We can be heroes

Ci sono storie che non vorremmo mai pensare, o leggere, o scrivere.
Questa è una di quelle

Se questo fosse un film, sarebbe di sicuro un film western.
Un terra desolata, un pugno di case, tre personaggi di dubbio gusto, di sicuro cattivi: il Giovane, il Vecchio, lo Straniero.
Se fosse un film western il Vecchio sarebbe sdentato, con le gambe storte, la pelle solcata da rughe profondissime per il sole cocente.
Lo Straniero sarebbe un messicano, piccolo, con gli occhi porcini e le labbra carnose perennemente inclinate in un sorriso furbo. Sarebbe silenzioso, attento a non irritare nessuno.
E il Giovane, il Giovane sarebbe un bulletto locale, che terrorizza i cittadini di quel povero paesino e tocca il culo alle donne senza che loro abbiano il coraggio di ribellarsi.
Se questo fosse un film ad un certo punto comparirebbe una Principessa, vestita come Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”, e camminerebbe eretta, fiera e consapevole della sua bellezza, e il Giovane se ne invaghirebbe come un signorotto di altri tempi.
La Principessa sarebbe debole, al cospetto di tanta malvagità, ma di sicuro se questo fosse un film western ad un certo punto arriverebbe l’Eroe.
Non importa quanto sporco sia, quanto lunga sia la sua barba o sfinito il suo cavallo, l’Eroe sarebbe comunque alto e biondo, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata.
Nei film western l’Eroe è sempre Clint Eastwood, in un modo o nell’altro.
Ovviamente l’Eroe trionferebbe sui tre disgraziati e salverebbe la Principessa, magari poi sposandola e diventando un uomo civile, oppure voltandosi, salutandola con la mano sul cappello e proseguendo per la sua strada.
Ma questo, questo non è un film western.
E non ci sono eroi.

In questo parcheggio di periferia il turno di notte capita sempre allo Straniero.
E’ un lungagnone dell’Est europeo, non è chiaro di quale paese ma non importa, non fa alcuna differenza.
Parla un buon italiano, con un pesante accento similrusso, e non conosce gli articoli: le sue conversazioni sono fatte di nomi, verbi, complementi, ma gli articoli no, quelli non sa cosa siano. Quando parla urla, come tutti gli stranieri dell’Est; chissà perché, forse lo sforzo di trovare le parole giuste gli innalza la voce di qualche decibel.
Guadagna meno di tutti ovviamente, perché non è certo assunto regolarmente e forse non ha neanche un permesso di soggiorno, ma gli hanno fatto ricavare una stanzetta nel retro del parcheggio ed è contento così.
Si è organizzato con un cucinino da campo e non appena chiude la serranda inizia a pastrocchiare con ingredienti di dubbia provenienza che provocano una puzza mefitica, che il giorno dopo si trasferisce dritta dritta nel fiato dello Straniero.
I clienti che ritirano la mattina presto la macchina devono sopportare una sferzata di rancidume che solo a metà mattinata se ne va via del tutto.
Lo Straniero non ha una donna fissa; ogni tanto si accompagna con qualche ragazzotta delle sue parti, e quando non ha una compagna si porta anche qualche prostituta che trova a poche centinaia di metri, vicino alla tangenziale.
Avrebbe una brandina, ma ha scoperto che alle sue donne piace scopare sul sedile posteriore delle macchine di lusso, e lui ormai le considera come camere d’albergo private.
Certo, poi deve perdere tempo a ripulire tutto, ma è un piccolo prezzo da pagare per vedere l’eccitazione negli occhi di quelle troiette quando le sbatte sul sedile posteriore di una BMW o di una Cayenne.
Sta attento che nessuno si accorga di questo suo hobby, e solo una volta per errore ha lasciato un preservativo sotto ad un tappetino.
La sfortuna ha voluto che l’abbia trovato l’impellicciata moglie dell’Ingegnere proprietario della vettura, ma dato che l’Ingegnere poco prima di riconsegnare la macchina a sua volta si era avventurato in una stradina per una veloce scopatina con la sua segretaria, il suo senso di colpa colossale lo ha tradito, e lo Straniero l’ha passata liscia.
Povero Ingegnere: se sapesse che il suo costosissimo divorzio è colpa di Anita e la sua pretesa di concedersi solo su sedili di pelle.

