Il regalo più bello

Il mio racconto di Natale.
Come tutti gli anni un racconto malinconico, pieno di cose belle e brutte, come la nostra vita.

Appoggiato alla finestra dello studio, un bicchiere di prosecco in mano, Giulio guarda distrattamente fuori senza vedere in realtà nulla.
Si è allontanato un attimo, prima che la cena si inizi, dagli schiamazzi, le risate, le urla dei bambini, tutto il campionario di rumori tipici della vigilia di Natale.
Vuole rimanere qualche minuto da solo, prima di affrontare la serata.
Il Natale per Giulio è sempre stata una festa un po’ triste: anzi no. Non esattamente.
Fino all’età di dodici-tredici anni Natale era “la” festa.
In una famiglia rumorosa dove tutti abitavano vicini, le feste di Natale – e in particolare la vigilia – erano l’occasione per vedersi con un numero spropositato di zii, cugini, parenti di vario genere e amici d’infanzia, e passare ore, se non giorni a mangiare, ridere, giocare a carte e a tombola, divorare quantità industriali di noci e mandarini e andare a letto tardissimo, almeno quel giorno.
Un leggero sorriso gli incurva le labbra al pensiero di sua madre e le sue nonne in cucina dalla mattina presto, alle prese con contenitori enormi di pastella dove veniva poi buttato di tutto: fiori di zucca, patate, melanzane, carciofi, broccoli, e in un impeto di sperimentazione gastronomica spesso anche pezzi di mele, pane ripassato nell’uovo, qualsiasi cosa potesse essere fritta e mangiata.
Pensava a sua madre, e alla capacità di sfornare teglie di lasagne in continuazione e allo stesso tempo di non farsi fregare a “mercante in fiera”.
Quelli, quei natali, quelle feste, forse sono state il periodo più bello della sua vita.
Poi con l’adolescenza le feste natalizie in casa hanno cominciato a diventare un fastidio, un obbligo a cui ottemperare, e più avanti Natale era solo un giorno come gli altri, e come gli altri dedicato ad organizzare il capodanno con gli amici.
E poi, quando stava per arrivare il momento in cui sarebbe stato lui il capofamiglia, per festeggiare la vigilia con i suoi figli e la sua tribù, sua madre se n’era andata. Improvvisamente. La vigilia di un Natale.
Da allora il Natale era diventato un giorno da superare in fretta, e anche se poi i figli erano arrivati, e ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per tornare indietro ai giorni felici della sua infanzia, non riusciva più a farselo piacere.
Quest’anno poi.
La lettera che gli annunciava la cassa integrazione a partire da gennaio gli era stata consegnata solo pochi giorni prima.
Chissà, forse le aziende si impegnano per rovinare le feste ai propri dipendenti, pensava. E ci riescono, perché per lui e altri duecento colleghi le feste sarebbero state malinconiche, stretti tra le preoccupazioni del futuro e la necessità di essere allegri per fare contenti i bambini.
Si stacca dal vetro, è ora di andare, sente che la cena è pronta.
Si prepara all’allegria, ma è solo l’età che lo aiuta a tornare in salone, quando vorrebbe invece buttarsi sul letto a piangere come quando era ragazzino e si faceva male giocando a pallone.
Nel grande salone di casa sua sono in tanti: sua moglie, le sorelle, i cognati, i bambini, un paio di cugini con le famiglie.
E’ un bel Natale, una bella festa, e anche se oggi sta male non può fare a meno di riconoscerlo.
La cena scorre tranquilla, il chiasso è insopportabile ma lo aiuta a non avere conversazioni troppo impegnative.
Mentre i bambini mangiano il dolce, suo fratello lo prende da una parte.
– La situazione è grave? – gli chiede senza mezzi termini.
Lui fa spallucce.
– Non penso rientreremo, l’azienda va male. Penso che dovrò trovare qualcos’altro. – risponde.
Il fratello lo guarda, annuisce.
– Hai già qualcosa in mente? – chiede speranzoso.
Lui fa di no con la testa.
– Al momento non ci sto pensando. Ho qualche mese di margine, lascio passare le feste e poi comincio a cercare di capire che fare. Spero di trovare una soluzione. –
Il fratello sta per rispondere quando le urla dei bambini diventano terremoto: si stanno per aprire i regali.
Allora il fratello di Giulio si limita a sorridergli e a stringergli una spalla forte. Non c’è bisogno di tante parole tra loro.
Si avviano sotto l’albero dove tutti quanti stanno già facendo a pezzi la carta dei regali e sorridono, urlano, piangono, tutti i genitori, gli zii, i nonni con cellulari e macchine fotografiche.
Lui rimane in piedi, e li guarda, un leggero sorriso gli si disegna sul volto: non c’è malinconia che resista alla vista di un gruppo di bambini felici, ma dentro di sé è a pezzi.
Sua moglie lo raggiunge, non dice niente: hanno già parlato tanto, pianto, urlato, esaminato tutte le alternative, e ora si limitano a guardare i bambini dandosi la mano.
Lei glie la carezza delicatamente, lui non si muove.
Passano i minuti, insieme alle grida, le canzoni, il rumori di macchine potenti ed elicotteri della polizia in miniatura.
Poi ad un certo punto tutti si calmano.
Sua moglie gli lascia la mano, si avvicina all’albero e prende una busta.
– Questo è per te – dice guardandolo negli occhi – da parte di tutti noi. –
Lui si gira e vede che improvvisamente si sono tutti avvicinati e gli stanno intorno, e sorridono.
E’ imbarazzato, come tutti i padri non è abituato a ricevere regali a Natale, e se qualche regalo per errore gli arriva sono spesso pigiami con le renne, o cravatte dai colori improponibili.
Sente che hanno architettato qualcosa, in parte li odia, non vorrebbe essere al centro dell’attenzione, ma capisce l’affetto con cui lo hanno incastrato.
Prende la busta dalle mani della moglie, un sacchetto di carta anonimo, non saprebbe dire se di un negozio di abbigliamento, o di qualsiasi altro tipo.
E’ leggerissima.
La apre. Non c’è niente.
Guarda il sacchetto vuoto, poi gli sguardi di tutti: aspettano che lui dica qualcosa.
E’ imbarazzato, non sa che dire, controlla di nuovo, mette una mano dentro, ma non c’è niente.
Niente di niente, neanche un biglietto.
Alla fine è costretto a parlare, vorrebbe ringraziarli, ma di cosa?
– Non c’è niente…avete dimenticato di mettere il regalo? – chiede a sua moglie con un sorriso un po’ falso, perché spera di non mettere nessuno in difficoltà.
La moglie lo guarda, il sorriso che si allarga, così come le braccia.
– No. Non abbiamo dimenticato niente. Quello è un sacchetto, e dentro non c’è niente. –
Fa una pausa ad effetto.
– Il tuo regalo è qui, fuori da quel sacchetto. – e allarga ancora di più le braccia per comprendere tutti quelli che sono in quella stanza.
Lui si gira di scatto, vede le facce sorridenti, sorrisi belli, veri, qualche lacrima, qualche mano sulla bocca.
Schiude le labbra, tenta di dire qualcosa, ma è sopraffatto, dalle lacrime e dalla felicità.
Il regalo più bello. Era destino che fosse in questo Natale.
Proprio quando ne aveva bisogno.

Regalodinatale

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Mia sorella

Chi non ha fratelli o sorelle forse faticherà un po’ a capire.
In tal caso accontentatevi di credermi.

