Shampoo – un racconto

Non è facile stabilire con precisione quando se ne accorse, ma doveva essere intorno a San Valentino, perché la sera prima era rientrato con dei fiori per la moglie.
E dato che non glie ne comprava mai, di sicuro c’era di mezzo qualche anniversario, il compleanno no perché era a ottobre, quindi doveva proprio essere San Valentino.
Comunque sia, dato che era un giorno feriale come tutte le mattina dei giorni feriali si alzò per andare in bagno prima ancora di fare colazione, prima che la moglie e i figli si tirassero su dal letto.
Se voleva dieci minuti di pace doveva alzarsi prima degli altri, altrimenti il caos della mattina nella sua famiglia gli avrebbe impedito anche solo di canticchiare “Yesterday” senza che qualcuno gli chiedesse di smetterla.
Entrò in bagno, diede una fugace occhiata alla figura stanca e stropicciata che gli sorrise dallo specchio, poi si spogliò, si infilò sotto la doccia bollente e cominciò a radersi.
Amava farsi la barba sotto la doccia, usando una saponetta al posto della schiuma, anche se ci metteva molto più tempo e qualche volta si era anche tagliato di brutto, ma non sapeva rinunciare al piacere di stare minuti interi sotto il getto d’acqua bollente mentre con la mano cercava lentamente di passare il rasoio senza farsi male.
Quando ritenne di essere soddisfatto della rasatura posò il rasoio, insaponò il corpo per bene e poi si sciacquò accuratamente: amava l’acqua di Roma, così dura da lavare via la schiuma in un attimo e da lasciare la pelle levigata.
Infine prese la bottiglietta di shampoo arancione e ne versò un po’ sulla mano per metterlo sui capelli.
Mentre la inclinava si fermò un attimo a guardarla: era piena per metà, più o meno.
Si fermò a riflettere.
Cercò di ricordarsi quando aveva comprato lo shampoo, ma non gli venne in mente una data precisa.
Ricordava per certo di averlo preso al supermercato: uno shampoo da poco, visto che non aveva molti capelli da salvaguardare, e colorato di un colore irragionevole in modo che non si confondesse con i sofisticatissimi e costosissimi prodotti che invece usava sua moglie.
Credeva di ricordare che fossero passati mesi ma non ne era sicuro, e anche se ne usava ben poco il fatto che la bottiglietta fosse ancora mezza piena gli sembrava strano.
Ricorderò male, si disse, e finì di lavarsi senza pensarci più.

