante, e poi scomparire per non disturbarlo.

BlankaeLudo

Photo by rodocarda