Io ho una sorella. E’ anche lei in giro da qualche parte qui nell’iperspazio digitale. Si chiama Annalisa.
E’ molto più giovane di me ed è femmina, per questo non abbiamo mai fatto da ragazzi la vita che spesso fanno i fratelli: non siamo usciti insieme, non abbiamo frequentato le stesse comitive, non ci siamo scambiati numeri di telefono.
E poi siamo diversi. Diversissimi, così diversi che talvolta c’è da chiedersi se uno dei due non sia stato adottato, sembra impossibile che siamo usciti dagli stessi genitori.
Con queste premesse, sarebbe facile dedurre che il nostro rapporto non sia molto stretto.
In effetti non ci sentiamo spesso, e ci vediamo raramente, abitiamo lontani, e per una città come Roma questo significa magari tre quarti d’ora in macchina, magari un’ora se il traffico è lento.
Anche su Facebook interagiamo raramente.
Mia sorella è sposata. Con un uomo e con due gatti. Vuole bene a tutti e tre. Non saprei esattamente dire in che ordine, ma forse è meglio non chiedere.
Per molti anni mia sorella è stato un oggetto strano, che c’era ma di cui non mi curavo troppo.
Abitavamo in una casa piccola, e abbiamo dormito nella stessa stanza per molti anni, e questo ci ha aiutato ad avere comunque un po’ di intimità.
Mi ricordo un sacco di volte in cui, anche grandi, ci davamo la mano prima di dormire, perché i letti erano vicini e avevamo voglia di sentirci. Però ero io, il vero bambino, che cercavo la sua mano.
E si litigava per vedere la televisione, oppure io volevo sentire la musica a palla e lei no.
Però non ci frequentavamo, a parte a casa e neanche tanto.
Io ero impegnato, impegnatissimo, come sempre, a fare cose, a viaggiare, suonare, fotografare, vedere amici, correre a destra e sinistra.
Non saprei dire che cosa facessimo insieme in quel periodo, forse niente.
Poi sono andato via di casa, e la nostra frequentazione si è rarefatta, se possibile.
Io tentavo di costruirmi una vita da uomo adulto, con risultati altalenanti, e lei rimaneva a casa con i miei, forse a fare l’eterna adolescente, chissà, non glie l’ho mai chiesto.
Lo so, sto dipingendo una vita di egoismo, ma è così. Sono stato così.
Anche quando mia madre si ammalò, per la seconda e definitiva volta, io non c’ero.
Vivevo altrove, lavoravo sempre, la seguivo da lontano e lasciavo a mia sorella l’incombenza di soffrire per tutti e due.
Io mi tenevo la sofferenza “alta”, quella melodrammatica delle visite in ospedale, dei consulti con i luminari; lei quella quotidiana, la sofferenza di dover stare tutto il giorno con con una persona che forse sa che il suo viaggio è arrivato al termine.
E quando se ne è andata, lei c’era, io no.
Ce ne sarebbe abbastanza, per ripudiarmi, o quanto meno per essere freddi e distaccati.
Ma mia sorella no, non è così.
Nonostante io non sia stato il fratello che avrebbe meritato e forse desiderato, in tutti questi anni mi ha amato e adorato come nessun’altra persona ha fatto mai.
Ogni volta che ho avuto bisogno di lei, c’è stata. Sempre. Non è mancata mai all’appello.
Anche recentemente, quando ho avuto bisogno di parlare e di sentirmi dire cose, è stata lei che ho chiamato.
E’ l’unica persona che pur volendomi bene mi conosce veramente, e sa dire quello che serve, anche le cose scomode.
Le ha dette e le ha messe per iscritto.
So che non diventerò mai il fratello che potrei essere, ormai l’ho capito, e me ne vergogno un po’.
Ma so che c’è una persona che mi accompagnerà e mi sosterrà sempre, senza compromessi e senza interessi, no matter what.
Se non avete una sorella così, vi compiango. Davvero.

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Storia di Lorenzo detto Peppe

Oggi X Agosto, mi va di raccontare la storia di un Lorenzo 🙂

Lorenzo detto Peppe era nato all’inizio del secolo scorso, esattamente nel 1900.
Nonostante si sentisse romano, e di più trasteverino, la verità è che era nato in Calabria, in un piccolo paese quasi disabitato in provincia di Reggio, San Lorenzo appunto, che di famoso a parte l’asperità selvaggia del territorio ha solo il merito di aver dato rifugio ad un manipolo di garibaldini in rotta.
Lorenzo aveva fratelli e sorelle, ma stranamente non portavano lo stesso cognome.
O forse non era così strano, in Calabria più di cento anni fa i signorotti avevano probabilmente anche il diritto sulla servitù, o ogni tanto qualcuna rimaneva incinta.
Fu così che Lorenzo passò i primi anni della sua vita insieme a ad almeno un fratello e una sorella (mi perdonerete se qualche informazione è vaga), entrambi più grandi, ed entrambi con un altro cognome.
La sorella in particolare aveva circa dieci anni di più, e doveva sposarsi a fine dicembre del 1908, molto giovane come era usanza a quei tempi.
Ma la notte del 28 Dicembre 1908 un sisma mai registrato in Italia distrusse Messina, Reggio e causò almeno centomila morti, tra cui la sorella di Lorenzo, che non si sposò mai.
E così, Lorenzo, suo fratello dal cognome diverso e il resto della famiglia partì per Roma, lasciandosi alle spalle un territorio distrutto.
Degli anni seguenti non sappiamo molto, se non che Lorenzo non ebbe tanto modo di studiare. In tarda età, questo lo sappiamo, esercitò la sua curiosità leggendo classici e abbonandosi a riviste letterarie più o meno di livello, interessandosi di fotografia e di cinema e finendo sempre la settimana enigmistica dalla A alla Z, ma tra gli anni 20 e gli anni 30 non c’era molto tempo per Lorenzo da dedicare ad altro che non fosse la ricerca del pane quotidiano.
Si sposò con Ada, e rapidamente misero al mondo quattro figli.
Come avrete capito, Lorenzo non era né ricco, né colto, e neanche tanto bello.
Era basso e tarchiato, ma dotato di una forza sovrumana e due mani enormi per la sua statura.
E allora si mise a fare il carbonaio, portava in giro per Roma sacchi di carbone di cento e passa chili, a piedi ovviamente e sulle spalle, e così sbarcava il lunario.
Non era neanche un fine educatore, pare, perché quando la sera rientrava stanco da un lavoro che più massacrante non si può, ascoltava in silenzio le malefatte dei suoi figli, e amministrava la giustizia a freddo, con una quantità di schiaffoni adeguata all’offesa arrecata.
Poi si poteva cenare.
Lorenzo ad un certo punto diventò comunista.
Voi capite, un caratteraccio come il suo, le origini calabresi, le poche parole e la voglia di migliorare la vita dei suoi figli, un uomo così non poteva tollerare il regime fascista.
Rimase comunista per tutta la vita, non abbandonò mai le sue idee, neanche quando il mondo cominciò a cambiare.
Ma un povero carbonaio comunista non aveva certo speranza di fare carriera in un partito per lo più di intellettuali ed ex borghesi, tutt’al più poteva fare numero, sia per il partito che contava gli iscritti, sia per i fascisti che ogni tanto dovevano rastrellare un po’ di comunisti per raggiungere le quote necessarie.
Fu così che Lorenzo detto Peppe venne arrestato, e non scelse il momento migliore per farsi sbattere in galera.
Finì a Via Tasso, dove i fascisti rinchiudevano principalmente i prigionieri politici. E non li trattavano certo con i guanti.
Il povero carbonaio comunista fu torturato, a lungo e ne soffrì tanto che non riuscì più a respirare bene per il resto della sua vita.
Non bastasse, ci fu l’attentato a Via Rasella, e improvvisamente i tedeschi dovettero radunare qualche centinaia di italiani da fucilare alle Fosse Ardeatine per rappresaglia.
Come è noto i tanto meticolosi e precisi tedeschi fecero una grandissima confusione, tra le richieste quasi impossibili da esaudire del comando, la difficoltà di reperire persone con le caratteristiche richieste, in alcuni casi anche poca collaborazione da parte delle truppe: a tutt’oggi non è noto il numero esatto delle persone radunate e le loro identità.
Ma comunque sappiamo che circa 335 persone furono trucidate a freddo su Via Ardeatina.
Tra questi doveva esserci anche lui, il carbonaio comunista che si trovava a Via Tasso, mentre i suoi figli – adolescenti o ancora bambini – dovettero tutti smettere di studiare e trovare un mestiere per mandare avanti la famiglia.
Lorenzo fu caricato con un gruppo di persone su un camion, ma come detto la confusione regnava sovrana, e insomma lui era un ripeto tosto, e nonostante la galera, le torture, e le sofferenze di una vita dura non aveva tanta voglia di mollare, e fu così che all’altezza di Piazza dei Navigatori, a poco meno di un chilometro dal luogo dell’eccidio, lui e un altro folle si gettarono dal camion in corsa e riuscirono ad allontanarsi.
La vita avventurosa di Lorenzo detto Peppe finisce con la guerra.
Negli anni 50 il trasferimento alla Garbatella, dove diventa un personaggio di spicco della famosa sede del PCI “La Villetta”.
I suoi quattro figli gli hanno dato quattordici nipoti, e uno porta il suo nome, ma non è vissuto abbastanza per conoscerli tutti.
Come tutti i nonni, ha avuto le sue preferenze.
In particolare, aveva un nipote, primo figlio della sua terza figlia, che aveva un certo ascendente su di lui, che negli anni ruppe o smontò tutto quello che gli capitava a tiro, ma che nonostante ciò non rimediò mai neanche uno schiaffo.
Sai com’è. Noi burberi ce la intendiamo bene tra di noi.

