Romanzo – incipit

Dopo quattro anni di stasi il mio romanzo si muove. La storia c’è, i personaggi pure e mi sembrano abbastanza tridimensionali.
Sono circa a metà della prima stesura, e mi pare che fili.
Chissà, magari mi prende di nuovo il blocco e rimane lì altri quattro anni, oppure riuscirò a finire la prima bozza entro quest’anno.
In ogni caso, mi fa piacere condividere l’incipit, o meglio il primo capitolo, che è quello che ha dato fuoco alle polveri.
Il titolo provvisorio del romanzo è “Anni ’70”, e speriamo di finirlo prima del 2070…:-)
Un ringraziamento a tutti coloro che vorranno dare una sbirciatina.

1. La fotografia
Mi trascinai dall’ascensore alla porta di casa come se dovessi percorrere ancora dieci chilometri a piedi dopo una maratona; quei pochi passi che mi separavano da casa mia mi sembravano interminabili.
Davanti alla porta guardai la serratura con aria di sfida; volevo vedere se per una volta, stanco, sudato, depredato da qualsiasi interesse per la mia vita, sarei riuscito a trovare subito le chiavi per entrare.
Infilai le mani nelle tasche del cappotto, poi nella saccoccia esterna dello zaino, poi lo poggiai sul davanzale di un finestrone sul pianerottolo e iniziai a frugarne l’interno, nella vana speranza che le chiavi fossero la prima cosa che avrei toccato e non fossero invece nascoste in una di quelle sacche spazio temporali che richiedevano di solito almeno due minuti prima di dissolversi e restituirmi le chiavi.
Anche stavolta, dopo aver esplorato inutilmente tutti i meandri più oscuri delle mie tasche, riuscii a resistere all’impulso di gettare tutto a terra e urlare.
Non era un buon segno, mi dissi, mi stavo spegnendo. Neanche più una sana incazzatura.
Ormai prendevo ogni evento della mia vita, piccolo o grande che fosse, con rassegnazione, e ad ogni piccola angheria che la mia esistenza mi riservava alzavo le spalle e cercavo di farmela scivolare addosso, anche se sapevo che in realtà stava incidendo un altro graffio su un animo già segnato.
Finalmente riuscii a trovare le chiavi e ad entrare in casa.
Mi chiusi la porta dietro le spalle e non guardai neanche dove lanciavo lo zaino; ne percepii vagamente il tonfo sul pavimento poi mi trascinai in camera da letto, per spogliarmi in fretta.
Il venerdì era un giorno peggiore degli altri.
Ero stanco e la mia casa – per quanto malmessa, disordinata, senza capo né coda come me – mi sembrava l’unico posto in cui potessi lasciarmi andare e dimenticare.
Dimenticare di essere solo a quaranta anni; di avere una ex-moglie che viveva a mille chilometri; che mio padre non mi riconosceva quasi più ed era da due anni in una casa di riposo che non riuscivo a pagare con regolarità; dimenticare che non ne potevo quasi più del mio lavoro, e sforzarmi invece di ricordare che mi serviva quel maledetto stipendio per tirare avanti.
Dimenticare che non riuscivo a tenere una donna vicino per più di pochi mesi perché mi stavo chiudendo sempre di più in me stesso, e cazzo, non è divertente dividere la propria vita con un depresso cronico.
Non bevevo, non mi drogavo, almeno questo.
Però fumavo e mangiavo troppo: la strada ideale per un infarto in giovane età.
Mi diressi in cucina, ma erano già le otto e non mi andava di cucinare. Non era una novità, non mi andava mai.
Per fortuna la mia piccola casa – tutto quello che mi era rimasto dopo il divorzio – aveva una grande frigorifero, e nel congelatore i piatti pronti non mancavano mai.
Come quasi tutte le sere perciò il microonde fece il suo dovere; presi infine una coca e mi buttai sul divano davanti al televisore.
In teoria avevo un invito a cena da parte di una coppia di amici che volevano presentarmi una tizia, ma avevo già visto questo film: una quarantenne, pensai, o giù di lì, sola come me, che cercava qualcuno con cui dividere il suo letto.
Non ero interessato.
Accesi il televisore mentre masticavo senza sentire il sapore di quello che stavo mangiando, ma cambiai subito canale appena mi resi conto che stavano trasmettendo un telegiornale, ormai non mi interessava più neanche la politica, e men che mai i fatti di cronaca.
Cominciai a seguire una partita di calcio senza vederla veramente, e oziosamente pensai che in fondo quel pollo precotto con le patate riscaldato non era male, considerando la mia situazione.
Presi un sorso di coca e ricominciai a cambiare canale; il calcio non mi piaceva prima e ora lo trovavo fastidioso.
Infine trovai un compromesso con me stesso e mi fermai su un canale dove trasmettevano storia ventiquattro ore al giorno; una volta ci vidi l’epopea di Giulio Cesare e mi era piaciuta. Non ricordavo se fosse stato prima o dopo il divorzio; probabilmente prima, ma comunque posai il telecomando e continuai a mangiare.
Pensai che sarei dovuto andare a dormire presto: il giorno dopo avevo intenzione di uscire all’alba e respirare un po’ di aria buona. Magari potevo andarmene al mare, anche se il tempo non prometteva per niente bene. Anzi, proprio per questo, così non avrei rischiato di incontrare nessuno che conoscevo.
Continuai ad ascoltare distrattamente lo speaker che parlava di gruppi terroristici post-68: una volta mi piaceva la politica e anche la storia d’Italia, ma ora mi sembrava un teatrino in cui si muovevano solo figuranti di poco talento.
La voce in sottofondo continuò a raccontare di come dopo le agitazioni universitarie del ’69 alcuni gruppi teorizzarono la via del terrorismo come arma di lotta politica:
“Alcuni perciò rimasero nella politica ufficiale, altri passarono alla lotta armata e alla clandestinità. In quei tumultuosi, momenti iniziali, la polizia riuscì a identificare e ad arrestare una cellula terroristica: non sapevano che stavano rovinando la loro vita e quella di molte altre persone, in quel momento si sentivano degli eroi rivoluzionari, e la gioia di immolarsi per la rivoluzione era chiara nei loro occhi di ragazzini – 20 anni o poco più, figurarsi!”
Seguii con gli occhi lo slideshow mentre mangiavo, guardavo poliziotti fieri e terroristi alteri, sembrava di essere in un film di Sergio Leone: primi piani taglienti alternati a campi lunghi, la folla in silenzio.
Improvvisamente comparve una foto: una donna giovane con una gonna a pied-de-pule, una camicia chiara e un maglioncino a “v”. Le calze chiare e le scarpe basse.
Le mani dietro la schiena chiuse dalle manette e un poliziotto che la trascinava per un braccio.
I capelli, di media lunghezza, non riuscivano a nascondere lo sguardo cattivo, quasi feroce.
Misi in pausa e mi avvicinai per guardare meglio, con la bocca spalancata: la camicia era celeste e il maglioncino viola; la gonna bianca con i disegni neri e le scarpe marrone testa di moro.
La foto che scorreva sullo schermo in realtà era in bianco e nero, ma i colori li conoscevo a memoria.
Non ebbi bisogno di controllare per sapere che il giorno del mio battesimo mia madre portava gli stessi vestiti.

