Una lettera per mamma

Lo so, lo so, e so che lo sai anche tu: non mi sono ricordato l’anniversario della tua morte.
E’ il primo anno che non lo ricordo, e questa non è una giustificazione, ma sto diventando vecchio anche io, tra non molto avrò la stessa età di quando te ne sei andata; non possiamo farci niente, sai; la vecchiaia è una coperta ogni giorno più corta, e passiamo la nostra giornata a tirarla da una parte e dall’altra, cercando di non sentire troppo freddo.
Sono passati diciotto anni, ci pensi? I bambini nati quel giorno ora sono degli adulti, hanno festeggiato la maggiore età e passeranno il primo Capodanno da grandi. I nostri ragazzi del ’99, un altro ’99 ma per me molto più importante.
Se ti può consolare non ricordo niente di quei giorni, non ricordo dove fossi io QUEL Capodanno, non ricordo cosa ho fatto quei giorni, con chi sono stato; con la mia famiglia, certo, ma nessun dettaglio.
E’ come se quell’evento abbia spento la mia testa per un po’.
Ricordo solo un altro episodio analogo nella mia vita, quando mi spezzai una gamba in un incidente stradale: il mio cervello conserva perfettamente tutti i ricordi fino ad un istante prima dell’impatto, poi più niente.
Già, un meraviglioso meccanismo di salvaguardia, per evitare che un dolore così forte ci uccida o ci faccia impazzire.
Però, sai, ricordo tutto il resto.
Ricordo le carezze, un po’ ruvide perché non eri tipo da smancerie, e anche gli schiaffi, quanti ne ho presi e quanti me ne sono meritati.
Ricordo le vacanze al mare, che passavi immobile sotto il sole per riposarti dopo i mesi in cui ti alzavi alle 4 per lavorare ore e ore.
Ricordo di quando sei stata male, un sacco di volte, e ogni volta ti rialzavi come se niente fosse.
Ricordo infiniti viaggi in macchina e che da quando presi la patente non volli più venire con te perché mi faceva paura come guidavi.
Ricordo lo sguardo di tenerezza e comprensione quando urlai che non volevo far sopprimere il nostro cane che era gravemente malato.
Ricordo quelle poche cose che sapevi cucinare, che però non ho più mangiato, mai più, così.
Ricordo l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata.
Ricordo le tue spoglie mortali e i tuoi capelli.
E dopo di te non mi ricordo più.



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I colloqui

Mia figlia è in primo liceo.
Un momento importante, per lei e per noi genitori.
Sono andato ai primi colloqui insieme a mia moglie.
Ero emozionato, mia figlia diventa grande e io la seguo in questo percorso bellissimo e accidentato che è la vita.
Il liceo è in un bel quartiere, ha una storia lunga e prestigiosa.
Mi sono vestito bene, ci tenevo ad essere un genitore di cui un figlio non deve vergognarsi.
Ed eccoci, entrambi distinti, laureati, ascoltare i professori, fare domande, raccontare di noi e di nostra figlia, creare un legame, fare il nostro dovere.
Siamo usciti soddisfatti, eravamo stati bravi, e nostra figlia anche.
Ci siamo salutati, io ho preso lo scooter per andare in ufficio e ad un certo punto mi sono dovuto fermare: le lacrime non mi permettevano di andare avanti, non vedevo più niente.
A Porta Pia ho accostato e mi sono accasciato sul manubrio.
Avevo pensato a mia madre.
A quella donna ignorante – non per scelta ma perché aveva vissuto in un periodo infame – che prendeva la sua macchinina e veniva a scuola.
Sfacciata, a parlare con professori forse più altezzosi e meno preparati di oggi, e sentire resoconti di materie di cui non conosceva neanche l’abc.
Lei e la sua quinta elementare a fare i conti con un mondo per certi aspetti alieno, ma in cui si muoveva con una sola certezza: questo è mio figlio, questi sono i miei figli, ho combattuto e sofferto per loro, e loro faranno quello che io non ho potuto fare.
Me la ricordo, controllare sui libri parole che non capiva, mentre io ripetevo quello che avevo imparato.
Eppure funzionava, questa strana coppia: io che ripetevo le astrusità del liceo, e lei che leggeva e faceva l’unica cosa che sapeva fare, controllare che le parole fossero le stesse.
Lei era il mio libro, io la sua parola.
E quando mi sono laureato, la più grande gioia era vedere la sua soddisfazione, l’orgoglio di poter dire a tutti “mio figlio è laureato”.
Ho pianto perché avrei voluto poterla chiamare, e dirle “lo sai mamma, che Elena sta andando benissimo, che è brava, che ha la stima di tutti. Lo sai che è anche merito tuo, e delle ore passate a leggere libri che non capivi”.
Chissà se la perdonerò mai di essersene andata prima di averla conosciuta.
E per quanto io adori mia figlia un amore così, totale, puro, assoluto, vitale, non potrò mai eguagliarlo.

Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Amore Assoluto

Fare il fotografo, per passione o per professione, significa avere un osservatorio privilegiato sul mondo, tanto più se si fotografano le persone.
Si possono vedere e quasi toccare da vicino emozioni che spesso le persone tengono solo per sé, ma chissà come mai talvolta, qualche rara ma bellissima volta, svelano davanti ad una macchina fotografica.
E qualche volta dietro quella macchina ci sei tu, il fortunato che può osservare gli occhi delle persone lasciarsi andare e raccontarti delle storie, piccole o grandi che siano.
Il bravo fotografo è colui che riesce a essere così affidabile da rendere questo processo semplice per la persona che ha davanti: la ricompensa spesso sono emozioni che fluiscono in maniera naturale e tu sei il testimone di un momento importante; che poi anche altri vedranno certo, ma dopo.
Intanto tu eri lì, ed è meraviglioso.
Ma poi, quando scatti una foto come questa, quando sei testimone di un amore così assoluto, pensi di non essere neanche degno di guardare.
In questa società in cui l’amore viene svilito, sminuzzato, ridotto, confuso con cose che non c’entrano nulla, ignorato, negato, rovinato dalla rabbia o dalla gelosia,
Una società in cui l’amore è sempre secondo: alla carriera, ai soldi, alle ambizioni, alla prevaricazione
In questa società in cui amare qualcuno, o qualcosa, sembra essere passato di moda
Una società in cui l’amore è codificato dai messaggi dei social network, dalle scritte sgrammaticate sui muri, dai pezzi di poesia strappati dalle loro pagine a forza e mai capiti.
L’amore che non è più quello di Dante, Prevert o di Leopardi, ma neanche quello di Roma città aperta, di Ladri di biciclette o di tanti film che abbiamo visto magari piangendo.
E’ una società questa in cui spesso all’amore – qualsiasi amore – non viene più dato tempo per nascere, crescere, svilupparsi, mettere radici.
Eppure.
Eppure in questa nostra società così difficile che all’amore riserva spesso solo un posto commerciale, c’è ancora un amore che è rimasto lo stesso, puro e immutabile dalla notte dei tempi.
Un amore che scavalca le mode e i costumi, gli anni e i secoli, lo spazio e il tempo, la vita e la morte.
Un amore che nasce dalle viscere e finisce nelle viscere, che spiega perché siamo qua e perché non ci saremo più.
E quando ti capita di vedere un amore così vorresti solo spingere, piano, un piccolo pulsante, e poi scomparire per non disturbarlo.