Nonno-Peppe

Ricordi di viaggi

Non so se questo sia un racconto, o una storia, o che.
Ma oggi va così.

Ero in macchina stamattina, la temperatura era fresca, ma all’interno faceva un po’ caldo.
Non avevo voglia di accendere l’aria condizionata; stavo andando piano, e così ho aperto il finestrino.
Improvvisamente sono passato dal rumore attutito dell’abitacolo al graffiare degli pneumatici sull’asfalto e al vento che entrava sibilando mettendo pressione alle orecchie.
L’asfalto aveva un odore particolarmente intenso, quasi di bruciato, come se lo avessero appena steso.
I campi, distanti poche decine di metri, emanavano un flusso di odori cui l’erba, il concime, gli alberi, si alternavano e si mischiavano in continuazione.
E senza preavviso sono stato investito di ricordi di viaggi lontani, nel tempo ma anche nella memoria.
Ricordi che non affioravano più alla coscienza da molto, molto tempo.
Ricordi di viaggi estivi, in tre o in quattro stipati dentro una cinquecento.
Noi, i bagagli dappertutto, per terra in braccio, sul portapacchi.
Il cane sotto il sedile.
Il caldo opprimente e i finestrini sempre aperti, gli stessi odori, il vento che spostava la macchina.
Un viaggio di soli cento chilometri verso il mare, che poteva durare ore, non si arrivava mai, la cinquecento carica che arrancava, il traffico imponente su una strada insufficiente, mia madre aggrappata al volante, decisa ma inesperta.
Un viaggio che quando finalmente si arrivava e si prendeva possesso della casa spesso era già pomeriggio, e io non capivo perché non si potesse andare subito al mare, c’erano un sacco di cose da fare, bagagli da disfare, la spesa, i grandi che volevano riposare, qualche volta zii più anziani o cugini più piccoli da accudire, ma io volevo andare subito al mare.
Un mare che era ricorrenza di amicizie, di bagni in un’acqua pulita, di stabilimenti balneari poveri, senza aperitivi, tramezzini, rustici, gelati artigianali e non, cinquanta tipi di birre.
Stabilimenti balneari in cui dovevi aspettare le undici per avere una pizzetta rossa, che veniva solennemente annunciata dall’altoparlante, e allora dovevi correre, perché non è che ne facessero poi tante, ma quando la mangiavi era buona, calda, croccante, salata.
Stabilimenti dove tutti gli anni incontravi gli stessi amici, che magari vivevano nella stessa città ma che vedevi solo due mesi l’anno, perché a Roma in quegli anni da Garbatella a Montesacro era un viaggio, e i viaggi si facevano d’estate.
Stabilimenti dove la musica di giorno era un juke box con gli Abba, o Renato Zero, e la sera gruppi improbabili come i “Pittura Fresca” o gli “Apogeo”, imitatori di imitatori, annunciati anch’essi dall’immancabile altoparlante verso le cinque del pomeriggio, perché ovvio, si stava al mare tutto il giorno, non c’era altro da fare.

Poi ad interrompere i miei pensieri è arrivato il raccordo, ho dovuto accelerare, alzare il finestrino, accendere l’aria condizionata, e i ricordi sono tornati al loro posto.
Ho pensato: quanto sono vecchio.
E poi: ma quanto sono stato giovane.
E felice.


Spiaggia vintage

L’omino dei frigoriferi

I racconti vengono dalle direzioni più impensate. Questo arriva da una foto, la foto allegata. L’ha scattata Emi. Sì, proprio lui 🙂

