Tre fratelli – Un giallo del Maresciallo Graziosi

Racconto lungo


Il brutto di vivere in una città come Roma, stava riflettendo tra sé il Maresciallo Graziosi mentre saliva in macchina per andare verso la caserma, era la quantità di omicidi che ogni anno venivano commessi.
Non necessariamente legati alla criminalità organizzata, e spesso neanche alla criminalità spicciola: sembrava invece che il solo fatto di vivere gli uni a contatto con gli altri autorizzasse milioni di abitanti a risolvere in maniera spiccia le loro diatribe.
E la cosa peggiore per un Carabiniere a Roma era di essere bravo a risolvere gli omicidi.
Lentamente, ma inesorabilmente, gli omicidi più eclatanti ti arrivavano tutti addosso, vuoi perché commessi nella tua zona, vuoi perché gli altri colleghi o il Comando si rivolgevano a te disperati quando non sapevano più dove sbattere la testa.
E Graziosi era il più bravo di tutti. Da molto tempo.
Per questo motivo ora si trovava in macchina su Via Nomentana, diretto verso la caserma, invece di essere al mare, o in campagna, o a correre a Villa Ada, o in qualsiasi altro posto dove avrebbe voluto essere di domenica.
Invece quella mattina la sveglia era stata lo squillo insistente del cellulare, e la voce di Di Capua dall’altra parte.
Era bastato un – Buongiorno Marescià – e lui subito aveva risposto: – Arrivo – 
Di Capua non l’avrebbe mai chiamato fuori servizio, a quell’ora, se non fosse stato urgente e importante.
Parcheggiò la macchina nel posto riservato, si guardò allo specchietto controllando che la barba lunga non lo facesse sembrare sporco, ed uscì dirigendosi a passo spedito verso il suo ufficio.
Di Capua era lì, ma oltre al suo vice c’era anche il Comandante della Legione di Roma, e Ziliani, il Carabiniere più incompetente e presuntuoso che l’Arma avesse generato in duecento anni di storia.
Graziosi lanciò uno sguardo di fuoco a Di Capua per non averlo avvertito, questi si strinse nelle spalle come per segnalare che non ci poteva fare nulla.
Graziosi strinse le mani a tutti, prese un caffè che gli porgeva il suo vice e attese.
– Graziosi, la ringrazio di essere venuto – esordì il Comandante. Come se avesse potuto fare altro.
– Il qui presente Maresciallo Ziliani, che come ben sa dirige il distaccamento di Piazzale Clodio, ha richiesto il suo coinvolgimento in un’indagine che si presenta complicata e delicata, e dato che questa richiesta è abbastanza irrituale, ho preferito essere presente personalmente per essere sicuro che lei apprezzi nel modo giusto la richiesta di un collega che la stima –
Graziosi guardò i due senza dire una parola, mentre nella sua testa le parole del Comandante venivano tradotte in una lingua più comprensibile: siamo in un casino, questo coglione di Ziliani non è assolutamente in grado di gestirlo, non possiamo però rimuoverlo perché è un raccomandato di merda, e in qualche modo lo abbiamo convinto a farsi aiutare, ti prego non ci dire di no altrimenti siamo nei guai.
Graziosi guardò Di Capua, che annuì impercettibilmente, poi ricacciò indietro la risposta che avrebbe voluto dare, e si limito a dire:
– Ma certo. Sono a vostra disposizione. Ditemi tutto – 
Il Comandante si permise di espellere finalmente l’aria che aveva trattenuto nei polmoni, mentre Ziliani strinse le labbra fino a farsele diventare bianche.
Poi iniziò a recitare:
– Stamattina, verso le ore 6 e 21, il comando di Piazzale Clodio è stato allertato da una telefonata che giungeva direttamente dal 112. Ci siamo precipitati sul posto, dove la scena che si è presentata ai nostri occhi era oltremodo penosa. Tre cadaveri, disposti a fianco su un unico letto matrimoniale, giacevano senza vita…-
– Mò io di cadaveri pieni di vita non n’agg mai visti – disse sottovoce Di Capua in un mezzo dialetto napoletano, ma non abbastanza piano perché Ziliani non potesse sentirlo e diventare rosso.
– Nessun segno di effrazione, colluttazione, ferite di arma da fuoco o da taglio si evidenziavano ad un primo esame – continuò imperterrito Ziliani.
Graziosi alzò una mano per interrompere il collega.
– I cadaveri sono ancora lì? – chiese, sapendo già la risposta, visto lo zelo di Ziliani.
– Sono stati trasferiti all’istituto di anatomia patologica – rispose questi leggermente imbarazzato – Abbiamo comunque le foto e i rilievi della scientifica. – concluse con un certo orgoglio.
Graziosi annuì, e nessuno sembrava avere nulla da aggiungere.
Il Comandante si dondolò sui piedi poi si rivolse a Ziliani:
– Capitano, potrebbe essere così cortese da recarsi nel mio ufficio al comando centrale e prendere il faldone del caso che troverà sulla mia scrivania? Può poi evitare di tornare qui, la raggiungo a Piazzale Clodio quanto prima – 
Ziliani scattò sui tacchi e usci. Se si accorse che quello del Comandante era un espediente per allontanarlo, non lo diede a vedere.
Appena fu uscito il Comandante guardò Di Capua imbarazzato, poi Graziosi, ma prima che potesse aprire bocca, fu il Maresciallo a parlare:
– Se mi deve dire qualcosa, non deve preoccuparsi di Di Capua. Io ho bisogno di fidarmi di qualcuno e di lui mi fido ciecamente, e se posso permettermi lo faccia anche lei. – 
Il Comandante annuì, poi si sedette, imitato dai due Carabinieri.
– I tre morti, come potete immaginare, non erano tre persone qualsiasi. Due fratelli e una sorella, intanto, il che rende questo caso più inquietante. Non ci sono prove ancora che si tratti di un omicidio, ma io non ho dubbi e la invito a trattarlo come tale, anche se il buon senso vorrebbe che esplorassimo tutte le ipotesi possibili. Poi parliamo della Famiglia Russolillo, forse ne avrete sentito parlare – 
– Il Senatore… – disse Di Capua.
Il Comandante annui ammirato. Il Senatore Russolillo era morto ormai da dodici anni, e non erano molti a ricordarsi di quel vecchio democristiano.
– Esattamente. Già il fatto che i tre figli di un Senatore potente come lo era stato Russolillo muoiano tutti e tre insieme ci fa sospettare che sia un omicidio. Ma vedete: il Senatore non era solo un politico potente, sottosegretario più volte, Ministro senza portafoglio con Andreotti in due legislature. Editore e imprenditore edile. No. Il vecchio Senatore era un uomo della CIA, faceva parte di Gladio e della P2, ed era il tramite degli americani nei confronti della vecchia mafia agricola. Era l’uomo che negli anni del boom economico si era incaricato di proteggere gli investimenti americani nel nostro paese, facendo sì che la mafia non interferisse e che le imprese americane non avessero grossi impedimenti a conquistare il nostro mercato, e in cambio la CIA chiudeva un occhio sulle attività illecite di Cosa Nostra nel nuovo continente, soprattutto in Sudamerica. – 
– Una specie di ambasciatore del male- disse sarcasticamente Graziosi.
Il Comandante fece un gesto di fastidio con la mano.
– Graziosi, non siamo qui a fare la morale al passato. Dobbiamo capire cosa è successo stamattina, e non possiamo ignorare questi fatti. Poi – proseguì con il racconto – con la presa del potere da parte della mafia più violenta la sua capacità di intermediazione diminuì, Gladio fu scoperta, il muro di Berlino cadde, la CIA smise di fare patti con la mafia, la DC si dissolse, insomma il vecchio Russolillo perse buona parte del suo potere, infine si ammalò e morì. –
Graziosi e Di Capua ascoltavano in silenzio.
– Ora – disse ancora il Comandante – tutto quello che vi ho raccontato voi non potete usarlo, e non deve emergere. Ci sono ancora segreti di Stato, e probabilmente ancora persone o organizzazioni gelose della loro riservatezza, che non esiterebbero a commettere omicidi, come già accaduto in passato, per tacitare bocche troppo loquaci. Però dovete esserne a conoscenza. – 
– Vedete –  e qui il tono si fece quasi paternalistico – a noi interessa certamente sapere cosa è successo a quei tre ragazzi. Se sono stati uccisi. Chi li ha uccisi. Ma molto di più, scusatemi il cinismo, ci interessa capire se si stanno muovendo forze sotterranee che pensavamo ormai tranquille. Se si siano rotte alleanze, o formate delle nuove. Noi vogliamo capire se questo episodio è isolato, o se possa essere la punta di un terribile iceberg. Per questo ho chiesto il vostro coinvolgimento. Voglio che gli elementi migliori stiano giorno e notte su questo caso. E voglio dormire tranquillo la notte. O almeno dormire. –

Quando furono soli, Graziosi si sedette alla sua scrivania, tamburellò un minuto con le dita, poi alzò la testa per guardare Di Capua che era rimasto in piedi.
– Da dove iniziamo? –  
Era una domanda retorica, sapeva anche lui qual era il primo passaggio, ma attese la conferma del suo vice, come una coperta di Linus delle indagini.
– Desiati – disse solo Di Capua, e Graziosi assentì in silenzio.

Quando arrivarono all’istituto di medicina legale, prima di bussare nell’ufficio di Desiati respirarono un paio di volte, soffiarono forte, e si prepararono a parlare col patologo.
Desiati era notoriamente il più bravo, preparato, efficiente medico patologo di tutta Italia, ma probabilmente anche il più stronzo.
Aprì la porta del suo ufficio con un panino in mano e un sorrisetto ironico sul viso.
Dopo tanti anni Graziosi ancora si chiedeva come Desiati riuscisse a mangiare sul lavoro, un lavoro che consisteva per lo più nell’essere circondato da cadaveri a vari livelli di squartamento.
E quando si accorgeva che Graziosi diventava pallido per il disgusto, masticava con più gusto, soprattutto se doveva illustrare qualche recente autopsia.
Il sorrisetto invece era una novità visto che Desiati sembrava sempre essere incazzato, soprattutto quando era costretto a parlare con Graziosi, che cordialmente – ricambiato – detestava.
– Carissimo! – esordì Desiati – Mi aspettavo una tua visita, il Comandante mi aveva anticipato che le indagini sui tre Russolillo sono state affidate a te. Vieni, vieni pure! – fece entrare i due che si guardavano intorno circospetti, come se temessero un agguato.
Desiati invece si sedette alla sua scrivania, posò il panino mezza mangiato su un lato, attese che i due prendessero posto e poi giunse le mani davanti al viso, sorridente.
Graziosi fece la sua migliore poker face, Di Capua invece non dovette sforzarsi: c’era nato, con un’espressione impenetrabile.
Dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio Graziosi si decise a chiedere:
– Allora? Abbiamo un resoconto dell’autopsia? – 
Desiati continuò a fissarlo con il sorriso che si allargava sempre di più.
Alla fine disse:
– Niente. Non ho trovato niente. Niente di niente. – 
Graziosi si accigliò.
– Che intendi dire esattamente? – 
– Intendo dire – aggiunse Desiati rilassandosi sullo schienale della sua sedia – che i tre non presentano traumi di alcun tipo. Colpi di arma da fuoco, strangolamento, arma da taglio, segno di colluttazione, punture di siringa. Niente. Tranne un livido sul braccio di Augusto, il maggiore, molto probabilmente dovuto ad un prelievo di sangue che potrete facilmente verificare. Gli organi interni sono a posto, d’altronde sono…volevo dire erano tre giovani adulti in ottima salute. – Si interruppe e rimase a guardare Graziosi, il quale sentiva la rabbia salirgli per l’evidente soddisfazione che provava Desiati nel non fornirgli nessun elemento utile.
Di Capua intervenne prima che le cose tra i due si mettessero male:
– Intende dire, Dottor Desiati – che lei non ha idea di che cosa siano morti i tre? Cioè tre persone muoiono in questo modo e lei non ci sa fornire nessun dato utile per le indagini? – 
Desiati arrossì violentemente mentre Graziosi gongolava all’idea dell’insulto implicito che il suo vice aveva inviato al patologo.
– Voglio dire semplicemente – rispose il patologo lentamente e a voce bassa – che l’esame autoptico non ha dato informazioni concrete. Attendiamo il risultato delle analisi del sangue e dei tessuti per fare ulteriori ipotesi. Al momento sono più le cose che posso escludere di quelle che posso confermare. – 
– Bene. Grazie mille. – disse Graziosi alzandosi di scatto per andarsene.
– Non volete sapere i dati tecnici? Ora del decesso, temperatura, posizione relativa… – chiese Desiati stupito.
– Grazie, ma li leggeremo sul reperto. Non vogliamo farti perdere altro tempo. – interruppe Graziosi, sottintendendo “siamo noi che perdiamo tempo qui”.
E uscì senza salutare, seguito dal suo vice.
Quando furono in macchina Graziosi lanciò un paio di parolacce per sfogarsi, poi però riprese la calma abituale.
– In realtà quel cretino di Desiati ci ha detto un sacco di cose. Me ne sono andato per non dargli soddisfazione – disse.
– Beh sì, che se si tratta di omicidio, l’assassino deve aver usato un farmaco o un veleno. – aggiunse Di Capua.
– Certo, ma non solo. – continuò Graziosi – Mettendo da parte per il momento il triplice suicidio, che non voglio escludere ma che vedo improbabile, se si tratta di un omicidio mettendo insieme la scena del crimine e l’esame autoptico possiamo ragionevolmente affermare alcune cose. – E così dicendo accostò l’auto per avere le mani libere. Di Capua riconosceva il momento in cui il cervello del suo capo cominciava a marciare ad una velocità superiore.
– Primo: l’omicida vuole mandare un messaggio chiaro. Un omicidio violento, traumatico, poteva essere confuso con un tentativo di rapina, o una violenza; in questo caso vuole far sapere che li ha uccisi. A chi vuole dirlo? e perché? Secondo: l’omicidio è premeditato. L’assassino ha pensato, pianificato e organizzato il delitto. Quindi è qualcuno che aveva un interesse personale e specifico alla morte di quei tre. Cui prodest? Chi poteva avere un movente? Terzo: le vittime conoscevano l’omicida. Molto bene. Aveva la loro fiducia, poteva avvicinarsi loro senza timore, e trovare l’opportunità di colpire. –
– Quarto – aggiunse Di Capua – deve essere stato in contatto con le vittime nei giorni precedenti per organizzare questo incontro, dato che solo il più grande, Augusto, viveva ancora nella casa che era dei genitori, mentre Fernanda con suo marito ha una villetta appena fuori il raccordo, sulla Nomentana, e addirittura Alessandro viveva a Casal Palocco, a quaranta chilometri da qui. I tre probabilmente non si vedevano tutti insieme tanto spesso. –
Graziosi annuì, poi continuò:
– Insomma il numero di persone potenzialmente colpevoli si restringe di molto. Il problema è che magari di qualcuna di esse non sappiamo neanche l’esistenza – 
Rimise la macchina in moto e si immise di nuovo nel traffico, pensieroso.

La giornata passò senza ulteriori novità. Di Capua come al solito prese in mano le redini della ricerca dati, e cominciò a setacciare dati bancari, telefonate, tracciatura dei cellulari, visure catastali e societarie.
Graziosi si occupò di studiare i dati famigliari dei tre, il loro curriculum, insomma la loro storia personale, per cercare di capire qualcosa in più di tre persone che non avrebbe potuto interrogare, e di chi gli fosse stato vicino negli anni.
Si parlava di migliaia di persone, i tre avevano avuto una vita ricca e movimentata, e non sarebbe stato facile restringere ulteriormente la rosa dei sospettati.
Alla fine i due si salutarono, rimandando al giorno dopo un confronto sulle informazioni in loro possesso.
Stanco per la giornata, che aveva pensato di passare a casa tranquillo, Graziosi parcheggiò l’auto di servizio quasi sotto casa.
Aprì il portoncino esterno che dava alla scala che saliva verso il piano rialzato, dove si trovava l’ascensore.
Si accorse della figura nell’ombra solo dopo aver richiuso il portone e fermò le mani sull’interruttore che azionava le luci delle scale un attimo prima di pigiarlo: Graziosi era un uomo atletico e giovanile ma non era aduso alla violenza e alle colluttazioni, inoltre non portava mai la pistola d’ordinanza e di sicuro avrebbe avuto la peggio se la persona nascosta nell’ombra avesse avuto brutte intenzioni o addirittura fosse stato armato; per questo decise di lasciare le scale al buio, sperando di avere un piccolo vantaggio.
La persona nell’ombra fece un passo avanti e anche se Graziosi aveva capito si trattasse di un uomo, la stazza lo fece sobbalzare.
Era un uomo alto almeno due metri, con una corporatura massiccia, da pugile o rugbista, con un cappotto scuro e una barba nera, e pochi capelli. La voce profonda, adeguata alla gabbia toracica, echeggiò nell’androne:
– Stia tranquillo Maresciallo, non sono qua per farle del male. Se avessi voluto, lei ora non sarebbe in grado di ascoltare le mie parole – 
La voce era calma, minacciosa proprio per il tono volutamente basso e lento.
– Sono venuto solo per assicurarmi che lei abbia il quadro della situazione ben chiaro – continuò l’uomo – Ci sono molte persone, in Italia e all’estero, che vogliono sapere chi ha ucciso i fratelli Russolillo e perché. Le chiedo solo di dire a noi, prima che a chiunque altro, cosa riuscirà a scoprire. – 
– Lei è dei servizi segreti? – chiese Graziosi, sentendosi un po’ stupido a fare il protagonista di un romanzo di spionaggio.
– Come potrà immaginare, non posso dirle esattamente per chi lavoro, ma si limiti a sapere che io sono dalla sua parte, e lei dalla mia. E non sono molti altri che possono dire altrettanto – rispose l’uomo.
– Lei a sua volta potrà immaginare che il risultato delle mie indagini, oltre che ai vertici dell’arma, verrà comunicato solo alla magistratura incaricata – disse Graziosi leggermente irritato. Non amava essere minacciato, neanche velatamente.
L’uomo non rispose subito. Lasciò passare qualche secondo in cui il respiro dei due riempì l’androne silenzioso.
– La capisco e la apprezzo. – disse alla fine – Ma ci vedremo di nuovo, e lei mi dirà quello che sa. Questo è un fatto. – 
Senza aspettare repliche aprì rapidamente il portoncino e uscì, la sagoma massiccia che occupava tutto lo spazio della soglia.
Quando fu andato via Graziosi accese la luce, e da una fugace occhiata alla mano si accorse che stava tremando.
Se fosse paura, rabbia, o preoccupazione, non seppe dirlo, ma l’incontro con quell’uomo gli aveva portato i nervi allo scoperto.
Salì la rampa, prese l’ascensore, e infine entrò in casa chiudendo la porta alle sue spalle.
Ebbe la tentazione di dare una mandata alla serratura ma si trattenne.
Non voleva lasciarsi andare alle paranoie; guardò la porta di casa per un minuto, poi tolse la mano dalle chiavi, e andò in cucina a cercare una bottiglia di vino.

– Ha chiamato Desiati – gli disse Di Capua non appena entrò in ufficio, neanche il tempo di salutarsi.
– E che dice? – rispose distrattamente Graziosi mentre cercava il mouse del suo computer nel disordine della sua scrivania.
– Dice che non è stato di sicuro un suicidio –
Graziosi alzò gli occhi, ora la sua attenzione era massima.
– Continua – incitò il suo vice.
– I tre sono morti per arresto cardiaco, la sostanza che l’ha causato si chiama…aspetti che l’ho scritto qua…sompiramina. E’ un oppiaceo che interviene direttamente sulla capacità di contrazione dei muscoli.  – 
– E non potrebbero averla ingerita di loro volontà? – chiese Graziosi scettico.
– Pare di no. Perché provoca degli spasmi terribili ai muscoli di tutto il corpo. – 
Graziosi rifletté un momento, poi concluse:
– Quindi almeno uno dei tre avremmo dovuto trovarlo in una posizione scomposta. Il fatto che fossero tutti ordinatamente sdraiati sul letto ci dice che un’altra persona deve averli sistemati dopo la morte. – 
– Esatto – confermò Di Capua.
Graziosi si rilassò lasciando andare la schiena sulla sedia, con le mani incrociate dietro la nuca, e le gambe tese sotto la scrivania, con i piedi appoggiati uno sull’altro.
Era una posizione che gli piaceva molto quando doveva pensare, ma lo rilassava così tanto che più di una volta si era appisolato a casa, sul divano, davanti al televisore, in quella posa, per poi svegliarsi nel cuore della notte indolenzito e con le gambe formicolanti.
– E omicidio sia – disse infine – Non che avessi mai pensato ad un’altra possibilità, ma almeno possiamo concentrarci a cercare il nostro killer. A questo punto – continuò, riprendendo la posizione seduta proteso in avanti – dobbiamo capire per chi fosse il messaggio. Perché quello era un messaggio. Una volta capito questo, sapremo anche dove cercare il colpevole. Abbiamo qualche informazione sui tre? – 
Di Capua prese un blocchetto con degli appunti, e aprì un faldone con i dati del caso, che stava già rapidamente diventando un tomo pesante da trasportare.
– Ho raccolto tutte le informazioni biografiche sui tre, i dati bancari, gli elenchi delle chiamate effettuate e ricevute, le visure catastali e societarie, insomma un bel po’ di materiale – 
– Ci stai girando in tondo, Di Capua, vieni al dunque tanto lo so già che hai scartato le informazioni inutili – lo interruppe Graziosi sorridendo.
Di Capua fece finta di essere scocciato alzando gli occhi al cielo, e si divertì a vedere la fronte di Graziosi che si corrugava: il Maresciallo non sopportava quel gesto di insofferenza del suo vice e più di una volta lo aveva fulminato con gli occhi quando lo aveva colto sul fatto.
Anche Di Capua sorrise e continuò:
– I dati aziendali e telefonici sono troppi per poterli visionare in poco tempo. Finora non ho trovato nulla di strano, ma ovviamente dobbiamo chiedere un supporto ai colleghi della finanza perché gli intrecci societari sono troppo vasti per le nostre competenze. In sintesi: il Senatore Russolillo ha lasciato ai tre un sacco di soldi, case e aziende. I tre fratelli sono stati bravi a mantenere in piedi le proprietà del padre e anzi ad accrescere il patrimonio. Si sono divisi abbastanza equamente ruoli e responsabilità, e conducevano una vita apparentemente normale, tra lavoro, famiglia  – erano tutti e tre sposati con figli – e attività varie: beneficienza, sport, viaggi. Insomma, tutto nella norma.  –
– Però? – lo incitò Graziosi.
– Però…anche se la loro vita non presenta particolare increspature, è quella del padre che trovo strana. – 
– Il Senatore Russolillo? Ma se è morto da dieci anni – disse Graziosi stupito – e che fosse un intrallazzone, coinvolto in affari poco chiari tra servizi segreti, mafia e poteri economici, è abbastanza noto. Anzi, mi stupisco come i figli non abbiano seguito la carriera del padre . –
Di Capua era pensieroso.
– Ha ragione Marescià, ma non è di quello che parlavo. Il Senatore si era separato dalla moglie una trentina di anni fa. I figli rimasero con il padre, mantenendo un rapporto blando con la madre, questo fino alla morte del Senatore. Poi, improvvisamente, alla morte di lui, la madre riprese il suo posto nella vita famigliare, addirittura trasferendosi nella villa di famiglia, da cui i tre figli uscirono solo per i rispettivi matrimoni. – 
– E cosa trovi di strano in tutto questo? – chiese Graziosi, attentissimo.
– Beh, per prima cosa, il Senatore aveva vissuto gran parte degli ultimi anni di vita con un’altra donna, che non aveva mai sposato perché il divorzio non era mai diventato esecutivo. Questa donna ha di fatto cresciuto i suoi figli, da quello che ho potuto capire, ed è comparsa insieme a lui in diverse occasioni ufficiali. Possibile che sia uscita dalla sua vita così, improvvisamente? Secondo: i figli non vedevano quasi mai la madre, che a malapena conosceva i nipotini. La donna faceva una vita da gran signora in una casa al mare, a Portovenere. Si occupava di beneficenza, design di gioielli e istruttori di pilates, non necessariamente in quest’ordine. E dato che era ancora la moglie legittima, anche in caso di testamento sfavorevole avrebbe comunque ereditato qualcosa. Infine: perché i figli hanno accettato che la madre rientrasse nelle loro vite, dopo quasi trenta anni di isolamento? Insomma per me è la vita del Senatore che non mi quadra. Quella dei figli mi sembra anche troppo lineare – 
Graziosi rimase parecchi secondi in silenzio. Stava riflettendo sulle informazioni che gli aveva sintetizzato il suo vice, e doveva ammettere che anche a lui tutta la situazione suonava alquanto strana.
– Dov’è ora la seconda “moglie”? –  chiese alla fine.
Di Capua sfogliò i suoi appunti, poi rispose:
– Qui a Roma. Vive in un piccolo appartamento in Via Marmorata, a Testaccio. Da sola, a quanto è dato sapere.  –
Graziosi infine si alzò dalla sedia, si infilò la giacca e disse solo:
– Andiamo a trovarla – 

Il viaggio, perché di un viaggio si tratta a Roma quando si deve attraversare la città, da Via Nomentana a Via Marmorata avvenne quasi in totale silenzio.
Graziosi odiava la musica in macchina: la radio non lo soddisfaceva perché non riusciva a trovare una stazione con i suoi gusti, e comunque era del parere che la musica andasse ascoltata ad alto volume e con gli occhi chiusi, cosa che evidentemente gli sarebbe stata difficile fare guidando.
Poi, per quanto raramente, la radio di servizio gracchiava ogni tanto, e le comunicazioni interne disturbavano comunque il suono, quindi preferiva rimanere in silenzio.
Evidentemente entrambi erano intenti a rimuginare sul caso, perché non parlarono quasi finché non furono in vista di Via Cristoforo Colombo, che attraversarono per dirigersi verso la Piramide Cestia.
Fu Graziosi che improvvisamente chiese a Di Capua:
– Sono passati dieci anni dalla morte di Russolillo. Qualsiasi sia il movente, perché aspettare tutto questo tempo? C’è stato qualche avvenimento particolare nella vita dei tre fratelli, o nelle aziende di famiglia, che possa aver fatto scattare la necessità di eliminarli, secondo te? –
Di Capua scosse la testa.
– No, Marescià, non da quello che sono riuscito a vedere finora. C’è da dire che il materiale è tanto, e qualcosa mi è sicuramente sfuggito, ma la domanda rimane sensata. –
– Perché vedi – continuò Graziosi mentre parcheggiava la macchina di servizio davanti ad un ristorante – sia che si tratti di un movente passionale, sia economico, o politico, dieci anni sono un tempo infinito. Perché qualcuno cova rancore per tutto questo tempo e poi lo fa esplodere improvvisamente, verso tre persone apparentemente innocenti? E se invece l’obiettivo fossero loro, e non il padre, perché questa modalità? E quale sarebbe il movente, o la causa? –
Si fermò un attimo a motore spento, mani sul volante, poi aprì lo sportello per scendere e si girò verso Di Capua:
– Se fossimo in un romanzo o in un telefilm a questo punto ci starebbe bene la frase ‘la polizia brancola nel buio’. Ma in ultima analisi, a noi non ce ne frega un cazzo, siamo Carabinieri! –
Di Capua alzò gli occhi al cielo alla battutaccia del suo capo, che non era proprio tipo da ironia, ma alla fine scese dalla macchina con un sorrisetto e lo raggiunse davanti al portone dove stavano per entrare.

La pulsantiera dei citofoni era in stile anni cinquanta, dorata e perfettamente lucida, con le targhette dei nomi in bianco, come fossero tanti biglietti da visita tutti uguali.
Scorsero le due file un paio di volte prima di trovare il nome giusto: Agata Germana Giulia.
Se non avessero letto il faldone del caso si sarebbero fatti la stessa domanda di tutti: tre nomi e nessun cognome?
Chiaramente Giulia era un cognome di lontanissima origine, molto romano, molto nobile, ma il doppio nome non aiutava a districarsi nel malinteso.
Il portone si aprì dopo poco che ebbero suonato, ed entrarono nell’androne scuro.
Graziosi istintivamente si fece più vicino al muro, memore dell’incontro sgradevole di qualche sera prima.
Senza prendere l’ascensore salirono al secondo piano, dove una porta era già socchiusa e una persona che poteva definirsi anziana ma di ottimo aspetto li attendeva appoggiata allo stipite.
Dal basso Donna Agata sembrava più alta del suo già importante metro e settanta, e l’aria austera che le conferiva un certo portamento – schiena dritta, sopracciglio arcuato – acuiva la sensazione che fosse una donna con cui era meglio non scherzare.
Ma quando arrivarono al piano, un sorriso cordiale si allargò sul viso della donna, che istantaneamente sembrò meno arcigna e più giovane dei suoi quasi settanta anni.
Invitò i due ad entrare, e sebbene avessero avvertito la donna della visita non c’era nessuno ad accoglierli insieme a lei: un amico, un avvocato, nessuno. Segno di sicurezza, o ingenuità, lo avrebbero stabilito in seguito.
Si sedettero in un salottino luminoso, la donna su un divanetto a due posti e loro su due poltrone con schienali altissimi, tutto foderato con stoffa damascata, tutto di ottima fattura ma ormai in cattivo stato.
Era evidente che la donna non aveva più una grande disponibilità economica. Nonostante questo i suoi modi rimanevano quelli di una gran signora.
Fu lei a venire subito al punto, senza tanti preamboli:
– E dunque – esordì con un francesismo, segno di studi esclusivi – sospettate che possa aver ucciso i tre fratelli Russolillo – disse con un tono di voce per niente indignato, quasi divertito all’idea.
Graziosi e il suo vice erano troppo esperti per permettere ad un indagato la gestione di un interrogatorio, e senza scomporsi evitarono di rispondere o anche solo di dare a vedere che la domanda li aveva sorpresi.
Di contro, Graziosi fece una domanda altrettanto diretta, con il tono e la postura che dicevano chiaramente che si aspettava una risposta sincera e immediata:
– Perché alla morte del Senatore lei lasciò la sua casa e i figli? – chiese brutalmente. Aveva capito che la donna era estremamente intelligente e non avrebbe avuto senso lasciarsi andare a schermaglie da film poliziesco di quart’ordine.
Il sorriso cordiale lasciò il posto ad una piega amara della bocca, che improvvisamente restituì alla donna quei 5/10 anni in più che non aveva dimostrato fino a quel momento.
Non era uno sguardo carico d’odio, quello che puntò contro gli occhi di Graziosi, piuttosto un’ombra di malinconia e rimpianto.
Nella sua carriera il Maresciallo Graziosi aveva imparato che le persone si rivelano di più nei momenti di transizione, quando qualcosa le costringe a cambiare improvvisamente; e quello sguardo gli raccontò di quella donna molto più di quello che le avrebbe aggiunto dopo.
Gli disse che non era andata via di sua volontà, ma che non aveva serbato rancore, ma solo rimpianto.
– Io volevo bene ai miei ragazzi – esordì con un filo di voce – Li avevo cresciuti io. Per anni della madre videro solo delle cartoline che mandava da posti esclusivi, pagati dai soldi del Senatore. Sono io che li accompagnavo a scuola, che li curavo quando stavano male, che li consolavo quando soffrivano, che raccoglievo le loro confidenze quando cominciarono ad avere i primi amori. C’ero io il giorno della loro laurea, non la madre, ed ero io che li portavo al mare tutte le estati. E loro ne volevano a me, di bene. Me lo hanno dimostrato in tutti questi anni. Anche il Senatore me ne voleva, ma lui a modo suo. La sua vita politica e la sua indole non consideravano la fedeltà come elemento costitutivo fondamentale della vita a due, e visto il suo ruolo pubblico non era difficile leggere sui giornali dei suoi amorazzi – 
La donna fece una pausa, mentre i due attendevano che riprendesse, senza commentare.
– Ma io, a differenza della prima moglie, anzi della sua unica moglie – aggiunse con un po’ d’amarezza – ho sopportato molto a lungo, perché gli volevo bene e perché volevo bene ai ragazzi. Sua moglie no, preferì abbandonarlo, forse anche come scusa visto che poi non condusse una vita irreprensibile e che la separazione le permise una vita agiata, molto più di quella che faccio io ora – 
Fece un’altra pausa per bere un po’ d’acqua poi riprese di nuovo.
– La verità è che il Senatore era sempre rimasto innamorato della moglie. Anche se andava con altre donne, anche se io ero entrata nella sua casa, l’amore della sua vita era quella donna arida, che lo aveva lasciato senza possibilità di repliche e che lui ha mantenuto per anni. Quando è morto metà delle sue proprietà è andata a lei. A me ha lasciato questo piccolo appartamento. Mi ha trattato come una mantenuta. E anche se in teoria i figli potevano opporsi, quando lei ha preteso di rientrare in quella casa loro non l’hanno ostacolata. In fin dei conti era pur sempre la madre, e io un’estranea. E così, sono andata via io.”
Ci fu un minuto di silenzio, mentre Graziosi assorbiva le informazioni che quella donna aveva fornito spontaneamente, prima che qualcuno riprendesse a parlare.
– Da quello che ci dice – disse cautamente il Maresciallo – lei avrebbe diversi motivi per uccidere i tre fratelli – 
La donna non ebbe reazioni. Si aspettava questa domanda, probabilmente, e comunque era in pieno controllo della situazione.
– Direi di no, Maresciallo. Prima di tutto stiamo parlando di fatti che risalgono a più di dieci anni fa; inoltre, se proprio avessi voluto sfogare le mie ire su qualcuno, lo avrei fatto con quella donna che prima lo ha fatto soffrire lasciandolo, e poi si è venuta a prendere i suoi soldi dopo morto. Perché avrei dovuto uccidere tre persone a cui volevo bene? – 
– Sapesse quanti omicidi vengono commessi in famiglia! – interloquì Di Capua.
Graziosi annuì, poi fece finta di leggere da un documento che si era portato, ma in realtà stava pensando.
Ad un certo punto ebbe come un’intuizione, alzò la testa e chiese:
– Lei ha mai incontrato la moglie del Senatore? – 
Donna Agata non si scompose.
– Certo – rispose – ci sono state diverse occasioni in cui siamo capitate nello stesso posto. Compleanni dei figli, lauree, anche un paio di medaglie del Senatore. Ci siamo sempre limitate a salutarci cortesemente ma freddamente. Non avevamo certo intenzione di fare amicizia. – 
– E recentemente? – insistette Graziosi.
– No, da quando il Senatore è morto e lei è rientrata a casa non l’ho più vista. Non ne ho motivo. Non la odio, ma non la voglio incontrare. Non è colpa sua se il Senatore era ancora innamorato, ma stiamo bene così, ognuna al suo posto. – 
– E i figli? – si inserì Di Capua. Ora l’interrogatorio si era fatto pressante, anche se formalmente ancora su un tono informale.
La donna sospirò, poi fece spallucce.
– Poco – disse infine – e tutti insieme l’ultima volta al funerale del padre. Poi qualche mio compleanno, un paio di volte durante le feste di Natale… insomma: gestire due madri non è una cosa semplice e alla fine hanno optato per quella naturale. Non posso fargliene una colpa. Solo Fernanda mi viene a trovare con regolarità, e ha qualche senso di colpa per come mi hanno trattato, ma anche lei una o due volte l’anno, non di più. – 
Graziosi si alzò, segno che l’incontro era finito.
Mentre si accingevano ad uscire si girò verso la donna e le disse:
– Allo stato attuale lei è una delle persone con abbastanza motivi e opportunità per commettere un omicidio del genere. Le chiediamo di rimanere a disposizione; non abbiamo indizi sufficienti per trattenerla, ma gradiremmo non si allontanasse. E si procuri un avvocato, le servirà di sicuro. – 
I tre si salutarono con educazione, se non con cordialità, e la porta si chiuse dietro Graziosi e Di Capua.
Quando furono in macchina il vice chiese:
– Secondo lei c’entra qualcosa? – 
Graziosi, come raramente gli succedeva, fu titubante.
– Istintivamente direi di no, non mi sembra il tipo, quello che ci ha raccontato pare credibile… – 
– Ma? – lo pungolò Di Capua.
– …ma non ci ha detto tutta la verità. Era preparata all’incontro. Troppo fredda e razionale per una che ha appena perso tre figli adottivi, indipendentemente dal fatto che li abbia uccisi lei o meno. Troppo credibili le giustificazioni, troppo ferme le mani e fisso lo sguardo. Troppo di tutto. Quella donna sa qualcosa in più e non ce lo ha detto e sospetto abbia a che fare con l’omicidio. Voglio incontrarla di nuovo quando avremo qualche altro elemento. – 
E così dicendo mise in moto e partì verso la caserma.

La giornata passò senza altre novità rilevanti.
Graziosi la passò più che altro a seguire i vari TG che ancora erano pieni di notizie sull’omicidio, sulla vita dei tre, sul Senatore, con accorate dichiarazioni di tutti coloro che rilasciano dichiarazioni in questi casi: vicini di casa, colleghi, politici e anche il giardiniere.
Ma nonostante tutta questa valanga di parole l’indagine non fece mezzo passo avanti, né Graziosi riuscì a spremere gran che dai suoi neuroni.
Alla fine quando era quasi buio rinunciò per quel giorno a capirci qualcosa e se ne andò a casa.
Arrivato vicino al suo palazzo decise di non parcheggiare la macchina sotto casa come faceva di solito, ma di farsi un giro nelle strade limitrofe.
Lo fece con cura, strada dopo strada, lentamente, allargando sempre di più il giro, finché non la vide.
Non c’erano dubbi.
Una grossa berlina scura, parcheggiata a spina di pesce in una stradina strettissima in salita, sotto le fronde di un salice, che se Graziosi non fosse stato a caccia di qualcosa non l’avrebbe mai notata.
La classica macchina di servizio di chi lavora per lo Stato, nelle scorte o nei servizi segreti.
Quindi l’uomo era tornato e lo aspettava.
Per un momento pensò di andare in ufficio e prendere la pistola d’ordinanza, ammesso che si ricordasse la combinazione della cassaforte e dove poteva aver messo le pallottole, che da procedura teneva sempre separate.
Poi ragionò che la probabilità di far paura con una pistola a quel colosso erano basse, e ancora più basse erano quelle di colpirlo se lui lo avesse attaccato, perciò decise di lasciare perdere e cambiò strategia.
Arrivò al portone infilò la chiave con sicurezza, come se non avesse sentore di quello che stava per succedere, poi chiuse la porta di scatto e disse:
– Non sono bravo a fare il caffè, ma chiacchierare seduti in cucina è comunque meglio che giocare a fare gli agenti segreti in un sottoscala. – 
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio l’uomo spuntò di nuovo dall’ombra, imponente, e senza una parola si diresse con sicurezza verso l’appartamento di Graziosi, arrivò alla porta e la aprì con delle chiavi che teneva in tasca.
Graziosi non si stupì più di tanto, era logico che avessero fatto una ricognizione nel suo appartamento e che in qualche modo si fossero procurati le chiavi per entrare senza farsi notare.
E’ il modo in cui lavorano questi “colleghi”, pensò.
Sempre senza dire una parola i due uomini si diressero verso la cucina, il colosso come se fosse stato a casa di Graziosi decine di volte, e forse era proprio così.
Graziosi mise su una moka, preparò le tazzine, i cucchiaini, il latte e anche un paio di biscotti.
Poi quando finalmente il caffè fu pronto lo versò in un bricco e si sedette.
L’uomo si versò una tazza abbondante di caffè, non mise zucchero né latte, e si rilassò sulla sedia mentre beveva stando attento a non scottarsi la lingua.
Graziosi invece riempì una tazzina, mise un cucchiaino di zucchero, aggiunse un po’ di latte freddo e intinse un biscotto Gentilini nella tazzina, come fosse una minicolazione: non gli piaceva tanto il caffè e allora per farselo andare spesso lo faceva diventare un cappuccino.
– Novità? – chiese l’uomo improvvisamente.
– Tutto tace – rispose Graziosi guardandolo negli occhi.
L’uomo sostenne lo sguardo poi addolcì un po’ gli occhi.
– Non avevamo un accordo? – chiese.
– Non ricordo che questo accordo comprendesse il fatto che lei possa entrare in casa mia quando lo ritiene opportuno. Se lei vuole che io mi fidi me ne deve dare motivo. – rispose secco Graziosi.
L’uomo ci pensò un attimo, poi mise le mani in tasca e allungò le chiavi a Graziosi.
– Non che non possa farne un’altra copia – disse – ma ha la mia parola che nessuno entrerà più in casa sua senza il suo permesso. – 
Graziosi prese le chiavi, le guardò distrattamente, poi riprese il discorso.
– Abbiamo interrogato la compagna del Senatore, Donna Agata. Secondo me non è stata lei, ma non ci ha detto tutta la verità. – 
L’uomo annuì. Poi disse lentamente:
– Ci sono delle cose che io non le posso raccontare. Ma voglio aiutarla perché ci sono anche cose che non so e che vorrei che lei scoprisse. Sono molte le cose che io posso fare nella mia posizione, ma alcune richiedono l’uso formale della legge, e solo lei può arrivarci. Io le dirò qualcosa, ma solo il minimo, e solo per farla guardare nella direzione che mi interessa. Se ci sono altre cose che vuole scoprire ne è libero, a meno che non siano relative a me e all’organizzazione di cui faccio parte, in quel caso sarò obbligato a fermarla, in un modo o nell’altro. – 
A Graziosi la velata minaccia non diede fastidio, non era un uomo che si metteva paura facilmente, e se avesse ritenuto che sapere qualcosa di più di quell’uomo l’avrebbe aiutato nella sua indagine, lo avrebbe fatto.
Ma quello che lo fece imbestialire era la frase “uso formale della legge”.
Non era un ingenuo, Graziosi, ma un idealista sì.
Credeva nei concetti di Giustizia e di Legge, e il motivo per cui un uomo come lui che avrebbe potuto diventare un brillante avvocato o magistrato era invece finito a fare il Carabiniere era proprio questo: esercitare la Legge con Giustizia.
Non esisteva per lui un uso formale o informale della legge, non amava il machiavellismo italico, cercava sempre di essere corretto anche con i criminali più incalliti.
Essere considerato quasi come un attore che recitava un ruolo mentre qualcun altro si arrogava il diritto di decidere in autonomia cosa fosse giusto o sbagliato lo fece incazzare moltissimo.
Ma si contenne. Aveva bisogno di aiuto, lo sapeva, per uscire dal ginepraio di quella indagine che si svolgeva a troppi livelli, per cui a denti stretti si limitò ad annuire.
– Non so se Donna Agata sia innocente o meno del triplice delitto. – riprese l’uomo – ma non si sta vicino ad un uomo potente come il Senatore Russolillo per tanti anni senza condividerne tutto. Le cose belle e le cose brutte. E questo vale anche per la moglie. Le due donne hanno più cose in comune di quanto lei creda. – 
Graziosi non capì bene il significato di queste parole, ma si ripromise di ragionarci insieme a Di Capua, e comunque l’uomo si alzò rapidamente e uscì di casa prima che lui potesse chiedergli altro.
Perché mi ha parlato delle due donne? E cosa potrei trovare di utile per lui guardando in questa direzione?
Con questi pensieri in testa, senza ottenere risposta passò la serata e poi la nottata.