Due settimane dopo però, mentre come al solito faceva la doccia, gli capitò di guardare di nuovo la bottiglietta ed era sempre piena a metà.
La guardò intensamente mentre l’acqua bollente gli scorreva sulla schiena e con la bocca aperta dallo stupore.
Possibile? si disse. Qualcosa non andava, non sapeva dire cosa, ma era un fatto che lo shampoo era sempre lì, a metà, come due settimane prima.
Ne versò un po’ sulla mano con cautela, osservando il liquido denso colare sul palmo, poi lo portò lentamente verso il viso e lo annusò: gli sembrava l’odore classico di uno shampoo da supermercato, profumato da improbabili fiori tropicali.
Sempre con cautela, come se stesse compiendo un’operazione chirurgica, si passò la mano sui capelli e cominciò a frizionare la cute, finché lo shampoo non fece la solita, rassicurante schiuma, che lavò via con una certa fretta.
Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio, e guardò lo shampoo appoggiato su una mensola nella doccia: la bottiglietta era piena a metà. Più o meno. E più o meno come due settimane prima.
Il cuore gli cominciò a battere forte, mentre si asciugava e si vestiva. Sudava copiosamente e dovette passarsi più volte un asciugamano addosso per detergere il sudore.
Non disse nulla alla moglie per non essere preso per pazzo, ma non riuscì a pensare ad altro per tutta la giornata
Quando tornò a casa la sera evitò accuratamente di andare nel bagno.
Si lavò i denti nel bagnetto di servizio e andò a letto prestissimo perché doveva pensare.
Pensare a cosa avrebbe fatto la mattina dopo.
Pensare se sarebbe riuscito ad affrontare questa improvvisa paura di una normale bottiglietta di shampoo, o se dovesse parlarne con qualcuno rischiando di sembrare un pazzo.
Si addormentò in preda all’ansia e il suo sonno fu agitato e leggero, ma quando si svegliò la luce del giorno gli fece vedere le cose in un altro modo.
Si disse che si era lasciato suggestionare, e per dimostrarlo a se stesso decise di darsi qualche altro giorno, mantenendo la sua solita routine e osservando lo shampoo man mano che i giorni passavano.
Era sicuro che tutto gli sarebbe sembrato tornare alla normalità.
Ma nelle due settimane successive, mentre la sua ansia montava, la bottiglietta dello shampoo non dava l’impressione di volersi svuotare.
Uscì dalla doccia un giorno quasi piangendo dalla frustrazione, ma deciso a non lasciarsi andare alla follia che lo stava contagiando.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi e le occhiaie pesanti di chi dormiva poco e le mani gli tremavano per l’ansia.
Anche la moglie cominciava a preoccuparsi: lo vedeva dimagrito, capiva che qualcosa non andava, gli fece qualche domanda ma lui rimase sul vago.
Come avrebbe potuto spiegare che il suo stato era dovuto ad una bottiglia di shampoo da supermercato che sembrava rifiutare di vuotarsi?
Si rassegnò allora a chiamare un suo amico laureato in matematica, con una scusa; dopo qualche convenevole gli disse che suo figlio aveva un compito per scuola particolarmente complicato, e gli chiese come calcolare il volume di un solido irregolare, dandogli la descrizione della bottiglia di shampoo.
Il suo amico gli spiegò un paio di semplici teoremi, gli diede una formula e gli fece anche qualche esempio.
Lui lo ringraziò della risposta, lo salutò e si mise a fare due calcoli, misurando con la mano concava la quantità di shampoo che usava ogni mattina.
Quando alzò gli occhi dal foglio su cui aveva scarabocchiato dei numeri era sicuro: la bottiglia avrebbe dovuto consumarsi completamente in due mesi al massimo; perciò in quel mese passato in preda all’angoscia da quando aveva notato qualcosa di strano si sarebbe dovuta vuotare. E invece no. Lo shampoo era sempre lì. A metà.
Si sentiva le gambe pesanti, il respiro affannato, gli sembrava di vivere un incubo e forse era così.
Quella sera, a letto, all’ennesima domanda della moglie rispose che aveva dei problemi in ufficio, che rischiava il posto di lavoro, che era angosciato, ma che non voleva preoccuparla.
Lei gli sorrise, forse fece finta di credergli ma comunque gli disse che sarebbe andato tutto bene; fecero l’amore e lui si rilassò.