Il Vecchio non è poi così vecchio e probabilmente non percepisce una retribuzione per stare lì.
Forse è un parente del Giovane, di certo non il padre, non sembrano avere un rapporto così stretto; forse uno zio, o semplicemente un amico di famiglia stanco di andare ad osservare gli scavi dell’ENEL.
Non fa nulla di veramente complicato: non sposta le macchine, non prende i soldi, non assegna posti.
Per lo più sta fermo con un cappello in testa, o al massimo pulisce i vetri delle macchine con un vecchio canovaccio liso da secoli.
Come tutti i vecchi il Vecchio è mattiniero, e alle sei è già al suo posto, ad aspettare che lo Straniero stacchi il turno e gli si avvicini per imbastire interminabili discussioni che si protraggono fino alla tarda mattinata.
Discutono di calcio: se sia più forte la Juventus o lo Spartak Mosca piuttosto che non so quale squadra di Bratislava.
Discutono di politica, di economia, di cronaca, tutti argomenti di cui sembrano essere più ferrati del TG, ma soprattutto discutono di donne.
Il Vecchio ne discute virtualmente, dato che è vedovo da dieci anni, e anche se non lo fosse non cambierebbe gran che.
Lo Straniero gli racconta di qualche sua avventuretta a pagamento, gli fa vedere dei siti dove trova sostegno per le lunghe notti invernali, e siccome il Vecchio a malapena sa pronunciare la parola “computer”, gli ha rimediato dei vecchi numeri di playmen degli anni ruggenti che il Vecchio ha portato a casa per sfogliarli ogni tanto sospirando rumorosamente, pieno di una nostalgia irragionevole dato che donne così lui non le ha viste neanche quando cinquant’anni prima aveva ancora i capelli.
Tant’è, in una cucina disadorna e lurida campeggia il paginone centrale di una nota attrice francese degli anni settanta, le zinne in primissimo piano e un sorriso ebete alla stessa altezza della parola “Luglio”.
Il Vecchio la chiama “la mia fidanzata” e le fa l’occhiolino tutte le mattine quando prende un caffè in mutande e cappello.

Il Giovane è l’unico sposato, con una famiglia regolare, e si dà il caso che sia anche il proprietario del parcheggio.
Glie lo ha lasciato suo padre, che comprò un piccolo appezzamento di terra quando qui come si suol dire “una volta era tutta campagna”.
Poi vennero gli anni sessanta, la speculazione edilizia, e il padre del Giovane vendette la sua terra in cambio di un paio di appartamenti e questo parcheggio, unica fonte di reddito di due famiglie.
Che poi al Giovane, senza aspirazioni, senza voglia di studiare, senza neanche la spina dorsale, ritrovarsi un’attività avviata e poco faticosa andava anche bene.
Ora che il padre non c’era più poteva permettersi di fare il piccolo boss, tanto le macchine le spostava lo Straniero e i vetri li puliva il Vecchio; lui si limitava a stare tutto il giorno con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra.
L’autorità che gli derivava dall’essere il proprietario delle ferriere la sfogava sui due compari, ma nella vita reale, fuori dal parcheggio, non comandava poi così tanto.
La moglie, una megera invecchiata precocemente e che aveva perso ogni stimolo sessuale dopo la nascita dei due figli, lo trattava come uno straccio. La madre, incarognita dall’età e dalla vedovanza, come un adolescente.
E le altre donne, con cui sognava mirabolanti avventure extraconiugali, come quello che era: un debosciato senza cervello a cui non l’avrebbero data neanche se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
Solo una volta si era fatto convincere dallo Straniero – che aveva capito l’andazzo – a fare un giro con Anita sul sedile di una Mercedes, ma nonostante la buona volontà e la professionalità di Anita il Giovane non era riuscito a combinare niente.
Allora le aveva allungato altri cinquanta euro per garantirsi il suo silenzio, ma ovviamente lei e lo Straniero nelle notti che passavano insieme sui sedili di qualche fuoristrada ridevano sempre del Giovane e della sua debacle sul sedile di una Mercedes.

La Principessa ovviamente è bellissima, snella come possono essere snelle le ragazze di 16 anni o poco più, i capelli neri, gli occhi azzurri e la pelle bianca: una moderna Biancaneve.
Da pochi mesi si è trasferita insieme con i genitori nel suo nuovo castello, un appartamento di periferia ma grande e confortevole, ed ha cominciato a frequentare il liceo di zona.
Tutte le mattina percorre le poche centinaia di metri che la separano dalla fermata dell’autobus, dove incontra le sue amiche e insieme ridacchiano guardando costantemente il cellulare e ignorano le battute dei ragazzi.
E tutte le mattine, per arrivare alla fermata, passa davanti al parcheggio con la sua camminata veloce, fatta di ampie falcate che fanno risuonare i tacchi sul selciato del marciapiede e oscillare i capelli neri all’indietro, scoprendo a volte dei piccoli orecchini e un collo lunghissimo e bianco.
D’inverno per lo più ha indossato un lungo giaccone scuro, ma man mano che le giornate si sono scaldate ha cominciato a vestire un giacchino corto che le lascia libere le gambe sotto la gonna e fa vedere il rilievo del seno sotto un maglione chiaro, o viola, o nero, a secondo della giornata.
E’ bella la Principessa, ma di una bellezza delicata, sensuale ma non provocante.
Nessuno potrebbe pensare che sia in giro a cercare guai.
Nessuno sano di mente, cioè.