La mattina dopo si svegliò con calma, rinunciò alla corsetta mattutina, fece colazione e andò in ufficio dove gli venne incontro Di Capua eccitatissimo.
– Marescià sono due ore che la cerco, ma il cellulare è staccato! – 
Graziosi diede un’occhiata distratta al suo telefono solo per accorgersi che la batteria era completamente scarica: si era dimenticato di metterlo in carica.
– Vabbè, dimmi – tagliò corto.
– Si ricorda che Donna Agata ci ha detto di aver incontrato la moglie del Senatore qualche volta? insomma sono andato a vedere se esistevano prove di questi incontri. Ovviamente non ho trovato niente relativamente a compleanni e altri eventi ma…guardi questa foto: è stata scattata in occasione della consegna del titolo di Cavaliere al nostro Senatore. – 
E così dicendo porse una stampa a Graziosi che rimase di stucco.
La foto rappresentava un momento conviviale, probabilmente un buffet organizzato subito dopo la nomina, con molte persone in abito di gala.
Vicino ad un tavolo, con in mano un flute pieno di champagne, le due donne ridevano di gusto per qualche motivo, vicinissime, come vecchie amiche.
- Dove l’hai presa? – chiese Graziosi con la bocca ancora aperta.
– Ho verificato eventi pubblici con celebrazioni che riguardassero solo il Senatore, mi sono spulciato gli archivi fotografici di un paio di agenzie ed è uscita questa. – 
Graziosi continuava a fissare la foto senza riuscire a staccare gli occhi.
– Quindi si conoscevano. E anche l’uomo in nero è nella foto. – Graziosi aveva raccontato al suo vice degli incontri nel sottoscala.
– E quindi Donna Agata ci ha mentito – concluse Di Capua – A questo punto che facciamo? La mettiamo di fronte alla sua menzogna? – 
Graziosi scosse la testa.
– No, direi di no. Per due motivi. Il primo è che la foto di per sé non prova nulla, è un’istantanea e anche se ci sono troppi elementi che mi fanno pensare lei potrebbe trovare mille motivi per quel momento. E poi perché è meglio che tutti continuino a crederci all’oscuro, avremo più libertà nelle indagini. A questo punto invece farei la cosa che tutti potrebbero ritenere più scontata. – 
Di Capua capì al volo.
– Andiamo a parlare con la moglie. – 

Non fecero in tempo ad uscire dalla caserma, perché improvvisamente si trovarono di fronte Ziliani.
Rimasero stupiti di vederlo, si erano quasi dimenticati che formalmente il titolare dell’indagine era lui, anche se non ritenevano fosse in grado di scoprire neanche un petardo che gli fosse esploso nelle mutande.
Ziliani inoltre era sempre sinonimo di incazzatura, quindi lo guardarono con sospetto soprattutto perché stava sorridendo.
– Salve! – esordì garrulo.
– Che c’è Ziliani? – disse scostante Graziosi.
– Volevo dirvi che stiamo per incastrare l’assassino, anzi l’assassina. Un paio di verifiche ancora e l’andiamo a prendere. Desiati ci ha dato una mano fondamentale, ho parlato con il Comandante ed è d’accordo a procedere. Volevo ringraziarvi dell’aiuto e chiedervi di non occuparvi più del caso, stiamo per chiudere. – 
Graziosi e Di Capua si guardarono, poi fu Di Capua a intervenire:
– Ha già avvertito le televisioni? – chiese sarcastico.
Ziliani arrossì, segno che l’appuntato aveva fatto centro. Ziliani oltre che incompetente era anche vanesio e appena poteva mostrarsi di fronte alle telecamere non si tirava certo indietro, anzi.
– Ovvio, caro Appuntato – marcò la differenza di grado con un lieve innalzamento della voce – che un delitto così efferato, dei personaggi così importanti, un’indagine così delicata risolta in tempi rapidi siano di grande interesse per la stampa – 
– E quale sarebbe l’aiuto fondamentale che ti ha dato Desiati? – chiese Graziosi.
– Ha fatto analizzare il DNA trovato sul luogo del delitto e ne ha trovato uno che non doveva esserci in teoria così abbondante, dopo dieci anni che l’assassino non frequentava più quella casa. Donna Agata. – 
I due si guardarono, poi rientrarono in caserma, lasciando Ziliani al suo successo.
Quando furono nell’ufficio di Graziosi questi disse sconsolato:
– Stavolta l’ho fatta la cazzata, non ci ho capito niente, ho giocato a fare l’agente segreto, e Ziliani mi ha umiliato – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, e stavolta Graziosi non disse niente.
Il suo vice si appoggiò alla scrivania con entrambe le mani e guardò negli occhi il suo capo.
– Marescià, è chiaro che Donna Agata ci ha mentito, ma questo lo sapevamo già. Però cosa cambia questo fatto? Ziliani ha l’ansia di trovare un colpevole prima che lo facciamo noi, ma io non credo che lei si sia sbagliato, e penso che anche stavolta Ziliani farà una figura di merda; purtroppo la farà fare a tutta l’Arma. – 
Graziosi rifletté a queste parole, poi si alzò di scatto e disse:
– Facciamo una chiacchierata comunque con la moglie, ormai cosa ci possono dire? – 

Arrivarono nella villona stile hollywoodiano del Senatore Russolillo, un portico che sembrava quello della Casa Bianca, e un vialetto d’ingresso degno delle più belle ville di Beverly Hills.
Chiaramente il Senatore buon’anima disponeva di ingenti risorse economiche, e questo forse anche poteva essere in parte la causa della morte prematura dei suoi figli.
Graziosi aveva avvertito la Signora Russolillo che si fece trovare sul portico, elegantissima e bellissima per la sua età, con un sorriso smagliante sulle labbra e porgendo la mano che Graziosi prima e Di Capua poi strinsero delicatamente.
– Eccoci! I nostri investigatori! Mi fa piacere vedervi, anche se come penso sappiate arrivate tardi. Il vostro collega Ziliani è riuscito in poco tempo a trovare il colpevole. Mi dispiace per quella povera donna, evidentemente dopo tanti anni il dispiacere di non poter più far parte della sua famiglia acquisita le ha fatto perdere il lume della ragione. Ma i miei figli andavano vendicati e non c’è nulla di meglio della Giustizia terrena. A quella divina ci penserà il padreterno quando se ne andrà. – 
Finì questo discorsetto con un ampio gesto della mano, poi invitò i due a sedersi e una cameriera di origine sudamericana portò da bere, rigorosamente analcolico per i due, un prosecco per la Signora Russolillo.
– Grazie per averci ricevuti lo stesso Signora – esordì diplomaticamente Graziosi mentre Di Capua si guardava intorno – anche se a quanto pare il caso è risolto ci sono alcuni dettagli che non sono chiari e che vanno sistemati, perché sa, in tribunale poi tutto conta per riuscire ad emettere una sentenza. – 
La donna annuì compita e Graziosi proseguì.
 – Prima di tutto dobbiamo cercare di capire come Donna Agata sia riuscita a convocare i tre fratelli qui allo stesso tempo, e soprattutto senza che lei e il personale di servizio, se ne accorgesse. – 
– Se sta cercando una risposta da me le devo confessare che non ne ho idea, – disse in tono cortese la Signora Russolillo – ma posso dirle che l’opportunità era chiara: io ero fuori in campagna, nella casa che abbiamo dalle parti di Tarquinia, e il personale non dorme qui. Da quando sono tornata nella MIA casa il personale arriva la mattina presto e va via il pomeriggio presto. Non mi servono badanti e non voglio gente per casa la sera. – 
Graziosi annuì, assorbendo la notizia. 
– Vuole sapere se ho un alibi? – chiese la Signora Russolillo vagamente ironica?
Graziosi sorrise.
– No signora. Do per scontato che il collega Ziliani prima di procedere ad un arresto abbia vagliato tutte le alternative, e se lei mi ha citato la sua permanenza a Tarquinia è perché è sicura che possano testimoniare la sua presenza lì centinaia di persone – 
La Russolillo arrossì violentemente, aveva tentato di prendere in giro Graziosi, ma lui ne aveva viste troppe per abboccare così facilmente.
E in una specie di partita di scacchi il Maresciallo colse al volo l’errore dell’avversario per contrattaccare:
– Piuttosto ci dica, in che rapporti era con Donna Agata? L’ha più vista dopo che si è separata da suo marito, o magari recentemente? – 
La donna sbandò, non si aspettava forse una domanda così diretta, ma era comunque preparata e recitò la sua parte, identica a quella di Donna Agata:
– Nessun rapporto, non la odio, lei si è trovata al posto giusto al momento giusto e penso fosse innamorata di mio marito. Peccato che lui fosse ancora innamorato di me, e quando è morto mi ha lasciato tutto, e Donna Agata – come ama farsi chiamare – ha dovuto levare le tende. Mi è capitato di vederla qualche volta, ad eventi ufficiali, compleanni, cose così, e ci siamo salutate per cortesia e per non mettere in imbarazzo il Senatore. Penso di averla vista l’ultima volta una ventina di anni fa. – 
Era l’assist per Di Capua, che non se lo fece sfuggire.
Tirò fuori la foto, e disse:
– A noi risulta, come può vedere da questa foto, che eravate in rapporti cordiali. Questa grande cordialità non coincide con il quadro che lei ci ha fatto. – 
La donna ora era in grande difficoltà.
– Non lo so, magari avevamo bevuto e non eravamo consapevoli, e comunque non capisco cosa c’entri. Avete trovato il colpevole, arrestatelo e fine. Io non ho niente altro da dirvi. – e così dicendo si alzò dalla poltrona in cui si era accomodata, segno che la conversazione era terminata.
I tre si salutarono con un po’ di imbarazzo, poi Graziosi si mise al volante e lentamente si immise su Via Cassia. Di Capua sapeva che il cervello di Graziosi stava cominciando a mettersi in moto.
– Allora – attaccò il Maresciallo – la situazione è questa. Tre fratelli sono stati uccisi, da qualcuno che li conosceva bene. Donna Agata ha mentito, ed evidentemente è stata sul luogo del delitto. Anche la Signora Russolillo ha mentito ma il suo alibi è perfetto, così perfetto che mi dà quasi fastidio. Poi abbiamo l’uomo in nero, che ancora non sappiamo che ruolo abbia nella vicenda e cosa voglia da noi. In teoria inoltre l’indagine è finita qua e quindi non possiamo scoprire più nulla. – 
– Ma infatti Marescià, per una volta tanto, lasciamo a Ziliani l’onore dell’arresto, noi c’abbiamo una decina di casi che abbiamo lasciato in sospeso, facciamoci i fatti nostri – 
Graziosi parve non ascoltarlo.
– Assolutamente no. Donna Agata è innocente. E me non piace quando va in galera un innocente, soprattutto se l’errore lo abbiamo commesso noi Carabinieri. – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma se lo sentiva: Graziosi non era il tipo da mollare l’osso, e neanche lui a dire il vero, quindi fece un sorrisetto e disse:
– Per me dobbiamo capire che rapporti c’erano tra le due donne. Se riusciamo a capire questo secondo me possiamo capire molte cose del delitto. Purtroppo i tre testimoni che avrebbero potuto aiutarci sono morti, quindi dovremo fare in altro modo. – 
E questo “altro modo”, come Graziosi sapeva, era l’innata capacità di Di Capua di ottenere dati sugli indagati – grazie ai buoni rapporti che aveva intessuto con tutti gli enti e aziende che potevano fornirglieli, ma soprattutto di saperli interpretare scartando a botto quelli inutili. Spesso analisi che avrebbero richiesto a decine di persone mesi di lavoro erano state chiuse da Di Capua in pochissimo tempo, per la sua capacità di “vedere” le cose importanti e soprattutto di saperle cercare.
– Che volete sapere Marescià? – chiese Di Capua che aveva già capito.
– Voglio capire i rapporti tra le due donne. Fruga dappertutto e quando trovi un legame, anche sottilissimo, andiamo a vedere. Io credo che il fatto che abbiano voluto mascherare la loro frequentazione, anche in un momento così doloroso per entrambe, vuol dire che è importante che non si sappia. E invece io a questo punto voglio sapere. – 
Di Capua annuì e senza replicare andò a lavorare.
Graziosi pensò di tornare a casa, ma era quasi sicuro che ci avrebbe trovato il rugbista – così lo aveva soprannominato nella sua mente – e non voleva incontrarlo ora.
Prese perciò le chiavi della sua stanza in caserma – che non usava praticamente mai – e se ne andò a dormire senza neanche passare a comprare un rasoio o una camicia di ricambio.
Quando la mattina dopo arrivò in ufficio aveva l’aria stropicciata ma si sentiva molto riposato e pieno di energie.
Prese un caffè con Di Capua, che non aveva novità, poi andò alla sua scrivania.
Non aveva fatto neanche in tempo a sedersi che squillò il telefono.
Alzò la cornetta e una voce cavernosa chiese senza preavviso:
– Mi sta evitando per caso? – 
Graziosi si rilassò sulla sedia, quella telefonata gli faceva quasi piacere. Evidentemente il rugbista aveva bisogno di lui, questa era un’informazione interessante.
– Diciamo che mi hanno tolto l’indagine, quindi preferisco evitare questi incontri melodrammatici, se posso evitarlo. – 
L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo. Poi riprese.
– Che significa questo? – 
– Che hanno trovato il colpevole, pare sia stata Donna Agata e a breve sarà arrestata. Il caso è chiuso. – 
Stavolta la pausa dell’uomo fu più lunga. Poi disse:
– Allora va bene. E’ finita così. Lei non mi è stato molto utile. Non mi vedrà mai più. – 
E chiuse la telefonata.
Graziosi guardò la cornetta sorridendo prima di appoggiarla lentamente.
“Qualcosa mi dice che non sarà così” penso tra sé e sé.
Ma il suo ottimismo al momento non aveva alcun riscontro. Di Capua non si vedeva, il che stava a significare che non aveva trovato niente, non aveva più accesso alle fonti investigative, insomma non aveva appigli per continuare l’indagine.
Passò davanti alla guardiola del piantone che aveva la TV accesa, e non poté evitare di guardare Ziliani che spiegava alla stampa come aveva incastrato l’assassina dei tre fratelli Russolillo, mentre sotto scorrevano le foto dell’arresto della donna.
Rimase qualche secondo in trance ad ascoltare gli sproloqui del suo collega, quando qualcosa nella sua testa fece “click”, si chiusero dei circuiti e improvvisamente si spalancò uno scenario che diventava interessante.
Tornò di corsa verso il suo ufficio solo per scontrarsi con Di Capua che veniva dalla direzione opposta.
– Marescià, ho trovato qualcosa! – disse il suo vice.
– E io forse ho capito qualcosa – rispose di rimando Graziosi – andiamo nel mio ufficio.
Si sedettero intorno al tavolino delle riunioni, Di Capua con dei documenti in mano.
– Dimmi prima tu – lo esortò Graziosi.
– Nei giorni scorsi ho guardato i conti dei tre fratelli e delle due donne, ma a parte la complessità degli incroci non ho trovato nulla di sospetto. Potrei sbagliarmi, perché il materiale è veramente tanto, ma le assicuro che ho guardato in profondità abbastanza da capire che le carte sono a posto. Adesso invece ho cambiato obiettivo. – 
– Il Senatore. – disse Graziosi pacatamente.
– Esatto, il Senatore. A quanto pare tutto riconduce sempre a lui. Sono partito dall’eredità e ho controllato tutti i beni che sono stati elencati. Tutti gli asset erano inglobati in una serie di società, praticamente tutte riconducibili al Senatore e ai figli in parti uguali, infatti il patrimonio del Senatore è stato dato alla moglie, a parte le briciole a Donna Agata, mentre i figli erano già stati sistemati in vita con quote delle società. –
Graziosi ascoltava attentamente, di sicuro Di Capua stava per tirare fuori la magagna.
Il vice prese una pausa per aumentare l’effetto di quello che stava per dire:
– Tutti gli schemi societari sono simili e tutti i beni, nessuno escluso, sono inseriti nelle società del Senatore. – disse Di Capua.
– Tranne? – domandò con un sorrisetto Graziosi che aveva già capito.
Di Capua ricambiò il sorrisetto ironico del suo capo.
– Tranne UNA. Una società di cui il Senatore aveva una quota minoritaria, inferiore all’1%, e che prevedeva l’usufrutto a sua volta di una società domiciliata in Lussemburgo. Ora, quando il Senatore morì la quota di questa società non venne assegnata esplicitamente e quindi fu assegnata egualmente ai figli e alla moglie, i quali liquidarono quasi immediatamente la loro quota per un controvalore ridicolo. –
– E di cosa si occupava questa società? – la cosa si faceva interessante.
Di Capua stavolta sogghignò.
– Dieci anni fa, alla morte del Senatore, il Lussemburgo era ancora un paradiso fiscale. Leggi che favorivano l’importazione di capitale, segreti assoluti sulle società e sui depositi bancari, insomma era un posto abbastanza sicuro per nascondere i propri beni. Ma oggi grazie alle leggi europee non è più così. E anche se a fatica ho ottenuto le informazioni su questa società. – 
Di Capua prese dei fogli, li sparse davanti a sé e riprese:
– La società gestisce un patrimonio quasi miliardario. Stiamo parlando di migliaia di immobili, quasi tutti in Italia, controllati attraverso società di gestione immobiliari locali. La proprietà è interamente posseduta da una finanziaria lussemburghese. A sua volta la finanziaria è di proprietà di due fondi di diritto sanmarinese – 
– Un bel casino – commentò Graziosi.
Di Capua annuì, poi proseguì.
– Sì decisamente. Dieci anni fa sarebbe stato impossibile capirci qualcosa, ma oggi sono felice di poterle mostrare i nomi dei proprietari di questo patrimonio, che lo gestiscono attraverso una società di persone di San Marino. –
Mise un foglio stampato davanti a Graziosi, il quale lesse, poi alzò gli occhi incredulo, lesse di nuovo e infine si abbandonò sulla sedia.
– Quindi non solo le due donne si conoscono, ma sono in società. E che società. Sono miliardarie. – 
La notizia lo aveva tramortito perché apriva scenari imprevedibili.
– Che si fa ora? – chiese Di Capua, velatamente soddisfatto del suo lavoro.
– Beh – iniziò a ragionare Graziosi – la tentazione sarebbe di capire come hanno messo insieme quel patrimonio, perché lo tengono nascosto, cosa ne sapevano i figli, cose così. In realtà il nostro obiettivo è sempre lo stesso: capire chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 

I due andarono a prendere un caffè, ma evitarono di rimanere in piedi davanti alla macchinetta dell’ufficio e si sedettero ad un tavolino in un bar della zona.
Era raro vedere Graziosi prendere un caffè fuori dall’ufficio, ma aveva bisogno di aria fresca e di ragionare a voce alta.
– Quindi abbiamo il seguente scenario – iniziò mentre metteva lo zucchero nel caffè macchiato – Il Senatore lascia alla moglie legittima e ai figli tutti i beni, almeno quelli palesi. Però la moglie con la seconda compagna hanno una società, di cui evidentemente anche il Senatore e i figli erano a conoscenza, in cui è confluito un patrimonio immobiliare miliardario. Questo spiega in parte perché le due donne cercano di non far trapelare i loro rapporti, ci scommetterei che dal punto di vista fiscale questa catena di società è in grave debito con il nostro Paese. Ad un certo punto, dopo dieci anni, qualcuno uccide i tre figli. La domanda è sempre la stessa: “cui prodest?”. Chi ci ha guadagnato dalla loro morte? Per quale motivo qualcuno li ha voluti eliminare? Non sembrerebbe logico per via di questa società, perché a quanto pare ne erano a conoscenza. A meno che uno dei tre non abbia minacciato di spifferare tutto al fisco in cambio di soldi, ma mi sembra improbabile anche perché i dati che tu hai raccolto ci mostrano che i tre erano ben più che benestanti. – 
Di Capua annuì mentre smadonnava di fronte al caffè: lo chiedeva macchiato, e invece di portarglielo schiumato come da tradizione napoletana ci aggiungevano il latte caldo, e NON era la stessa cosa. Inoltre il bicchiere di acqua gassata a Roma lo doveva sempre chiedere, mai una volta che glielo portassero di loro sponte.
– Poi c’è un’altra domanda: che cosa volevano i servizi? anzi, che cosa vogliono? perché noi di certo non abbiamo trovato ancora gran che. La società, certo, ma scommetto che per loro non è un segreto, anzi, sarei pronto a scommettere che in qualche modo ci stanno anche dentro. Che cosa potevamo scoprire in questa indagine che loro non sono in grado di trovare? e che cosa può essere così importante per qualcuno da uccidere tre persone? tre persone che, come abbiamo appurato, l’assassino o l’assassina conoscevano molto bene? – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma siccome Graziosi non capì se era per la sua tirata o per il caffè macchiato, per stavolta lasciò correre.
– Marescià, teniamo troppe domande e poche risposte. Io un’idea ce l’ho: perché non andiamo a riparlare con Desiati? magari ci sono altre cose che non ci ha detto. – 
Graziosi si alzò.
– Buona idea – disse e partirono alla volta dell’Istituto di Medicina Legale.

Quando Desiati aprì la porta una mezz’ora dopo per poco non gli prese un colpo e il panino che stava masticando gli cadde sul pavimento dell’obitorio.
– L’indagine non è chiusa? – chiese senza preavviso.
– Interessante. – disse Graziosi – Cosa ti fa pensare che siamo qui proprio per QUELLA indagine? – 
Desiati arrossì.
- Beh – balbettò – è l’ultima cosa per cui ci siamo visti, e ho pensato… – 
– Hai pensato che siccome ce lo hai messo in quel posto noi ce lo saremmo tenuti e zitti – concluse Di Capua, mentre Graziosi guardava Desiati fisso negli occhi senza scomporsi.
Desiati era chiaramente nel panico, aprì di più la porta e senza una parola si sedette, seguito dai due.
– Stai tranquillo – disse Graziosi – non abbiamo intenzione di prenderti a calci, anche se francamente la tentazione ce l’ho. Ma formalmente l’indagine è di Ziliani quindi non hai violato nessuna procedura. Però ora vogliamo sapere che altro hai trovato sulla scena del delitto – 
– Altro rispetto a che cosa? – chiese sospettoso Desiati.
– Rispetto al DNA di Donna Agata Giulia – 
– Beh, niente – disse Desiati.
I due si guardarono.
– Come “niente”? – chiese Di Capua.
Desiati era sulla difensiva, le domande dei due gli stavano facendo capire che forse aveva fatto una cazzata più grossa di quel che pensava, e per la soddisfazione di mettere nei guai Graziosi ora si trovava sulla graticola.
– Nel senso che Ziliani mi ha chiesto di verificare se il DNA della donna fosse presente, io ho esaminato un po’ di campioni e l’ho trovato dappertutto. – disse con voce sempre più bassa.
Graziosi spalancò gli occhi.
– Vediamo se ho capito – disse con un tono di voce che non prometteva nulla di buono – tu NON hai esaminato la scena in lungo e in largo cercando tracce ematiche, DNA o altri elementi probatori, ma ti sei limitato a rispondere ad una domanda di quel coglione di Ziliani e in questo modo hai fatto arrestare una persona senza sapere se magari sul luogo del delitto ce ne potevano essere state altre? E’ così? Ho ragione? – concluse alzando la voce.
Desiati ora era terreo, consapevole dell’errore.
– Scusami – tentò di giustificarsi – io non faccio l’investigatore, ma analizzo dati, se mi chiedono una cosa faccio quella… – 
Graziosi si alzò di scatto, e per un momento Di Capua temette che il suo capo potesse veramente prendere a calci Desiati, e lo temette lo stesso patologo perché istintivamente si ritrasse sulla seggiola.
Invece il Maresciallo andò verso la porta, poi si girò e disse:
– Tutto. Voglio che analizzi tutto. E voglio i risultati per domani. E solo io. – 
Desiati annuì e i due uscirono dall’Istituto, rossi in viso per la rabbia.

Graziosi rimase in silenzio mentre andavano verso l’auto.
Di Capua cercò di stemperare il clima:
– E così anche stavolta abbiamo arrestato una persona senza prove schiaccianti e il suo avvocato ci farà il culo alla prima udienza. – disse sarcasticamente.
Graziosi annuì ma rimase in silenzio.
Poi appena arrivato in macchina prese il volante tra le mani, si girò verso il suo vice e disse:
– La verità è che questa notizia cancella anche l’unica traccia che avevamo, perché anche se Ziliani è uno stronzo, trovare il colpevole non mi sarebbe dispiaciuto. Adesso dovremo partire di nuovo da zero, con la differenza che abbiamo alzato un polverone tremendo e non riusciremo più a capirci un cazzo. – 
Graziosi raramente usava il turpiloquio, segno che era veramente infastidito.
Ma scoprire che un’indagine era sostanzialmente andata all’aria per colpa dell’insipienza delle persone che lo circondavano era troppo anche per lui.
Tornati in caserma si chiuse nel suo ufficio e non rispose al telefono per ore.
Di Capua, che lo conosceva bene, evitò di disturbarlo, anche perché nonostante continuasse a spulciare le carte della famiglia Russolillo non riuscì a trovare altro di interessante.
Né la società sammarinese sembrava avere legami con il delitto.
Erano ad un punto morto. Di più. Morto e sepolto.
Improvvisamente quando ormai la giornata si trascinava verso una conclusione senza scosse, Graziosi uscì dalla sua stanza e trascinò a forza Di Capua dalla sua sedia verso il computer appoggiato sulla sua scrivania.
– Non dire niente. Guarda solo quello che sto per farti vedere e dimmi che ne pensi. – 
Andò su una cartella e aprì una foto. Era una foto ufficiale del viaggio di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse più di trenta anni prima, durante un viaggio a Washington. 
La foto ritraeva Moro che stringeva la mano a Kissinger, Segretario di Stato americano.
Il Senatore Russolillo era chiaramente visibile in un angolo della foto.
Di Capua iniziò a dire:
– Non mi risulta che Russolillo lavorasse con la Presidenza del Consiglio all’epoca… – 
Graziosi lo fermò con un gesto della mano.
– Aspetta, aspetta. Guarda il resto prima. – disse
Aprì un’altra foto, in cui vedeva il venerabile Gelli, capo di una organizzazione segreta denominata “P2” che voleva rovesciare il potere democratico del Paese, circondato da un gruppo di persone in giacca e cravatta.
Di Capua la scrutò con attenzione, poi si girò verso il suo capo scuotendo la testa:
– Non vedo Russolillo qua – disse senza capire.
– Non lo vedi perché non c’è – sorrise Graziosi – ma prima di darti altri suggerimenti ti faccio vedere un’ultima foto.
L’ultima foto era uno scatto probabilmente dello stesso evento in cui si vedevano le due donne ridere amabilmente tra di loro, perché la sala era la stessa, ma stavolta si vedeva in primo piano il Senatore, sorridente con un bicchiere di champagne in mano, circondato da un gruppo di imprenditori notissimi, alcuni dei quali avevano poi fatto anche carriera politica fino ad arrivare alle più alte cariche di governo.
Sullo sfondo, sfocato ma chiaramente riconoscibile, un uomo massiccio in abito scuro vegliava sull’evento.
Di Capua rimase di stucco.
– E’ questo il rugbista? – chiese conoscendo già la risposta.
Il Maresciallo annuì, poi aggiunse:
– E ora guarda l’altra foto. – 
L’appuntato prese di nuovo la seconda foto, la scrutò ben bene, poi improvvisamente spalancò gli occhi, puntando un dito su una faccia:
– E’ lui! lo stesso uomo! il rugbista, con molti capelli in più e parecchi chili in meno, ma è senz’altro lui! – 
Graziosi, soddisfatto, annuì.
– Sì, è lui – ammise – Dopo aver spulciato tutte le foto del Senatore e non aver trovato niente, sono andato nell’archivio dell’ANSA per vedere se trovavo ancora foto delle due donne, ed è saltata fuori quella foto. Allora ho fatto una ricerca visiva, ora gli archivi fotografici consentono di trovare le foto simili tra loro o con le stesse persone, e il sistema mi ha dato un migliaio di foto in cui c’erano persone che gli somigliavano. Le ho guardate tutte, una per una, e alla fine ho trovato questa, l’unica altra. A questo punto avevo due pezzi di un puzzle, che però ancora non mi dicevano nulla, ma la presenza di quell’uomo in due eventi così distanti non poteva essere casuale. Ho cercato di nuovo le foto del Senatore nell’archivio storico, ma stavolta sempre con il metodo del riconoscimento del volto, ed è spuntata questa. Non l’avevamo vista finora perché il Senatore non è citato nella didascalia che dice semplicemente “Il Presidente del Consiglio Onorevole Aldo Moro in visita ufficiale a Washington stringe la mano al Segretario di Stato Henry Kissinger”. Nessuna delle persone dello staff visibili nella foto è nominata, quindi la ricerca per parola chiave non poteva darci risultati. –
Di Capua si complimentò con il suo capo, ed era sincero:
– Azz Marescià, e chi vi faceva così esperto! – 
Graziosi rise:
– Ho avuto fortuna e comunque prima o poi ci saremmo arrivati perché le foto erano lì. Si trattava solo di cercarle. – 
– Ma ora che facciamo con queste informazioni? Non capisco cosa c’entrino con il delitto. – chiese Di Capua.
– Secondo me c’entrano eccome, se non altro perché il rugbista è interessato all’indagine. E poi le foto ci dicono alcune cose interessanti: che Russolillo e il rugbista si conoscevano, che quest’ultimo aveva confidenza con Gelli, e che Russolillo era con Moro negli USA pur senza incarico ufficiale. Se sommi tutto questo alla società detenuta dalle due donne hai un quadro perfetto di politica, poteri forti e danaro. Si tratta a questo punto solo di sapere in questo gioco chi fa che cosa, e avremo la persona interessata alla morte dei tre fratelli. – concluse Graziosi per la prima volta ottimista.
– A questo punto l’elemento cruciale diventa il tempo. Perché dieci anni dopo la morte del padre? – si chiese Di Capua.
– Esatto. Perché? Prima di capire “chi” dovremo capire questo. Diamoci da fare. – disse infine alzandosi dalla sua sedia.

Quando la sera arrivò a casa l’uomo lo aspettava fuori dal portone.
Ormai non aveva più senso giocare agli agenti segreti.
Graziosi lo salutò con un cenno del capo, poi insieme salirono le scale ed entrarono nell’appartamento. Come la volta precedente Graziosi mise su un caffè in silenzio e solo quando furono entrambi seduti con una tazza davanti l’uomo parlò.
– So che è stato a far visita al patologo oggi. Qualche novità? – 
Graziosi lo guardò e non rispose, all’inizio, poi a bruciapelo chiese:
– I suoi capi lo sanno che ha fatto parte di Gladio? – 
L’uomo fermò la tazza a mezz’aria, rimase qualche secondo interdetto, poi disse:
– Mi sembrava che noi avessimo un accordo: lei indaga e io chiedo. Non mi pare che il contrario fosse contemplato. – 
Nonostante la risposta astiosa che Graziosi si aspettava, vide che aveva colto nel segno.
Aveva preparato la frase con Di Capua accuratamente, e l’avevano anche provata per sicurezza.
Era per certi aspetti quello che gli americani chiamano un “long shot”, un colpo da lontano ad una preda sfuggente, per lo più destinato a fallire, ma ogni tanto – e questa era di quelle volte – si riusciva a colpire nel segno.
D’altronde i due carabinieri erano abbastanza certi che l’uomo ne facesse parte; in fondo Gladio era un’organizzazione segreta militare strettamente legata alla P2 di Gelli, che ne sarebbe dovuto essere il braccio politico.
Entrambe le organizzazioni avevano l’obiettivo di arrestare la crescita del partito comunista in Italia con tutti i mezzi, leciti ma soprattutto illeciti. Gladio era formata da militari di professione, pronti ad entrare in azione qualora le circostanze lo avessero richiesto. Gelli e la P2 invece puntavano al potere politico.
Insomma, vista la vicinanza con la P2 e l’attuale militanza nei servizi segreti l’ipotesi che il rugbista fosse un uomo di Gladio non era così remota.
Graziosi e Di Capua avevano anche spulciato gli elenchi delle due organizzazioni, ormai pubblici, per vedere se qualcuna delle persone elencate potesse essere riconducibile al rugbista, ma dopo ore di lavoro incrociato avevano concluso che se ne faceva parte non era in quegli elenchi.
Anche questo non era strano perché molti indizi avevano sempre fatto pensare che gli appartenenti a Gladio e alla P2 fossero rimasti per lo più segreti e solo pochi nomi fossero stati rivelati, più che altro per tacitare la voglia della magistratura e della stampa di sapere.
Il Maresciallo posò la tazza, fece un sorriso di cortesia, poi disse:
– Vede, purtroppo io mi sono convinto che per scoprire qualcosa sul delitto sia necessario tornare indietro nel tempo e capire quale fosse esattamente il ruolo del Senatore Russolillo, come si relazionasse ai poteri forti del paese di quel periodo, e anche perché lei sembra essere dietro a tutto questo. – 
Era una cortesia dietro la quale si celava una dichiarazione di guerra e Graziosi era consapevole che il rischio di far arrabbiare quell’uomo mentre erano da soli non era trascurabile.
Per questo aggiunse:
– Se se lo sta chiedendo la risposta è sì. Il mio vice è al corrente delle nostre chiacchierate, e anzi, è qua sotto con la macchina accesa, e se non lo saluterò dalla finestra entro… – guardò l’orologio – tre minuti, manderà via e-mail alla magistratura il dossier che abbiamo raccolto. Quindi se non le dispiace ora mi affaccio così se vuole possiamo continuare la nostra amabile chiacchierata. – 
Improvvisamente l’uomo si alzò di scatto, con una agilità sorprendente data la stazza, spinse Graziosi di lato con forza quasi fino a farlo cadere e si sporse dalla finestra.
Là sotto, in piedi vicino alla macchina di servizio, c’era Di Capua sorridente con in mano un cellulare e il dito sul pulsante “invio”.
L’uomo schiumò di rabbia, poi si scansò e lasciò che Graziosi salutasse con la mano il suo Vice.
Quando questa scenetta fu terminata l’uomo si avviò verso la porta.
– Ha fatto un grosso errore oggi Graziosi. – disse prima di uscire – Pensavo di potermi fidare di lei, ma capisco che non è così. La sua indagine finisce qui. Non mi vedrà più ma io la osserverò. Stavolta le cose sono andate così, ma le assicuro che io non dimentico e la sua vita potrebbe non essere più tanto divertente in futuro. – 
Uscì rapidamente, scomparendo giù per le scale.
Graziosi si buttò su una poltrona, lasciando uscire il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento e dopo due minuti Di Capua suonò al campanello della porta. Aveva visto l’uomo uscire e voleva assicurarsi che tutto andasse bene.
Graziosi gli aprì e gli diede una birra che come al solito Di Capua rifiutò.
Invece il Maresciallo ne aveva bisogno, era stato molto vicino a essere aggredito da un soldato professionista e violento, e non pensava avrebbe avuto molte possibilità di uscirne intero.
– Quindi ha abboccato – disse Di Capua.
Graziosi annuì.
– Diciamo che non ha confessato nulla, ma ho capito di averlo colpito. Questo chiarisce il contesto e riduce di molto le direzioni in cui guardare anche se non abbiamo fatto ancora nessun passo avanti reale verso la soluzione del delitto. – si fermò un attimo poi riprese – Quindi ora sappiamo che quest’uomo è un collegamento tra Gladio, la P2 e il Senatore. Gladio è un’emanazione dei servizi segreti americani, per cui la presenza del Senatore a Washington non è da considerarsi strana. Immaginiamo lo scenario seguente: gli americani hanno bisogno di una persona di fiducia, che possa fungere da cerniera tra le varie organizzazioni a difesa dell’occidente. L’Italia è particolarmente esposta, quindi la persona che dovranno scegliere deve anche avere un ruolo nelle istituzioni, ma solo di controllo. Ergo scelgono Russolillo perché già aveva fatto affari con i servizi segreti ai tempi della vecchia mafia rurale del dopoguerra. Lo fanno eleggere Senatore in qualche modo e gli chiedono di controllare la scena politica da una parte e di gestire i rapporti USA-Servizi Segreti-P2 dall’altra. Il Senatore diventa centrale nelle strategie americane in Italia e probabilmente anche nella strategia del terrore e in alcuni fatti ancora poco chiari. A questo punto lo scenario se non chiaro è ragionevole. Rimarrebbe un domanda, alla quale noi però possiamo già dare una risposta. – concluse retoricamente.
– Che cosa ci guadagnava il Senatore? – disse prontamente Di Capua.
– Esatto – annuì Graziosi – questa è la domanda, ma noi sappiamo già la risposta: un sacco di soldi. Centinaia di milioni di EURO attuali. Migliaia di immobili. Un giro di soldi spaventoso. Questa risposta è semplice ma ora viene la domanda successiva, più difficile: come facevano a convogliare questi soldi verso il Senatore? Non mi immagino gli americani che caricano sacchi di dollari su un cargo e li portano al Senatore come ringraziamento. Ci deve essere stato un meccanismo più raffinato. –
Di Capua rimase in silenzio un momento, poi disse piano, quasi sottovoce:
– La P2 – 
Graziosi fece un sorriso amaro.
– Sì, penso anche io. La P2 in fondo aveva aggregato fior di imprenditori, oltre a giornalisti, militari e prelati, e anche banchieri. E quale strumento migliore della P2 per fornire gli strumenti necessari per far arricchire il Senatore? D’altronde non ti dimenticare che gli aderenti alla P2 si aiutavano l’un l’altro, non avevano forse messo quel giornalista a dirigere il Corriere della Sera, e a quell’altro addirittura gli avevano fatto aprire un quotidiano? Quindi niente di più facile che gli aderenti alla P2 abbiano creato business veri o fittizi per convogliare denaro e asset verso il Senatore. Ma tanto non ci rimettevano mica, ognuno di loro faceva i suoi begli affari. A rimetterci, come al solito, eravamo noi. Lo Stato. Tutti quei soldi, direttamente o indirettamente, venivano drenati dalle casse dello Stato attraverso società a partecipazione statale, attraverso commesse, attraverso leggi ad hoc. Era un gioco in cui tutti vincevano: gli Stati Uniti mantenevano la leadership mondiale, la DC il potere, Russolillo i soldi, e tutti gli altri pezzi di questo o di quello. Una macchina perfetta. – concluse Graziosi con amarezza.
– Per cui – ricapitolò Di Capua – abbiamo un sacco di informazioni sul passato ma nessuna sul presente, perché non sappiamo ancora chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 
– Il perché comincio a intravederlo. – disse Graziosi – Per i soldi. Tutti quei soldi. Perché anche se i tre erano benestanti, qui parliamo di centinaia di milioni di EURO gestiti da due anziane signore che non avevano mai voluto condividere con loro questi beni. – 
– Insomma lei sta dicendo che alla fine Donna Agata potrebbe essere veramente colpevole? Che magari i tre hanno chiesto una quota della società e lei ha preferito ucciderli piuttosto che rilasciargliela? – 
Graziosi rimase pensieroso per un attimo, poi disse:
– Sono costretto ad accettare questa ipotesi ma non ci credo fino in fondo. In fondo i tre sapevano della società, forse non del suo valore reale, ma non era un segreto. E anche se avessero avanzato delle pretese ucciderli era il modo migliore per attirare le attenzioni degli inquirenti. Non credo sia andata così, ma in assenza di alternative valide sospetto che Donna Agata rimarrà a Rebibbia. – concluse sconsolato.
Poi si alzò, i due si salutarono, e la notte passò in un sonno senza sogni.

Quando la mattina dopo Graziosi si svegliò ebbe la sensazione che le cose stavano per avere un’accelerazione.
Non sapeva cosa fosse esattamente e non c’erano motivi apparenti, ma per la prima volta da giorni si sentiva ottimista.
Si fece la barba, poi si infilò la tuta e andò a fare una corsetta al parco, rimandando la doccia a dopo.
Infilò le cuffiette e cominciò un po’ di esercizi di riscaldamento, poi si diresse verso Via Nomentana.
Non fece in tempo a fare duecento metri che il cellulare vibrò nella tasca della tuta. Era Di Capua.
I due si scambiarono qualche frase, poi Graziosi rientrò di corsa a casa, dieci minuti dopo era in caserma, non esattamente profumato, ma nessuno ci fece caso.
Di Capua era in sala riunioni insieme a Desiati, che incredibilmente aveva alzato il culo dall’Istituto e si era degnato di presentarsi in caserma.
Graziosi andò dritto al sodo, senza preamboli:
– Cosa abbiamo? – 
Desiati si schiarì la gola, ma quando parlò la sua voce era cortese come mai era stata in vita sua.
– Ho analizzato tutti i reperti che mi sono stati consegnati – sottolineò con la voce la parola “tutti” – e ho trovato come c’era da aspettarsi molte tracce genetiche. – 
– Ma non saresti qui se non ci fosse qualcosa di strano – disse senza scomporsi Graziosi, mascherando l’ansia di sapere qualcosa.
Desiati annuì.
– Sì, qualcosa di strano c’è, anche se non riesco a capire… – 
Graziosi tagliò corto.
– Dicci cosa hai scoperto e poi le conclusioni le tiriamo noi. –
Desiati sospirò, poi continuò:
– Ci sono tracce genetiche di molte persone. Uomini, donne, in tutti i locali della casa di cui mi hanno fornito campioni. Di alcune è possibile stabilire vagamente le date di deposito, in base ad alcuni parametri di invecchiamento del materiale. Ad esempio le tracce di Donna Agata sono non solo molto vecchie, ma anche più recenti. Tra le tracce più recenti ci sono anche quelle di diversi uomini. – 
Desiati era inutilmente allusivo, tutti sapevano che la moglie di Russolillo aveva molto gradito in gioventù la compagnia degli uomini, ed evidentemente la cosa non era cambiata con la vecchiaia, soprattutto viste le disponibilità economiche.
– La cosa che però mi ha colpito di più non è la presenza di DNA così variegati, anzi. Purtroppo se non si ha un potenziale imputato, l’esame del DNA ormai è talmente sofisticato che è possibile ritrovare tracce dopo decenni, per cui cercare di individuare una persona dal DNA trovato sul luogo di un delitto, senza ulteriori indicazioni, è come cercare il classico ago nel pagliaio. – 
Di Capua a questa frase fatta alzò gli occhi al cielo ma non interruppe il flusso del discorso del Patologo.
– Insomma – concluse Desiati – la cosa che ho trovato veramente strana sono le tracce di due sostanze chimiche che non si trovano in giro facilmente, anzi, non si trovano praticamente da nessuna parte: la ciclotrimetilentrinitroammina, e il tetranitrato di pentaeritrite. – 
I due carabinieri si guardarono e guardarono Desiati senza capire.
– Semtex H – disse asciutto Desiati.
Graziosi si dovette sedere per non cadere.
Fu Di Capua il primo a riprendersi.
– Intendi dire che a casa Russolillo c’erano tracce di Semtex H, lo stesso esplosivo usato dalla mafia per la strage di Via d’Amelio? – chiese incredulo?
Desiati si limitò ad annuire.
Fu Graziosi allora a intervenire.
– E dove hai trovato queste tracce, e perché non ce lo hai detto prima? – 
– Non ve l’ho detto perché nessuno mi aveva chiesto di analizzare tutti i campioni, ma solo di capire se Donna Agata era stata lì. E anche se avessi fatto un’indagine più accurata, non avrei cercato questi prodotti chimici. Ho usato i reagenti giusti per caso, perché ho sottoposto tutti i campioni al ciclo completo di analisi, per essere sicuro che non poteste lamentarvi di me. – disse sarcastico – E comunque ce n’erano tracce microscopiche sul pavimento, in tutta la casa.  – 
Graziosi annuì, ma non disse nulla, e Di Capua capì che non voleva dire altro davanti a Desiati, così lo congedò e due minuti dopo i due uomini rimasero soli.
Il Maresciallo era sconvolto.
– Semtex H – disse – Sai cosa significa questo vero? Significa mafia, militari e forse anche servizi segreti. Significa che la merda su cui stiamo premendo il piede è più grossa e puzzolente di quanto pensassimo, e se non ci sbrighiamo a liberarcene ci affogherà entrambi. – 
E così dicendo andò nel suo ufficio, per preparare il da farsi.
Non ci arrivò mai, perché Di Capua lo fermò tenendolo per un braccio, mentre con l’altro teneva il cellulare all’orecchio. La faccia di Di Capua non prometteva nulla di buono, e in effetti quando chiuse la conversazione guardò Graziosi negli occhi per un attimo, poi si fece coraggio e disse:
– Donna Agata si è suicidata in cella un’ora fa – 

Due giorni dopo Graziosi, indossando la sua uniforme d’ordinanza – caso più unico che raro – varcò la soglia del Comando dell’Arma e si diresse spedito verso l’ufficio del Comandante. Di Capua era già lì ad attenderlo, così come Ziliani, la testa bassa e la faccia contrita.
All’incontro, in maniera irrituale ma giustificata dagli eventi, erano presenti due magistrati.
Il primo era un vecchio procuratore che per tutta la vita si era occupato degli eventi più neri della prima Repubblica, dal delitto Moro, alla strage di Ustica fino a Gladio.
Il secondo era il magistrato incaricato di gestire l’indagine e che aveva avallato l’arresto di Donna Agata.
Quando furono tutti presenti il caffè fu servito.
Prese la parola il magistrato più giovane, il cui nome era Santilli, che fece un breve preambolo.
– Non è usuale trovarsi qui per un magistrato, che per sua natura deve essere equidistante tra le parti. Ma l’invito cortese del Comandante mi ha convinto che potevo dedicarvi qualche minuto senza violare l’etica professionale. Ovviamente il procuratore capo è informato e questa riunione quindi si svolge per quanto mi riguarda alla luce del sole. – 
– La ringrazio della sua cortesia – disse il Comandante nel tono più diplomatico che riuscì a riprodurre. In fin dei conti i casini li aveva fatti uno dei suoi, e sperava che un altro dei suoi li risolvesse, altrimenti la sua riconferma poteva considerarsi a rischio.
– Non le ruberemo molto tempo – disse ancora –  e se ci siamo permessi di convocare anche il Dott. Imperatore – fece un cenno al vecchio magistrato – è perché lo sappiamo depositario di molte verità e di molti anni passati a studiare questo Paese, e ci faceva piacere che lui potesse essere presente. Ma lascio la parola al mio collega, Maresciallo Graziosi. – 
Graziosi ringraziò con un cenno della testa, poi fece un gesto nervoso verso Di Capua che lo rassicurò con lo sguardo.
– Grazie Comandante. Verrò subito al sodo: come sapete per questo delitto quasi inspiegabile è stata arrestata la matrigna dei tre ragazzi, che solo due giorni fa si è suicidata mentre era reclusa nel carcere di Rebibbia. Mentre molti hanno pensato che questo gesto rappresentasse una conferma della sua colpevolezza, noi lo abbiamo interpretato al contrario come una protesta estrema. Certo, forse anche i sensi di colpa hanno contribuito a far compiere alla donna questo gesto, ma noi siamo convinti che lei non abbia ucciso i tre ragazzi – 
Il Dott. Santilli  interruppe un po’ nervoso.
– Questo mi è chiaro, Maresciallo, me lo ha detto il Comandante quando mi ha convocato, ma come lei sa bene in tribunale contano solo le prove concrete e le convinzioni personali valgono quello che valgono. – 
Graziosi resistette all’istinto di mandare un’occhiataccia al magistrato, poi vide Di Capua che si precipitava fuori dall’ufficio allertato da una telefonata e attese qualche secondo, finché la porta non si aprì di nuovo e un uomo massiccio, con radi capelli e lo sguardo truce entrò scortato da due carabinieri.
Il Dott. Santilli corrucciò la fronte a quell’interruzione, e non poté esimermi dal chiedere:
– E ora chi è questa persona? – 
Mentre i due carabinieri uscivano a rimanere di guardia fuori dall’ufficio l’uomo si sedette, apparentemente in pieno controllo di sé stesso anche se chiaramente scocciato.
Graziosi si prese la responsabilità di dare spiegazioni al magistrato.
– Questo signore, che abbiamo rintracciato non senza fatica, si chiama Franco Cova. In realtà si chiamerebbe Covacich, dato che è di origini triestine, ma il nome italianizzato gli è servito per meglio mimetizzarsi. Negli anni sessanta quando ancora era militare di leva fu notato soprattutto per il suo fanatismo e la sua assoluta fedeltà ad ideali di destra e assoldato per far parte di Gladio. Da lì la sua carriera è stata tutta in ascesa: ufficiale dell’esercito, poi addetto militare di un paio di ambasciate, guardia del corpo di Russolillo e infine Colonnello dei Servizi Segreti. La sua identità e il suo curriculum sono classificati come top secret e c’è voluto tutto l’impegno del Comando dell’Arma e una motivazione speciale per riuscire a stanarlo, partendo da un paio di foto recenti che gli ho fatto di nascosto a casa mia. – 
L’uomo per la prima volta mostrò stupore sul suo volto, che faceva a gara con la soddisfazione di Graziosi di aver infinocchiato una spia professionista sul suo terreno.
– E qual era questa motivazione mi scusi? – chiese Santilli – neanche noi possiamo di norma violare i fascicoli top secret. – 
– Una motivazione molto seria. – rispose Graziosi – Quest’uomo dieci anni fa ha ucciso il Senatore Russolillo e pochi giorni fa anche i suoi tre figli. – 
Di Capua e il Comandante, che sapevano già tutto, rimasero impassibili. 
I due magistrati strabuzzarono gli occhi, e l’uomo ebbe un accesso d’ira e accennò ad alzarsi dalla sedia.
Graziosi gli mise prontamente la mano sulla spalla e lo spinse di nuovo a sedere.
– Non glielo consiglio. Si trova in un luogo pieno di Carabinieri armati, e a differenza mia sanno usare una pistola e non avrebbero alcun problema a sparare a qualcuno che dovesse aggredire uno di loro. – 
Fu il Dott. Imperatore a rompere la tensione, prendendo la parola per la prima volta.
– Maresciallo Graziosi, non dubito che lei abbia degli elementi per accusare quest’uomo della morte dei tre fratelli Russolillo, ma il Senatore? come fa a sapere che è stato lui anche in questo caso? Mi risulta che il Senatore sia morto di morte naturale, aveva ormai quasi ottanta anni. – 
La sua voce tradiva curiosità e desiderio di aggiungere un pezzo al puzzle che stava cercando di completare da oltre quaranta anni.
– Questo è quello che tutti pensavamo fino a due giorni fa, ma quando abbiamo cominciato a capire chi potesse essere stato e le sue motivazioni è stato naturale avere dubbi anche sulla morte del Senatore. Siamo andati a riguardare i risultati dell’autopsia di dieci anni fa, condotta guarda caso dallo stesso patologo, e abbiamo scoperto che la posizione scomposta del corpo era compatibile con l’assunzione di sompiramina, la stessa sostanza che ha ucciso i suoi figli. Anche se non dovessimo avere una confessione basterà riesumare il cadavere e avremo le prove di ciò che dico. Ma sono sicuro che è andata così. – 
– Benissimo Maresciallo – interloquì Santilli – ma da quel che vedo per arrivare in fondo alle indagini avete sfiorato un paio di reati, quindi le sarei grato se mi esponesse il suo caso con ordine, in modo che io possa decidere se far arrestare quest’uomo o far arrestare lei. – 
Il tono era ironico ma fino ad un certo punto.
Graziosi prese un bicchiere d’acqua poi iniziò.
– Il Semtex H di cui abbiamo trovato traccia a casa Russolillo in Italia ce l’hanno solo in due: la mafia e i servizi segreti. Sospettiamo che durante la storia recente del nostro paese in alcuni casi le due entità si siano sovrapposte, ma in questo caso eravamo abbastanza certi che si trattasse dei servizi. Quest’uomo – puntò il dito verso il rugbista – ha cercato di avere accesso diretto alle indagini attraverso minacce più o meno velate nei miei confronti. Abbiamo pensato che fosse per proteggere il suo ruolo nella faccenda. Ma poi ci siamo convinti che non fosse così semplice. – 
Fece una pausa per raccogliere le idee.
– Sulla presenza di quest’uomo sulla scena del delitto abbiamo prove certe. Analogamente a quanto fatto da Ziliani – e lanciò una velenosa occhiata al collega – abbiamo chiesto all’Istituto di Medicina Legale di confrontare il DNA di questo signore con le tracce ritrovate sul luogo del delitto. – 
– E come avete preso il DNA per confrontarlo? – chiese il Magistrato incuriosito.
Graziosi sorrise.
– Casa mia ne era piena, se è per questo. Ma è poco importante al momento, la cosa importante è che il Colonnello Covacich è stato recentemente a casa Russolillo, e ha imbrattato il pavimento di Semtex H. Anche di questo abbiamo le prove perché abbiamo appurato che ha appena fatto un’esercitazione di routine, schedulata da tempo, che prevedeva anche la capacità di innescare esplosivo al plastico. –
L’uomo lanciava sguardi di fuoco con gli occhi ma rimase seduto sulla sedia senza muovere un muscolo.
– Piazzato l’imputato sul luogo del delitto mancavano due elementi: l’arma del delitto e il movente. In questi due giorni abbiamo praticamente lavorato solo sul primo punto. Non è stato banale ma ci ha aiutato il fatto che la sostanza è contenuta in un farmaco sintomatico che serve per curare forme violente di tachicardia. Data la pericolosità del dosaggio va venduta sotto presentazione di ricetta medica e ogni confezione è tracciata. Una volta capito in che direzione cercare non è stato difficile identificare la farmacia che aveva venduto la confezione usata per uccidere i tre fratelli Russolill, e risalire al medico militare che aveva prescritto a Covacich l’impegnativa. Per esserne certi lo abbiamo arrestato e interrogato, e ha subito confessato che il Covacich gli aveva chiesto questa ricetta senza dargli tante spiegazioni. Insomma, signori, l’omicida è qui davanti ai vostri occhi. Ma rimane la domanda fondamentale: perché? perché ha deciso di ammazzare i tre fratelli, e soprattutto: come ha fatto a convincerli a vedersi tutti insieme senza che sospettassero nulla? – 
– Già come ha fatto a convincerli? – la voce era di Ziliani, che improvvisamente, dimentico della sua dabbenaggine, si era appassionato al racconto di Graziosi.
Tutte le teste si girarono verso di lui, che diventò immediatamente rosso e abbassò di nuovo la testa.
Ma il suo intervento permise a Graziosi di continuare.
– Non li ha dovuti affatto convincere, perché qualcun altro lo aveva fatto per lui. – 
Prima di continuare guardò l’uomo che ora era carico di odio.
– Vedete, nessun uomo è immune dagli istinti più bassi della nostra esistenza mortale. Il potere, il sesso, i soldi, sono cose a cui solo pochi uomini dotati di grande integrità morale sono in grado di rinunciare. Covacich non è tra questi. E i molti anni passati vicino al Senatore Russolillo, anzi più che altro alla moglie di costui, hanno fiaccato la sua moralità. Il Colonnello ha abbondantemente attinto alle grazie della Signora Russolillo, diventandone per certi aspetti il servo sciocco, e anche alle sue finanze. E quando lei gli ha chiesto aiuto ancora una volta non si è tirato indietro. Esatto signori, i figli del Senatore Russolillo sono stati uccisi da quest’uomo su ordine della loro stessa madre. – 
– Ma perché? – chiese incredulo il Dott. Santilli –  e come fa a dirlo con certezza? – 
Graziosi prese un altro bicchiere d’acqua. Il ruolo di disvelatore della bassezza morale altrui non gli piaceva, lo faceva per senso del dovere, ma non ne gioiva.
– Che sia stata lei ce lo dicono i tabulati delle telefonate. Vedete, all’inizio per noi era difficile capire qualcosa. Non avevamo nessun appiglio, e già fare domande sensate aiuta in un’indagine complessa come questa, ma quando le maglie si sono un po’ strette abbiamo cominciato a guardare nella direzione giusta e le cose ci sono sembrate più chiare. La signora Russolillo ha contattato ripetutamente i figli, e fin qui nulla di strano, ma poi da un cellulare intestato alla società sammarinese ha chiamato anche il nostro Covacich. Tutto in sincrono con l’omicidio. Ma certo, rimane la legittima richiesta di una motivazione, per questo e per l’altro omicidio. Perché non ci dimentichiamo, anche il Senatore è stato ucciso nonostante avesse quasi ottanta anni e fosse già malato. Noi crediamo che tutto ruoti intorno ai soldi, ma non ai soldi in quanto tali. Se fosse stato solo per i soldi il Senatore poteva tranquillamente vivere, aveva già sistemato tutto. E anche i figli, sebbene forse fossero scontenti della divisione dei beni, potevano essere tacitati in altro modo. –
Un’altra pausa, ora nessuno fiatava.
– Quello che sto per dirvi è frutto di indagini e in parte di deduzioni. Probabilmente non reggerebbe in tribunale, ma per la condanna vi basterà la prova dell’omicidio in combutta tra il Colonnello Covacich e la signora Russolillo. Per capire bene il motivo di questi delitti bisogna risalire al patto scellerato tra gli Stati Uniti e alcuni pezzi incontrollati del nostro paese, in un momento di grande tensione. La machiavellica idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo ha giustificato accordi con il diavolo, o meglio tra diavoli. Per molti anni imprenditori “di famiglia” ossia che appartenevano alla parte giusta, hanno avuto accesso a flussi incommensurabili di fondi. La mafia ha gestito una pace in Sicilia e negli USA corroborata da altrettanti flussi finanziari. E il perno di tutto era Russolillo. I soldi gli venivano probabilmente attraverso attività, consulenze, donazioni, tangenti da parte di imprenditori che facevano la fila per accreditarsi dalla “parte giusta”, arricchirsi e sfoggiare un po’ di sano anticomunismo. Ma ad un certo punto questo equilibrio è crollato insieme al muro di Berlino. Il flusso di danaro si è ridotto se non interrotto del tutto. La P2 e Gladio sono stati scoperchiati e il Senatore ha perso il suo potere di equilibrio. E probabilmente ha tentato di recuperarlo ricattando qualcuno. Sono sicuro che la lista degli imprenditori aderenti alla P2 e che hanno beneficiato di un periodo di illegalità sia molto più ampia di quella ritrovata. Ma non è per questo che è stato ucciso. No, assolutamente. Incredibilmente qua c’entra l’amore. – 
E guardò direttamente il rugbista che per la prima volta sembrava imbarazzato.
– Sì, l’amore – disse Graziosi – perché il Senatore non amava ancora sua moglie, come lei vuole far credere, ma Donna Agata. Abbiamo perquisito accuratamente il suo appartamento dopo il suicidio e abbiamo trovato le pratiche per il divorzio, e anche i piani per il nuovo matrimonio. E mentre il Senatore amava Donna Agata e voleva sposarla, il Colonnello Covacich qua presente amava la Signora Russolillo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, incluso uccidere il Senatore. Vi ripeto: quando riesumeremo il cadavere del Senatore tutto questo che vi sto dicendo sarà lampante. A questo punto la Signora Russolillo, spalleggiata dal suo amante, rientra in possesso della casa e del cuore dei suoi figli, ignari di tutto quello che è successo, e in qualche modo storditi dalla loro vita agiata. Ma l’età adulta arriva per tutti prima o poi, e sospetto che uno dei figli, probabilmente l’unica femmina che aveva mantenuto rapporti continuativi seppur salutari/saltuari con Donna Agata, fosse riuscita a mettere insieme qualche pezzo di verità, magari anche confrontandosi con la matrigna e alla fine abbia informato i fratelli di cosa era stata capace di fare la madre. Di fronte alla possibilità di essere estromessa dal patrimonio, dalla famiglia, e addirittura arrestata per l’omicidio del Senatore, la Signora Russolillo ha chiesto di nuovo aiuto al suo vecchio amante e insieme hanno organizzato l’omicidio dei figli. – 
Il silenzio calò improvviso appena Graziosi smise di parlare.
– Quello che non capisco – disse timidamente il Magistrato – è perché la messa in scena. Perché ucciderli in questo modo plateale. – 
– Per mandare un messaggio a Donna Agata. Per farla soffrire. Per minacciarla. La Signora Russolillo ormai completamente impazzita ha creduto di esercitare in questo modo un potere di persuasione verso quella che in fin dei conti era sempre una sua rivale. – 
– Quindi i servizi segreti, Gladio, la P2, in questo caso non c’entrano nulla. – chiese ancora il Dott. Santilli.
Graziosi scosse la testa.
– Non direttamente, ma in qualche modo sì. I soldi, il potere, gli intrighi per cui questi due hanno ucciso sono direttamente derivati da decenni di illegalità avallati dalle più alte cariche dello Stato e dell’Alleanza Atlantica. Ma in ultima analisi questa è solo una storia d’amore. –
Fece una pausa. Si guardò intorno. Niente gli piaceva oggi del suo lavoro. Niente.
– Una brutta, triste, sporca storia d’amore. – concluse Graziosi uscendo dalla stanza senza girarsi indietro.

