8 Ottobre 1962

L’uomo che si tiene appoggiato al muro per non cadere non è debole, tutt’altro.
A sessantacinque anni è in un’età per cui suo padre sarebbe stato definito anziano, suo nonno vecchio, e suo bisnonno forse non ci sarebbe neanche arrivato vivo; ma lui no: è un bell’uomo maturo, un fisico importante solo leggermente appesantito dalla buona cucina e dal vino caloroso delle sue parti.
Ha i capelli brizzolati, ma i neri e i bianchi sono assurdamente intensi, fili che si intrecciano e raggruppano senza sosta come onde bianche e nere in un oceano senza colore.
La barba invece è tutta bianca, curatissima, e fa da cornice a due occhi celesti intensi come solo al sud si possono trovare.
Ma quest’uomo imponente oggi è debole e non riesce più a camminare.
La donna che gli è vicino, piccola, magra, una signora bella e curata, lo guarda con preoccupazione e tenerezza e gli tiene una mano sul braccio, non per dargli sostegno ma solidarietà.
Fino a qualche minuto prima erano seduti in un bar in fondo a Via Cavour, e ci sono rimasti a lungo.
Roma in ottobre è un luogo magnifico, all’aperto anche di più: il caldo non è asfissiante, la brezza rinfrescante, le nuvole corrono veloci e aiutano a sopportare i raggi del sole a mezzogiorno, per poi disperdersi la sera in un tramonto rosa pallido che ha dell’incredibile.
Sono turisti, così si definiscono, ma hanno anche una missione da compiere.
Sono rimasti in quel bar a bere e a chiacchierare per ore. Ore e ore. Ogni tanto guardano verso i Fori e intravedono lo stradone lastricato di fronte a loro.
Sono poche centinaia di metri, forse solo decine, e sanno che quando finalmente avranno la forza di alzarsi e andare in quella direzione, alla loro sinistra il Colosseo esploderà alla loro vista.
Ma non ce la fanno, non subito. Prendono un altro caffè, poi un altro, poi una bibita.
E poi infine lei lo guarda dritto negli occhi.
Lo vede, che ha paura, lo sente; ma non vuole che questa paura la contagi, lo vuole aiutare.
– Andiamo? – gli dice.
Lui annuisce, e senza una parola si alza e si avvia.
Camminano così, mano nella mano, lentamente: quest’uomo imponente, di matura bellezza, e la sua minuta moglie.
Camminano in silenzio, sempre più piano.
Quando arrivano all’angolo lui gira la testa a destra e vede in lontananza Piazza Venezia, con la colonna di Traiano, poi il Vittoriano con i suoi cavalli alati.
Rimane così per un minuto, finché lei gli tocca il braccio.
Lui si gira e non lo vede, non ha coraggio di guardarlo, ma ne intuisce la maestosità.
Il Colosseo.
E’ in quel momento che le gambe gli cedono, si appoggia al muro, chiude gli occhi e piange, mentre la moglie lo carezza e lo guarda con un amore e una tristezza inifiniti.
Chiude gli occhi, l’uomo, ma l’immagine di quel monumento ce l’ha stampata sulla retina, sempre la stessa immagine, lo stesso luogo, anni e anni e anni fa.

Era solo un bambino, avrà avuto dieci anni, forse nemmeno.
Non era mai stato a Roma, ma se è per questo non era mai stato da nessuna parte.
Aveva passato la sua infanzia in un paesino sulle Madonie, giocando sempre con gli stessi compagni, comprando il pane nello stesso negozio, andando sempre nella stessa, unica scuola.
Un giorno sarebbe diventato un ingegnere, avrebbe costruito bellissimi palazzi, ma ora era solo il figlio del sarto, e a malapena aveva visitato Palermo, accompagnando il padre quando andava a comprare le stoffe nei giorni in cui la scuola era chiusa.
Poi venne il suo compleanno, e i genitori gli mostrarono dei biglietti: erano il traghetto per Napoli e poi il treno per Roma.
Pianse, rise, urlò, fece salti e capriole, la ruota, insomma tutto il repertorio del bambino felice.
Roma! Da quando aveva studiato la storia di Roma era rimasto innamorato dei racconti sui Re e gli Imperatori, Giulio Cesare e Augusto, Caligola il pazzo, Nerone il persecutore di cristiani.