Il giorno dopo si svegliò sorridente, si disse che questa storia dello shampoo era durata anche troppo, che la sua vista non era più quella di una volta ed entrare nella doccia senza occhiali non lo aiutava certo, e quindi si mise sotto l’acqua fischiettando.
Guardò lo shampoo che lo aspettava sulla mensola ma decise di fare un’altra cosa.
Prese una delle costosissime bottiglie di sua moglie e fisso il suo stupido shampoo arancione con un misto di disprezzo e sfida.
Non ho bisogno di te, sembrava volergli dire.
Poi premette la confezione blu notte che aveva in mano, prima dolcemente, poi sempre più forte, ma non ne uscì nulla.
Agitò la bottiglia, ma niente.
La aprì, ed era vuota.
Vuota e secca come se fosse appena uscita dalla fabbrica della plastica prima che qualcuno ci versasse lo shampoo.
Chiamò la moglie ad alta voce:
– Tesoro! Il tuo shampoo è finito per caso? –
– No, la confezione blu è piena. Ma perché devi usare il mio che costa un sacco di soldi? Non hai quello tuo arancione? –
Il mio arancione, pensò.
Certo.
Posò con circospezione la bottiglia blu, e prese quella dello shampoo arancione.
La guardò, mentre il petto si alzava e si abbassava furiosamente.
Prese la confezione e con rabbia si versò quasi tutto lo shampoo sui capelli, lanciando la bottiglia contro la parete della doccia urlando, e poi si sciacquò in fretta e furia, eliminando ogni traccia del liquido schiumoso per poi uscire di corsa dalla doccia, infilarsi l’accappatoio e andare ad asciugarsi in camera da letto, il più lontano possibile da quella bottiglietta di quel ridicolo colore.
La moglie lo vide arrivare come una furia e sedersi sul letto rannicchiato dentro l’accappatoio.
– Tesoro, ma cosa succede? che hai fatto? –
Lui scosse la testa in senso di diniego, ma inizialmente non disse nulla, non riusciva a parlare, aveva timore di esternare le sue paure.
Poi la guardò con gli occhi rossi di lacrime e di insonnia e disse solo:
– Lo shampoo… –
Lei sembrò non capire.
– Che cosa significa ‘lo shampoo’? –
– Lo shampoo…ha qualcosa che non va! –
Lo sguardo della moglie gli confermò solo che aveva sbagliato a parlare: lei non avrebbe mai creduto che una bottiglia di shampoo potesse avere una vita propria, che come in un film di fantascienza qualche entità aliena cercasse di comunicare con lui, o che una colonia di batteri arancioni si stesse riproducendo nella sua doccia, o che il fantasma di qualche assassino si aggirasse per la sua casa, perché certo, queste erano le ipotesi che giravano vorticosamente nella sua testa. Il suo cervello razionale era ormai un ricordo.
La moglie si inginocchiò, gli prese la mano, e lo guardò con tenerezza.
– Non so che cosa vuoi dire, caro, ma facciamo così: prendi ora un po’ d’acqua, ti asciughi le lacrime, e andiamo insieme a vedere cosa succede allo shampoo, va bene? –
Percepiva il suo tono condiscendente, chiaro e netto, ma non poteva fare a meno di sentirsi sollevato.
Si alzò, andò con la moglie in cucina, bevve un po’ d’acqua, si asciugò le lacrime e si fece prendere per mano fino al bagno.
Rimase fuori, a guardare la moglie che cautamente si avvicinava alla porta della doccia e che poi, con un sorriso, si girò verso di lui:
– Il tuo shampoo è al suo posto come al solito, mi sembra che non ci sia nulla di strano. –
Lui spalancò gli occhi, fece due passi e quando vide lo shampoo pieno a metà, appoggiato serenamente sulla mensola invece di giacere vuoto sul fondo della doccia dove lui l’aveva lanciato, non resse più.
Corse urlando via dal bagno, gli occhi che sembravano volergli uscire dalle orbite, vanamente inseguito dalla moglie, ma a metà del corridoio si fermò: le gambe smisero di sostenerlo, si portò una mano al cuore e morì senza un fiato.

– Alla fine è andata bene, no!? –
– Sì, benissimo. Sinceramente non pensavo funzionasse. Hai avuto una buona idea. –
– L’acqua con quelle gocce che ti ho dato l’ha bevuta senza problemi? –
– Come no, era talmente agitato che non ha sentito il leggero sapore, e in caso avrei dato la colpa al cloro. –
– Io ho avuto solo paura quando mi ha telefonato. Pensavo avesse scoperto tutto, invece era per sapere come calcolare quanto shampoo consumava ogni giorno, povero coglione. Proprio a me lo è andato a chiedere. –
– E a chi doveva chiederlo? Eri o no il suo amico del cuore? –
– Ah beh, sì, certo. Comunque brava anche tu a mettergli ogni giorno un po’ di quel tremendo shampoo arancione nella bottiglia. Secondo me anche senza droga le coronarie gli schioppavano lo stesso per la paura! –
– Che cretino che sei, guarda che anche se paranoico e pieno di fobie era robusto, un aiutino serviva. –
– Vero. Senti, che fai: passi dopo il funerale? –
– E me lo chiedi? Ho messo le autoreggenti, sotto. Rigorosamente nere, ovviamente. –
– Ti aspetto. Condoglianze, a proposito. –



doccia

Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi

Le frasi che ogni uomo sposato ama sentirsi dire

Non importa chi sia la dolce metà che divide la vostra esistenza.
Non conta il livello sociale, culturale, l’età, la provenienza etnica o religiosa; ci sarà sempre qualcosa che le accomuna e che renderà la vostra vita matrimoniale meravigliosa.
Sono quelle frasi che al momento giusto riempiranno la vostra giornata, la vostra serata e se siete fortunati anche le vostre nottate.
Non vi illudete: non stiamo parlando di amore, passione, tenerezze.
Quelle le potete da ar gatto.
Stiamo parlando delle frasi che sanciranno una volta per tutte la supremazia famigliare.
Sì, avete indovinato: non è la vostra

