Il segreto

Scritto sul treno Torino – Roma il 31 gennaio 2017

Esco dall’edificio e mi fermo sul marciapiedi.
Fa freddo, in questa giornata di pieno inverno, e se fossi uno scrittore maledetto come Steinbeck o Roth o dio non voglia Bukowksi avrei un cappotto grigio, liso, il bavero rialzato e una sigaretta in bocca, novello James Dean tra le pozzanghere di Manhattan.
Invece sono solo uno scrittore di gialli seriali, buoni per pagare le bollette e mantere dignitosamente una famiglia ma non vincerò mail il Nobel per la letteratura; un uomo di mezza età stretto in un giaccone dal colore indefinibile e una sciarpa celeste senza senso.
Improvvisamente mi accorgo della chiesa che ho di fronte, e alzo la testa ansiosamente: ho un disperato bisogno di bellezza, e il mio cervello registra la grandiosità di questa chiesa prima che io possa vederla veramente.
Ma man mano che i miei occhi salgono al cielo la vista è riempita dalle ragnatele dei tram e da un cielo color acciaio, che disturba la bellezza del marmo.
Qualcuno dice che a Torino la nebbia sia scomparsa da tempo; forse è vero, ma in queste fredde mattine invernali il cielo sa essere di un grigio così deprimente che forse rimpiango la nebbia, almeno non era possibile vedere un cielo così brutto.
Il mio desiderio di bellezza non è stato esaudito, e allora chiudo gli occhi.
Li chiudo e penso a venti anni fa.

