Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

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Buca 11

Un’avventura golfistica

Arrivo alla 11, la buca più facile del campo: par 3 corto in discesa secca, buca rilassante.
La buca è completamente occupata da due tizi con tre bambinetti di altezza variabile dal metro al metro e mezzo che tirano palline dappertutto.
Mi siedo su una panchina e attendo il mio turno con pazienza.
Dopo cinque minuti la pazienza si è trasformata in impazienza, e dopo dieci in ansia.
Ad un certo punto mi fanno cenno: vai tira tu.
Io: no grazie.
Loro insistono. Io pure.
Ma non c’è verso, capisco che se non passo mi faranno aspettare mezz’ora ad ogni buca; alla fine mi rassegno e vado sul tee.
Loro si mettono da una parte e fissano tutti me.
Improvvisamente sono diventato il centro della loro attenzione, e l’ansia cresce.
Vabbè, buca facile, mi ripeto.
Mezzo pitch e via.
E invece tiro una botta terrificante che colpisce in ordine l’erba, una tonnellata di terra, il tee di plastica, e di sfuggita pure la pallina, che borbotta un po’, poi sviene una cimquantina di metri più avanti.
Per rispetto ai tre bambini evito di smadonnare in una lingua diversa dall’aramaico.
I cinque mi continuano a fissare e temo di vedere sui loro visi un sorrisino.
Cupo in volto mi avvicino alla pallina.
Approccino in green, mi dico. Non strafare: poi piazzi due putt e via. Non avrai fatto una bella figura ma insomma, hai salvato l’onore.
Ovviamente l’adrenalina mi tradisce: la pallina parte come una scheggia, oltrepassa l’asta e rotola miseramente verso il retro del green dove so esserci una discesona e alla fine una rete a maglie larghe.
I cinque ora ridacchiano, i bambini provano a chiedere qualcosa agli adulti che li zittiscono.
Passo vicino e li saluto, ringraziando il cielo di non avere un kalashnikov a portata, amo la libertà.
Vado verso la pallina e per fortuna è giocabile.
A questo punto i cinque disgraziati sono con le braccia conserte, ci manca solo che mandino qualcuno a comprare i popcorn.
Chiedo al dio del golf solo di farmi mettere la pallina ad una distanza accettabile da quella maledetta buca in modo da poter chiudere rapidamente e andarmi a leccare le ferite dell’orgoglio altrove.
Ed è qui, in questo preciso momento, che il dio del golf rivela tutta la sua magnanimità: la pallina parte con un saltello perfetto, rotola quello che deve rotolare, e poi si infila in buca.
Par.
Raccolgo la pallina e mi giro con un sorriso.
I cinque spettatori sono con la bocca aperta.
Io tocco il cappello in segno di saluto e ringraziamento, come farebbe Tiger, ma dato che sono sempre un signore, dentro di me gli sto facendo il gesto dell’ombrello più forte che posso.
Evvaffanculo.