I fotografi

I fotografi che amano il ritratto – parlo di quelli seri, appassionati, che investono molto tempo e danaro nella loro attività, non di quelli che si comprano una macchina fotografica da 300 euro per fotografare la fidanzata nuda – possono avere molti stili diversi, e molti modi di vedere le persone.
Basta vedere cosa succede agli eventi in cui una modella viene fotografata da più fotografi: non ci sono due foto uguali, ognuno ha il suo modo di trasformare la realtà in immagine, che dipende dalla sua capacità tecnica, dalla sensibilità, da molti fattori.
Tuttavia i fotografi di ritratto – indipendentemente dal loro stile e dalle loro capacità – possono essere divisi in due categorie, solo in due, che li racchiudono tutti, con i loro modi di fare, le loro idee, le loro capacità.

Nella prima categoria ci sono quelli che “hanno uno stile”.
Sono fotografi che hanno trovato il loro binario, sanno sempre esattamente da dove partire e cosa fare per arrivare a destinazione.
“Piegano” le persone che ritraggono alla loro volontà e alle loro idee, in modo che la foto, e il fotografo, siano sempre riconoscibili, e le persone siano solo lo strumento per ottenere il risultato.
Ad ogni set hanno già chiaro come vestiranno la loro modella, come la truccheranno, come vogliono che posi, e sono in grado di creare uno storyboard come una sceneggiatura cinematografica.
Se guardate in successione le foto di questi fotografi, scoprirete dopo un po’ che fanno sempre la stessa foto. O le stesse quattro o cinque foto.
Cambiano le persone, le modelle, il contesto (neanche troppo: molti si innamorano del loro studio, o di casa loro, o di una location particolare), talvolta il trucco, ma la foto no: è la LORO foto, la LORO fotografia.
La loro “cifra stilistica” e le loro cinque pose standard.
Questi fotografi sono per lo più seri, sicuri di sé, presi dal loro lavoro, e poco inclini alla discussione.
Raramente li vedrete esporsi e comunicare il loro sentire; le loro foto parlano da sole, e parlano di loro.
Spesso, o quasi sempre, sono dei leader, e amano esserlo.
Come gli Jedi hanno i loro Padawan così i fotografi con uno stile fanno bottega leonardesca e trasferiscono di buon grado il loro sapere agli eletti.
Gli altri invece sono spesso il “nemico”, con cui confrontarsi e se possibile da battere.
Il fotografo con uno stile adora la mai tanto vituperata gara “a chi ce l’ha più lungo” e dedica una buona parte della propria attività a dimostrare ad altri fotografi la propria superiorità, spesso attraverso l’uso delle stesse modelle che diventano così oggetto di uno scontro che sa tanto di duello medioevale.
I fotografi con uno stile di solito hanno successo, quasi sempre. E sono di moda, qualsiasi sia la moda.
Magari un successo locale, limitato, ma molto spesso ampio e talvolta arrivano alla fama, quella vera.
Tutti i fotografi che iniziano guardano ai fotografi con stile come l’obiettivo da raggiungere, e spesso molti fotografi mediocri scimmiottano stili più o meno in voga, con risultati mediocri come loro.

La seconda categoria è formata da quelli che io chiamo i “cercatori d’oro”.
Sono persone destrutturate, spesso senza idee predefinite, che tremano come foglie alla domanda “che idea hai per il nostro set?”.
Hanno studiato i colori complementari e la composizione, sanno usare la fotocamera e le luci e poi basta.
Non sanno nulla di vestiti, di pose, di trucco, di mood.
Non sanno nulla di nulla.
I cercatori d’oro sanno solo che lì, proprio lì, dentro quella persona, c’è qualcosa che vale la pena guardare, e fermare.
Mentre lavorano scrutano la persona che hanno davanti con quello che io chiamo lo “sguardo dell’entomologo”, cercano di vederne anche i piccoli movimenti, i tic, gli atteggiamenti.
Sono lì con il loro setaccio speciale, a forma di macchina fotografica, sperando che emerga il filone d’oro che hanno intravisto, o anche solo immaginato.
Non si intendono di vestiti, o di altro, e non sono neanche molto interessati. Si accontentano di quello che trovano, di un posto qualsiasi; se sono in studio di una luce semplice.
Quando hanno una persona davanti ne guardano sempre gli occhi, perché sanno che se il kohinoor c’è, uscirà da lì.
I cercatori d’oro si presentano con il torace spalancato e il cuore aperto, perché la loro unica speranza è di convincere la persona che hanno di fronte a fidarsi di loro, a mettere in gioco sentimenti ed emozioni che normalmente rimarrebbero nascosti dietro la pelle.
Le loro foto sono tutte diverse, perché diverse sono le emozioni, diverse sono le persone, diversi sono i luoghi, i momenti e le passioni.
Non sono leader né follower, non si uniscono a branchi, ne possono fare parte per un pezzo del loro cammino, ma restano sempre ai margini e dopo un po’ si allontanano silenziosamente. Hanno la loro storia da cercare e da raccontare, ed è solo loro, e non la condividono perché semplicemente non è possibile.
Ma sanno riconoscere la qualità e gioirne: il cercatore d’oro sta male se non trova la sua pepita, ma non soffre per i successi altrui.
Nessuno vuole essere un cercatore d’oro quando inizia ma è un’inclinazione, che qualcuno asseconda e qualcuno invece ci si trova invischiato nell’inutile ricerca di uno stile.