BlankaeLudo

Photo by rodocarda

Il mare

Era il primo di maggio del 1975, il primo giorno che vidi il mare. Me lo ricordo benissimo.
Perché sebbene dal paesino abruzzese dove abitavo il mare non fosse poi così lontano – da nessuno dei due versanti – non c’ero mai stato.
La mia era una vita di paese, limitata al villaggio d’origine e quelli confinanti.
Anche l’Aquila, in teoria solo ad un’ora di pullman, era una destinazione esotica per noi.
Non c’erano soldi, non c’era tempo, non c’era nessuno con una macchina.
Eravamo io, mia mamma e i nonni. Mia madre aveva continuato a vivere dai nonni anche dopo che ero nato io, in quella piccola fattoria che a fatica mandavano avanti in un territorio così aspro.
Lei aveva dovuto crescermi da solo, tra difficoltà di tutti i tipi e l’incredibile ostilità dei paesani che non avevano perdonato a quella ragazza così bella di aver buttato via la sua vita così giovane.
Mio padre, non sapevo neanche chi fosse; mia madre non ne parlava quasi mai, e comunque già allora avevo il sospetto che il suo operato si fosse limitato alla fornitura del seme per poi scomparire nel nulla.
Avevo quasi dodici anni all’epoca, facevo la prima media in un paesino vicino, e tutto sommato la mia vita poteva dirsi felice.
La mamma aiutava i nonni con la fattoria e arrotondava ogni tanto con dei lavoretti a casa delle persone più anziane.
Da mangiare non ci mancava ma non avevamo certo la possibilità di fare delle vacanze, e quindi tutta l’estate ce ne restavamo alla fattoria, magari prendendoci qualche giorno di riposo in più, oppure andando a fare lunghe passeggiate nei campi, e la sera si mangiava spesso insieme ai proprietari delle fattorie vicine e si organizzavano lunghissime partite di pallone, mentre gli anziani si scannavano a briscola e tressette.
L’unica che sembrava non partecipare era lei. Mia madre.
Ma era serena, o almeno così mi sembrava.
Era solita sedersi sui gradini di ingresso della casa a godersi il chiasso che facevano gli ospiti.
Ogni tanto doveva accompagnare al bagno qualche ragazzino che si era sbucciato un ginocchio cadendo e lo faceva sempre con gentilezza e un sorriso.
Ma non potevamo permetterci di andare al mare.
Neanche a casa di un amico che aveva un piccolo appartamento a Tortoreto e che mi invitava tutti gli anni: mia mamma diceva che non potevamo semplicemente andare lì e soggiornare gratuitamente, che avremmo dovuto portare un regalo, dividere le spese e semplicemente non avevamo soldi sufficienti.
Un paio di volte andammo a fare il bagno ad un lago là vicino.
Anche se era abbastanza grande da poter immaginare di essere al mare, con la riva di ciottoli degradanti e le onde sugli scogli, chissà perché non mi dava soddisfazione.
Quell’acqua oleosa che mi scorreva sulla schiena non mi piaceva, e il fatto di vedere le montagne intorno fin dove era possibile guardare non mi faceva per niente sentire di essere al mare.
Ma ero già maturo per la mia età e capivo la situazione, e in fin dei conti avrei avuto tempo per andare al mare, magari dopo laureato, pensavo, fantasticando di comprare una macchina ed essere io a portarci mia madre e non viceversa.
Spesso mi addormentavo con quel pensiero, quel sogno, e chissà perché anche se non lo avevo mai visto il mare esercitava su di me un fascino così grande.
Quella mattina, il primo di maggio del 1975, mia madre mi svegliò che ancora non si vedevano le luci dell’alba.
– Vincè! Svegliati a mamma. Esci dal letto, preparati! –
Aprii gli occhi, vidi che fuori era buio, e dissi:
– Ma mamma, oggi non ci sta scuola! –
Lei mi guardò sorridendo, poi rispose:
– Lo so. Oggi andiamo al mare. –
Il mare! Il mare…
Scattai dal letto e cominciai a prepararmi di corsa.
Correvo per tutta la casa con un sorriso ebete in faccia, e alla fine mi misi davanti alla porta di casa, maglietta, pantaloncini, ciabatte, e una cartella con dentro asciugamano, panini e una bottiglia d’acqua che pesava un accidenti perché era di vetro.
Mia madre mi squadrò, ma ridendo disse solo:
– Andiamo! –
Prendemmo il pullman per L’Aquila, che ci mise una vita perché nel nostro paese il primo di maggio è sacro e non lavora nessuno e dovemmo aspettare quasi un’ora prima che arrivasse un autista assonnato.