Venti anni fa a Torino non c’erano state ancora le Olimpiadi, la città era più brutta, e sporca, quasi abbandonata, ancora in preda alle fabbriche e alle automobili.
Ogni volta che salivo da Roma mi sembrava di arrivare in un paese straniero, tanta era la differenza.
Non mi piaceva Torino venti anni fa, però venti anni fa ero giovane, non ero sposato e parecchie cose sembravano più belle comunque.
Venivo ogni tanto a trovare Alberto, il mio compagno di università che si era trasferito qui per lavorare in un’azienda di informatica.
Grande Alberto. Le cose della vita ci hanno diviso, non ci facciamo più neanche gli auguri di buon anno ormai, però so che ci sei, che sei qua in giro e mi fa piacere saperlo.
Venti anni fa però Alberto era ancora il mio miglior amico e venivo a trovarlo quando potevo.
Lui scendeva a Roma spesso a dire il vero, ma tornava per andare a casa dai suoi, aveva un sacco di persone da vedere, e insomma stavamo meglio quando io salivo e rimanevo qualche giorno a casa sua, una di queste mansarde dell’ottocento come si possono trovare solo a Torino
Eravamo ancora abbastanza giovani per voler passare le serate in giro nei locali e per attirare l’attenzione delle ragazze, e ne approfittavamo; eccome.
Non posso dire che fossero storie molto importanti, no. Di molte non ricordo neanche il viso, figuriamoci il nome.
Poi una sera entrò lei, in questo pub dove io e Alberto eravamo seduti al banco con una birra in mano, e la mia vita si fermò.
Ricordo la faccia di Alberto, anche lui rimase di stucco.
La bellezza di Sara irradiava in ogni direzione, era impossibile rimanere impassibili, quei denti bianchi quasi perennemente esposti in un sorriso coinvolgente, le labbra carnose, gli occhi di un verde scuro che brillavano anche al buio.
Lei entrò e tutti si girarono a guardarla.
Ma non era solo la bellezza fisica che colpiva, anzi.
Se riguardo le foto di allora mi rendo conto che in fondo era una ragazza normalissima, non tanto alta, il seno piccolo, le spalle ossute, un naso pronunciato.
Ma aveva carisma. Un carisma che esplodeva dagli occhi e dalle mani e nessuno ne era immune.
Neanche io, certo.
Neanche io.
Quando entrò quella sera era con un’amica e rideva, rideva di quella risata squillante che si insinuò nelle mie sinapsi fin dal primo momento, rideva perchè la vita è meravigliosa e lei lo sapeva, e non è importante il motivo per cui rideva quella sera, è importante che ci fosse, che fosse lì.
Che fosse lì per me.
Anche se non l’avevo mai vista prima lei era lì per me, e quando mi vide il suo sorriso si ridusse ad una piega delle labbra, ma gli occhi non cambiarono espressione.
Si vennero a sedere vicino a noi e Alberto lo prese come un invito perché cominciò subito a chiacchierare con loro.
Era bello Alberto, chissà se lo è ancora. Magari ha perso tutti i capelli, è ingrassato di quaranta chili, o forse è ancora un uomo che fa effetto sulle donne.
Ma quella sera era sicuramente il più bello tra noi due e non aveva remore a parlare con due sconosciute.
A dire il vero parlò solo con l’amica, perché Sara beveva una birra in silenzio e mi osservava, e anche io: bevevo e osservavo.
Non passò molto tempo che finimmo tutti seduti su un divanetto, con molte altre birre davanti, con Alberto e l’amica di Sara chiaramente destinati a finire la serata in maniera divertente.
Io e Sara scambiammo qualche parola, parlammo del più e del meno.
Ad un osservatore disattento poteva sembrare che non avessimo molto da dirci, ma in realtà stavamo comunicando in altro modo.
Fu in quel momento che lei mi prese improvvisamente un braccio e mi sussurrò all’orecchio:
– Io ho un segreto. So una cosa che non sa nessuno. –
E’ pazza, pensai.
Così meravigliosamente bella e affascinante, ma pazza.
Derubricai il potenziale incontro con lei ad una scopatina passeggera e indossando un sorriso di ordinanza le chiesi:
– E quale sarebbe questo segreto? – sperando in cuor mio che non mi raccontasse nessuna assurda storia su alieni, o virus, o scie chimiche, o qualsiasi altra coa che mi costringesse a rinunciare ad una notte di sesso che mi sembrava ormai molto probabile.
Mi sbagliavo. Sulla sua pazzia e sulla notte di sesso. Nessuna delle due cose era reale.
– Se te lo dico, che segreto è? – rispose con una logica inconfutabile – Ma una cosa posso dirtela: riguarda te. E me. –
Spalancai la bocca per la sorpresa.
Se voleva attirare la mia attenzione c’era riuscita, anche se non sarebbe stato necessario: il suo sorriso e i suoi occhi erano più che sufficienti.
Cercai di estorcerle altri dettagli ma non ci fu nulla da fare.
Un segreto è un segreto, si schermì, e non disse più nulla.
Nei due anni che passammo insieme, un po’ a Roma, un po’ a Torino, un po’ in giro per il mondo, le chiesi spesso di questo segreto, ma fu irremovibile.
In compenso mi rivelò altri segreti.
Mi face accedere ai segreti del suo corpo, accendendo una passione che non è mai tramontata.
Mi insegnò ad amare in un modo diverso, accettando una persona per quello che è, e non per quello che tu vorresti che fosse, e anche se questo mi è costato un po’ da mandare giù è la cosa di cui le sono più grato.
E mi insegnò a piangere, quando mi disse che mi lasciava, che andava a vivere altrove, e che la nostra vita insieme terminava in quel momento.
Me lo disse mentre facevamo l’amore, mi disse che sarebbe stata l’ultima volta e che dopo lei sarebbe andata via e non ci saremmo più visti né sentiti.
Non pianse, lei, mentre me lo diceva, ma mi asciugò le lacrime con quelle labbra magnifiche e mi fece vedere il suo sorriso per l’ultima volta.
Quando fu tutto finito mi abbracciò a lungo, mi raccontò storie che non conoscevo della sua infanzia, della sua famiglia, dei suoi amici.
Poi mi aiutò a vestirmi, come si veste un condannato a morte, e mi guardò andare via.
Non mi girai.

Riapro gli occhi, sono rossi di lacrime, maledizione.
La chiesa è ancora là, il cielo è ancora grigio e i fili dei tram continuano ad intrecciare ragnatele su tutta la città.
Finalmente attraverso la strada, mentre con un fazzoletto cerco di pulire gli occhiali, sporchi di lacrime e dolore.
Arrivo dall’altra parte e dò una rapida occhiata all’edificio a mattoni da cui sono uscito.
In questa città tutta la vita scorre forte dell’eredità sabauda e certi nomi sono ricorrenti: Vittorio Emanuele, Carlo, Elena, Maria Vittoria.
Maria Vittoria.
Cerco di ignorare la scritta che campeggia sopra l’ospedale e mi giro, ma non posso camminare, ho gli occhi pieni di lacrime e il freddo mi prende il naso.
Mi fermo e chiudo gli occhi di nuovo.