Io faccio parte di questa seconda categoria.
Noi cercatori d’oro viviamo di grandi delusioni e di altrettanto grandi soddisfazioni, la nostra passione fotografica è fatta di alti e bassi che qualche volta ti distruggono, di invidie (per lo più altrui) e di affetti (per lo più nostri); tutto amplificato, perché nella nostra ricerca non possiamo essere cinici, non possiamo trattare le persone come manichini, non sapremmo come gestirle.
Le nostre foto possono essere molto belle o molto brutte, spesso la seconda più della prima, ma quasi sempre abbiamo la soddisfazione di rappresentare le persone come sentono di essere, come vorrebbero essere, come vogliono sembrare in quel momento e non solo come NOI cerchiamo di farle apparire. Perché ce lo hanno detto loro, attraverso i loro sguardi.

Un cercatore d’oro difficilmente diventerà un fotografo di fama, perché avrà perso molte delle sue energie alla ricerca di quello che gli altri sanno già dove trovare.
Ma in compenso avrà conosciuto davvero molte persone meravigliose.
E questo vale molto di più di una bella foto.

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Foto di rodocarda

Amore Assoluto

Fare il fotografo, per passione o per professione, significa avere un osservatorio privilegiato sul mondo, tanto più se si fotografano le persone.
Si possono vedere e quasi toccare da vicino emozioni che spesso le persone tengono solo per sé, ma chissà come mai talvolta, qualche rara ma bellissima volta, svelano davanti ad una macchina fotografica.
E qualche volta dietro quella macchina ci sei tu, il fortunato che può osservare gli occhi delle persone lasciarsi andare e raccontarti delle storie, piccole o grandi che siano.
Il bravo fotografo è colui che riesce a essere così affidabile da rendere questo processo semplice per la persona che ha davanti: la ricompensa spesso sono emozioni che fluiscono in maniera naturale e tu sei il testimone di un momento importante; che poi anche altri vedranno certo, ma dopo.
Intanto tu eri lì, ed è meraviglioso.
Ma poi, quando scatti una foto come questa, quando sei testimone di un amore così assoluto, pensi di non essere neanche degno di guardare.
In questa società in cui l’amore viene svilito, sminuzzato, ridotto, confuso con cose che non c’entrano nulla, ignorato, negato, rovinato dalla rabbia o dalla gelosia,
Una società in cui l’amore è sempre secondo: alla carriera, ai soldi, alle ambizioni, alla prevaricazione
In questa società in cui amare qualcuno, o qualcosa, sembra essere passato di moda
Una società in cui l’amore è codificato dai messaggi dei social network, dalle scritte sgrammaticate sui muri, dai pezzi di poesia strappati dalle loro pagine a forza e mai capiti.
L’amore che non è più quello di Dante, Prevert o di Leopardi, ma neanche quello di Roma città aperta, di Ladri di biciclette o di tanti film che abbiamo visto magari piangendo.
E’ una società questa in cui spesso all’amore – qualsiasi amore – non viene più dato tempo per nascere, crescere, svilupparsi, mettere radici.
Eppure.
Eppure in questa nostra società così difficile che all’amore riserva spesso solo un posto commerciale, c’è ancora un amore che è rimasto lo stesso, puro e immutabile dalla notte dei tempi.
Un amore che scavalca le mode e i costumi, gli anni e i secoli, lo spazio e il tempo, la vita e la morte.
Un amore che nasce dalle viscere e finisce nelle viscere, che spiega perché siamo qua e perché non ci saremo più.
E quando ti capita di vedere un amore così vorresti solo spingere, piano, un piccolo pulsante, e poi scomparire per non disturbarlo.

BlankaeLudo

Photo by rodocarda

L’etica fotografica e la digitalizzazione del negativo

Nell’era della fotografia digitale molti fotografi – me compreso – hanno ancora il gusto di scattare con la pellicola.
Non starò qui a raccontare perché uno dovrebbe ancora perdere tempo a comprare le pellicole, scattare senza vedere cosa sta facendo, svilupparle magari da solo in uno stanzino buio per poi ottenere una foto a risoluzione più bassa di un sensore di ultima generazione. Dico solo che nella pellicola c’è l’emozione dell’artigianato, la qualità dell’immediatezza e l’intoccabilità del risultato, si lavora senza rete.
Ecco, su questo punto bisogna chiarirsi bene: in realtà la manipolazione dello scatto è sempre stata fatta da molto prima che la fotografia digitale venisse inventata.
La selezione delle foto, il dodge and burn (aumentare o diminuire selettivamente la luminosità), il contrasto, l’esposizione, il viraggio fino a vere e proprie trasformazioni degne di photoshop sono strumenti usati da sempre per migliorare o stravolgere addirittura lo scatto.
Oggi però con gli strumenti informatici a disposizione è possibile prendere uno scatto a pellicola, digitalizzarlo e intervenire su di esso in maniera molto più ampia.
Io però credo che quando si scatta a pellicola, anche se tutti ormai digitalizziamo la foto per poterla pubblicare e condividerla su facebook o su piattaforme di photo sharing, ci debbano essere dei limiti di intervento che sono in fin dei conti la caratterizzazione specifica della pellicola rispetto al digitale.
Mi sono quindi divertito a stilare un elenco di cose lecite e proibite in base ad un’etica fotografica che – come potrete facilmente immaginare – è esclusivamente mia.
Quindi non pretendo che quello che vi dirò sia la “verità”, piuttosto una base di discussione almeno per l’onestà intellettuale di capire cosa si ha di fronte quando vediamo una foto “a pellicola” su facebook.

Rimozione polvere e graffi – SI’
Io uso photoshop, rende la vita più facile e il risultato è perfetto.
La polvere e i graffi non fanno parte dello scatto, e il negativo viene comunque accuratamente pulito prima di una stampa, ma lo scanner e la manipolazione rendono impossibile digitalizzare un negativo senza introdurre macchie.
Rimuovere questi segni non è per me illecito, e anche se fa tanto vintage per me sono solo imperfezioni non legate allo scatto.
Di fatto è un’operazione inevitabile per ogni negativo digitalizzato.

Aumento luminosità e contrasto, anche selettivamente – SI’
Entro certi limiti.
In ogni caso il negativo non consente una variazione molto ampia, ma all’interno della “latitudine di posa” della pellicola aumentare o diminuire luminosità o contrasto è per me consentito.
D’altronde quando si stampa si sceglie una carta con più o meno contrasto a secondo del proprio gusto, e anche la luminosità di può governare, quindi se queste operazioni vengono fatte anche in digitale non ci trovo nulla di male, purché per me siano entro certi ambiti diciamo un 20% in più o in meno non è un delitto.

Fluidifica – NO
Non è corretto per me utilizzare tool di modifica strutturale presenti in photoshop per allungare, accorciare, limare nasi o mascelle, accrescere labbra o tette.
La fisionomia delle persone ritratte deve rimanere intoccata.