1. Non è morto nessuno
Un evergreen, una frase ad amplissimo spettro, come il Rochefin, che si può applicare a qualsiasi situazione, dall’aver inciso la “Dama con l’ermellino” sulla fiancata della macchina nuova strusciandola contro un muretto a secco, ad aver inavvertitamente lasciato cadere la vostra Nikon dal tavolino cercando di togliere la tovaglia da sotto le suppellettili come Silvan.
“Non è morto nessuno” è la frase che spegne istantaneamente qualsiasi tentativo di protesta, perché che cazzo, mica è morto qualcuno, no!? e allora perché protestare?
Che poi quando voi vi dimenticate di alzare la tavoletta del bagno la vostra signora esploda come il Monte Fuji, o che aver dimenticato di chiudere il gas quando siete via per il week end provochi una crisi che neanche i missili a Cuba ci riuscirono, questo non conta.
Quando è il vostro momento di lamentarvi, scatta il riflesso condizionato: “non è morto nessuno”. E fine delle discussioni.

2. Me lo potevi dire
Mentre “non è morto nessuno” è una frase difensiva, che tutto sommato contiene un blando riconoscimento di aver fatto una cazzata, “Me lo potevi dire” è invece un attacco senza quartiere: la colpa è tua, sempre tua, solo tua, anche se la cazzata l’ho fatta io, la colpa è tua perché “me lo potevi dire”.
E’ una frase dalle varianti infinite, e come molti musicisti hanno costruito una fortuna sul giro di Do ci sono mogli che hanno consolidato il loro matrimonio unicamente a botte di “me lo potevi dire”.
C’è per esempio il rafforzativo “me lo potevi dire PRIMA”. E quando te lo dovevo dire? Dopo?
Ma un avverbio pleonastico ci sta sempre bene, rafforza l’idea che siete dei coglioni, e che potevate dirlo PRIMA che a venti gradi sottozero tirare il freno a mano vuol dire non usare la macchina fino alla fine dell’era glaciale.
Me lo potevi dire PRIMA che se faccio cadere la bottiglia della coca cola poi non è consigliabile aprirla a tavola mentre indossi la cravatta che ti ha regalato tua madre.
“Me lo potevi dire” nelle mogli più sofisticate può diventare facilmente sarcasmo.
Ad esempio se dopo due mesi di jeans e maglietta vi vede andare in ufficio giacca e cravatta non potrà esimersi da un: “Me lo potevi dire che è arrivata una collega particolarmente bella”, sottolineando il fatto che siete praticamente dei barboni e solo l’ormone è in grado di farvi vestire decentemente.
“Me lo potevi dire” è come una camicia celeste, va bene su tutto.

3. Sei come tuo padre
Ora, qui siamo passati alla denigrazione bella e buona. Perché tuo padre può anche essere Sabin e aver regalato il vaccino antipolio all’umanità, oppure il Mahatma Gandhi, ma è sempre tuo padre, e per induzione uno stronzo.
Anzi, il paradigma dello stronzo che diventerai anche tu.
Quando una donna ti dice “sei come tuo padre”, non è mai perché ti sei fatto un mazzo tanto per tutta la domenica a montare una parete IKEA, oppure perché sei andato a fare la spesa all’unico supermercato aperto di notte perché lei domani deve andare in ufficio presto e non c’è niente per preparare i pranzo ai bambini.
Non è neanche quando hai tollerato il suo collega di stanza tutta la sera sorridendogli e annuendo, anche se l’unico argomento di conversazione che ha è la Roma e tu sei della Lazio.
No.
Questa è la frase che esce quando ad esempio ti scappa un’occhiatina alle tette della baby sitter.
Oppure quando distrattamente ti scappa una falangina nel naso.
O anche quando lanci le mutande nel cesto dei panni sporchi ma sbagli mira e finiscono rovinosamente nel portagioie di tua moglie.
Insomma, quando sei antipatico, casinista, stronzo, fedifrago, puzzi o hai l’alito pesante sei come tuo padre.
Quando fai qualcosa di buono, è culo.