La Tina ne sentì parlare dalla signora Jolanda, anzi, signorina prego, come teneva a rimarcare ogni volta.
Una vecchia zitella che abitava al pianoterra, in una posizione strategica per incrociare tutti quelli che entravano ed uscivano dal palazzo, e in buona sostanza farsi gli affari di tutti.
La Tina, che di questioni dolorose e irrisolte ne avrebbe potuto riempire l’agenda di dieci psicanalisti, evitava la signorina Jolanda come la peste, tanto sapeva bene dove sarebbero andati a parare tutti i discorsi: “Ehhhhhhh ma suo mariiiiitooooo” parlava trascinando le vocali, la signorina Jolanda, “non l’ha piuuuù sentiiiiitoooo? ma è verooooo che sta in giappoooooneeeee?”.
Se c’era un argomento di cui la Tina non aveva voglia di parlare era suo marito; avrebbe voluto poter dire “ex” marito, ma quel farabutto era scomparso nel nulla prima che le pratiche di divorzio fossero completate, e ora poteva solo sperare che qualche giudice accomodante lo facesse dichiarare morto.
La signorina Jolanda sapeva bene – perché lei sapeva tutto – che il marito della Tina se ne era andato via con una ballerina moldava, o ucraina, insomma una ballerina, quando loro figlio aveva neanche dieci anni, lasciandola senza una lira, con debiti su tutto: sulla casa, sulla macchina, si era impegnato anche la televisione quel bastardo.
Poi era ricomparso una sera dopo qualche anno, magro, emaciato, chiedendo di tornare a casa. Davanti allo sguardo sconvolto di suo figlio, la Tina lo aveva cacciato definitivamente, e non ne aveva saputo più nulla.
Ecco, solo il pensare alla signorina Jolanda aveva portato il suo cervello a ricordare quel disgraziato, per questo la evitava sempre.
Ma quella mattina non poté farne a meno: il frigorifero non dava più segni di vita, aveva fatto una spesa importante solo il giorno prima, che doveva durare tutta la settimana, e ora il frigorifero era morto. Defunto. Con la spesa dentro a macerare e zero soldi in tasca per comprarne uno nuovo.
Tina pensò che forse la signorina Jolanda conosceva qualcuno che avesse un frigorifero da prestargli, anche piccolo; magari qualcuno che lo stava per comprare nuovo e non sapeva dove mettere il vecchio o dove poterlo buttare; magari qualcuno che ne aveva uno in campagna; magari qualcuno che…
– Non c’è bisogno di cambiaaaaarlo, lo facciamo riparaaaare! – disse la signorina Jolanda con la sua voce squillante ed entusiasta, interrompendo il flusso dei pensieri della donna.
La Tina la guardò alzando un sopracciglio.
– Credo che sia al di là di qualsiasi riparazione, purtroppo… –
– Ma nooooo! – disse la Jolanda prendendola sottobraccio e parlandole affabilmente, grata di potersi finalmente intromettere nella sua vita privata – c’è un tizio del quartieeeeeere che ripaaaaara frigoriferi. Solo frigoriferi e solo vecchi. Lo fa praticameeeeente per hobby, è braviiiiissimo e non chiede quasi nulla. Adesso lo chiamiaaaaamo e vedrà che sistemerà il suo frigoriiiiifero –
La Tina era un po’ titubante.
– Non so…i frigoriferi si possono riparare? magari sarà necessario qualche costoso pezzo di ricambio, magari è rotto il motore, e poi chi è questo tizio qui? come si chiama? – diffidava dalle soluzioni facili, la Tina; era una donna che aveva faticato tutta la vita, e niente era venuto via gratis.
– Aaaaahhhhh boooooohhhhh – rispose la signorina Jolanda – mica lo soooooo! Noi lo chiamiamo “l’ominooooo dei frigoriiiiferi”.
E senza aggiungere altro compose un numero che aveva segnato a penna su una vecchia agenda di “Frate Indovino” del 1982, l’anno dei mondiali.
Mentre parlottava al telefono si allontanò, ma dopo poco tornò trionfante.
– Arrivaaaaaa! Arriva tra ciiiinque minuuuti! –
La Tina non sapeva che fare, si morse il labbro per un po’, poi disse:
– Va bene, peggio di così non potrà fare, no!? Vado a casa ad aspettarlo – e prese le scale quasi di corsa, per evitare che alla signorina Jolanda venisse in mente di seguirla.
Arrivata a casa si mise a rassettare qua e là, poi tolse dal frigorifero il cibo che poteva resistere un po’ di più, ma non fece in tempo a fare gran che perché il campanello della porta di casa suonò insistentemente.
La donna rimase un attimo interdetta, diede un rapido sguardo all’orologio solo per rendersi conto che di minuti ne erano passati si e no tre, e poi si diresse verso la porta.
Quando la aprì quello che le si presentò davanti più che un idraulico specializzato sembrava un ragioniere del catasto.
Era un ometto di non più di un metro e sessanta, calvo, con pochi capelli bianchi qua e là, degli occhiali cerchiati d’oro terribilmente vecchi, e un sorriso contagioso.
Indossava un paio di jeans, una camicia di flanella, e in mano aveva una grossa cassetta degli attrezzi rossa, di metallo, con il coperchio nero.
Alla vista dell’uomo la Tina non poté fare a meno di sorridere ma lo lasciò entrare lo stesso.
Lo ringraziò per la solerzia mentre lo guidava verso la cucina, lui si schermì, e intanto aveva già appoggiato la cassetta a terra e aperto il frigo.
Quello che si dice non perdere tempo, pensò la Tina.
– Posso offrirle un caffè, signor…. –
– Emi – disse pronto l’ometto – mi chiamo Emi, ma no, grazie, non bevo caffè –
E così dicendo si rimise al lavoro.
Per un po’ la donna lo guardò lavorare alacremente, poi, visto che lui non la filava minimamente, se ne andò in un’altra stanza.
Non passò più di una mezz’ora, che la Tina improvvisamente sentì il classico rumore del motore di un frigorifero quando attacca.
Arrivò quasi di corsa in cucina, per vedere il signor Emi che chiudeva il frigo, e cominciava a riporre i suoi attrezzi nella cassetta.
– Funziona? – chiese timidamente la Tina.
– Certo – rispose l’ometto sorridendo – funziona benissimo! –
Lei rimase stupita, ma d’altronde cosa ne sapeva lei di frigoriferi e di come si riparano? Magari c’era solo un filo corroso, una presa lenta, cose così insomma.
– Quanto le devo? – chiese ad Emi prendendo il portafoglio.
L’omino agitò una mano sorridente.
– Nononono non mi deve niente. Mi sono divertito, non ho dovuto spendere soldi per pezzi di ricambio, e ci ho messo veramente pochi minuti. Ora scappo via perché ho un’altra riparazione urgente –
Non diede neanche tempo alla Tina di replicare, che era già sparito.
La donna rimase così, in silenzio, il portafoglio in mano e il rumore leggero del frigorifero che stava riportando il cibo a temperatura.

Quando suo figlio rientrò per la cena lei gli raccontò brevemente quello che era successo, il frigorifero che si era rotto, l’omino che lo aveva riparato, insomma tutta la storia.
Anselmo, ormai un ventenne alto e robusto che lavorava in un altoforno, sorrideva al racconto della madre, e tra una forchettata e l’altra guardava ridacchiando il frigorifero, finché non si fermò improvvisamente con la forchetta a mezz’aria e la bocca spalancata.
La Tina lo guardò preoccupata:
– E’ successo qualcosa? – chiese.
Lui indicò il frigorifero, il cui sportello era completamente coperto di magnetini, appunti, calamite, disegni, e disse quasi senza voce:
– Il sol levante –
La Tina si girò verso il frigo e capì istantaneamente.
Il magnetino del sol levante, l’unico regalo del padre ad Anselmo negli ultimi dieci anni, che di solito campeggiava al centro del frigorifero a fermare un disegno fatto dal ragazzo in prima elementare, non c’era più.
Anselmo e la Tina guardarono bene lungo tutto il frigorifero, poi sotto, di lato, sulla madia, per terra.
Niente.
Il sol levante era sparito.
I due si guardarono negli occhi per un momento, poi fu la Tina a parlare:
– L’omino dei frigoriferi – disse solo.

Un minuto dopo erano davanti alla porta della signora Jolanda e battevano furiosamente il pugno contro il legno per svegliarla, lei che alle sette già diceva le preghiere e si addormentava davanti alla TV.
Quando la donna aprì, ancora insonnolita, non le diedero il tempo di parlare:
– Dov’è? dove abita? dove sta Emi? – chiese la Tina.
– Eeeeemiiii? e chi è Eeeeeemiiii – biascicò la signorina Jolanda.
– L’omino dei frigoriferi!!! quello che ci ha mandato oggi! – urlò Anselmo ergendosi dal suo metro e novanta per spaventare la signorina Jolanda.
La quale si spaventò sul serio, divenne bianca come un cadavere, poi mandò giù un paio di volte la saliva, e infine disse:
– L’indirizzo esatto non lo so, ma abita al primo piano di quel palazzo sopra il panificio dei fratelli… –
I due non le fecero neanche terminare la frase, avevano capito a quale palazzo si riferiva la donna e corsero via senza indugiare.
Quando finalmente arrivarono davanti alla porta di casa dell’omino dei frigoriferi,si fermarono un attimo ad ascoltare.
Nessun suono proveniva dall’interno.
Sulla porta solo due iniziali: “E.P.”
Non c’erano a terra né un tappetino, un vaso di fiori, un ombrello ad asciugare, niente di niente.
Dopo aver atteso invano qualche minuto, sperando di sentire qualche segno di vita, si decisero a suonare il campanello.
Il suono del campanello non era ancora svanito del tutto che la porta di casa si aprì silenziosamente, e l’omino dei frigoriferi comparve sorridente.
– Benvenuti nella mia casa, sapevo che sarebbe successo prima o poi! Venite, venite di là, vi offro qualcosa da bere –
Così dicendo, senza attendere risposta, si diresse lungo uno stretto corridoio, con i due, madre e figlio, che lo seguivano senza avere il coraggio di rompere quel silenzio.
Il corridoio terminava in una porta, Emi l’aprì, e i due si trovarono immersi in una specie di fantasmagorico universo fatto di luci, riflessi, colori.,
Ci misero qualche secondo a capire che le pareti erano completamente ricoperte di magnetini da frigorifero di tutti i colori, forme, lingue.
L’omino prese la mano di Tina e la guidò verso una parete, invitandola a guardare verso il basso.
Lì, tra un “Welcome to Arizona” e una riproduzione in scala del Taj Mahal, c’era il sol levante che il padre di Anselmo gli aveva spedito, unico triste simbolo di un affetto non ricambiato, qualche anno prima.
La Tina alzò gli occhi verso l’omino mentre il figlio percorreva emozionato con lo sguardo tutte le pareti.
– Perché? – chiese la Tina – che cosa significa tutto questo? perché lei ruba i magnetini ai frigoriferi? è pazzo forse? è una mania? –
Emi sorrise, poi invitò i due ospiti a sedersi e offrì loro un bicchiere d’acqua prima di sedersi vicino a loro.
– Non sono pazzo, Tina – rispose sorridendo – Vedi, le persone tendono a conservare oggetti cari, che gli ricordano momenti felici, ma purtroppo anche oggetti che rinnovano il dolore di una perdita, di un amore lontano, di un amico con cui abbiamo chiuso ogni rapporto. Lo so, sono piccole cose, ma voi non potete immaginare quanto dolore permanga nella vita delle persone se continuano ad alimentare certi ricordi. Io lo sento. Sento questo dolore e cerco di aiutarvi a rimuoverlo. Faccio quello che posso; non sono il solo, né il migliore e non faccio grandi cose. Io…mi occupo dei magnetini dei frigoriferi. Lo so, non è gran che. Ci sono colleghi che aiutano a riposare, quelli che portano conforto la notte in ospedale, quelli che fanno svanire il ricordo di un amore impossibile. Ma è un bel po’ che faccio questo lavoro, e ora mi piace. –
Si fermò un attimo, si alzò, fece un gesto teatrale con la mano e poi riprese:
– Guardate. Guardate quanti brutti ricordi mi sono portato via in tutto questo tempo. Non pensate anche voi che sia meraviglioso? –
Tina e Anselmo si erano presi la mano, non avevano il coraggio di fare altre domande.
Poi Tina si schiarì la voce per chiedere:
– Ma tutti questi…tutti qui, nel nostro quartiere? –
Emi sorrise comprensivo.
– No Tina – rispose – certamente no. Oggi sono qui perché VOI avevate bisogno di me. Domani io e i miei magnetini saremo da un’altra parte; in un’altra casa, pronti ad ascoltare le sofferenze di altre persone, e a riparare altri frigoriferi –
Inclinò leggermente la testa da un lato, poi disse.
– E ora dovete tornare a casa. Dimenticate il magnetino del sol levante, e soprattutto dimenticate la persona che ve l’ha mandato. Non vi merita. La vostra vita è completa così, non avete bisogno di lui o del suo ricordo. –
Li accompagnò, quasi li spinse verso la porta.
Quando furono sul pianerottolo, istintivamente si girarono per guardare di nuovo, ma la porta non c’era più. Non c’era la porta di legno, e non c’era il campanello. Non c’era forse neanche più l’appartamento, ma non avrebbero potuto dirlo.
Si guardarono, si presero per mano, e tornarono a casa chiedendosi distrattamente perché erano usciti a quest’ora.
Forse a comprare il latte?