Brufoli e imperfezioni della pelle – NO
Questo è un punto controverso, perché la fotografia digitale permette di presentare sempre pelli perfettamente levigate (volendo) e anche nella conversione bianco e nero si tende a rimuovere le imperfezioni.
Questo è possibile e facilmente anche sulla pellicola digitalizzata ma per me è una pratica “illegale”.
Se la modella o le persone ritratte vogliono avere una pelle più compatta possono usare un trucco più generoso, oppure il fotografo può studiare luci che non evidenzino i difetti.
La rimozione delle imperfezioni dovrebbe essere evitata.

Rimozione parziale o totale oggetti – NO con riserva
La rimozione di oggetti o addirittura il cambio di sfondo dovrebbero essere evitati.
In realtà in camera oscura si può fare questo ed altro, e allora perché non con photoshop?
Diciamo che in camera oscura rimuovere oggetti indesiderati è un’arte quasi chirurgica, mentre con photoshop è banale e la tentazione di farsi prendere la mano è forte.
Quindi per me è NO anche se capisco che non sarebbe uno scandalo.

Filtro colorato – NO
I filtri per la pellicola per me vanno usati durante lo scatto, per creare le condizioni di luminosità relativa tra colori diversi (soprattutto in bianco e nero) che sono tipiche di scelte di ripresa.
Mettere un filtro rosso su un negativo digitalizzato, o un filtro IR o altro in postproduzione non mi piace.
Se volete il cielo nero, mettete un filtro rosso durante lo scatto.
Se volete labbra rosse, mettete un filtro verde durante lo scatto e così via.

Crop (ritaglio) ed eventuale rotazione parziale – SI’ (ma io non lo faccio)
Ritagliare la foto per migliorarne la composizione, o evidenziare un particolare o escluderne aree non desiderate è pratica comune nella stampa analogica.
Quindi per me è una di quelle cose che reputo fattibile anche in postproduzione.
Tuttavia personalmente la ritengo una pratica “legale” ma non “etica”: io lascio sempre la scannerizzazione del negativo completa della mascheratura, in modo che sia visibile tutto ciò che ho inquadrato durante lo scatto.
Per me rende la foto più interessante.
Poi, ho sbagliato a comporre la foto? è venuta un po’ storta?
Peggio per me, potevo stare più attento; il vero insegnamento dello scattare in pellicola è proprio questo: ogni foto conta, e ogni foto sbagliata è un errore grave da non ripetere.
“Tanto la sistemo dopo” è una pratica che già in digitale è da considerare scorretta, in analogico è quasi una perversione!

Sam
Photo by rodocarda

The not so Chinese Girl

About a year ago I was wandering around in the heart of Rome, holding my Nikon D7000 which I was going to replace with a D610 shortly thereafter, when suddenly, on a narrow cobblestone street, an incredibly beautiful girl was standing in the sun, smoking a cigarettes. I was so struck by her natural beauty that I asked if I could take a picture. I usually don’t disturb people I do not know, but in this case I really had the guts to ask because I found her perfect for a portrait. Incredibily she agreed and I took just a couple of pictures, because I didn’t want to be intrusive. I didn’t have the right lens and I could probably do better, but I was very happy of the picture I took and that I called “Chinese Girl”. This is the picture. Chinese Girl_new I thought this woman was working somewhere in that area, she didn’t seem to be a tourist, notwithstanding that oriental look, so during the next 12 months very often I called by the same narrow street but I never had the chance to meet her again. Then a couple of month a go I asked on a photo group on facebook if any model would be interested in shooting pictures with an old NIKON F2 and a roll of HP5 black and white film. A nice girl answered and we shoot some interesting pictures. This is one examples of the photos we did that day. Negativi Giulia New061 FINAL Just by chance, as this girl whose name is Giulia looks oriental herself, I mentioned the story of the Chinese Girl, telling her she looked a bit like her. Giulia told me she’s not Chinese but half-Japanese, and as I knew where she was working I told her that I met that Chinese girl not far from her workplace. She was hit by this, and wanted to see the picture, and as you may imagine the girl I took a picture of one year earlier was not Chinese at all but Japanese, and happened to be a relative of Giulia, moreover working some 50 meters from her workplace. I was stunned too. Giulia promised me she would put me in contact with Yuki, this is the name of the mysterious girl, and so she did, and finally, almost one year after, I was able to have Yuki in front of my camera again, this time with a new camera, a top lens, and ready to shoot the pictures I had in my mind for one year. The following portraits are only two of the many I took. She was gentle and patient enough. Me? Happy as a baby. Sometimes photography is just that: a whole bunch of happiness. DSC_0224-Modifica FINAL_new DSC_0225-Modifica FINAL_new

La malinconia del fotografo

Prima o poi arriva per tutti.
Professionisti, dilettanti, purché abbiano passione in quello che fanno.
Ti prende di solito la sera, poco prima del tramonto, quando sai che manca poco, che se non ti sbrighi perderai quella luce bellissima.
E allora di corsa, prendi la macchinetta, controlli di avere tutto, l’obiettivo giusto, il treppiede, la batteria carica, la scheda i filtri, tutto.
Giri per casa come un ossesso, smadonnando perché le chiavi del motorino non sono mai al loro posto.
Finalmente arrivi alla porta di casa, la apri, e proprio là sulla soglia ti fermi.
La consapevolezza ti cade addosso senza preavviso.
Stai correndo per cogliere l’attimo giusto, la luce perfetta, per scattare la foto che cerchi da tempo.
E ti rendi conto che è tutto inutile.
Per quanto tu possa dannarti l’anima, per quanto possa svegliarti presto, o andare a letto tardi, per quante ore tu possa attendere immobile sperando che il quadro si componga come desideri, per quante notti insonni a rivedere il lavoro fatto potrai passare, non riuscirai mai a fermare tutti gli attimi importanti della vita che ti passeranno vicino.
Non potrai mai cogliere tutto lo spettacolo della natura, i momenti belli della vita, i volti interessanti che avrai la fortuna di incontrare.
La tua macchinetta è un povero strumento, in confronto alla ricchezza del mondo che ti circonda, e tutti i tuoi sforzi sono destinati ad essere vani.
Allora ti fermi, posi la macchinetta, pensi.
Poi sorridi, e con le mani in tasca esci a respirare un po’ di aria buona

Gianicolo

L’omino dei frigoriferi

I racconti vengono dalle direzioni più impensate. Questo arriva da una foto, la foto allegata. L’ha scattata Emi. Sì, proprio lui 🙂