4. Abbiamo qualcosa da fare sabato pomeriggio?

Ecco, quando una donna vi fa questa domanda, la cosa peggiore che possiate fare è rispondere.
La tattica giusta, l’unica che vi può forse – e sottolineo forse – salvare la vita è rispondere con un’altra domanda: “Perché?”
Non credete, non ve la caverete, è un po’ come buttare la palla dall’altra parte a tennis, se avete un Federer prima o poi vi infila.
Ma d’altronde, per rimanere nel tennistico, c’è sempre la speranza che l’avversario la butti a rete.
Invece rispondere vuol dire essere di sicuro passato per le armi, l’unica differenza può solo essere la quantità di dolore inflitta.
In ordine di pericolosità, la risposta peggiore è: “Sì, io vado allo stadio con Gianluigi”.
Ora, per essere chiari, nessuna donna crederà mai che esiste un Gianluigi con cui voi andate allo stadio, e comunque, anche se fosse un amico reale, o anche vostro cognato, ogni donna sa bene che a) Gianluigi vi reggerebbe bordone in ogni caso e b) Sticazzi, hai preso un impegno senza dirmi nulla, sei morto.
Questa risposta può provocare, a secondo del carattere della consorte, una gamma di reazioni che va dalla sfuriata, al gelido sguardo con conseguente chiusura dei rubinetti sessuali per sei mesi.
Se però pensate che “Mi pare niente” sia una risposta soddisfacente, siete dei poveri illusi.
Lei farà un sorriso dolcissimo, foriero di fregature colossali, e vi dirà: “Perfetto, allora per favore dovresti accompagnare mamma a fisioterapia”, oppure “Porti tu la bambina a danza?”, oppure “Meno male perché il giardino ha bisogno di una sistemata.”
Insomma, se avete da fare, siete degli stronzi egoisti che vanno sterminati con il napalm, se non avete niente da fare degli schiavi da usare a piacimento.
Non c’è speranza

5. La vicina è proprio volgare
Qui ragazzi dobbiamo ammetterlo: le donne sono fantastiche a portarvi su terreni scivolosissimi, in cui neanche l’abilità e la grazia di un Bolle riuscirebbero a farvi rimanere in piedi e ad evitare di rompervi una tibia, metaforicamente e non.
La vicina in questione può essere la vicina di casa, la vicina di ombrellone, la vicina sul treno, insomma una donna qualsiasi che però abbia due caratteristiche fondamentali: sia a portata di sguardi e sia una gnocca terrificante.
Vostra moglie non potrà negare che una bionda-occhiazzurri-90/60/90 di un metro e ottanta sia una gnocca da paura, e quindi per dissimulare il suo rosicamento e togliervi anche l’uncia soddisfazione che vi è rimasta, qeulla di un’occhiata furtiva, la butterà in caciara.
Cosa potete rispondere?
La verità? Cioè che se questa vicina vi degnasse anche solo di uno sguardo lascereste moglie, figli e lavoro per una settimana con lei alle Maldive, possibilmente senza scendere mai in spiaggia?
Non credo proprio.
Potete fare due cose, entrambe sbagliate, ma tanto ormai sapete come va a finire, no!?
Potete dire: “E’ vero, è proprio volgare, sarebbe anche una bella ragazza ma mi fa schifo”.
Fratelli, preghiamo insieme per l’uomo che oserà sfidare la sorte con una menzogna così pacchiana, perché il suo viso e i suoi ormoni diranno esattamente l’opposto, ed è la scusa che la moglie cercava per andare su tutte le furie, e tenervi poi il muso per due mesi (oltre ovviamente a chiudere i rubinetti, questo è chiaro).
Ma per fortuna ci sono anche uomini temerari, senza però avere le palle per dichiarare apertamente “Io a quella je farei questo e quello”.
No.
Quelli di noi sinceri ma vigliacchetti proveranno a buttarla là: “Ma no, dai, è una bella donna, forse si è truccata un po’ pesante”.
Come se foste Yves Sant-Laurent che dà un giudizio sul make-up di Monica Bellucci.
Invece siete un disgraziato, che viene improvvisamente investito da una tempesta di parolacce, di cui “Porco!” è la più soave, le altre non le posso scrivere a causa delle vigenti leggi sulla morale pubblica.

Mantova – un racconto

Quando vado in una città che mi piace, penso sempre che sia stata teatro di innumerevoli storie.
E provo a immaginarne una da raccontare anche io.
Questa è una storia d’amore per Mantova.

