Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi

Annunci

Quando muore un vecchio

Quando muore un vecchio, spesso l’unica cosa che si ricorda di lui sono gli ultimi atti della sua esistenza.
Ci viene in mente la sua camminata incerta, magari storta, la testa incassata nelle spalle curve e il braccio appoggiato ad un giovane straniero.
Le ore passate su una panchina, a prendere un po’ di sole per scaldare un corpo che sente già freddo, oppure su una poltrona davanti ad una televisione che non gli piace più.
Ricordiamo la geografia delle rughe, gli occhi acquosi che tentano di sorridere invano, la pelle ingiallita dal tempo e dalle intemperie.
L’immagine che ci è rimasta impressa sulla retina è quella di una bocca sempre aperta nel disperato tentativo di tirare su anche l’ultimo refolo di ossigeno, per alimentare i polmoni stanchi di alzarsi e abbassarsi senza sosta.
Non riusciamo a dimenticare lo sguardo imbarazzato della prima volta in cui si è bagnato i pantaloni, come quando era un bambino: uno sguardo terribile, quello di un uomo che non ha più il controllo del suo corpo, e lo odia perché non segue più i suoi desideri.
Ci fanno tenerezza le parole senza senso dette nei momenti più sbagliati, la memoria che svanisce poco a poco fino a diventare una cassaforte inespugnabile, le stesse frasi ripetute ogni volta, e molte volte, e sempre uguali, come una radio rotta.
Quando muore un vecchio, l’ultima volta che lo vediamo è spesso un povero corpo dentro un contenitore di legno, un vago simulacro di quella persona che è stata per molto tempo.
Un vecchio lascia ricordi da vecchio, immagini da vecchio, sentimenti da vecchio.

Quando muore un vecchio, qualche volta è una liberazione.
Per non vedere più quei tubi martoriare il corpo e l’anima di una persona amata.
Per non sentire i lamenti quando il dolore si fa più forte e nessuna medicina può calmarlo.
Per non doverlo guardare mentre dorme, il respiro pesante, e le lacrime scendono senza interruzione mentre gli teniamo la mano.
Qualche volta, anche se non si dovrebbe, la morte di un vecchio libera la vita degli altri, anche di quelli che lo amano.
Per questo i vecchi si lasciano andare. Per amore, per non essere più un peso, per lasciare un ricordo di sé che non sia solo ospedali, ambulanze, pianti e dispiacere.
Qualche volta, quando muore un vecchio, è l’inizio di una nuova vita per qualcun altro, l’ultimo regalo che si può fare a chi magari ci è stato vicino per tanti anni.

Ma quando muore un vecchio quasi nessuno pensa mai che insieme a quel vecchio sono morte tante persone, moltissime.
E’ morto l’uomo che ha sofferto per un amore perduto o l’uomo appassionato che ha inventato parole per la donna che amava, e pianto e riso insieme a lei.
L’uomo che ha rubato un ramo di mimosa ogni anno allo stesso albero per quaranta anni, e che ha ricordato ogni anniversario, anche il più banale.
E’ morto il ragazzino che è tornato a casa piangendo con un ginocchio sanguinante, e con un occhio nero per il pugno di un compagno.
E’ morto un adolescente che ha aspettato invano ore per incontrare una ragazzina, per poi vederla arrivare insieme ad un altro.
Colui che è partito militare ragazzo ed è tornato uomo.
E’ morto lo studente che passava le notti sui libri con una tazza enorme di caffè, con la madre che ogni tanto veniva ad accarezzargli la testa, e che lo copriva per non fargli prendere freddo quando lo trovava addormentato sul tavolo.
E’ morto il sorriso sbiadito di una fotografia, scattata in paese lontano, con i capelli ancora lunghi al vento e tanti anni ancora davanti per viaggiare, ridere e piangere.
Quando muore un vecchio se ne va l’uomo che ha lottato tutta la vita per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, bruciando le ore e gli anni migliori della sua vita magari a fare cose che non gli piacevano, solo per uno stipendio e per vedere la felicità negli occhi dei suoi figli per un regalo inaspettato.
E non penserete mai che questo vecchio, che ha regalato l’ultimo sorriso tanto tempo fa, abbia potuto scrivere poesie, dedicare canzoni, vedere paesi lontani, conoscere e amare mille persone, soffrire e gioire, vedere nascere e morire, partire e tornare.
Che ha attraversato questa esistenza di carne e sangue con gli occhi aperti e il cuore in mano, con i nervi tesi e i muscoli pronti, con le mani grandi e le lacrime calde.
Che molto ha dato e forse, forse, molto ha ricevuto.

Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

La lettera

Quando uscì per andare a pranzo accese finalmente il cellulare.
Aveva avuto dieci pazienti, quella mattina, ed era sfinito.
Non aveva avuto neanche il tempo di chiamare Anna, né di leggere i messaggi.
Al pensiero di lei un sorriso gli partì dagli occhi e si irradiò lungo il viso, mentre accendeva il telefono.
Ripensò alla sera prima, quando lei era rimasta per la prima volta a dormire da lui.
Era una promessa, pensò, una promessa di un futuro insieme.
La conosceva da poco, neanche due settimane, aveva accompagnato una sua amica per una visita ed era stato come se un tir gli fosse improvvisamente venuto addosso, e per quanto poteva saperne, anche per lei era stato lo stesso.
Erano finiti a letto alla prima occasione, e poi ancora e ancora, ma lei era restia a farsi coinvolgere.
Si eclissava per giorni interi, poi tornava, facevano l’amore, oppure andavano a fare lunghe passeggiate in un prato, andavano a cena insieme e poi lei scompariva.
Aveva paura, concluse lui, paura di questa relazione, con un uomo divorziato, così diverso da lei, un medico e una bibliotecaria, che accoppiata.
E invece ieri sera, per la prima volta, era rimasta a dormire da lui.
La mattina si era alzato, l’aveva lasciata dormire, poi era arrivato a studio e non aveva avuto più tempo di chiamarla.
Però aveva pensato a lei tutto il tempo e ora poteva finalmente sentirla.
Mentre varcava il portone la portinaia gli venne incontro.
– C’è una lettera per lei –
Altri soldi, pensò sconsolato, poi la guardò bene: era una busta color giallo chiarissimo e sopra c’era scritto solo “Giulio”.
Lui la fissò a lungo poi alzò lo sguardo verso la portinaia.
– Da dove viene? – chiese secco.
La donna si intimidì un po’.
– L’ha portata stamattina presto una ragazza, pregandomi di non disturbarla e di dargliela quando sarebbe uscito a pranzo –
– Com’era fatta? – chiese lui incalzante, quasi urlando.
– Alta, snella, capelli raccolti in una coda… –
Sentì le gambe che gli cedevano: aveva riconosciuto la calligrafia, ma aveva sperato di sbagliarsi.
Andò al parco, quasi barcollando, scelse una panchina assolata per difendersi dal freddo dell’inverno, e si sedette, testa tra le mani.
Una lettera.
Di Anna.
Se fosse stata una cosa bella non l’avrebbe mandata.
Anzi.
Non l’avrebbe scritta.
Guardò nuovamente il cellulare: nessun messaggio.
Provò a chiamarla: staccato.
Cominciò a respirare affannosamente ma l’aria si rifiutava di entrare nei polmoni, mentre il cuore gli batteva direttamente sotto il mento.
Con le mani tremanti prese la busta, l’aprì lentamente, e ne estrasse qualche foglio pieno della sua calligrafia irregolare, storta, una scrittura di carattere, come lei.
Iniziò a leggere.
“Caro Giulio,
quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Sarò in volo per Delhi, dove poi cambierò aereo per raggiungere il Laos.
Non tornerò, vado a vivere là.
Vedi…non ti ho detto tutto di me, e anche se mi sento il cuore stretto in una morsa per il senso di colpa, l’ho fatto per te, e per me.
Per vivere il più felicemente possibile questi pochi giorni che il destino ci ha riservato.
Io ti amo.
Ti amo più di quanto non abbia mai amato nessuno in vita mia, e in un altro momento, in un altro universo, sarei rimasta in quel letto ad aspettarti.
Ma non posso. Semplicemente, non posso farlo.
C’è un’altra persona. C’è da prima di te. E ci sarà dopo di te.
E’ un insegnante.
Il suo mestiere è di costruire scuole e mettere insieme strutture per consentire ai bambini di crescere istruiti.
Lavora per un’agenzia ONU, ed è sempre in giro.
Due anni fa ha accettato un posto permanente e lo hanno mandato nel Laos.
E’ un paese bellissimo sai, ma difficile, e lui sta lavorando come un pazzo, quasi completamente da solo.