Cry

Photo by rodocarda

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La mia vicina bellissima

Anche se le storie, come le barzellette e le fotografie, non andrebbero spiegate, ci tengo a dire che con questo racconto voglio sottolineare la differenza che ancora esiste nella nostra società tra il ruolo e le libertà che hanno donne e uomini.
Il mio maresciallo preferito stavolta non è protagonista, come nel racconto “La Rossa“, piuttosto è sullo sfondo. Un po’ sfocato, ma c’è.
Come in una bella fotografia.

Eppure l’avevo vista, e rivista, un sacco di volte.
Ci salutavamo quando ci incontravamo, non spesso ma ogni tanto.
Ci davamo del tu; qualche volta siamo anche capitati insieme in ascensore, lei che andava al piano di sopra.
Una volta avevo anche provato ad invitarla a cena: aveva rifiutato con una scusa, avevo capito ed era finita là.
Sì, era bellissima. Bellissima. Ma chissà perché riuscivo a rimanere indifferente a quei capelli scuri, quegli occhi neri, ai suoi dieci o forse quindici anni di meno.
Oddio. Indifferente no. Quando la incontravo la pressione saliva sempre un po’ e il battito accelerava, ma insomma, erano le normali reazioni ormonali di un maschio in buona salute; non ci avevo mai visto nulla di più, e non c’era nulla, più di questo.
Non che non mi sia chiesto il perché di questo apparente distacco.
E la risposta più facile era Sandra.
Anche se non eravamo sposati e vivevamo in due appartamenti separati, a pochi minuti di macchina, io e Sandra ormai facevamo coppia fissa da più di dieci anni.
Ad un certo punto c’era stato un mezzo progetto di andare a vivere insieme, di sposarci, avere dei figli.
Poi, chissà, il tempo era passato senza che ce ne accorgessimo, i nostri piani erano diventati sempre più dettagliati e poco concreti, e alla fine ci siamo resi conto che tutto sommato la nostra vita andava bene così.
Spesso passavamo la notte l’uno a casa dell’altro, ma non sempre.
E più spesso era lei che stava da me.
Ad essere sinceri, a me non andava tanto di dormire da lei: mi mancavano le mie cose, il Mac, la partita in televisione, e poi aveva quel gatto un po’ rincoglionito che perdeva peli dappertutto e mi sporcava le giacche e mi faceva starnutire.
Sandra era però la mia sicurezza, la mia ancora, la mia famiglia. Forse non più la mia passione, ma mi piaceva pensare a noi due come una coppia stabile.
Quando ero con lei stavo bene, ero sereno, se non felice.
E non pensavo alla mia bellissima vicina. Mai.

Poi un giorno la incontrai mentre saliva in ascensore.
Mi affrettai per raggiungerla, ed entrai con un sorriso che lei ricambiò, cordiale come sempre.
Mentre spingeva il pulsante per salire al quinto piano – il mio – l’occhio le cadde sulla mela bianca che campeggiava sul mio portatile.
– Hai un Mac anche tu? – chiese, un pochino stupita.
– Sì, certo. Sempre avuto Mac – risposi con il tono orgoglioso che hanno tutti gli adepti della religione di Cupertino.
Lei infilò le mani nella borsa e ne trasse un Macbook.
– Ne ho comprato uno anche io – disse – ma non so perché non riesco a configurarlo bene. Tu mi potresti aiutare? – chiese con un sorriso.
Vediamo: una bellissima ragazza chiede ad un uomo se la può aiutare in un campo di cui egli è esperto e lei apparentemente no.
C’erano possibilità di rifiutare?
– Certo – risposi cortese – se me lo vuoi lasciare gli do un’occhiata e poi magari ti chiamo quando ho fatto –
Fu allora che accadde.
Che mi guardò diversamente.
Che divenne seria, anche se gli occhi ridevano e le brillavano.
– Facciamo così – propose con un tono di voce calmo e quasi sussurrato – dato che stasera avevo intenzione di starmene a casa tranquilla ti lascio il Mac per un paio d’ore. Se riesci a sistemarlo, ti sei guadagnato un invito a cena. Che ne dici? –
Che ne dicevo? Cosa ne potevo dire?
Uscii al mio piano con il Mac di Anna – la vicina – e mi precipitai a casa.
Buttai il cappotto per terra all’ingresso e guardai l’orologio: le sei. Ce la potevo fare.
Mi misi subito al lavoro, configurai il collegamento wi-fi con la mia rete, accesi il Macbook di Anna e cercai di capire cosa non andasse.
Un’ora dopo era tutto a posto. Anna aveva aggiornato i software in dotazione ma non il sistema operativo. Scaricai l’aggiornamento, feci un po’ di pulizia di vecchie release, e il Macbook fu sistemato.
Ora toccava a me.
Mi feci una doccia come se non mi fossi mai lavato in vita mia, la barba con un’accuratezza speciale, camicia pulita, maglione giovanile; insomma, mi sentivo come se andassi ad un appuntamento.
In realtà, mi dicevo, era solo una carineria. In fondo mi aveva fatto lavorare gratis, e non dovevo sperare che la serata andasse in direzioni impreviste.
Comunque alle otto suonai alla porta del piano di sopra, con in una mano il Macbook di Anna e nell’altra una bottiglia di vino.
Nei pochi secondi che intercorsero tra il rumore dei suoi passi e l’aprirsi della port, il mio cervello mi proiettò l’immagine di Anna, curatissima, issata su due tacchi assassini, con indosso solo un vestitino leggero e della lingerie ricercata.
Ovviamente la donna che mi aprì la porta era struccata, indossava una tuta da ginnastica, e aveva i capelli raccolti in una coda con un elastico.
Se si accorse della mia delusione non lo diede a vedere.
Mi fece entrare con un sorriso, appoggiò il Mac all’ingresso, prese la bottiglia e la mise sulla tavola, già apparecchiata per due.
Mentre lei chiacchierava dalla cucina del più e del meno mi guardai intorno.
Aveva una bella casa, più o meno speculare alla mia, ma arredata con più gusto. Un grande specchio rimandava l’immagine del salone aggiungendo profondità all’ambiente.
La cucina era praticamente a vista, e potevo sbirciare Anna mentre sistemava le ultime cose.
Si presentò con due scodelle.
– Non ti dispiacerà se ho preparato dell’insalata, vero? Non aspettavo ospiti, e non mangio mai molto la sera. Ma se hai fame ho anche una torta di mele, anzi mezza a dire il vero, che dovrebbe essere buona. Io non mangio dolci, ma ha un bell’aspetto. – concluse con un sorriso gentile.
– L’insalata andrà benissimo. E forse anche la torta – risposi conciliante – In fin dei conti ho sempre un paio di chili da togliere, ormai saranno dieci anni che me li porto a spasso. –
Lei rise, e cominciammo a mangiare.
La cena durò poco, perché alla fine mangiammo solo l’insalata, e ci spostammo sul divano a chiacchierare, bicchieri di vino in mano.
Parlammo delle cose che ci piacevano, delle nostre famiglie, del nostro lavoro – lei era consulente del lavoro in una società svizzera di cui non ricordo il nome – insomma una chiacchiera tra amici.
Io non avevo dimenticato la cura con cui mi ero preparato, ma la serata stava diventando una piacevole e innocua riunione tra condomini, quando Anna ad un certo punto, senza preavviso, posò il bicchiere e mi chiese:
– Se ancora vuoi quello che desideravi quando mi hai invitato a cena qualche mese fa, lo puoi avere –
Probabilmente la mia mandibola raggiunse l’ombelico per lo stupore, ma non era il momento di girarci intorno.
– Certo che lo voglio. Sono venuto apposta, stasera – risposi arrischiando una baldanza che non sentivo. In realtà me la stavo facendo un po’ sotto.
Ma lei non sembrò accorgersene, e mi prese per mano portandomi in camera da letto.
Del tempo che trascorse da quel momento non saprei raccontare, ero in una specie di stato onirico, la passione cancellò quasi completamente le mie facoltà intellettuali.
Ricordo solo che ad un certo punto dissi:
– Non resisto più –
E lei mi guardò, un po’ incattivita.
Abbassò gli occhi. Era sopra di me, mi bloccò le mani con le sue e disse con un filo di voce:
– Non ci provare. Morditi le labbra, pensa a tua nonna, a qualche brutto servizio del telegiornale, fai come ti pare, ma non mi mollare adesso o mi incazzo sul serio. E non sto scherzando –
Mia nonna, poverina, non mi sembrava proprio il caso di scomodarla in quel frangente.
Allora pensai a Laura, una mia compagna di classe brutta, ma veramente brutta, con la quale ero finito a letto l’ultimo anno del liceo, forse più per necessità che per interesse.
E che avevo incontrato dopo venti anni e venti figli, a giudicare dal suo stato di conservazione.
E che ad un certo punto, dopo che chiacchieravamo del più e del meno, si era avvicinata all’orecchio e mi aveva sussurrato: “Sai che ancora ripenso a quella volta? Qualche volta ancora mi eccito pensando a te, dovremmo rifarlo”. Ero scappato via con una scusa, disgustato.
Ecco: ripensare a Laura mi aiutò parecchio, anzi, forse anche troppo perché ad un certo punto il problema sembrò spostarsi nella direzione opposta, e fui costretto a riaprire gli occhi per guardare Anna che muoveva lentamente la testa, gli occhi chiusi, un labbro tra i denti tirato da un lato.
Alla fine lei fece un grande sorriso, stirò le braccia, e poi si accoccolò sul mio petto.
Fu allora che mi resi conto di amarla.
Io non volevo solo il suo corpo, non volevo solo stare a contatto con la sua pelle.
Io volevo lei, io la adoravo, era già parte di me.
E mentre le carezzavo piano la testa, e poi la schiena, le natiche, pensavo alla vita insieme, a dei figli, ai viaggi.
Pensavo a me e lei come una cosa sola.
Durò un paio di minuti quell’idillio, poi lei si alzò.
Pensai che dovesse andare in bagno, ma quando mi girai mi accorsi che era in piedi vicino a me, con un sorriso come sempre, ma con i miei vestiti in mano.
Il mio sguardo sorpreso la fece ridacchiare, e si sentì in dovere di una spiegazione. Che forse fu la cosa più umiliante.
– E’ stato bello. Sei stato carino, e pensare alla nonna è stato molto gentile da parte tua. Però ora ti devi vestire e tornare di sotto, io voglio dormire. Da sola. E no. Se te lo stai chiedendo, non si ripeterà. Non sarebbe neanche successo, se non fossi stato così gentile con me, oggi. Non voglio casini nei posti dove lavoro e dove abito, e non voglio relazioni. Di nessun tipo. Quindi per quanto piacevole sia stato, non si ripeterà. A meno che io non abbia un altro computer da sistemare – concluse facendomi l’occhiolino.
Io ero senza parole mentre mi rivestivo, e non dissi niente finché non mi trovai sulla soglia.
Allora tentai di dirle:
– Ma… –
Mi interruppe con un “sssssth”, mi baciò sulle labbra, e mi chiuse la porta in faccia.

Nei giorni seguenti lo stupore piano piano lasciò strada ad un solo sentimento: il desiderio.
La desideravo, fisicamente e non solo. La amavo, volevo rivederla.
Era diventata un’ossessione, e tutto quello che non si era manifestato in tutti quegli anni di vicinato, esplose incontenibile, finché un giorno non le mandai un messaggio.
Pensavo di essere spiritoso e sul whatsapp scrissi: “Nessun computer da riparare oggi?”, con tanto di sorrisino e cuore.
La risposta fu secca: “No, e non prevedo si rompano in futuro”.
Fine. Porta chiusa.
Allora le chiesi l’amicizia su facebook, cosa che non avevo mai fatto finora perché anche io ci tengo, anzi, ci tenevo, a non avere rapporti troppo stretti con i vicini di casa.
Aspettai un paio di giorni, ma non accettò.
Allora le mandai un messaggio privato: “Ehi! Sono io, volevo rimanere in contatto con te”.
Non rispose, ma lesse il messaggio, e quando tentai di mandargliene un altro capii che mi aveva cancellato del tutto. Non potevo più vederla.
Mi scoprii arrabbiato a quella mossa.
Va bene, mi dicevo, non vuoi più scopare con me? Ok, lo posso capire, ma perché non vuoi neanche sentirmi?
Mi hai trattato come un oggetto.
Che cosa sei, solo una puttana?
Il sentimento non conta niente per te?
Ero infuriato, e lo fui per diverse ore, poi Sandra mi raggiunse; cercai di non farle percepire il mio stato d’animo, e facemmo persino l’amore, con lei gentile e dolce come al solito, e con me che pensavo alla donna al piano di sopra.

Nei giorni successivi cercai di evitare di pensare ad Anna, e ci riuscii.
La sera stavo sempre con Sandra, per lo più a casa sua, gattaccio o meno.
Di giorno lavoravo fino a tardi, prendendomi anche rogne che non mi spettavano.
Sapevo che dopo un po’ la morsa che mi prendeva allo stomaco sarebbe scemata, e poi svanita del tutto.
E ad un certo punto mi sarei dovuto rassegnare a vendere casa e ad andare a vivere con Sandra e il suo gatto.
Sì, meglio così.
Raggiunta quella consapevolezza mi sentii meglio, e rallentai un pochino la frenesia dei giorni precedenti.
Fu così che un pomeriggio arrivai a casa non tanto tardi, e mentre stavo per salire sull’ascensore sentii la sua voce:
– Enrico, aspetta, saliamo anche noi! –
Mi girai, e lei era lì.
Bella. Bellissima. Sorridente.
E non era sola.
Con lei c’era un uomo mai visto, più o meno della sua età. Alto, atletico, un bel sorriso.
Si vedeva che i due se la intendevano.
Avrei dovuto esserne lusingato: Anna mi aveva messo in un gruppo ristretto di persone di cui faceva parte anche quel figo pazzesco.
Ma in realtà non lo ero. Ero infuriato. Lei era mia, e invece da lì a pochi minuti avrebbe scopato con quell’altro.
Non potevo sopportarlo.
Tenni gli occhi bassi per tutto il tragitto dell’ascensore poi uscii rapidamente borbottando un saluto.
Arrivai alla porta di casa, la aprii e la richiusi istantaneamente, poi mi appoggiai alla porta, gli occhi chiusi, respirando affannosamente.
Quando il panico si fu calmato, riaprii gli occhi e mi diressi verso lo studio.
Avevo deciso. Se lei non poteva essere mia, non doveva essere di nessun altro.
L’avrei uccisa.
Ma non volevo finire in galera, quindi decisi di ucciderla senza fretta.
Prima dovevo lavorare per eliminare le tracce del nostro rapporto, poi dovevo tenere un comportamento che non avrebbe destato sospetti, e solo allora avrei potuto ucciderla.
Perché io l’avrei uccisa. Era deciso.

Per prima cosa cancellai tutti i messaggi che le avevo mandato. Per fortuna l’unico whatsapp era scherzoso, e comunque lo cancellai dal mio telefono, ragionevolmente certo che lei avesse fatto altrettanto.
Stessa cosa per i messaggi su fb.
Telefonate non ce n’erano state.
Qualche email, che cancellai pur sapendo che un esperto avrebbe potuto ritrovarle, ma per fortuna ero stato cauto.
Quando terminai di bonificare tutto passai alla fase successiva.
Dissi a Sandra che era ora di andare a vivere insieme, e che la sua casa mi piaceva tanto, e anche il suo gatto; che avrei messo in vendita la mia, e così feci davvero.
Sandra ne fu felice e dopo pochi giorni mi trasferii da lei; così non incontrai più Anna.
Fino al giorno in cui la uccisi, ovviamente.
Misi su una maschera felice, al lavoro ero sempre di buon umore, con Sandra premuroso, con la famiglia e gli amici non accennavo mai a problemi, non litigai più neanche con il parcheggiatore che tutti i giorni voleva un euro per farmi lasciare la macchina sotto l’ufficio.
Insomma: dovevo essere irreprensibile e allontanare qualsiasi sospetto.

Attesi un paio di mesi, mi sembrava un periodo sufficiente, e una sera misi un po’ di sonnifero nel bicchiere di Sandra. Niente di forte o di cui potesse rimanere traccia.
Tra l’altro lei ha sempre un sonno profondissimo, volevo solo essere sicuro che non si svegliasse.
La convinsi ad andare a letto tardi, dopo aver visto un film pallosissimo.
L’effetto fu immediato: dopo cinque minuti dormiva russando sonoramente.
Uscii di casa e andai al mio appartamento, che ancora non avevo venduto.
Salire al piano superiore non fu uno scherzo, ma neanche difficile: la chiostrina interna dava sui bagni più lontani, e ricordavo bene che la camera da letto di Anna era lontana almeno quindici metri dal bagno.
Mi issai con una corda che avevo preparato, erano pochissimi metri e c’erano degli abbondanti cornicioni.
La serranda era tirata su, un po’ come la tenevano sempre tutti, perché la chiostrina era buia e serviva sempre un po’ di luce. E quasi nessuno la chiudeva la notte, lo avevo già notato da tempo.
Pigrizia, fatalità, chissà.
Fatto sta che praticamente tutte le finestre dei bagni che davano sulla chiostrina erano aperte, o almeno con la serranda rialzata, e quello di Anna non faceva eccezione.
Entrai facilmente nel bagno, e mi mossi con cautela.
Era improbabile che un uomo fosse rimasto a dormire con lei, ma non volevo correre rischi.
Nella mano destra avevo il coltello che avrei usato, ma mi ero portato una vecchia pistola che tenevo in casa da anni per sicurezza.
Dovendo scegliere, preferivo la galera al cimitero.
Ma non ci fu bisogno di usarla.
Arrivai in camera da letto, e lei era lì.
Bellissima. Nuda. Sopra il letto.
La diagonale del suo corpo che disegnava delle geometrie perfette con le braccia e le gambe, e il seno morbido che si abbassava e alzava al ritmo del suo respiro.
Le infilai il coltello dritto nella gola con un solo movimento secco.
Non aprì neanche gli occhi, non ne ebbe il tempo.
L’unico indizio che si accorse che la morte stava sopraggiungendo fu uno scatto con gli arti, tutti e quattro insieme.
Sembrava una marionetta che finiva l’ultima piccola riserva di energia.
Ed era proprio così.
Estrassi il coltello, attento a non tagliarmi, e lo pulii sul lenzuolo.
Poi la guardai per l’ultima volta.
Quanto era bella. E quanto l’amavo!
Uscii dalla camera da letto, mi trattenni qualche minuto per guardare la casa alla luce tenua dei lampioni stradali, ben attento a non passare davanti alle finestre, poi con una certa riluttanza me ne andai dalla porta, la chiusi delicatamente dietro di me, e tornai a casa da Sandra, dopo aver gettato il coltello e i guanti in un cassonetto lontano da casa di Anna.

Le ho raccontato tutti questi dettagli perché ormai non c’è più ragione di mentire, Maresciallo.
Ho capito che nonostante tutte le mie accortezze siete riusciti a provare che ad uccidere Anna sono stato io, e almeno così mi toglierò questo peso dallo stomaco.
No, non dalla coscienza: quello che ho fatto è terribile, ma anche quello che lei ha fatto a me, mi creda.
Non mi sto giustificando, non servirebbe a niente. Ma una donna non può illudere così un uomo per poi deluderlo, non può.
Non sono impazzito, se è quello che pensa, anzi, non credo di essere mai stato più lucido in vita mia.
E mi creda, nonostante la sua competenza e intuito, e la sapienza informatica del suo vice, non sareste mai risaliti a me, se la rabbia e l’amore non mi avessero fatto commettere quel piccolo errore.
Lo so.
Non avrei mai dovuto frantumare il suo Macbook e usarne i pezzi per scrivere “Puttana” sul pavimento.
Ma un uomo è un uomo. Lei converrà con me, Maresciallo.


Ascensore

La Rossa

Un racconto del mio investigatore preferito, protagonista di altri racconti come Pendolari, o Compagni di Scuola.

Separatore

Quando il Maresciallo Graziosi finalmente entrò nella saletta degli interrogatori, e la vide seduta sulla sedia che riservavano agli “ospiti”, come li chiamavano in caserma, sentì improvvisamente il cuore che smetteva di pompare sangue.
Dovette appoggiarsi con una mano alla sedia, e sedersi lentamente.
E niente, nessuno sforzo di volontà, nessun autocontrollo, neanche l’esperienza di 25 anni di lavoro e quasi 50 di vita, gli permisero di chiudere la bocca.
Rimase così, per un tempo lunghissimo, con la bocca aperta e gli occhi spalancati.
Non era in realtà la donna in sé ad averlo colpito.
Non erano i capelli rossi scarmigliati, le labbra disegnate, la pelle chiara cosparsa di efelidi.
Non era il sorriso sarcastico che affiorava.
Non era il gomito appoggiato sul tavolo e la mano ossuta che reggeva la sigaretta.
Non erano neanche le palpebre leggermente socchiuse.
E neanche lo sguardo con cui cercava di sedurlo all’istante, così come probabilmente aveva cercato di fare con migliaia di uomini.
No.
Graziosi era troppo intelligente, smaliziato, onesto, incorruttibile a qualsiasi livello, per cadere in una trappola come questa.
Anche se una parte del suo organismo, neanche troppo nascosta, si sarebbe volentieri buttato in quel baratro.
No.
Graziosi perse il controllo di sé, per un lungo momento, perché quella donna era la copia vivente di sua madre, di come lui la ricordava da ragazzo.
Rivedersela davanti, nel corpo di quella donna, lo aveva colpito ad un livello che non pensava fosse stato possibile.
Solo per quel motivo, per la prima volta nella sua carriera, Graziosi si dimenticò per un lunghissimo momento della sua posizione e del suo ruolo.
E lo fece quasi volontariamente.

Forse sarebbe addirittura rimasto in quella posizione, gli occhi negli occhi di quella donna sconosciuta, se il suo vice Di Capua non l’avesse scosso agitandogli un gomito.
– Marescià – gli sussurrò – si sente bene? –
Graziosi scosse leggermente la testa, come per riprendersi da un colpo proibito.
Abbassò gli occhi sulle carte che aveva davanti a sé, più per non essere costretto a guardare gli occhi della donna, che sapeva comunque fissi su di sé, che per reale necessità; sfogliò qualche documento, poi attaccò:
– Allora Signorina… –
– La prego – lo interruppe la Rossa, come l’aveva soprannominata all’istante nella sua mente – Marchesina Ginevra Costanza di Capriglia –
Graziosi alzò brevemente gli occhi dalle carte solo per incontrare quelli della Rossa, che lampeggiavano d’ira.
Il Maresciallo annuì comprensivo, poi tornò ai suoi documenti.
– Certo, certo, Marchesina…lo leggo qui il suo nome. Insieme ad un’altra decina di nomi che lei ha utilizzato negli ultimi anni. Ma a quanto pare il suo vero nome, quello con cui il fisco italiano la conosce ed apprezza, è Giovanna Santi. –
Si aspettava Graziosi che la donna arrossisse, avesse uno scatto d’ira, lo insultasse, negasse, insomma prevedeva una reazione netta.
Invece la donna si limitò ad aspirare un’altra boccata di fumo mentre continuava a guardarlo fisso negli occhi.
Solo una leggera increspatura della bocca, a formare un ironico sorriso, lasciava capire che le parole del Maresciallo erano arrivate a destinazione.
– Lei sa – continuò Graziosi – che questo interrogatorio è solo di routine. In sintesi, non possiamo non ascoltare le sue ragioni, anche se le prove che abbiamo raccolto ci dicono che l’omicidio del Cavalier Binetti non ha più molti segreti per noi –
La donna gli sorrise brevemente, poi abbassò gli occhi per spegnere la sigaretta e quando li rialzò giunse le mani quasi a mo’ di preghiera.
– Mi sta dicendo, Maresciallo, che non avete dubbi. La colpevole sono io. –
– Così sembra – disse cauto Graziosi guardandola negli occhi.
– Lei non mi sembra un cretino – disse improvvisamente la Rossa, facendo avvampare il Maresciallo – eppure si sta comportando come tale. Solo per il fatto che io avessi un miliardo di motivi per uccidere quell’essere abominevole, abietto, debosciato, di Binetti, non vuol dire che lo abbia fatto, non crede? Ma le dirò di più: se potessi uccidere qualcuno, ucciderei seduta stante l’uomo o la donna che ha fatto fuori il Binetti. Perché mi ha tolto la soddisfazione di vederlo finire in rovina e di implorare il mio perdono, quando sarei finalmente andata via da quella casa nel mio abito rosso, senza voltarmi indietro –
Concluse la recita con un gesto della mano che simulava perfettamente l’ondeggiare delle sue anche nell’allontanarsi.
Graziosi e Di Capua rimasero a bocca aperta mentre la donna sorrideva soddisfatta, la schiena appoggiata comodamente alla sedia.
Per qualche secondo solo il fruscio nervoso dei fogli che Graziosi passava continuamente di mano tagliò il silenzio che era sceso nella stanza.
Poi Graziosi, non senza un moto di stizza, raccolse tutte le sue carte e si alzò.
– Vedo Signorina Santi che lei ha inteso comportarsi in questo luogo come fosse su un palcoscenico. Ma qua non si fa arte. Qua si cercano verità e giustizia, e le cerchiamo in mezzo al letame della menzogna degli esseri umani. E se avessi ricevuto un euro per ogni indagato che mi ha detto “avevo un sacco di motivi ma non sono stato io”, oggi sarei miliardario. Quindi, se e quando avrà intenzione di raccontarci qualcosa di interessante per le indagini saremo lieti di ascoltarla. Ma fino a quel momento, mi perdoni, abbiamo da fare e lei rimarrà sotto la nostra custodia come stabilito dal magistrato –
Andò via senza salutare, malcelando la rabbia che gli stava salendo per non essere riuscito a mascherare i suoi sentimenti di fronte a quella donna, e per la sensazione terribile che lo pervadeva ogni qual volta un’indagine sembrava incanalata verso una soluzione facile.
Troppo facile.
L’attività investigativa era uno dei pochi ambiti dello scibile umano in cui il rasoio di Occam falliva miseramente più spesso di quanto uno si potesse aspettare.

Di Capua raggiunse il suo capo dopo aver riconsegnato la Rossa ai colleghi che la tenevano in custodia.
Trovò Graziosi nel suo ufficio con la testa affondata nei faldoni dell’omicidio Binetti.
Non era un buon segno, si disse Di Capua. Evidentemente il Maresciallo aveva avuto il sentore che qualcosa nel caso non fosse ancora chiaro e aveva intenzione di riesaminare meticolosamente tutti i passaggi.
Con cinque morti sospette nelle ultime due settimane in tutta Roma Nord l’ultima cosa di cui avevano bisogno era riaprire un caso praticamente chiuso.
– Guarda qua Di Capua – disse Graziosi senza alzarsi dal faldone.
Di Capua alzò gli occhi al cielo, come faceva sempre quando il suo capo si intestardiva su qualcosa.
In quel preciso momento, come punto da una vespa, Graziosi alzò di scatto la testa e guardo truce Di Capua, che aveva ancora i bulbi oculari rivolti al soffitto.
– Di Capua, vogliamo decidere che la Marchesina è colpevole e passare ad altro, o vogliamo capire se sia stata veramente lei ad uccidere Binetti? – chiese sarcasticamente Graziosi.
L’appuntato, colto in fallo, arrossì e cercò di giustificarsi:
– Marescià, però non è che ci sta tanto da ragionare… –
– E allora dai, riassumi i fatti e vediamo se mi convinci. Perché io, purtroppo, NON sono ancora convinto –
– Allora – iniziò Di Capua raccogliendo le idee – il Binetti e la Santi erano soli, tranne un filippino di servizio che dorme in casa e che ha testimoniato in maniera coerente con i vicini. Verso le due di notte hanno litigato ferocemente: urla, insulti, vasi in frantumi, le solite cose insomma. Lei va via sbattendo la porta, lui le grida dietro. Lei torna dopo due ore, altre grida, rumori etc, poi i due si placano. Stamattina alle 7 il filippino trova il Binetti nel salone in un lago di sangue, la Santi su una poltrona, tutta sporca, in uno stato di trance, e un coltello in mano che si rivelerà essere l’arma del delitto. Le testimonianze dei vicini sono perfettamente sovrapponibili con quelle del filippino; anzi, qualcuno si è spinto a dire che non è stupito dell’epilogo della storia tra i due. –
Di Capua si interruppe e Graziosi lo guardò fisso. L’appuntato fece un gesto con le spalle, imbarazzato.
– Tutto qua? – chiese Graziosi.
Di Capua annuì. Capiva che per qualche motivo il Maresciallo era irritato, e cercava di non prestare il fianco ad altri commenti sarcastici.
– Quindi ritieni che sia inutile cercare in altre direzioni: Magari verificare se il Binetti fosse nei guai economici, oppure invischiato in qualche storiaccia passionale. Oppure ancora cercare di capire se qualcun altro si possa essere introdotto in casa e ucciderlo. Vogliamo chiuderla così? La colpevole è la “marchesina” e noi passiamo oltre: è questo che proponi? –
Di Capua era stupito. In tanti anni di collaborazione Graziosi non era mai stato così aggressivo nei suoi confronti. Evidentemente quella donna aveva portato allo scoperto questioni personali irrisolte e il Maresciallo si stava sfogando con il suo vice.
– Beh… – disse tentativamente – possiamo indagare sul maggiordomo e capire se magari avesse qualche motivo di rancore con il Binetti. D’altronde lui dormiva già lì, non aveva bisogno di entrare di nascosto in casa… –
– Eh no! cazzo, Di Capua! – urlò Graziosi alzandosi di scatto e battendo un pugno sul tavolo così forte da far sobbalzare il computer, il portapenne e lo stesso Appuntato – questo non te lo permetto! Se adesso provi a dirmi che il colpevole è il maggiordomo, come nei peggiori film di genere, ti mando a fare le multe alla discarica di Malagrotta –
Guardò Di Capua serissimo per un momento, poi scoppiò a ridere e l’atmosfera si rilassò istantaneamente.
– Andiamoci a prendere un caffè – propose Graziosi incamminandosi verso il bar – e lasciamo stare il maggiordomo. Quello da domani sta in mezzo a una strada, non lo vedo proprio a uccidere la gallina dalle uova d’oro! –

Se c’era una cosa che il Maresciallo Graziosi aveva imparato nella sua ormai venticinquennale carriera nell’Arma era che i detti popolari, triti e ritriti quanto si voleva, erano tutti assolutamente veri.
In particolare “piove sul bagnato” aveva una ripetibilità matematica che gli faceva paura; come se un’entità superiore aspettasse di vederlo in difficoltà e invece di lanciargli un salvagente lo tramortisse con una bastonata sul collo.
Ridendo, ma amaramente, Graziosi amava ricordare la famosa scena di un film comico americano, in cui i protagonisti sono nei guai perché devono disseppellire una bara, e alla fine uno dei due per non essere del tutto pessimista sull’esito dell’operazione, chiede retoricamente: “Beh, almeno peggio di così non può andare no?” e l’altro: “Come no, potrebbe piovere”. E regolarmente inizia a diluviare.
Avevano passato lui e Di Capua una giornata intera a rivedere tutta la documentazione sull’omicidio Binetti.
Dati bancari, telefonate, amicizie, amorazzi, la ex-moglie, i vicini, tutto insomma, e non avevano trovato niente.
Niente di niente.
La vittima non aveva problemi economici, non aveva nemici, non era stato minacciato da nessuno – tranne che dalla “Marchesina” cioè – non aveva confidato a nessuno di particolari stress, non aveva a quanto pare un’amante, non giocava d’azzardo, non faceva trasferimenti bancari sospetti, estero su estero o simili; gli affari – era agente immobiliare per residenze di lusso – andavano a gonfie vele e faceva soldi a vagonate.
Insomma: niente.
E proprio mentre i due, sconsolati, erano immersi nella lettura dei faldoni nella speranza di farsi venire qualche idea brillante, la voce stentorea di Ziliani fece irruzione nell’ufficio di Graziosi.
La sola vista di Ziliani, promosso a Capitano per incompetenza dimostrata sul campo e assegnato con ruoli di supervisione investigativa al tribunale di Piazzale Clodio, faceva venire il voltastomaco a Graziosi.
Il suono della voce gli provocava scompensi cardiaci.
Averlo a meno di due metri gli faceva scattare un reflusso gastrico che gli rovinava irrimediabilmente la giornata.
– Salve Maresciallo – da quando era stato promosso Capitano non salutava più Graziosi con l’epiteto “collega” – come andiamo? –
A Graziosi le persone che usavano la prima persona plurale come metodo mellifluo di coercizione stavano cordialmente sul cazzo.
E Ziliani era il principe della prima persona plurale: facciamo, andiamo, prepariamo, predisponiamo.
Tutti eufemismi per dire che LUI comandava e GLI ALTRI facevano ciò che lui ordinava.
– Caro collega – rispose Graziosi con un tono ironico che l’altro non colse, ottuso com’era – immagino che tu non sia qui per una visita di cortesia –
– Beh, diciamo che la cortesia c’è, ed è quella di riconoscere che tu e la tua squadra – disse guardando graziosamente Di Capua – avete consegnato rapidamente alla giustizia un’assassina. A questo punto la prendo in consegna e la porto al carcere giudiziario: nei prossimi giorni sarà giudicata per direttissima grazie alla flagranza di reato e potremo dire di aver tolto dalla strada una persona abietta. Una donna senza cuore. La società ve ne sarà grata per sempre. – concluse Ziliani che amava osare espressioni roboanti per mascherare la sua insipienza.
Graziosi non disse nulla; si limitò a guardarlo per qualche secondo, poi si rilassò e disse:
– Ehhhhhh…purtroppo, caro collega, siamo costretti a tenere la Signora Santi ancora da noi qualche giorno –
Ziliani diventò rosso, come sempre gli succedeva quando la rabbia di non comprendere una situazione gli toglieva il controllo.
– Cosa intendi dire Graziosi? Il Magistrato è d’accordo con me, la conferenza stampa è tra un’ora, e non possiamo certo dire che “il Maresciallo Graziosi ha voluto trattenere un’imputata” –
– Non è imputata – disse calmo Di Capua.
Ziliani si voltò con rabbia verso l’appuntato.
– Se me la fate portare via, sarà imputata a breve, dobbiamo solo firmare alcune carte, lo sapete. Ma posso sapere – continuò fissando Graziosi con astio – per quale motivo vi rifiutate di consegnare l’imp…volevo dire la Signora Santi alla magistratura, dopo tutte le prove schiaccianti a suo carico? –
– Abbiamo forti sospetti sul fatto che sia stata lei – intervenne nuovamente Di Capua, meritandosi uno sguardo pieno di gratitudine del suo capo – quindi abbiamo bisogno di un supplemento di indagine per verificare alcune nuove ipotesi investigative emerse controllando i dati bancari di Binetti – mentì spudoratamente l’appuntato.
Ziliani rimase a bocca aperta; guardò prima l’uno, poi l’altro e per due minuti sembrò sul punto di esplodere, poi esplose sul serio.
– Voi mi state prendendo per il culo, Graziosi! Tu e questo tuo lacchè, che non mi ha mai potuto vedere – Graziosi batté due o tre volte le ciglia, per sottolineare la sua più totale innocenza – Adesso sai che faccio? vado al tribunale e torno con un’ordinanza del magistrato che ti obblighi a consegnarmi la Marchesina Santi, e il tuo sorrisetto te lo puoi anche ficcare nel… –
Graziosi non fece terminare a Ziliani la frase.
– Ah! perché vuoi dire che ora NON ce l’hai, un’ordinanza che mi obblighi a consegnarti la Santi? – un’occhiata rapida a Di Capua confermò che anche il suo vice stava godendo come un pazzo.
Ziliani boccheggiò, il rossore del viso si fece paonazzo, si appoggiò per un attimo ad una sedia, poi riprese un contegno sufficiente ad uscire dalla stanza con le sue gambe e se ne andò senza proferire ulteriore parola.
Graziosi chiuse la porta, poi si rivolse a Di Capua:
– Ora lo sai, che dovremo trovare sul serio qualche pezza d’appoggio, vero?! –
Di Capua annuì, e tornò nel suo ufficio con i faldoni del caso Binetti.