Non seppi più nulla di Sara e tagliai rapidamente le frequentazioni con Alberto: non volevo più venire a Torino per paura di incontrarla o anche solo di incontrare qualche amico comune che mi parlasse di lei.
A Roma cominciai ad uscire con Elisa; ci conoscevamo da un po’ ma chissà perché non era scattato nulla. Lei aveva una storia di poco conto, andammo al cinema un paio di volte prima di finire a letto insieme.
Un anno dopo eravamo sposati e cinque anni dopo avevamo una casa, due figli maschi ed eravamo felici.
Sara non scomparve mai veramente dai miei pensieri e un paio di volte fui molto vicino a chiamarla per sapere come stava, ma l’avevo amata in maniera così profonda e totale che rispettare la sua volontà mi sembrava il minimo.
Poi è un fatto che la vita prende direzioni inaspettate e meravigliose, e non mi sembrava il caso di rovinare quello che avevo costruito per un amore giovanile.
Mentivo però, sapete.
Non su tutto, ovviamente.
Ma Sara non era stato un amore giovanile.
Era l’amore della mia vita ed era finito senza un motivo, e io non me ne sarei mai fatto veramente una ragione.
Tuttavia ero arrivato a patti con me stesso e con lei su questa cosa, e poi la mia vita era bella e piena, non posso che dire questo.
Era bella, sì.
Poi un giorno il mio telefono squillò, e anche se non era più nella mia agenda – colpa di decine e decine di telefoni che avevo cambiato in venti anni – il suo numero mi era rimasto impresso nella memoria.
Guardai il numero di Sara che urlava sul mio telefono finché dopo un tempo apparentemente interminabile ebbi il coraggio di rispondere.
Non dissi nulla.
Sentivo la sua presenza.
Aspettò qualche secondo, poi disse:
– Sto male. Vieni su. –

Un sorriso ironico mi compare sul viso mentre guardo l’edificio dove è Sara in questo momento.
Non ci sarebbe niente da sorridere, ma ho sempre cercato di vedere l’ironia nelle cose dell’universo, ed essere qui, averla rivista, e scoprire di aver passato venti anni senza di lei e non poterla neanche sgridare, mi sembra una beffa.
Ripenso ai momenti frenetici degli ultimi giorni, a mia moglie, a cui ho dovuto raccontare di Sara e del perché dovevo andare su, ad Alberto, che ho chiamato dopo tanti anni per scoprire che sapeva già tutto; lui i contatti con Sara non li aveva mai persi.
Al taxi che non si trovava, al treno che non arrivava mai, alla corsa per tutta Torino.
Al freddo, al cielo grigio, alla chiesa, ai fili, alle macchine, a dio, a perché lui non c’era mai quando mi serviva nella mia vita, al perché ho dovuto sempre sopportare tutto da solo e camminare con le mie gambe.
Ma ora le mie gambe non mi reggono più, devo sedermi.
E non posso evitare di guardare l’edificio e pensare a poche ore fa, quando sono entrato in quella stanza in penombra solo per guardare con angoscia quel simulacro di una donna che una volta mi saltava sulla schiena a piè pari, e mi mordeva il collo facendomi sanguinare, urlando “sono il tuo vampiro”, e quando mi incazzavo si toglieva di corsa la maglietta scoprendo il seno piccolo ma dritto dicendomi “mi puoi perdonare?”.
Sì, Sara. Ti posso perdonare.
Anche stavolta, anche se non capisco, ti posso perdonare, per quanto ti ho amato e ti amo ancora.
Mi sono avvicinato al letto, cercando disperatamente quegli occhi, quel sorriso, quelle labbra.
Non potevo parlare, non ci riuscivo, neanche quando mi ha sussurrato all’orecchio:
– Lo vuoi sapere allora qual è questo segreto? –
Ho fatto cenno di sì con la testa, perché la gola era bloccata da tutto, da pianto, angoscia, paura.
– Io lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita qui, ora. Non mi chiedere come, non te lo so dire, o forse sì ma non importa. Sapevo che ti avrei lasciato solo, che tu saresti uscito sconfitto. Che avresti costruito la tua vita su di me, come io su di te, che avresti eretto una casa sulle fondamenta della nostra storia, e in questa casa avresti messo tutto te stesso come fai sempre, come fai per tutto. Ma quando io me ne fossi andata tu ne saresti rimasto annichilito. E io non lo volevo. Non lo voglio. Ti amo come tu ami me, e ti ho regalato quello che ho potuto: una vita felice, una famiglia che ti adora. E questo giorno sarà meno difficile, ora puoi sopportarlo. –