frigorista

Storia di Giulia

Questo racconto è un po’ un esorcismo.
Spero si capisca.

Il mio primo ricordo risale a quando avevo forse quattro anni.
Sì, deve essere proprio tra il primo e il secondo anno di asilo; non che abbia una memoria così definita, solo dei flash, ma in uno di questi ero in braccio a mia madre che mi diceva “buona, buona, Giulia, stai buona” e piangeva insieme a me.
Io avevo il morbillo, la febbre alta, e quando mi capitava di incrociare il grande specchio che i miei avevano in camera da letto, la sola vista delle bolle che mi costellavano il viso mi faceva sobbalzare di singhiozzi.
E allora mia madre mi allontanava, mi girava per non farmi specchiare e mi ripeteva di stare buona e piangeva insieme a me.
Durante uno di questi giri ad evitare lo specchio faccio risalire il primo ricordo che ho di mio padre.
Appoggiato allo stipite della porta, radi capelli bianchi, un’espressione sofferente e triste, silenzioso, dimesso, guardava me e mia madre senza fiatare.
E ad ogni giro, ad ogni pianto, ad ogni singhiozzo, lui era sempre là, immobile.
Non una parola, solo lo sguardo fisso su di me.

Nella mia testa, per quanto mi sforzi di scavare nei meandri della memoria, mio padre è sempre stato vecchio.
Aveva già 54 anni quando sono nata, e li dimostrava tutti.
Ma non me ne sono resa conto finché non sono andata alle elementari; i bambini avevano genitori in media venti anni più giovani di mio padre e mi prendevano in giro, chiedendomi “dov’è tuo nonno?”, oppure “Giulia ha una mamma e un nonno”.
Io ci stavo male, perché non volevo essere diversa.
Inoltre mio padre era andato in pensione a sessanta anni, mentre la mamma lavorava ancora, e quindi era lui che mi accompagnava e mi prendeva tutti i giorni, tutti i santi giorni finché non sono stata abbastanza grande da poter andare da sola.
Non che mia mamma fosse una ragazzina: ma aveva qualche anno in meno, ed era una persona solare, allegra, gioiosa.
Quando stavo con lei mi sembrava fosse sempre estate, ed è ancora così anche se è vecchia e stanca; mio padre era invece l’inverno, il buio, la freddezza.
Io capivo che mi voleva bene ma non me lo diceva, non me lo trasmetteva con il corpo, con il cuore, con i gesti.
Era una persona perbene, mio padre. Aveva sempre lavorato per la stessa azienda metalmeccanica, aveva fatto una discreta carriera, e a quanto posso capire tutti gli volevano bene.
Solo, lui sembrava non interessarsi agli altri.
Neanche a me e mia madre.
Anche a casa, non aveva interessi.
Faceva la spesa, cucinava, si occupava delle bollette, poi però quando aveva finito di fare quelle poche cose passava tutto il giorno in silenzio davanti alla televisione a guardare insulsi programmi, o film stravecchi.
Non leggeva molto, qualche rivista.
Non usciva, non beveva, non aveva amici, non parlava.
Mio padre era una persona che sembrava essere passata per caso nel mondo, senza uno scopo.
Quando cominciai a lamentarmene con mia madre, lei lo difese.
“Tuo padre è una brava persona. E’ solo un uomo stanco. Ha vissuto molto e sofferto di più. Ma ti vuole bene, credimi Giulia, lui ti vuole tanto bene”
Ma a me le parole di mia madre non bastavano.
Avevo una vita serena, ero una ragazzina bella, alta, intelligente, allegra.
Avevo tanti amici, e mia madre mi adorava.
Ma questo padre così chiuso, così disperatamente perso nel suo animo da non riuscire a trovare la via per comunicare con me non mi andava giù.
E quando fui un po’ più grande cominciai ad arrabbiarmi con lui.
Volevo scuoterlo, gli dicevo che non gli volevo bene, che lo odiavo, che lui non valeva niente.
Non era vero, non lo pensavo, ma avrei dato qualsiasi cosa per vederlo uscire da quella poltrona, magari anche darmi due ceffoni.
E invece niente, mi guardava con quegli occhi buoni che io stavo cominciando ad odiare e non diceva niente. Mai niente.

I miei erano entrambi nati e cresciuti a Roma, ma quando mia madre rimase incinta mio padre ebbe un’opportunità di passare di livello in azienda andando a Milano, e così si trasferirono qui, dove io sarei poi nata pochi mesi dopo.
Mia madre prese un’aspettativa, era insegnante al liceo, e solo quando io andai alle elementari riprese a lavorare.
A Roma non avevamo praticamente più parenti, o amici; questa cosa non mi sembrava strana, allora, ma man mano che crescevo mi chiedevo come mai i miei non frequentassero nessuno, né a Milano, a Roma, nessuno.
Di fatto l’unico parente era la sorella di mia madre a Roma, che aveva due figlie entrambe più grandi di me, nonostante mia zia fosse ben più giovane di mia madre; mia cugina più grande aveva quasi dieci anni più di me, e la piccola sei.
Nei rari incontri – forse una volta l’anno – mi guardavano come fossi un alieno; parlavo una lingua diversa, avevo un’età che non le interessava, e in generale quelle rare puntate a Roma erano per me una tortura. Che io ricordi loro non vennero mai a Milano; forse una volta mia zia per lavoro, ma incontrò mia madre da sola e se tornò poi a Roma.