I tre hanno imparato che ogni mattina verso le 7 la Principessa passa davanti al loro parcheggio, e non possono perdersi lo spettacolo.
Odiano le giornate di pioggia, non perché temano di bagnarsi, ma perché un ombrello e un impermeabile impediscono di ammirare le cosce della ragazzina, e tifano per qualche bella giornata di sole, chissà che non decida di mostrare un po’ di tette, si dicono ridendo.
Il Vecchio la osserva con la stessa cupidigia fantascientifica con cui osserva le zinne dell’attrice francese appesa in cucina.
Per lui non fa nessuna differenza, sono entrambi prodotti della sua fantasia, per quel che può giudicare.
Lo Straniero guarda la Principessa con interesse ma con distacco: sa bene che anche solo uno sguardo sbagliato può metterlo nei guai, per cui si tiene lontano da certi pericoli; se dovesse avere voglia di toccare una donna gli basta allungare trenta euro ad Anita e si toglie qualsiasi soddisfazione senza correre rischi.
Ma il Giovane sogna.
Il Giovane è ancora abbastanza giovane da desiderare una donna vera e troppo stupido per capire che per una Principessa così un uomo come lui è meno che trasparente: è invisibile.
E allora sogna che prima o poi lei si accorga di lui, che veda in lui l’uomo maturo ma ancora abbastanza giovane per introdurla ai piaceri della carne.
Sogna che la fittizia autorità che può esercitare su quei due sbandati sia un vero carisma, e che lo possa usare per conquistare il cuore e le cosce della Principessa.
E si vanta di questo.
Lo dice spesso ai suoi sodali: dice che se lui volesse, che se solo facesse una mossa, che se la invitasse.
Se se se.
I due tollerano le sue buffonate, per convenienza e anche per pietà.
Ma un giorno lo Straniero è nervoso. Anita gli ha dato buca, e lui ha finito le sigarette e la birra.
Quando passa la Principessa e il Giovane dice “se”, lo Straniero non si trattiene:
– Che dici! Ragazza troppo bella e raffinata! Lei non guarda te! Tu troppo brutto! –
E ride a crepapelle, una risata cattiva e piena di disprezzo, mentre le guance del Giovane si imporporano e il Vecchio fa un sorrisetto maligno da sotto la coppola.

E così il Giovane fa un errore. Chissà, forse se non fosse stato spinto dall’orgoglio e dalla rabbia, dal desiderio e dal rancore, forse se non avesse sposato una donna frigida e più stupida di lui, e se non si fosse circondato di inetti forse il Giovane sarebbe potuto diventare una persona normale.
O almeno avrebbe potuto tenere a bada il suo istinto di maschio, un maschio che non sarebbe potuto diventare alfa neanche alla guida di un esercito di ritardati, ma che la posizione di padroncino di un parcheggio gli fa pensare di essere.
E poi ha bisogno di una scusa, di una spinta, perché vuole conoscere la Principessa da tempo ma non ne ha il coraggio, e allora eccolo il coraggio: “ve lo faccio vedere io”.
Il coraggio di un vigliacco che pensa di dimostrare a qualcuno la sua mascolinità con un atto di arroganza, quando neanche le labbra di Anita sono riuscite a compiere il miracolo.
Ma il Giovane vuole fare questo errore, lo vuole disperatamente: deve uscire dalla sua mediocrità, e vuole farlo conquistando la Principessa.
Non sa, non capisce, non si rende conto.
La mattina dopo aspetta la Principessa all’ingresso del parcheggio, sbirciando ogni tanto verso i due che lo guardano scettici, lo Straniero con un ghigno cattivo e il Vecchio con un sorrisetto tra il maligno e lo stolto.
Quando la Principessa arriva, il Giovane le si para davanti e le dice qualcosa. Lei si ferma e lo guarda con la freddezza di chi sa di essere superiore per cultura, bellezza, armonia.
E’ uno sguardo antipatico, quello della Principessa, e il Giovane avvampa mentre lei gli dice solo due o tre parole secche e scarta di lato per evitarlo.
In preda ad una rabbia incontenibile il Giovane tenta di fermarla prendendola per un braccio, ma lei gli molla un ceffone e si divincola scappando via di corsa.
Per un momento il Giovane si tiene la mano sulla guancia arroventata e guarda da sotto in su i due che ridono in fondo al parcheggio.
Poi si avvia verso di loro e quando gli arriva a portata, con una voce che sembra uscire dall’oltretomba dice solo:
– La dobbiamo far pagare a quella puttanella –

Ma pagare cosa? Cosa deve pagare la Principessa?
Di non aver voluto stringere amicizia e chissà cos’altro con uno scarto delle nostre periferie martoriate?
Di averlo guardato senza riuscire a mascherare il suo disprezzo?
Di avergli dato uno schiaffo per liberarsene?
Non lo sappiamo, ma il Giovane vuole fargliela pagare, e lo farà.
Quanto è vero Iddio.