E poi il Circo Massimo, Caracalla, la Bocca della Verità.
E il Colosseo.
Più di qualsiasi altra cosa nella vita questo bambino che un giorno sarebbe diventato ingegnere voleva vedere il Colosseo.
Fu grande la delusione quando finalmente arrivarono a Roma, una mattina di ottobre, caldo e delicato come questo, e i genitori gli dissero che no, non poteva andare subito a vedere il Colosseo.
Erano stanchi, avevano passato la notte in traghetto, poi avevano preso il treno; infine erano arrivati in albergo ma era presto: la stanza non era pronta ma potevano accomodarsi sui divani, gli aveva detto il titolare dell’hotel, che in realtà era poco più di una pensione.
E così i due adulti si erano addormentati, e lui era rimasto con il viso incollato alla finestra: lo vedeva da lontano, ne vedeva un pezzetto, ma voleva vederlo tutto.
Entrare, girare nelle gabbie dove tenevano i leoni, salire i gradini dove migliaia e migliaia di spettatori urlavano alla vista del sangue.
Poi voleva vedere i tunnel da dove entravano i gladiatori, immaginare il suolo ricoperto di terra dove combattevano schiavi all’ultimo sangue, lo scranno dell’Imperatore che poteva decidere della vita e della morte degli atleti con un solo gesto della mano.
Voleva vedere tutto questo, e non poteva resistere.
Guardò i genitori: dormivano profondamente, appoggiati sul divano della hall.
Guardò la porta.
Guardò l’uomo alla reception, che era impegnato a fare dei conti.
Fu un attimo: aprì la porta e uscì.
Torno tra cinque minuti, si disse, nessuno se ne accorgerà.
Corse in direzione del Colosseo, e dopo pochi minuti si trovò su Via dei Fori Imperiali, nello stesso punto in cui cinquantacinque anni dopo si sarebbe fermato per appoggiarsi al muro e permettere alle gambe di sorreggerlo.
Ma quel bambino non aveva bisogno di riposare, era pieno di vita e di passione, e continuò a camminare verso il Colosseo, ad ogni passo più grande. Lanciò uno sguardo dall’altra parte e vide i Fori Imperiali pieni di gente, il colonnato che degradava verso il Colosseo, le mura imponenti.
Fece qualche altro passo ma fu costretto a fermarsi: una mano lo aveva afferrato per un braccio.
Era un uomo. Un uomo brutto. I suoi vestiti erano in ordine e i capelli puliti, ma gli occhi no, quelli erano sporchi.
Erano occhi che non gli piacevano; tentò di divincolarsi ma l’uomo lo strinse ancora di più.
– Dove vai ragazzi’? sei da solo? mamma dove l’hai lasciata? –
Erano domande, ma non volevano risposte.
– Vado a vedere il Colosseo… – tentò di dire flebilmente.
L’uomo rise.
Una risata che non avrebbe mai più dimenticato, la risata del demonio, se ma ce n’era stato uno in terra.
– Io penso che tu invece verrai con me oggi. – disse mentre lo trascinava verso un angolo della strada, svelto, verso un arco che dava su una stradina nascosta alla vista dei tanti turisti.
Mentre con la mano teneva il ragazzino, con l’altra si sbottonava la patta dei pantaloni.
Era rapido, l’uomo, ma il ragazzino cercò di fare resistenza, provò a tirare il braccio, poi a dargli un calcio, e infine urlò:
– Lasciami!! –
L’uomo lo guardò con odio poi gli mollò un ceffone sonoro che gli fece istantaneamente sanguinare il naso e disse ad alta voce:
– Ti faccio vedere io come devi rispondere a tuo padre! –
Nessuno, cinquantacinque anni fa, avrebbe mai contestato l’autorità paterna, e nessuno avrebbe criticato un padre che dava un ceffone al figlio.
E quindi nessuno dei turisti che passeggiavano per via dei Fori Imperiali ritenne di doversi fermare; qualcuno guardò la scena distrattamente, qualcun altro pensò forse che l’uomo stava esagerando, ma nessuno intervenne.
Il ragazzino era disperato, e piangeva adesso, mentre l’uomo gli metteva una mano sulla bocca e lo tirava verso il vicolo.
La testa del bambino si muoveva convulsamente, ma la mano che gli chiudeva la bocca era forte, più forte di lui.