Il primo anno è riuscito a tornare per qualche giorno, poi non ce l’ha fatta più.
Non lo vedo da un anno ma prima di partire gli ho fatto due promesse.
Glie le ho fatte io, non me lo ha chiesto lui, non lo farebbe mai.
Gli ho promesso che non lo avrei tradito, e che non appena lui si fosse stabilizzato lo avrei raggiunto.
Come sai, la prima promessa non l’ho mantenuta. Ho conosciuto te, non so come sia stato possibile, ma è un fatto che io mi sia innamorata di te.
Ma gli voglio bene, Giulio, è un uomo magnifico, una persona eccezionale, adorabile, è la persona più incredibilmente appassionata del suo lavoro che si possa immaginare.
E ha bisogno di me; lui ha bisogno di me per sopravvivere in quel posto ancora per altri due anni.
Io glie lo devo, e quindi, anche se ti amo disperatamente, in questo momento sono su un volo per Delhi.
Lui è andato a Ginevra per una conferenza, e stamattina è arrivato a Fiumicino, io sono andata a prenderlo e siamo ripartiti subito insieme.
Tra due settimane ci sposeremo con un rito locale che pare sia molto bello: la sposa veste completamente di rosso e viene portata dallo sposo in una barca su un fiume, mentre tutti gli invitati ai lati del fiume gettano petali sulla sposa, e riso sullo sposo.
Sarà molto suggestivo.
Poi rimarremo lì almeno altri due anni, e dopo andremo insieme nella sua prossima destinazione.
Giulio…non so neanche come dirti quanto mi dispiace, quanto male mi fa separarmi da te, ma noi non ci vedremo più.
Sono state due settimane meravigliose, le più belle della mia vita e non le dimenticherò mai.
Abbi cura di te.
Tua
Anna”
L’uomo rimase immobile, gli occhi che dopo aver letto l’ultima sillaba si rifiutavano di chiudersi e di mettere a fuoco qualsiasi cosa.
Il vento pungente lo faceva lacrimare, ma lo aiutava a mascherare altre lacrime che scendevano lente e inesorabili verso i fogli tenuti stretti da entrambe le mani.
Chiuse infine gli occhi e si lasciò andare al dolore pazzesco che provava, singhiozzando senza ritegno; un uomo adulto sulla panchina di un parco pubblico che piange come un bambino.
Rimase in questa posizione per minuti interi; dieci, quindici forse più.
Poi, sfinito dal pianto e infreddolito, si decise ad aprire gli occhi e a puntare le mani per alzarsi: e la vide.
Stava entrando nel parco, le mani nelle tasche del cappotto, i capelli raccolti e uno sguardo malinconico sul viso.
Vide la lettera in mano a lui e trasalì.
Si avvicinò allora più lentamente.
– L’hai già letta – chiese lei.
L’uomo annuì in silenzio, senza staccarle gli occhi di dosso.
– Non sono riuscita a tornare in tempo – disse lei a occhi bassi.
– Che è successo? – chiese lui delicatamente, per paura che questo fosse un sogno e che qualsiasi rumore potesse risvegliarlo.
– Lui mi è venuto incontro, ci siamo abbracciati, siamo andati insieme verso il gate. Poi si è girato di colpo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Chi è lui?”. Lo ha letto nei miei occhi, Giulio, ha letto che il mio cuore era qua con te. Ho provato a farfugliare qualcosa, ma lui mi ha messo un dito delicatamente sulle labbra e ha detto “Nel paese dove vivo ora gli uomini non cercano di cambiare quello che gli dei hanno deciso. Non porta bene. E io vedo nei tuoi occhi che c’è una persona nel tuo destino e non sono io. Va’ da lui. Non porterò rancore. L’amore non è mai sbagliato, l’amore è sempre giusto Anna. Sempre. Vai da lui e sii felice.” Poi se ne è andato via. E io sono qua –
Lui annuì di nuovo, ma intanto le aveva delicatamente preso una mano.
Si guardarono per un po’, entrambi increduli.
Un brivido di freddo corse sulla schiena di lei, lui la cinse con un braccio e le chiese:
– Rientriamo? –
Lei sorrise e annuì; poi allungò una mano, gli prese la lettera dalla sua e la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Solo allora si avviarono per rientrare a casa.