Infine vennero gli anni del liceo; furono anni difficili: il Paese in tumulto, i giovani che volevano cambiare tutto.
La scuola perennemente occupata, io nel collettivo; ero una dei leader e cominciai a prendere brutti voti, anche perché le lezioni erano rare.
Passai un periodo difficile, avevo un ragazzo che mi trattava male, cominciai a fumare e farmi qualche canna, la ragazzina bella e spensierata di pochi anni prima non c’era più, e la donna matura e assennata che sono ora era ancora di là da venire.
Fu in questo periodo che ebbi la crisi più difficile, e fu in questo periodo che trovai finalmente mio padre.

Avevo poco più di quattordici anni, una bambina se ci penso ora ma mi sentivo padrona del mondo; tornavo tardi la sera, mia madre mi aspettava in piedi preoccupata, e mio padre davanti alla televisione, quasi indifferente.
Io non rispondevo neanche alle loro domande, ero presa da me stessa e basta.
Una sera, anzi una mattina, rientrai alle cinque.
Mia madre e mio padre erano ancora lì, con l’espressione disperata.
Non li sopportavo, non li sopportavo più, dipendevo però da loro e questo mi faceva stare ancora più male.
Mia madre perse la pazienza, litigammo, le dissi una brutta parolaccia e lei per la prima e ultima volta nella mia vita mi diede un ceffone, mandandomi a sbattere contro un tavolino che si ribaltò, facendomi inciampare e cadere per terra.
Mi rialzai come una furia per andarle addosso, ma andai a sbattere addosso a mio padre che mi prese per le braccia.
Non avevo mai fatto caso quanto fosse alto e robusto. E la sua stretta forte.
Mi tenne ferma senza fatica, e io non osai dire nulla più per la sorpresa che per la paura.
Il suo viso era cambiato.
Era sempre lo stesso uomo, ma ora era un uomo deciso, forte, lo sguardo non prometteva nulla di buono.
– Dobbiamo parlare – mi disse, mentre mia madre si sedeva su una sedia, le mani alla bocca, scuotendo il capo e piangendo silenziosamente.
Lui la guardò, lo sguardo si raddolcì per un attimo e socchiuse gli occhi come per dire “stai tranquilla”.
Poi tornò a guardare me e io vidi nei suoi occhi il dolore che non poteva più trattenere.
– Io non permetterò che tu ti faccia male, Giulia. Non permetterò più che tu faccia male a te stessa, a tua madre, e anche a me. Io non permetterò che tu getti via la tua vita, la vita è preziosa, e io voglio, pretendo, che la tua vita venga impiegata al meglio –
– E proprio tu che non hai mai fatto niente nella tua vita, vieni a parlare di queste cose a me! – ebbi il coraggio di urlargli in faccia.
– Sì, proprio io. Hai scambiato il mio silenzio per inettitudine, Giulia, ma non è così. –
Mi lasciò il braccio ma io rimasi lì.
Avevo troppa voglia di stabilire finalmente un contatto con quell’uomo per andarmene proprio ora.

E fu così che mi raccontò la storia di Giulia.
La prima Giulia, la vera Giulia.
Giulia, la sorella che non avevo conosciuto perché era morta due anni prima che io nascessi.
Giulia, di cui non parlava mai nessuno.
Giulia, che cresceva come me alta, bella, solare, piena di vita, intelligente, passionale, aperta.
Giulia, che era la più brava a scuola, la più veloce a correre, e la più forte a saltare.
Giulia, su cui avevano investito tutta la loro esistenza, e riposto le loro speranze.
Giulia, che se ne era andata in poche settimane, senza dare loro il tempo di prepararsi.
Giulia, che gli aveva fatto promettere che avrebbero avuto un altro bambino, quel fratellino o sorellina che avevano sempre evitato di darle, perché volevano che lei avesse tutto il loro amore e la loro attenzione.

Io ascoltavo a bocca aperta, mentre le parole di mio padre uscivano a fiotti come ondate di un torrente che rompe gli argini insieme alle lacrime che correvano sul suo viso inarrestabili, e mia madre rimaneva seduta, il corpo completamente rannicchiato e la faccia tra le mani.

Poi da qualche cassetto nascosto uscirono le foto e una chiavetta usb con le immagini di Giulia.
Era come me, anzi io ero come lei.
Un po’ più alta di lei, forse, ma non c’erano dubbi sul fatto che fossimo sorelle.
Guardai senza parlare le poche foto che i miei avevano conservato, un piccolo video in cui salutava dopo un saggio di danza, il suo primo giorno di scuola media, un campeggio con gli scout.
Sempre senza dire una parola presi quelle foto e quella chiavetta e li portai con me nella mia stanza.

Passai ventiquattro ore senza uscire, senza mangiare né bere, e quasi senza dormire.
Piangevo in continuazione e rivedevo sul mio pc le foto, e quel video, e soffrivo per lei, per i miei, e anche per me.
Sentivo fuori dalla porta della mia camera i passi leggeri dei miei ma neanche una volta vennero a bussare.
Poi alla fine uscii, andai da mio padre e gli dissi solo: – Voglio andarla a trovare –

Il cimitero di Prima Porta a Roma è una grande area oltre il Raccordo Anulare e ci arrivammo direttamente da Milano dopo un silenzioso viaggio in treno e una mezz’ora in taxi.
Seguii i miei a piedi tra i viali pieni di lapidi, grandi tombe di marmo, alveari di fornetti e povere croci a terra.
Arrivammo infine ad una struttura rettangolare ed entrammo in un corridoio, buio, l’odore dei fiori pungente.
Giulia era là, in seconda fila. La foto, una di quelle che avevo già visto, le date, dei fiori ormai secchi, niente altro.
Mi inginocchiai, toccai il marmo con una mano e rimasi così per tanti, tanti minuti, prima di rialzarmi e di uscire senza girarmi.

Gli ultimi tre anni con mio padre, prima che la malattia lo facesse volare via da Giulia, furono forse i più belli della mia vita e penso che anche lui riuscì a venire a patti con questo strano universo e con il suo dio, se ne aveva uno, per avergli fatto vedere l’inferno in terra e in qualche modo avergli insegnato di nuovo ad amare.
Non credo di essere riuscita mai neanche per un minuto a sostituire Giulia nel suo cuore, ma a dargli una ragione per sorridere sì.
Abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo viaggiato, mi ha aiutato a studiare, ci siamo consigliati a vicenda in amore, lui per la mamma io per i miei fidanzati, e l’ho visto finalmente diventare ogni giorno più giovane, finché non se ne è andato in poco tempo, proprio come la sua Giulia.

Oggi mia madre è molto anziana, ma ancora sveglia, magra, e piena di ironia.
Mi aiuta con i ragazzi come può, vive con noi, e parliamo spesso di papà, di quello che ci è successo e di come tutto questo dolore infine ci abbia aiutato a essere più uniti e diventare la bella famiglia che siamo stati e che siamo tutt’ora.

Alla mia bambina più grande, che compirà dieci anni tra pochi mesi, non ho mai nascosto nulla, anzi.
Sa tutto, ha visto le foto, parla spesso con la nonna.
Le servirà, sapere la strana storia della nostra famiglia.
E ogni tanto, la sera, prima che si addormenti, mi chiede di raccontargliela ancora, quella storia.
La storia di Giulia.

Duomo backyard

Le Vacanze Intelligenti

La vacanza intelligente, si sa, è tanto più intelligente quanto è lontana. Per staccare, si dice.
E infatti la prima destinazione che ognuno prende in considerazione è la Nuova Zelanda.
Poi si comincia a considerare il budget, le ore di volo, il fuso orario, e si restringe sempre di più.
Via via vengono quindi scartate la Polinesia, la Cina, la California, la Namibia.
Si comincia a tracciare un cerchio che comunque comprende ancora destinazioni di tutto rispetto.
Però ho un amico che dice che le Azzorre sono ventose; pare che i bambini a Istanbul non si divertano; ho letto che l’Egitto non è sicuro; lascia stare, la Scozia è carissima e piove sempre.
Alla fine la scelta è sempre la stessa: Sardegna o Croazia?
È in quel momento, nella fase decisionale, nel momento cruciale in cui carta di credito alla mano state per prenotare, che squillano tutti i telefoni di casa.
E così scoprite che mamma ha gli attacchi di panico, papà la prostata, vostra sorella è incinta, e pure Zia Maria deve fare la dialisi, ma vostro cugino non ce la può accompagnare perché sta facendo trekking in Nuova Zelanda, ‘ccisua.
Ostia Lido, e non se ne parli più.

