Sogno

– Ti ho sognato, sai? –
Sorriso ironico, il suo sorriso.
– Davvero? che facevamo? –
Ho percepito un po’ di malizia? Forse, forse no, non è il tipo, ma sì, magari un pizzico.
– Eravamo in un grande magazzino. –
– Ahaha –
La sua risata, squillante. Che meraviglia.
– Come sei demodè. L’unico uomo che mi sognerebbe in un grande magazzino, invece che su una spiaggia tropicale, o in qualche luogo romantico. –
– Non sono demodè, sono vecchio, è diverso. – mi imbroncio un po’.
– Non sei mai stato vecchio, e comunque mi piaci così. –
Mi prende in giro, ma delicatamente.
– E che facevi? –
– Niente, ero in fila alla cassa, tu ti guardavi in giro, parlavi con una persona, poi ti sei girata e mi hai visto. –
– Ti ho sorriso? – è incuriosita.
– No. Anzi, mi hai guardato con un po’ di fastidio, poi ti sei voltata di nuovo dall’altra parte. –
– Ah quindi me la sono tirata un po’. Benissimo! –
Scema, penso. Scema.
– Anche in sogno, vedi!? –
– Faccio male!? – mi guarda con il viso inclinato, segno che mi sta scrutando.
– Certo. Con me non c’è mai stato bisogno, lo sai, sono sempre stato un libro aperto per te. –
Si tira su. Socchiude gli occhi, li stringe ancora un po’, è un gatto che si rotola al sole. Mi è mancata.
– Ma non è bastato, vero? –
No. Non è bastato.
– Fa niente. E comunque era solo un sogno. – alzo le spalle.
– Ti fidi di me!? –
C’è da chiederlo?
– Certo. Come sempre. –
– Dammi la mano, ora. –
La prendo, è delicata, le dita sottilissime appoggiano appena sul mio palmo, la stringo, piano, ho paura di farle male.
– Dove andiamo!? –
Mi sorride, mi dà un bacio leggerissimo su una guancia, sento il suo profumo, il suo odore.
Chiudo gli occhi.
– Vieni. Non ti preoccupare. Sei con me ora. E’ come un altro sogno. –
Non ho paura.
Vado.

Nella stanza in penombra la luce entra a lame dalle serrande abbassate.
L’uomo chinato sul vecchio sdraiato sul letto si rialza.
Intorno qualche persona, tutti in silenzio, qualche lacrima.
L’uomo si toglie lo stetoscopio dal collo e lo rimette in una grande borsa di pelle, poi annuisce senza parlare, non c’è n’è bisogno.
Le lacrime si fanno più intense, qualche singhiozzo, qualcuno si avvicina al letto mentre il medico si allontana; ora non è più il suo regno, lascia ad altri lo spazio che chiedono.
Si avvia verso la porta, la borsa in mano, saluta tutti, dice le solite frasi di circostanza, poi una donna gli si para davanti.
Lo guarda fisso, non sta piangendo, ha il viso contratto dal dolore ma non piange, le rughe leggere intorno agli occhi a malapena mascherate dal trucco di chissà quante ore prima.
– Ha sofferto? – chiede senza preamboli.
Il medico posa la borsa, si toglie gli occhiali, estrae un fazzoletto da una tasca e comincia a pulirli.
Prende tempo.
La stessa domanda, la stessa che fanno tutti.
All’inizio, quando era un giovane medico, diceva la verità, che non sapeva, che forse sì, che la malattia era dura, difficile, poi aveva capito che non era la verità che cercavano queste persone, ma una parola per alleviare il dolore, la sconfitta, e il senso di colpa per essere ancora qui mentre l’altro, gli altri no.
E allora aveva sviluppato un modo di mentire molto professionale, credibile. Non la considerava una bugia, ma una medicina come un’altra, un leggero sedativo per calmare i nervi in un momento di difficoltà.
Ma non stavolta.
Quegli occhi piantati nei suoi non vogliono sentire bugie. vogliono sapere. Vogliono stare male, se necessario.
Si rimette gli occhiali, alza la testa, fa un respiro.
– Non lo so. La verità è che non lo so. Nessuno può saperlo, solo coloro che hanno affrontato il momento della transizione tra l’esistenza e la non-esistenza potrebbero dirlo, ma non lo possono fare. Io ho cercato di tenerlo tranquillo, in questi ultimi giorni, e di tenere il dolore sotto controllo. Ma cosa sia passato tra i suoi nervi e le sue vene in quel momento in cui il cuore ha smesso di battere, non possiamo saperlo, mi dispiace. –
La donna annuisce, poi improvvisamente il medico riprende.
– Ma una cosa la posso dire. Proprio adesso, mentre ero lì, e mi avvicinavo per cercare disperatamente di sentire il suo respiro e il suo cuore, ha avuto un ultimo gesto. Era un sorriso. Non una contrazione delle labbra, una smorfia di dolore. No. Ha sorriso. E poi non c’era più. –
Quegli occhi che lo fissano non si staccano dai suoi per molti, lunghi secondi.
Poi è solo:
– Grazie. –
Esce, il medico, sereno nella sua sconfitta, mentre la donna si volta a guardare l’involucro che fino a qualche minuto prima conteneva suo padre.
Sembra che stia sognando, pensa.