man writing a contract

La finestra

Se mai vi trovaste a passare in Via Giuseppe Ungaretti, a Roma, all’altezza del civico 31, alzate gli occhi.
Incastonate sulla facciata di un bel palazzo in cortina anni sessanta ci sono ad ogni piano delle grandi finestre, quadrate e larghe, che portano tanta luce nei salotti signorili arredati con cura.
Se spingerete lo sguardo fino al quinto piano potrete forse notare una piccola macchia bianca e nera, ma dalla strada sotto al palazzo è difficile capire di cosa si tratti.
Allora se siete incuriositi vi consiglio di attraversare la strada e di allontanarvi un po’, così da avere una vista migliore di quella finestra.
Se la vostra vista è ancora buona, certamente più della mia, non avrete difficoltà a capire cosa sia quella macchia: è un panda. Un peluche di un panda appoggiato sullo schienale di un divano, e affacciato alla finestra come a guardare fuori.
Tornate indietro ora, e fate un giro dei negozi della zona.
Se sarete gentili e farete le domande giuste verrete a saprere che quel panda è li da molto, moltissimo tempo. Qualcuno vi dirà “da sempre”.
Non chiedete altro, potreste scoprire che il quartiere protegge molto chi abita nell’appartamento con il panda, vi rendereste antipatici.
Se siete proprio curiosi però potreste aspettare.
Tanto, se siete passati di mattina presto non dovrete aspettare molto perché al massimo verso le 9 li vedrete uscire.
Non potete sbagliarvi, sono proprio loro.
Due bei vecchi, che camminano piano sottobraccio.
Lui è alto, con pochi capelli, porta degli occhiali da sole per proteggere gli occhi e cammina aiutandosi con un elegante bastone di legno scuro, oltre ad appoggiarsi alla moglie.
Lei ha dei bellissimi capelli sale e pepe che porta ancora lunghi – cosa strana per le donne della sua età – intrecciati su un lato.
E’ più giovane di lui e cammina ancora eretta e con un’espressione allegra sul volto.
Se vorrete salutarli, senza far trapelare la vostra curiosità, ricambieranno di sicuro: sono persone socievoli, gentili, educate.
Ma vi consiglio di rimanere a distanza e di guardarli senza disturbarli.
Il loro ecosistema è delicato e basterebbe poco per rovinare la loro giornata, e qui, qui gli vogliamo tutti bene.
Seguiteli pure, li vedrete di sicuro entrare un un bar, scambiare due parole con il ragazzo dietro il bancone, prendere due caffè macchiati e un cornetto che si divideranno.
Poi lui forse comprerà un giornale, o forse no: talvolta la vista lo disturba a tal punto che leggere è una sofferenza.
Se hanno bisogno di qualcosa per la spesa di solito entrano in un piccolo negozio gestito da pakistani per prendere due pomodori e un pezzo di pane.
Le persone della loro età non hanno più tanto bisogno di mangiare, ormai, né di dormire.
Ma lo sento che la vostra curiosità è ancora insoddisfatta! E allora sedetevi alla fermata dell’autobus vicino al bar, loro arriveranno di sicuro tra poco.
Eccoli: che vi avevo detto?
Si siedono sulla panchina, chiacchierano un pochino, poi l’autobus arriva e salgono.
Quasi sempre lei si siede nella direzione opposta al senso di marcia e lui di fronte a lei ma in diagonale: è troppo alto, le ossa poi gli fanno male e non riesce a sedersi di fronte alla moglie.
E così il tragitto avviene per lo più in silenzio: lei guarda fuori, lui legge il giornale oppure si limita a borbottare.
Ogni tanto lei gli passa una mano sulla guancia ruvida, lui fa finta di non accorgersene ma dentro è felice.
Se siete saliti con loro rimanete a distanza, non li disturbate.
Questo, tutti i giorni della loro vita, è allo stesso tempo il momento più felice e più disperato della loro giornata, e lo devono vivere da soli.
Non preoccupatevi di perderli, sono anziani, camminano piano, e inoltre scendono al capolinea. Voi aspettate un minuto poi scendete dopo di loro.
Appena fuori dall’autobus si dirigeranno spediti verso il banco 39, dalla signora Luisa.
Ormai sono anni che si servono da lei, sono diventati amici: chiacchierano un po’, poi Luisa prepara i fiori.
Li sceglie lei, ogni giorno diversi secondo la stagione e l’umore, e loro sono sempre contenti.
Pagano, ringraziano, e poi si avviano piano attraversando il grande piazzale, verso la porta principale che immette al viale alberato che costeggia le prime costruzioni in marmo.
Non vi preoccupate, anche se il Verano è molto grande non dovrete fare molta strada.
Li vedrete fermarsi dopo poche decine di metri e rimanere un attimo in silenzio.
Lui resta in piedi, le mani dietro la schiena, l’aria severa che serve solo per mascherare quello che ha dentro.
Lei si accovaccia, prende i fiori di ieri che sono ancora rigogliosi e li distribuisce su altre tombe là vicino, poi mette i fiori freschi che ha preso da Luisa.
Accarezza la lapide con una mano e dice qualcosa.
Se vi avvicinate fingendo di andare a visitare una tomba vicino potrete forse di sfuggita vedere la foto, e magari una data, 1976.
E sentire lei che racconta qualcosa.
Andate più vicino, ora non vi vedono più, non in questo momento.
Sentirete la donna raccontare storie, storie di persone, di avvenimenti, di parcheggi sbagliati, di cani che scappano dai padroni, di bambini che si sbucciano le ginocchia, di buste della spesa rovesciate, di ragazzi che ridono, di musica troppo alta, di rami caduti durante un temporale, di fidanzati che si baciano nell’ombra, di cartelloni pubblicitari troppo grandi, di adulti che litigano e di amici che si incontrano.
La sentirete parlare del caldo, o del freddo, o del vento, o della pioggia, o delle nuvole, o del tramonto, o dell’alba, o del sole, o della luna, o delle stelle.
La sentirete raccontare di tutte le persone che salutano passando, del giornalaio, del panettiere, della maestra di scuola ancora arzilla, della ragazzina diventata donna con tre figli, del meccanico in pensione, e della famiglia di cinesi che gestisce un negozio.
La sentirete raccontare tutto quello che quel piccolo panda vede dalla finestra.
Poi, una volta finite le storie di oggi la donna si rialza, si stira la gonna con un gesto istintivo, riprende sotto braccio l’uomo che è rimasto fermo e immobile tutto il tempo, e lentamente ritornano verso l’autobus.
Fermatevi qui. Non li seguite più, non c’è bisogno.
Ma la prossima volta che passerete di lì, sotto quella finestra, non vi dimenticate di fare un saluto.
Allegri, mi raccomando, le lacrime le abbiamo già usate tutte.

panda finestra

Il ricordo di te

Sono due anni che Renato non c’è più.
Ogni giorno mi stupisco di come questa perdita mi abbia colpito, e sconvolto nel profondo.
Eppure alla mia età ho già subito perdite importanti, dovrei avere gli strumenti per gestire il dolore e il rimpianto.
Ma non so perché, quest’uomo perbene che ci ha abbandonato ha lasciato un solco che non si rimargina.
Certo, eravamo colleghi, e amici, questo conta.
E per un lungo periodo confidenti: credetemi, è molto difficile per uomini adulti aprirsi veramente tra di loro, senza che ci sia competizione o ironia o qualche altro stupido meccanismo a rovinare tutto.
Io credo tuttavia che questa mancanza dipenda dal fatto che Renato era una persona che tutti, indistintamente, amavano.
Bastava conoscerlo, ed era così, molto semplicemente, in maniera naturale.
Raramente ho conosciuto esseri umani in grado di catalizzare così tanto affetto da parte di persone così diverse tra di loro, ma tutte concordi nell’indicare in lui il centro gravitazionale di una specie di affetto cosmico.
E non è un caso se le persone che ha lasciato hanno stretto in molti casi amicizie importanti, o hanno consolidato quelle esistenti.
Lui era così, e a me oggi va di ricordarlo raccontando qualcosa, prima che le memorie di una persona speciale svaniscano per me insieme al passare degli anni.
Questo, Renato, è il mio ricordo di te.