È impossibile partire per le vacanze intelligenti senza sistemare lo zoo che frequenta la vostra casa.
I pesci rossi vengono abbandonati al loro destino, tanto vanno cambiati ogni due settimane, perché muoiono di fame, o di troppo cibo, o di acqua sporca, o saltano dalla boccia nel vaso dei cactus.
Insomma, se tra due settimane sono ancora lì, vuol dire che Darwin non era un cretino.
Il cane Bau va dall’addestratore; due settimane che costano più delle vostre vacanze, ma al vostro ritorno obbedirà a tutti i vostri ordini, non vi trascinerà come fuscelli al parco, non cagherà su tutti i tappeti, e se vorrete, allieterà le serate con i vostri amici saltando nel cerchio di fuoco.
Se nel frattempo voi avrete imparato il tedesco, cioè.
Il gatto Miao va dalla suocera, che ha una gatta, Miaa, eternamente in calore, e che passerà tutto il tempo a strusciarsi su Miao.
Voi, previdenti, lo avete fatto castrare, e quindi Miao è una specie di budda indifferente di 25 chili, e non ci pensa minimamente a trombarsi Miaa.
Quindi siete tranquilli che quando tornerete le unità gattofile di casa vostra non saranno aumentate.
Tuttavia quello sempre maschio è, e anche se gli avete tolto il piacere della copula, per farsi bello con Miaa trasformerà tutte le gambe dei mobili antichi di vostra suocera in totem Anasazi.
Al vostro ritorno il conto del restauratore sarà più alto di quello dell’addestratore di Bau, e ho detto tutto.

La partenza delle vacanze intelligenti va pianificata con cura. A tal proposito avete letto tutti i massimi esperti sull’argomento, da Sun Tzu, a von Clausewitz, Rommel, Alessandro Magno e il De Bello Gallico.
Per identificare il giorno, l’ora e il minuto esatto della partenza, avete consutato Aci, Anas, Autostrade, ilemeteochefunziona.it, Branko e le stelle, e anche Zio Pinuccio, che mamma diceva avesse capacità divinatorie.
Una volta fatte le ultime regolazioni fini, tenendo conto di funzioni differenziali a quarantatré variabili, incluso peso lordo e netto dell’auto, cx, pressione degli pneumatici, umidità relativa dell’aria, partite.
Per ritrovarvi insieme ad un milione di persone al casello di Roma Nord, dato che tutti hanno fatto esattamente gli stessi vostri ragionamenti.
Nel frattempo, i vostri vicini Arruffagalline, che hanno deciso di partire per le vacanze solo all’ultimo momento, due giorni prima durante la giornata segnata come bollino nero a pallini viola, hanno postato su facebook le loro foto sdraiati su una spiaggia deserta – la vostra destinazione e del milione di auto che viaggia con voi – con in mano cocktail con ombrellino di ordinanza, e splendide hawaiiane nude, ornate solo di corone di fiori, che gli sculettano davanti. Quando voi, intendo dire voi milioni, arriverete, loro saranno ripartiti, per godersi finalmente la pace della città vuota.

Uno dei fondamenti delle vacanze intelligenti è: almeno in vacanza non voglio vedere nessuno!
Ed ecco che mesi prima parte l’intelligence.
Si mettono insieme intanto i dati noti: i Rossi hanno una casa a San Benedetto; i Marini hanno comprato una multiproprietà a Folgarida; so che i Bianchini passano l’estate da un amico a Scansano, e così via.
Poi si fanno carotaggi usando la tecnica subdola del “noi quest’anno pensavamo allo Zimbabwe, e voi?”, raccogliendo dati, assegnando parametri di attendibilità, e cominciando a disporre tutto su una mappa.
Arrivato il momento di prenotare, finalmente viene identificato il luogo equidistante da tutti i vostri amici: trattasi di Rocca Pipirozza di Sopra, residenti di inverno ventitré, d’estate ventisei, cioè loro più voi.
Ha qualche piccolo inconveniente, tipo il mare a settantuno chilometri, la montagna a centoquaranta, l’alimentari più vicino è a Rocca Pipirozza di Sotto, raggiungibile solo dopo quindici chilometri di tornanti, e la farmacia più vicina è quella sotto casa vostra, a Roma.
Per evitare che qualcuno possa avere l’intenzione di raggiungervi, avete disseminato falsi indizi dappertutto, e avete anche dribblato la portiera, pagata dai vostri amici, dalla CIA, FBI, Google e vostra suocera, dicendo che quest’anno due belle settimane a Igea Marina non ve le toglie nessuno!
Peccato che la vostra figlia tredicenne, mentre avviate il motore, abbia postato su facebook la notizia: “Grande! Si va a Rocca Pipirozza di Sopra!”
All’arrivo i vostri amici, che hanno preso alloggio dai paesani, vi aspettano con la banda, il tappeto di fiori, e sono già pronti per il gioco-aperitivo e il torneo di Burraco.

Stabilire la destinazione di una vacanza intelligente, in una famiglia media, è il risultato di una gara di nervi, di una partita di scacchi asperrima, tra tutti i componenti.
Cioè, finché i figli non raggiungono l’adolescenza, perché da quel momento si va dove vogliono loro e basta.
La moglie ha un solo, preciso, obiettivo: tornare a Sabaudia, dove avete trascorso le vacanze negli ultimi quindici anni.
Sa che voi odiate Sabaudia, e che il solo nominarla vi farebbe scoppiare le giugulari. Ma lei è più furba di così.
Voi aprite le danze con una dichiarazione programmatica: “quest’anno, viaggio culturale nel nord dell’India”.
Vostra figlia esulterà, ma solo perché pensa che l’India sia vicino Sabaudia.
Vostra moglie sorriderà dolcemente, e vi dirà: “ma certo, amore, te lo sei meritato, è il viaggio che sogni di fare da una vita ma che non sei mai riuscito a realizzare”. Eccerto, pensate voi, stiamo sempre a Sabaudia…
Voi credete che sia tutto deciso, e fate l’errore di investire cinquecento euro in guide turistiche, dvd, corsi di sanscrito, meditazione trascendentale e libri sulla cucina indiana.
Nel frattempo vostra moglie ha già prenotato le due centrali di ferragosto alla pensione Marisa di Sabaudia, che poi non si trova più posto.
Il giorno in cui skyscanner vi segnala con un sms che i voli per Nuova Delhi hanno raggiunto il costo minimo, vostra cognata accusa una colica renale.
Per sicurezza aspettate a prenotare, fa niente se costerà un po’ di più, vi dite.
Passa qualche settimana, e vi rendete conto che National Geographic Channel trasmette solo documentari sulle malattie infettive dell’India, il tg parla solo dei disordini in Kashmir, il papà di un amichetto di vostra figlia, medico, vi fa l’elenco delle vaccinazioni necessarie e delle possibili conseguenze.
Si avvicina giugno, e vostra moglie suggerisce di saldare un po’ di bollette per non rimanere indietro con i pagamenti; giusto, dite voi.
Ecco che si materializzano tutte insieme telecom, sky, la mensa della bambina, il mutuo, la rata dell’ipad, e anche il lumino del cimitero di nonna con gli arretrati di dieci anni perché quello stronzo di vostro cugino si era preso il mobile Impero, ma non aveva mai pagato.
Il conto in banca piange miseria, cominciate ad avere qualche dubbio, ma che cavolo, il viaggio della vita, prenderò un prestito!
La bambina deve mettere l’apparecchio, sentenza la mattina dopo vostra moglie.
Adesso? A giugno? Non si può rimandare a settembre? Pare di no.
Nonostante sentiate che il terreno vi sta franando sotto i piedi, e il vostro viaggio in India si allontana, non siete privi di risorse.
Dopo un’estenuante trattativa con l’ortodonzista, fate ricorso al caro, vecchio metodo degli assegni postdatati, e rimandate la spesa.
È il momento.
Vi guardate intorno aspettandovi qualche catastrofe, ma tutto sembra tranquillo.
Ricontrollate tutto per la millesima volta, vi sedete al pc, cominciate la prenotazione, inserite i dati, selezionate il volo, puntate il mouse su acquista…squilla il telefono.
Non rispondere, dice una vocina dentro di te. Lo sai già chi è.
Ma siete pur sempre un padre di famiglia, avete dei doveri, e quindi alzate il telefono.
È vostra moglie. In lacrime. Vi chiama dall’ospedale, dove le hanno appena messo un collare.
Ha tamponato un van di sei metri, distrutto la macchina, e preso un colpo di frusta.
Vi precipitate da lei giusto in tempo per sentire le ultime parole del medico: ….di assoluto riposo”.