Come si fa? Ditemi, come si fa? Ad odiare una donna che ti ama così.
Eppure io la odiavo, e la odio, perché il mio stupido orgoglio di uomo mi dice che no, che io ce l’avrei fatta, che avrei potuto sopportare tutto se solo mi avesse fatto stare con lei, che non è giusto, non è giusto, che non è questa la vita che volevo.
Che io non voglio essere felice, non voglio sopportarlo.
Io volevo stare con lei, vivere per lei e morire per lei.

Erano così evidenti le mie emozioni, così evidenti, che Sara è stata costretta a fare uno sforzo immane per mettermi una mano sul viso.
Ho chiuso gli occhi, perché non sentivo quella mano da venti anni e volevo assaporarne ogni millimetro e imprimerla nella memoria per sempre, perché non l’avrei sentita mai più.

Ho chiuso gli occhi là dentro, i miei e i suoi, e li riapro ora.
Cerco di respirare, ma è come se quest’aria fredda di gennaio fosse così spessa da non riuscire a superare le narici, l’ossigeno mi manca, sento il cuore battere furiosamente e i polmoni contrarsi senza sosta.
Poi, piano piano, riesco ad alzarmi, mi tolgo gli occhiali, tanto non c’è nulla da vedere, no!?
Solo una chiesa, un cielo grigio, e una ragnatela di fili che attraversa la città.

santalfonso

Annunci

Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

==========================================================================

Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

==========================================================================

P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

night-storm-from-lake

Il tempo

Cammino da solo lungo questa strada buia di lampioni rotti e mai riparati, il sudore che mi cola addosso, le ossa indolenzite, i muscoli contratti.
Cammino lentamente, un passo dopo l’altro, cercando di mantenere una dignità a cui ancora ho diritto.
E improvvisamente mi viene in mente una frase, non so per quale strano contorcimento di pensieri: “Il tempo è galantuomo”.
Quante volte l’ho sentita, dai miei genitori, dai miei maestri, da chiunque abbia cercato di insegnarmi qualcosa e di starmi vicino.
E’ una frase bellissima, implica il credere nell’esistenza di una giustizia universale, nel fatto che la vita è un puzzle complicato ma tutti i pezzi prima o poi andranno al loro posto, che anche noi, in questo universo violento, abbiamo un posto a sedere e prima o poi lo troveremo.
Ma non è vero.
Questa, è una frase che può andare bene per una persona giovane, che ha molto tempo davanti e ha ancora tutto il tempo di vivere il tempo, può decidere in quale direzione camminare, può anche tornare indietro e prendere un’altra strada, perché il tempo c’è, il tempo è galantuomo.
Ma non è vero, sapete. Non è affatto vero.
Il tempo è un bastardo, un assassino, una sanguisuga famelica che ti succhia il sangue ogni giorno più forte.
E’ un muro che ogni giorno è sempre più vicino, e che si estende in tutte le direzioni, e diventa ogni giorno più alto e più imponente.
Il tempo è il demonio, è un nemico, e io lo odio, e lo combatto con tutte le mie forze, perché mi sfugge e io lo voglio fermare.
E’ una guerra senza quartiere, e non smetterò mai di combatterla.
Anche se già lo so. La perderò.

Orologio della Piazza

Photo by rodocarda

Lorenzo

Non sempre i racconti sono favole a lieto fine.