La Tina ne sentì parlare dalla signora Jolanda, anzi, signorina prego, come teneva a rimarcare ogni volta.
Una vecchia zitella che abitava al pianoterra, in una posizione strategica per incrociare tutti quelli che entravano ed uscivano dal palazzo, e in buona sostanza farsi gli affari di tutti.
La Tina, che di questioni dolorose e irrisolte ne avrebbe potuto riempire l’agenda di dieci psicanalisti, evitava la signorina Jolanda come la peste, tanto sapeva bene dove sarebbero andati a parare tutti i discorsi: “Ehhhhhhh ma suo mariiiiitooooo” parlava trascinando le vocali, la signorina Jolanda, “non l’ha piuuuù sentiiiiitoooo? ma è verooooo che sta in giappoooooneeeee?”.
Se c’era un argomento di cui la Tina non aveva voglia di parlare era suo marito; avrebbe voluto poter dire “ex” marito, ma quel farabutto era scomparso nel nulla prima che le pratiche di divorzio fossero completate, e ora poteva solo sperare che qualche giudice accomodante lo facesse dichiarare morto.
La signorina Jolanda sapeva bene – perché lei sapeva tutto – che il marito della Tina se ne era andato via con una ballerina moldava, o ucraina, insomma una ballerina, quando loro figlio aveva neanche dieci anni, lasciandola senza una lira, con debiti su tutto: sulla casa, sulla macchina, si era impegnato anche la televisione quel bastardo.
Poi era ricomparso una sera dopo qualche anno, magro, emaciato, chiedendo di tornare a casa. Davanti allo sguardo sconvolto di suo figlio, la Tina lo aveva cacciato definitivamente, e non ne aveva saputo più nulla.
Ecco, solo il pensare alla signorina Jolanda aveva portato il suo cervello a ricordare quel disgraziato, per questo la evitava sempre.
Ma quella mattina non poté farne a meno: il frigorifero non dava più segni di vita, aveva fatto una spesa importante solo il giorno prima, che doveva durare tutta la settimana, e ora il frigorifero era morto. Defunto. Con la spesa dentro a macerare e zero soldi in tasca per comprarne uno nuovo.
Tina pensò che forse la signorina Jolanda conosceva qualcuno che avesse un frigorifero da prestargli, anche piccolo; magari qualcuno che lo stava per comprare nuovo e non sapeva dove mettere il vecchio o dove poterlo buttare; magari qualcuno che ne aveva uno in campagna; magari qualcuno che…
– Non c’è bisogno di cambiaaaaarlo, lo facciamo riparaaaare! – disse la signorina Jolanda con la sua voce squillante ed entusiasta, interrompendo il flusso dei pensieri della donna.
La Tina la guardò alzando un sopracciglio.
– Credo che sia al di là di qualsiasi riparazione, purtroppo… –
– Ma nooooo! – disse la Jolanda prendendola sottobraccio e parlandole affabilmente, grata di potersi finalmente intromettere nella sua vita privata – c’è un tizio del quartieeeeeere che ripaaaaara frigoriferi. Solo frigoriferi e solo vecchi. Lo fa praticameeeeente per hobby, è braviiiiissimo e non chiede quasi nulla. Adesso lo chiamiaaaaamo e vedrà che sistemerà il suo frigoriiiiifero –
La Tina era un po’ titubante.
– Non so…i frigoriferi si possono riparare? magari sarà necessario qualche costoso pezzo di ricambio, magari è rotto il motore, e poi chi è questo tizio qui? come si chiama? – diffidava dalle soluzioni facili, la Tina; era una donna che aveva faticato tutta la vita, e niente era venuto via gratis.
– Aaaaahhhhh boooooohhhhh – rispose la signorina Jolanda – mica lo soooooo! Noi lo chiamiamo “l’ominooooo dei frigoriiiiferi”.
E senza aggiungere altro compose un numero che aveva segnato a penna su una vecchia agenda di “Frate Indovino” del 1982, l’anno dei mondiali.
Mentre parlottava al telefono si allontanò, ma dopo poco tornò trionfante.
– Arrivaaaaaa! Arriva tra ciiiinque minuuuti! –
La Tina non sapeva che fare, si morse il labbro per un po’, poi disse:
– Va bene, peggio di così non potrà fare, no!? Vado a casa ad aspettarlo – e prese le scale quasi di corsa, per evitare che alla signorina Jolanda venisse in mente di seguirla.
Arrivata a casa si mise a rassettare qua e là, poi tolse dal frigorifero il cibo che poteva resistere un po’ di più, ma non fece in tempo a fare gran che perché il campanello della porta di casa suonò insistentemente.
La donna rimase un attimo interdetta, diede un rapido sguardo all’orologio solo per rendersi conto che di minuti ne erano passati si e no tre, e poi si diresse verso la porta.
Quando la aprì quello che le si presentò davanti più che un idraulico specializzato sembrava un ragioniere del catasto.
Era un ometto di non più di un metro e sessanta, calvo, con pochi capelli bianchi qua e là, degli occhiali cerchiati d’oro terribilmente vecchi, e un sorriso contagioso.
Indossava un paio di jeans, una camicia di flanella, e in mano aveva una grossa cassetta degli attrezzi rossa, di metallo, con il coperchio nero.
Alla vista dell’uomo la Tina non poté fare a meno di sorridere ma lo lasciò entrare lo stesso.
Lo ringraziò per la solerzia mentre lo guidava verso la cucina, lui si schermì, e intanto aveva già appoggiato la cassetta a terra e aperto il frigo.
Quello che si dice non perdere tempo, pensò la Tina.
– Posso offrirle un caffè, signor…. –
– Emi – disse pronto l’ometto – mi chiamo Emi, ma no, grazie, non bevo caffè –
E così dicendo si rimise al lavoro.
Per un po’ la donna lo guardò lavorare alacremente, poi, visto che lui non la filava minimamente, se ne andò in un’altra stanza.
Non passò più di una mezz’ora, che la Tina improvvisamente sentì il classico rumore del motore di un frigorifero quando attacca.
Arrivò quasi di corsa in cucina, per vedere il signor Emi che chiudeva il frigo, e cominciava a riporre i suoi attrezzi nella cassetta.
– Funziona? – chiese timidamente la Tina.
– Certo – rispose l’ometto sorridendo – funziona benissimo! –
Lei rimase stupita, ma d’altronde cosa ne sapeva lei di frigoriferi e di come si riparano? Magari c’era solo un filo corroso, una presa lenta, cose così insomma.
– Quanto le devo? – chiese ad Emi prendendo il portafoglio.
L’omino agitò una mano sorridente.
– Nononono non mi deve niente. Mi sono divertito, non ho dovuto spendere soldi per pezzi di ricambio, e ci ho messo veramente pochi minuti. Ora scappo via perché ho un’altra riparazione urgente –
Non diede neanche tempo alla Tina di replicare, che era già sparito.
La donna rimase così, in silenzio, il portafoglio in mano e il rumore leggero del frigorifero che stava riportando il cibo a temperatura.