Ad un certo punto lo sguardo del bambino vagò, e mentre i piedi perdevano il contatto con il suolo, gli occhi si bloccarono sullo sguardo di un uomo.
Era un uomo giovane, era vestito bene, con un completo scuro, una camicia bianca e una cravatta chiara da cerimonia.
Teneva per mano una bella ragazza con i capelli rosso scuro, vestita di bianco e con un mazzo di fiori in mano.
Sorrideva la donna, era felice.
Così come le altre persone che affiancavano i due: degli anziani, altri giovani, un bambino piccolo accovacciato davanti; tutti eleganti davanti ad una chiesa, di fronte un uomo chinato con in mano una macchina fotografica.
Tutti sorridenti, tutti felici, tutti presi dal momento.
Tranne il giovane uomo, che guardava la scena dall’altra parte della strada.
Guardava il bambino, afferrato per un braccio e con una mano sulla bocca, e poi l’uomo brutto, e poi gli occhi del bambino.
Fu un attimo.
Lasciò la mano della sposa e attraversò la strada, rapidamente, mentre tutti gli altri lo guardavano stupiti, lo chiamavano ad alta voce e la sposa si guardava intorno un po’spaesata.
Il giovane uomo ignorò i richiami e si avvicinò a quella coppia improbabile.
Fece un sorriso, ma si capiva che non era un sorriso gentile, era più un modo per poter parlare.
– Come va? – chiese guardando l’uomo negli occhi.
L’uomo brutto sorrise a sua volta, ma il suo era un sorriso con i denti serrati.
– Sto spiegando a mio figlio che non si risponde male ai genitori. –
Il giovane sposo annuì. Non era convinto, ma anche lui come gli altri non si sarebbe intromesso, normalmente.
Sarebbe andato via: in fondo lo aspettavano impazienti per finire il rito delle foto, ma vide negli occhi del bambino qualcosa che non gli permetteva di allontanarsi.
Era paura, certo, la paura di una punizione, forse, ma non solo.
Spostò lo sguardo verso l’altro uomo e poi vide: la patta dei pantaloni era aperta.
Alzò lo sguardo e gli occhi si incontrarono con quelli cattivi dell’altro, che diventò rosso, cominciò a farfugliare, e allentò leggermente la presa sul ragazzino.
Lui riuscì a togliere la bocca da sotto la mano dell’uomo e ad urlare:
– Non è mio padre!!! –
In un momento cambiò tutto.
Il giovane sposo mise una mano sul braccio dell’uomo e lo strinse forte, così forte da costringerlo a mollare la presa.
Il bambino scappò, lontano, lontano dal Colosseo, lontano da quell’uomo, lontano da Roma.
Corse finché non sbatté sul petto di un Carabiniere, che lo abbracciò mentre piangeva, gli comprò delle caramelle e poi lo aiutò a tornare dai suoi genitori.
L’uomo rimase sotto la presa dello sposo, mentre un poliziotto si avvicinava attratto dalla scena, vide quella brutta persona, la riconobbe come una vecchia e laida conoscenza e lo portò via.
Lo sposo, rimasto solo, mise le mani in tasca e alzò gli occhi verso il cielo.
Poi finalmente li abbassò verso la sposa che lo prendeva in giro dall’altra parte della strada, facendogli ciao con la mano.
Le sorrise, attraversò, e si andò a mettere vicino a lei dove sarebbe rimasto per sempre, in una foto in bianco e nero.

L’uomo con i capelli striati di bianco e di nero è ancora appoggiato al muro.
Ha passato cinquantacinque anni in attesa di avere il coraggio di tornare qui, e ora pensa di non farcela.
Pensa che tornerà indietro, che continuerà a nascondere il momento più brutto della sua vita nello scantinato della memoria, a ricacciarlo indietro ogni volta che tenterà di affiorare alla coscienza.
Ma resiste. Resiste ancora.
Pensa a quell’uomo, al giovane sposo che ha lasciato la sua sposa dai capelli rossi per salvarlo da un demonio.
Pensa che deve a lui, se non a se stesso, il coraggio di attraversare la stessa strada, di guardare la vita negli occhi, anche la parte più brutta.
Lentamente stacca la mano dal muro e abbandona il braccio lungo il corpo.