L’ultima volta che ci siamo visti avevo meno di 50 anni.
Per essere precisi, cinquanta anni meno un giorno, era venerdì 26 Luglio 2013.
Era l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, io avrei raggiunto la famiglia al mare per festeggiare con loro, e tu ti preparavi per quel viaggio in montagna.
Come al solito hai aperto la porta del mio ufficio, in piedi sullo scalino anche se eri molto più basso di me mi guardavi dall’alto in basso, e non dicevi niente, la faccia parlava chiaro: “Mi sono rotto, andiamo a pranzo?”.
Io devo aver cincischiato, perché mi hai fatto una foto, che poi hai pubblicato, una delle tante.
Poi siamo andati a pranzo con Paolo, abbiamo parlato delle solite cose, di donne.
A te il calcio non interessava, e del lavoro ne avevi abbastanza, quindi non c’erano altri argomenti che noi tre potessimo affrontare con serietà.
Tutto sommato è stato un addio sereno, non abbiamo discusso, non ci siamo intristiti, abbiamo parlato d’amore. Quale argomento migliore, prima di non vedersi più?

Anche se eri in azienda da prima di me, praticamente non ti avevo mai visto fin quando non sei stato catapultato nello stanzone in cui eravamo già in 5.
Eri in castigo, avevi osato andare in rotta di collisione con un capo che ti vessava, e ti avevano confinato in quel limbo a metà tra la tecnologia e il contrabbando che si chiama marketing.
Pensavano di averti fatto una cattiveria, e a dire il vero per chiunque altro sarebbe stata una cattiveria, ma non per te.
Nella tua personalissima priorità dell’esistenza il lavoro era molto in fondo alla lista. E sebbene fossi consapevole delle angherie a cui eri sottoposto, non te ne curavi più di tanto.
Avevi una vita intensa, intricata, piena di amici, di amore, di cose da fare.
Non era così importante per te fare carriera e anche quando ti misero come capo un ragazzo che avevi assunto tu, il sorriso non ti mancò mai.
Lo raccontavi più come aneddoto che come argomento per provare astio.
Andava bene così, non erano quelle le cose importanti.

Eri incazzoso. Incazzosissimo. Cazzo se eri incazzoso. Non ho mai conosciuto una persona capace di prendere d’aceto improvvisamente come te.
Se ti facevano girare le palle non ce n’era per nessuno.
E dato che non eri una persona violenta, le tue incazzature di fatto si concretizzavano nel prendere e andartene.
Non eri né tipo da fare a botte, né da insultare, né da usare sarcasmo.
Semplicemente se ti facevano incazzare eri capace di non parlare più con quella persona.
Te l’ho visto fare con me, e con persone a cui volevi decisamente più bene.
Ma allo stesso tempo avevi una caratteristica unica, che non ho mai trovato in nessun uomo adulto e dubito che ritroverò in qualcun altro, men che meno in me stesso: sapevi chiedere scusa.
Se ti accorgevi che durante una discussione, anche accesa, l’altro aveva ragione, eri capaci di ammetterlo, anche dopo uno o due giorni.
Con me lo hai fatto almeno un paio di volte.
Eri orgoglioso per le tue cose, ma non stupidamente orgoglioso come la maggior parte delle persone.
Questo mix incredibile di incazzatura facile e tenerezza faceva di te una persona speciale.

Non ho mai capito la tua infatuazione per le religioni alternative, per i santoni, per la spiritualità.
Ho sempre pensato che fossero più o meno delle truffe né più né meno come le religioni tradizionali e tutto il resto.
Però eri l’unica persona di mia conoscenza che credeva in qualcosa e ne parlava con passione senza voler fare proselitismo.
Non avevi l’atteggiamento supponente e sufficiente di chi ha visto la luce.
Non te ne fregava gran che se chi ti stava vicino decideva di avvicinarsi allo stesso percorso; a te faceva stare bene e questo bastava,
Hai conosciuto in questo percorso persone meravigliose, che ti hanno fatto stare bene, e questo te l’ho sempre un po’ invidiato.
Mi avevi solo consigliato di leggere un libro, a dire il vero un tomo gigantesco. Lo avevo comprato, poi però non so che fine ha fatto e quando te ne sei andato ne ho comprato un’altra copia.
Non l’ho letto, e non credo che lo farò, spero mi perdonerai.

Poco prima di andartene eri in tensione per una cosa particolare. Che a ripensarci mi viene da ridere.
Un uomo della tua età, che si preoccupa per una cosa del genere.
Avevi un saggio. Di ballo.
Anche questo non l’ho mai capito, io che adoro la musica ma odio muovermi.
L’idea che un uomo della tua, della nostra, età possa provare piacere a ballare vestito in maniera quanto meno atipica, e che sia in ansia per il saggio di fine anno, mi faceva ridere.
Però tu ci tenevi, eccome.
Me ne avrai parlato un milione di volte, e mi hai anche chiesto consiglio. A me. L’uomo più ansioso dell’universo.
E poi mi ricordo che eri contento, perché alla fine era andato tutto bene, e ho visto anche un paio di video.
A me sembravi ridicolmente contento, ma con te non c’era modo di provare sentimenti negativi, quindi ero felice. Anche se pensavo e continuo a pensare che il ballo sia per giovinastri tatuati.