Quando suo figlio rientrò per la cena lei gli raccontò brevemente quello che era successo, il frigorifero che si era rotto, l’omino che lo aveva riparato, insomma tutta la storia.
Anselmo, ormai un ventenne alto e robusto che lavorava in un altoforno, sorrideva al racconto della madre, e tra una forchettata e l’altra guardava ridacchiando il frigorifero, finché non si fermò improvvisamente con la forchetta a mezz’aria e la bocca spalancata.
La Tina lo guardò preoccupata:
– E’ successo qualcosa? – chiese.
Lui indicò il frigorifero, il cui sportello era completamente coperto di magnetini, appunti, calamite, disegni, e disse quasi senza voce:
– Il sol levante –
La Tina si girò verso il frigo e capì istantaneamente.
Il magnetino del sol levante, l’unico regalo del padre ad Anselmo negli ultimi dieci anni, che di solito campeggiava al centro del frigorifero a fermare un disegno fatto dal ragazzo in prima elementare, non c’era più.
Anselmo e la Tina guardarono bene lungo tutto il frigorifero, poi sotto, di lato, sulla madia, per terra.
Niente.
Il sol levante era sparito.
I due si guardarono negli occhi per un momento, poi fu la Tina a parlare:
– L’omino dei frigoriferi – disse solo.

Un minuto dopo erano davanti alla porta della signora Jolanda e battevano furiosamente il pugno contro il legno per svegliarla, lei che alle sette già diceva le preghiere e si addormentava davanti alla TV.
Quando la donna aprì, ancora insonnolita, non le diedero il tempo di parlare:
– Dov’è? dove abita? dove sta Emi? – chiese la Tina.
– Eeeeemiiii? e chi è Eeeeeemiiii – biascicò la signorina Jolanda.
– L’omino dei frigoriferi!!! quello che ci ha mandato oggi! – urlò Anselmo ergendosi dal suo metro e novanta per spaventare la signorina Jolanda.
La quale si spaventò sul serio, divenne bianca come un cadavere, poi mandò giù un paio di volte la saliva, e infine disse:
– L’indirizzo esatto non lo so, ma abita al primo piano di quel palazzo sopra il panificio dei fratelli… –
I due non le fecero neanche terminare la frase, avevano capito a quale palazzo si riferiva la donna e corsero via senza indugiare.
Quando finalmente arrivarono davanti alla porta di casa dell’omino dei frigoriferi,si fermarono un attimo ad ascoltare.
Nessun suono proveniva dall’interno.
Sulla porta solo due iniziali: “E.P.”
Non c’erano a terra né un tappetino, un vaso di fiori, un ombrello ad asciugare, niente di niente.
Dopo aver atteso invano qualche minuto, sperando di sentire qualche segno di vita, si decisero a suonare il campanello.
Il suono del campanello non era ancora svanito del tutto che la porta di casa si aprì silenziosamente, e l’omino dei frigoriferi comparve sorridente.
– Benvenuti nella mia casa, sapevo che sarebbe successo prima o poi! Venite, venite di là, vi offro qualcosa da bere –
Così dicendo, senza attendere risposta, si diresse lungo uno stretto corridoio, con i due, madre e figlio, che lo seguivano senza avere il coraggio di rompere quel silenzio.
Il corridoio terminava in una porta, Emi l’aprì, e i due si trovarono immersi in una specie di fantasmagorico universo fatto di luci, riflessi, colori.,
Ci misero qualche secondo a capire che le pareti erano completamente ricoperte di magnetini da frigorifero di tutti i colori, forme, lingue.
L’omino prese la mano di Tina e la guidò verso una parete, invitandola a guardare verso il basso.
Lì, tra un “Welcome to Arizona” e una riproduzione in scala del Taj Mahal, c’era il sol levante che il padre di Anselmo gli aveva spedito, unico triste simbolo di un affetto non ricambiato, qualche anno prima.
La Tina alzò gli occhi verso l’omino mentre il figlio percorreva emozionato con lo sguardo tutte le pareti.
– Perché? – chiese la Tina – che cosa significa tutto questo? perché lei ruba i magnetini ai frigoriferi? è pazzo forse? è una mania? –
Emi sorrise, poi invitò i due ospiti a sedersi e offrì loro un bicchiere d’acqua prima di sedersi vicino a loro.
– Non sono pazzo, Tina – rispose sorridendo – Vedi, le persone tendono a conservare oggetti cari, che gli ricordano momenti felici, ma purtroppo anche oggetti che rinnovano il dolore di una perdita, di un amore lontano, di un amico con cui abbiamo chiuso ogni rapporto. Lo so, sono piccole cose, ma voi non potete immaginare quanto dolore permanga nella vita delle persone se continuano ad alimentare certi ricordi. Io lo sento. Sento questo dolore e cerco di aiutarvi a rimuoverlo. Faccio quello che posso; non sono il solo, né il migliore e non faccio grandi cose. Io…mi occupo dei magnetini dei frigoriferi. Lo so, non è gran che. Ci sono colleghi che aiutano a riposare, quelli che portano conforto la notte in ospedale, quelli che fanno svanire il ricordo di un amore impossibile. Ma è un bel po’ che faccio questo lavoro, e ora mi piace. –
Si fermò un attimo, si alzò, fece un gesto teatrale con la mano e poi riprese:
– Guardate. Guardate quanti brutti ricordi mi sono portato via in tutto questo tempo. Non pensate anche voi che sia meraviglioso? –
Tina e Anselmo si erano presi la mano, non avevano il coraggio di fare altre domande.
Poi Tina si schiarì la voce per chiedere:
– Ma tutti questi…tutti qui, nel nostro quartiere? –
Emi sorrise comprensivo.
– No Tina – rispose – certamente no. Oggi sono qui perché VOI avevate bisogno di me. Domani io e i miei magnetini saremo da un’altra parte; in un’altra casa, pronti ad ascoltare le sofferenze di altre persone, e a riparare altri frigoriferi –
Inclinò leggermente la testa da un lato, poi disse.
– E ora dovete tornare a casa. Dimenticate il magnetino del sol levante, e soprattutto dimenticate la persona che ve l’ha mandato. Non vi merita. La vostra vita è completa così, non avete bisogno di lui o del suo ricordo. –
Li accompagnò, quasi li spinse verso la porta.
Quando furono sul pianerottolo, istintivamente si girarono per guardare di nuovo, ma la porta non c’era più. Non c’era la porta di legno, e non c’era il campanello. Non c’era forse neanche più l’appartamento, ma non avrebbero potuto dirlo.
Si guardarono, si presero per mano, e tornarono a casa chiedendosi distrattamente perché erano usciti a quest’ora.
Forse a comprare il latte?