Rimette la schiena eretta, per ultimo alza la testa e apre gli occhi, quegli occhi di un celeste così intenso che anche un orco ne è stato attratto.
Guarda il Colosseo, per la seconda volta nella sua vita: è bello, è proprio come lo sognava da bambino.
Non trattiene più le lacrime e la donna lo abbraccia: gli tiene il cuore con una mano e gli mette l’altra sulla nuca, lo accarezza leggermente, come fa da quasi quaranta anni.
L’uomo si curva e usa il collo della moglie per appoggiare le labbra e depositare le lacrime.
Alla fine si tira su, la guarda negli occhi:
– Chissà…-
Lei sorride.
– Se è ancora vivo? –
Lui annuisce.
Lei si stringe nelle spalle.
– Andiamo. – gli dice – Torneremo domani, e tutti i giorni. Il Colosseo lo troveremo ancora qua, vedrai. –


All’anulare della mano sinistra porto una fede che era di mio padre e prima di lui di mio nonno e di mio bisnonno.
All’interno sono incise due date: quella del mio matrimonio, e un’altra, per me forse più importante.
Otto ottobre millenovecentosessantadue.
Questo racconto è dedicato al giovane uomo e alla giovane donna dai capelli rossi che quel giorno uscivano felici da una chiesa.
Vicino al Colosseo.


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Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

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La gita

Come sempre sono una delle prime ad arrivare. I miei non dormono tanto, mi svegliano sempre presto per fare colazione insieme, e quanto gli piace accompagnarmi, a tutti e due.
Preferirei che mi lasciassero all’angolo, sono l’unica che in terza media deve sopportare entrambi i genitori che la sbaciucchiano fuori scuola, ma non ci sentono.
Se non altro oggi che c’è la gita ci sono altri genitori e non mi devo vergognare.
E comunque arrivare presto ha i suoi vantaggi, mi posso scegliere il posto che preferisco sul pullman, in fondo, vicino al finestrino.
Evito di dover stare tutto il tempo a sentire le mie compagne di classe che parlano solo di vestiti, ragazzi, e cantanti melensi.
Vabbè, pure io parlo delle stesse cose, ma non SEMPRE.
Eccole, infatti. Sempre insieme. Le tre bionde.
Vestite uguali, sempre a braccetto, sempre pettinate bene.
Con me sono simpatiche ci mancherebbe: vedi Lilli che mi saluta con la manina, Valeria mi sorride e pure Chicca, nonostante abbiamo litigato per quel compito che non le ho passato, mi saluta.
Valeria viene verso di me, mi fa una linguaccia e mi chiede “che fai qui da sola?”.
Ogni volta è così e ogni volta ho la tentazione di stare con loro, ma poi rinuncio.
E quindi trovo una scusa: davanti mi sento male, poi voglio riposare che ieri sono tornata a casa tardi dopo gli allenamenti, insomma lei mi dice ci vediamo dopo e torna dalle altre, e dopo due secondi non esisto più per loro.
Meglio così.
Guardo fuori cercando di estraniarmi, ma non c’è speranza, mio padre e mia madre sono là e mi salutano.
Faccio un mezzo sorriso, quando sono di questo umore la loro allegria non mi aiuta.
Poi, al solito, la madre di Lilli fa la scema con mio padre. Bionda lei e bionda la figlia.
Ovviamente lui è un maschio, quindi cretino, e non riesce a non darle corda, e mia madre schiuma.
Un paio di volte hanno anche litigato, ma stavolta pare che vada tutto bene, mia madre sorride, anche se si vede che l’ammazzerebbe volentieri. Alla madre di Lilli, ma anche a papà, quando fa così.
Poi arrivano altri genitori, e purtroppo anche un paio di papà delle mie compagne di atletica, e figurati se non si mettono a parlare degli allenamenti, delle gare, a mimare la rincorsa del salto in alto.
Per fortuna non li posso sentire, mi basta vederli.
Ecco arrivano i maschi.
Sempre per ultimi, sempre sudati, anche alle otto di mattina.
Ma perché sudano così tanto?
C’è Giovanni, in particolare, che ha le ascelle che puzzano in maniera terribile, e quando mi capita come vicino di banco mi fa stare male, un giorno ho anche vomitato al bagno.
Ma pure gli altri, non sono da meno.
Non li sopporto, quasi nessuno.