A proposito: saluti da Sabaudia.

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La Spiaggia

Il vialetto che portava alla spiaggia si snodava sinuoso in mezzo ad un prato perfettamente curato.
Le pietre bianche, levigate e rifinite, formavano un piacevole contrasto con il verde dell’erba, anche se questi colori così intensi trasmettevano una sensazione di finzione a tutto lo scenario.
Le palme che di tanto in tanto spuntavano dal prato avevano i rami potati al punto giusto, e i frutti più remoti venivano rimossi, per timore che potessero causare danni, o peggio ancora ferite.
Dopo appena cento metri il vialetto in pietra continuava in un sentiero sterrato, ricoperto di sabbia bianca, che si insinuava in mezzo ad un bosco di palme da cocco, finché anche questo sentiero non terminava sulla spiaggia.
I quattro che avevano percorso il sentiero si fermarono un momento a guardare lo spettacolo che si presentava ai loro occhi: una spiaggia immacolata, di sabbia bianca e fine come talco, che si stendeva lungo una piccola baia, delimitata da due promontori,
Il mare, di colore turchese, inframmezzato da un blu più scuro dove si accumulavano le alghe, rifletteva il cielo azzurro, illuminato da un sole cocente, già alto nonostante fossero solo le nove del mattino.
Jeremy Jones, sua moglie Maria e i loro due figli non riuscivano quasi a muoversi, estasiati da tanta bellezza.
Appoggiarono i teli da mare sui quattro lettini – gli unici presenti sulla spiaggia – e tenendosi per mano si avviarono verso il bagnasciuga,
Una volta immersi i piedi in acqua, osservarono silenziosamente grandi banchi di pesci argentei, quasi trasparenti, che potevano essere notati solo seguendo la sottile striscia nera che ornava la pinna dorsale.
Fu Timmy, il più piccolo, a rompere il silenzio:
– Grazie papà, è veramente un posto bellissimo, la vacanza che avevo sempre sognato. –
Juanita, la figlia più grande, si limitò ad alzarsi sulle punte e a dare un bacio a suo padre, poi i due ragazzi si lanciarono nell’esplorazione de luogo, fuori e detro l’acqua, mentre Jeremy e sua moglie si andavano a stendere sul lettino.
– Ti amo – gli disse sua moglie mentre si sdraiavano tenendosi per mano.
Nonostante il sole fosse impietoso, non avevano bisogno di creme protettive; avevano preferito fare un trattamento di isolamento totale dell’epidermide, per evitare di correre rischi inutili, e soprattutto per non dover tornare indietro ogni volta che fosse necessario rimettere la crema: sulla spiaggia infatti non era consentito portare sostanze chimiche, né cibo, per preservarne la naturale bellezza. Solo una bottiglietta d’acqua a testa era consentita, e andava poi riportata indietro, sulla spiaggia non c’erano contenitori per l’immondizia.
Ad eccezione dei lettini in verità non c’erano affatto segni della presenza umana: era un luogo selvaggio e inaccessibile, e questo la rendeva unica e inimitabile.
– Ho visto una tartaruga! – gridò improvvisamente Timmy, ebbro di gioia.
Anche Juanita, sebbene dall’alto dei suoi quattordici anni tendesse a snobbare il fratello, di due anni più piccolo, si avvicinò per vedere.
I due genitori lasciarono tutto il divertimento ai loro figli, in fin dei conti era per loro che avevano fatto tanti sacrifici.
Sono felice, pensò Jeremy, e perché non dovrei esserlo?
Ho una famiglia bellissima, un buon lavoro al Ministero degli Interni, sto facendo una vacanza di sogno.
Guardò i suoi figli che correvano felici nell’acqua turchese, e in particolare Juanita: dalla madre aveva preso i colori, la pelle scura, i capelli e gli occhi neri, i denti bianchissimi.
Da lui l’altezza, i movimenti, le ossa lunghe e flessibili.
Sarebbe diventata una ragazza bellissima, anzi, lo era già.
Sospirò adagiandosi sul lettino a prendere il sole.
Verso le due, quando il caldo si fece opprimente, i quattro fecero un lungo bagno al largo, per poi esplorare la piccola baia.
Videro pellicani, splendidi uccelli nero/blu dal fischio delicato come quello dei merli, gabbiani, e poi iguane coloratissime e anche un procione.
Non videro altre persone, e non se lo aspettavano: quel paradiso era tutto per loro.
Il pomeriggio passò rapidamente, facendo castelli di sabbia, lasciandosi cullare dalla risacca, abbandonandosi ai flutti, e nuotando insieme alle tartarughe che non avevano a quanto pare paura di loro.
Si accorsero del tempo che passava quando il sole, che calava alle loro spalle, allungò le loro ombre sulla sabbia verso il mare, e la spiaggia assunse una colorazione rosata che la faceva apparire un luogo malinconico.
Non fecero in tempo a rendersene conto, che improvvisamenete il suono penetrante di una sirena lacerò l’aria.
I due adulti si guardarono, e anche se sapevano che questo momento sarebbe arrivato, la tristezza calò sui loro volti.
Timmy e Juanita invece raccolsero le loro cose felici, e si unirono ai loro genitori che si avviavano nuovamente verso il vialetto.
Un’ultimo sguardo alla spiaggia suggellò la giornata, e i quattro percorsero in silenzio le poche centinaia di metri di pietra bianca, verso un sole basso sull’orizzonte ma ancora terribilmente caldo.
Fu Juanita a spezzare il silenzio:
– Papà, pensi che ci torneremo ancora? – chiese, il tono un po’ più infantile dei suoi quattordici anni.
– Perché no? – rispose Jeremy sorridendo e prendendole la mano.
Già, perché no?
In fondo lui era riuscito a concretizzare il sogno di suo padre, e del padre di suo padre prima di lui.
Una giornata sulla spiaggia.
Aveva lavorato duro, per questo, e aveva sfruttato tutte le opportunità che la sua posizione al Ministero gli aveva offerto, oliato le persone giuste, leccato il culo a chi di dovere, e ci era riuscito.
Certo, era stato anche fortunato, di funzionari nella sua posizione in tutto il paese dovevano essercene milioni, e la lista d’attesa doveva essere di centinaia di anni, la probablità che una giornata sulla spiaggia venisse assegnata proprio a lui e alla sua famiglia era infinitesima, eppure eccoli qua, ce l’aveva fatta.
E chissà, forse i suoi figli avrebbero avuto un’altra opportunità: una carriera brillante, un ruolo politico di rilevanza nazionale, un’impresa di successo, magari anche solo un buon matrimonio.
C’erano possibilità, si disse,che uno di loro ce la facesse.
Non lui e sua moglie, no. Loro avevano avuto la loro opportunità e non ce ne sarebbe stata un’altra.
Ma i suoi figli, chissà.
Forse avrebbero passato un’altra giornata sulla spiaggia.
L’ultima spiaggia.

La spiaggia