Ma il suo Iddio sembra essere dalla parte della Principessa nei giorni successivi.
Lei evita accuratamente di passare vicino al parcheggio e i tre non godono più della vista delle sue gambe magre e del seno acerbo.
Piano piano la rabbia del Giovane sembra sbollire, e dopo i primi tentativi di presa in giro anche lo Straniero e il Vecchio sembrano dimenticarsi dell’accaduto.
Il Giovane ha anche tentato di sfogare la sua frustrazione mettendo le mani sulle zinne della moglie mentre questa lavava i piatti, solo per rimediare un altro ceffone, e la sua rabbia silenziosa monta sempre di più anche se apparentemente le giornate scorrono sempre uguali.
Poi un giorno Iddio si dimentica della Principessa, impegnato com’è a gestire tutta l’umanità, la galassia e l’universo.
E lei scende di casa per andare a prendere una birra per il padre, che sta guardando una partita e non vuole interrompersi, ma senza birra si sa, non è la stessa cosa.
Ci vado io, dice la Principessa, ci metto cinque minuti.
La rosticceria è a cento metri, forse ci vogliono anche meno di cinque minuti, ma per arrivarci la Principessa deve passare davanti al parcheggio.
E’ notte, non la vedranno di certo, e lei controllerà nessuno le si avvicini; farò in fretta, si dice.
Contrariamente alle sue abitudini però il Giovane è là fuori, appoggiato al cancello, nascosto dall’ombra di un muro.
Non è appostato, semplicemente non gli andava di tornare a casa dalla megera con cui divide la sua esistenza, ed è solo lì per accendersi una sigaretta lontano dalle macchine: da quando un cliente lo ha minacciato di fargli causa se avesse provocato un incendio alla sua meravigliosa automobile – una di quelle dove Anita amava di più scopare tra l’altro – e così il Giovane va a fumare all’ingresso.
Non ha fatto in tempo ad estrarre neanche l’accendino, quando con una sigaretta spenta penzolante dalla bocca vede passare la Principessa.
E’ un attimo, la afferra e le dà un violento ceffone, poi le chiude la mano con la bocca e la trascina verso il parcheggio.
Sta facendo una pazzia, ma la rabbia gli impedisce di ragionare: sa solo che ha avuto un’occasione e la vuole cogliere.
Quando lo Straniero lo vede arrivare con la Principessa trascinata si alza rapidamente dal computer e lo va ad aiutare.
Non è pazzo lo Straniero, tutt’altro.
Sa bene che quello che sta facendo il Giovane potrebbe farli finire in galera tutti quanti, anche il Vecchio che si avvicina toccandosi nervosamente il cappello.
E sa anche, lo Straniero, che c’è un solo modo per non andare in galera ormai.
Certo, potrebbe prendere a pugni il Giovane e liberare la Principessa consegnandola sana e salva ai suoi genitori, ma chi gli crederebbe? A lui, ad uno straniero senza permesso di soggiorno, un mezzo alcoolizzato, uno che frequenta un giro di puttane da trenta euro a botta.
E poi perderebbe quel lavoro, che gli serve, che è comodo per i suoi altri affari.
No. Lo Straniero sa bene come finirà, ma intanto adocchia le tette della Principessa, prende uno strofinaccio e rapidamente glielo stringe tra i denti così che lei non possa parlare.
Poi la butta sulla brandina e le alza le gambe.
Lei si divincola ma lui è robusto, la tiene ferma ma non riesce a fare altro; allora le molla un ceffone, e poi un altro, e poi un altro, poi un manrovescio che le apre una ferita sul viso e poi urla al Giovane:
– Tieni ferma questa puttana! –
E quello si precipita a bloccarle le braccia, mentre il Vecchio ridacchia nervoso girando su se stesso.
Lo Straniero strappa le mutandine alla Principessa, poi si abbassa i pantaloni; è eccitato, e senza aspettare oltre la penetra facendole emettere un urlo strozzato dal canovaccio, mentre il torace della Principessa si inarca quasi fino a spezzarsi, con le gambe tenute ferme dallo Straniero che spinge sempre più in fondo con il bacino, e con le braccia tenute ferme dal Giovane che suda di eccitazione e a bassa voce incita lo Straniero:
– Dai dai dai dai dai! –
Chissà, forse pensa di approfittare anche lui dell’occasione che ha creato, non solo quello Straniero a cui lui graziosamente continua a passare uno stipendio da fame.
La Principessa continua a cercare di divincolarsi, usa tutta la forza dei suoi sedici anni per liberarsi della stretta dei due, ma lo Straniero infastidito le lascia un attimo una gamba e le da’ un cazzotto violentissimo che la tramortisce.
E finalmente con la Principessa semi svenuta lo Straniero finisce il suo triste lavoro, eiaculando con un grido di soddisfazione.
Subito dopo esce, si pulisce alla bene e meglio sulle mutandine strappate della Principessa, rimette dentro il pisello sporco e si chiude i pantaloni.
Il Giovane sorride, è contento.
Finalmente si è vendicato di quella stronzetta, finalmente le abbiamo dato il fatto suo, pensa. Ora sa chi comanda, chi è il vero uomo, si dice.
Poi guarda lo Straniero, ed è dubbioso:
– E ora? – chiede.
– Ora la ammazziamo e la andiamo a buttare nella discarica. – risponde lo Straniero, senza mostrare emozione.