frigorista

Dalla D7000 alla D610

Ho fatto il grande salto (o il grande ritorno…) dalla D7000 alla D610, passando finalmente a una full frame.
Quelle che seguono sono alcune considerazioni e prime sensazioni derivate dalla prova sul campo.
Non mi dilungherò in recensioni tecniche, che si possono trovare ormai a centinaia su qualsiasi sito, ma su quello che ho provato nel passaggio da una ottima macchinetta a una di livello superiore, magari cercando di aggiungere alcune considerazioni che NON ho trovato da nessuna parte, quando anche io leggevo per capire quale fosse l’acquisto migliore.

Nikon D610

Perché Nikon
Per me è stato facile, dalla F2 in poi a casa mia sono girate solo Nikon. Non è solo un motivo sentimentale, ma sostanzialmente:
– conosco ormai le Nikon, le funzionalità, pregi e difetti
– posso riutilizzare quasi interamente un parco obiettivi che ha ormai più di trenta anni. Perché la Nikon ha la simpatica caratteristica di permettervi di usare (con qualche limitazione) qualsiasi obiettivo prodotto negli ultimi cinquanta e passa anni.

Prima di acquistarla
Ho scelto la D610 basandomi sulle recensioni e sui test tecnici, tra le varie full frame della Nikon, per alcuni motivi:
– il budget. Acquistare la D800 non sarebbe stato impossibile, ma il costo aggiuntivo, unito ad alcune caratteristiche che vedremo dopo, mi ha fatto pendere per la D610. La D4 ha un costo proibitivo e non ragionevole per le mie capacità e l’utilizzo
– la risoluzione. Anche se i pixel come noto contano fino ad un certo punto, averne a disposizione 24 milioni comunque aumenta le possibilità di scelta: i 36 della D800 invece sono eccessivi in termini di peso del file, postprocessing, e anche effetti fastidiosi come il micromosso, che costringe gli utenti della D800 a tempi di esposizione molto rapidi e quindi ISO elevate in molte situazioni
– la “tridimensionalità”, ossia la ricchezza maggiore in termini di dinamica dei colori, sensibilità, risoluzione, ideali per la ritrattistica
– le funzionalità, praticamente identiche alla D7000. Il passaggio in questo modo mi appariva meno traumatico.

Nikon-D610

Prime impressioni
La prima cosa (negativa) che salta agli occhi appena aperta la confezione è che la D610 è molto plasticosa. Per chi viene dalla D7000, molto robusta, o addirittura da una analogica, sembra quasi un giocattolo. Questa impressione negativa rimane sia all’apertura del vano della batteria, degli slot schede SD, all’inserimento degli obiettivi. Insomma, la D610 sembra essere stata costruita con materiali non resistentissimi. Spero sia solo un’impressione, ma il passaggio dalla D7000 si sente.
L’obiettivo fornito nel kit è un 24-85, 3,5-4,5. Un obiettivo tuttofare, che se non avesse un diametro di 72mm, l’ennesimo differente nella mia borsa, sarebbe stato perfetto…
Per il resto, garanzia Nital di 4 anni, accessori soliti, niente da dire, su questo la Nikon non perde punti.

D610_DoubleSlot_2

Prima accensione
La batteria aveva un po’ di carica e quindi non ho perso tempo ad accendere la D610 e a guardare nel mirino, e a smanettare un po’ di ghiere.
Qui iniziano le note dolenti, per chi fa il passaggio dalla D7000: tutti gli indicatori sono AL CONTRARIO!
L’esposimetro ha la sovraesposizione a destra invece che a sinistra.
Lo zoom del display non è l’ultimo pulsante in basso, ma il penultimo, la variazione di esposizione ha il più e il meno invertiti.
Insomma, i gesti automatici della D7000 non funzionano più, e dopo tre giorni sto ancora cercando di evitare di trovarmi in sovraesposizione o sottoesposizione senza volerlo.
Tra l’altro, avendo conservato la D7000, ogni passaggio avanti e indietro tra le due macchinette sarà una sofferenza.
Il motivo di questa inversione lo sanno solo gli ingegneri giapponesi…
Altra sorpresa negativa è la ghiera dei modi di esposizione. Per passare da P ad A, M etc, non basta più ruotare la ghiera, ma bisogna contestualmente PREMERE un pulsantino microscopico, messo sopra la ghiera.
Quindi è impossibile cambiare modo rimanendo con l’occhio nel mirino, a meno di non essere degli abili prestigiatori.
Anche questa scelta è incomprensibile.
Per il resto non ci sono sostanziali differenze nei menu e nella gestione della macchinetta.
La D610 continua ad avere i modi U1 e U2 per salvare le impostazioni utente (mai usati neanche nella D7000 ma è una mia pecca), e i due slot per le schede SD (comodissimi).
Il live view si attiva con un pulsante invece che con una leva, e l’attivazione dei video ora ha un pulsantino dedicato.
Per il resto la D610 è identica nei comandi alla D7000, tranne per la gestione FX/DX, di cui parleremo tra poco.
Nikon Mode Dial