Il giorno dopo Graziosi arrivò in ufficio stranamente molto presto.
Le giornate pesanti, le lunghe notti passate in ufficio, una certa stanchezza cronica, insomma non amava alzarsi all’alba.
Eppure quella mattina alle 8 in punto entrò nella sua stanza.
Era preoccupato perché aveva agito d’impulso, basandosi esclusivamente sulle sue sensazioni, e stavolta neanche il fido Di Capua, che pure lo stava aiutando al massimo delle sue possibilità, era d’accordo con lui.
Giovanna Santi era colpevole senza ombra di dubbio.
Su questo concordavano tutti tranne lui, e finora anche se le sue intuizioni lo avevano spesso aiutato nella sua carriera niente lasciava pensare che la situazione potesse essere differente.
Si era perciò svegliato all’alba e non era riuscito a riprendere sonno; pensava al caso, e a quella donna, e sentiva che lei aveva detto la verità.
Lo sentiva.
Brutto pensiero per un investigatore.
Avrebbe dovuto raggiungere conclusioni sulla base di fatti, testimonianze, evidenze sperimentali.
Invece stava fidandosi esclusivamente delle sue sensazioni, e non poteva sapere, o meglio non voleva sapere, quanto queste fossero influenzate dall’effetto che gli faceva la donna che aveva in custodia.
Prese un caffè, poi si alzò di scatto e decise che doveva parlare di nuovo con la Rossa.
Improvvisamente si era convinto che lei sapesse come aiutarlo nelle indagini, e anche se dimostrava indifferenza per la sua sorte personale era sicuro di convincerla a parlare con lui.
Non era forse l’empatia, la capacità di stabilire un rapporto con le persone, la sua qualità principale?
Si diceva tutto questo per convincersi e per prepararsi all’incontro, mentre ordinava che la donna fosse portata nella stanza che usavano per gli interrogatori.
Prese altri due caffè alla macchinetta e si sedette.
Pochi minuti dopo la donna, vestita ma struccata, entrò nella stanza accompagnata da un Carabiniere e si sedette davanti a lui.
Graziosi fece cenno al Carabiniere di uscire, poi chiese:
– Caffè? –
La donna annuì e prese il bicchiere di plastica.
Lo bevve lentamente, senza staccare per un secondo gli occhi da lui.
I capelli rossi erano legati con un elastico a formare un corto codino. Anche così era una donna irresistibile, pensò Graziosi.
Continuarono a guardarsi per un po’, poi fu lei a rompere il silenzio:
– Ha intenzione di dirmi il motivo di questo incontro, o vuole semplicemente baciarmi? –
Graziosi arrossì violentemente, colto in fallo da una donna che evidentemente leggeva la sua espressione come nessun altro aveva mai fatto.
Il fatto che provasse desiderio per lei era così evidente? e questo stava condizionando il suo lavoro?
Era arrabbiato con se stesso non solo per aver fatto trasparire le sue emozioni, ma soprattutto per averle provate tout court. Faceva vanto della sua etica, della sua integrità, della sua indifferenza alle tentazioni che spesso le persone che investigava gli offrivano in cambio della sua benevolenza.
E invece eccolo qua, di fronte ad una donna che lo sbeffeggiava apertamente e che metteva a nudo le sue debolezze.
Anche se colpito allo stomaco dalla sfacciataggine della donna, non si scompose.
Posò il caffè, si avvicinò al viso di lei attraverso il tavolo e lei fece altrettanto, gli occhi che ridevano per l’ironia.
– Giovanna – disse Graziosi.
– Mi dica – rispose lei ridacchiando, prendendolo in giro.
– Per quanto strano e incredibile possa sembrare, io le credo. Credo che non sia stata lei ad uccidere il Cavalier Binetti. Peccato che allo stato attuale io sia l’unico, e il resto dell’universo non aspetta altro che chiuderla in una cella e buttare la chiave. –
Vide che la donna ora si era fatta seria e continuò senza aspettare che lei lo interrompesse.
– Ora, anche se a quanto pare a lei non interessa molto della sua sorte personale, io sarei molto dispiaciuto di saperla ad invecchiare rapidamente in un carcere femminile, innocente per di più. Quindi le sarei grato se lei mi aiutasse a tirarla fuori da questa situazione. –
La Rossa scrutò Graziosi negli occhi, muovendo rapidamente le pupille, come per guardarlo dentro fino alle più recondite connessioni neuronali.
Lui capì che era quello il momento in cui lei avrebbe deciso se fidarsi di lui o meno e che tutto dipendeva da questo.
La donna si avvicinò impercettibilmente a lui, poi lentamente gli appoggiò una mano sulla guancia.
– Non si è fatto bene la barba stamattina, Maresciallo. Andava di fretta. Era preoccupato. Per me o per la sua carriera? Quale ansia la divorava stamattina? Mi risponda –
– Non me ne è mai fregato nulla della carriera. Altrimenti oggi sarei Colonnello, con il curriculum che mi ritrovo. No, io cerco sempre la stessa cosa: la verità. La verità e la giustizia. Io ci credo che esistono, e le ho trovate più volte di quanto lei non possa credere. Mi angoscia il fatto di sapere, di percepire, che in questo caso stiamo per commettere un’ingiustizia e di non fare nulla per impedirlo –
– Sei un idealista; non lo avrei detto – disse lei passando improvvisamente al “tu” – un uomo che vede le meschinità della gente e continua ad arrossire e a perseguire i suoi ideali. Sei uno squilibrato Graziosi, te ne rendi conto? Sei anomalo in questo universo. Ma d’altronde, non sono certo io a poter dare giudizi in questo senso –
La donna si rilassò e appoggiò le spalle alla sedia allontanandosi da lui e il Maresciallo fece lo stesso.
Il momento di intimità era passato, ma sapeva che le cose erano cambiate.
La Rossa guardò il Maresciallo con quello che sembrava essere uno sguardo di disappunto; o forse di rimprovero.
– Giulio Binetti era un uomo meschino. – disse improvvisamente – e nessuno lo amava. Nessuno. –
– Neanche lei? – chiese Graziosi, un po’ irritato dal fatto che si parlasse senza rispetto di una persona trucidata in quel modo.
– Neanche io, no. C’è stato un periodo, un brevissimo periodo nei nostri quasi cinque anni insieme, in cui le sue debolezze hanno fatto leva su un certo spirito da crocerossina che tutte le donne si portano atavicamente dentro. Giulio usciva da un matrimonio infelice, con una donna ancora più meschina di lui, che gli aveva dato due figli, ma che gli aveva rubato tutto ciò che era possibile rubare ad un uomo: soldi, orgoglio, sorriso. Quando l’ho conosciuto era un uomo ferito a morte, e per un breve momento è stato un uomo innamorato, dolce, equilibrato. Questa sua banale serenità ha coinciso con l’unico periodo della mia vita in cui la normalità era tutto ciò che desideravo, e mi sono ritrovata a vivere con lui in pochissimo tempo. Ma è bastato poco per capire il tragico errore che avevo fatto –
– Però c’è rimasta insieme fino alla fine, ammesso che non lo abbia ucciso lei, cioè –
Un mezzo sorriso comparve sul viso della Rossa.
– Non ce la fai a darmi del tu, vero Graziosi? Questa tua rigidità, questo innato senso del dovere, mi fanno morire. –
– Risponda alla mia domanda –
– Era una domanda? Dal tono sembrava un’affermazione. E comunque sì. Sono rimasta con lui fino alla fine. Vuole che glie lo dica esplicitamente? Non proverò vergogna: Giulio Binetti mi garantiva una vita splendida. Una bella casa, viaggi, amicizie importanti. E io senza di lui mi sarei dovuta trovare un lavoro per sopravvivere. Io davo lustro alla sua vita con la mia bellezza, la mia cultura, la mia intelligenza e lui mi permetteva di non dover lavorare per vivere. –
Graziosi incurvò le labbra in una smorfia.
– Cosa c’è? – chiese la Rossa – ho disturbato la sua sensibilità? Avrebbe preferito che io fossi una povera giovane donna indifesa, vessata da un uomo violento e canaglia? Mi spiace, ma non funziona così. Giulio Binetti era una merda d’uomo e meritava di avere vicino una donna che lo disprezzasse. Per questo non lo posso aver ucciso io: non solo non avrò nulla, ma ho perso anche il mio divertimento principale –
– Lo tradiva? – chiese secco Graziosi.
La donna lo guardò spalancando gli occhi, poi scoppiò in una risata fragorosa che durò per un minuto intero, e al termine della quale la Rossa dovette asciugarsi gli occhi dalle lacrime.
Graziosi era rimasto impassibile, lo sguardo freddo, in attesa che la risata si spegnesse.
– Lo tradivo? Che domande! Certo che sì. L’ho tradito in tutti i modi possibili e immaginabili, stando ben attenta a farglielo sapere. Faceva parte del pacchetto. – concluse con un sorriso che poteva sembrare innocente, se non fosse stato per le parole appena pronunciate.
– Per cui la sua missione era torturare il Binetti. Fargli passare una vita di sofferenze. Certo, questo rende possibile il fatto che lei non lo abbia voluto uccidere, se vogliamo seguire questo ragionamento contorto. Ma allora mi chiedo, e le chiedo: perché il Binetti avrebbe dovuto continuare a tollerare la sua presenza se oltre a mantenere la sua vita di lusso lei lo disprezzava apertamente, lo tradiva, insomma lo considerava un uomo da niente? –
La Rossa sorrise. Un sorriso dolce, amabile, sensuale.
Si avvicinò a Graziosi e da una distanza poco più lunga di un soffio gli sussurrò:
– Non lo capisci, Maresciallo? Lui mi amava, e non poteva fare a meno di me. – e mentre terminava la frase arrivò quasi a toccare con le labbra Graziosi, che con una spinta la rimandò di colpo a sbattere sulla sedia.
La donna lo guardò con un misto di odio e ammirazione.
– Non faccia questi giochetti con me. Non attacca. Non esprimerò un giudizio personale su di lei, ma mi limiterò a raccogliere prove e a elencare fatti. E se mi convincerò, e convincerò il magistrato, che lei è innocente, sarò lieto di lasciarla andare con tante scuse. Ma se dovessi concludere che lei è colpevole, i suoi tentativi di seduzione non avranno alcun effetto sulla mia capacità di giudizio. – disse trattenendo a stento l’ira.
Ora la Rossa era rilassata e aveva acceso una sigaretta.
Ancora quel gesto, quella mano, quelle labbra.
– L’integerrimo Maresciallo Graziosi. – disse con sarcasmo.
– Pensi quello che vuole. Fatto sta che non mi ha ancora detto nulla che mi aiuti a scagionarla. Comincio a pensare che la galera sia il posto adatto per lei. –
Lo sguardo della donna si fece serio. Spense la sigaretta e guardò Graziosi con durezza.
– Invece sì. Ti ho detto un sacco di cose. Non ci tengo a rimanere in galera, stai sereno. E se sei questo genio delle investigazioni che dici, non avrai difficoltà a trovare il colpevole. Da me non avrai altro. –
La Rossa si alzò, bussò alla porta, e uscì, seguita dal Carabiniere che stupito aveva colto il cenno di assenso di Graziosi.
Il Maresciallo si buttò sulla sedia sbuffando come se fosse stato in apnea fino a quel momento.
Non ne aveva ricavato niente, non aveva uno straccio di idea, e aveva passato tutto il tempo a cercare di capire quella donna, invece che cercare riscontri sull’omicidio.
Non stava andando bene. Per niente, per niente bene.

Uscì dalla stanza e quasi andò a sbattere su Di Capua.
I due uomini si guardarono, lo stesso stupore sul volto.
– Di Capua, che ci fai qui a quest’ora? Non avevi il turno di pomeriggio? – fu Graziosi il primo a parlare.
– Marescià sono le otto e mezza: che ci fa lei qui piuttosto! –
I due si sorrisero; avevano la stessa malattia, lo stesso tarlo che li consumava: non potevano mollare la presa, mai, non finché non avessero capito come stavano veramente le cose.
Graziosi ancora una volta ammirò il suo vice e si congratulò per averlo scelto; pur non credendo fino in fondo alla sua tesi stava comunque dando il massimo per trovare qualche riscontro.
Graziosi pensò con anticipata malinconia al momento in cui Di Capua sarebbe avanzato di grado e avrebbe lasciato la sua caserma. Era un uomo troppo in gamba per fare il suo vice per sempre, ma per il momento godeva della sua capacità investigativa, della sua onestà intellettuale e anche della sua caparbietà tutta napoletana.
Non si stupì quindi di vedere che tornava da casa con i faldoni del caso Binetti, e le occhiaie pronunciate rivelarono al Maresciallo che non doveva aver dormito molto.
– Prendiamoci un caffè Di Capua, per me è solo il terzo e ci vuole tutto, poi mi racconterai cosa hai escogitato –
Caffè in mano i due si avviarono verso l’ufficio di Graziosi dove si sedettero vicini, i documenti appoggiati sulla larga scrivania di legno.
– Marescià, non ho trovato niente – esordì Di Capua causando il disappunto di Graziosi – però forse so dove andare a guardare. –
Graziosi si fece attento. Sapeva che Di Capua era bravo con la lettura dei dati, cosa che a lui non riusciva affatto, anche se mancava di quell’intuizione e sensibilità che invece erano le armi principali del Maresciallo; una squadra perfetta insomma.
– Allora: ho riesaminato tutti i movimenti bancari degli ultimi due anni uno per uno. Non c’è nulla di anomalo. Devo ancora verificare delle fatture legate alla società immobiliare, ma insomma so già che sarà una perdita di tempo: riconosco al volo se un conto bancario è a posto, e quello di Binetti lo è. Così come quello della società. I bonifici in uscita sono regolari a favore della ex moglie, per mantenere lei e i due figli adolescenti, 17 e 15 anni, come dei principi. C’è una sola cosa che non mi quadra ma di cui non ho potuto ancora trovare documentazione: un’uscita unica, di circa 5.000 euro, a favore di una srl di Milano. Ho verificato e si tratta di un broker assicurativo. –
– Un’assicurazione sulla vita a premio unico? – chiese Graziosi con la voce quasi esultante.
– Così pare, ma tra le carte che hanno sequestrato i nostri a casa Binetti non c’è copia della polizza, quindi dobbiamo farla richiedere al magistrato e farcela mandare. Ho già contattato la procura, penso che per le undici potremmo avere copia della polizza –
– Se è un’assicurazione sulla vita avrà dei beneficiari, e forse ci dirà qualcosa sul potenziale assassino… – ragionò Graziosi a voce alta.
Di Capua non fece in tempo a rispondere, perché improvvisamente il cellulare di Graziosi cominciò a squillare con fragore; il nome che comparse sul display mise il Maresciallo di cattivo umore.
Era Desiati, il più bravo – e stronzo – patologo di tutto il Paese.
Anche se Graziosi non lo sopportava rispose al primo squillo: se Desiati chiamava o era per chiedere un favore, in qual caso lo avrebbe liquidato rapidamente, oppure aveva delle novità su Binetti.
– Buongiorno Desiati, come stai? – esordì amichevolmente Graziosi.
– Ciao Graziosi, ti ho svegliato? no? peccato – disse sarcasticamente Desiati – Volevo dirti che ho i risultati delle prime analisi sul corpo del povero Cavalier Binetti. Te li manderei subito ma Ziliani mi ha chiamato ieri per ordinarmi di dare a lui qualsiasi dato su questo caso –
– Ziliani per quanto mi riguarda può andare affanculo anche subito. Il caso lo seguiamo noi, Ziliani sta millantando senza pezze d’appoggio. Mandaci i dati subito così diamo un’occhiata. – concluse Graziosi, ansioso di avere qualche novità.
– Ehhhhh…purtroppo Graziosi vorrei fidarmi di te. Ma ti ricordi quando mi hai fatto perdere una nottata di sonno per fare l’esame sul morbo Ebola ad una vittima, per poi scoprire che ti eri solo divertito alle mie spalle? Beh, mi dispiace, ma allo stato attuale Ziliani mi sembra più affidabile di te. Ti ho chiamato per dirti che se vuoi i risultati dell’autopsia e delle analisi devi chiederli a lui. Ciao ciao… – e attaccò senza attendere risposta.
Graziosi era livido in volto, e incazzato. Più con se stesso per essersi voluto togliere qualche tempo prima la soddisfazione di far lavorare a vuoto Desiati, che con il medico stesso.
Purtroppo ora aveva bisogno dei risultati dell’autopsia e Ziliani non glie li avrebbe mai dati, se non in tempi biblici.
Avrebbe potuto chiedere ai suoi superiori di ordinarglielo, ma sarebbe sembrato debole e avrebbe anche dovuto spiegare per quale motivo Desiati ce l’aveva con lui.
No. Non poteva.
Avrebbe dovuto fare altrimenti, ma non aveva idea come ottenere quei risultati.
La mattinata passò tra incombenze burocratiche, denunce di basso livello, un paio di telefonate e finalmente, verso mezzogiorno, Di Capua entrò di corsa nel suo ufficio, chiudendo la porta.
– Ce l’ho! – disse.
– La polizza? – chiese Graziosi?
Di Capua annuì.
– Non l’ho ancora neanche guardata – disse – ho preso il fax e mi sono precipitato da lei –
Graziosi sorrise compiaciuto poi si mise a sfogliare le pagine del contratto.
Era effettivamente un’assicurazione sulla vita a premio unico del valore di circa 800.000 euro.
Ed era a favore di…Giovanna Santi.
Graziosi rilesse il nome un paio di volte anzi, un paio di milioni di volte.
Giovanna Santi.
Non riusciva a crederci.
– Ormai non ci sono più dubbi, Marescià – disse Di Capua con un tono di voce che voleva essere consolatorio.
Graziosi non rispose.
Poi si alzò di colpo, prese la documentazione, la mise in una cartellina e uscì senza una parola dall’ufficio, seguito da Di Capua che non capiva cosa fosse preso al Maresciallo.
Graziosi si rivolse al Carabiniere che si trovava di guardia alla cella e ordinò che la Rossa fosse fatta uscire.
– La prendo in consegna io – disse
La donna si alzò lentamente da una brandina senza tradire emozione.
Solo il solito sorrisetto ironico rivolto al Maresciallo.
Mentre Graziosi prendeva per un braccio la donna ammanettata e la spingeva verso l’uscita Di Capua chiese:
– Ma dove andiamo, Maresciallo? Dove la portiamo? –
– Ho trovato il modo di farmi dare i risultati dell’autopsia da Ziliani. – rispose senza dare ulteriori precisazioni Graziosi.

Ziliani era stato trasferito a Piazzale Clodio e comandava il distaccamento del tribunale di Roma.
Graziosi lo fece chiamare e si trattenne a stento dal tornare sui suoi passi quando vide l’espressione di Ziliani, che si sentiva chiaro trionfatore della battaglia sul suo “collega”.
Graziosi indossò la faccia più contrita che aveva nel suo repertorio, e consegnando la “Marchesina” Santi agli uomini di Ziliani disse:
– Niente. Non abbiamo trovato niente. Alla fine a quanto pare avevi ragione tu. A malincuore mi tocca ammettere che stavolta il mio intuito mi ha servito male. Direi che il caso lo possiamo chiudere qui. Mi ha detto Desiati che i risultati dell’autopsia ce li hai tu: se me li dai li allego al faldone e in un paio di giorni mando tutto al Magistrato per la chiusura delle indagini e l’eventuale rinvio a giudizio –
Ziliani si fece portare una cartellina, poi si rivolse ai due:
– Meglio così, Graziosi. Mi avete fatto arrabbiare, ma a quanto pare non avete ancora perso il lume della ragione e mi avete risparmiato di farvi chiamare dal Procuratore Capo. Scrivete una bella relazione e mandate tutto in Procura entro domani. Poi sarete liberi di tornare ad occuparvi dei vostri casi – concluse magnanimo.
Graziosi prese la cartellina e salutò senza una parola.
Quando furono in macchina Di Capua chiese al Maresciallo:
– La finiamo qua veramente? –
Graziosi si girò a guardarlo.
– Non è stata lei –
Di Capua non poté trattenersi e alzò gli occhi al cielo, anche se il tettino della macchina ridusse l’efficacia metaforica del gesto.
– Ma scusi, allora perché… –
– Mi servivano quei dati, e l’unico modo per averli era di far credere a Ziliani che abbiamo abbandonato l’indagine. –
– Ma ora con l’assicurazione a suo nome… –
– Appunto. Hai visto quella donna? Ti sembra una stupida? Di Capua, quella si può prendere gioco di tutto il comando dei Carabinieri, me e te inclusi, e non ce ne accorgeremmo neanche. Tu pensi che se lei avesse voluto fare fuori il Binetti senza che noi avessimo sospetti non ne sarebbe stata capace? Credi che lo avrebbe ucciso così…volgarmente? Pensi che abbia qualche vaga speranza di prendere quei soldi se dovesse risultare colpevole? – Fece una pausa e accostò l’auto al marciapiede per riflettere e riprendere fiato.
– Non è stata lei, ti dico, ora ne sono convinto. Il problema ora è… –
– Il problema è che abbiamo solo ventiquattro ore per dimostrarlo – concluse Di Capua.
Graziosi annuì, poi ripartì facendo stridere gli pneumatici.

In pochi minuti arrivarono alla stazione, e senza neanche darsi pena di togliersi le giacche aprirono freneticamente il responso autoptico stilato da Desiati.
Pagine e pagine di dati, organi catalogati nel loro stato di usura, termini tecnici che ormai conoscevano bene, ma sapevano che una sola cosa contava: capire se l’omicida era compatibile con la Santi.
Cercarono la sezione in cui si descrivevano i colpi: le ferite combaciavano esattamente con la lama del coltello trovata in mano alla Rossa; il loro numero era sufficiente ad ammazzare Binetti tre o quattro volte; i colpi erano stati sferrati da un destro come la Santi, e la direzione dei colpi, la loro distribuzione, la forza e l’altezza erano compatibili con la corporatura e la muscolatura della donna.
Di Capua di buttò su una poltrona sconsolato mentre Graziosi riguardava tutto il corposo documento, borbottando tra sé e sé. Non poteva credere di essere arrivato alla fine del sentiero e che non avesse trovato niente.
Improvvisamente batté due o tre volte il dito su una pagina.
– Di Capua, vieni qui! Guarda! – urlò quasi al suo vice, che si precipitò a guardare – leggi cosa c’è scritto qui! –
– “La vittima aveva avuto un rapporto sessuale recentemente, probabilmente poco prima del decesso” – lesse Di Capua senza capire – Beh, sì, l’avevo visto, Marescià, e allora? –
– L’avevi visto e non mi avevi detto niente? – chiese quasi offeso Graziosi – Ma come? Non capisci? La Santi litiga con il Binetti e se va via, poi rientra, litigano di nuovo, poi a quanto pare fanno sesso, e poi? Lei improvvisamente l’ammazza? –
– Magari hanno litigato di nuovo… – disse Di Capua tentativamente.
– No no no – scosse la testa Graziosi – questo comportamento non è coerente. Quella donna non è pazza, è in perfetto controllo di se stessa. Non è una persona che commette un omicidio in preda all’ira. Credo che ci possa essere un’altra persona che potesse desiderare la morte di Binetti, e che forse ha meno autocontrollo. – concluse Graziosi.
– Immagino che ora andiamo a trovare la ex moglie… – sospirò Di Capua alzando gli occhi al cielo.
Graziosi gli lanciò un’occhiataccia, ma stavolta non disse niente. Aveva forse trovato un piccolo appiglio, e non voleva perderlo di vista.

La ex moglie di Binetti, o meglio la moglie visto che il divorzio non era ancora esecutivo per via di lungaggini burocratiche e battaglie in tribunale tra i due, viveva insieme ai due figli, due maschi di 17 e 15 anni, in uno splendido appartamento ai Parioli, intestato alla società del defunto Cavaliere, di cui egli pagava tutte le spese insieme al mantenimento della moglie – che non lavorava – e dei figli, inclusa la costosissima scuola inglese a cui lei aveva insistito per mandarli.
– I rapporti con il mio ex marito non erano buoni. – disse la signora Serena Dalleri in Binetti usando un eufemismo – Di fatto non ci parlavamo da mesi, se non tramite gli avvocati e anche con i figli le cose non andavano bene. In teoria avrebbero dovuto passare due week end al mese con il padre ma non potevano sopportare quella donna, quella sanguisuga assassina. E come dargli torto! L’ultima volta che erano stati dal padre erano tornati disgustati dopo una giornata –
– Signora Binetti – disse affabile Graziosi usando il cognome del marito come cortesia – lei è a conoscenza di un’assicurazione sulla vita che Binetti aveva intestato alla signora Giovanna Santi? –
La donna diventò rossa per la rabbia.
– Per favore non chiami “signora” quella poco di buono! Una donna senza arte né parte, che ha raggirato quel fesso di mio marito, con tutto il rispetto per la sua anima, e che non solo si è fatta intestare l’assicurazione, ma è anche beneficiaria di molti suoi beni nel testamento. Immagino che ora non le spetti più nulla, vorrei sperare! –
Graziosi bevve il caffè che gli era stato offerto, osservando in silenzio la donna.
– No, certo. – disse infine – Se verrà condannata in via definitiva non potrà godere né dell’assicurazione né dell’eredità e tutto andrà, in parti uguali, a lei e ai suoi due figli come eredi legittimi –
Osservò la reazione della donna a questa informazione, che però a quanto pare conosceva già perché non tradì alcuna emozione.
Il resto della conversazione fu più che altro uno sfogo della donna verso il marito e la Santi, e quando Graziosi ebbe la certezza che non ne avrebbe più cavato nulla di utile concluse rapidamente l’incontro e insieme a Di Capua si diresse verso la macchina.
Mentre stavano per salire, il cellulare di Di Capua squillò: era la Procura.
Il vice rispose e mentre pronunciava dei “sì”, “certo”, “va bene”, “ora lo avverto”, guardava Graziosi sempre più accigliato.
Lo sguardo interrogativo del Maresciallo fu soddisfatto da un Di Capua serissimo alla fine della conversazione:
– Ci avvisano che il PM ha ottenuto il processo per direttissima, e che la Santi ha chiesto di patteggiare. L’udienza è tra tre giorni e lei dovrà testimoniare come responsabile delle indagini –
– Tre giorni! Non si è mai visto in Italia! Qui qualcuno vuole costruirsi una carriera sulle spalle della Santi, e credo di sapere chi sia –
Salirono rapidamente in macchina e per poco Graziosi non raschiò la fiancata contro un muretto, per la rabbia che aveva dentro.

Tre giorni dopo, mentre Graziosi e Di Capua prendevano le scale del Tribunale per dirigersi verso la sala dell’udienza, incrociarono lo sguardo di Ziliani che in piedi sulla scalinata era attorniato dalla stampa, e stava spiegando come avevano brillantemente consegnato la Marchesina alla giustizia.
Un giornalista chiese incautamente:
– Ma le indagini non sono state coordinate da Graziosi, della caserma Nomentana? –
Ziliani si stizzì molto a questa domanda e fulminò il reporter con uno sguardo.
– Lo stimatissimo collega Graziosi ha condotto le indagini preliminari, ma poi, dato che non era convinto della colpevolezza della signorina, ha preferito lasciar completare le fasi investigative a noi. Sono grato al collega per la preziosa collaborazione nella raccolta dei dati, che ci ha permesso l’analisi completa e definitiva della situazione. –
Graziosi, indeciso se avvicinarsi a Ziliani e mollargli un cazzotto sul naso o tornarsene a casa, fece alla fine un sorrisetto e si infilò nel metal detector, per inoltrarsi nei corridoi della Procura fino all’aula designata.
All’interno era già stata portata la Rossa, che si girò a guardarlo e gli fece un cenno di saluto con la mano, allegra come se stesse andando ad una gita scolastica.
La signora Binetti e i due figli erano sul lato opposto della piccola aula. La donna guardava la Santi con odio, mentre i due figli, imbronciati, avevano un atteggiamento di distacco tipico degli adolescenti.
Ziliani entrò poco dopo seguito da una decina di giornalisti, e finalmente all’ingresso del giudice monocratico si iniziò il processo vero e proprio.
Parlarono il PM e il difensore, furono elencati i capi d’accusa e le prove a carico dell’imputata, Desiati espose i risultati dell’autopsia, le cose insomma si mossero rapidamente; la situazione era chiara e nessuno, neanche la Rossa, aveva voglia di perdere tempo.
Finalmente Graziosi fu chiamato a testimoniare.
Il giudice chiese le sue generalità, fece qualche domanda di circostanza, poi chiese a Graziosi:
– Maresciallo, qua c’è scritto che la Santi avrebbe ammesso la sua colpevolezza in un interrogatorio con lei, che però non è stato verbalizzato. Mi spiega questa anomalia? – chiese il Giudice irritato.
– Chi avrebbe scritto questa cosa, se posso chiedere, Signor Giudice? –
– E’ nella relazione di chiusura delle indagini firmata dal Capitano Ziliani – rispose il Giudice.
– Capisco. Vede, Signor Giudice, il verbale non c’è semplicemente perché io non ho condotto nessun interrogatorio formale con l’imputata. Ho solo avuto una conversazione generica, nella quale ho constatato l’assoluta mancanza di collaborazione della donna. – disse Graziosi guardando Ziliani con odio – Inoltre in quella conversazione la Signora Santi non ha assolutamente ammesso alcuna colpevolezza. Se lo avesse fatto ovviamente avrei trascritto la conversazione e l’avrei fatta firmare come da procedura. Ma comunque, anche se lo avesse dichiarato, sarebbe stato irrilevante ai fini di questo processo. Perché vede, Signor Giudice, la Signora Santi è innocente. Non ha ucciso lei il Cavalier Binetti –

Se una bomba fosse esplosa all’interno dell’aula avrebbe fatto meno rumore.
Dopo un lunghissimo secondo di silenzio, necessario a tutti i protagonisti affinché il concetto venisse assorbito e metabolizzato dai neuroni, improvvisamente l’aula si trasformò in un campo di battaglia.
Gente che urlava, Ziliani paonazzo, la Santi che guardava Graziosi a bocca aperta, il Giudice che gridava nel microfono, i giornalisti improvvisamente tutti al telefono per comunicare con le redazioni.
L’unico impassibile era Graziosi, insieme con il suo vice Di Capua che lo guardava soddisfatto dalle file in fondo all’aula.
Ci vollero cinque minuti, ma finalmente il Giudice fu in grado di riprendere le fila del processo.
– Maresciallo Graziosi, vediamo se ho capito bene. Voi, intendo dire l’Arma dei Carabinieri e la Procura, mi avete portato a processo per direttissima un’imputata che ha anche chiesto il patteggiamento, dichiarando prove schiaccianti al limite della flagranza di reato, e lei ora mi viene a dire che non è vero? Stiamo forse prendendo in giro la Magistratura, la Repubblica, il Paese? – chiese retoricamente il Giudice.
– Signor Giudice, capisco la sua reazione e la condivido. Sfortunatamente come ha appena dichiarato il collega Ziliani alla stampa, e la dichiarazione potrà vederla su tutti i telegiornali di stasera – disse con malcelata soddisfazione Graziosi – ad un certo punto l’imputata e i dati dell’indagine sono stati presi in consegna dal comando in stanza qui al Tribunale. Io ho cercato di esprimere i miei dubbi, ma come potrà facilmente verificare la decisione di procedere per direttissima e in tempi così rapidi è stata presa altrove. Io ho continuato comunque per conto mio a indagare sul caso e a ragionarci sopra, e mi sono convinto che l’imputata non sia colpevole –
Il Giudice guardò Graziosi, chiaramente indeciso se farlo arrestare per oltraggio alla corte o sentire cosa aveva da dire.
La fama del Maresciallo come persona seria, capace, e onesta, fece pendere la bilancia per questa soluzione.
– Le dò due minuti Graziosi per esporci la sua tesi. Se non mi convince il prossimo processo di oggi vedrà lei, come imputato –
Graziosi ringraziò con un cenno del capo, si schiarì la voce, e attaccò.
– Nella mia esperienza, Signor Giudice, diffido sempre dei casi facili. Delle prove “schiaccianti” come si suol dire. E’ vero, talvolta è possibile risolvere casi in maniera rapida ed efficiente. Ma quando si commette un grave errore investigativo, lo si commette sempre con i casi facili. Quelli che sembrano già risolti; quelli in cui il colpevole è chiaramente identificato. E non si guarda più da nessun’altra parte. Io invece per formazione, cultura ed esperienza, non mi fermo mai alla prima soluzione. –
Prese un bicchiere d’acqua prima di continuare.
– Esaminiamo la situazione in questo caso. La Santi è una donna cinica, intelligente, affascinante, e il Binetti è pazzo di lei. Lei lo controlla al punto di farsi intestare un’assicurazione e di farsi nominare in un testamento olografo che può trovare allegato agli atti. Lo tradisce ripetutamente, e si premura di farglielo sapere. Lo disprezza e lo sfrutta. Ora: per quale motivo una donna del genere, così in controllo di se stessa e della situazione, dovrebbe uccidere il Binetti? E poi, se anche lo avesse voluto uccidere, avrebbe fatto in modo che sembrasse un incidente. Pensate che non ne sarebbe capace? Guardatela, non ha ancora mosso un muscolo. – tutti si girarono a guardare la Rossa, compreso il Giudice: lei sorrideva perfettamente a suo agio, come se fosse ad un tè tra signore invece che in un’aula di tribunale a rischiare quindici anni di galera.
– E’ una donna spietatamente capace di programmare la sua vita, e di fare sempre la cosa giusta e che le conviene. Anche quando perde le staffe e litiga con il Binetti e va via non perde il controllo. Fa un giro, cerca di calmarsi, probabilmente ragiona su cosa le conviene più fare. Alla fine torna a casa, il Binetti è ancora infuriato ma…come ci dice il buon Desiati, i due ad un certo punto iniziano un rapporto sessuale. Ecco. La Santi ha di nuovo sotto controllo il Binetti. Lo ammansisce, lo prende da dentro e lo ribalta come un calzino. Perché dovrebbe ucciderlo? –
Graziosi si guardò intorno e vide che tutti erano presi dal suo racconto.
Bene, pensò.
– No signor Giudice. Io ho un’altra spiegazione del fatto che la Santi si sia fatta trovare con un coltello in mano, l’arma del delitto, sporca di sangue, non abbia cercato di scappare, e ora abbia accettato di patteggiare. –
La tensione si tagliava con il coltello in aula. Prima di parlare Graziosi guardò la Rossa. Ora non era più serena.
Dentro di sé probabilmente si stava chiedendo: “lui non può veramente aver capito…”.
– Perché vede Signor Giudice, la signora Santi sa benissimo chi è il colpevole, e non vuole rivelarlo –
Ziliani scattò in piedi, paonazzo.
– Graziosi! che cazzo di storia ci stai propinando? –
Il Giudice si girò con rabbia verso il Capitano.
– Se sento ancora un’altra parola proveniente da lei, Ziliani, giuro che la faccio arrestare immediatamente –
Nessuno osava fiatare.
Il Giudice si rivolse a Graziosi.
– A questo punto Maresciallo vuole essere così gentile da dire anche a noi chi è il colpevole? –
Graziosi guardò la Rossa.
Lei capì che lui sapeva tutto.
Le rughe verticali in mezzo agli occhi erano diventate due solchi; gli occhi brillanti; cominciò a fare di no con la testa, quasi una preghiera.
Graziosi distolse lo sguardo.
– Certo Signor Giudice. Vede, tutto ruota intorno al rapporto che il Binetti aveva con la Santi. Lui era soggiogato da quella donna. E per lei aveva tralasciato la sua famiglia, la sua ex moglie, i suoi figli, e aveva anche deciso di lasciare a lei i suoi soldi e i suoi beni. Capisce che questo non è accettabile per una ex moglie che vive di fatto alle spalle del marito, e che non solo vede un’altra donna accanto a lui, ma che vede messa in pericolo il benessere economico della SUA famiglia, e dei SUOI figli. –
– Sta forse dicendo che il Binetti è stato ucciso dalla ex moglie? – chiese stupito il Giudice mentre il mormorio in aula diventava più intenso.
Graziosi lanciò un altro sguardo alla Rossa. Aveva le mani alla bocca e le lacrime che scendevano piano dagli angoli degli occhi stavano tracciando una linea nera sulle guance. Aveva smesso di fare di no con la testa perché aveva capito che Graziosi non si sarebbe fermato. Non più.
– Era un possibilità. Ci abbiamo pensato – disse facendo cenno a Di Capua con la testa – Era coerente con l’assenza di effrazione. Il Binetti poteva averle aperto, forse avevano discusso, lei lo aveva ucciso mentre magari la Santi era in un’altra stanza. Possibile; l’assicurazione e l’eredità erano un movente sufficiente. Ma poi ci siamo chiesti: “che senso aveva per la ex moglie andare in piena notte dal Binetti? e perché la Santi si sarebbe fatta trovare con l’arma del delitto in mano? Se avesse visto la ex moglie uccidere il cavaliere, forse non avrebbe tentato di fermarla, ma di certo avrebbe subito chiamato le forze dell’ordine e avrebbe raccontato tutto. E non avrebbe patteggiato ad un processo, innocente, per salvare la sua rivale. –
La Santi aveva la testa tra le mani ora. Ma Graziosi non poteva fermarsi.
– No, Signor Giudice. La persona che ha ucciso Binetti lo odiava, per colpa di quella donna che era entrata nella sua vita e per il danno che stava provocando alla sua famiglia, ma non è la ex moglie. E’ una persona che si è recata a casa della vittima di notte perché non voleva farsi scoprire, e perché sperava di riuscire ad incolpare la Santi, come poi è successo. E’ una persona che è stata fatta entrare in casa dalla vittima senza che sospettasse nulla. Ed è una persona che la Santi ha deciso di proteggere, anche a costo di pagare per un delitto che non ha commesso. Perché vede, Signor Giudice, nonostante tutto ciò che si è detto di lei dentro e fuori da quest’aula Giovanna Santi non è una persona senza cuore. Si era veramente affezionata ai figli del suo compagno. E non poteva lasciare che il più grande, un ragazzo ancora minorenne, finisse in carcere per l’omicidio del padre. –
A queste parole l’aula esplose di nuovo.
La moglie di Binetti guardò il figlio maggiore, che scoppiò a piangere in maniera irrefrenabile. Ziliani non riusciva a riportare la mandibola al suo posto.
La Santi aveva la testa chiusa nell’incavo delle braccia e continuava a scuotere la testa.
Di Capua fece un cenno di assenso e congratulazioni al suo capo, che però, ancora seduto a fianco del Giudice, non era affatto felice.
Quando la situazione tornò ad una calma almeno momentanea il Giudice chiese con delicatezza a Graziosi:
– Maresciallo, è sicuro di quello che dice? Voglio dire…stiamo parlando di un delitto grave… –
Graziosi annuì.
– Sì Signor Giudice. Una volta giunti a questa conclusione abbiamo fatto qualche riscontro. Il ragazzo è stato furbo, ha lasciato il cellulare a casa per non essere tracciato, e ha fatto un percorso per arrivare a casa del padre che evitasse le strade principali. Sfortunatamente per lui in questa città ci sono abbastanza telecamere di sorveglianza per averci permesso di individuarlo sul suo scooter all’orario giusto e nella direzione giusta. Il colpevole è lui e penso, da come vedo che ha reagito, che ve lo dirà spontaneamente. Credo che Giovanna Santi possa essere liberata subito. –
Il Giudice annuì e Graziosi si alzò.
Lasciò l’aula e si diresse al bagno a vomitare.

Quando uscì dal retro trovò la Rossa insieme a Di Capua che lo aspettavano.
– Io vado in caserma Marescià. Se ha bisogno di me sa dove trovarmi. – disse Di Capua salutando. Non c’era bisogno di parole tra i due uomini per capirsi.
La Rossa stava sorridendo.
Ma non era il sorriso malizioso, furbo, cinico di qualche giorno prima.
Era un sorriso aperto, con gli occhi che brillavano, le labbra che ogni tanto si increspavano nell’imbarazzo.
– Immagino che dovrei ringraziarti, Graziosi –
Il Maresciallo scosse la testa.
– Non c’è bisogno di ringraziarmi, mi creda –
– Ah certo – disse lei amara – Verità e Giustizia. Non l’avresti mai fatto per una come me. –
Graziosi non rispose.
– Sto andando a casa – disse la Rossa, mentre si mordeva le labbra e si torturava le mani con le unghie. – Vuoi venire con me? – chiese.
– Posso farla accompagnare da un mio collega, se ha bisogno di un passaggio – rispose Graziosi apparentemente impassibile.
La donna abbassò lo sguardo a terra e continuò a muovere nervosamente le mani. Poi dopo un tempo lunghissimo alzò di nuovo la testa.
Era seria ora, ma lo sguardo era rimasto dolce.
Si avvicinò a Graziosi e gli diede un leggero bacio sulle labbra.
Lui non reagì. Non la respinse, ma non fece nulla per attirarla a sé, e lei si staccò subito.
– Vedi Maresciallo – disse la Rossa con un tono di voce bassissimo, quasi un sussurro – Io sono così perché gli uomini che ho incontrato nella mia vita erano tutti come Binetti. Persone grette, interessate solo ai soldi e al potere, e io li ho sfruttati perché li disprezzavo. –
Si fermò un attimo, cercava le parole.
– Se avessi conosciuto altri come te, chissà, forse sarei una donna diversa. E forse tu ti saresti potuto interessare a me. –
Graziosi continuò a guardarla negli occhi, ma non disse nulla.
Lei fece un leggero sorriso, poi si voltò e andò via, i capelli rossi che ondeggiavano lentamente nella brezza di Roma.


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Il Gruppo Fotografico

Letture per le vacanze: racconto lungo.
Un giallo del Maresciallo Graziosi.

Quando Di Capua entrò nell’ufficio del suo capo, lo trovò chinato sulla scrivania, intento a guardare una macchinetta fotografica da tutte le parti, nel tentativo di riuscire a compiere una qualche operazione.
Il Maresciallo Graziosi si rigirava quell’oggetto di plastica nero tra le mani, toccando pulsanti, ruotando ghiere, e smadonnando a denti stretti, ma non fece cenno di aver visto il suo vice arrivare.
– Maresciallo, mi dispiace disturbarla, ma dobbiamo andare a Via Nazionale, è scomparsa una persona – disse Di Capua, sempre rimanendo sulla soglia.
Graziosi non diede segnali di aver udito, e continuò a guardare la macchinetta, appoggiando ora l’occhio al mirino, ora invece guardando dalla parte dell’obiettivo, ruotando contestualmente una ghiera con l’indice.
– Ziliani – disse Graziosi senza alzare gli occhi.
Occhi che invece partirono a Di Capua verso il cielo. Sapeva che Graziosi avrebbe detto così, e sapeva anche cosa avrebbe ribattuto lui.
– E’ Ziliani che ha chiesto il nostro aiuto – ribattè Di Capua.
Ziliani era un Carabiniere che eufemisticamente Graziosi non stimava, e che solo grazie ad una sequenza impressionante di calci in culo, nonostante le cazzate che aveva inanellato in venti anni di carriera, era riuscito a tornare a Roma e addirittura prendere in carico un distaccamento vicino a Piazza della Repubblica, o Piazza Esedra come la chiamano i romani.
Graziosi alzò un attimo lo sguardo, poi riprese a trastullarsi con la macchinetta.
Di Capua attese pazientemente un altro minuto, poi si avvicinò, ruotò la leva On/Off in posizione “On”, e la macchinetta si accese con un lieve sibilo.
Graziosi guardò con stupore il suo vice, poi mise l’occhio nel mirino, premette delicatamente il tasto per scattare la foto, e l’obiettivo con un leggero rumore ruotò a sinistra e destra per poi fermarsi.
– Ah, ecco perché non riuscivo a mettere a fuoco – commentò Graziosi mentre girava per la stanza con la macchinetta incollata all’occhio – e se alzi gli occhi al cielo ti mando sparato a fare le multe sull’Aurelia – disse a bruciapelo alzando lo sguardo sul suo vice, e bloccandogli all’istante la rotazione dei bulbi oculari.
– A mio nipote hanno regalato per la comunione questo oggetto, e mia sorella mi ha chiesto di darci un’occhiata e di spiegargli come funziona, e non ho avuto i coraggio di dirle che l’ultima macchinetta che ho comprato era una polaroid a colori di una trentina di anni fa… – continuò il Maresciallo mentre lo sguardo andava dal menù del piccolo monitor della macchinetta, al manuale di istruzioni.
– Maresciallo… – insistette Di Capua – Ziliani ci aspetta, credo che dovremmo andare… –
Graziosi posò la macchinetta e si raddrizzò.
– Senti Di Capua, per quanto mi riguarda, Ziliani può andare a farsi fottere. Ogni volta che lo incrocio, sono rogne, e ogni volta tenta di farsi bello alle mie spalle o di mettermi nella merda. Digli che sono morto, o gravemente ustionato, e che non posso neanche mettere il culo sul sedile della macchina. A Via Nazionale se vuoi ci vai tu, io non mi muovo neanche se me lo ordina il padreterno –

Per quanto sia noto che i fotoni viaggino alla ragguardevole velocità di trecentomila chilometri al secondo, la lingua di Graziosi fu più veloce dei segni disperati che Di Capua gli stava facendo con gli occhi e con le mani.
– Lasciamo stare Nostro Signore, che ha sicuramente cose più importanti di cui occuparsi, Graziosi – disse il Colonnello entrando nella stanza – lei a Via Nazionale ci andrà perché glie lo dico io. E per quanto io sia d’accordo che Ziliani è uno stronzo, lei ci andrà proprio per questo, perché altrimenti il suo esimio e raccomandatissimo collega farebbe fare una figura di merda a tutta l’Arma, e io invece voglio evitarlo –
Graziosi rimase ammutolito per qualche secondo, poi cercò di darsi un contegno ignorando la gaffe di poco prima.
– Ma, Colonnello, noi non siamo attrezzati per cercare persone scomparse, non abbiamo un team dedicato, le attrezzature tecniche, le competenze. E poi, mi scusi, di tutte le caserme di Roma, proprio a me deve toccare di andare a infognarmi con Ziliani? – tentò di protestare.
– Graziosi, non mi faccia incazzare. Ziliani ha tutto quello che serve, con tutte le persone che si perdono nel centro di Roma! Da lei mi aspetto buon senso, intelligenza e tenacia. Non le chiedo di portare i walkie-talkie. E poi – disse con un sorrisetto – se lei fosse meno bravo, non chiederebbero proprio di lei. Provi a risolvere meno casi, e magari la eviteranno come fanno con Ziliani. Ah, no. Giusto. In quel caso, io la caccio. Per cui vada e mi faccia una cortesia: faccia sembrare Ziliani una persona intelligente. –
Il Colonnello uscì dalla stanza, lasciando Graziosi intento a fissare Di Capua come se volesse bruciarlo vivo. Ed era proprio così.
Poi, rassegnato, senza dire una parola, uscì dal suo ufficio seguito dal suo Vice.

In macchina Graziosi continuava a giocherellare con la macchinetta fotografica di suo nipote, mentre Di Capua guidava in silenzio.
Arrivati a Porta Pia, il Maresciallo decise che aveva fatto pagare abbastanza al suo vice la figuraccia col Colonnello, e gli chiese:
– Come mai scompare una persona e si muove tutto il comando dell’Arma? –
– E’ la moglie del Capogruppo al Senato di quel partito, come si chiama, quello delle libertà… –
Graziosi si fermò un attimo, poi disse:
– Mi sa che non la cerco. A me quei quattro cialtroni mi stanno un po’ antipatici, e poi mio nonno era comunista –
Di Capua rise alla battuta.
– Marescià, non ci stanno più i comunisti; e lei tiene un senso del dovere grosso come un autobotte, per cui secondo me lei la cerca eccome, ‘sta signora –
– E mi sa che c’hai ragione, Di Capua – concluse mestamente Graziosi, rinunciando a capire qualcosa della macchinetta e guardando fuori dal finestrino per godersi lo spettacolo della fontana dell’Esedra controluce.

Di Capua parcheggiò proprio davanti al Palazzo delle Esposizioni, una monumentale struttura bianca a metà di Via Nazionale, che ospita mostre, presentazioni, eventi, film, e in generale funziona da polo culturale per la zona intorno al Quirinale, insieme alle Scuderie Papali, orientate principalmente a esibizioni di arte figurativa classica.
I due scesero dall’auto, e alzarono istintivamente lo sguardo verso la scalinata che portava all’ingresso, dove due enormi fotografie di donne statuarie, e per di più nude, annunciavano la mostra di un noto fotografo tedesco, famoso per le sue modelle dalle gambe chilometriche.
In mezzo alle fotografie, impettito nella divisa di ordinanza che Graziani rifuggiva più della pistola, stava Ziliani, cappello in mano e sorriso falso, anch’esso di ordinanza.
Quando gli fu a portata, tese la mano verso Graziosi, che la strinse senza convinzione.
– Grazie di essere venuto, caro collega –
Collega un cazzo, pensò Graziosi, ma ricordò il simpatico discorsetto del Colonnello e si trattenne.
– Di niente – disse Graziosi stringendogli la mano controvoglia – Mi puoi riassumere la situazione? –
– E’ scomparsa una donna. Da un’ora. Non ha con sé la borsetta con cellulari e documenti, non soffre di perdite di memoria, non ha l’Alzheimer o demenza senile, non ha litigato col marito, né con le persone con cui si trovava e che abbiamo trattenuto. Insomma ha detto che andava al bagno e ora non si trova più –
Graziosi rifletté un attimo.
– E non è strano che una persona scompaia e dopo pochi minuti viene già allertata l’Arma? Nella mia esperienza di solito la famiglia aspetta ore prima di rivolgersi a noi –
– In questo caso c’è stata una concomitanza di eventi. La suocera, la madre del Senatore Leonori, si è sentita male, e il Senatore ha cercato di mettersi in contatto con la moglie, ma i cellulari squillavano senza risposta. Poi finalmente una persona gli ha risposto, e ha detto che la signora era al bagno da dieci minuti. L’hanno cercata dappertutto, ma non l’hanno trovata. Si sono allarmati, e hanno richiamato il marito, il quale ha subito chiamato noi. E poi te, certo, attraverso il Colonnello – sorrise Ziliani.
La sua voleva essere una vaga insinuazione, ma alle orecchie di Graziosi suonò chiaramente quella che era: un insulto; voleva sottolineare che se non fosse stato per il Colonnello, lui non avrebbe mai partecipato ad un’indagine così prestigiosa.
Ma Graziosi non diede segno di aver percepito. A lui non importava nulla del prestigio, dei riconoscimenti personali, il suo unico interesse era di capire: capire le persone, capire le cose che gli succedevano intorno, capire come migliorare l’ambiente in cui viveva rimuovendo gli elementi di disturbo.
Si considerava uno che risolveva problemi, come quel famoso personaggio di un film americano, solo che lui lo faceva seguendo la legge.
E del prestigio o meno di un’indagine non sapeva che farsene.
– Va bene, andiamo, non perdiamo tempo. – rispose.
Ziliani fece strada, e condusse i due attraverso la libreria del Museo, alla quale si accedeva, oltre che dalle sale, dall’esterno, per un’entrata laterale del Palazzo situata vicino alla cassa.
Alla parte opposta della libreria c’era in realtà un’altra uscita, che però non conduceva all’esterno ma alla caffetteria, un locale lungo e disadorno con tavoli di plastica bianca e sedie anonime.
Alla fine di quel locale una porta si apriva in un piccolo cortile esterno – altri tavoli, di metallo grigio stavolta – circondato dalle mura di altri edifici e da qualche albero.
La sensazione di poter godere del fresco in un giardino segreto al centro di Roma era a dire il vero magnifica.
Sedute a due tavoli quadrati affiancati sei persone, due uomini e quattro donne, con l’aria imbarazzata e a disagio.
Sui tavoli un gran numero di macchinette fotografiche, obiettivi, borse e altre attrezzature.
Graziosi guardò con fare interrogativo Ziliani il quale gli spiegò sbuffando:
– E’ un gruppo di appassionati di fotografia, di cui la signora scomparsa fa parte. Per questo ci sono tutte quelle macchinette –

Il Maresciallo si trovò di fronte a sei paia di occhi che lo fissavano con stupore, e anche se era abituato al nervosismo dei testimoni gli sembrò che fossero un po’ troppo colpiti, poi capì: avevano visto la macchinetta fotografica del nipote, che teneva ancora in mano.
Graziosi infatti, distratto dell’indagine, aveva piazzato un pollice proprio sul vetro dell’obiettivo, e i sei fotografi avevano provato un brivido collettivo al pensiero del lavoraccio da fare per rimuovere dalla delicata superficie il grasso naturale della pelle.