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Le Grandi Recensioni di Rolandfan

The Beatles Eight Days a Week – The touring years, di Ron Howard.

Fate bene attenzione, perché potrebbe essere la mia unica recensione positiva ever.

Questo non è un film, ma un viaggio nella memoria, nella musica, nei sentimenti.
Non c’è un solo fotogramma inutile, non c’è un secondo di questo meraviglioso documentario che non strappi un’emozione al vecchio fan.
Non c’è neanche una canzone, un sorriso, un gesto dei fab four che non ti inondi di malinconia, e di rimpianto per non essere abbastanza vecchio da averli visti tutti insieme, sul palco, con quei ridicoli abiti tutti uguali e gli stivaletti a punta.
Questo film è la storia della mia vita, e la storia della vita di centinaia di milioni di persone di tutte le età, tutte diverse tra di loro, ma unite nella passione per questi quattro ragazzi, che da adolescente consideravo i miei fratelli maggiori, e oggi sono i miei figli scapestrati.
Perché io sono cresciuto, maturato, e forse invecchiato, ma loro no: loro sono sempre quattro adolescenti che agitano la testa e che urlano “yeah yeah yeah!” facendo impazzire e lacrimare torme di ragazzine.
I Beatles hanno afferrato tre generazioni per la mano e le hanno portate fuori dalle secche della guerra, del terrore, del razzismo, della povertà.
Ci hanno guidato attraverso un sogno, per poi insegnarci il raziocinio.
Sono stati i nostri genitori virtuali, i leader inconsapevoli forse del cambiamento epocale della civiltà occidentale.
Rivederli oggi fa tenerezza, perché certi sogni li abbiamo persi con loro; guardare Paul che dimostra tutti i suoi seventy-four, dieci in più dei sixty-four che aveva messo come obiettivo della vecchiaia, fa male al cuore, perché vorremmo vederlo ancora con gli occhioni spalancati e le sopracciglia inarcate ridere al microfono mentre John sbaglia le parole, e saltellare in diagonale per i palco al ritmo di canzonette semplici ma immortali.
Affrontare questo film significa per quelli come me guardarsi dentro, e ancora una volta risentire di nuovo le parole di John ai suoi fan poco prima di essere ucciso: “Eccoci di nuovo qua, come state, siamo cresciuti insieme”.
Solo che non è vero: noi siamo invecchiati e loro non ci sono più e tornare indietro non si può.
Guardare questo film significa sottoporsi a due ore di lentissima, inesorabile, meravigliosa tortura.

eightdaysaweek

L’appuntamento

Vagamente ispirato a “The Cinema Show” dei Genesis.
Se vi interessa, è un capolavoro, e la potete ascoltare qui.
Magari mentre leggete il racconto 🙂