Il parco obiettivi
Nel passaggio ad una full frame bisogna considerare quali obiettivi sarà possibile continuare ad usare.
La bella notizia, con la D610, è che in pratica TUTTI gli obiettivi, anche quelli specifici DX, possono essere usati, attivando l’apposita opzione nel menu.
In questo caso la D610 si trasforma in una DX, quindi non ci sono particolari vantaggi rispetto alla D7000, ma almeno non si è costretti a portarsi dietro due corpi macchina per usare gli stessi obiettivi.
In sintesi la situazione in cui ci si può trovare passando dalla D7000 è la seguente:
– obiettivi specificatamente progettati per la D610 (es. 24-85 del kit). Li monti e scatti, non c’è nulla da dire.
– obiettivi universali (es. 50 1.8D). Funzionano indifferentemente sulla D7000 e sulla D610, ovviamente sulla D7000 la focale equivalente è pari a quella nominale moltiplicata per 1,5 mentre sulla D610 la focale nominale è quella reale
– obiettivi delle Nikon analogiche (es. 105 2.5 da me soprannominato il “mccurry”). Funziona benissimo, tranne che la messa a fuoco è manuale; tuttavia la D610 ha una simpatica funzione che indica la messa a fuoco perfetta anche in manuale. Ignorare questa funzione (come ho fatto io in alcuni casi…) è foriero di disastri.
– obiettivi specifici per la DX (es. Tokina 11-16). Sono in teoria utilizzabili solo sulla DX, perché ANCHE in modalità DX sulla D610 vignettano di brutto. Tuttavia ho verificato che gli zoom, sulle focali più lunghe, vignettano poco o quasi per niente, anche in modalità FX, per cui di fatto posso utilizzare il Tokina come fosse un grandangolo 16 mm fisso. Non è un vantaggio da poco. L’unico obiettivo che di fatto non ha molto senso usare è il 35 1.8G, perché sulla D610 va in modalità DX e diventa un 50, quindi ridondante con il 50 1.8D.

Nikkor 105

Sensazioni di scatto
L’utilizzo è analogo alla D7000, tutte le funzioni identiche o analoghe.
La D610 è apparentemente meno tollerante sullo sfocato e sul mosso, quindi bisogna fare attenzione ad essere precisi, in particolare con la messa a fuoco manuale.
Il buffer sembra più capiente e potente, quindi ho potuto scattare parecchie foto in sequenza senza rallentamenti.

Prova sul campo
Allego alcune foto che evidenziano quanto detto sopra.
In una, fatta col 50 1.8, la messa a fuoco è corretta, la luminosità e la risoluzione molto buone, ed effettivamente un ritratto in questo modo ne guadagna.

Green Lunch
Nel ritratto fatto con il mccurry si vede come l’obiettivo sia morbido e la macchinetta, in modalità neutra, non contrasti troppo.
ANKAD

Nell’ultima, fatta sempre con il mccurry, la messa a fuoco non era perfetta e subito è stata evidenziata.
Ornela e Stefano

In conclusione

Per chi viene dalla D7000 un passaggio più netto sarebbe con la D800 o con la D4, perché passare alla D610, invece di acquistare obiettivi più performanti, significa aumentare in maniera marginale le proprie possibilità tecniche, diciamo forse nell’ordine del 10-15% (come è noto, se non si sa guidare, avere una Ferrari è inutile e probabilmente anche dannoso).
Tuttavia il miglioramento c’è, ed è netto, soprattutto per i ritratti.
Per l’uso paesaggistico e con grandangolari spinti, secondo me la differenza è irrilevante.
Per chi invece viene da compatte o da reflex meno performanti (es. D40x), la D610 è un salto di qualità pazzesco.
C’è da dire che uno dei vantaggi teorici della D610, ossia le migliori prestazioni ad alti ISO, non sono riuscito a percepirlo, anche se dovrò fare prove più mirate.
Dalle prime impressioni posso dire che fino a 800 ISO si può scattare senza avvertire differenze sostanziali.
Fino a 1.600 ISO si lavora abbastanza bene, ma sopra 1.600 la macchinetta fatica e anche parecchio a fornire un’immagine con poca grana.

Bottom line: se come me avete intenzione di dedicarvi ai ritratti, la D7000 vi andrà un po’ stretta, tranne investire in obiettivi di grande qualità.
La D610 sostituisce la D7000 in tutto e per tutto, per un uso normale, e la migliora abbastanza.
L’accoppiata D610+105 2.5 “mccurry” penso mi darà belle soddisfazioni!

F1.2 Fotografia Challenge: Luci, Ombre



E’ il buio che insegue la luce, o la luce che insegue il buio?
Costruiamo palazzi, barriere, muri, castelli, per proteggerci dalla luce
E poi lottiamo faticosamente tutta la vita per un raggio di sole

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La luce ci spaventa, perché ci permette di vedere chiaro
Di leggere gli occhi, le facce, le parole
E non possiamo nasconderci

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Ma anche il buio ci fa paura
Non sappiamo cosa si racchiuda dietro la nostra ombra
Al riparo dalla luce, nessuna anima brilla veramente

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Viviamo perciò in un eterno tramonto
Sul confine tra il giorno e la notte
Timorosi di scegliere

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Il regalo di Mandela

Seguo da sempre le vicende di Nelson Mandela, perché la sua figura, qualunque sia il giudizio storico che ne verrà dato, non è stata seconda a nessuno nel ventesimo secolo per la capacità di essere un simbolo di libertà, di non violenza, di sacrificio, di diritti civili.
Mandela è stato un cristo dei nostri giorni per certi versi; uno che ha sacrificato 27 anni della sua vita, quelli della maturità, confinato in due metri quadrati, pur di affermare dei principi.
Ma non è di Mandela, del suo pensiero, che pure ho trovato espresso in maniera bellissima in un suo libro autobiografico, delle sue battaglie che voglio parlare, perché moltissimi e più autorevoli commentatori stanno tratteggiando la sua figura su tutti i media in questi giorni.
A me, che amo e pratico immeritatamente l’antica arte della fotografia, ha colpito una cosa: di Mandela non ci sono fotografie dal 1963, anno in cui entrò in carcere come uomo adulto, più giovane di quanto sia io ora, al 1990, quando finalmente ne uscì da uomo libero.
Né ovviamente ci sono interviste, parole, movimenti.
L’uomo-dio Mandela, così come l’uomo-dio Gesù, è citato, amato, seguito, festeggiato, iconizzato, ma non esiste veramente.
Non parla, non si mostra, non può fare nulla.
Eppure la sua forza è ben presente, nella società del suo paese, e nel mondo.
Musicisti famosi organizzano concerti in suo onore, premi su premi gli vengono conferiti o addirittura istituiti.
Politici di tutto il mondo si spendono per fare pressione sul Sudafrica affinché venga rilasciato, e alla fine quest’uomo, senza mai comparire in pubblico per ventisette anni, senza sparare un solo colpo, schianta il governo razzista del suo paese e ne diventa il Presidente e Padre.
Ecco, per me è questo il regalo che ci lascia Mandela: le idee, se sono giuste, se ci si crede abbastanza, sono più forti di qualsiasi barriera, e prima o poi, prima o poi, vincono sempre.
Nelson-Mandela