Il Giovane spalanca la bocca dalla sorpresa mentre il Vecchio improvvisamente ha paura.
Solo lo Straniero sembra sicuro di sé.
E il Giovane capisce solo ora in che guaio si sono cacciati.
Non possono certo lasciare andare la Principessa con tante scuse. Né servirebbe minacciarla, le hanno lasciato dei segni evidenti.
Il Giovane capisce che appena la Principessa uscirà di lì per loro è finita.
Guarda la ragazza che singhiozza sulla brandina mentre lui le tiene ancora le braccia e lo Straniero che va sul retro a prendere qualcosa: e immagina di cosa si possa trattare.
Gli viene da piangere, perché non vorrebbe trovarsi in quella situazione, ma è stato lui a creare il casino e ora deve solo ringraziare lo Straniero, quest’uomo alto e allampanato, che sta per risolverlo.
A modo suo, ovviamente, probabilmente utilizzando il coltello che ha nella mano destra quando torna dal retro.

E l’Eroe?
Dov’è l’Eroe?
Perché se c’è un momento in una storia in cui c’è bisogno di un Eroe è questo.
Mentre la Principessa è prigioniera dei cattivi che l’hanno violentata e la vogliono uccidere, è ora il momento per l’Eroe di entrare in scena.
Ma l’abbiamo detto all’inizio: non ci sono eroi in questa storia.
Non esiste un Principe Azzurro, un Cavaliere Bianco che vengano a salvare la Principessa.
In questa brutta storia di periferia l’Eroe, semplicemente, non esiste.

Però c’è un Tossico.
Come Eroe non è gran che e se lo vedeste capireste perché.
Un ragazzetto di una ventina d’anni, alto e secco come un pioppo, con addosso almeno venti chili meno del necessario.
Si è iniettato eroina da quando ha quattordici anni, poi ha smesso, poi ha ripreso, ora è in cura al SERT, gli danno il metadone, cerca di starne fuori e forse stavolta ci riesce.
Ma non può resistere al richiamo della droga, e per non farsi di eroina ogni tanto compra del fumo.
Lo compra dallo Straniero, che ne tiene un tocco in un cassettino: glie lo dà un altro dell’est che ha un giro grosso.
Lo Straniero non vuole farsi coinvolgere nello spaccio ma arrotonda vendendo un po’ di fumo a qualche ragazzo del quartiere.
Il Tossico va ogni tanto, la sera tardi quando il Giovane di solito è a casa, perché lo Straniero gli ha detto che il suo capo non sa di questo piccolo business.
E allora un paio di volte a settimana, come oggi, il Tossico si avvia verso il parcheggio con una sigaretta tra le labbra per comprare un po’ di fumo e cercare di resistere alla tentazione di qualcosa di più forte.
Intanto nelle sue preghiere la Principessa invoca dio, papà, la Polizia, i Carabinieri, chiunque, ma quando vede spuntare la figura del Tossico dal cancello le sue speranze si consumano come la cenere della sigaretta del ragazzo.
Tutti si girano a guardare l’intruso.
Lo Straniero gli grida:
– Vattene via! – con una voce cattiva e con il coltello che non promette niente di buono.
Il Tossico guarda gli occhi pesti della ragazza, le mutande strappate e sporche, il Giovane che la tiene per le braccia, il Vecchio che sposta il peso da un piede all’altro guardando in basso e toccandosi il cappello, e lo Straniero con gli occhi iniettati di sangue ed un coltello in mano.
Se fosse più intelligente, o semplicemente più lucido, forse il Tossico girerebbe sui tacchi per andare dalla Polizia se volesse aiutare la Principessa, o da un altro piccolo spacciatore se volesse fottersene.
Invece fa un passo avanti e dice:
– Ma che cazzo state facendo qua? –
Lo fa perché è stupido e non capisce? Perché è curioso? Perché qualcosa nel suo DNA gli dice che una ragazzina sdraiata di fronte ad un uomo con un coltello non è una cosa normale?
Forse.
Ma non è importante, il perché.
Fa un altro passo e guarda in faccia lo Straniero.
Cerca di capire qualcosa mentre il Giovane è in preda al terrore, le cose precipitano, e lo sguardo dello Straniero non promette niente di buono.
Il Giovane vuole prendere la situazione in mano, alza un braccio per gesticolare e per dire qualcosa, ed è in quel momento che la Principessa scatta in piedi verso il cancello del parcheggio.
Per un breve momento il tempo si ferma, e l’istantanea che potremmo guardare e riguardare è sempre la stessa: la Principessa che fa leva sui suoi sedici anni per divincolarsi e sfuggire, il Vecchio che continua a guardare in basso, il Giovane che rimane stupito, e lo Straniero che si getta verso la ragazza.
Lei è giovane, ha i muscoli scattanti della sua età, è allenata, è forte.
Ma ha preso un sacco di botte, ha subito una violenza, e lo Straniero è più alto, più forte, più determinato.
Si getta verso di lei e in due passi ha già ripreso quasi tutto il distacco, ancora due passi e riuscirà ad acchiapparla molto prima che lei arrivi all’uscita.