Per il mio cinquantesimo compleanno mi hai mandato un messaggio, affettuoso e ironico.
Poi non ho avuto più tue notizie direttamente se non da chi ti stava vicino in quei giorni terribili.
Pensavo che avrei avuto rimpianto di non essere venuto, e invece no: posso fare finta che sei andato in vacanza, e che prima o poi tornerai.
Non ho dovuto vedere la tua sofferenza, l’impotenza dei medici, il dolore di chi ti vuole bene.
Mi è bastato il giorno del funerale, ho visto così tanto dolore, e affetto, che mi potrebbero bastare per un’altra vita.

Ho un unico rimpianto, colpa mia e tua: non siamo riusciti ad andare insieme a trovare Carla, che ci aveva lasciato giusto un anno prima di te.
Lo abbiamo detto tante volte, abbiamo stampato la mappa della sua tomba, abbiamo preso l’impegno e poi disdetto in continuazione.
Ma sai, quando si è vivi e felici di esserlo non si pensa mai che non ci sarà tempo.
E invece qualche volta tempo non c’è, o non ce n’è più.
E’ una lezione che sappiamo a memoria, ma qualche volta preferiamo dimenticarcene.

422147_10200560250721345_674503288_n

Il mare

Era il primo di maggio del 1975, il primo giorno che vidi il mare. Me lo ricordo benissimo.
Perché sebbene dal paesino abruzzese dove abitavo il mare non fosse poi così lontano – da nessuno dei due versanti – non c’ero mai stato.
La mia era una vita di paese, limitata al villaggio d’origine e quelli confinanti.
Anche l’Aquila, in teoria solo ad un’ora di pullman, era una destinazione esotica per noi.
Non c’erano soldi, non c’era tempo, non c’era nessuno con una macchina.
Eravamo io, mia mamma e i nonni. Mia madre aveva continuato a vivere dai nonni anche dopo che ero nato io, in quella piccola fattoria che a fatica mandavano avanti in un territorio così aspro.
Lei aveva dovuto crescermi da solo, tra difficoltà di tutti i tipi e l’incredibile ostilità dei paesani che non avevano perdonato a quella ragazza così bella di aver buttato via la sua vita così giovane.
Mio padre, non sapevo neanche chi fosse; mia madre non ne parlava quasi mai, e comunque già allora avevo il sospetto che il suo operato si fosse limitato alla fornitura del seme per poi scomparire nel nulla.
Avevo quasi dodici anni all’epoca, facevo la prima media in un paesino vicino, e tutto sommato la mia vita poteva dirsi felice.
La mamma aiutava i nonni con la fattoria e arrotondava ogni tanto con dei lavoretti a casa delle persone più anziane.
Da mangiare non ci mancava ma non avevamo certo la possibilità di fare delle vacanze, e quindi tutta l’estate ce ne restavamo alla fattoria, magari prendendoci qualche giorno di riposo in più, oppure andando a fare lunghe passeggiate nei campi, e la sera si mangiava spesso insieme ai proprietari delle fattorie vicine e si organizzavano lunghissime partite di pallone, mentre gli anziani si scannavano a briscola e tressette.
L’unica che sembrava non partecipare era lei. Mia madre.
Ma era serena, o almeno così mi sembrava.
Era solita sedersi sui gradini di ingresso della casa a godersi il chiasso che facevano gli ospiti.
Ogni tanto doveva accompagnare al bagno qualche ragazzino che si era sbucciato un ginocchio cadendo e lo faceva sempre con gentilezza e un sorriso.
Ma non potevamo permetterci di andare al mare.
Neanche a casa di un amico che aveva un piccolo appartamento a Tortoreto e che mi invitava tutti gli anni: mia mamma diceva che non potevamo semplicemente andare lì e soggiornare gratuitamente, che avremmo dovuto portare un regalo, dividere le spese e semplicemente non avevamo soldi sufficienti.
Un paio di volte andammo a fare il bagno ad un lago là vicino.
Anche se era abbastanza grande da poter immaginare di essere al mare, con la riva di ciottoli degradanti e le onde sugli scogli, chissà perché non mi dava soddisfazione.
Quell’acqua oleosa che mi scorreva sulla schiena non mi piaceva, e il fatto di vedere le montagne intorno fin dove era possibile guardare non mi faceva per niente sentire di essere al mare.
Ma ero già maturo per la mia età e capivo la situazione, e in fin dei conti avrei avuto tempo per andare al mare, magari dopo laureato, pensavo, fantasticando di comprare una macchina ed essere io a portarci mia madre e non viceversa.
Spesso mi addormentavo con quel pensiero, quel sogno, e chissà perché anche se non lo avevo mai visto il mare esercitava su di me un fascino così grande.
Quella mattina, il primo di maggio del 1975, mia madre mi svegliò che ancora non si vedevano le luci dell’alba.
– Vincè! Svegliati a mamma. Esci dal letto, preparati! –
Aprii gli occhi, vidi che fuori era buio, e dissi:
– Ma mamma, oggi non ci sta scuola! –
Lei mi guardò sorridendo, poi rispose:
– Lo so. Oggi andiamo al mare. –
Il mare! Il mare…