Tranne Manuel.
Lui non puzza, forse perché gli interessa poco il pallone.
Manuel mi piace, ma piace anche alle bionde, e infatti ecco là, come è salito lo hanno subito accalappiato.
Manuel di qua, Manuel di là, che sceme.
Finalmente si parte, tutti si siedono, non devo più vedere questa scena patetica di quelle tre cretine che si squagliano per uno che secondo me neanche se le fila.
Però sta sempre là con loro, figurati.
L’ho detto anche a mio padre, quando abbiamo litigato ieri, che ai maschi quelle come me non interessano.
Lui mi ha detto che non capisco niente, però guarda un po’ dove sta lui? in mezzo alle bionde.
Anche Manuel, così come tutti gli altri maschi puzzolenti, preferisce stare con quelle tre.
Mio padre ha detto che io sono bellissima, e che siccome sono anche intelligente il futuro è mio.
Eh, ma intanto?
A nessuno interessa una con le gambe lunghe un chilometro, con i capelli neri, gli occhi neri, la pelle scura e senza tette.
Mia madre si è arrabbiata, mi ha detto che non vuole sentire queste parole, però poi ha detto “sei piccola, il seno ti crescerà”.
Io ho guardato il suo, e lei, che è piatta come un ferro da stiro, è diventata rossa.
“se non ti sono cresciute a te, sarà difficile che crescano a me” è stata la mia risposta. Logico no!?
Mio padre ha detto che è normale che io non mi veda bella, ma che il fatto che io non mi ci veda non vuol dire che io non lo sia.
Sarà.
Intanto però che il pullman fa manovra mi giro per l’ultima volta a vedere se i miei ci stanno e mi accorgo di mio padre che si è voltato verso il muro.
Tanto lo so che piange.
Ogni volta gli spunta la lacrimuccia, che palle.
Non sono più una bambina, e ancora si commuove quando parto.
Penso di mettermi le cuffie, almeno sento un po’ di musica.
Non riesco neanche ad accendere l’Ipad, perché Lilli si avvicina. “come ti sei vestita?” mi chiede, lei che ha gonna microscopica e parigine.
“mio padre ha detto che le parigine le posso mettere solo una volta l’anno, ad Halloween, e comunque là fa freddo” ribatto.
“ehhhh freddo, ma bisogna anche vestirsi da donne” dice lei con un occhiolino, e poi torna al suo posto, hai visto mai qualcuna le rubasse Manuel.
Io non dico niente, poi mi accorgo che mi è arrivato un messaggio.
Sono i miei, mi hanno mandato una foto, sono al bar a prendere un caffè e ridono e fanno ciao con la mano.
Scrivo “deficienti”. Poi ci metto un cuoricino, non vorrei si offendessero.
Loro mi mandano un’altra foto, peggio di prima, ora ridono, si abbracciano, e si sbaciucchiano.
“bleah, deficienti” scrivo, stavolta senza cuoricino.
Il messaggio successivo è solo di mio padre.
“Ti voglio bene Giulia. Ma tanto.”
Vorrei scrivere “anche io, deficiente”, ma mi viene solo un “ok”.
Finalmente mi riesco a mettere le cuffie, e a chiudere gli occhi.
Sento un po’ di “robaccia”, come la chiama mio padre, ma ho portato anche i Beatles.
Passano pochi minuti e mi sento toccare un braccio.
E’ Manuel.
Tolgo le cuffie e lo guardo in tono interrogativo.
“che fai?” mi chiede.
“musica” dico io.
“posso mettermi qua, il posto è vuoto”
“beh certo, se è vuoto”
“mi fai sentire quello che stavi sentendo?”
“prendi le cuffie” dico.
Sono stupita, è forse la conversazione più lunga che abbiamo avuto in tre anni di medie.
Sta due minuti, canticchia, poi me le ridà.
“grazie” dice.
“e di che? ciao”
“perché ciao?”
“beh non stai là davanti?” dico
“E che ti dispiace se rimango qua?”
“figurati, fai come ti pare” è la mia risposta scorbutica.
Poi mi metto la cuffia, alzo la musica a palla, e mi giro verso il finestrino per guardare l’autostrada che corre.
Però un sorrisetto ci scappa, e un pensiero: “sta a vedere che mio padre aveva ragione”

pullman