Ma il Tossico gli si para davanti e lo ferma per un braccio.
– Che cazzo vuoi fa… – chiede allo Straniero, ma non riesce a finire la frase perché lo Straniero gli conficca il coltello nell’addome e il Tossico si piega in due e cade inginocchiato mentre il sangue gli sgorga improvviso e violento dallo stomaco e dalla bocca.
Lo Straniero gli gira intorno rabbiosamente con il coltello insanguinato in mano, ma la Principessa non c’è più.
Quei pochi secondi le sono bastati per scappare via e correre verso casa.
Lo Straniero esce dal cancello ma non si vede più nulla.
Non sanno dove abita, e comunque a questo punto non è più importante.
Si gira e torna indietro, ignorando il Tossico morente sull’asfalto.

Se questo fosse un film no, non sarebbe un film western.
Sarebbe la storia che abbiamo raccontato.
La storia di una Principessa violata, che passerà molti anni della sua vita a cercare di ricostruire un motivo per alzarsi la mattina e andare a scuola.
La storia di uno Straniero, scomparso subito dopo con il suo coltello e con le sue misere cose, pronto a ricominciare in un’altra città, o magari anche un altro stato.
La storia di un Vecchio, che non finisce neanche in galera, non ha fatto niente e poi è incapace di intendere e di volere, dicono.
La storia di un Giovane, che passerà i prossimi mesi a fare da fidanzata in galera ad un energumeno, straniero anche lui, fino al giorno in cui lo trovano impiccato ad una doccia.
La storia di un Tossico, e non di un Eroe, che senza volerlo o forse sì, ha sacrificato la sua vita per salvare una Principessa.

Una brutta storia di periferia, un film che non vorremmo mai vedere.

La lupa, il falco, la bambina e il giglio

Una favola per Natale.

Vieni forestiero, non avere timore.
Il nostro piccolo paese incastonato tra le rocce è costruito per respingere, ma solo chi vuole farci del male.
I nostri concittadini sono montanari ruvidi, duri, temprati dalle intemperie e dal lavoro nei boschi, ma sono persone generose.
E’ probabile che se li dovessi incrociare di giorno, lungo la via principale, ne ricaveresti un’impressione sbagliata.
Perché non sorridono quasi mai, sono silenziosi, gli occhi bassi, sempre intenti a fare qualcosa di difficile e faticoso.
Sai, la vita quassù è dura e non abbiamo avuto il tempo di sviluppare la cortesia che caratterizza di abitanti della valle, con i loro abiti colorati, le feste, e le reginette di bellezza.
Noi dobbiamo combattere contro le nostre stesse case che stridono giorno e notte, contro i boschi che ci vogliono conquistare, contro le montagne che incombono sulle nostre teste, contro il vento, la neve, la pioggia e il freddo.
Per questo ci perdonerai se non ti accogliamo con urla di gioia e banchetti in tuo onore.
Ma se una sera, quando il gelo impedisce di camminare per la strada, vorrai unirti insieme a noi nell’unica osteria aperta fino a tarda notte, ci vedrai ridere e scherzare, rossi di caldo e di birra.
Ci sentirai cantare vecchie canzoni montanare e nuovi inni alla gioia e al piacere della vita.
Vedrai i più giovani morire d’amore per una ragazza, non importa se non tanto snella o aggraziata, e gli anziani scuotere la testa in segno di disapprovazione.
E finalmente, quando ti sarai riscaldato al calore del grande camino, la curiosità prenderà il sopravvento e me lo chiederai.
Tutti i forestieri me lo chiedono.
Tutti mi fanno la stessa domanda: perché il giglio?
Perché questo paese così freddo e ghiacciato, in cui coltivare patate sembra essere il lusso più grande che la terra conceda, ha scelto il giglio come simbolo?
Perché ogni porta, ogni finestra, ogni abito, ogni singolo attrezzo ha un giglio intagliato?
Sarò paziente, forestiero, con te come con tutti.
E ti racconterò una storia.