Poi da L’Aquila prendemmo un pullman di linea più grande per Pescara.
Il viaggio lo feci attaccato al finestrino a guardare fuori: anche se conoscevo un po’ la mia zona non ero mai stato così lontano da casa, e quei luoghi, seppur famigliari, mi erano sconosciuti.
Quando arrivammo vicino al Gran Sasso rimasi stupito di vederne le cime innevate.
Era stato un inverno rigido, e anche se in basso faceva abbastanza caldo da rimanere solo con la maglietta, la neve non si era sciolta del tutto.
Mi sembrava un miracolo: noi che andavamo al mare e la neve sulla montagna così vicina.
Ogni tanto mi giravo a guardare mia madre, e invariabilmente la trovavo con lo sguardo su di me.
Mi sorrideva, io le davo magari un bacio, e poi mi rimettevo col naso incollato al vetro a guardare la strada che scorreva e a contare le macchine rosse.
Non so perché mi piacevano le macchine rosse, indipendentemente dalla marca.
Il rosso era il mio colore preferito. Dopo il blu, s’intende: il blu del mare.
Quando il pullman arrivò a Pescara non stavo più nella pelle.
Presi mia madre per la mano e la trascinai, anche se non sapevo dove andare.
Probabilmente non lo sapeva bene neanche lei, perché anche se ne sentivamo il profumo non riuscivamo a raggiungerlo, e alla fine, dopo aver svoltato in una stradina, ce lo trovammo davanti.
No. Il lago non era la stessa cosa.
Un’immensa distesa di acqua, con le onde che si alzavano ruggendo.
La sabbia finissima e bianca.
Il vento che ci spingeva verso la riva.
Rimanemmo così, madre e figlio, estasiati per un minuto, poi corremmo insieme verso la spiaggia.
Io mi spogliai al volo e mi buttai in acqua senza pensare alla temperatura.
Abituato com’ero al clima rigido della montagna non avevo certo paura dell’acqua di mare a Maggio.
Feci cenno a mia madre di entrare ma lei disse di no con la testa e si mise seduta su un asciugamano, vicino alla riva.
Non si tolse il vestito, un vestito strano dai disegni improbabili, forse dei fiori stilizzati chissà. Tirava vento ma non si legò i capelli, anche se aveva con sé forcine ed elastici.
Aveva capelli biondi, mia madre, lunghi e sottili, e il vento rapidamente glie li intrecciò, ma lei non ci fece caso.
Continuava a sorridermi con le labbra rosa, sottili ma delicate, su un viso affilato e un mento a punta.
Era snella, nonostante la gravidanza e il lavoro duro, e bella.
Ed era giovane. Non aveva neanche trent’anni quel giorno, mia madre. Una ragazzina.
La giornata passò così, io avanti e indietro dall’acqua, o a correre lungo una spiaggia quasi deserta: poche persone vi si avventurarono, qualche cane che correva dietro a me ogni tanto.
Feci castelli con la sabbia, cacciai i granchi dietro gli scogli, lanciai pietre in acqua, ingerii litri d’acqua salata perché non sapevo nuotare e neanche andare sott’acqua, ma non ci feci caso.
Alla fine mi sdraiai vicino a mia madre a riposarmi e a guardare i granelli di sabbia da vicino, sperando di trovare qualche sassolino prezioso da riportare a casa.
Anche mia madre si sdraiò vicino a me.
Tutti e due con la testa sulle mani e i gomiti a contatto.
– Quando sei venuta al mare l’ultima volta? – le chiesi.
– Mai. – mi rispose con un sorriso che per la prima volta era malinconico.
Io sgranai gli occhi.
– Vuoi dire che anche per te è la prima volta? –
Lei annuì.
– Non sono andata mai molto lontano. Non ho mai visto Roma, Venezia, Napoli. Non sono mai stata al mare. Non ho mai guidato una macchina. Ma se ci credi, sono felice. Perché ho avuto te, e la mia vita è stata perfetta così, non mi è mancato niente. –
Me la strinsi forte, quanto le volevo bene!
Affondai il mio viso nell’incavo delle sue braccia e rimanemmo così, guancia a guancia, per dieci minuti, a goderci il tepore del sole sulla schiena, nelle ultime ore del pomeriggio.
Fu allora che me lo disse.
Con il sorriso sulle labbra, come sempre.
E mentre me lo diceva io piangevo piano, lei si interrompeva e mi asciugava le lacrime con le labbra, e poi ricominciava, e poi si interrompeva di nuovo.
Quando finì, io piangevo ancora e lei sorrideva, ci abbracciammo forte, e così abbracciati raccogliemmo le nostre cose e raggiungemmo il pullman per L’Aquila.