Ignaro della sua figuraccia Graziosi si guardò intorno.
A parte i sei, e i Carabinieri intenti alla rilevazione degli elementi di indagine, la piccola zona all’aperto del bar era vuota.
Era uno spazio abbastanza angusto ma piacevole, pochi tavolini compressi tra un lato del Palazzo e alcuni edifici storici del centro di Roma. Il cielo si poteva vedere, ma era un ambiente poco luminoso per via dei muri alti almeno trenta metri.
Sopra le loro teste, al secondo piano del Palazzo delle Esposizioni, delle impalcature metalliche nuovissime segnalavano dei lavori in corso: a differenza di qualsiasi altra zona di Roma, le norme per i lavori edili al centro erano severissime e rispettate a causa delle frequenti ispezioni.
Graziosi fece un giro per farsi un’idea del luogo, poi si sedette al tavolo dove attendevano silenziosi i sei testimoni.
Nessuno parlò, erano chiaramente a disagio e un po’ spaventati per essersi improvvisamente trovati in quella situazione.
Un piacevole pomeriggio di chiacchiere e foto si era trasformato in un incubo, con Carabinieri dappertutto e una loro amica scomparsa.
Graziosi li guardò per qualche secondo.
Sembravano tutte persone perbene, nessun ragazzino nel gruppo, erano uomini e donne adulti, o anche più che adulti, che condividevano evidentemente una passione. Erano vestiti in maniera non formale, come si addice a dei fotografi, ma comunque di buon gusto.
Rinunciò in ogni caso a farsi un’idea troppo definita dalla prima impressione; aveva imparato in tanti anni di lavoro che spesso anche le persone più innocenti di questo mondo possono custodire segreti inconfessabili e se messe sotto pressione sono capaci dei delitti più efferati.
In questo caso tuttavia la situazione sembrava più semplice: la donna era scomparsa, e loro erano dei testimoni. Una volta sentite le loro versioni, erano sostanzialmente inutili, e potevano essere rimandati a casa.
– Qualcuno mi sa dire come faccio a rivedere le foto scattate con questa macchinetta? – chiese Graziosi a bruciapelo.
I sei spalancarono gli occhi.
Probabilmente anche un bambino di sei anni saprebbe come rivedere le foto su una digitale, ma andava considerato che il Maresciallo Graziosi per certi aspetti era ancora un uomo dell’ottocento: niente smartphone, niente computer, niente macchinetta digitale, niente tv satellitare.
Si crogiolava in questo snobismo antitecnologico, e per dirla tutta era convinto che ogni essere umano venga dotato di un certo numero di neuroni e a lui servivano per le indagini, non li poteva certo sprecare per altre cose.
Uno dei due uomini, quello più vicino a lui, che aveva una macchinetta della stessa marca giapponese, prese dalle mani di Graziosi l’apparecchio, lo accese e poi spinse un tastino con una piccola freccia.
– Ecco, in questo modo compaiono le foto scattate, e muovendo questa ghiera può andare avanti e indietro – disse paziente.
Le foto che comparvero erano tutte sfocate e per lo più storte, tranne una in cui Graziosi si ritrovò magicamente a fuoco, con il naso enorme e gli occhi incrociati; stava evidentemente cercando di capire come far funzionare quell’oggetto e aveva inavvertitamente scattato una foto.
Il Maresciallo si vergognò un po’, ma ringraziò educatamente. Poi si ricompose e si rivolse al gruppo.
– Qualcuno mi vuole raccontare cosa è successo? –
Uno dei due uomini, un tizio sulla cinquantina con dei baffi folti e spioventi, che si qualificò come Aristide Melchiorri aggrottò la fronte, poi rispose in maniera sgarbata:
– L’abbiamo già detto al suo collega – e indicò Ziliani – che ha anche preso appunti. Vorremmo andare a casa, che senso ha raccontare la stessa storia a tutti quelli che arrivano? e poi non ci fanno neanche avvertire a casa, ci hanno sequestrato i cellulari –
Graziosi arrossì leggermente dalla rabbia, ma si contenne.
Guardò Ziliani, che si godeva la scena.
Non gli aveva detto che ai sei erano stati sequestrati i telefoni, né che avesse già appunti delle deposizioni.
Li avrebbe interrogati lo stesso, ma avrebbe tenuto conto dello stato d’animo.
– Abbia pazienza – rispose Graziosi conciliante – sono stato appena chiamato a coordinare questa indagine, e anche se il collega ha già raccolto dei dati ho bisogno di farmi un’impressione di prima mano. Per quanto riguarda i cellulari, appena terminata questa chiacchierata, vi saranno restituiti. Adesso, posso avere un vostro resoconto dell’accaduto? –
– Non c’è molto da dire – intervenne una ragazza un po’ più giovane degli altri – eravamo qua a chiacchierare. Sabrina ha detto che sarebbe andata a cercare un bagno ed è entrata nel bar. Forse non ci saremmo neanche accorti che mancava da molto se il telefono non avesse iniziato a squillare insistentemente. Alla fine abbiamo risposto, era il marito in preda al panico, aveva bisogno di parlare alla moglie. Sono andata io a cercarla mentre ero ancora al telefono con lui. In bagno non c’era, allora ho detto che lo avrei richiamato, ho attaccato e insieme agli altri abbiamo guardato ovunque, ma niente. Per cui abbiamo richiamato il marito, che è un politico importante e ha detto che si sarebbe subito attivato per cercarla. Noi siamo rimasti qui, non sapevamo che fare, ma neanche dieci minuti dopo è arrivato il vostro collega – indicò Ziliani – che ci ha subito ordinato di non muoverci e ci ha preso i cellulari. –
Graziosi rimase pensoso per qualche secondo. Si scambiò un paio di occhiate interrogative con Di Capua, che interpretò i suoi dubbi e intervenne:
– Lei mi sta dicendo che il marito non ha neanche voluto attendere qualche minuto, fare una telefonata a casa, verificare gli ospedali, e ha subito allertato i Carabinieri? – chiese Di Capua alla ragazza.
– Ecco! Lo dicevo, io, che mi sembrava strano! – intervenne una signora di mezza età, agitata – ma ti pare che una si assenta per qualche minuto, e subito devi chiamare i Carabinieri? Senza offesa, eh!? – disse rivolta a Di Capua che aveva istintivamente alzato gli occhi al cielo – magari ha incontrato qualcuno che conosce, oppure si è ricordata una cosa improvvisa, o ha avuto un malore, che ne so!? tutto questo casino per che cosa? e noi qua, sequestrati senza neanche poter chiamare a casa! –
A queste parole, tutti e sei intervennero, le voci che si accavallavano, nel tentativo di chiarire che loro, di stare lì, proprio non ne potevano più.
– Calmi, signori, state calmi – disse Graziosi cercando di tranquillizzarli – Vi ho detto che tra poco vi lasceremo andare. Ma vi faccio notare che la signora manca apparentemente da quasi due ore e non si hanno più sue notizie, quindi il marito tutto sommato aveva ragione di preoccuparsi. La verifica degli ospedali sono sicuro che l’ha già fatta il collega qui presente, vero Ziliani? – chiese a bruciapelo.
Ziliani diventò rosso, e Graziosi ebbe un fremito di piacere. Poi si ricordò che il Colonnello si era raccomandato di non far fare una brutta figura all’Arma, e fece un cenno a Di Capua.
– Fatti dare dal collega la lista degli ospedali contattati e vedi se ti viene in mente qualche altra idea –
Il suo vice capì al volo, e preso Ziliani sotto un braccio entrò nell’edificio per fare rapidamente l’operazione di verifica che il loro collega aveva colpevolmente trascurato.
Non che Graziosi si aspettasse nulla: l’aveva fatto più per dare una stoccata a Ziliani che con la speranza di ottenere qualche risultato.
Tranne rari casi di perdita di memoria o di persone ai margini della società era praticamente impossibile che una persona venisse trasportata in ospedale senza che la sua identità fosse identificata rapidamente. A quest’ora se la signora fosse stata in ospedale qualcuno avrebbe già avvisato il marito.
Graziosi fece un cenno ad un Carabiniere, che si avvicinò.
– Per favore, ridai i cellulari a questi signori e permettigli di fare una telefonata. Segnati i numeri se non lo hai già fatto, in modo che in caso di necessità possiamo tracciare queste telefonate. Vi dò cinque minuti per avvisare le vostre famiglie – disse rivolto ai sei – poi vi chiedo di pazientare e di riconsegnare i telefoni al collega qui presente. Ma vi garantisco che andrete a casa a breve. Ah! un’altra cosa, dovrete consegnare anche le vostre macchinette fotografiche, potrebbero servirci le foto scattate qui dentro –
I sei protestarono vivacemente, evidentemente le loro macchinette erano molto più importanti dei cellulari.
Mentre la cacofonia saliva, una dei sei, una gentile signora dall’apparente età di cinquantacinque anni, mise una mano sul braccio di Graziosi in maniera molto materna e gli disse:
– Non c’è bisogno che prendiate le macchinette, basta che vi consegniamo le schede su cui sono salvate le foto e le macchinette ce le potete lasciare. Sa, un paio di noi ci lavorano con la fotografia, niente di che, qualche servizio, matrimoni e insomma, le macchinette ci servono. –
Graziosi arrossì di nuovo. La sua ignoranza nel campo era abissale.
– E queste schede le posso mettere nella mia macchinetta per guardare le foto? – chiese.
La signora rise di cuore.
– Non tutte – spiegò – lei ha una Nikon, ma altri hanno delle Canon, e i file non sono completamente compatibili. Poi, su quello schermino, non si vede gran che. Io poi che sono presbite, non riesco neanche a capire se sono a fuoco. Le consiglio di installare un software di postprocessing fotografico sul suo PC e di guardare le foto su uno schermo grande. E poi così le può anche catalogare, modificare…insomma lavorare – concluse con un sorriso.
In certi momenti più di altri Graziosi apprezzava il fatto di aver scelto Di Capua come suo vice. Se non altro perché lo tirava sempre fuori dalle secche nel momento giusto.
Era appena rientrato e si accorse che il suo capo non aveva capito gran che.
– Certo, il software ce lo abbiamo installato in ufficio – intervenne – prendiamo solo le schede SD e ve le riconsegneremo dopo averle copiate sull’hard disk – concluse con un sorriso, ignorando lo sguardo di Graziosi, colpito da tanta sapienza.
Il Maresciallo prese per un gomito Di Capua e lo portò in un angolo, e gli chiese sottovoce:
– Gli ospedali? –
– Niente, ho sentito quelli qua vicino, comprese un paio di cliniche private, e Ziliani ha dato disposizione a uno dei suoi di continuare anche allargando il raggio d’azione, ma secondo me…-
– Lo so – lo interruppe Graziosi – è solo un tentativo –
– Come procediamo? interroghiamo separatamente i sei? – chiese Di Capua.
– Non so, mi sembra una perdita di tempo. Se erano tutti insieme confermeranno la versione della loro amica. Magari nei prossimi giorni, se dovessimo sospettare un rapimento, cosa che al momento non possiamo escludere. Piuttosto, hai sentito il ragazzo del bar? –
– Sì, mentre Ziliani telefonava gli ho fatto qualche domanda. Ha detto che la signora gli ha chiesto dove si trovava il bagno, e lui glie l’ha indicato. Poi non ricorda di averla più vista, quindi coincide con la versione dei fotografi –
– Già – disse Graziosi sovrappensiero. Si vedeva che stava ragionando, ma evidentemente le sue idee non portavano da nessuna parte, perché alla fine disse:
– Facciamoci un giro, vediamo dov’è questo bagno –
Si incamminarono attraverso il bar, dove Ziliani stava discutendo con un suo sottoposto, lo salutarono con un cenno e usciti nella libreria girarono a destra, passando attraverso degli scaffali stretti, fino ad arrivare ad un piccolo slargo da dove, ancora a destra, si entrava attraverso dei metal detector nella zona museale. Proprio lì, a sinistra, c’erano i bagni.
I due entrarono in quello delle signore e per scrupolo anche in quello degli uomini, attenti a non toccare niente, ma non notarono nulla che attirasse la loro attenzione.
Usciti dal bagno proseguirono per il corridoio, invece di tornare indietro, e verificarono che da quella parte era possibile solo accedere ad un’uscita secondaria, con le porte di sicurezza che si aprivano solo verso l’esterno. Di questo ne furono certi, perché una volta usciti non riuscirono a rientrare, e furono costretti a tornare indietro verso l’ingresso principale.
Si ritrovarono infine di nuovo nel piccolo spazio all’aperto, senza grandi idee su come proseguire.
Avrebbero lasciato che Ziliani e la sua squadra procedessero con le attività standard per i casi di scomparsa di persona, che però – come sapevano – solo nel dieci per cento dei casi portavano risultati concreti.
E qui purtroppo c’era anche da gestire un marito ingombrante, il che non avrebbe né facilitato le ricerche, né tanto meno la gestione politica dell’indagine.
Graziosi era assorto in questi pensieri, quando improvvisamente il quadro che si delineava davanti a lui gli sembrò incoerente. Sfocato, avrebbero detto i fotografi.
C’era qualcosa che non andava, il suo istinto glie lo stava suggerendo a livello inconscio, ma non riusciva ad afferrare l’elemento chiave.
Toccò il gomito a Di Capua, e gli sussurrò per non farsi sentire:
– Non ti sembra che ci sia qualcosa di strano in questa situazione. La storia di questa tizia che va al bagno e scompare, e non si trova più da nessuna parte…cosa c’è che non va, secondo te? –
Di Capua stette in silenzio qualche secondo, poi cominciò a ragionare a voce alta.
– Non lo so Marescià, effettivamente tutto è troppo tranquillo; una prende e scompare così…però a volte succede, sa? Magari noi pensiamo chissà a quale evento e questa semplicemente se ne è andata con un amante, oppure ha cambiato vita perché non sopportava più il marito…guardi che di cose così ne… –
– La borsetta! – esclamò Graziosi interrompendo il suo vice – Ha lasciato tutto. La macchinetta, la borsetta, i cellulari, il giacchino, tutto. Ma una donna che va in bagno, non lascia MAI la sua borsetta. –
Anche Di Capua si fermò a considerare l’ipotesi.
– Effettivamente…se doveva andare in bagno… –
– Ma certo! – disse Graziosi che aveva presso il suo solito abbrivio – questo esclude sicuramente che la signora dovesse veramente andare in bagno, ma anche che possa aver avuto un malore o una perdita di memoria. No, guarda, l’istinto mi dice che è così: lei si è alzata perché doveva fare qualcosa, e nella frenesia non ha preso la borsetta. Se fosse andata al bagno, sarebbe venuta a prenderla. Se si fosse sentita male, avrebbe avuto dei sintomi prima. No, io non credo che la troveremo a vagare per la città senza memoria. E’ da qualche parte, dove lei o qualcun altro vuole che sia. E la cosa a questo punto mi preoccupa –

Di Capua afferrò al volo il filo del ragionamento del suo capo.
– Eccerto, Marescià! Se ha lasciato la borsetta è evidente che non voleva andare al bagno. E però ha detto a tutti che andava lì, pure al barista. Quindi aveva qualcosa da fare qui, e non voleva che nessuno lo sapesse –
– Esatto – concluse Graziosi – oppure qualcuno da incontrare e se riusciamo a capire questo abbiamo qualche elemento per trovare la signora –
Mentre i due proseguivano la loro discussione eccitati dall’aver trovato un indizio, si avvicinò Ziliani.
– Ora che si fa, Graziosi? Il marito sta per arrivare, ha appena chiamato e noi non abbiamo uno straccio di idea. Come intendi procedere? – disse con un sorriso.
In fondo Graziosi lo sapeva che sarebbe successo: Ziliani avrebbe cercato di scaricare su di lui un eventuale fallimento, pronto a prendersi il merito di un possibile successo; e ora che i guai erano in arrivo scaricava rapidamente la patata bollente.
– Vedrai che qualche idea ci verrà, stai tranquillo. Quando il marito arriva mandalo pure da me, non ti preoccupare. Nel frattempo mandiamo a casa questi signori. –
Non fece in tempo a raccogliere le proteste di Ziliani, perché Di Capua gli fece segno di avvicinarsi dalla porta del bar.
Graziosi si scusò e raggiunse il suo vice, che gli parlò all’orecchio.
– Marescià, tra la libreria e l’uscita c’è una porta di servizio. Ho provato ad aprirla e non è chiusa a chiave. Forse c’è un’altra uscita –
– Bravo Di Capua! sarai del Napoli, ma sei forte! – scherzò il maresciallo – Andiamo a vedere –
I due si incamminarono verso l’uscita del bar e fermarono un addetto che era rimasto nel negozio.
– La porta qui dietro – disse Graziosi indicando una parete – conduce verso qualche uscita? Chi la usa? –
– No, da quella parte non ci sono uscite. Di solito è chiusa a chiave perché non è a norma, ma dato che ai piani superiori non si può accedere dalle scale per via dei lavori agli uffici, la usiamo in questo periodo per andare nell’archivio della libreria se ci servono faldoni, fatture, o altra documentazione amministrativa. –
I due ringraziarono e si avviarono lentamente verso la porta.
– Prima di entrare, ragioniamo. Non conduce a nessuna uscita, non è custodita, l’addetto non la vede dalla sua postazione. Il posto perfetto per nascondersi o per un incontro furtivo. –
Di Capua annuì, poi disse:
– Marescià, non mi piace ‘stu fatto. Se non poteva uscire, perché non è ancora tornata? –
Graziosi non disse niente, aveva avuto anche lui la stessa, bruttissima, sensazione. Guardò il suo vice, poi aprì la porta.
Dopo un breve corridoio delle scale interne conducevano ad un’altra porta, che si apriva in un ufficio vuoto. Poche stanze ricavate da uno spazio nell’area espositiva, da cui erano separate probabilmente solo da un tramezzo.
La porta principale era chiusa, come gli aveva detto l’impiegato.
Perlustrarono le stanze ma non videro nulla di strano.
Nella stanza che si affacciava sull’esterno del bar la polvere e il gesso coprivano i teli di plastica messi a protezione dei mobili.
La porta-finestra era aperta.
I due si guardarono, poi uscirono fuori.
Quel lato del palazzo era coperto dalle impalcature metalliche, disposte ad angolo acuto verso l’alto per evitare che i calcinacci cadessero sulle persone che consumavano al bar.
Appena due metri a sinistra, appoggiata su una delle impalcature, gli occhi aperti verso il cielo e le braccia spalancate come un cristo piangente, la donna che stavano cercando giaceva morta.
Graziosi si accovacciò per esserne sicuro tastando il polso e sentendo il cuore, poi si rialzò.
– Torniamo giù. Dobbiamo avvertire la scientifica e prendere a calci in culo Ziliani –

Graziosi era nero quando incontrò di nuovo Ziliani nel locale bar.
Il suo omologo stava dando indicazioni ai suoi per far partire una ricerca in grande stile, e per darsi un tono urlava ordini secchi neanche fosse stato un Feldmaresciallo tedesco.
Il Maresciallo si avvicinò e con fare mellifluo chiese:
– Che fai Ziliani, dai inizio alla grande caccia all’uomo? –
L’altro percepì il pericolo nelle parole di Graziosi e rispose cauto:
– Certo. Se vogliamo avere qualche speranza di risolvere il caso rapidamente dobbiamo setacciare tutto il centro. Ho fatto già predisporre copie della foto della signora, e interrogheremo tutti quelli che ragionevolmente possono averla vista. Poi passeremo anche agli annunci e alle conferenze stampa. Se non dovessimo avere risultati in tempi brevi, dio non voglia, faremo un passaggio anche a “Chi l’ha visto”. È la prassi –
– Perché qui, siamo sicuri, la signora…come si chiama, Leonori mi pare no!? non c’è, giusto? –
– Graziosi, che cazzo vuoi? Non capisco, che dici? Certo che non c’è, abbiamo cercato dappertutto. –
– In tutto il palazzo? – chiese Graziosi con la voce che saliva di tono.
Ziliani lo guardò torvo.
– Che intendi dire? Certo, in tutto il palazzo. Cioè qui a piano terra. Perché le esposizioni ai piani superiori sono chiuse per i lavori, e non c’è modo di salire. Inoltre c’è un circuito televisivo e il custode ha riguardato le immagini. Nessuno è salito o sceso dai piani superiori. E l’unico punto non coperto dalle telecamere è la zona bar, con l’uscita che ha preso di sicuro la Leonori –
– Benissimo, sono contento che tu abbia fatto il tuo lavoro scrupolosamente. Quindi il cadavere che io e Di Capua abbiamo appena trovato al piano di sopra, sai quel piano al quale era impossibile accedere? sì proprio quello, ecco si vede che è di qualcun altro. Certo…strano. Era vestita proprio come la signora Leonori, e le somigliava proprio, ma se tu mi dici che non può essere salita, chi sono io per contestare le tue affermazioni? –
Ziliani era diventato pallido, e sembrava sull’orlo di un colpo apoplettico.
– Come? Dove…-
– La porticina – disse spietato Di Capua, che era di poche parole ma caustiche.
– Ma è chiusa, l’ho chiesto al custode…-
– E non hai provato ad aprirla. Né a chiedere a qualcun altro – chiese impietoso Graziosi.
Ziliani non rispose, e Graziosi si allontanò, seguito dal suo vice.
– Aspetta, che fai ora? – Ziliani era disorientato.
Graziosi si voltò, e disse sprezzante:
– Vado a vedere la reazione dei suoi amici. Ah, se nel frattempo dovesse arrivare il marito fammi un favore, non gli dire niente. Questo è un caso di omicidio ora, e credo sia meglio che se ne occupi chi ha qualche competenza, cioè noi – detto ciò si avviò verso l’esterno del bar.
– Minchia Marescià, ma voi a quello lo odiate proprio – disse Di Capua.
– No Di Capua, io non odio nessuno. Ma uno così non ci dovrebbe proprio diventare Carabiniere, e men che mai capo di una stazione. Anche se non la porto mai, io ci tengo a questa divisa, e mi mette di malumore ogni volta che incontro qualcuno che non la merita –
Si fermò quindi davanti al tavolo, dove erano ancora seduti i sei amici, che smisero di parlare all’arrivo di Graziosi.
Il Maresciallo sorrise, poi disse:
– Ho una bella e una brutta notizia per voi. La bella notizia è che potete tornare a casa. Vi saranno restituiti i vostri cellulari e le macchinette senza le schede – attese un attimo guardando la reazione di sollievo dei sei, poi continuò – La brutta è che abbiamo trovato la vostra amica –
La signora che lo aveva aiutato prima si sedette, una mano sulla bocca, presagendo qualcosa di brutto; gli altri si zittirono completamente, finché uno dei due uomini, quello che non aveva parlato finora, chiese:
– E come sta? Dov’era finita? –
– Era qua vicino. E non sta tanto bene. In effetti, è morta –
Graziosi sapeva che i primissimi istanti dopo uno shock erano quelli in cui anche il bugiardo più allenato rivelava qualcosa dei suoi pensieri, e le persone normali di contro non riuscivano a trattenersi dall’esternare i propri sentimenti. Osservò pertanto con attenzione insieme a Di Capua le reazioni alla notizia.
La donna più anziana mise di nuovo la mano davanti alla bocca e iniziò a piangere.
Gli altri, chi più o chi meno, manifestarono espressioni di shock, e per lo più iniziarono a parlare tutti insieme, chiedendo tutti le stesse cose: “Come è successo? Come è possibile? Ma chi? Come? Quando?”
Graziosi alzò una mano per zittirli, e quando i sei ripresero il controllo si sedette vicino a loro per cercare di tranquillizzarli.
– Ora non è il momento di rispondere a queste domande, anche perché, non ve lo nascondo, di grandi risposte non ne abbiamo neanche noi. Vi chiediamo quindi di andare a casa, di non lasciare la città nei prossimi giorni, e di tenervi pronti a sostenere un interrogatorio in caserma quanto prima. In linea di massima non avrete bisogno di un avvocato, sarete convocati come testimoni, ma trattandosi di un caso di omicidio potreste ritenere di volerne convocare uno. E’ un vostro diritto, e non vi sarà negato. –
Si alzò e concluse.
– Per il momento potete andare –
I sei fotografi ripresero le loro cose, le macchinette che nel frattempo gli erano state restituite, le borse, e andarono via in silenzio a capo chino.
Quando furono usciti, Ziliani arrivò, scuro in viso, e affrontò di petto Graziosi.
– Non ho capito – attaccò – qui c’è stato un omicidio, e tu lasci andare sei potenziali sospettati o comunque testimoni oculari così! Senza neanche interrogarli? –
Graziosi sbirciò Di Capua: già con gli occhi proiettati al soffitto rispose al posto del suo capo, che si limitò a fissare Ziliani con le palpebre a mezz’asta, indice di insofferente disprezzo.
– L’omicidio c’è stato ormai ore fa, e finora lo abbiamo trattato come una sparizione. Non abbiamo perimetrato il luogo, disposto intercettazioni, effettuato perquisizioni personali – Di Capua sottolineò la parola “abbiamo” per far capire che in realtà si riferiva a Ziliani – A quest’ora se qualcuno voleva nascondere o annacquare delle prove ha avuto tutto il tempo. Meglio lasciarli andare tranquilli. Nel frattempo abbiamo già fatto mettere i loro telefoni sotto controllo, per questo glie li abbiamo restituiti, e visti i loro profili non pensiamo vadano da nessuna parte. Preferiamo seguirli da lontano, piuttosto che spaventarli. Di solito così funziona meglio – concluse con un sorrisetto ironico.
Ziliani avvampò.
– Va bene, ma prendo nota che la responsabilità della decisione è vostra. Se tra quei sei ci fosse l’assassino e voi lo aveste fatto scappare, sarà meglio che…-
-…che la prossima volta dai un’occhiata in giro – lo interruppe Graziosi – Ora noi ce ne andiamo in ufficio a lavorare sul caso; se abbiamo novità ti chiamiamo. Fai bloccare il perimetro dell’edificio e appena Desiati arriva fammi inviare i primi risultati – concluse.
– Non aspettate il medico legale? – chiese stupito Ziliani.
– No – disse Graziosi – al momento non ci interessa tanto sapere come è stata uccisa la donna, quanto capire perché si trovava lì, come ci è arrivata, chi l’aspettava. Cose così – terminò avviandosi seguito dal suo vice.
Non fece in tempo ad uscire sulla scalinata bianca che dà su Via Nazionale, che una macchina blu con il lampeggiatore e la sirena spiegata si fermò con uno stridio insopportabile di freni davanti all’ingresso.
Un uomo alto e corpulento ne uscì, e iniziò a correre su per i gradini a due a due, vanamente inseguito da due guardie del corpo.
Di Capua guardò il suo capo e disse:
– Marescià, preparate i popcorn, sta per iniziare lo spettacolo –
Graziosi fece un sospiro rassegnato, poi andò incontro all’uomo e lo bloccò prima che potesse varcare la soglia del museo.
L’uomo, non riconoscendo in lui un rappresentante delle forze dell’ordine, lo guardò con rabbia, e le guardie del corpo fecero per intervenire, per cui Graziosi ritenne opportuno qualificarsi.
– Maresciallo Graziosi, caserma Nomentano. Il museo è inaccessibile al momento, è in corso un’indagine – disse facendo finta di non capire chi fosse l’uomo che aveva bloccato.
– Lei forse non sa chi ha appena fermato. Sono il Senatore Leonori, e mia moglie è scomparsa, e spero che abbiate delle informazioni per me, o quanto è vero iddio vi faccio trasferire tutti a Caserta –
Di Capua all’idea di avvicinarsi a casa fece un mezzo sorrisetto, spento sul nascere dall’occhiata bruciante che gli riservò Graziosi.
– Senatore, la prego di non entrare – disse in tono conciliante Graziosi lasciandogli il braccio – abbiamo delle novità, ma preferirei parlarne in privato, e magari davanti ad un caffè.
Così dicendo guidò il Senatore di nuovo dentro il museo e lo fece accomodare su una sedia, mentre ordinava un caffè.
Quando il politico fu più calmo, decise di dargli la notizia:
– Abbiamo ritrovato sua moglie, ma mi duole doverle comunicare che l’abbiamo trovata ormai morta. Pensiamo sia stata uccisa. A breve il medico legale ci darà conferma, ma non credo ci siano dubbi. Pertanto ora l’indagine è diventata di omicidio, e siamo noi a condurla –

L’uomo rimase di sasso; il caffè in mano, la bocca aperta, gli occhi spalancati. Non mosse un muscolo per un tempo lunghissimo, poi posò la tazzina lentamente, e senza dire una parola prese il cellulare dal taschino.
Cercò un contatto, poi lo portò all’orecchio:
– Sì sono io. Devi venire subito a Via Nazionale. Certo. No, vieni solo. Mentre vieni, chiama il tuo amico all’Agenzia, sì quello che sta alla redazione politica, digli che farò una dichiarazione a breve. Vieni qui e poi ti spiego – attaccò.
Graziosi e Di Capua guardarono l’uomo con un certo disgusto, perché anche in quel momento la prima cosa a cui aveva pensato era di chiamare un collaboratore per gestire i rapporti con la stampa, ma lui non sembrò accorgersene. Forse ci era abituato, al disgusto che causava.
Il Senatore Leonori si alzò, poi chiese con fare sgarbato:
– Dov’è mia moglie? Voglio vederla –
Graziosi lo fissò negli occhi. Voleva stabilire l’autorità il prima possibile, perché sapeva che con il Senatore tra i piedi l’indagine sarebbe stata difficile e se avesse ceduto in quel momento non avrebbe più ripreso in mano le redini.
– Mi spiace, non è possibile – disse con cortesia, ma con fermezza – Intanto perché non è un bello spettacolo, poi perché c’è un’indagine per omicidio in corso e finché non arriva il medico legale non possiamo toccare nulla e nessuno può avvicinarsi al cadavere – concluse in tono conciliante, sperando che l’uomo capisse.
Ovviamente non capì. Era troppo abituato a comandare e a sentirsi osannato da portaborse, lacchè e questuanti per afferrare il senso della realtà.
– Forse non ci siamo capiti, Capitano – disse.
– Maresciallo – precisò Graziosi.
– Maresciallo, allora. Io sono un Parlamentare della Repubblica, e se le chiedo di vedere il cadavere di MIA moglie, lei me lo farà vedere, e anche subito. Ci siamo capiti? Oppure dovrò chiamare immediatamente il Capo Di Stato Maggiore dell’Esercito e farle capire l’antifona. –
In questi momenti Graziosi ringraziava iddio, o chi per esso, per il mestiere che faceva, per la legge, la democrazia, e un po’ anche per Di Capua; perché mentre lui guardava fisso con aria di sfida il Signor Parlamentare, fu Di Capua a parlare:
– Lei è un sospettato e in quanto tale non può avvicinarsi alla scena del delitto. E’ la regola, e non la può cambiare neanche il Presidente della Repubblica – disse secco.
L’uomo diventò rosso, gli si gonfiò il collo, e Graziosi fece istantaneamente un mezzo passo indietro per paura che esplodesse e gli sporcasse la camicia di sangue. Ma ovviamente non successe.
– Voi…voi… – faceva fatica a parlare – come osate sospettare di me? Io sono un Senatore, una persona perbene, e in più ero a cento chilometri di distanza quando mia moglie è scomparsa, come potrei essere stato io? –
– Senatore – riprese Graziosi – noi non stiamo dicendo che sia stato lei. Le stiamo dicendo che in un caso come questo i coniugi sono i primi su cui si focalizzano le indagini per cercare di capire se ci siano stati dissapori, problemi di soldi, e così via. Quindi non ci sembra il caso che lei lasci tracce sulla la scena del delitto, tutto qua – cercò di dare un tono conciliante alla brutta notizia – Però le assicuro che non appena saranno completate le prime indagini e l’esame autoptico lei sarà il primo, e se lo desidera l’unico, a vedere sua moglie –
L’uomo impallidì a queste parole, e apparve per la prima volta invecchiato. O forse semplicemente dimostrava la sua vera età, senza tentare di mascherarla con un giovanilismo un po’ ridicolo.
– Volete dire che le faranno l’autopsia? che la taglieranno a pezzi? –
Ancora una volta fu Di Capua a venire in soccorso del suo capo.
– Non la taglieranno a pezzi, Senatore. Ma cercheranno di capire se si sia trattato di un omicidio, come crediamo noi; oppure un farmaco, un malessere, un incidente insomma. Ma è necessario, altrimenti potremmo non sapere mai chi le ha fatto del male, è anche suo interesse scoprire la verità, no!? –
Il Senatore annuì stancamente, poi si alzò e andò via accompagnato da un portaborse.
Disse solo:
– Fatemi sapere – prima di uscire nuovamente dal palazzo.

Quando Graziosi entrò nell’ufficio che Di Capua divideva con altri due commilitoni era chiaramente nervoso.
Gli chiese con fare brusco a che punto fosse con l’analisi delle schede, e anche se erano passati solo dieci minuti da quando erano rientrati si capiva che aveva ricevuto qualche telefonata.
Di Capua era sicuro che Graziosi avesse arginato qualsiasi richiesta di intromissione nelle indagini, ma evidentemente lo stress era stato abbastanza forte da trasparire dall’atteggiamento del Maresciallo.
Di Capua senza dire una parola prese il portatile e si diresse verso l’ufficio di Graziosi.
Sedutosi alla scrivania, il Maresciallo si appoggiò allo schienale per guardare meglio.
– In questi pochi minuti non ho fatto in tempo a fare un’analisi approfondita – iniziò Di Capua – Mi sono limitato a scaricare il contenuto delle schede, eliminare i contenuti non rilevanti, e creare una cartella per ognuno dei sette con le loro foto dentro –
– Sei sicuro che non ci fossero foto di altri eventi che possano esserci utili in qualche modo? – chiese Graziosi.
– Non mi sembra. In realtà solo due delle schede contengono altre foto, quelle della Signora Leonori e di uno dei due uomini, tale Aristide Melchiorri, il più giovane. Ma sono foto fatte in giorni e luoghi completamente diversi e non ci sono persone, solo paesaggi. Gli altri avevano usato schede “vergini”, riformattate –
– Riform..che? – chiese Graziosi che non amava trovarsi in difficoltà con la tecnologia ma che doveva ammettere di non sapere gran che di schede, hard disk e quant’altro.
– Erano state cancellate prima dell’uso in modo da poter contenere più foto – spiegò Di Capua.
– Ah, capisco. Quindi se pure c’erano delle foto, ora sono andate perdute – concluse il Maresciallo.
– Non necessariamente – disse Di Capua – possiamo provare a vedere successivamente se si riesce a ricostruire qualche file, ma per il momento ho pensato fosse più importante guardare le foto più recenti. Se serve possiamo mettere sotto sequestro i PC dove conservano il loro materiale fotografico, ma se qualcuno pensa di avere materiale compromettente non è poi così difficile farlo sparire. –
– Ecco. Quindi mi stai dicendo che o troviamo qualcosa su queste schede oppure non abbiamo niente in mano –
Di Capua non rispose, si limitò ad aprire una ad una le cartelle, e a mostrare al Maresciallo le immagini in sequenza.
Ogni cartella riportava il cognome di uno dei sette fotografi.
Di Capua aprì quella della vittima, poi successivamente le altre sei cartelle contrassegnate “Melchiorri”, “Sabatini”, “Derenzis”, “Rossi”, “Corvale”, e “Milani”.
Le foto erano più o meno tutte dello stesso tenore. Riprendevano i sei in varie pose, mentre bevevano, talvolta in due o tre, chi mentre fumava una sigaretta, qualcuno da una parte, qualche bel primo piano; alcune foto erano un po’ storte, altre leggermente sfocate, ma nessuna sembrava indicare nulla che fosse diverso da una riunione tra amici.
Man mano che Di Capua sfogliava le foto, a Graziosi riusciva sempre più difficile mantenere l’attenzione; si era fatto un po’ tardi ormai ed era stanco, e guardare decine di foto di persone che non conosceva, una addirittura morta poi, non era il modo migliore per rimanere sveglio.
Stava per proporre a Di Capua di fare una pausa per un caffè, quando improvvisamente si drizzò in piedi, e puntò il dito sullo schermo:
– Fermo, fermo! aspetta, torna indietro – gridò-
Stavano guardando le foto di Emilio Rossi, l’uomo più anziano del gruppo.
Di Capua si fermò e riprese le foto precedenti, in cui si vedevano i sette in posa sorridenti.
– Ingrandiscila a tutto schermo, per favore – chiese Graziosi e Di Capua obbedì prontamente.
– Guarda questa foto – disse Graziosi – non ci vedi nulla di strano? – lui aveva intuito qualcosa da quella semplice foto, ma gli serviva Di Capua come sparring partner per i suoi ragionamenti; per metterli a fuoco meglio, usando un termine appropriato al caso.
Di Capua la guardò, la ingrandì ulteriormente, la esaminò con cura, ma alla fine non ne cavò niente.
– No, Marescià, mi scusi, ma non ci trovo nulla di strano – concluse confuso.
– Non capisci? – disse enfaticamente Graziosi – E’ la foto di tutti e sette! Vuol dire che qualcun altro deve avergli fatto questa foto! C’erano altre persone nel bar! –
Di Capua ragionò un attimo su questa informazione, poi timidamente tentò di confutare la tesi del suo capo.
– Beh Maresciallo, non è per essere presuntuoso… – iniziò a dire.
– Vai, vai, Di Capua, non avere paura, dì quello che pensi, lo sai che ti ascolto sempre – lo incoraggiò Graziosi.
– …ma queste sono macchinette sofisticate, tutte dotate di autoscatto. Che ci vuole a farsi una foto tutti insieme, anche se non c’è nessuno? – concluse.
– No, non mi convinci – disse Graziosi sorridendo – intanto non ho visto nessuno treppiede, come avrebbero potuto farla? –
– Avrebbero potuto appoggiare la macchinetta su un tavolino – ragionò Di Capua.
– Vero – ammise Graziosi – Ma guarda qua: intanto ci sono due foto dei sette, una orizzontale e una verticale, e vediamo…ecco, guarda l’orario! Sono state fatte a pochi secondi di distanza l’una dall’altra, vuol dire che qualcuno ha ruotato la macchinetta e ne ha scattata un’altra. E poi la prima foto è leggermente sfocata, e i piedi tagliati. Di Capua, questi saranno pure dilettanti, ma queste foto le ha fatte un incapace. No, io credo che sia stato qualcun altro. Qualcuno che era al bar con loro. Forse abbiamo trovato un testimone – concluse Graziosi.
– Ma, Marescià – provò a insistere Di Capua – Magari la foto se la sono fatta fare dal barista. E poi, mi scusi, se c’era qualcun altro allora potrebbe essere anche l’assassino, non trova? –
Graziosi scosse la testa.
– Direi di no – spiegò – Vedi, se c’era qualcun altro, perché nessuno dei sei ce ne ha parlato? Perché Ziliani li ha interrogati male? Può darsi. Ma per quanto Ziliani sia un cretino non posso pensare che nessuno di loro sei abbia avuto l’idea di darci questa informazione, soprattutto dopo che si è scoperto il corpo della Signora Leonori. Dici che la foto potrebbe averla fatta il barista? Mah, è possibile, ma ne dubito. Ci hanno detto chiaramente, e lui lo ha confermato, che il servizio al tavolo non era attivo, e che si sono dovuti portare le cose da soli su un vassoio. No, io credo che il barista non c’entri nulla e che per un motivo che non riesco ancora a capire, i sei ci hanno mentito in blocco. Ma possiamo toglierci il dubbio domattina, andando a parlare con il barista, e a sentire Desiati – concluse Graziosi.
– Desiati? – chiese stupito Di Capua.
Desiati era il responsabile dell’Ufficio Anatomia Patologica dell’Università ed eseguiva praticamente tutte le autopsie per conto del Comando dell’Arma. Era famoso per essere molto bravo, ma uno stronzo senza pari, e ogni volta che Graziosi aveva a che fare con lui erano scintille.
Il fatto che Desiati il giorno dopo fosse già pronto a discutere il caso, significava che il Senatore Leonori aveva fatto le sue telefonate.
Graziosi fece un sorrisetto, al pensiero di Desiati che doveva lavorare tutta la notte e insieme a Di Capua uscì per andarsene a casa.

La mattina dopo alle 9 erano già lì.
In realtà non era veramente necessario, ma sapevano che Desiati aveva lavorato tutta la notte e provavano un sottile piacere a vederlo in condizioni disumane, e potersi approfittare di lui senza che potesse opporre resistenza.
Quando aprì la porta del laboratorio era uno straccio, tanto che a Graziosi fece quasi pena, ma scacciò subito la sensazione non appena si ricordò di tutte le volte in cui Desiati gli aveva fatto sudare sangue per la minima cortesia.
– Quindi? – chiese Graziosi senza tanti giri di parole.
Desiati lo guardò torvo, ma rispose a tono.
– Strangolata. Uomo direi, per la pressione esercitata; dalla posizione delle mani destrorso, mani abbastanza grandi. Tutti gli esami tossicologici sono negativi: non aveva malattie, non aveva bevuto, non aveva preso droghe, nessuna medicina se si eccettua un farmaco per la stabilizzazione della pressione sanguigna. Insomma, è morta perché un tizio l’ha ammazzata a mani nude, fine della storia. –
– Hai altre analisi di cui aspetti i risultati? –
Desiati fece un gesto di fastidio.
– Sì, certo – rispose di malavoglia – i soliti. Tutte le colture cellulari necessitano di un tempo variabile dai due giorni alle quattro settimane. Di norma, a meno che non si sospettino malattie, o la scena del delitto non dia indicazioni in tal senso, non si fanno; e ti dico molto chiaramente che non le avrei fatte neanche in questo caso. La situazione è chiara e il cadavere ci dice già tutta la verità, tranne il nome dell’assassino cioè, e quello è compito tuo – guardò maliziosamente Graziosi mentre pronunciava questa frase – Ma dato che ho ricevuto forti pressioni, ho deciso di procedere con le colture, anche se in questo caso saranno senz’altro inutili – concluse Desiati.
– Hai mandato avanti anche la ricerca di Ebola? – chiese Graziosi.
Desiati spalancò gli occhi.
– Che vuoi dire? –
– La Signora Leonori – spiegò Graziosi – era appena stata in Africa e aveva avuto dei giramenti di testa con febbre alta. Avevano pensato ad un virus della famiglia di Ebola, ma poi l’allarme era rientrato. Però ora il marito vuole saperne di più –
Desiati si appoggiò stancamente ad una sedia.
– Non me lo avevano detto – sussurrò disperato – Allora tutte le colture sono inutili, dovrò predisporne altre e mi ci vorranno altre due ore di lavoro almeno, e sono sfinito. Graziosi, tu porti sempre belle notizie, eh!? – disse guardandolo con odio.
– Mi spiace Desiati, ognuno ha le proprie croci. Comunque ti ringrazio, mi hai dato informazioni importanti. Fammi sapere quando hai il resto delle analisi –
Quando i due uscirono dall’Istituto di Anatomia, Di Capua si affrettò a chiedere:
– Marescià, ma quando ha saputo di questa storia dell’Africa? –
Il sorrisetto di Graziosi gli rivelò tutto prima ancora che parlasse.
– Ma quale Africa, Di Capua! Non ho resistito a far lavorare Desiati un altro po’. Lo so, sono stato un po’ stronzo, ma se lo merita. E ora andiamo dal barista –

Arrivarono a Via Nazionale; il Museo non aveva riaperto e non avrebbe riaperto.
I nastri gialli circondavano ancora l’area perimetrale e due Carabinieri stazionavano davanti all’ingresso per gestire le proteste dei turisti che avrebbero voluto entrare, o che addirittura avevano già pagato il biglietto.
I due si fecero strada e all’interno trovarono Ziliani che li aspettava. Evidentemente la figuraccia del giorno prima non aveva lasciato traccia nei suoi neuroni perché venne incontro ai due sorridendo.
– Stamattina presto abbiamo setacciato tutto l’edificio e non abbiamo trovato niente altro. Non ci sono dubbi: è stato uno di quei sei ad uccidere la moglie del Senatore Leonori, per cui basterà interrogarli come si deve per far uscire la verità. – disse in tono trionfante.
– Li vuoi interrogare tu? – chiese mellifluo Graziosi
Ziliani spalancò gli occhi: non si aspettava certo questa disponibilità da parte del suo collega ma era troppo stupido per capire che Graziosi lo stava prendendo in giro.
– Perché no!? – disse, già pregustando i titoli sui giornali e il ringraziamento del Senatore – Se a te non spiace, ovviamente. Li ho già interrogati ieri e credo di averne capito le personalità, e questo è un punto a nostro favore che possiamo sicuramente sfruttare. –
Di Capua alzò gli occhi al cielo, come se dovesse aprire un ombrello in previsione della pioggia battente.
Che puntualmente arrivò.
– Certo, certo – disse Graziosi – figurati! Quando li interroghi di nuovo però, prova a capire chi era la persona che gli ha scattato una foto e perché non ci hanno detto chi è stato. –
Ziliani rimase di sasso mentre Graziosi lo guardava fisso negli occhi, un sopracciglio inarcato. Poi Ziliani diventò rosso e Graziosi si allontanò senza dire nulla.
Fu Di Capua ad assestare il colpo finale:
– Magari stavolta li interroghiamo noi, eh!? – disse facendo l’occhietto al povero Ziliani.
Arrivati al bar, cercarono l’uomo che era di turno il giorno prima e lo trovarono nel retro a leggere un giornale.
Si alzò di scatto, quando vide i due militari, e si scusò:
– Dovrei preparare dei panini, ma non si sa ancora se il Museo riaprirà in tempo e quindi stavo aspettando che mi dicessero qualcosa –
– Non si preoccupi – disse Graziosi con un gesto della mano – Piuttosto: è lei che ieri ha fatto una foto al gruppo dei fotografi di cui faceva parte anche la Signora Leonori? –
Il barista scosse la testa.
– No, io non saprei neanche come usare una macchinetta fotografica, e comunque ieri c’ero solo io e non potevo allontanarmi dal bar. Tanto è vero che le cose che hanno ordinato le sono venute a prendere da soli. –
– Allora sarà stato quell’altro cliente – chiese Graziosi a bruciapelo, fissando il barista per capire se gli mentiva.
– Quale altro? – chiese il barista confuso.
– L’altro cliente che era fuori con i sette fotografi, magari in un tavolo vicino – insisté Graziosi.
– Ma quale dei quattro? – chiese il barista.
Ora fu il turno di Graziosi di spalancare gli occhi, e domandare:
– Quattro? –
– Sì, certo. Al tavolo a sinistra, appena usciti sul terrazzo, c’erano quattro persone, due uomini e due donne; forse sarà stato uno di loro. Ma non ho visto, non le saprei dire chi. Tra l’altro da qui non riesco a vedere bene nessuno dei due tavoli –
– E mi scusi – chiese Graziosi che si stava arrabbiando – Non poteva dircelo prima? Sa che ci ha fatto perdere del tempo prezioso? Questa è un’indagine per omicidio, non stiamo mica giocando! –
L’uomo arrossì, poi disse:
– Ma, veramente ho cercato di dirlo al suo collega, quello che ieri è arrivato per primo, ma non mi ha ascoltato. Mi ha detto che del viavai di questo bar non glie ne importava niente, che lui doveva trovare la Signora Leonori e che il resto non interessava… –

Il primo istinto di Graziosi fu di uscire di corsa e uccidere Ziliani con le sue mani, ma l’indagine non avrebbe fatto passi avanti e lui si sarebbe trovato a dividere la cella con qualche criminale che magari aveva anche contribuito a far arrestare.
Ricacciò non senza fatica il pensiero nei meandri del cervello e si sedette con Di Capua a confabulare.
– Di Capua, qua stiamo nella merda. Ziliani ha incasinato tutto fin dall’inizio; abbiamo dei potenziali testimoni e non sappiamo neanche chi siano, nessuno ha visto niente, il marito a quanto pare ha un alibi di ferro. Potremmo interrogare di nuovo i sei, ma senza neanche un minimo indizio sarebbe quella che gli americani chiamano una fishing expedition. Gettare l’amo e sperare di pescare qualcosa. E’ il modo migliore per farsi del male, in un’indagine del genere. E di non concludere un cazzo. –
– A questo punto Marescià abbiamo solo due possibilità: trovare un legame tra i sei e la Leonori, e rintracciare i quattro avventori dell’altro tavolo, nella speranza che ci possano fornire qualche informazione. Per la prima parte me ne occupo io, anzi, se non le dispiace vado subito in ufficio a fare qualche ricerca, e già che ci sto verifico pure qualcosina sul marito. –
– Vai, vai pure – disse Graziosi soprappensiero – al resto penso io. Ah! mi raccomando: cautela con il Senatore Leonori. Quello ci fa saltare in aria alla prima cazzata –
Di Capua salutò con un cenno di intesa, e si avviò verso l’uscita.
Graziosi si alzò, e uscì sul terrazzo. Si sedette al tavolo dove i sette amici avevano brindato, poi a quello da dove presumibilmente era stata scattata la foto.
Non sapeva come uscire dall’impasse.
Il bar e la sua entrata erano le uniche zone di tutto il Palazzo senza telecamere di sorveglianza, proprio perché era possibile accedervi senza dover passare per le esposizioni museali. Nessuno ricordava chi fossero quei quattro. Certo, avrebbe potuto chiedere ai fotografi, ma se come sospettava uno o più di loro aveva qualcosa da nascondere non avrebbero detto nulla che potesse farli riconoscere.
Camminava lentamente, sembrava che stesse riflettendo intensamente ma in realtà non aveva nessuna idea, nessun pensiero concreto, nessun filo a cui aggrapparsi.
Improvvisamente si fermò.
Un accenno di idea si stava formando nella sua testa, era ancora un embrione, non ancora un pensiero formato, ma lasciò che crescesse piano piano, finché diventò un sospetto, e poi una speranza.
Corse fuori dove Ziliani stava ancora impettito esponendosi ai flash dei fotografi di cronaca, lo prese bruscamente per un braccio e gli chiese:
– Ziliani, ma tu, i video della sicurezza li hai guardati? –
Ziliani spalancò gli occhi, due occhioni neri dietro i quali si intravvedeva un preoccupante vuoto pneumatico.
– Beh…no… – rispose – Gli ha dato un’occhiata uno dei miei, ma tanto l’ingresso del bar… –
– Sì sì, lo so – lo interruppe Graziosi – Ma intendo dire: il resto degli ambienti era monitorato. Qualcuno ha controllato le registrazioni? –
L’ansia gli si leggeva negli occhi.
– Oddio…controllato, controllato…no, direi di no – rispose sempre più intimidito Ziliani.
Graziosi lo fissò negli occhi a lungo, digrignando i denti, poi si diresse verso la guardianìa del Museo, seguito da Ziliani che arrancava farfugliando:
– Ma perché ora vuoi guardare le registrazioni…ma cosa speri di trovarci…ma in fondo un’occhiata glie l’abbiamo data… –
Graziosi non rispose, e quando arrivò dalla guardia giurata di turno, chiese di vedere le registrazioni del giorno del delitto.
L’uomo senza una parola avviò un programma sul suo PC, selezionò una data, poi chiese senza particolare empatia:
– Tutto il giorno? –
– Inizi dalle 16, mi faccia vedere dieci minuti, poi vada indietro alle 15.30 e mi faccia vedere altri 10 minuti e così via all’indietro –
L’uomo lo guardò incuriosito, ma non protestò e fece come gli era stato detto.
Il monitor era diviso in otto parti, ognuna delle quali mostrava una zona del Museo con una telecamera grandangolare che variava inquadratura con movimenti lenti; probabilmente le telecamere perlustravano lo spazio con un andamento programmato.
Come Ziliani aveva detto, e come Graziosi sapeva, nessuna delle telecamere mostrava il percorso che portava dall’ingresso laterale del Museo fino al bar, inclusa la terrazza.
Graziosi si concentrò comunque sulle immagini e le guardò cercando di non perdere nessuna traccia dei filmati.
Arrivati al filmato delle 15, dopo qualche minuto gridò:
– Fermo! – puntando il dito sullo schermo.
La guardia giurata bloccò l’immagine.
Graziosi ordinò:
– Mi faccia vedere solo quello che succede nella telecamera 6, ma inizi qualche minuto prima per favore –
L’uomo obbedì senza parlare.
Le immagini, ad una buona risoluzione, passarono a tutto schermo e finalmente Graziosi vide quello che cercava: quattro persone, due uomini e due donne, che attraversavano l’atrio del Museo e andavano verso la zona cieca del bar.
– Per favore, mi faccia subito una copia alla migliore risoluzione possibile di questa telecamera, da questo momento fino alle 16, grazie – chiese alla guardia giurata.
Mentre l’uomo trafficava con un masterizzatore, Ziliani prese coraggio:
– Graziosi – chiese con voce flautata – io proprio non capisco. Chi sono queste persone, e perché vuoi vedere cosa fanno? –
Il Maresciallo si girò e lo guardò con disprezzo.
– Senti Ziliani, alla fine tu rimani sempre un rappresentante dell’Arma, ed è solo per il buon nome dell’istituzione se tento ancora di farti entrare qualcosa in testa, visto che ce l’hai occupata solo da arresti e interviste –
Ziliani arrossì violentemente.
– Il barista non ha cercato di dirti che c’erano altre persone? – continuò Graziosi – Beh, si dà il caso che questi quattro secondo me sono proprio quelli che erano ad un tavolo vicino ai sette, e che gli hanno pure fatto una foto, e magari hanno visto qualcosa che ci può aiutare a trovare l’assassino della Leonori. O almeno, questa è la traccia che sto seguendo. Ma ovviamente se tu hai idee migliori sono pronto a sentirle –
Senza attendere risposta prese il DVD dalla guardia giurata e se ne tornò in ufficio.