Dei giorni precedenti non ricordo nulla.
Di quando mi hanno chiamato dopo l’incidente, la corsa all’ospedale, i medici, le persone che mi abbracciavano, le medicine.
Niente.
Non ricordo nulla neanche della preparazione dei funerali, non ci ho pensato io, non so neanche come ho fatto a farmi trascinare in chiesa.
Eppure questo me lo ricordo, che ero là.
Seduto in prima fila, la testa tra le mani, senza il coraggio di guardare le bare, sovrastate da due foto enormi, completamente coperte dai fiori.
Ho passato tutto il tempo rannicchiato su me stesso, mani che mi toccavano in continuazione, che mi carezzavano i capelli, lacrime che mi bagnavano e si fondevano con le mie.
Le parole del prete, completamente perse nel nulla.
Un’ora, dieci ore, non saprei dire quanto sia durata la funzione.
Sarebbe potuta andare avanti per sempre, tanto non c’era niente dentro di me in grado di stabilire una relazione con il mondo esterno.
Ero seduto, mi tenevo la testa, e piangevo.
Il mio organismo non sapeva fare altro. Piangere e non pensare.
Mi resi conto che la messa era finita solo perché le stesse mani che prima mi carezzavano tentarono di sollevarmi.
Riuscii solo a tirare su la testa mentre le bare venivano portate via e le persone presenti si allontanavano lentamente, nessuno che avesse il coraggio di avvicinarmi, protetto com’ero dai miei parenti.
Non sapevo cosa avrei fatto, ma non volevo andare da nessuna parte.
Non c’era nessun luogo in cui avrei potuto vivere.
L’idea di morire anzi mi cominciava a sembrare liberatoria; ora che mi era entrata in testa, prendeva forma e mi appariva ogni momento sempre più desiderabile.
E poi, improvvisamente, questo ragazzino neanche tanto alto, biondino, gli occhi celesti, serio, si piazzò davanti a me.
Lo conoscevo, sapevo che si chiamava Lorenzo, e se il mio cervello avesse avuto in quel momento spazio per qualcosa che non fosse la fine della mia esistenza, forse avrei potuto anche richiamare altri particolari dalla mia memoria.
La madre era in piedi dietro di lui, le mani sulla bocca, senza avere il coraggio di fermarlo.
Lui mi guardò serio, non sembrava accorgersi del mio stato.
– Io Giulia l’avrei sposata – disse.
Per un momento, che forse durò un secolo, non so, non fui in grado di dire nulla e mi limitai ad annuire.
Poi, chissà da dove, trovai la forza di rispondere:
– Troverai di sicuro una ragazzina da sposare, vedrai –
Lui sembrò riflettere per un momento a questa triste, ma sicura verità, poi senza replicare si girò e andò via prendendo la mano della madre che mi salutò con tristezza, come per scusarsi.
Io rimasi impietrito a guardare quel bambino che si allontanava.
E’ incredibile, pensai, è incredibile quanto si può imparare da un piccolo uomo.
Quanto universo c’è nelle mani di ciascuno di noi.
Solo allora, finalmente, riuscii a sorridere e ad alzarmi da quella panca.


Chairs in Manhattan Church

Cattedrale di “St. John the Divine”, New York – Foto di Rodolfo Cardarelli


Regolazione fine dell’autofocus per la Nikon D7000

La D7000 è una splendida macchina fotografica, il top della serie DX per le DSLR Nikon.
Purtroppo quasi tutti gli esemplari di questo modello presentano un fastidioso problema di messa a fuoco, riscontrabile soprattutto con gli obiettivi molto luminosi.
Per fortuna c’è un modo semplice e ed efficace per risolverlo, che richiede pochi minuti e un minimo di pazienza.

Posseggo una D7000 da tre anni e ne sono contentissimo. Le ho affiancato recentemente una D610 FX per dedicarmi ai ritratti, ma continuo ad usarla regolarmente, soprattutto in abbinamento al Tokina 11-16.
A dicembre però mi hanno regalato un 35mm 1.8, obiettivo molto luminoso e dalla profondità di campo limitatissima, e ho cominciato a notare in alcune situazioni che la messa a fuoco non era perfetta.
In particolare, in un paio di occasioni con poca luminosità, in cui ero costretto a tenere il 35mm a tutta apertura, le foto erano chiaramente poco nitide.
Ho dapprima pensato che fossero mosse, oppure che avessi regolato male le opzioni AF, ma poi ho cominciato a sospettare che ci fosse qualcosa di più complesso dietro, e facendo qualche ricerca su internet ho scoperto che la D7000 ha un problema strutturale di messa a fuoco fine, in particolare tende per lo più a mettere a fuoco prima del punto desiderato.
Il motivo per cui mi sono accorto di questo problema dopo tre anni è semplice: prima non avevo obiettivi abbastanza luminosi, o con focale abbastanza lunga, da evidenziare il difetto.
Per fortuna la D7000 è una macchina fotografica abbastanza sofisticata da avere anche gli strumenti per risolvere il problema.