Mia madre morì due mesi dopo, e io rimasi con i nonni: nessun padre si fece avanti per reclamarmi.
Feci il liceo a L’Aquila e l’Università a Roma, e sebbene il mare fosse lì ad un passo mi rifiutai sempre di andarci.
Perché io dopo quel primo di Maggio non ci andai più, al mare.
Trovavo sempre scuse con gli amici e poi con le fidanzate, e c’era sempre un impegno improvviso o un mal di testa lancinante ad impedirmelo.
Il mare non mi vide più per lunghi anni.
Finché infine non fui in grado di trovare un lavoro e di comprarmi una casa proprio lì, davanti a quella spiaggia di Pescara dove mia madre mi aveva portato per la prima e ultima volta nella sua vita tanti anni prima.
Oggi che ho più di cinquanta anni mi piace ancora stare sul balcone a guardare da lontano la spiaggia.
Per rivedere con la mente quella ragazzina di neanche trent’anni seduta sul bagnasciuga, un abito dai disegni improbabili indosso e lunghi capelli biondi intrecciati dal vento, e pensare “Il mare! Il mare…”.

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Photo by rodocarda

Mia madre


In questo periodo, quindici anni fa se ne andava mia madre.
Ho ricordi di quel periodo un po’ disarticolati, fatti di flash, di alcune immagini vivide e altre sfocate, vuoti di memoria e dettagli precisi.
Ho deciso di cercare di scriverli; per me, soprattutto.
Per fissarli per sempre nella memoria, prima che l’inevitabile scorrere del tempo li consumi.
Se in alcuni punti sembrerò troppo malinconico, vi prego di perdonarmi.
D’altronde, se questo fosse un foglio di carta potreste forse vedere le macchie che qualche lacrima avrebbe provocato spandendo l’inchiostro.
Ma per fortuna questo è solo uno stupido computer.

L’ultimo ricordo che ho di mia madre è un abbraccio.
Strano, considerando che lei – esattamente come me – non era una persona “fisica”, non amava il contatto con gli altri senza motivazione.
Non era una di quelle persone che ti prendono il braccio quando ti parlano, o ti cingono la vita mentre cammini, o ti salutano con due baci sulle guance.
Era ostica, in questo, e io come lei.
Un carattere chiuso, duro. Il suo motto preferito: “Una parola è poca, e due so’ troppe”.
Lasciava che fossero gli occhi a parlare per lei.
Occhi che potevano ridere, talvolta, ma più spesso fulminarti vivo.
Gli occhi delle persone che nella loro vita ne hanno viste tante, occhi di chi si è alzato tutte le mattine alle 4 per lavorare da quando ha dieci anni, occhi che scrutano in lontananza per vedere da dove arriverà la minaccia.
Però quel giorno, l’ultimo in cui l’ho vista viva, mi ha abbracciato.
Chissà.
Mi ricordo ancora la scena, io sulla soglia che stavo andando via, lei in accappatoio, aveva fatto la doccia, i capelli bagnati e tirati indietro.
Un abbraccio che non voleva essere un addio, però lo è stato.

Quando la telefonata è arrivata, ero sveglio, anche se erano già le due o le tre di notte.
Perché queste notizie arrivano sempre con una telefonata, e spesso, spessissimo, la notte, quando il corpo si lascia andare all’oblio, e qualche volta, qualche volta non torna più.
E invece io ero sveglio, e quando il telefono ha squillato lo sapevo già.
Ricordo benissimo l’ansia, la fretta, le bestemmie mentre cercavo la macchina sotto casa e non la trovavo, e poi la corsa inutile attraversando Roma deserta.
Una parte di me pregava, pregava incessantemente un dio in cui non credeva, teneva le mani serrate sul volante e il piede sull’acceleratore, e gridava nella sua testa “ti prego, ti prego, dio, ti prego ti prego”; l’altra invece era serena, consapevole che quel momento era arrivato, che non sarebbe servito a nulla correre, che avrei dovuto accettare il fatto compiuto.
Queste due persone hanno continuato a lottare per tutto il viaggio: mezz’ora, forse meno, fino all’ospedale, poi la corsa nei corridoi, finché sono scomparse entrambe per lasciare posto allo stupore.
Quella è stata l’unica sensazione che ho provato. Stupore.
Di fronte a visi tirati, lacrime, sguardi a terra, io ero stupito.
E quindi è successo veramente. Non sto sognando.
L’unica cosa che ho chiesto: “Come è successo? Come è possibile?”
Non ci sono state lacrime, rabbia, dolore. Quelli sono venuti dopo, per me.
Lo stupore mi ha annichilito, la necessità di capire mi ha catturato e non mi ha mollato per un po’.
Non ho capito, ovviamente, non si capisce mai.
Ma per fortuna prima o poi le lacrime arrivano.
Benvenute.