Graziosi e Di Capua passarono le due ore successive a guardare le immagini della videocamera numero 6, l’unica che avesse immortalato i quattro.
Segnarono accuratamente su un notepad i tratti caratteristici che riuscirono ad identificare e fecero degli ingrandimenti dei visi, almeno dove si riusciva a vedere qualcosa.
Delle due donne ricavarono dei primi piani accettabili, ad una risoluzione che permetteva delle copie di buona qualità.
I due uomini invece indossavano dei cappelli, uno zuccotto da marinaio uno e un cappello da baseball l’altro, e dato che le telecamere erano posizionate a circa due metri e mezzo di altezza non si riusciva a distinguerne bene i lineamenti.
Scelsero dopo alcune discussioni un paio di fotogrammi e li portarono all’ufficio tecnico per un passaggio al software di riconoscimento dei volti, nella speranza che fossero già inseriti nel database; in alternativa avrebbero dovuto diramare le foto a tutte le pattuglie e le centrali, nella speranza – alquanto vana – che venissero riconosciuti.
A Graziosi sembrava che il proverbiale ago nel pagliaio fosse uno scherzo, rispetto a questo caso.
Fu Di Capua a portare le foto al collega del settore informatico.
– Devi passarle nel software per il riconoscimento volti – chiese gentilmente il vice di Graziosi, facendo capire tuttavia l’urgenza della richiesta.
Il Carabiniere prese distrattamente le foto, gli diede un’occhiata, poi disse:
– Io ci provo ma con questo cappellino da baseball non si vede praticamente niente, non ci sono praticamente speranze di tirarci fuori qualcosa –
– Penso anch’io – disse Di Capua rassegnato – speriamo almeno che le donne siano schedate –
– La moglie di Esposito di sicuro, l’altra non so, ma se sono amiche, facile… – ridacchiò il carabiniere.
Di Capua sulle prime non capì e guardò il collega con gli occhi velati di chi fatica a far arrivare un concetto al cervello.
– Chi sarebbe questo Esposito? e sua moglie? è una di queste donne? –
Il Carabiniere si spiegò meglio con un gesto spazientito:
– Certo. Esposito è questo con lo zuccotto. Franco Esposito, vecchia conoscenza, e sua moglie è questa donna mora qua con il cappotto rosso, vedi? –
Di Capua improvvisamente si fece frenetico.
– Aspetta, aspetta un attimo! Mi stai dicendo che tu sai chi è quell’uomo? e quella donna? –
– Come no!? Lui è l’ultimo esponente di una stirpe di delinquenti specializzati nel prestito a strozzo, ma siccome ha studiato un minimo, si è buttato nel ramo finanziario “pulito”; in pratica fa lo stesso mestiere del padre ma più in grande e infatti è stato già condannato un paio di volte per truffa, ma non si sa come, attraverso prestanome o altro, riesce sempre a rimettere in piedi l’attività. La moglie è un ex-battona, ripulita anche lei, che si dà delle arie da gran signora solo perché hanno un sacco di soldi. –
– Ti ringrazio collega, sei stato utilissimo, facci avere subito tutto quello che hai su questi due! –

Quando Graziosi seppe chi era l’uomo inquadrato dalle telecamere seduto con i suoi amici vicino ai sette, stranamente non ne fu contento.
Di Capua, che gli aveva portato la notizia entusiasticamente, se ne risentì un po’; pensava che il Maresciallo avrebbe esultato alla notizia che uno degli uomini e sua moglie avevano un nome, e a breve anche un indirizzo, invece il suo capo rimase in silenzio per un po’.
Solo quando Di Capua gli chiese timidamente:
– Maresciallo, ma non le sembra una buona notizia? –
Il graduato si riscosse.
Guardò Di Capua da sotto in su, poi annuì.
– Sì, sì, certo…alla fine è una buona notizia. Ma per un quesito a cui troviamo risposta se ne aprono altri cento. Che ci fanno un delinquente abituale e la lui non proprio irreprensibile moglie in un Museo? E proprio il giorno in cui ammazzano una persona? Guarda caso è lui, o un suo amico, a fare le foto ai sette. Tra questi la moglie di un Senatore, la morta, e tutti borghesucci in libera uscita. Come è possibile che le vite di queste persone si incrocino e proprio il giorno in cui una di queste muore, ammazzata per di più? Di Capua, qua c’è qualcosa di veramente strano. Non ho capito ancora di cosa si tratti, ma ho intenzione di scoprirlo, o almeno di provarci. Manda una pattuglia a prelevare questo Esposito con la moglie e i suoi amici, e vediamo di farci una chiacchierata – concluse Graziosi, il tono di voce più concitato e lo sguardo più vivo, ora che aveva cominciato a mettere a fuoco l’operazione.

Si erano fatte ormai le quattro del pomeriggio, e mentre i suoi colleghi cercavano i testimoni per convocarli al comando, Graziosi andò alla macchinetta per prendere un caffè; pensava che l’attesa sarebbe stata lunga.
Stava oziosamente girando il caffè con un cucchiaino di plastica quando un rumore di passi risuonò alle sue spalle; un presentimento gli fece percepire che quel rumore non prometteva niente di buono, ma non fece in tempo a prepararsi al peggio che la voce di Ziliani risuonò stentorea e rinfrancata in tutta la caserma.
– Ah! Eccolo qua! Maresciallo Graziosi, proprio lei cercavamo! – disse, calcando la voce su quel “cercavamo”, che lasciava intendere un sacco di cose, che erano diverse persone a cercarlo, non per dargli un premio, e soprattutto che erano una squadra, di cui evidentemente Graziosi non faceva parte.
Si girò lentamente per affrontare il suo omologo, quando rimase a bocca aperta nel trovarsi di fronte oltre a Ziliani e al Senatore Leonori anche il Ministro dell’Interno, accompagnati da un accigliatissimo Colonnello che evidentemente non era presente per sua scelta.
Graziosi non riuscì a spiccicare parola per diversi secondi, quando i quattro uomini, seguiti da un paio di portaborse, si fermarono davanti a lui.
Che lui sapesse, dei Ministri in una caserma dei Carabinieri, tranne quando venivano a loro volta arrestati, non si erano mai visti; anche tutti gli altri colleghi e civili presenti in caserma fecero capolino per godersi la scena.
Graziosi alla fine cercò di uscire dall’imbarazzo in maniera un po’ goffa:
– Posso offrirvi un caffè? –
Leonori fece un passo avanti, scansando Ziliani che sia era piazzato con le mani sui fianchi alla maniera del buonanima, con un sorriso un po’ ebete sulla faccia; invece il Senatore non rideva, anzi.
– Graziosi, non siamo venuti fin qui con un Ministro della Repubblica per giocare alle signore – disse sprezzante, facendo arrossire il Maresciallo – Vogliamo capire a che punto sono le indagini e fare subito una riunione operativa. Possiamo metterle a disposizione le migliori risorse dello Stato, a partire dal Maresciallo Ziliani qui presente che la affiancherà nelle indagini. Il Signor Ministro poi ha dato ordine che lei abbia un canale privilegiato per la gestione del caso –
Graziosi gettò rassegnato il caffè e fece strada al gruppetto:
– Possiamo andare nella mia stanza, vi faccio strada – disse sotto lo sguardo torvo del Colonnello.

La riunione iniziò e finì rapidamente, e come sospettava Graziosi era stata soltanto una prova muscolare del Senatore Leonori che aveva voluto dimostrare di poter arrivare ai massimi vertici delle istituzioni.
Graziosi non era tipo da farsi intimidire, né condizionare, ma dovette sorbirsi anche la ramanzina del Colonnello, che in sostanza gli chiedeva risultati e glie li chiedeva rapidamente.
Lui garantì che le indagini proseguivano coscienziosamente, il che era vero, ma dimenticò di precisare che non aveva uno straccio di un indizio e che annaspava alla disperata ricerca del bandolo di quella che sembrava un’inestricabile matassa.

Andati che furono tutti i suoi non graditi ospiti, attese il ritorno di Di Capua lavorando a delle pratiche arretrate che aveva tralasciato negli ultimi giorni.
Solo verso le otto di sera due pattuglie, guidate dal suo vice, tornarono finalmente in caserma con quattro persone, due uomini e due donne, che furono portati in una saletta in attesa di essere interrogati.
Di Capua andò nell’ufficio di Graziosi.
– Li abbiamo trovati a casa, erano stupiti e sembravano sinceri. Non gli abbiamo detto il motivo della convocazione, ma non hanno fatto storie. Evidentemente hanno una certa dimestichezza con l’Arma…-
– Hanno chiesto un avvocato? –
– No, assolutamente –
Graziosi rimase pensieroso. Di solito quando un pregiudicato veniva convocato in caserma la prima cosa che faceva era strepitare e chiedere di parlare con un avvocato. Poi quasi tutti, invariabilmente lasciavano perdere, perché capivano che collaborare era meglio che andare allo scontro, soprattutto quando i Carabinieri cercavano informazioni e in cambio magari chiudevano un occhio su qualche piccolo traffico.
Ma la richiesta dell’avvocato era praticamente una routine.
Invece questi non lo avevano fatto.
Per Graziosi questo significava solo due possibilità: o erano totalmente innocenti, o totalmente colpevoli.
Stava a lui capire quale delle due fosse quella giusta.
Era stanco, la giornata era stata lunga e faticosa, e non aveva tanta voglia di schermaglie.
Per questo appena entrò nella saletta e vide i due uomini e le due donne decise di andare subito al sodo.
Studiò rapidamente delle carte, poi chiese all’uomo con lo zuccotto, Esposito:
– Ha fatto lei la foto? –
L’uomo lo guardò chiaramente senza capire.
– Quale foto, Marescià? –
Graziosi lo scrutò, per capire se lo stesse prendendo per il culo.
– Non eravate ieri al Palazzo delle Esposizioni? e non siete andati al bar? –
Esposito guardò la moglie, che gli ricambiò lo sguardo accigliata, e poi diventò rosso.
Graziosi e Di Capua rimasero sorpresi da questa reazione dell’uomo, che sembrava sinceramente imbarazzato.
– Beh…sì…vede, mia moglie aveva letto su una rivista che c’era la mostra di questo fotografo tedesco, o americano…che faceva le foto alle modelle per le riviste, e siccome un nostro amico ha messo su da poco una rivista, lei voleva andare a chiedere a questo fotografo se…insomma poteva farle due foto per la rivista…-
– Ma chill’è muort! – sbottò Di Capua – ma poi, che si mette a fare le foto a voi? –
Esposito era sempre più in difficoltà, e la moglie sempre più incazzata.
– Eh adesso lo sappiamo anche noi…ma io glie lo avevo detto ad Adelaide, ma perché le foto non te le fai fare da Giggino, quell’amico nostro che ha un negozio di Ottica a Via Prenestina, quello te le fa gratis, magari ‘sto tedesco ci costa un occhio della testa, poi ci hanno pure detto che è morto… –
– E’ che mio marito per i cazzi suoi i soldi li spende, ma quando se tratta de famme un piacere improvvisamente je s’accorcia er braccetto – intervenne urlando la mitica Signora Adelaide.
Graziosi alzò una mano e interruppe la discussione.
– Signori – disse con un tono conciliante ma che lasciava intendere che stava perdendo la pazienza – è tutto molto interessante. Ma a noi serve solo sapere chi di voi ieri ha scattato le foto a quelle sette persone e se avete visto qualcosa di strano. –
Fu l’amico di Esposito a intervenire.
– Sono stato io Marescià; si è avvicinato un signore di una certa età, mi ha dato la macchinetta e mi ha chiesto se potevo scattare un paio di foto. Mi ha detto che la macchinetta era già impostata e che dovevo solo premere il pulsante e così ho fatto –
– Quindi voi avete solo scattato la foto? Non avete parlato con quelle persone? Non hanno fatto nulla di particolare? –
– Ma perché vi interessate tanto a quelle foto, Marescià? – intervenne Esposito.
– Perché subito dopo una di quelle persone è stata assassinata, e voi siete tra gli ultimi che l’hanno vista viva –
Improvvisamente si ammutolirono e capirono che la situazione era seria.
Fu la moglie dell’amico di Esposito, gentile Signora Carolina, a intervenire.
– Beh, io ero proprio di fronte a loro, e ad un certo punto una signora si è alzata quasi di scatto, poi un uomo che le era vicino l’ha presa per un braccio e ha cercato di farla sedere. Lei si è divincolata ed è uscita dal bar –
– Era lo stesso uomo che vi ha chiesto di fare la foto? – chiese Graziosi.
– No, questo era quello più giovane – rispose Carolina.
– E dopo che la signora si è alzata e se ne è andata? – insisté Graziosi.
La ragazza ci pensò un attimo, poi rispose:
– Non ho fatto tanto caso alla scena, ho pensato fossero marito e moglie che avessero litigato quindi mi sono disinteressata, però ho visto che lui frugava nella borsa della signora per cercare qualcosa, e poi l’ha riappoggiata stizzito sulla sedia. Per questo ho pensato fossero marito e moglie, e che lui cercasse, che so, le chiavi della macchina, una cosa così –

Dopo averli congedati, Graziosi e Di Capua rimasero nella saletta seduti uno di fronte all’altro, in silenzio.
Fu Graziosi a parlare per primo:
– Allora? che ne pensi? –
– Per me sono stati sinceri. Non c’entrano niente, anzi, ci hanno dato un elemento in più. Secondo me si trovavano lì per caso, e il fatto che siano delle persone note alla forza pubblica non li qualifica automaticamente come colpevoli, fortuna loro che a interrogarli non c’era Ziliani altrimenti li avrebbe già fatti arrestare –
Graziosi annuì.
– Sì, la penso anch’io come te. Certo sarebbe stato meglio trovare subito un bel colpevole brutto, sporco e cattivo, ma a quanto pare dobbiamo andare a rimestare nel torbido di persone apparentemente per bene. La reazione di quel tizio, come si chiama, Melchiorri, fa pensare che tra i due ci fosse qualcosa di più di una semplice amicizia fotografica. E nei verbali degli interrogatori non c’è traccia di questo episodio. Non l’hanno notato? Hanno preferito tralasciarlo per non far sospettare un loro amico? Dobbiamo capirne di più, per il momento però ce ne andiamo a casa, ci vediamo domattina –

Quando a casa Di Capua squillò il telefono, l’appuntato rispose al secondo squillo, e contemporaneamente guardò la sveglia che segnava le 5.03.
Mentre diceva “Pronto?” alzò gli occhi al cielo, non aveva dubbi su chi potesse essere a quell’ora.
– Di Capua, sei sveglio? sono Graziosi, devi correre subito qui in caserma! –
. Marescià, non avevo dubbi che fosse lei. Non è per mancarle di rispetto, ma lo sa che sono le cinque di mattina? – disse con la voce un po’ impastata.
– Ma sì, dai, però non ci stiamo a formalizzare, ti ho mai chiamato a quest’ora? – disse Graziosi spazientito.
– Una ventina di volte almeno, Marescià –
– Vabbè, su, era sempre per cose importanti come questa volta. Ti aspetto tra dieci minuti con il caffè. E, Di Capua… –
– Dica Marescià –
– Se alzi gli occhi al cielo ti mando a lavorare con Ziliani –
– Va bene Marescià – concluse Di Capua, alzando gli occhi al cielo.

Era un Graziosi euforico, con gli occhi rossi e la barba lunga, ma con l’espressione di chi ha trovato una pepita d’oro dopo tanta ricerca, quello che accolse Di Capua con un caffè in mano.
– Maresciallo, ma non siete andato a casa ieri sera? –
– Casa? – chiese Graziosi distrattamente mentre andavano verso l’ufficio – Ma no, che casa, sono rimasto qua tutta la notte. A guardare le foto –
Entrarono nell’ufficio di Graziosi che si sedette al computer con Di Capua al suo fianco.
– Ieri sera prima di andare via ho pensato di dare un’altra occhiata alle foto scattate dai sette fotografi, nella speranza di trovare qualche indizio sul rapporto tra la Leonori e il Melchiorri – attaccò Graziosi – Mi sono messo quindi a guardarle una per una, ingrandendo i particolari, cercando di vedere se ci fossero altre persone, oggetti, movimenti strani. Ho passato ore così –
– E ha trovato qualcosa? – chiese Di Capua che non capiva dove voleva andare a parare Graziosi.
– Niente – rispose questi stranamente entusiasta – Niente di niente. Apparentemente i due non si sono mai parlati, e tranne qualche foto in cui compaiono insieme, perché erano vicini di sedia, non ci sono altri indizi. Non ci sono segnali di stress, sembrano tutti rilassati anche nelle foto in cui manca la Leonori perché è andata in bagno, o comunque dove poi è stata uccisa. Sono tutti sorridenti, si fanno le linguacce, mostrano le macchinette, fanno foto a gruppetti, insomma: niente di diverso da un gruppo di amici che si ritrovano per una merenda e una chiacchiera sulla fotografia. –
Di Capua attese in silenzio, bevendo il suo caffè.
– Insomma ad un certo punto ero frustrato, e non sapevo che fare. Ho preso allora le foto di Emilio Rossi, il fotografo più anziano, quello che aveva dato la sua macchinetta all’amico di Esposito per le foto di gruppo e me le sono riguardate con particolare attenzione per vedere se in quelle due foto ci fosse qualche dettaglio che mi era sfuggito. Niente –
Graziosi guardò Di Capua. Si capiva che aveva trovato qualcosa e si stava divertendo a portare il suo vice verso l’obiettivo pian piano.
Di Capua, in verità ancora mezzo addormentato, non gli diede soddisfazione e allora Graziosi continuò.
– Senza un particolare obiettivo ho cominciato a far andare le foto avanti e indietro, e ad un certo punto ho tenuto il dito premuto sulla freccetta; le foto hanno cominciato a passare in successione veloce sullo schermo –
Mentre parlava, fece esattamente quello che stava descrivendo, e le foto di Emilio Rossi cominciarono a scorrere sullo schermo, non abbastanza velocemente da confondersi ma sufficientemente per creare una specie di effetto filmato.
Graziosi ripeté l’operazione più volte sorridendo.
Infine guardò Di Capua:
– Non noti niente? – gli chiese
Di Capua si concentrò, ma non riuscì a vedere nulla.
– Aspetta – gli disse Graziosi – ti faccio vedere le foto di un altro, diciamo del Melchiorri. –
Fece lo stesso, prima con le foto di Melchiorri, poi con quelle di Rossi.
Di Capua stava attentissimo, era completamente sveglio ora.
– Mi pare…ma non vorrei sbagliare… – iniziò timidamente.
– Dì, dì pure dai – lo esortò Graziosi.
– Ma mi sembra come se nelle foto di Rossi ad un certo punto ci sia come un bagliore, come se avesse scattato un debole flash… –
– Bravo Di Capua! Cazzo, lo sapevo che mi ero scelto l’appuntato più sveglio di tutta l’Arma! – esclamò Graziosi.
Di Capua arrossì al complimento ma non si fece distrarre.
– Però non mi sembra che il flash sia mai stato usato, d’altronde stavano all’aperto… –
– Te lo posso dare per certo. Non è stato usato. Tutte le foto digitali vengono salvate con dei dati, e tra questi c’è l’utilizzo del flash. Guarda: su tutte le foto di Rossi di quel giorno c’è scritto “flash did not flare”, il che vuol dire che il flash non è stato usato. –
Di Capua si impossessò della tastiera e guardò le foto piano piano, una ad una.
– Non riesco a trovare niente – disse alla fine.
Graziosi gli sorrise.
– Perché le stai guardando lentamente – gli disse – Falle scorrere di nuovo –
Di Capua fece come gli aveva detto il Maresciallo e di nuovo comparve ad un certo punto quel piccolo, quasi impercettibile bagliore.
– Non capisco – disse – se il flash non è stato usato e se non ci sono riflessi, come è possibile che vediamo questo bagliore? –
– Te lo spiego subito – gli disse Graziosi accomodandosi meglio sulla sedia. Ormai era pronto a spiegare la sua teoria a Di Capua e confrontarsi con lui – Ho fatto qualche ricerca su internet e ho scoperto che questo effetto si chiama flickering. E’ un termine che usano i fotografi che realizzano dei filmati montando in sequenza molte foto scattate che so, ogni trenta secondi. In questo modo si possono ottenere dei video spettacolari: hai presente quelli in cui si vedono i fiori che si aprono e si richiudono? ecco proprio quelli. Quello che però può succedere è che mentre si scattano queste foto, nell’arco di molti minuti o addirittura ore, possa cambiare la luminosità dell’ambiente circostante, perché il sole tramonta o sorge o si sposta, e quindi ogni foto ha una luminosità diversa. Se le guardi una ad una non ti accorgi di questa variazione, ma se le metti tutte insieme l’occhio percepisce anche piccole variazioni di luminosità. Per questi fotografi infatti il flickering è una specie di virus che cercano di debellare in tutti i modi, con artifici tecnici, post-processamento, e quant’altro –
Di Capua guardò per un momento Graziosi senza capire, poi il suo viso si illuminò, e cominciò a guardare i dati tecnici di ogni singola foto di Rossi.
Graziosi intanto sorrideva, perché aveva capito che Di Capua era giunto alle sue stesse conclusioni, ma gli mancava ancora un pezzo del ragionamento.
Dopo qualche frenetica ricerca, Di Capua si girò verso Graziosi, deluso.
– Non hai trovato niente? – lo esortò il Maresciallo.
– No…a dire il vero no. Niente di strano –
– Vedi, Di Capua, se tu invece di andartene a dormire fossi rimasto qui avresti sviluppato anche tu una cultura fotografica, come ho dovuto fare io nelle ultime otto ore – disse prendendo in giro il suo vice
– Anche io ho cercato la stessa cosa all’inizio – riprese – Ho guardato la sequenza delle foto: le date e l’orario sono consecutivi. Il Rossi, nelle due ore passate al bar, ha scattato un bel po’ di foto, diciamo un centinaio, e sono più o meno intervallate in maniera omogenea, con buchi di qualche minuto al massimo. Poi guarda qua, vedi? ogni foto ha un numero progressivo, DSC197, DSC198, e così via. Ne manca qualcuna, ma credo sia normale, no!? sono foto magari scartate lì per lì. Insomma, non c’è niente di anomalo. Eppure quel bagliore, quella differenza di luminosità esiste. Allora ho cominciato ad isolare le foto intorno al momento in cui si vede il bagliore e alla fine ho trovato le due consecutive: DSC228 e DSC229, quest’ultima scattata circa due minuti dopo la DSC228. In una Rossi scatta una foto alle bottiglie sul tavolo, abbastanza da lontano, nell’altra si vedono solo Derenzis, Corvale e Milani.
L’ultima foto in cui compaia la Signora Leonori…eccola qua, è la DSC221, quella di gruppo verticale. Ora fai attenzione, sono andato a cercare un particolare, perché non mi tornava nulla, ma proprio nulla di questa cosa: il muro a sinistra dei sette, come si vede nella foto fatta dall’amico di Esposito, è molto alto e quindi già dalle quattro tutta la terrazza era in ombra. Tuttavia in fondo ci sono dei merli che si stagliano sui muri, con delle piccole feritoie. La luce filtra e se guardi la DSC228 puoi vedere che qua, su un cespuglio alle spalle del loro tavolo sulla sinistra, c’è una macchietta più luminosa. Nella DSC229 invece la macchia di luce, per quanto piccola, è sul muro a destra. Sai che vuol dire questo? –
Di Capua aveva gli occhi spalancati.
– Che tra una foto e l’altra il sole si è abbassato e spostato, e quindi sono passati ben più di due minuti –
Graziosi annuì.
– Ma come è possibile – riprese Di Capua – se gli orari e la sequenza sono corretti? –
– Queste macchinette sono dei computer ormai, Di Capua. Ho guardato il manuale della macchina di Rossi, e ho scoperto che è un gioco da ragazzi riprogrammare l’orario, e anche il numero sequenziale delle foto. Quindi Rossi ha probabilmente cancellato delle foto, e per non far capire che lo aveva fatto, ha riprogrammato la macchinetta in modo da ripristinare la continuità degli scatti, e no, so già quello che stai per dire, non avremmo dovuto lasciargli la macchinetta, così avrà potuto programmarla di nuovo, ma ormai è fatta. Magari possiamo cercare di ricostruire le foto mancanti – disse speranzoso.
Di Capua scosse la testa.
– Mi sa di no Marescià: se si cancella la scheda le foto si possono riprendere, ma se si riscrive sopra con altre foto è difficile, se non impossibile –
Graziosi si appoggiò alla sedia, comunque soddisfatto.
– A questo punto abbiamo alcuni elementi chiari. Uno, sappiamo che tra la Leonori e il Melchiorri c’era una qualche consuetudine. Erano amanti? oppure c’erano questioni di soldi? da capire, ma penso sia facile trovare il legame. Due, il Rossi ha fotografato qualcosa che non doveva essere visto e si è premurato di eliminarlo, addirittura manomettendo i dati della sua macchinetta. Tre, Esposito e i suoi amici non c’entrano nulla, erano effettivamente lì per caso. Quattro, i sei ci hanno mentito, sanno qualcosa in più e a questo punto dobbiamo strizzarli ben bene. –
– Li facciamo convocare tutti, Marescià? – chiese Di Capua.
– Direi di no – rispose Graziosi alzandosi e stiracchiandosi – cerchiamo di spezzare la catena facendo pressione sull’anello più debole –

Lucia Corvale era una gentile signora, piccolina ma curata, vestita elegantemente ma non in maniera esagerata.
Pochi gioielli, poco trucco, era chiaramente una signora di buona famiglia, e anche la sua parlata, senza cadenze romanesche e con proprietà di linguaggio, lasciava capire che la cultura non le era estranea.
Quando Graziosi e Di Capua entrarono nella stanzetta tremava un po’ per l’emozione e forse la paura, anche se i due si erano premurati di accoglierla non come una delinquente, ma come appunto una gentile ospite.
– Le posso offrire un caffè, Signora Corvale? – chiese gentilmente Graziosi – è il caffè del distributore automatico, mi spiace, ma è buono lo stesso –
– No grazie – rispose lei sforzandosi di sorridere – ne ho già presi troppi da stamattina, e debbo tenere la pressione sotto controllo. Piuttosto, posso sapere per quale motivo mi avete convocato così di urgenza e da sola? Dove sono gli altri? –
Graziosi si odiava per quello che stava per fare, ma sapeva che talvolta la ricerca della verità passava anche per la sofferenza di persone perbene come la Corvale, che però, ormai era chiaro, aveva la coscienza non proprio a posto.
Mise le mani davanti a sé sul tavolo, e fissò la Corvale negli occhi.
– Vede signora, quando vi abbiamo dato la notizia del ritrovamento del cadavere della Signora Leonori, ho guardato attentamente le vostre reazioni. Ognuno di voi ha manifestato il proprio sgomento e dolore nel modo che più si confaceva al proprio carattere, chi più chi meno intensamente. Lei è stata quella che ha espresso un dolore più forte, e non dubito che fosse sincera in questo. Ma deve sapere che per mestiere noi dobbiamo spesso dare queste brutte notizie talvolta anche a genitori, a figli, a mariti o mogli, e abbiamo visto tutta la possibile gamma di reazioni a una notizia drammatica e improvvisa. Il problema, Signora Corvale, non è che lei non fosse sincera nel suo dolore, è che il suo timing era tutto sbagliato. Per essere franchi, lei già sapeva che la Signora Leonori era morta. Ci può dire anche a noi come l’ha saputo? –
Gli occhi della donna, ammutolita, si riempirono di lacrime, finché non si coprì il viso con le mani e prese a singhiozzare senza freni.

Alle tre del pomeriggio Graziosi e il Colonnello si ritrovarono nell’ufficio del Maresciallo.
Avevano iniziato a parlare da pochi minuti, quando Di Capua entrò di corsa.
– Colonnello, Maresciallo, venite di là, dovete vedere cosa sta succedendo –
I tre si diressero precipitosamente in una sala con diversi schermi televisivi e su uno di questi, dietro una specie di cattedra, c’erano Ziliani, il Senatore Leonori e il Ministro dell’Interno che si sedevano davanti ai giornalisti.
Ziliani era raggiante.
Il testo che scorreva sullo schermo diceva: “Ultim’ora: arrestato il presunto assassino della moglie del Senatore Leonori. Si chiama Franco Esposito, un pregiudicato. Si ignorano i motivi, si sospetta un ricatto ai danni del Senatore”.
I tre rimasero allibiti di fronte alle immagini e fu il Colonnello il primo a riprendersi.
– Prendiamo la mia macchina di servizio – disse solo.

Al termine della conferenza stampa, usciti i giornalisti, in sala rimasero, un po’ appartati, solo Graziosi, Di Capua e il Colonnello.
Graziosi richiamò l’attenzione applaudendo lentamente ma sonoramente, in maniera sarcastica, alzandosi in piedi.
Tutte le teste si girarono verso di lui: Ziliani, Leonori, il Ministro, il portaborse di Leonori, l’addetto stampa del Ministero e un paio di guardie del corpo, che si irrigidirono alla vista dei tre Carabinieri.
Ziliani si imbarazzò alla vista del Colonnello, ma sorrise nonostante tutto, era troppo felice di essersi potuto esibilre di fronte alle telecamere e pensava, non senza qualche fondato motivo, che Leonori e il Ministro potevano tornargli utili per un ulteriore avanzamento di carriera.
– Colonnello! – disse Ziliani – grazie di essere venuto. L’ho fatta cercare ma non siamo riusciti a trovarla. D’altronde le cose sono precipitate improvvisamente e data la notorietà del Senatore, e il can can che la stampa stava facendo, insieme al Ministro e al suo addetto stampa abbiamo deciso che la cosa migliore era dare subito la notizia –
– Quale notizia, Ziliani, perdonami? – disse ironico Graziosi – che per l’ennesima volta hai accusato un innocente? o che ancora una volta dobbiamo tirarti fuori dai guai dopo che hai fatto fare una figura di merda all’Arma? o che il Signor Ministro dovrà spiegare al suo collega della Difesa come mai si è fatto coinvolgere in questo papocchio, senza neanche avvertire i vertici? –
Graziosi era furioso e a malapena sentì la mano del Colonnello sul braccio che cercava di calmarlo.
– Caro Graziosi, sappiamo che hai interrogato Esposito, ma ti è sfuggito un piccolissimo particolare – Ziliani cercava goffamente di battere Graziosi sul terreno dell’ironia – Un pregiudicato era presente sul luogo del delitto e tu l’hai lasciato andare tranquillamente, a rischio di inquinamento delle prove. Noi invece pensiamo che un delinquente del suo calibro, che guarda caso va in un museo, ah! un ignorante del genere! e proprio in quel momento uccidono una persona. Che coincidenza, eh!? e poi abbiamo la testimonianza del suo amico – concluse gongolante, pensando di aver assestato la botta finale a Graziosi.
– Quale testimonianza? – chiese Graziosi stupito.
– Ci ha detto che anche lui si è alzato subito dopo la Signora Leonori, dicendo che doveva andare al bagno, e quando è tornato era rosso in viso. Quindi, come vedi, abbiamo tutto, l’opportunità, la situazione, la compatibilità con la modalità di omicidio. Tu invece che fai? Ti trastulli con le foto! Buon divertimento, allora; sai, qui c’è chi lavora seriamente! –
Per qualche secondo rimasero tutti in silenzio, un silenzio reso pesante dall’ira e dall’astio che si respirava, e che fu rotto da Di Capua con una sola parola:
– Movente –
Ziliani lo guardò con odio.
– Lo stiamo cercando di stabilire. Probabilmente un ricatto, soldi, chissà; quando confesserà ce lo dirà lui –
– Quindi non ha confessato – insistette Di Capua.
– Certo che no! Pensate che un omicida pregiudicato confessi subito l’omicidio di una persona così in vista, rischiando di beccarsi come minimo venti anni di galera? Vedrete, l’esperienza mi dice che parlerà presto, ma anche così abbiamo abbastanza pezze d’appoggio per farlo condannare –
Graziosi si girò verso il Colonnello, che gli fece un cenno di assenso.
Graziosi allora fece un passo avanti e si mise proprio di fronte ai tre uomini e ai loro collaboratori come se stesse per declamare un monologo, ed effettivamente era proprio così.
– La mia esperienza, soprattutto nei tuoi confronti Ziliani, mi dice che Esposito stasera dormirà a casa sua e lo Stato dovrà probabilmente rimborsargli i danni. Esposito è un pregiudicato, ma per truffa. La sua specialità è far sparire i soldi. E’ uno strozzino e un ladro, ma non c’è la violenza nel suo curriculum, non è mai stato condannato per omicidi, o rissa, o danneggiamenti, non ha una pistola, non ha armi, ed è sposato con una gentile signora che è vero, una volta faceva la battona, ma ora gli ha dato due figli e sta cercando di rifarsi una vita, interessandosi guarda un po’ anche all’arte. Ma non è questo che interessa ora.
Ora vi voglio raccontare una storia.
E’ la storia di un omicidio certo, quello della Signora Leonori, ma anche una storia di meschinità, di sotterfugi, e di coscienze sporche, sporchissime.
La Signora Leonori amava molto la fotografia e aveva raccolto intorno a sé diverse persone con la stessa passione. Si vedevano ogni tanto, organizzavano gite, mostre, erano insomma un gruppo affiatato. Questa attività costa, ma la Signora Leonori sapeva come finanziarla. Costituisce un’Associazione Culturale e all’interno di questa raccoglie tutte le attività del gruppo fotografico e poi chiede un finanziamento…indovinate a chi? Esatto, al partito del marito, Senatore Leonori –
Il Senatore arrossì a queste parole ma non disse nulla.
– Dato che sarebbe sembrato poco carino che la Signora gestisse i soldi del marito, fu Aristide Melchiorri ad assumere la carica di Presidente dell’Associazione. Era lui che intratteneva formalmente i rapporti con il partito, che gestiva la cassa e aveva il controllo sui fondi. Fondi relativamente piccoli ma ingenti se pensiamo a cosa erano destinati; si parla di centomila euro solo lo scorso anno. Se questi fondi fossero pubblici e la loro destinazione lecita, non è un problema che ci vogliamo porre ora, eventualmente sarà la magistratura a valutare.
Noi sappiamo che Melchiorri sa che la signora deve incontrare qualcuno: non ne conosce il nome, ma sa che ruolo abbia nella sua vita.
Tenta di impedirglielo, addirittura di non farla andare al “bagno”. Non vuole proprio che vada. Oppure vuole che prima parli con lui. Perché? Ho qualche idea ma permettetemi di dirvela dopo. Sappiamo però anche che il Rossi cancella le foto dalla sua macchinetta. Cosa non vuole farci vedere? Ha forse ripreso l’assassino? Non credo, ma andiamo con ordine elencando i fatti, che a voi, capisco, non sono noti. Il Melchiorri segue dopo qualche minuto la Leonori, che non è riuscito a fermare; la cerca ma è già tardi, va sull’impalcatura e la trova morta. Invece di chiamare aiuto che fa? torna giù e dà la notizia agli altri. Rossi ha fatto evidentemente delle foto in cui si capisce che il Melchiorri si è assentato, quindi le cancella. I sei si mettono d’accordo per raccontare una storia credibile ma nel frattempo i cellulari della Leonori suonano: è il marito, il Senatore, e alla fine devono rispondere. Ecco: il Senatore Leonori. Apparentemente l’imputato ideale. Ha un’amante, a dire il vero un paio, e la moglie forse lo ha scoperto. –
Leonori strabuzza gli occhi e per poco non si strozza a queste parole, ma non dice nulla.
– Poi usa disinvoltamente i fondi del partito, non solo per la fotografia. E poi, forse anche lui scopre che la Signora Leonori ha un amante, o magari lo sospetta, e chissà, magari pensa proprio al Melchiorri, con cui la Leonori passa un sacco di tempo –
– Ora basta! io non le permetto di insinuare.. – inizia a protestare il Senatore.
– Aspetti, aspetti Senatore, mi faccia terminare. E stia tranquillo: non sto insinuando niente. Tutto quello che vi racconto qui è documentato e frutto di prove che abbiamo raccolto in questa indagine. Comunque dicevo, il Senatore è perfetto. Certo, ha un alibi di ferro, non può essere l’esecutore materiale dell’omicidio, ma un uomo così potente non ha certo difficoltà a trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco per lui. Magari, chissà, lo stesso Esposito! Ma no, non ci siamo. Esposito non è il tipo da uccidere a sangue freddo, e poi, perché la Leonori si sarebbe appartata con un pregiudicato? E poi sapete, io penso di conoscere le persone. E la reazione del Senatore mi è sembrata sincera. No, il Senatore Leonori è innocente. Almeno dell’omicidio della moglie. Ma allora: chi è la persona che la Leonori incontra? e perché i suoi amici fingono di non di sapere che è morta? perché addirittura nascondono che Melchiorri è andato a cercarla? –
Graziosi fece una pausa ad effetto a questo punto e bevve un sorso d’acqua da una bottiglietta. Tutti rimasero ancora in silenzio.
– Vedete signori, quando una persona viene uccisa le motivazioni sono sempre le stesse: soldi, sesso, potere. Tutte le altre motivazioni possono essere ricondotte a queste qua. In questo caso si sono sovrapposte un po’ tutte. Melchiorri sa che la Leonori ha un amante. Non sa chi sia, ma sa che ne è invaghita, e vuole lasciare il marito. Lui cerca di dissuaderla. Oh sì, lo fa in amicizia, per la salvaguardia della famiglia, e tutte queste belle cose, ma in fondo lo fa perché i centomila euro annui che il marito elargisce attraverso il partito finirebbero, e soprattutto, come abbiamo scoperto, non avrebbe più liquidità per coprire i buchi che ha creato, e che lo porterebbero dritto in galera. Ergo per Melchiorri, e anche per gli altri, è importante che la Leonori non lasci il marito, la mucca da mungere. E allora ci siamo chiesti se sia stato il Melchiorri a uccidere la Leonori. Magari pensava che il marito, in ricordo della moglie, avrebbe continuato a erogare i fondi. E’ una possibilità, ma ci sembra troppo flebile. Non crediamo che il Senatore Leonori si sarebbe messo ancora a rischio finanziando il gruppo fotografico; anzi, forse avrebbe anche richiesto una tracciatura della contabilità. In realtà il comportamento del Melchiorri si spiega solo in un modo, che poi ci è stato confermato da un testimone: aveva bisogno di prendere tempo, per andare a casa e far sparire della documentazione. E ha ottenuto l’omertà degli altri semplicemente perché nel corso degli anni tutti avevano beneficiato di una gestione allegra dei fondi: tutte le macchinette ultimo modello, gli obiettivi, i viaggi fotografici, le mostre, tutto era stato finanziato tramite Melchiorri, e tutti ne avevano ricavato qualcosa. E Melchiorri sapeva che se avessero chiamato la Polizia, o i Carabinieri, sarebbero rimasti bloccati, e non avrebbe potuto tornare a casa rapidamente. E’ stato sfortunato, Melchiorri, perché i cellulari della Leonori hanno cominciato a squillare insistentemente, e il display mostrava che il Senatore la cercava, e se non avessero risposto poi tutti si sarebbero chiesti perché. Anche così, se il Senatore non avesse subito telefonato al Comandante dell’Arma, che ha fatto precipitare il buon Ziliani, ce l’avrebbero potuta fare. Che disdetta! Eppure nella sfortuna i fotografi sono stati fortunati. Il buon Ziliani non ha minimamente curato i primi sopralluoghi, troppi particolari sono emersi dopo, e semplicemente avendo cura di rimuovere le foto dalla scheda del Rossi, i sei alla fine se ne sono potuti andare indisturbati.
Se il Colonnello non ci avesse chiesto di affiancare Ziliani nell’indagine, oggi staremmo ancora cercando la Signora Leonori, Melchiorri avrebbe avuto un sacco di tempo per nascondere le tracce della sua gestione, e il vero assassino sarebbe ancora ignoto.
Già, perché in tutto questo, chi è l’assassino?
Beh, sappiamo che è un uomo, ce lo dice il medico legale. Sappiamo che è uno che la Leonori conosce e di cui si fida. Il suo amante, crediamo. Sappiamo che lei lo ama, e che vuole lasciare il marito per lui. Ma se il marito e il Melchiorri potevano avere qualche motivo per ucciderla, perché il suo amante? Che motivazioni aveva per ucciderla? E perché proprio quando lei vuole tagliare i ponti col suo passato per stare con lui? Forse lui non era d’accordo. Ma cosa lo spaventava a tal punto da ucciderla? Al limite, non poteva semplicemente dirle di no? che lui non la amava, che non le importava nulla di lei, che l’aveva semplicemente sfruttata per la sua posizione e ora non aveva nessuna intenzione di vivere con lei? Beh certo, avrebbe potuto dirlo. Ma, vedete, quest’uomo è in una situazione complicata. Sia che accetti la profferta amorosa della Leonori sia che la rifiuti la sua vita come uomo di potere è finita. Perché perderebbe tutto quello che si è costruito in questi anni, con tutti i sacrifici, tutte le angherie sopportate, tutta la gavetta. E allora la uccide. E’ l’unico modo per allontanarla senza farsi coinvolgere. Le dà appuntamento in un luogo in cui lui non dovrebbe essere, per strangolarla senza pietà. Perché vedete, c’è solo una cosa peggio di vivere all’ombra del Senatore Leonori, ed è perdere la possibilità di soppiantarlo, un giorno –
Non appena Graziosi ebbe finito di parlare, tutti si girarono verso il portaborse del Senatore: l’uomo guardò freddamente il Maresciallo e non disse una parola, neanche quando Di Capua gli mise le manette e lo portò via.
– E ora, Signor Ministro, pensiamo a cosa dobbiamo dire alla stampa – concluse il Colonnello.

La sorella di Graziosi lo abbracciò, quando lo vide arrivare. Il nipote, uno sveglio quindicenne, gli venne incontro sorridendo.
– Ciao zio! – gli disse baciandolo sulle guance.
Graziosi sorrise, e prese la sorella sotto braccio.
Poi mise una mano nella zaino, e ne trasse la macchinetta del nipote.
– Oh! grazie – disse la sorella – Sei riuscito a capirci qualcosa? – chiese speranzosa.
Graziosi guardò la macchinetta, poi la sorella, poi scosse la testa e disse mentre le cingeva le spalle:
– No, mi dispiace. Non è roba per me –

My Nikon F2

My Nikon F2

Pendolari

Alla stazione di Treviso, il treno dei pendolari si svuota lentamente; è l’ultimo della giornata, dopo le 20 bisogna avere la macchina per tornare a casa.
La maggior parte delle persone ha affollato quello delle 17, tutti quelli che lavorano nella zona industriale, impiegati, insegnanti.
La sera ci sono i professionisti, i manager in carriera, i ragazzi – o le ragazze – che tornano dalle morose, o le vanno a trovare.
Il vagone è ormai vuoto, tranne per una donna, appoggiata al cuscino laterale del sedile, addormentata. Le persone che sono uscite l’hanno guardata distrattamente.
La trova un addetto alle pulizie, che la scuote per farla svegliare.
La donna è giovane, è bella, i capelli biondi lunghi, pettinati da un lato.
Degli orecchini semplici, un tailleur elegante, delle scarpe con un tacco di almeno dieci centimetri.
L’uomo capisce che è morta solo quando nota il rivolo di sangue che le scorre sulla guancia sinistra e gli imbratta la mano.
L’addetto spara una bestemmia nel suo dialetto, e corre giù dal treno a chiamare la Polizia.