Molti anni fa, molto prima che io nascessi e che mio padre nascesse, il nostro paese entrò in guerra.
Non mi chiedere perché, non c’è mai una ragione seria per una guerra.
Qualche volta è per colpa di una donna, oppure per delle ricchezze, per un’onta, per la conquista di un territorio.
Ma non ci sono mai ragioni per uccidere altri esseri umani.
Ma tant’è, il paese fu coinvolto in una guerra sanguinosa che durò anni e anni e che sembrava non voler finire mai.
Il paese stesso ne moriva, perché le braccia più forti erano impiegate per reggere una spada, e nessun paese può sopravvivere se affidato solo a donne, vecchi e bambini, soprattutto un luogo duro come questo.
Mentre la guerra insanguinava le nostre terre, ai margini del bosco, dove la vita è più dura perché la battaglia contro la natura più difficile, viveva una famiglia.
Una delle poche famiglie in cui l’uomo di casa non era andato in guerra.
Aveva resistito strenuamente ai richiami delle armi per stare vicino a sua moglie e a sua figlia.
Lily, si chiamava la piccola, una bambina di quattro o cinque anni.
Pensi che il nome non sia un caso? Sei arguto, forestiero, ma non anticipare le cose; ascolta con calma la mia storia mentre bevi la tua birra.
Lily aveva i tratti della nostra gente: capelli neri, occhi scuri.
Ma aveva la pelle bianchissima, e una cosa in più degli altri: era bella.
Alta per la sua età, aggraziata, sorridente.
Tutti ne erano innamorati, era il fiore del nostro giardino, e forse, dico forse, era il motivo per cui tutti avevano chiuso un occhio quando il padre era sfuggito alla chiamata alle armi.
Ma lo sai, la guerra non risparmia niente e nessuno: nessun fiore, nessun cuore, nessun incantesimo.
La casa era isolata, e un’avanguardia dei nostri nemici la assaltò.
Il padre combatté strenuamente, ma era solo e non avvezzo alle arti militari.
Quando i paesani raggiunsero la casa, attirati dalle urla, la tragedia si era ormai consumata.
Il padre e la madre erano morti, trucidati da quei barbari che pretendevano le nostre terre, e la bambina scomparsa.
Trovarono le tracce dei suoi piedini nella neve, era corsa via scalza, e le seguirono fino ad una radura, dove le impronte improvvisamente scomparvero.
La cercarono disperatamente per giorni e giorni, con la luce e con il buio, ma non la trovarono.
E alla fine dovettero rassegnarsi ad accettare che la tragedia si fosse consumata.
Se possibile questo evento rese la guerra ancora più cruenta; i miei concittadini misero ancora più ferocia nelle loro azioni, e da una parte e dall’altra le nefandezze aumentarono e sembravano non avere mai fine.
E Lily?
Era morta? Magari di freddo e di fame?
Oppure divorata da una bestia selvatica?
No, non andò così, altrimenti non saremmo qui a chiacchierare stasera.
Non chiedermi come lo so, anche questa è una domanda che mi fanno tutti ma non rispondo a nessuno.
Però se vuoi posso raccontarti cosa è accaduto alla bambina.
Ricordi che le impronte finivano improvvisamente nella radura, in mezzo alla neve fresca?
Come è potuta scomparire una bambina nel nulla senza lasciare altre tracce?
Facile.
E’ stata portata via da qualcosa che era in cielo.
No, non una di quelle macchine volanti di cui si fantastica nelle notti in cui l’alcool scorre particolarmente copioso.
Era un falco.
Il signore di queste montagne, un predatore implacabile, un essere dalla vista acuta e dagli artigli poderosi.
Che si nutre di tutto ciò che corre incauto a terra, fuori dalla protezione del bosco.
Vuoi sapere se Lily è stata uccisa dal falco?
Non ho detto questo.
Ho detto che è stata presa.
Il falco l’ha vista correre, impazzita dal dolore, e l’ha afferrata con sicurezza ma con delicatezza con i suoi artigli e l’ha portata lontano, in mezzo alle zone più recondite della foresta che circonda le nostre terre, dove nessuno di noi si avventurerebbe mai.
Esiste un luogo, in questa foresta, un luogo che qualche ignorante non esiterebbe a definire magico, perché in mezzo al freddo e alla aridità del terreno anche in pieno inverno l’erba è verde, l’aria calda, e gli animali abbondano.
Ma non è magia, credimi.
Come faccio a saperlo?
Miscredente! Preferisci credere alla magia, o alle parole di un anziano, o forestiero?
Il luogo non è magico, tutt’altro: dalle viscere della terra sgorgano delle acque bollenti, ricche di minerali, che rendono il terreno fertile e l’aria tiepida.
Ed è proprio lì, in questa oasi in mezzo al deserto di ghiaccio, che viveva la lupa.
Sì, lo so anche io che i lupi amano vivere in mezzo alle nevi, sugli strapiombi ghiacciati da dove possono vedere le prede e lanciarsi verso una caccia brutale.