Scattai dal letto e cominciai a prepararmi di corsa.
Correvo per tutta la casa con un sorriso ebete in faccia, e alla fine mi misi davanti alla porta di casa, maglietta, pantaloncini, ciabatte, e una cartella con dentro asciugamano, panini e una bottiglia d’acqua che pesava un accidenti perché era di vetro.
Mia madre mi squadrò, ma ridendo disse solo:
– Andiamo! –
Prendemmo il pullman per L’Aquila, che ci mise una vita perché nel nostro paese il primo di maggio è sacro e non lavora nessuno e dovemmo aspettare quasi un’ora prima che arrivasse un autista assonnato.
Poi da L’Aquila prendemmo un pullman di linea più grande per Pescara.
Il viaggio lo feci attaccato al finestrino a guardare fuori: anche se conoscevo un po’ la mia zona non ero mai stato così lontano da casa, e quei luoghi, seppur famigliari, mi erano sconosciuti.
Quando arrivammo vicino al Gran Sasso rimasi stupito di vederne le cime innevate.
Era stato un inverno rigido, e anche se in basso faceva abbastanza caldo da rimanere solo con la maglietta, la neve non si era sciolta del tutto.
Mi sembrava un miracolo: noi che andavamo al mare e la neve sulla montagna così vicina.
Ogni tanto mi giravo a guardare mia madre, e invariabilmente la trovavo con lo sguardo su di me.
Mi sorrideva, io le davo magari un bacio, e poi mi rimettevo col naso incollato al vetro a guardare la strada che scorreva e a contare le macchine rosse.
Non so perché mi piacevano le macchine rosse, indipendentemente dalla marca.
Il rosso era il mio colore preferito. Dopo il blu, s’intende: il blu del mare.
Quando il pullman arrivò a Pescara non stavo più nella pelle.
Presi mia madre per la mano e la trascinai, anche se non sapevo dove andare.
Probabilmente non lo sapeva bene neanche lei, perché anche se ne sentivamo il profumo non riuscivamo a raggiungerlo, e alla fine, dopo aver svoltato in una stradina, ce lo trovammo davanti.
No. Il lago non era la stessa cosa.
Un’immensa distesa di acqua, con le onde che si alzavano ruggendo.
La sabbia finissima e bianca.
Il vento che ci spingeva verso la riva.
Rimanemmo così, madre e figlio, estasiati per un minuto, poi corremmo insieme verso la spiaggia.
Io mi spogliai al volo e mi buttai in acqua senza pensare alla temperatura.
Abituato com’ero al clima rigido della montagna non avevo certo paura dell’acqua di mare a Maggio.
Feci cenno a mia madre di entrare ma lei disse di no con la testa e si mise seduta su un asciugamano, vicino alla riva.
Non si tolse il vestito, un vestito strano dai disegni improbabili, forse dei fiori stilizzati chissà. Tirava vento ma non si legò i capelli, anche se aveva con sé forcine ed elastici.
Aveva capelli biondi, mia madre, lunghi e sottili, e il vento rapidamente glie li intrecciò, ma lei non ci fece caso.
Continuava a sorridermi con le labbra rosa, sottili ma delicate, su un viso affilato e un mento a punta.
Era snella, nonostante la gravidanza e il lavoro duro, e bella.
Ed era giovane. Non aveva neanche trent’anni quel giorno, mia madre. Una ragazzina.
La giornata passò così, io avanti e indietro dall’acqua, o a correre lungo una spiaggia quasi deserta: poche persone vi si avventurarono, qualche cane che correva dietro a me ogni tanto.
Feci castelli con la sabbia, cacciai i granchi dietro gli scogli, lanciai pietre in acqua, ingerii litri d’acqua salata perché non sapevo nuotare e neanche andare sott’acqua, ma non ci feci caso.
Alla fine mi sdraiai vicino a mia madre a riposarmi e a guardare i granelli di sabbia da vicino, sperando di trovare qualche sassolino prezioso da riportare a casa.
Anche mia madre si sdraiò vicino a me.
Tutti e due con la testa sulle mani e i gomiti a contatto.
– Quando sei venuta al mare l’ultima volta? – le chiesi.
– Mai. – mi rispose con un sorriso che per la prima volta era malinconico.
Io sgranai gli occhi.
– Vuoi dire che anche per te è la prima volta? –
Lei annuì.
– Non sono andata mai molto lontano. Non ho mai visto Roma, Venezia, Napoli. Non sono mai stata al mare. Non ho mai guidato una macchina. Ma se ci credi, sono felice. Perché ho avuto te, e la mia vita è stata perfetta così, non mi è mancato niente. –
Me la strinsi forte, quanto le volevo bene!
Affondai il mio viso nell’incavo delle sue braccia e rimanemmo così, guancia a guancia, per dieci minuti, a goderci il tepore del sole sulla schiena, nelle ultime ore del pomeriggio.
Fu allora che me lo disse.
Con il sorriso sulle labbra, come sempre.
E mentre me lo diceva io piangevo piano, lei si interrompeva e mi asciugava le lacrime con le labbra, e poi ricominciava, e poi si interrompeva di nuovo.
Quando finì, io piangevo ancora e lei sorrideva, ci abbracciammo forte, e così abbracciati raccogliemmo le nostre cose e raggiungemmo il pullman per L’Aquila.