Il convegno sulle nuove tecniche investigative è stato fortemente voluto dal Ministero degli Interni e dalla Difesa, per suggellare la collaborazione tra le forze di Polizia, che negli ultimi tempi ha portato importanti risultati nella lotta contro la criminalità comune e quella organizzata.
Due giorni di lezioni, presentazioni, dibattiti, e poi ancora incontri tecnici, cocktail politici, cena di gala.
Un impegno gravoso, e ancora di più per chi, come il Maresciallo Graziosi, ha da sempre rifuggito gli impegni istituzionali, la divisa, le cene per ingraziarsi questo o quel superiore.
Ma il Comandante era stato chiaro: tu parteciperai, e non solo, ti lasciamo anche la presentazione a chiusura dei lavori, perché sei giovane, hai successo, e sei anche un gran figo.
E così aveva dovuto rispolverare la divisa, farla stringere un po’ perché aveva perso qualche chilo, e smadonnare una settimana davanti al computer per mettere insieme la presentazione, mentre il suo vice, Di Capua, lo prendeva per il culo senza parlare, solo con gli occhi.
Lui lo fulminava con lo sguardo, ma assaporava il gusto della vendetta. Aveva detto al Comandante che i suoi successi erano anche del suo vice – e lo pensava veramente – e che avrebbe meritato di partecipare anche lui. E così anche Di Capua si era dovuto sorbire i due giorni del convegno, ed ora era in prima fila, la faccia torva, a sentire il suo capo che propinava le sue verità ad una folla di colleghi, equamente divisa tra scettici e adoranti.
Il Comandante dei Carabinieri, anch’egli in prima fila, annuiva ad ogni passaggio, e ogni tanto parlottava con il Capo della Polizia, che gli sedeva accanto, e che annuiva anche lui per cortesia.
– …il processo investigativo è una gara a chi fa meno errori – stava concludendo Graziosi – non esiste il delitto perfetto, il delinquente perfetto, ma neanche l’investigatore perfetto. Spesso i dati sono sotto i nostri occhi. Talvolta dobbiamo aspettare un errore del nostro avversario, ma una cosa è certa: in questa gara, chi fa meno errori vince. Grazie –
L’applauso scattò convincente, Graziosi era un uomo di poche parole, ma quando serviva sapeva parlare.
Mentre i colleghi si andavano a congratulare, fece un cenno di intesa a Di Capua; avevano già le valigie pronte, e il biglietto in mano. Con questa scusa sarebbero scappati via subito, e tra qualche ora al massimo sarebbero arrivati a casa.
Non visti, nella calca generale, due uomini in divisa grigia percorsero il corridoio centrale della sala, e si avvicinarono ai Comandanti. Avevano anch’essi la serietà e il portamento da graduati.
Dopo un paio di minuti, Graziosi si sentì toccare la spalla dal Comandante.
– Il Capo ti vuole – il Capo era in gergo il Comandante dell’Arma.
Incredibile, pensò Graziosi, il Capo che ti fa un complimento.
Capì che si sbagliava quando ne vide l’espressione.
– Graziosi – disse con il tono stentoreo che conosceva bene – questi sono due colleghi della Polizia Ferroviaria. Hanno saputo che eravamo in città e ci chiedono aiuto per un omicidio appena avvenuto. Ho concordato con loro che avremmo messo a disposizione un investigatore. Mi è piaciuta la tua presentazione, per cui ho pensato di chiederti di collaborare. Rimarrai a Treviso per qualche giorno, per dare una mano nelle indagini –
Graziosi rimase a bocca aperta, si girò per guardare il Comandante, che fece spallucce, poi Di Capua, che aveva già messo in moto i globi oculari sparandoli contro il soffitto, poi tentò di dire:
– Veramente noi stavamo per… – si bloccò perché il suo Comandante gli aveva afferrato il braccio e glie lo stava stritolando.
– …certo Comandante, ne saremo lieti – concluse.
Quando furono soli, il suo Comandante gli disse:
– Graziosi, non possiamo rifiutarci. Questi stanno nel marasma e si sono ritrovati una morta su un treno. E a peggiorare le cose ci sta che la donna morta è la figlia del Sindaco di Treviso. Ho dato la tua disponibilità e il Capo se l’è spesa. Punto. Mettiti l’anima in pace e trovami lo stronzo che ha ammazzato la ragazza –
Graziosi annuì, poi uscì seguito da Di Capua.
Lasciarono le valigie nella hall dell’albergo, e insieme ai due della Polizia ferroviaria si diressero verso la stazione, che era a soli dieci minuti.
– Per curiosità, come mai siete venuti a chiedere il nostro aiuto? Non avete un’unità investigativa? –
– A dire il vero, no – rispose uno dei due – anche perché che io mi ricordi, omicidi sui treni da queste parti non sono mai avvenuti. Per qualche fatto più grave, di solito ci appoggiamo al comando di Polizia di Treviso. Ma sono impegnati in un’operazione antidroga, e non ci possono aiutare. –
E vaffanculo anche alla droga, pensò Graziosi, e forse anche Di Capua stava pensando la stessa cosa, dalla faccia che faceva.

Arrivati alla stazione, Graziosi non si perse in convenevoli, chiese subito quale fossero il treno e il vagone, e seguito da Di Capua salì di corsa i gradini che immettevano nello scompartimento.
Dentro c’erano un paio di poliziotti, e un tipo in giacca e cravatta che li vide in divisa e si affrettò a presentarsi.
– Buongiorno – disse con una voce stridula che si adattava benissimo alle sue dimensioni non propriamente da giocatore di rugby – sono l’Ingegner Lorenzon, il responsabile locale di Trenitalia della stazione di Treviso – strinse la mano ai due Carabinieri.
– Buongiorno Ingegnere, possiamo vede il posto dove è avvenuto il delitto? – chiese Graziosi andando subito al sodo.
– E’ quello – disse Lorenzon, indicando una poltrona.
Graziosi la guardò, poi guardò Di Capua. Era perfettamente pulita.
– Scusi – chiese con un tono di voce basso e lento – e il cadavere dov’è? e non vedo tracce di sangue –
Aveva paura di conoscere la risposta.
– Lo abbiamo fatto portare via – rispose l’Ingegnere soddisfatto – e poi abbiamo pulito e disinfettato tutto a tempo di record, in modo che il materiale rotabile possa essere messo in esercizio già in mattinata e quindi rispettare perfettamente… –
– Aspetti, aspetti… – lo interruppe Graziosi – lei mi sta dicendo che non solo avete spostato un cadavere dalla scena del delitto prima che gli investigatori, cioè noi, lo potessero vedere, ma avete anche ripulito tutto? –
Ora lo sguardo di Graziosi esprimeva ferocia e se ne accorse anche il piccoletto, che diventò paonazzo, le gote in particolare, anche grazie forse a qualche frequentazione abituale di prosecco.
– Beh… – ora era sulla difensiva – hanno fatto le foto, e poi ho chiesto ai vostri colleghi – e indicò i due Poliziotti che li avevano accolti, e che ora distoglievano lo sguardo con imbarazzo.
– Che manica di imbecilli! – sbottò Graziosi, e l’Ingegnere si sentì piccato.
– Senta – disse con tono di voce alterato – cerchi di capire, abbiamo una tabella da rispettare, un servizio da mandare avanti, e non potevo certo lasciare i sedili sporchi, non trova? Siam mica a Napoli, sa? –
Graziosi lo guardò, non disse nulla, annuì, poi uscì dal vagone, insieme agli altri poliziotti, lasciando il solo Di Capua – che era di Fuorigrotta – con l’Ingegner Lorenzon, per spiegargli due o tre cosine sulla sua città. In privato però.
Dopo cinque minuti anche i due scesero, l’Ingegnere a testa bassa, dileguandosi senza salutare.
– E ora che facciamo? – chiese Di Capua.
– Mah, questi coglioni ci hanno impedito di vedere la scena del delitto dal vivo, facciamoci portare all’obitorio, e vediamo se c’è un medico legale disponibile per dirci qualcosa –

Il vantaggio di una piccola città, dove certe cose non accadono quasi mai, è che non devi negoziare l’attenzione di nessuno.
Quando i due arrivarono all’obitorio, scoprirono che l’esame autoptico stava per iniziare, non solo, ma il loro ruolo era stato già notificato all’istituto di medicina legale, per cui quando arrivarono gli furono consegnate copie delle foto scattate sulla scena del delitto, furono preparati con camice e mascherina, e senza tanti complimenti spinti nella stanza dove si stava per svolgere l’autopsia, in modo che potessero assistervi in diretta.
Al solito, Di Capua rimase immobile e apparentemente indifferente, mentre Graziosi si agitava nel camice troppo stretto, e soprattutto perché non amava vedere corpi umani dissezionati.
Decise di guardare prima le foto, per farsi un’idea il più possibile vicina alla situazione iniziale.
La ragazza sembrava dormire, appoggiata verso il corridoio, sulla poltrona, una mano a pugno sotto la guancia.
Dal lato destro del viso non si notavano tracce dell’evento. Le foto invece scattate dal lato del finestrino evidenziavano una macchia rossa, non troppo grande, in mezzo ai capelli biondi, e un rivolo di sangue che scendeva giù per la guancia, correva sull’orecchio, e infine scendeva sulla spalla, macchiando la giacca grigio chiaro del tailleur.
Effettivamente per chi fosse passato distrattamente per uscire dal vagone poteva sembrare che dormisse.
La descrizione sintetica – molto sintetica, pensò – della scena coincideva con questa impressione.
La testimonianza dell’addetto alle pulizie, e il resoconto della Polizia Ferroviaria, erano concordi nel dire che solo un’osservazione attenta, o qualcuno che si fosse seduto accanto, avrebbe potuto notare l’evento.
A quanto pare la donna era seduta da sola. Oppure qualcuno si era alzato dopo…ma non voleva fare ipotesi, era ancora prematuro.
Iniziò a seguire il lento e burocratico iter di analisi del cadavere, ma dopo qualche minuto non resse più e uscì.
Decise di andare a cena, avrebbe chiesto una sintesi al medico più tardi, non aveva alcuna intenzione di passare un’ora a vedere un bisturi martoriare quel corpo così delicato.
Entrò in un ristorante, il primo che incontrò, e decise di onorare il luogo ordinando un risotto al radicchio rosso, e mezzo litro di vino rosso, un Cabernet consigliato dal cameriere.
Mangiò svogliatamente, cercando di non pensare al delitto, ma non era facile.
La donna che aveva visto sdraiata sul metallo della sala mortuaria era giovane, bella, e terribilmente somigliante a Giulia, che lo aveva fatto soffrire da giovane e da adulto, e non riusciva a non pensare che poteva esserci lei, su quel metallo, che quando il destino decide che devi incontrare il tuo carnefice c’è poco che gli umani possano fare che non sia stato deciso dagli dei, se non cercare di trovare il colpevole.
Ecco cosa faceva lui: dava un nome e una motivazione ad una decisione divina. Ben poca cosa.
Con questa malinconia, solo leggermente alleviata dal Cabernet, passò un’oretta, prima di tornare all’istituto per vedere se avessero finito.
Era ormai tardi, e avrebbero raccolto tutte le informazioni per poi ragionarci a mente fredda e riposati, il giorno dopo.

Trovò il medico e Di Capua che parlottavano in una stanza adiacente alla camera mortuaria.
Chiese una sintesi e le cose più rilevanti.
– Nessuna sorpresa, tutto è come appariva dall’esame esterno del corpo. Una donna giovane, in buona salute, uccisa con un solo colpo di proiettile alla tempia. Non so dirle il calibro, non sono un esperto balistico, ma sicuramente un calibro piccolo, direi un .22 per le dimensioni del foro e della pallottola, che abbiamo trovato immersa nella materia cerebrale. Dalle dimensioni del foro sembra che il colpo sia stato sparato da vicino, quasi a contatto, ma la mancanza di bruciature e la poca penetrazione del proiettile mi fanno pensare ad un silenziatore. – disse il medico.
Graziosi guardò Di Capua, che scosse il capo. Era un esperto tiratore e la cosa non gli quadrava.
– Il silenziatore non ci convince – azzardò Graziosi – sarebbe stato scomodo ed evidente, e in un luogo così ristretto non avrebbe ridotto significativamente il rumore dello sparo – Di Capua annuiva.
– Mmmmm, non so, forse è stato usato un cuscino o un altro materiale assorbente. Probabilmente di gomma semirigida, altrimenti avremmo trovato tracce all’interno del foro o della materia cerebrale –
– Segni di colluttazione? – chiese Graziosi.
– Nessuno – rispose il medico – dall’ematoma che abbiamo trovato sotto la guancia destra, accentuato dal deposito di sangue post mortem, ne potremmo dedurre che la donna fosse addormentata quando è stata uccisa, o in alternativa che sia stata posizionata così dopo l’omicidio –
– Altri particolari? – Graziosi era stanco e faceva domande solo di routine.
– Nessuno. Le analisi del sangue sono negative. Non si drogava, non prendeva medicine, non fumava, nessuna malattia evidente in corso. Analisi più approfondite arriveranno nei prossimi giorni, ma al 99% quello che le sto dicendo è quello che troveremo. Nessuna frattura, segni di violenza di alcun tipo. L’unica, se vogliamo, anomalia, è un piccolo tatuaggio sull’inguine, una specie di cerchio con un pitone, o forse un drago, non è facile capirlo, è un po’ troppo piccolo e confuso – rispose il medico legale.
– Perché anomalo? ormai i ragazzi fanno tatuaggi in continuazione e dappertutto –
– Ha ragione. In questo caso l’anomalia è che è l’unico, in tutto il corpo, ed è molto recente, diciamo non più di due o tre mesi. Forse può esservi utile, come informazione –
Graziosi guardò l’orologio, si erano fatte ormai le 22, erano stanchi, e non c’era niente che potessero comunque fare per quella sera.
Ringraziarono il medico, raccolsero tutti i dati e tornarono in albergo.

La mattina dopo si videro a colazione prestissimo, e mentre Graziosi beveva un caffè macchiato, e una spremuta d’arancia, Di Capua riassumeva quello che sapevano, cioè quasi niente.
– Alessandra Ronchi, anni 28, Avvocato, si sta specializzando in cause aziendali presso uno studio di Mestre. – Di Capua alzò gli occhi per guardare Graziosi – Un amico del padre, un ex deputato che ha fatto i soldi occupandosi delle aziende del suo leader. La Ronchi ci lavora da da quattro anni, dopo la laurea a Padova, e un master a Londra. Il padre è Sindaco al terzo mandato, un vero e proprio boss del luogo, con rapporti ottimi con maggioranza, opposizione, chiesa e Confindustria. Insomma, in città non si muove nulla senza che lui lo sappia. Ho fatto una ricerca sull’archivio dell’ANSA, e non risultano fatti che coinvolgano la donna. Il padre, come molti politici, ha diverse cause pendenti, denunce, ed è stato anche condannato qualche anno fa per percosse, aveva messo le mani addosso ad un compagno di partito… –
– Un bel tipino – commentò Graziosi.
– Sì, ma a quanto pare con i figli un padre esemplare, ho trovato in rete diverse foto con la figlia da piccola, ad eventi, inaugurazioni, insomma era la sua cocca, penso che sarà furioso –
– Immagino – disse Graziosi con un pezzo di cornetto in bocca – vita sentimentale? –
– La Ronchi ha un fidanzato ufficiale, una specie di manager di una piccola azienda che produce pallet, credo famigliare. –
– Andiamolo a trovare per primo, anche se il delitto non mi sembra si possa categorizzare come passionale, ma oggi giorno se hai quattro soldi ti puoi anche permettere un professionista che sbrighi alcune faccende per te. E magari ci saprà dire qualcosa su quel tatuaggio. –

Il capannone era solo uno dei tanti che si trovavano in una zona industriale vicino alla città. Anche il navigatore della macchina che gli avevano messo a disposizione non sapeva che pesci pigliare, e alla fine arrivarono all’indirizzo giusto che erano già le 10.
Chiesero del Sig. Merlo. La ragazza alla reception li guardò per qualche secondo, poi disse: – Padre o figlio? –
I due si guardarono, poi Di Capua fu più lesto a rispondere: – Figlio –
– Le chiamo subito l’Ingegnere allora –
Se la ragazza aveva 28 anni, sembrava improbabile che fosse fidanzata con un uomo di 60 anni o più, anche se non si poteva mai dire.
Il ragazzo invece che venne loro incontro poteva forse averne una trentina, ben vestito, alto, l’aria un po’ malinconica, che certo la notizia del giorno prima non doveva aver migliorato.
Andarono in una piccola sala riunione, e dopo i convenevoli, Graziosi disse:
– Lei saprà che in un caso di omicidio come questo siamo costretti a fare domande anche molto dirette e personali, e che allo stato attuale non possiamo escludere nessuno dai sospettati –
Guardò il giovane negli occhi, ma questi non li abbassò.
– Maresciallo, capisco quello che mi sta dicendo, e non avrò problemi a rispondere alle sue domande, ma di sicuro uscirò presto dal novero dei sospettati. Io e Alessandra non stavamo più insieme da qualche mese, e io sto con un’altra donna, con la quale penso di sposarmi a breve. Ci siamo lasciati dopo un periodo di apatia, non abbiamo litigato, non ci siamo tirati i piatti, non siamo neanche rimasti amici, se è per questo, ma non avrebbe avuto molto senso. Lei aveva la sua vita, lo studio, i suoi amici, io l’azienda di famiglia da mandare avanti. Non c’erano più motivi di frequentarci. –
Graziosi e Di Capua erano interdetti. Le informazioni che avevano sembravano confermare che i due fossero fidanzati, ma il ragazzo sembrava sincero, e comunque era facile da verificare, non avrebbe avuto senso raccontare una bugia così stupida.
Questo li faceva pensare che i dati che erano stati raccolti fossero errati, o quanto meno non aggiornati. Il che significava un supplemento di indagini, anche solo per raccogliere informazioni base. Il ritorno a casa sembrava lontanissimo.
– Quindi lei non ci sa dire – riprese Graziosi – se la ragazza avesse qualche problema, qualcuno che l’avesse molestata, qualche nemico, qualche persona che la minacciava? –
L’Ingegnere rimase per un po’ sovrappensiero. Poi disse:
– Guardi, la verità è che io e Alessandra non ci parlavamo proprio più. Sì, lei era diventata evasiva, ad un certo punto, e io l’amavo ancora e sarei rimasto volentieri con lei, almeno questo fino a qualche mese fa. Poi lei molto chiaramente mi disse che non voleva più stare con me, e ci siamo lasciati. Questo è quanto. Per cui le mie informazioni risalgono a qualche mese fa, e fino a quel momento non c’era niente di strano, tranne… –
Si interruppe, non sapeva se andare avanti o meno. I due lo guardarono aspettando che sputasse il rospo.
– …tranne che chiaramente aveva un altro – disse alla fine – Lei non me lo disse esplicitamente, io non lo chiesi, ma ci stavo male lo stesso perché l’avevo capito, ma sinceramente, al di là del mio dispiacere e del suo imbarazzo, non c’era nulla che potessi catalogare come sospetto, o potenzialmente pericoloso –
Le domande difficili le faceva sempre Di Capua.
– Ci sa dire chi fosse questo nuovo “fidanzato”? – da bravo meridionale tutto casa e chiesa calcò in maniera esagerata la parola “fidanzato”, in modo che si capisse che disapprovava la condotta della ragazza.
L’Ingegnere scosse la testa.
– No, non vi saprei aiutare. Me ne sono disinteressato, ad un certo punto. Deve però per forza essere uno della zona, perché a parte andare a Venezia con quel maledetto treno non sia allontanava mai. –
– Il tatuaggio che cosa rappresentava? – chiese ancora Di Capua.
Il ragazzo li guardò in maniera interrogativa.
– Quale tatuaggio? Alessandra non aveva tatuaggi –
I due esitarono.
– Quello all’inguine – decise infine di dire Graziosi.
L’Ingegnere diventò rosso, non si capiva se per l’imbarazzo o la rabbia.
Fece una pausa prima di rispondere.
– Maresciallo, come le ho detto, da qualche mese io e Alessandra non ci parlavamo più. Ma era ormai già qualche mese che noi…insomma, eravamo di fatto degli amici che fingevano di stare insieme, non avevamo rapporti intimi, e non la vedo…voglio dire non l’ho vista nuda da almeno…diciamo sei mesi –
E abbassò la testa malinconicamente, dopo queste parole.
Graziosi estrasse la foto del tatuaggio e glie la mostrò.
– Gli dia un’occhiata, magari è un simbolo che conosce, se il suo nuovo fidanzato è della zona, ci potrebbe aiutare a trovarlo –
L’Ing. Merlo alzò la testa, prese la foto, la guardò, sgranò gli occhi, e poi iniziò a piangere; in silenzio, asciugandosi gli occhi col dorso della mano, singhiozzando senza emettere rumore.
I due carabinieri si stupirono a questa reazione, ma non dissero nulla, sapevano che l’uomo stava per rivelare qualcosa e non volevano rovinare tutto con commenti di circostanza.
Quando ebbe finito, li guardò con gli occhi intristiti, e con uno sguardo che sembrava appartenere ad un uomo molto più vecchio.
– Mio padre ha seguito le orme di mio nonno, e io le sue. Sono ormai 5 anni che gestisco l’azienda di famiglia. In teoria non sarei solo, ma mio fratello non ne ha mai voluto sapere nulla. Lui è più grande di me di qualche anno, ma non ha studiato, ha girato il mondo, fatto reportage fotografici, scritto libri di viaggio. Poi lo ha preso la passione per le moto, ha corso per qualche anno, anche con buoni risultati, poi si è rotto tutto in un incidente, e quando lo hanno rimesso in sesto ha deciso di aprire un’officina per moto da corsa, non lontano da qui. Non lo vedo e non lo sento da due anni. –
Aspettarono, perché c’era sicuramente dell’altro.
– Questo logo, è il simbolo della sua officina, ed era il disegno che aveva sul casco quando correva. Il pitone è lui, sinuoso, pericoloso, inafferrabile. Così lui si vede, ed evidentemente così lui è, se è riuscito a togliere la donna a suo fratello –
Il ragazzo si accasciò sulla sedia, e i due ritennero di non insistere, avrebbero ottenuto l’indirizzo dell’officina facilmente anche in un altro modo.
Andarono via perplessi: quella storia si complicava, e anche se avevano trovato forse una direzione per le indagini, il mondo che si rivelava non piaceva ai due carabinieri.
Ma avevano troppa esperienza per non sapere che il male non si fermava neanche di fronte ai legami di sangue, anzi, talvolta era anche più intenso.

L’officina di Andrea Merlo, scoprirono, non era distante dal capannone dell’azienda di famiglia. Forse un paio di chilometri, in linea d’aria.
Era un garage probabilmente originariamente adibito a magazzino, in uno spiazzo in cui si affacciavano altri garage tristemente chiusi. L’officina di Merlo era apparentemente l’unica attività ancora in piedi della zona, e il logo con il pitone campeggiava sopra la serranda alzata. A parte il logo, nessuna insegna indicava che quella fosse un’officina, ma l’odore, e le moto da corsa appoggiate qua e là non lasciavano spazio a dubbi.
Su un elevatore, era posizionata una moto completamente smontata, solo il telaio, il manubrio e le ruote erano ancora al loro posto. Un uomo sui 35 anni era chinato con una lampada ad osservare qualche dettaglio della moto.
Era in jeans e maglietta, sporchi di olio e grasso, e aveva dei capelli lunghi, ondulati, quasi con dei boccoli.
Quando ebbe la percezione che ci fosse qualcun altro vicino a lui, si alzò e il due videro che era abbastanza somigliante a suo fratello, anche se l’aria scanzonata, l’aspetto un po’ più selvaggio e i capelli lunghi lo facevano sembrare decisamente più bello.
Si pulì le mani e venne loro incontro senza dire niente, ma con un’aria interrogativa.
– Carabinieri – disse Graziosi – le dobbiamo fare qualche domanda –
L’uomo non si scompose, indicò un piccolo ufficio in cui c’era un computer, una scrivania, dei moduli, e appena lo spazio per sedersi in tre.
L’atmosfera era un po’ surreale.
Nessuno si decideva a parlare, poi finalmente Andrea chiese:
– A che proposito mi volevate fare queste domande? –
Di Capua rispose velocemente, prima che Graziosi potesse fermarlo, perché aveva avuto un presentimento:
– Volevamo chiederle informazioni relativamente all’omicidio di Alessandra Ronchi –
L’uomo, nel sentire queste parole, fece una cosa inaspettata.
Svenne.
I due furono colti di sorpresa, e si precipitarono a tirarlo su, lo misero seduto sulla sedia, e cominciarono a spruzzargli un po’ d’acqua in faccia, ma non rinveniva.
Finché Di Capua non gli diede un ceffone violentissimo, e l’uomo cominciò a riprendere conoscenza.
Graziosi guardò il suo vice con stupore e ammirazione per i suoi metodi, ma non ebbe tempo di congratularsi, perché Andrea Merlo stava tremando, per l’emozione e forse anche per lo schiaffone.
Quando furono ragionevolmente certi che si fosse ripreso, si sedettero di nuovo.
– Lei non sapeva che Alessandra fosse stata uccisa? – chiese con delicatezza Graziosi.
L’uomo fece cenno di no con la testa, poi aggiunse: – Non sapevo neanche che fosse morta –
Di Capua chiese, non senza un minimo di sospetto:
– Ma scusi, il delitto è in televisione da ieri, la sua…amica era la figlia del sindaco, possibile che non l’abbia visto, non abbia saputo, nessuno l’abbia avvertita? –
– Non ho la televisione, non leggo i giornali. Non mi piace. Sto qua la maggior parte del tempo, e avevo delle cose urgenti da fare. Ho dormito qui stanotte, c’è una specie di cameretta sul retro, e non ho preso il cellulare, tanto Alessandra ha…voglio dire aveva degli impegni a Venezia, e non ci saremmo potuti vedere. Comunque il cellulare qua non prende neanche bene. Sarei andato a casa più tardi stamattina… –
Si mise le mani nei capelli, e smise di parlare.

Quando si ritrovarono nella locale caserma dei Carabinieri, in un ufficio messo loro a disposizione dal Comandante della stazione, cercarono di riordinare le idee, ma ancora prima di iniziare si rendevano conto di non avere gran che su cui lavorare.
I due fratelli avevano degli alibi se non di ferro, abbastanza credibili: l’Ingegnere aveva lavorato fino a tardi presso la fabbrica, e il fratello era stato visto un paio di volte in orari non compatibili con il fatto di aver preso il treno in una stazione dell’itinerario, e poi essere sceso a Treviso.
La Polizia Ferroviaria stava vagliando altre conoscenze, amici, ex compagni di Università, parenti anche alla lontana: niente sembrava promettente, ma come avevano imparato non si poteva mai dire; anche se la stessa esperienza che non permetteva loro di scartare alcuna ipotesi li faceva essere abbastanza pessimisti. Sapevano che se non fossero riusciti ad individuare una pista accettabile entro un paio di giorni, la probabilità di trovare l’assassino sarebbe diventata quasi nulla, e con il Sindaco alle calcagna, e i media che stavano impazzendo, sarebbe bastato questo per mettere a rischio la loro carriera, anche se Graziosi non era così interessato alla sua carriera, piuttosto ad assicurare alla giustizia l’autore dell’omicidio.
Dato che la sua filosofia, mutuata da un seminario che aveva seguito a Quantico agli inizi della carriera, era “no stone unturn”, decise di evitare di fare ipotesi per il momento non supportate da fatti, e di cercare di smuovere un po’ le acque.
Questo significava andare a sentire i suoi colleghi e soprattutto, o per meglio dire purtroppo, il Signor Sindaco Padre.
Decisero di affrontare per prima la belva, nella speranza di avere campo libero per le indagini. Sapevano che difficilmente avrebbe potuto fornire indicazioni utili, che avrebbe fatto molte pressioni e reso la loro vita molto più difficile, ma non c’era modo di evitarlo, per cui decisero di recarsi la mattina dopo nell’ufficio del Sindaco, preallertato da una telefonata del loro Comandante.

Non fecero quasi anticamera, e furono fatti entrare direttamente nell’ufficio del Primo Cittadino, che li aspettava seduto, vicino a un nugolo di bandiere, tra le quali riconobbero quelle dell’Italia, dell’Unione Europea, del Veneto, e di un partito politico famoso per l’intolleranza razziale.
Il padre di Alessandra era visibilmente alterato, la camicia aperta, sudato, le occhiaie profonde, sembrava un uomo che avesse bevuto molto, e dormito poco, e probabilmente non erano lontani dal vero.
Era accigliato, non li salutò, e fu molto brusco quando disse:
– Lo voglio io. Quando lo trovate, non lo porterete in caserma, ma qui da me. E io lo ammazzerò con le mie mani –
Iniziamo bene, pensò Graziosi.
Si schiarì la voce e ignorò la profferta del Sindaco.
– Signor Sindaco, prima di tutto vorrei porle a mio nome personale, del mio vice Di Capua e di tutta l’Arma dei Carabinieri le nostre più sentite condoglianze. Siamo certi che… –
– Mi ci pulisco il culo con le vostre condoglianze! – interruppe urlando il Sindaco Ronchi, la gola ingrossata, la bava alla bocca, e tenuto per le spalle da un corpulento assistente.
– Me lo dovete portare qui, subito, prima di ora, vivo, e lo voglio ammazzare, ma lentamente, voglio che soffra il più possibile, voglio tagliargli la carne centimetro per centimetro – disse prima di rituffarsi nella poltrona, ansimante per la stazza e per la rabbia.
Graziosi contò fino a cento, poi fino a mille, poi fino a diecimila, e si scosse solo quando Di Capua lo toccò leggermente su una spalla.
Districò l’arcata superiore e quella inferiore dei denti, per poter replicare:
– Signor Sindaco – disse con il tono più mellifluo che riuscì a trovare nelle recondite cavità del suo organismo – non posso prometterle risultati, non sarebbe serio, ma le garantisco che metteremo il massimo impegno per assicurare il colpevole alla Giustizia – pronunciò quest’ultima parola calcando su tutte le sillabe, per far capire cosa pensava della giustizia fai-da-te.
Il Sindaco non replicò, ma lo guardò torvo, e Graziosi capì che lo spiacevole colloquio era finito.

Uscirono in silenzio, e non parlarono fino alla macchina.
Seduti sul sedile posteriore, mentre un agente della Polfer guidava, scambiarono solo qualche parola di circostanza; sapevano da prima come sarebbe andato il colloquio, e la sua inutilità. Tuttavia si erano resi conto che il Sindaco poteva essere un ostacolo, con la sua richiesta di accelerare i tempi e di avere risultati certi, e questo li preoccupava.
Salirono sul treno alla stazione di Treviso, dove solo un paio di giorni prima la ragazza era stata colpita a morte.
Fecero lo stesso suo tragitto, cercarono di immedesimarsi nei suoi panni, osservarono con attenzione le persone e le facce.
Arrivarono a Mestre, dove scesero per recarsi nello studio dove Alessandra lavorava.

Gli studi di avvocati sono tutti uguali: segretarie alte due metri, strizzate dentro abiti taglia 38, partner senior con pance enormi, bretelle e sigari da un metro sulla scrivania, giovani praticanti che danno l’impressione di fare loro tutto il lavoro, parquet dappertutto, anche nei cessi, e libri in ordine perfetto, che probabilmente nessuno consulta da secoli.
L’unica differenza tra questo studio e gli altri che Graziosi aveva avuto la ventura (o sventura) di visitare, era l’affaccio: all’ultimo piano di un piccolo grattacielo, la finestra del senior partner nonché Amministratore Delegato abbracciava con la vista tutta la laguna di Venezia, e in quella giornata di sole la vista era semplicemente spettacolare.

I due rimasero impalati a guardare fuori dalla finestra, mentre l’uomo, con-titolare dello studio e uomo di navigata esperienza, si accendeva un sigaro di un metro senza chiedere loro il permesso, e si metteva comodo in poltrona.
Graziosi attese un paio di minuti, prima di girarsi e andarsi a sedere davanti all’uomo.
– Una grave perdita – disse l’Avv. Sereni, dello studio Desimone-Sereni-Laudadio.
Sbuffò un paio di volte dal sigaro, poi si accomodò nella poltrona di pelle nera che lo sovrastava di almeno mezzo metro, e che doveva essere costata qualche migliaio di euro. Forse anche qualche decina.
– Quindi la conosceva bene – disse Graziosi, per nulla intimidito dallo sfarzo.
– Beh, no, non tanto, era una praticante, di solito io non so neanche che faccia abbiano, ma in questo caso, essendo la figlia del Sindaco Ronchi, ci avevo fatto una chiacchierata… – glissò Sereni.
– Glie l’aveva raccomandata il padre? E’ questo il motivo per cui lavorava qui? –
L’avvocato Sereni sgranò gli occhi.
– No, assolutamente. Conosco il Sindaco da molti anni, siamo amici, o comunque ci frequentiamo abbastanza spesso, ma Alessandra non era tipo da raccomandazioni. Ha mandato il curriculum con un nome falso, le selezioni le hanno fatte i partner giovani, e solo quando abbiamo dovuto registrarla, abbiamo scoperto chi era. Allora l’ho chiamata, per chiederle se c’era qualcosa che potevo fare per lei, e lei mi rispose di “lasciarla lavorare come gli altri”. E così feci. Se ci incontravamo la salutavo, ma niente di più. Il padre piuttosto… – esitò
Graziosi si sporse.
– Continui – lo incitò
– Beh, lei ha conosciuto il Sindaco, no!? in tutto quello che fa mette la sua personalità e il suo peso, e adorava la figlia. Mi chiamava quasi tutti i giorni per sapere come andava, cosa faceva, per darmi suggerimenti. Devo dire che per me avere Alessandra a studio era diventato un fastidio, non tanto per lei, ma per il padre. Non vorrei essere nei panni dell’uomo che l’ha ammazzata –
Graziosi rimase un attimo in silenzio, poi guardò Di Capua, che capì al volo.
Fu l’appuntato a rivolgersi improvvisamente a Sereni.
– E lei come fa a sapere che è stato un uomo? Ha accesso a qualche informazione riservata, che magari neanche noi abbiamo? La scena del delitto è stata secretata e le indagini le facciamo noi due –
L’Avvocato Sereni diventò rosso e cominciò a sudare. Stava evidentemente cercando una scusa, ma non la trovò, e alla fine disse:
– Mi ha chiamato il Sindaco, mi ha raccontato un po’ di cose, mi ha detto che sareste venuti qui e mi ha chiesto di darvi una mano, perché… – si schiarì la voce, ma fu Graziosi a finire la frase.
– …perché non crede che noi siamo capaci di combinare niente di buono. Secondo lei lo ha detto perché siamo Carabinieri, meridionali, o solo perché non siamo amici suoi? – chiese sarcastico.
– Su, Maresciallo, non se la prenda – disse Sereni improvvisamente rilassato – il Sindaco è fatto così, e in questo caso è spinto dalla rabbia e dalla frustrazione. Noi abbiamo delle persone in gamba in questo ufficio e sarei lieti di metterle a sua disposizione. Tra l’altro stipendiamo un paio di investigatori, e se volete possono affiancarvi nelle indagini. Sarei contento di fare qualcosa per il mio amico, anche se niente potrà ridargli la figlia –
Graziosi represse un moto di rabbia, poi riuscì a controllarsi:
– La ringrazio ma non abbiamo bisogno di aiuto esterno. La Polizia Ferroviaria ci sta già dando una grossa mano, e in caso di necessità possiamo chiedere aiuto alla stazione locale. Le chiedo piuttosto di indicarmi chi fossero i colleghi di Alessandra, vorremmo fare una chiacchierata con loro –
Sereni annuì, e chiamò la sua segretaria per dare istruzioni.

Il partner con cui lavorava Alessandra sembrava un ragazzino, anche se aveva 35 anni. Se non fosse stato per il completo a tre pezzi, e l’atteggiamento professionale e altezzoso, ne avrebbe potuti dimostrare 10 di meno.
Alessandra lavorava a stretto contatto con lui, Tiberio Orrù si chiamava, e divideva una stanzetta con una altra praticante, Claudia qualche cosa, il nome lo aveva segnato Di Capua.
Graziosi parlò un po’ con Orrù, il quale si dimostrò dispiaciuto, disse delle frasi di circostanza, ma non sembrava sapesse nulla di Alessandra o della sua vita fuori dallo studio.
Fu cordiale, aperto, disponibile, ma a parte sapere che era la figlia del Sindaco, e che viveva a Treviso, non sembrava avere alcuna informazione utile.
Quando Orrù uscì, e nella stanzetta che Sereni aveva messo a disposizione dei due entrò Claudia, l’altra praticante, Graziosi e Di Capua capirono che l’atmosfera era ben diversa.
Si guardarono e si accomodarono meglio.
La ragazza era un po’ sovrappeso, elegante come si conviene ad una praticante di un importante studio legale, ma chiaramente di estrazione molto meno borghese di Alessandra; sembrava che i vestiti le fossero stati consigliati da qualcuno che non conosceva bene la sua personalità, perché esaltavano i suoi difetti – qualche chilo di troppo, il fatto di non essere molto alta – e non evidenziavano invece il colore degli occhi, un grigio-verde molto intenso e una tonalità di pelle scura e piacevole.
Si vedeva che era a disagio, forse in difficoltà, e per questo all’inizio le domande furono di rito, di cosa si occupava, se conosceva Alessandra da molto, se andavano d’accordo, cose così, inutili ai fini dell’indagine, ma fondamentali per stabilire le basi della conversazione.
Quando la ragazza sembrava essersi rilassata, quasi a tradimento Graziosi le chiese:
– Cosa le aveva detto Alessandra per farla preoccupare così tanto? –
La ragazza smise quasi di respirare, si immobilizzò, guardò prima uno poi l’altro uomo, e capì che erano troppo esperti per non aver intuito il suo stato d’animo; e allora abbassò lo sguardo e cominciò a piangere sommessamente.
Di Capua alzò istantaneamente gli occhi al cielo: se c’era una cosa che lo metteva di cattivo umore, erano i bugiardi colti in castagna che iniziavano a piangere.
Graziosi non poté trattenere un sorrisino, poi fece cenno a Di Capua di andare avanti. Il suo vice avrebbe fatto il Carabiniere buono, stavolta.
– Avvocato – disse – noi stiamo cercando di capire chi può aver ucciso la sua collega, e quindi qualsiasi informazione, anche la più banale, può servirci per trovare il suo assassino –
La ragazza annuì vigorosamente, poi prese coraggio.
– La scorsa settimana venne da me, e mi chiese se ci eravamo mai occupati di penale. Io risposi che per quanto ne sapevo io, era un’attività saltuaria e solo per pochi clienti. Noi ci occupiamo per lo più di questioni aziendali, fusioni, multinazionali, non difendiamo di norma criminali o potenziali tali. Sapevo che per qualche amico dei titolari si era fatta un’eccezione, ma appunto, era un’eccezione. Le chiesi il perché di questa domanda, e lei mi rispose che in realtà le serviva solo sapere se avevamo in studio un po’ di bibliografia su cui studiare, senza dover andare in biblioteca a Venezia. Le dissi che sì, avevamo sia i codici, sia i volumi sulle sentenze del tribunale penale di Mestre e della provincia di Venezia, e mi ringraziò –
– Non le disse cosa stava cercando? – chiese Graziosi.
La ragazza fece di no con la testa, poi aggiunse:
– Lei non me lo disse, ma ero curiosa, e andai nella biblioteca dello studio. La sezione penale non è molto frequentata, e i volumi sono un po’ impolverati e allineati, a differenza degli altri, e quindi mi fu facile capire quale volume era andata a consultare. Se vuole glie lo posso portare –
Graziosi annuì senza dire niente, e rimase in silenzio finché la ragazza non tornò, un minuto dopo, con un volume rilegato in pelle.
Sul dorso la dicitura in lettere dorate recitava: “Sentenza del Tribunale di Mestre del 15 Gennaio 2012 su associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga”.
Graziosi lo rigirò in mano, poi lo diede a Di Capua.
– Lei l’ha letto? – chiese alla ragazza.
– No, volevo solo sapere l’argomento, non so cosa ci sia, o perché Alessandra se ne fosse interessata. –
– Allora immagino che dovremo farlo noi – disse Graziosi alzandosi.
Mentre si avviavano all’uscita, il Maresciallo si girò verso la ragazza che era rimasta seduta:
– Chiaramente quello che ci siamo detti è sotto segreto istruttorio. Sarebbe meglio che stavolta tenesse sotto controllo la sua curiosità –
La ragazza arrossì e annuì in silenzio.

Decisero di fermarsi a prendere un caffè a Mestre. Avevano saltato il pranzo, e non avrebbe avuto senso tornare di corsa a Treviso.
Si sedettero, e Graziosi cominciò a sfogliare distrattamente il volume. C’erano interrogatori, arringhe, decine di testimoni, nomi e cognomi in grande quantità.
Non riusciva a capire cosa ci avrebbe potuto trovare Alessandra di interessante, e per quale motivo si dovesse interessare al traffico di droga, o meglio, di un processo sul traffico di droga.
Però sapeva una cosa: l’esperto di dati, numeri, nomi era Di Capua, per cui senza dire una parola gli passò il volume, e continuò a bere il suo caffè.

Dopo cena si ritrovarono al bar dell’albergo di Treviso dove alloggiavano.
Di Capua si presentò con il volume, un blocco pieno di appunti, e il pc portatile.
Si vedeva che aveva lavorato sodo, ma la sua faccia non prometteva grandi cose.
– Facciamo il punto – iniziò Graziosi – Abbiamo una ragazza, di buona famiglia, apparentemente senza problemi o scheletri nell’armadio. Va quasi tutti i giorni a Mestre a lavorare in un grande studio legale, e un giorno viene uccisa da qualcuno che fa in modo di eliminarla senza clamore. Fidanzato ed ex-fidanzato, che per inciso sono fratelli, non hanno motivi apparenti e possono produrre alibi credibili. Altre piste non ne abbiamo. Però esce fuori che si interessava ad un processo per traffico di droga. Leggiamo il volume e… –
– …e niente – finì per lui Di Capua – Il processo ha coinvolto una piccola banda di malavitosi locali, rinforzati da un paio di calabresi che fornivano la materia prima. Un paio di cavalli spacciavano vicino ad un liceo, da loro si è risalito al piccolo boss del quartiere, arrestati, processati e condannati. Fine della storia –
– Nessun riferimento ad Alessandra, o a qualcuno che la potesse conoscere? –
– Per quello che ho potuto ricostruire, no. Questi erano tutti personaggi di poco conto, il processo non è neanche arrivato sulla prima pagina de “La Tribuna”, insomma uno di quei classici casi in cui la Polizia deve fornire qualche risultato, e arresta personaggi di poco conto che vengono rimpiazzati in poco tempo. Come questo possa arrivare fino ad Alessandra, non l’ho ancora capito. –
Graziosi si fermò un attimo, mentre finiva di bere un amaro.
– Una vendetta trasversale per fare uno sgarbo al padre? – azzardò Di Capua.
– Mmmm…non mi torna. Questo Sindaco è da anni che imperversa e rompe le palle a destra e sinistra, perché proprio ora? e comunque dietro la facciata “law and order”, non ha veramente intaccato i grandi poteri, leciti o illeciti. Fossi un criminale anzi, lo manterrei al potere per i prossimi cento anni. –
Chiuse gli occhi, un po’ per la stanchezza, un po’ per permettere ai suoi pensieri di formarsi senza costrizioni. Erano in un vicolo cieco, e se non volevano passare i prossimi mesi ad analizzare minuziosi indizi e possibili fili che non avrebbero portato da nessuna parte, dovevano trovare rapidamente il bandolo della matassa.
Di Capua aveva incrociato nomi, fatti e relazioni del processo, inclusi testimoni, pubblici ministeri, giudici a latere, impiegati e cancellieri.
Non aveva trovato nulla che potesse portare ad Alessandra, neanche blandamente.
E allora perché aveva chiesto di vedere un archivio di processi penali? perché proprio quel volume? che cosa stava cercando?
Poi improvvisamente, spalancò gli occhi.
Aveva messo a fuoco la cosa che non gli tornava, e Di Capua se ne accorse e si fece attento.
– Senti Di Capua – attaccò Graziosi – noi ci ritroviamo con un un unico misero indizio. Questo indizio ce lo ha fornito una ragazza, di cui non sappiamo gran che. Non sappiamo quanto fosse amica di Alessandra, se ci ha detto tutto quello che sapeva, e soprattutto: non siamo andati con lei a prendere questo volume. –
Di Capua strabuzzò gli occhi.
– Vuole dire, Marescià, che la ragazza ci avrebbe detto una cazzata? e che io ho lavorato tutto il pomeriggio a vuoto? – era veramente incazzato.
Graziosi si morse un labbro.
– Può darsi, Di Capua, può darsi. E comunque lei si aspetta di aver finito con noi, e io credo che se invece facciamo un salto a trovarla di nuovo, forse potrebbe uscire qualche cosa di interessante –
– Ma perché una ragazza giovane, una praticante in uno studio così prestigioso, un avvocato, dovrebbe mentire? lei sicuramente non c’entra niente, abbiamo controllato gli alibi di tutti nello studio. Perché avrebbe dovuto mentirci e portarci fuori strada? –
Graziosi si alzò, e disse:
– Ho una mezza idea, ma andiamocelo a far dire da lei. Andiamo a trovarla a casa –

Dire bugie è un’arte difficile.
Molti di noi sono in difficoltà anche quando dicono la verità, e manifestano tutti i sintomi della menzogna.
Perché? perché tutti noi abbiamo degli scheletri nell’armadio, e anche se in quel preciso momento prevale la sincerità, la paura che si vadano a toccare luoghi o argomenti indesiderati è sempre presente.
Nessuno ha la coscienza veramente, completamente pulita.
Paradossalmente, pensava Graziosi, per questo motivo era così difficile capire le persone che interrogava, perché a prima vista sembravano tutti colpevoli.
Ma quello che per gli altri era un ostacolo spesso insormontabile, per lui era diventato lo strumento per risolvere i casi più intricati; perché lui aveva la capacità di capire le persone.
Una capacità che a volte malediceva, quando ad esempio sarebbe stato comodo abbandonarsi ad un amore superficiale, e invece si costringeva a scavare, scavare, finché non trovava quello che non andava.
Oppure che lo faceva andare in giro con un appuntato taciturno e serioso, evidentemente unica persona di cui non aveva ancora trovato bassezze morali.
E se dire la verità ad un Carabiniere esperto era difficile, mentire, e mentire reiteratamente, era quasi impossibile.
La ragazza era stata brava, si disse, ma era come un giocatore di scacchi alle prime armi: era riuscita a vedere solo poche mosse, ma il Gran Maestro aveva più pazienza, più esperienza, più lucidità, e la partita era segnata.
Aveva improvvisato, pensò Graziosi, ma se dire bugie premeditate era difficile, per imbastire una recita all’impronta ci voleva un animo malevolo e un’intelligenza totalmente dedicata all’inganno; e la ragazza non aveva nessuno dei due.
Quando bussarono alla porta – il terrore di tutte le persone con la coscienza sporca, trovarsi due Carabinieri che ti bussano alla porta senza preavviso a tarda sera – e si qualificarono, lei aprì, ed era già pallida, con le labbra tremule.
E quando Graziosi senza preavviso le disse:
– Siamo venuti a chiederle perché ci ha mentito –
lei fece l’unica cosa che fanno i bambini quando vengono sorpresi con le mani nella marmellata: scoppiò a piangere.