Ma non ho detto lupi.
Ho detto la lupa.
Una bestia solitaria, che aveva abbandonato i suoi simili e aveva scelto l’oasi come sua residenza per la facilità con cui poteva cacciare il cibo senza bisogno del branco.
Il falco scese e lasciò la bambina davanti alla grotta dove sapeva che la lupa si rintanava quando era stanca.
Piano, senza fretta, dal buio della grotta l’animale spuntò.
Prima gli occhi, poi le zanne, infine tutto il resto.
Guardò il falco. Non erano amici, devi sapere. Si tolleravano tuttavia, pur cacciando le stesse prede, e non si facevano la guerra.
C’era già abbastanza guerra in quelle terre.
La lupa guardò la bambina che piangeva silenziosamente, la afferrò per la maglietta con i denti e senza girarsi la portò nella grotta.
Negli anni che seguirono, mentre il sangue in paese continuava a scorrere senza interruzione, Lily visse con la lupa e con il falco.
La lupa la allattò per un po’, poi l’aiutò a scegliere i funghi, e a mangiare piccoli animali.
Lily aveva visto sua madre cucinare, e anche se era un piccola bimbetta imparò ad usare le acque bollenti della sorgente per cuocere le carni.
Il falco invece la spingeva a non adagiarsi a quella vita protettiva.
Arrivava all’improvviso e la faceva rotolare con una spinta del becco.
Poi la stuzzicava, le faceva piccolissime ferite che emettevano solo poche gocce di sangue, ma sufficienti a far infuriare Lily che gli correva incontro con un bastone o con un sasso, e ovviamente non lo prendeva mai.
Alla fine divenne così agile, e forte, che non ebbe bisogno più della lupa per trovare da mangiare.
Questa vita sarebbe potuta andare avanti per sempre forse, ma un giorno accadde un fatto straordinario.
Forse magico, questo sì.
Ai bordi della sorgente, tra le rocce e il bosco, spuntò un giglio.
Alto, bianco, luminoso.
Quando Lily lo vide, ricordò.
Improvvisamente ricordò tutto.
Ricordò un libro che aveva sua madre, dove erano descritti i fiori più belli del mondo.
Ricordò che il giglio era il suo preferito.
Ricordò che la madre un giorno le disse di averla chiamata così perché quando era nata era bella e bianca come un giglio.
Poi ricordò quella notte terribile: la morte dei suoi genitori, la corsa, il falco, la lupa.
E per la prima volta da molti anni pianse.
Si inginocchiò davanti al giglio, lo prese delicatamente e lo strappò dalle sue radici.
Poi si girò e vide la lupa ed il falco che la guardavano.
Durò pochi secondi, poi il falco si librò in cielo sbattendo le ali, e la lupa tornò nella grotta scomparendo alla sua vista.
Lily esitò solo un attimo poi prese il giglio, indossò la giacca di pelli di coniglio che si era fabbricata, e si incamminò nel bosco.
Dopo due giorni di cammino, in cui soffrì la fame e il freddo, arrivò finalmente al paese.
Il nostro paese.
Arrivò al momento giusto, o forse quello sbagliato, non saprei dirlo.
Arrivò mentre la battaglia imperversava già nel nostro paese casa per casa, e gli uomini morivano davanti ai suoi occhi.
Arrivò con il suo giglio bianco, in mezzo al paese, e si fermò.
E tutti quanti si fermarono quando la videro.
Quando videro i suoi occhi disperati.
La sua bocca tremante.
Le mani delicate che reggevano il giglio.
Improvvisamente i soldati, che fino ad un momento prima si combattevano con ferocia, abbassarono le punte delle spade.
Il silenzio calò sul campo di battaglia.
Lily guardò tutti con rabbia, poi con compatimento, infine con tenerezza.
Gli uomini si vergognarono di loro stessi e chinarono il capo.
Il silenzio durò a lungo, finché non venne interrotto dalle campane della piccola chiesa, lontana, arroccata all’inizio delle montagne.
Era la vigilia di Natale, e mentre i preti celebravano la messa, uomini ormai induriti da anni di guerra continuavano ad ammazzarsi.
Fu un attimo, finché il primo dei soldati non si fece coraggio e gettò la sua spada a terra: il rumore così assordante che tutti sobbalzarono.
Poi un altro, poi un altro, finché tutti non ebbero gettato le armi, da una parte e dall’altra.
Lily li guardò con compiacimento, poi con il suo giglio stretto in petto si diresse verso la chiesetta, seguita da tutti i soldati.
La guerra finì quel giorno, e il giglio di Lily divenne il simbolo del nostro paese.

Ora vorrai sapere cosa ne è stato di Lily, dopo, vero?
Lo immagino, tutti vogliono saperlo.
Ma a nessuno dò una risposta.
Però, se può consolarti, chiederò a mia figlia di portarti un’altra birra.
Sì, proprio lei.
Proprio quella ragazza con i capelli neri, gli occhi scuri, e la pelle bianca come quella di un giglio.

giglio-fiore