LUI
Dove ho messo la giacca?
Era lì, sul divano, ma non c’è più.
Ho tolto tutto ma ancora non la trovo.
Maledizione, la giacca! Non posso uscire senza giacca. La mia unica giacca.
Quanto tempo è che non la indosso?
Mesi; però solo ieri era sul divano, poi devo averla spostata per far posto alle riviste di musica, che avevo spostato per far posto…a non so che cosa.
Guarda qua che roba: un casino, questa casa.
Un vero casino, come tutto il resto.
Un casino.
Va bene, andrò senza giacca, fammi sistemare la camicia nei pantaloni.
Ci mancherebbe solo di uscire con metà camicia dentro e metà fuori, già sarò senza giacca.
I denti! Non ci posso credere, stavo per uscire senza lavarmi i denti.
Che ore sono? Cazzo, mi devo sbrigare, vediamo se in bagno c’è il dentifricio…eccola!
Guarda tu. L’avevo appesa sopra l’accappatoio.
Era quasi a posto insomma.
Giacca blu e pantaloni blu.
Che fantasia.
A questo punto metterò una cravatta, intonata con il blu.
Non che abbia molto da scegliere, tra le tre o quattro che mi ritrovo.
Prenderò quella a fiori. Sì, i fiori. Tanto non faccio più in tempo a comprarli, almeno avrò dei fiori da qualche parte.

LEI
Non mi metterò gli anfibi, stavolta.
Non devo essere alternativa per forza.
Non c’è nulla di male a dimostrare di essere una donna.
E comunque sto uscendo con un uomo, non vado ad una manifestazione sindacale.
Forse dovrei dimostrarmi più indifferente, in fondo mi ha detto che voleva prendere solo un caffè.
Dice che mi vuole parlare di un romanzo che sta scrivendo.
Lo so che è una scusa, ma mi interessa sul serio.
Certo che se usciamo per parlare di un romanzo dovrei mettermi qualcosa di meno impegnativo.
Invece voglio essere carina. Molto carina.
Voglio mettermi gli stivali neri e le calze scure, e un cappottino corto sopra la gonna.
Ascolterò la sua storia, ma desidero che lui veda la mia.
Una volta odiavo questa crema, ma mi rende la pelle morbida, ed è quello che voglio essere, oggi: morbida.
Che ore sono? Accidenti, è tardi, devo uscire.
Rifarò il letto un altra volta, adesso non ho tempo.
E poi, magari, lo disferò di nuovo con lui, stasera.
Oh dio! Ma che vado a pensare?

LUI
E’ in ritardo. E io sono nervoso.
Ha detto che sta parcheggiando ma non vedo nessuno qua intorno, probabilmente è una scusa, deve ancora uscire di casa, vedrai.
Però se telefona per avvisarmi vuol dire che ci tiene che io non vada via.
E’ un buon segno, ma la devo smettere.
Non sono più un ragazzino, non devo scrivere la sceneggiatura di un film che sarà per forza di cose diverso.
Lei…mi piace. Molto.
L’ho vista poche volte, e parlato quasi nessuna.
Come è possibile?
Eppure mi piace, non lo posso negare.
Le devo parlare di un romanzo che voglio scrivere, ma come posso fare?
Non mi frega niente del romanzo, niente.
Le vorrei dire che l’ho vista, ed è finita.
Non ho pensato più a niente.
Che mi tremano le gambe, e le mani, e le labbra.
No, glie lo dirò, è deciso.
Le dirò: ero qui ad aspettarti, anche quando ancora non esistevi.
Mi riderà in faccia. Forse. Ma non importa. Non importa.
No. Non importa.

LEI
Gli sorrido da lontano, mi sbraccio per salutarlo, ma a malapena alza la mano e poi la rimette in tasca.
Che succede? Era così entusiasta, l’altra sera.
I suoi libri, la sua musica, i suoi viaggi.
Chi è questo che mi aspetta davanti al bar?
Un altro uomo chiuso nel suo egoismo.
Un altro uomo in cerca di un pubblico.
Poi mi avvicino e lo vedo bene, mentre fa un passo avanti per darmi un bacio sulla guancia.
Sta tremando.
Oddio. Sta tremando.
L’ansia gli fa muovere le mani in continuazione, ha un sorriso storto che non gli avevo visto.
Ha paura.
Ha paura di perdermi.
Mi fermo mentre stiamo per entrare nel bar.
Lui si gira, ha uno sguardo interrogativo.
Forse pensa che io abbia cambiato idea, che magari voglio tornare a casa.
Invece no.
Invece lui non sa.
Non sa che io sono qua per lui.
Inclino la testa, gli sorrido.
Vedo i suoi occhi che si allargano per lo stupore prima, e il desiderio poi.
Gli prendo la mano e dico:
– Andiamo al cinema, piuttosto –



Cuore Tarocchi
Photo by rodocarda
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