Mia madre morì due mesi dopo, e io rimasi con i nonni: nessun padre si fece avanti per reclamarmi.
Feci il liceo a L’Aquila e l’Università a Roma, e sebbene il mare fosse lì ad un passo mi rifiutai sempre di andarci.
Perché io dopo quel primo di Maggio non ci andai più, al mare.
Trovavo sempre scuse con gli amici e poi con le fidanzate, e c’era sempre un impegno improvviso o un mal di testa lancinante ad impedirmelo.
Il mare non mi vide più per lunghi anni.
Finché infine non fui in grado di trovare un lavoro e di comprarmi una casa proprio lì, davanti a quella spiaggia di Pescara dove mia madre mi aveva portato per la prima e ultima volta nella sua vita tanti anni prima.
Oggi che ho più di cinquanta anni mi piace ancora stare sul balcone a guardare da lontano la spiaggia.
Per rivedere con la mente quella ragazzina di neanche trent’anni seduta sul bagnasciuga, un abito dai disegni improbabili indosso e lunghi capelli biondi intrecciati dal vento, e pensare “Il mare! Il mare…”.

Il Mare_new

Photo by rodocarda

Tu. Ed io.

Un piccolo racconto.

Bella festa vero? Mi ha fatto venire in mente quel week end.
Non ti ricordi più quale?
No, io me lo ricordo benissimo.
Non so come sia possibile, che ormai non ricordo più niente, ma quei due giorni me li ricordo tutti, minuto per minuto.
Sì, eravamo giovani. Sì, è passato tanto tempo.
Tu eri appena laureata, ed eri a Londra per non so che master, ormai non li conto più, io lavoravo a Roma in quella multinazionale svizzera, e mi spedivano continuamente su, alla sede centrale, per interminabili e inutili riunioni e seminari.
Mi raggiungesti a Ginevra per il week end.
Sì era Ginevra, non mi sbaglio, c’era il lago, la fontana in mezzo quasi ghiacciata, i primi telefonini che da noi ancora non si vedevano. Un posto strano, quasi inadatto per un fine settimana romantico.
Ma era a metà strada, e i voli da Londra erano economici.
Mi ricordo che ci siamo visti dopo pranzo, e ci siamo abbracciati come se non ci vedessimo da anni, invece erano solo poche settimane.
Però quella passione mi faceva stare bene, capivo che quello che c’era tra noi non si era affievolito, anzi. La distanza e la mancanza lo rafforzavano.
Abbiamo passeggiato lungo il lago, poi faceva troppo freddo e siamo entrati in un albergo con una grande terrazza, da cui si vedeva uno scenario bellissimo: il lago, la città, le Alpi.
Tu dicesti che potevi vedere la punta del Monte Bianco, io ti presi in giro.
“Figurati se si vede da qui, siamo a cento chilometri”
Poi ho scoperto dopo tanto tempo che invece avevi ragione tu: nei giorni limpidi invernali, da Ginevra si riesce a vedere il Monte Bianco.
Ma quel giorno mi mettesti un po’ di broncio perché ti avevo preso in giro. Tu, la futura professoressa di fama, io un volgare impiegato di concetto che mi permettevo di dubitare.
Ma durò poco.
Eravamo giovani, ti ripeto.
E ci volevamo bene. No, non dico che ora non ci vogliamo più bene, ma l’amore dei giovani è qualcosa di speciale, non contaminato dalla vita, dal cinismo, dalle difficoltà.
E’ un amore che nasce puro e rimane puro, finché non siamo noi a sporcarlo, con i nostri problemi, i nostri egoismi.
Allora eravamo giovani.
E la notte facevamo l’amore.
E io sono sicuro che Giulia spuntò dentro di te proprio quella notte.
Non ridere.
Non te l’ho mai detto, ma ne sono sicuro.
Come faccio a saperlo?
Perché la mattina a colazione brillavi. Emanavi luce propria, come le stelle.
Avevi indossato gli occhiali per riposare gli occhi, e sorridevi, sorridevi in continuazione, e io vedevo intorno a te una luce.
Sono sicuro che Giulia fosse già lì, quel giorno, a colazione, con noi.
Poi siamo andati di nuovo sul lago, e io continuavo a vedere quella luce.
Tu parlavi, dei tuoi studi, di Londra, dei tuoi amici, ma io non ti ascoltavo.
Poi ti ho preso improvvisamente, e ti ho detto: “Sposami!”
Tu ti sei fermata, e mi hai guardato.
Lo so che questo te lo ricordi, lo so.
Mi hai guardato con uno sguardo ironico, con il sorriso storto di quando mi vuoi prendere in giro, e per un momento io mi sono sentito morire.
Perché ho pensato che io non fossi più importante dei tuoi studi, della tua carriera.
Che potessi essere un impedimento, e che tu non volessi fermarti.
Poi mi hai preso le mani e mi hai detto: “Pensi che potrei mai liberarmi di te?”
Quale altra donna avrebbe detto un sì del genere?
E ora eccoci qua.
Comunque, bel matrimonio vero?
Quasi più bello di quello di Giulia.
I ragazzi erano carini, e innamorati, e io sono stato contento.
Lo so, anche tu, anche se pensi che alla nostra età il romanticismo sia una cosa brutta, ma ti conosco bene.
E ora basta parlare.
E’ tardi, siamo stanchi.
Vieni qui, dormiamo.
E tienimi la mano.


ginevra

La felicità

La felicità?

E’ una fregatura, una truffa.

E’ il trucco che la natura usa per farci andare avanti, in mezzo a questi mari perigliosi dell’esistenza.
Ogni tanto un attimo di felicità, e ci sembra di poter dimenticare quanto siamo deboli, fragili e mortali.

Non vi fidate della felicità.

Non c’è mai abbastanza zucchero per indorare pillole così amare.