Ci volle qualche minuto, per riprendersi, e finalmente quando furono tutti seduti in salone, su dei vecchi divani probabilmente un regalo dismesso di qualche amico a giudicare dalle condizioni, in mano un caffè, la ragazza fu pronta a parlare.
– Alessandra non venne da lei per chiederle di un processo, vero? –
Iniziò Graziosi dicendo una cosa ormai scontata, per rompere il ghiaccio.
La ragazza fece di no con la testa.
– Ma perché ci ha raccontato quella storia, e ci ha parlato del faldone – chiese Di Capua che non riusciva a capire – bastava ci dicesse che non ne sapeva niente e probabilmente avremmo chiuso lì la faccenda –
La ragazza non rispose, si limitò a mordersi un labbro, e Di Capua stava per insistere quando Graziosi spalancò gli occhi e si girò verso il suo vice facendogli segno di aspettare.
Poi si sporse verso la giovane Avvocato, e disse con un tono più sommesso, quasi un mormorio:
– Claudia, lei stava cercando di proteggere qualcuno, vero? di sviare la nostra attenzione –
Lei ricominciò a piangere, e fece di sì con la testa.
Di Capua trattenne il respiro.
– E’ il suo capo? il capo di Alessandra? – chiese Graziosi quasi a botta sicura: ne aveva viste di queste situazioni, la giovane praticante che intratteneva una relazione con il suo capo. Ovviamente solo nelle canzoni di Venditti le segretarie con gli occhiali si fanno sposare dagli avvocati, ma nella vita reale spesso ci vanno a letto.
Lei fece ancora di sì.
– Però vede, Claudia – continuò Graziosi – per volerlo proteggere ora l’ha messo nei guai, perché ci fa sospettare di lui. E a questo punto se vuole veramente che noi scopriamo la verità, ci deve dire tutto. E la prima cosa è: aveva una relazione con Alessandra? è per questo che lei lo voleva tenere fuori da questa storia? perché pensa che l’abbia uccisa lui? –
– No! No! non è per questo! – quasi urlò la ragazza – non avevano una relazione, o meglio…lui avrebbe voluto, la tartassava, ma lei aveva una storia con un tizio di Treviso, e non gli dava spago. Alessandra era bella, molto più bella di me… – abbassò gli occhi, imbarazzata.
– E quindi visto che lei non gli dava soddisfazione, il nostro stimato Orrù si rivolse alla seconda scelta – commentò aspro Di Capua.
Mettere gli interrogati in difficoltà, fare saltare gli schemi, provocare rabbia, imbarazzo, qualsiasi sentimento negativo che potesse farli parlare. Questa era la tattica che usavano, e anche se non l’avevano certo studiata sui libri all’università, sapevano che funzionava, e funzionò anche stavolta.
– Certo, io ero il ripiego – disse amara la ragazza – ma anche se lui non mi fila più di tanto, e si limita a venire a letto con me quando ne ha voglia, io lo amo, e sono sicura che non è stato lui, non c’entra niente con l’assassinio di Alessandra! –
– Va bene, Claudia – riprese Graziosi – crediamo che lei sia sincera. Ma allora ci deve dare una risposta molto semplice: perché lei voleva proteggere il suo capo? perché ha pensato che potessimo sospettare di lui, se non aveva una relazione con Alessandra? –
La ragazza rimase in silenzio, sapeva che non aveva alternative ormai, che doveva raccontare quello che sapeva, ma si sentiva come sull’orlo del baratro, e voleva attendere ancora un attimo, prima di buttarsi giù.
I due aspettavano pazienti, fissandola, sapevano che avrebbe detto tutto, dovevano solo attendere.
– Alessandra venne da me, non sapeva che noi avevamo una relazione, e mi disse che lo aveva visto alla stazione di Treviso parlare con il Capotreno. Lui non l’aveva vista perché lei era già sopra, ma le era sembrato strano, perché lui vive a Venezia, e che cosa stava a fare a Treviso, in quegli orari poi, a parlare con il Capostazione? Allora aveva cominciato a fare caso alle persone, e aveva visto che il Capostazione a turno si fermava sempre a parlare sulla banchina o sul treno con le stesse due/tre persone, e in un paio di altre occasioni aveva anche rivisto Orrù, e non riusciva a capire il perché –
Ciò detto, abbandonò la testa sul petto, con la vergogna che aveva imporporato il suo viso.
Graziosi si alzò e Di Capua lo seguì.
– Grazie Avvocato, ci è stata molto preziosa. Non ci serve alto, il resto ce lo dirà l’Avvocato Orrù, anche se sospetto di sapere il seguito della storia. Lei però è consapevole che il suo comportamento ha gravemente ostacolato le nostre indagini, e ci ha fatto perdere tempo prezioso, e anche se il suo “fidanzato” non risulterà colpevole, potremmo non essere più in grado di risalire all’autore dell’omicidio per causa sua. Chiamerò quindi la stazione locale dei Carabinieri, che la trarranno in arresto. Voglio anche essere sicuro, glie lo dico con franchezza, che lei non avverta il suo uomo. Passerà la notte al Comando, poi probabilmente domani uscirà, ma dovrà affrontare un processo, e probabilmente anche cambiare mestiere –
Uscirono non appena arrivarono due Carabinieri a prendere in consegna la ragazza. Non parlarono durante il tragitto per l’albergo, non c’era molto da dire, andarono a dormire, consapevoli che forse la giornata successiva avrebbe segnato una svolta nelle indagini.

Rispetto alla prima volta in cui aveva guardato da quella finestra, il tempo si era guastato, e la laguna era un unico, uniforme strato di nebbia lattiginosa che non lasciava intravedere la bellezza del panorama.
Sereni si era acceso il solito sigaro, ma si vedeva che era nervoso.
– Non capisco perché vuole rivedere uno dei miei Avvocati, e questa cosa non mi piace. Questa convocazione è irrituale, e voglio vederci chiaro. – disse il massiccio Avvocato con la sua voce stentorea.
Graziosi gli parlò senza distogliere lo sguardo dalla finestra, anche se in realtà non vedeva niente.
– Avvocato, posso convenire con lei che la convocazione è irrituale. A questo punto ci vorrebbe un interrogatorio in piena regola, con un difensore presente. Ma – e si girò per guardare negli occhi il titolare dello studio – lei sa bene che ci sono forze altrettanto importanti della legge. Ad esempio, la stampa. Che potrebbe interessarsi molto, e probabilmente lo farà comunque, a quello che succede nel suo studio, a partire dal fatto che gli Avvocati si scopano o tentano di scoparsi le praticanti –
Sereni sussultò, il primo colpo era andato a segno.
– Poi – continuò Graziosi – non credo che il Sindaco di Treviso sarebbe molto contento di sapere che lei ha ostacolato in qualche modo, invece di collaborare, le indagini sulla morte di sua figlia. Ma come? proprio lei che si era offerto così gentilmente di metterci a disposizione i suoi “migliori elementi”, vuole proteggere uno che forse può darci qualche indizio, o che addirittura potrebbe essere il colpevole? –
L’Avvocato Sereni aveva troppa esperienza per non sapere quando una causa è già persa in partenza.
– Cosa suggerisce di fare? – chiese, accettando la sconfitta.
– Chiami Orrù, adesso, qua, nel suo studio. Noi lo interroghiamo in sua presenza, e lei eventualmente sarà il difensore garante della correttezza dell’interrogatorio, e se necessario lo aiuterà per tutelare i suoi diritti –
Sereni alzò il telefono senza staccare lo sguardo da Graziosi.
– Faccia venire Orrù nel mio studio. Subito –
Attaccò, e i tre rimasero in silenzio finché, un minuto dopo, non bussarono alla porta e la segretaria fece entrare l’Avvocato Orrù Tiberio, del foro di Mestre.
– Mi cerc… – iniziò a dire poi si paralizzò alla vista dei due Carabinieri, Di Capua nella sua divisa di ordinanza che faceva sempre un certo effetto, soprattutto ai malandrini.
– Siediti – ordinò Sereni senza cordialità nella voce – il Maresciallo ti vuole fare qualche domanda, e io, come tuo amico, capo e avvocato, ti consiglio di rispondere sinceramente.
Graziosi non si perse in preamboli.
– Avvocato Orrù, lei fa abitualmente uso di cocaina? prima che risponda le faccio presente che come forse saprà la Polizia Scientifica possiede qui a Mestre un laboratorio molto attrezzato, e se la sua risposta non sarà soddisfacente, mi basterà portare un suo capello per avere la risposta –
– Beh…insomma… – balbettò l’uomo guardando il suo capo che lo fissava come se volesse bruciarlo vivo – è capitato che a qualche festa… –
– Forse non ha capito bene. La domanda era semplice e necessità solo di una risposta secca: sì o no – interruppe Di Capua, con un fare astioso che in parte sorprese anche Graziosi.
Il fatto è che pochi mesi prima un suo cugino a Napoli aveva perso la vita per una storia di droga, e da allora era molto meno comprensivo verso i reati connessi agli stupefacenti.
Orrù capì l’antifona, e rispose:
– Sì, sono un consumatore abituale da un paio di anni –
Sereni sprofondò nella poltrona, disgustato.
– Ma perché mi fate questa domanda? che cosa c’entra con Alessandra? e poi il consumo di droga non è un reato – rispose con aria quasi di sfida.
– No, certo, non lo è. Ma dato che Alessandra prima di morire l’aveva vista più volte in alcune situazioni poco chiare, credo che lei faccia parte di un giro di spaccio tra Treviso e Mestre, e che non sia solo un consumatore, ma che abbia aiutato e consigliato chi porta la droga da queste parti. Perché altrimenti poteva tranquillamente rifornirsi da qualche cavallo locale, invece di andare a Treviso a parlare con il Capostazione. Per questo motivo adesso noi la arresteremo, e oltre che all’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, la faremo incriminare anche per l’omicidio di una testimone scomoda –
Orrù sbiancò, le labbra divennero pallide, gli occhi sembravano uscirgli fuori dalle orbite.
– No! io non ho ucciso Alessandra, non sapevo neanche mi avesse visto! è vero, ho aiutato degli…amici…a gestire il trasporto della cocaina, in cambio di una fornitura gratis, perché qua – e guardò Sereni con odio – non guadagno abbastanza, nonostante mi faccia il culo per sedici ore al giorno. Ma no, io non avrei mai ammazzato Alessandra. Io…insomma io mi ero invaghito di lei, ma non ne voleva sapere, non le avrei mai fatto del male! –
Quando i Carabinieri del Comando locale lo portarono via in manette, non senza essersi stupiti del superlavoro che questi due gli stavano fornendo, Graziosi e Di Capua rimasero soli con Sereni.
– E adesso? caso chiuso? – chiese l’Avvocato.
– Non dovrei dirlo, perché lei in fin dei conti anche se informalmente rappresenta l’imputato, ma francamente no, non penso sia stato lui. Avevamo già controllato gli alibi dei suoi dipendenti, e il suo era solido. E poi non mi convince l’idea di uno che se ne frega di essere visto a Treviso, e poi ammazza una donna solo perché è una testimone. Mancano delle motivazioni solide. Comunque vedremo – e così dicendo si congedarono e andarono a riprendere il treno per Treviso.

Sul treno, fu Di Capua a sollecitare il chiarimento.
– Insomma Marescià, lei non pensa che sia stato l’Avvocato? –
Graziosi guardava fuori dal finestrino, si girò per parlare con il suo vice che gli era seduto di fronte.
– Ne sono quasi certo. La cosa più ironica è che la Polizia di Treviso ha mollato nei guai la Polizia Ferroviaria perché stanno investigando sul traffico di droga, e poi tutto si svolgeva sul treno! Evidentemente il Capostazione del treno regionale prendeva in consegna la merce e la portava fino a destinazione. Chi poteva sospettare di lui? Poi Orrù, altro insospettabile, prendeva il tutto in consegna e lo dava ai pregiudicati, che non potevano certo farsi vedere in stazione, mentre lui poteva circolare liberamente. Insomma, un giro di incensurati al servizio della mala. Abbiamo fatto un favore alla Polizia, e ci divertiremo a prenderli bonariamente per il culo per questo, ma per quanto riguarda l’omicidio di Alessandra, siamo più o meno al punto di partenza –
– E che si fa allora? –
Graziosi ci pensò un attimo, poi rispose:
– In mancanza di idee migliori, ripartiamo dal suo uomo. E’ quello con l’alibi più traballante, e anche se non sono convinto che possa essere stato lui, da qualche parte dovremo ricominciare a guardare –

Scesero alla stazione di Treviso, e con loro somma sorpresa trovarono il Sindaco ad aspettarli, insieme con la Polizia, il Comandante Regionale dell’Arma, il Prefetto, il Capo della Polizia Ferroviaria, e un paio di fotografi.
– Eccoli! – gridò il Sindaco Ronchi – eccoli qua! –
Si avvicinò e abbracciò i due Carabinieri imbarazzatissimi.
Li strinse per le spalle mentre i fotografi immortalavano il solenne momento. Neanche la morte della figlia poteva far dimenticare al Sindaco Ronchi che la politica è fatta di comunicazione.
– Voglio ringraziarvi, a nome mio personale e di tutta la città di Treviso, di avere assicurato alla giustizia l’uomo che ha così barbaramente assassinato mia figlia, e incidentalmente di avere anche sgominato una banda che era riuscita a stabilire un profittevole traffico di droga tra Treviso e Venezia. Grazie! –
Finito il discorsetto, e fatte altre foto con tutti i protagonisti, il Sindaco si appartò con i due:
– Voglio dirvi: di qualsiasi cosa abbiate bisogno, chiedetemi quello che volete, io vi sono debitore in eterno. E non ve lo dico da Sindaco, ma da padre – e fece per asciugarsi una lacrima.
Graziosi si schiarì la voce.
– Ehm…la ringrazio signor Sindaco, ma il nostro lavoro è la nostra unica fonte di soddisfazione – disse con una faccia tosta, che neanche Di Capua riuscì a trattenere un mezzo sorriso, ma Ronchi non si accorse del sarcasmo.
– Bravi! Bravi! fa piacere vedere che al giorno d’oggi le Forze dell’Ordine sanno ancora esprimere valori che fanno onore al Paese! –
E dopo questa ultima esternazione, più che altro a favore della stampa, andò via seguito dal codazzo di leccapiedi e potentato vario.
Rimasti soli, Di Capua chiese:
– Perché non gli ha detto la verità? –
– Non sarebbe servito a niente, ci avrebbe solo messo in difficoltà e impedito di procedere senza clamore. E poi ci potrebbe anche fare comodo. Se il vero assassino pensa di essere al sicuro, forse riusciremo a stanarlo –
Così dicendo, si avviarono a prendere la macchina di servizio.

Andrea Merlo era dove l’avevano lasciato, nella sua officina, e trafficava con una moto.
Quando lo chiamarono, e si girò, notarono un grosso ematoma tra l’occhio sinistro e lo zigomo.
Graziosi si avvicinò, lo toccò, e l’uomo si ritrasse per il dolore.
– E questo? non mi dica che è caduto perché l’avverto subito, non ci crederei –
– Ho avuto un diverbio con mio fratello – disse – è venuto qua, abbiamo litigato, e mi ha dato un cazzotto in faccia – concluse raccontando i fatti.
– E lei glie lo ha restituito? – chiese Graziosi.
– No, non l’ho fatto. Lui sta peggio di me per la morte di Alessandra, e non aveva senso trasformare la nostra ruggine in una rissa –
– D’altronde – si intromise Di Capua – non sarà stato piacevole scoprire che la tua ex fidanzata se la faceva con tuo fratello – concluse assestando il suo solito colpo basso.
Merlo non si scompose.
– A dire il vero non è per quello, che è venuto a litigare. Sembrava impazzito, mi accusava di averla uccisa io. Continuava a ripetere “me l’hai ammazzata! me l’hai ammazzata!”, finché non si è sfogato con un pugno, e io l’ho lasciato fare –
– E l’ha ammazzata lei? – chiese con tranquillità Graziosi.
– No. Non l’ho ammazzata io. Io l’amavo. Lei anche. Era la donna della mia vita. Vorrei ammazzare me stesso, ora, ma sono un debole e non ne avrò la forza – rispose guardando il Maresciallo dritto negli occhi.

Andarono via senza aver concluso niente, ma se non altro era emerso un particolare interessante: la rabbia del fratello, l’Ingegnere, era sintomo di qualcosa di più profondo.
Decisero di tornare alla fabbrica dei Merlo, e fare una nuova chiacchierata con l’Ingegnere.

Stavolta l’uomo lo ricevette a casa dei genitori, che abitavano in una piccola palazzina senza pretese, nonostante tutti i soldi che dovevano avere, vicino al capannone principale. Probabilmente per loro la famiglia e la fabbrica erano la stessa cosa.
Il Commendatore, come tutti chiamavano il capofamiglia, era un uomo grosso, ignorante, un gran lavoratore, e si vedeva che nonostante ormai avesse passato tutte le cariche al figlio, era ancora lui che sulle cose di famiglia, e quindi della fabbrica, aveva l’ultima parola.
Infatti fu lui a sostenere di fatto la conversazione, mentre il figlio, l’Ingegnere, ascoltava in silenzio. Probabilmente non era la prima volta che doveva subire la personalità del padre.
– Accomodatevi pure – fece un cenno ai due il Commendatore, senza alzarsi dalla poltrona. L’età e la mole, uniti ad una certa mancanza di educazione, gli suggerirono di rimanere seduto. Vi faccio portare un caffè –
– Maria! porta due caffè per i signori – urlò.
Dalla porta comparve una donna minuta, silenziosa, che poteva essere la donna di servizio, ma che non lo era.
– Vi presento mia moglie. Una donna di casa, dedita ai figli e al marito. Non come quella là – disse riferendosi ad Alessandra.
Mentre scambiavano due parole di circostanza, Graziosi si guardò intorno, e vide una casa modesta. Quella era gente attaccata ai soldi, che non li spendeva volentieri, che avrebbe voluto morire con il conto in banca gonfio. Avevano mobili in arte povera, di buona fattura ma certo non costosi, divani di stoffa, anche le tazzine sembravano comprate all’Ikea.
Graziosi prese il caffè, ringraziò la signora Maria, che rimase in piedi vicino allo stipite della porta – probabilmente pronta a prendere altre ordinazioni, pensò il Maresciallo – poi si rivolse all’Ing. Merlo.
– Perché è andato da suo fratello a litigare? – chiese
– Perché è un coglione! – sbotto il Commendatore, rispondendo al posto di suo figlio.
– Scusi? – chiese Graziosi.
– Ma certo! è andato a fare il gradasso con il fratello adesso che quella puttana è morta, mentre prima, quando quello se la trombava facendo ridere tutto il paese, stava zitto a piangere nella sua cameretta! il mona! –
Graziosi si rivolse di nuovo all’Ing. Merlo:
– Quindi lei sapeva che Alessandra stava con suo fratello! –
– Ma certo che lo sapeva! – rispose ancora una volta al posto del figlio il Commendatore – ma cazzo, è un paesino di tremila anime qua, e Treviso non è molto più grande! tutti sanno tutto, e lo prendevano per il culo a questo coglione. Il fratello gli aveva rubato la morosa, e lui ci stava male, povero cocco! perché non ha i coglioni, ecco. Il fratello ce li ha, ma è un vagabondo, un nullafacente. Non ha mai avuto voglia di lavorare, quello. Pensa solo alla figa, e alle moto, e voleva i soldi per mettere su una squadra di corse. Ma va in mona! gli ho detto! vieni in fabbrica a lavorare, se g’hai bisogno di soldi. Piuttosto che darli a te, faccio Amministratore Delegato quel debosciato di tuo fratello, gli ho detto, che almeno una cazzo di laurea a calci in culo l’ha presa. E così ho fatto! –
Graziosi era esterrefatto, anche se in parte affascinato, di fronte alla scena che aveva davanti.
Aveva pietà del povero Ing. Merlo, cresciuto all’ombra di un padre padrone, innamorato di una donna che non lo contraccambiava, umiliato in privato e in pubblico da un fratello scapestrato che gli aveva portato via l’unica cosa preziosa della sua vita.
– Sì, lo sapevo – disse infine l’Ingegnere – sapevo che stava con mio fratello, e mi sono dovuto sottoporre a delle sedute di terapia. Sono stato anche in una clinica specializzata per qualche settimana. Questo mi ha aiutato a dimenticare. Ora sono sereno. Quando mi avete fatto vedere il tatuaggio, ero sincero, non lo avevo mai visto, però sì, sapevo di Andrea ed Alessandra, ma me lo volevo dimenticare –
– Ecco! quindi mio figlio non è stato, potete tornarvene a casa. Noi siamo una famiglia per bene, qui si lavora e basta, mia moglie – e indicò la Signora Maria, che continuava ad assistere alla scena senza dire nulla, come probabilmente aveva fatto migliaia di volte durante il matrimonio con questa specie di uomo delle caverne – mia moglie ed io siamo sposati da quaranta anni, andiamo tutte le domeniche a messa, abbiamo tirato sue due figli, anche se uno, zio cane, è un po’ uno stronzo e uno un coglione – disse guardando di nuovo l’Ingegnere – ma non abbiamo cresciuto degli assassini. Siamo gente perbene noi! andate a cercare il colpevole in mezzo a tutti quei marocchini, negri, albanesi, meridionali, senza offesa eh!, che ci rompono i maroni dalla mattina alla sera, che ci rubano in casa, ci violentano le donne, che vengono qua e vogliono anche un lavoro, ma che cazzo di lavoro vuoi, che non ce l’ho per gli italiani, figurati se mi prendo uno zingaro! –
Di Capua si era afferrato alla poltrona per impedirsi di saltare al collo del Commendatore.
Graziosi aspettò con pazienza che l’uomo finisse la sua tirata, per chiedergli a bruciapelo:
– Commendator Merlo, lei tiene armi in casa? –
L’uomo rimase a bocca aperta alla domanda, e anche suo figlio ne fu colpito.
– Armi? Certo, non vi ho appena detto che qua è pieno di delinquenti? e poi a me me piase de andare a caccia, con gli amici. Ho una collezione di fucili che il Beretta se la sogna! – rise orgoglioso.
– Anche pistole? pistole di piccolo calibro? – insistette Graziosi.
– Che cazzo vuole dire con questo? sì, ho anche pistole, anche di piccolo calibro, tutte registrate, tutte per uso personale. Ma se insiste, io la faccio buttare fuori da un inserviente, mica mi frega un cazzo che siete Carabinieri. Vi ho detto che noi siamo persone perbene, mio figlio ha un alibi di ferro, e anche io era in casa con mia moglie, che potrà confermare, vero Maria? –
Si rivolse verso la moglie, che però non fece neanche un cenno.
– Stia tranquillo, Commendatore. Suo figlio, anzi, i suoi figli, sono innocenti. Nessuno dei due avrebbe mai ucciso Alessandra; a modo loro, l’amavano entrambi. Se fosse morto Andrea, avremmo di sicuro sospettato l’Ingegnere qua presente. Ma non avrebbe mai e poi mai ucciso Alessandra, anche se lo aveva fatto soffrire come un cane, perché l’amava troppo. E se non bastassero i suoi racconti, ce lo conferma il fatto che sia andato dal fratello a prenderlo a pugni, non perché avesse scoperto, come pensavamo noi, che era l’amante di Alessandra; no, questo lo sapeva già. Ma perché ha pensato che potesse essere stato lui, Andrea, a togliergli per sempre l’amore della sua vita. No, l’Ing. Merlo non ha ucciso Alessandra Ronchi –
– Però – continuo Graziosi alzandosi dalla poltrona – se parliamo di alibi, caro Commendatore, il suo a dir poco vacilla – disse guardando negli occhi l’uomo, che per la prima volta sembrava incapace di parlare.
– Intanto la testimonianza di sua moglie varrebbe meno del due di coppe, in tribunale – continuò Graziosi – e poi lei ci fa un po’ più ingenui di quello che siamo. Forse lei e i suoi amici vi siete raccontati troppe barzellette sui Carabinieri. La verità è che noi non ci fidiamo mai degli alibi che ci vengono forniti, e li controlliamo sempre. E lei, il giorno e l’ora in cui Alessandra è stata uccisa, non era affatto a casa con sua moglie. –
Si fermò un attimo, per vedere la reazione sulle facce dei presenti. La Signora Maria, che evidentemente era stata indotta dal marito a mentire, sapeva che Graziosi aveva ragione, e abbassò leggermente il capo; l’Ingegnere guardò improvvisamente il padre con uno sguardo rabbioso, e il Commendatore era diventato rosso, forse di frustrazione, per essere stato messo in difficoltà.
Di Capua si godeva la scena: sapeva che quando Graziosi imboccava la strada giusta era inarrestabile, e a questo punto lui poteva limitarsi ad occuparsi dei dettagli, tipo arrestare i colpevoli, riempire moduli, cose così.
– Lei, caro Commendatore – riprese Graziosi – ha reso falsa testimonianza, e ha indotto sua moglie a fare altrettanto. Questo è un reato, che le sarà contestato. Ma ora mi interessa dirle, anche se lo sa già, perché ci ha mentito. Lei quel giorno non era con sua moglie. Era con un’altra donna, una delle tante che qua in zona praticano l’antica professione del meretricio, una che lei incontra regolarmente, e con cui spreca una parte dei soldi che possiede, invece di investirli, che so? in divani nuovi, oppure in una squadra corse per suo figlio – Graziosi era spietato, ora, ma provava un certo ribrezzo per quell’uomo e il suo stile di vita, infarcito di razzismo, ipocrisia, e luoghi comuni.
Il Commendatore ascoltava con una faccia che fece temere a Di Capua un infarto imminente.
– La signorina in questione – continuò Graziosi – ci ha confermato che lei era molto impegnato in quel momento, e dato che non ci sembrava rilevante per le indagini, non glie lo abbiamo contestato, all’inizio. Ora però ci sembra che abbia importanza, e soprattutto, caro Commendatore, che la qualifichi come padre e come essere umano. Evidentemente noi “meridionali” saremo anche dei poveracci in cerca di lavoro, ma qui da lei l’ipocrisia, il perbenismo, la costruzione delle facciate che nascondono affari sporchi, non sono cambiate molto dai tempi di “Signore e signora” – si fermò un attimo, disgustato.
– Ma alla fine vede – ricominciò la sua arringa Graziosi – a noi della sua vita privata non interessa nulla, e se lei non ci avesse mentito, facendoci anche la paternale, non l’avremmo neanche citata. A noi interessa solo una cosa: assicurare alla giustizia l’assassino di Alessandra. Perché Alessandra Ronchi, che ha dovuto subire come i suoi figli l’invadenza di un padre ignorante e violento, non era una puttana. Alessandra Ronchi era una ragazza perbene, che non amava l’Ingegnere qua presente, e che ha rinunciato ai soldi e all’agiatezza che lui poteva offrirle, per andarsi a mettere con Andrea: uno spiantato, un vagabondo, come l’ha definito lei, ma un uomo di principi, che non è sceso a compromessi con la sua famiglia. Alessandra e Andrea, caro Commendatore, sono gli unici angeli puliti di questa faccenda sporca, in cui la merda si trova ad ogni angolo. Alessandra era una giovane donna, che rifiutava di andare a letto con il suo capo per fare carriera, e che anzi, anche da morta ci ha aiutato a metterlo in galera e a sgominare una rete di spacciatori. Alessandra, caro Commendatore, era molto migliore di tutti voi. E perché è stata uccisa allora? e da chi? –
Si fermò per bere un bicchiere d’acqua. Ora nessuno osava neanche fiatare.
– Da chi, è facile. Da una persona che la odiava. Perché questo delitto, più che premeditato, è stato meditato. Ragionato, pensato, organizzato. Non da un killer prezzolato, come abbiamo pensato all’inizio. Non lo avrebbe fatto in quel modo, con quell’arma, e prendendosi quel rischio. Non un omicidio di impulso, di passione, no; sono altri i modi in cui gli uomini ammazzano le donne oggetto del loro desiderio. Alessandra è stata uccisa da una persona che conosceva, perché non si è ribellata. Si è fidata. Una persona che aveva visto spesso, e che addirittura ha fatto sedere vicino a lei. Una persona fredda, che è riuscita a mantenere la calma prima e dopo, ed andare via senza essere notata. E perché? Perché è stata ammazzata, se era una persona così perbene? Se nessuno aveva veramente un motivo per chiudere la sua vita così presto? Per colpa sua, Ingegnere – disse Graziosi guardando il figlio stupefatto – per il dolore che lei ha provato, per le notti insonni passate a piangere, per la clinica, per la vergogna, l’umiliazione. Perché anche se lei come dice suo padre forse è un coglione, anche se suo fratello è meglio di lei, anche se è una persona fragile, debole, senza carattere, lei, Ingegnere, per sua madre è sempre suo figlio, e una madre non tollera vedere i suoi figli soffrire così. –
Tutti si girarono verso la Signora Maria, che era rimasta immobile attaccata allo stipite, e anche stavolta, come in tutti gli anni in cui aveva dovuto subire le angherie del marito, anche come aveva fatto mentre puntava l’arma alla tempia di Alessandra e le toglieva la vita, anche stavolta non mosse un muscolo.
Il Commendatore, immemore degli anni e della sua stazza, si alzò in piedi di scatto, e prese le spalle della moglie scuotendola, mentre lei non opponeva resistenza.
– Maria! cosa dice questo pazzo? diglielo tu, che non è possibile, tu non faresti male ad una mosca, non puoi essere stata tu! diglielo, ti prego! –
La donna scansò il marito e fece un passo avanti.
– Sono d’accordo con lei, Maresciallo. Alessandra non era una puttanella qualsiasi, ed era una persona perbene. Ma non aveva idea di cosa vuole dire avere dei figli, crescerli e vederli soffrire. Lei aveva rovinato la vita di mio figlio, lo stava umiliando, e sono sicura che avrebbe fatto lo stesso con Andrea. Io non ho resistito quaranta anni con questo uomo, sopportando la sua violenza, i suoi tradimenti, la sua tirchieria, non ho retto tutto questo tempo per vedere tutto distrutto da una ragazza che non sa neanche cosa vuole dalla vita. Alla fine questa era la scelta: lei, o la mia famiglia. E io non ho avuto dubbi –
Non disse altro, nessuno disse altro, non ce n’era bisogno.

Graziosi e Di Capua rimasero qualche minuto fuori dal capannone dei Merlo, dopo che ancora una volta i Carabinieri avevano portato via una persona in manette passata sotto le cure dei due.
Non c’era molto da aggiungere, avevano risolto il caso, ma ne erano rimasti disgustati, e ora non vedevano l’ora di tornarsene a casa.
– A che ora c’è il treno per Roma? – chiese Di Capua distrattamente.
Graziosi lo guardò fisso, poi disse:
– Per qualche mese, basta treno. Prendiamo un aereo. Succedono brutte cose a chi prende il treno –

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Compagni di Scuola

Quello che oramai è il mio personaggio preferito, il Maresciallo Graziosi, si trova coinvolto in un’indagine che lo riguarda da vicino.
Come sempre, quando la vita privata e il lavoro si intrecciano, rimanere freddi e distaccati è sempre difficile.
Ma ho fiducia in lui.

Se dicessi che mi aspettavo quella telefonata, mentirei; ma che qualcosa di strano girava nell’aria, ecco, quello sì, un po’ lo sentivo.
Davo la colpa alla primavera in arrivo, al fatto che da un paio di mesi nella mia zona non ammazzavano nessuno, e che la mia storia con Mari era finita, e mi ritrovavo ancora una volta solo. Irrimediabilmente, inutilmente, felicemente solo.
Tutto sommato quella fase di stasi non mi piaceva, sono un uomo che ama stare sotto pressione, sul lavoro e nella vita privata, e avrei volentieri pagato per una novità, quei giorni.
Ma non questa.
Perché dopo aver sentito la prima parola, un “Ciao!” squillante e ridanciano, pronunciato da Stefano Lollis, sapevo che il mio periodo di serenità era terminato.
Non ci sentivamo da anni, forse decenni, eppure lo riconobbi senza indugio. Solo lui poteva avere quel tono di voce sempre allegro, sempre sopra le righe, sempre come se la vita fosse un’unica sequenza di attimi felici.
E forse per lui, che il padreterno non aveva dotato di grande intelletto, era proprio così. Continua a leggere

Delitto all’Hotel Bellavista

Il mio Maresciallo preferito attira i guai in continuazione. Però bisogna ammettere che se la cava sempre bene! Un racconto lungo ambientato in un bel posto, ma frequentato male…

Il Maresciallo Graziosi stava guardando fuori dalla finestra, scostando leggermente la tenda per non fare entrare troppa luce.
Dalla stanza d’albergo al terzo piano, la vista era ampia, e a quanto poteva giudicare sempre uguale dovunque girasse la testa: neve, nebbia, alberi, bianco.
Ma come cazzo ci era finito, a morire di freddo in quel posto?
Si voltò verso il letto dove lei dormiva, e si ricordò il perché: era quella donna, che aveva dormito con lui, con indosso un pigiama rosa di pile e con tanti orsetti disegnati.
Pile. Rosa. Orsetti.
Tre parole che pensava di non aver pronunciato mai, neanche separatamente, figurarsi nella stessa frase.
Eppure quella donna, che indossava un pigiama da bambina, era il motivo per cui si era deciso a passare un fine settimana in montagna.
Guardò di nuovo fuori, e non gli sembrava possibile che fosse successo solo poche settimane prima.

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Luminosi i mattini erano un tempo

Questo è il secondo racconto in ordine di scrittura che ha per protagonista lo stesso personaggio de “Il Bambino” e “La Festa della Donna” .
Mi piace perché è una persona perbene, ed empatica.
Soffre sempre, per le proprie e altrui miserie.
E mi ha aiutato quando ho perso una persona cara

 

Salgo le scale strette che portano al terrazzo, prima lentamente, poi sempre più veloce.
Tac-pausa-tac. Poi tac-tac-tac.
Il rumore delle scarpe di cuoio scandisce il crescendo della mia ansia, premonitrice di ciò che mi aspetta, e mi aiuta a concentrarmi, e a non ascoltare i rumori che provengono da fuori, rumori di persone, di metallo, di radiotrasmittenti.
Arrivo alla porta di ferro e mi fermo un attimo.
Mi aggiusto la cravatta. E’ un gesto inutile, forse stupido, ma mi dà sicurezza.
Un respiro, e apro, e con la mano devo proteggermi dal vento teso che mi colpisce e dalla accecante luminosità dell’alba sulla città.

– Eccolo! – gridò una voce – è arrivato il maresciallo Graziosi –
Di Capua gli venne incontro e lo aiutò a scavalcare il gradino di marmo, e a superare la transenna.
– Buongiorno, Marescià – lo salutò con rispetto ma con confidenza.
– Di Capua, quando vedo te alle 6 di mattina non è mai un buon giorno, sappilo – gli rispose stringendogli forte la mano. Non c’era bisogno di tante parole tra due uomini che quotidianamente affrontavano i pericoli di un mestiere infame.
Il Commissario Renzi si avvicinò e lo salutò.
– Grazie Maresciallo di essere venuto subito – gli disse con un leggero gesto del capo. Era il massimo che poteva aspettarsi, lo sapeva bene. Non c’era un gran feeling tra lui e Renzi.
– Caro Renzi – rispose – a quanto pare le rogne mi arrivano anche quando te le smazzi tu – una frecciata ci stava bene, Renzi era un campione nell’evitare i casi scottanti, e fiondarsi su quelli potenzialmente da prima pagina. Come questo, d’altronde, ma la faccenda gli era scappata di mano.
Il Commissario fece un sorrisetto.
– Non è colpa mia se ti sei divertito ad arrestare quel poveraccio cinque volte, Graziosi, e ora a quanto pare lui vuole parlare solo con te –
Graziosi annuì, ma non disse nulla.
Si guardò intorno, e la scena lo fece stare male.
Era tutto sbagliato, tutto.
Decine di poliziotti sul tetto, almeno quattro cecchini in posa, due cani, e un elicottero che volteggiava basso.
Il terrazzo della banca era molto grande, e le forze dell’ordine erano tutte posizionate sul lato sud.
Dall’altra parte, guardato a vista da due poliziotti armati, c’era quel disgraziato di Gianni Dinardo.
Un piccolo spacciatore, ladro di automobili, ricettatore, che lui aveva mandato in galera più volte. Ma ora il Dinardo – come lo avrebbe chiamato il Commissario – aveva fatto il salto di qualità.
Aveva tentato la rapina in banca, ma era un dilettante, per queste cose, e la polizia era arrivata subito. Poi aveva preso in ostaggio una donna delle pulizie, e si era asserragliato sul tetto, in bilico su una parte non protetta, cinquanta metri sotto di lui fino al marciapiedi, e una pistola puntata sulla testa della donna, che tremava e piangeva di paura.

Era nervoso, Gianni. Lui lo conosceva bene. Gli aveva dovuto dare un paio di schiaffi, una volta solo per farlo smettere di urlare.
– Che intendi fare? – disse Renzi risvegliandolo dal suo torpore.
Graziosi lo guardò, e disse:
– Parlarci. Ma da solo. Ora mi fai la cortesia, tu e i tuoi uomini ve ne andate –
Renzi incassò il colpo con classe, anche se schiumava.
– Ok – disse – ti lascio solo due tiratori scelti, e l’elicottero in caso di problemi. –
Graziosi lo guardò. Brutto figlio di puttana, pensò, vuoi il morto, e vuoi che sia colpa mia.
– Non ci siamo capiti, Renzi. Se questa operazione la devo condurre io, si fa a modo mio. Quindi TUTTI i tuoi uomini se ne vanno, compresi cani, cecchini ed elicotteri. Resta solo Di Capua con me. Lui sa come ci si muove in questi casi –
La stilettata colpì duro proprio come immaginava.
Renzi non disse nulla, strinse le labbra che diventarono esangui, e con un gesto nervoso fece segno ai suoi uomini di seguirlo.
In pochi minuti il terrazzo si svuotò.
Il Maresciallo Graziosi si tolse la giacca e la appoggiò a terra. Si allentò la cravatta che solo poco prima aveva sistemato con cura, e senza dire una parola si avviò verso la parte opposta.
Di Capua si limitò ad appoggiare il cappello sulla giacca del Maresciallo, e a togliersi la cintura con la pistola. Rimase con la sua divisa stirata perfettamente, e si avviò tenendosi distante.
L’uomo sul bordo del terrazzo osservava tutto ciò dondolandosi nervosamente sulle gambe, sempre tenendo un braccio intorno al collo della donna, e la pistola all’altezza della tempia.
Quando Graziosi fu arrivato a pochi metri, l’uomo parlò:
– Ce ne hai messo di tempo per arrivare, Marescià. Qualche altro minuto e non ci trovavi più nessuno. Fermo lì. Non ti avvicinare oltre –
Graziosi ignorò l’avvertimento e fece qualche altro passo.
– Invece mi avvicino, Gianni. Devi stare tranquillo. Ti ho arrestato cinque volte, e tutte quante a mani nude. Lo sai che non ho mai portato la pistola, e anche se fosse, non sono capace di centrare un bisonte a due metri. –
E aprì le mani in gesto di pace.
– E il tuo amico là, quel Carabiniere del cazzo che ci guarda? –
Graziosi girò leggermente la testa per guardare l’appuntato, che era fermo, tranquillo. Sì, Di Capua sapeva come ci si comportava in questi casi.
Tornò a guardare l’uomo, e disse:
– Di Capua? Sì, lui sa sparare, e anche bene. Ma ha lasciato la pistola dall’altra parte, ed è un mio uomo fidato. Non sparerà se non glie lo ordino io, e io oggi non glie lo ordinerò –
– Ora Gianni – continuò Graziosi – dimmi, perché questo casino. Qui, oggi. Erano due anni che non sentivo parlare di te, niente furtarelli, niente droga, e poi questa cazzata. Perché? –
L’uomo sudava. E puzzava. Di paura, di droghe da quattro soldi, e di disperazione.
– AHAHAHAHA- fece una risata amara – vuoi sapere perché? perché dopo aver conosciuto mia moglie avevo deciso di smetterla con questa merda, perché campavamo in due con quattro soldi, ma eravamo felici, perché quando si è ammalata non avevamo una lira e ci hanno trattato come delle bestie, ed è morta senza che io potessi aiutarla. E quindi che pretendevi? che mi rimettessi a lavorare alla pompa di benzina, aspettando di morire da solo? come un cane? no grazie, meglio questa vita qua – digrignò i denti per darsi un tono, ma si vedeva che aveva paura.
– E perché mi hai voluto qua? Non hai combinato abbastanza casini da solo? pensi che io possa aiutarti a venirne fuori, finché tieni questa disgraziata in ostaggio? – guardò brevemente la donna, che era terrorizzata, ma almeno non faceva storie.
L’uomo esitò prima di rispondere, stava raccogliendo le idee.
– Quello stronzo là – parlava di Renzi – quello aspettava solo il momento buono per spararmi. A me non me ne frega un cazzo di morire. Da quando mia moglie non c’è più, vivere o morire non fa alcuna differenza. Anzi. Ma non voglio morire riempito di pallottole per far fare carriera a un coglione. Voglio morire come un uomo, volare da qui, e se necessario mi porto anche questa gentile signora con me –
La donna si agitò a quest’ultima frase, ma Gianni la tenne più stretta, con forza.
Brutto segno, pensò Graziosi. Se anche un delinquente qualsiasi si accorge che a capo del Commissariato c’è un coglione, siamo messi male, ma questo è un problema per un altro giorno.
– Senti invece cosa ti dico io – disse Graziosi guardandolo negli occhi – La signora qui non morirà, perché tu la lascerai andare. Vuoi morire come un uomo? Benissimo, lo capisco, ma un uomo non trascina con sé una donna innocente, magari con dei figli che l’aspettano a casa. Senti che facciamo. Tu la lasci andare, Di Capua se la porta via, e rimaniamo io e te. E poi farai quello che credi, ma da solo –
Gli occhi dei due uomini si fissarono, due paia di occhi scuri che scavano nelle profondità, che creano un legame più forte di qualsiasi parola.
Il Maresciallo non disse più nulla, si limitò ad aprire di più gli occhi e a permettere all’uomo di leggergli dentro, di sapere che era sincero.
Improvvisamente, con uno scatto, Gianni spinse via la donna. Di Capua fu lesto a prenderla sotto un braccio e a portarla fuori dal terrazzo.
La pistola che il delinquente teneva in mano fu scagliata con rabbia contro il parapetto.
Graziosi avanzò ancora, fino a trovarsi a meno di un metro dall’uomo che lo continuava a fissare dritto negli occhi.
– E ora io e te ce ne andiamo da qua, Gianni. Come due vecchi amici, tu mi prenderai sottobraccio, e ce ne andremo a prendere un caffè al bar qua sotto. E poi te ne andrai in galera. Per un po’ –
L’uomo guardò il Maresciallo con rabbia. Scrutandolo sempre più in profondità.
– Dici? Invece io penso che ora mi butterò di sotto e la finirò qua –
– No tu non ti butterai. Non ti posso garantire che uscirai presto, ma farò tutto quello che è in mio potere per aiutarti. Tu non sei una persona cattiva. E io ti dico che ti puoi fidare di me, come hai fatto finora –
– Vuoi che mi fidi di te maresciallo? E allora dimmi: perché non dovrei buttarmi di sotto, quando tutto quello che avevo di buono in questa vita di merda non c’è più? ha senso per me continuare a vivere? dimmelo tu! ha senso? –

Esito. E’ solo un attimo, ma è sufficiente. Le mie palpebre battono per una frazione di secondo. La mia mano trema, dal desiderio di correre al portafoglio, e leggere le tue ultime parole, quelle che mi hai scritto su un pezzo di carta, prima di lasciarti andare e smettere di lottare.

Luminosi i mattini erano un tempo
Quando le estati mi scaldavano ancora il cuore
Ma poi questo brutto tramonto ha cacciato la luce
E per la mia anima è scesa la sera

Lui lo sa. In quell’attimo capisce e io non posso farci niente.
Vedo le sue rughe distendersi, e un lieve sorriso comparire sul volto.
Gli ho aperto il mio cuore per salvarlo, e invece lo sto uccidendo. Non dovrei essere qui. Di tante persone, proprio io non posso aiutarlo.
E’ un attimo, un altro attimo, e vedo il suo corpo fluttuare nel vuoto, la mia mano protesa per cercare di afferrarlo, e i suoi occhi scuri che improvvisamente diventano due macchie azzurre, riflettono il cielo.
Quando il suo corpo scompare alla mia vista, mi inginocchio impotente, a piangere.
Per lui.
E anche per me.
Sì, erano luminosi i mattini, un tempo.

pronto soccorso

La Festa della Donna

Il Maresciallo Graziosi è il protagonista di alcuni miei racconti, uno dei quali già pubblicato anche qui: “Il Bambino”
Stavolta la sua presenza, se non inutile, è quanto meno ininfluente, ma sono contento che sia stato proprio lui ad ascoltare questa storia.

Non ho intenzione di farle perdere tempo, Maresciallo, e come vede sono venuta di mia spontanea volontà, e vi avrei già raccontato tutto, se non fosse che mi avete fatto aspettare due ore per assegnarmi questo avvocato d’ufficio, che poi io neanche lo volevo.
Va bene, lo so che lo prevede la legge, ma non mi serve nessuno che mi difenda, perché non ho nulla da cui difendermi.
Certo. L’ho ammazzato io.
Io da sola, e lo rifarei un milione di volte.
E l’unica cosa che mi dispiace, è che non sono abbastanza forte da averlo potuto ammazzare con le mie mani, perché quel bastardo pesava oltre 100 chili, e non erano tutta panza, creda a me.
L’ho dovuto accoltellare. E comunque c’ho provato gusto lo stesso, a dargli quelle dieci coltellate.
Ventotto? non lo so, Marescià, forse i suoi uomini sono più bravi di me a fare i conti, e comunque in quel momento non pensavo ai numeri.
Pensavo a staccargli quel sorrisetto infame dalla faccia.
Pensavo a dargli qualche coltellata forte, ma qualcuna piano, finché era ancora vivo, perché mi piaceva vederlo soffrire. Peccato che la prima glie l’ho dovuta dare a tradimento, in mezzo alla schiena.
Glie l’ho detto, era un colosso, quello stronzo, e non volevo correre rischi, ma mi sarebbe piaciuto vedere lo stupore nei suoi occhi quando gli ho infilato 25 centimetri di coltello da pescatore in mezzo ai reni.
Eh sì. Era suo. Il suo coltello, proprio quello con cui mi minacciava.
Proprio quello con cui mi ha fatto questi tagli qua, guardi Marescià: sulle braccia, sulle gambe, sulla pancia.
Solo il viso mi ha risparmiato, perché diceva che gli piaceva, il mio viso, e non me lo voleva rovinare.
Avvocato, lei si deve fare i cazzi suoi!
Non sono matta, e non voglio che lei dica questa cosa.
Non ho nessuna intenzione di passare per pazza, anzi: non sono mai stata così lucida in vita mia, e se pensa di farmi evitare la galera in questo modo, me lo dica, e la sollevo subito dall’incarico, e mi faccio dare un altro avvocato, uno che si sta zitto.
No, ma che dice!
Marescià, non lo stia a sentire, questo non ha capito niente.
Ecco bravo, glie lo dica lei, che mi sembra una persona intelligente.
Gelosia? Ma pensate che avrei mai ammazzato quel disgraziato solo perché andava a letto con altre donne?
Ma la gelosia, quella sì, appartiene ai matti, e io ve l’ho già detto, non sono pazza.
Avrei pagato, perché se ne andasse con qualcun’altra e la smettesse di mettermi le mani addosso.
No, neanche le botte e i tagli.
Non me ne fregava più niente, erano parte della routine quotidiana, e poi è quello che ho visto a casa mia per tutta la vita, e mio padre e mia madre sono rimasti insieme per 60 anni, e lei ha pure pianto al suo funerale, nonostante tutte le botte che aveva preso.
Solo se avesse toccato i miei figli, solo per quel motivo, l’avrei ammazzato subito e da molto tempo. Ma non l’ha mai fatto, ero solo io, io e solo io, il suo bersaglio.
Avvocato, la smetta e guardi il Maresciallo.
Lui ha capito tutto. Faccia fare a lui, e la pianti di trovare delle scuse e degli alibi, non ne ho e non ne voglio.
Marescià, mi scusi se mi avvicino, ma è inutile parlare con questo qua.
Lei è una persone perbene, si vede, e lei saprà riportare correttamente quello che le dico.
Io l’ho ammazzato perché mi ha fatto diventare un’altra persona.
Perché le botte, le umiliazioni, la violenza, erano solo la manifestazione esteriore, ma quello che mi ha distrutto, fino al punto di non poterne più, è stato il suo desiderio di piegarmi, di plagiarmi, di farmi dimenticare le cose belle che ci stanno al mondo, di quanto può essere piacevole una passeggiata, un fiore, una risata, gli amici.
Lui mi aveva cambiato, e questa persona che sono io ora è una persona brutta, e io non la voglio più.
Voglio ridiventare quella che ero una volta, voglio essere libera, anche dentro una galera, ma libera.
Per questo l’ho ammazzato.
Per questo l’ho ammazzato oggi, otto marzo.
Perché oggi è la mia festa.

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Il Bambino

Un racconto lungo, scritto qualche tempo fa.
Il protagonista mi è poi piaciuto, e gli ho dedicato altri racconti di genere.

Come tutte le mattine, la sveglia è per le sei.
Mi piace alzarmi presto, mettermi tuta e scarpe da ginnastica, e farmi una mezz’oretta di corsa, nel piccolo parco che costeggia Via Nomentana, in mezzo ai cani e alle biciclette, con altri mattinieri come me.
Tornando a casa, faccio colazione in un bar, sempre lo stesso, poi mi faccio la doccia e alle 8 sono già in caserma, per l’inizio di una giornata che non dura mai meno di 12 ore.

Quel giorno fu diverso. Il telefono mi svegliò poco dopo le 5, quando ancora il mio corpo non era pronto per venire a patti con la mia vita quotidiana.
– Maresciallo? Siete sveglio? – è Di Capua, l’appuntato, il mio vice.
– Dimmi, Di Capua, facciamo finta di sì –
– E’ successo un fattaccio, un omicidio, l’aspettano subito in Via dei Glicini, 7 –
Mi tirai su di scatto, mi girò un po’ la testa, poi mi ripresi.
– C’è già qualcuno lì? –
– Penso di sì, Marescià, abbiamo avvertito una pattuglia, e credo che il magistrato si sia già mosso, però mi hanno detto che vista la cosa seria, ci deve andare anche lei –
E già, quando si tratta di puttane, truffatori, spacciatori, sono tutti sempre disponibili. Per le rogne, gli omicidi, le rapine a mano armata, i rapimenti, mi devo sempre muovere io.
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