Di quell’anno infame ricordo soprattutto la sua forte, feroce determinazione a vivere.
La visita con il vecchio luminare che già aveva fatto il miracolo anni prima, le terapie, l’ospedale.
Ho sempre viaggiato molto per lavoro, e quell’anno non è stato da meno.
Spesso, di ritorno dall’aeroporto, passavo a trovarla in ospedale; lei dormiva già, spossata.
Io rimanevo lì qualche minuto, poi me ne andavo.
Quei minuti li potrei contare tutti e riavvolgere e ripetere, erano il tempo della consapevolezza, del passaggio alla maturità.
Erano i minuti in cui ho smesso di essere un adolescente, anche se avevo già più di trentacinque anni.
Erano i minuti in cui ho accumulato dentro di me tutta la malinconia, la serenità, il sentimento che mi porto ancora adesso.
Ho rubato tutto questo a mia madre mentre dormiva, in un letto d’ospedale.
Perché anche se lei lottava ferocemente, io sapevo che non sarebbe servito. Non so come, ma lo sapevo.
E andavo via ogni volta più triste. Lei non lo era.
Anche durante l’ultima visita a cui l’ho accompagnata, quando le ho chiesto di uscire perché volevo parlare guardando dritto negli occhi la persona che l’aveva visitata, non era triste.
Aveva capito che io ero pieno di rabbia per quello che stava succedendo e volevo una parola di conforto, ma avevo paura per quello che mi avrebbero potuto dire.
Quando l’ho raggiunta – mi aspettava ferma, immobile, nell’androne del palazzo – non mi ha chiesto niente, non so neanche se volesse sapere.
Una parola era poca, ma due sarebbero state veramente troppe.

Di mia madre ho pochi ricordi tangibili.
La voce registrata su un nastro.
Un filmino di quasi cinquanta anni fa.
Qualche foto.
Alcuni regali che mi ha fatto e che ancora conservo.
Ma se dovessi dire qual è il ricordo più vivido, direi i suoi capelli.
Che io ho sempre visto per lo più martoriati da colori improbabili, neri, biondi, castani, lisci, ricci, negli ultimi anni quasi del tutto bianchi.
Ma sempre incredibilmente folti, spessi, indomabili.
I capelli di mia madre erano originariamente di un rosso scuro difficile da vedere in giro, ed erano diventati bianchi presto, durante i pochi anni terribili in cui perse il padre, la madre, uno zio amatissimo, una sorella.
Ne porto un ricordo genetico qua e là, sul viso: se mi facessi crescere la barba, tra peli bianchi e neri spunterebbero delle piccole chiazze rosse sulle guance e ai lati della bocca; da giovane, quando portavo la barba, mi piaceva molto questa barba nera striata di rosso, lo stesso colore dei suoi capelli.
Quando alla fine mi sono fatto coraggio e sono andato a vedere il suo corpo, adagiato su una bara, pietosamente rivestito, non ho riconosciuto niente di mia madre in quel contenitore di carne implosa.
Non c’era niente di lei nei lineamenti sofferenti, e ho smesso subito di guardare.
Ma i capelli no.
I capelli erano sempre quelli, sempre folti, ribelli, spessi.
Me li sarei voluti portare via, e abbandonare il resto al suo triste destino, poi mi sono limitato a girarmi e ad andarmene.

Quello che mi rende più triste, oggi, è la consapevolezza che le persone normali pian piano scompaiono dalla memoria collettiva.
Oggi siamo in pochi a ricordarla: noi, i figli; mio padre.
I suoi fratelli non ci sono più, forse i nipoti.
La memoria delle persone comuni dopo quindici anni è ormai irrimediabilmente svanita, e forse è giusto così, non saprei dirlo.
Di mia madre però io ho davanti tutti i giorni gli occhi che lei ha passato a me e io a mia figlia, che non ha conosciuto.
Occhi belli ed espressivi, occhi di velluto.
Il segno che tutto sommato non siamo esistiti invano.

Renata