Prima di tutto bisogna precisare che questo problema è drammatico con gli obiettivi molto luminosi, ma purtroppo essendo un aspetto della macchina fotografica, è presente in tutti gli obiettivi e ognuno con intensità differenti.
Quindi la procedura va ripetuta per tutto il parco obiettivi.
Anche se il problema è della D7000, il numero di lenti, l’apertura massima, e il percorso della luce nell’obiettivo, tende a modificare l’effetto, per cui non è possibile applicare la stessa correzione pedissequamente a tutte le lenti, ma è necessario memorizzare nella D7000 la correzione per ogni singolo obiettivo (fino ad un massimo di 12).
20140315_085723 Per regolare in maniera accurata l’AF della D7000 prima di tutto è necessario selezionare la modalità AF-S (punto singolo) e NON scegliere AUTO ma S tra le opzioni possibili per AF-S. Per fare questo basta tenere premuto il pulsantino presente sul lato sinistro della macchina, in corrispondenza del selettore AF/M.

Tenendolo premuto e guardando sul display superiore, ruotando le due ghiere si arriva all’opzione AF-S punto singolo come mostrata nella foto a lato.

 

 

A questo punto è necessario avere un treppiede ben posizionato in piano, in modo che la D7000 possa essere perfettamente perpendicolare ad un oggetto da fotografare ad alto contrasto.

 

DSC_0059 - Version 2

Normalmente sceglieremo la copertina di un libro o un quaderno; quelli con gli anelli e la copertina rigida sono perfetti perché restano perpendicolari senza bisogno di particolari accorgimenti, come da esempio.

 

 

 

La procedura è semplice.20140315_085553 Nel menu “impostazioni” della D7000 bisogna scegliere la voce “Regolazione Fine AF” e scattare una foto con l’AF inserito, facendo attenzione che per questa prima foto la Regolazione Fine sia “off”.

 

 

 

Poi si fa un tentativo di regolazione, di solito inserendo un valore di -10 e si scatta un’altra foto. Poi si regola a -20 e si scatta un’altra foto.20140315_085743
Di norma tra questi tre valori (0, -10 e -20) c’è quello giusto.
Se vi sembra che la differenza non sia così eclatante, non inserite regolazioni.
Potete fare una prova anche a +20 per essere sicuri, ma di solito non dà risultati accettabili.
Fare tentativi ad intervalli minori può avere un senso se siete indecisi, ma una differenza inferiore di 5 step non dà risultati apprezzabili ad occhio nudo.
Quindi, o il problema c’è, e allora va risolto in maniera drastica, oppure se è così piccolo da richiedere per esempio una regolazione a -3, meglio non mettere le mani alla regolazione.

20140315_085607


Una volta trovato il settaggio corretto, la D7000 permette di salvare il risultato insieme all’obiettivo a cui si riferisce, nel menu della Regolazione Fine AF.
In questo modo, avrete per ogni obiettivo una regolazione dedicata.

 
Il problema allora esiste, o sono solo fisime di superspecialisti?
No, esiste ed è anche importante su obiettivi abbastanza luminosi, tanto da rendere quasi impossibile ad esempio realizzare un ritratto mettendo correttamente a fuoco gli occhi del soggetto.
Come potete vedere dalle foto allegate, sia il Nikkor 35mm 1.8 che il Tokina 11-16 2.8 presentano scostamenti che ho dovuto regolare con uno spostamento di -20 (fondo scala).

Il Nikkor 55-200 4,5 è stato regolato a -10, ma non ho potuto effettuare test alla focale più lunga, mentre il NIkkor 18-105 ha avuto anch’esso bisogno di una regolazione a fondo scala, -20.


Conclusioni
Il difetto di regolazione AF della D7000 è increscioso e abbastanza fastidioso, soprattutto perché finché non salta all’occhio è impossibile saperlo, non ho ricevuto comunicazioni formali dalla Nikon in tal senso, come ad esempio fanno i costruttori di automobili se c’è un difetto da sistemare.
Certo, la messa a fuoco di una macchina fotografica non costituisce pericolo di vita, ma un minimo di attenzione in più non avrebbe fatto male.
Fortunatamente la D7000 possiede tutti gli strumenti per ovviare al problema, e in dieci minuti potete eliminarlo per sempre.