La donna che attraversa veloce la Piazza lasciandosi alle spalle il Palazzo Ducale da dove i Gonzaga regnavano sul loro feudo, non ha in realtà fretta.
E’ il suo modo di camminare, stretta nel suo cappotto, indispensabile in questa fredda sera di fine marzo: sono passi piccoli e veloci, incuranti dei ciottoli che lastricano la pavimentazione, scivolosi per la pioggia abbondante del primo pomeriggio.
Sta attenda a non incastrare i tacchi ma non ha paura di cadere.
Non ha un ombrello, e anche se la pioggia è cessata qualche goccia ancora si deposita sui capelli crespi e forma delle goccioline che brillano alla luce del tramonto e delle lampade intense che illuminano la piazza.
La attraversa in diagonale, da Piazza Castello e poi si infila nella stretta via con i portici, ma non passa sotto, rimane in mezzo alla strada, non devia, non le importa dell’umidità.
Da’ solo un’occhiata alla piccola piazza Broletto, dove un fast food stride con la sfarzosa antichità dei palazzi circostanti, ma è solo un’occhiata; non rallenta e dopo qualche metro improvvisamente entra in un bar.
Si ferma solo un attimo sulla soglia, come per controllare bene di non sbagliare.
Il Bar Pierrot a quest’ora di pomeriggio è pieno di ragazzi con in mano un aperitivo.
Lei chiede un cappuccino e si siede vicino alla parete, su una sedia alta, appoggiando la tazza ad un piccolo tavolo.
Il barista che la serve sembra non averla riconosciuta, oppure è bravo a fare finta, ma lei per sicurezza non lo guarda negli occhi.
Abbassa lo sguardo sulla tazza, poi lo rialza per guardarsi intorno.
Chissà, forse spera di vederlo comparire vicino a lei.
Come quella volta.
Lo stesso bar, la stessa ora, la stessa folla di giovani con in mano uno spritz e lei, lo stesso cappuccino sulla stessa sedia.
E una voce con il suo stesso accento, straniera tra queste cadenze lombarde con influenze emiliane.
– Lo sa che a Mantova bere il cappuccino a quest’ora è considerato reato? –
Alzò gli occhi, quel giorno, per trovarsi davanti un uomo sorridente, con un accento romano marcato e uno spritz mezzo bevuto.
Lei lo guardò freddamente anche se le faceva piacere sentire la sua parlata, forte ma non greve.
– Vorrà dire che mi cercherò un buon avvocato. – rispose cortesemente ma in modo da troncare il discorso.
– E’ qui per lavoro o in vacanza? – chiese l’uomo insistente.
Il barista – Luigi, come avrebbe imparato bene, lo stesso di stasera – si schiarì rumorosamente la voce e i due si girarono solo per vederlo appoggiare le mani al bancone e inarcare un sopracciglio.
L’uomo con l’accento romano annuì enfaticamente: sembrava un teatrino studiato appositamente per lei.
– Dici che sono stato banale? Bruciato subito tutte le cartucce? – chiese l’uomo con una falsa aria contrita sul volto.
Il barista fece un gesto con la testa, poi disse:
– Embè – un po’ alla romana.
L’uomo si girò verso di lei, che lo guardava sempre con distacco ma ora aveva alzato un sopracciglio e aspettava di vedere come sarebbe andato avanti il teatrino. Era sicura che i sue commedianti lo avessero già provato più volte.
Lui la guardò fissa ma senza traccia di impertinenza, era uno sguardo aperto e intelligente, poi parlò a voce un po’ più alta:
– Luigi – disse al barista continuando a guardare lei – come ne esco? Mi guarda male, e secondo me sta pensando ad una parola che inizia per “v” e finisce per “ulo”. –
Lei si morse le labbra per non ridere; erano due cretini, ma simpatici.
Improvvisamente Luigi si materializzò con uno spritz in mano.
Poi fece finta di parlare all’orecchio dell’uomo, ma ovviamente in modo che lei sentisse.
– E’ il cappuccino. Nessuna donna può essere simpatica se beve un cappuccino alle sei di pomeriggio. Prova con lo spritz. Se continua a ignorarti allora vuol dire che sei tu. –
L’uomo si girò verso il barista, lo guardò indeciso, poi prese lo spritz e disse:
– Rischio? –
Il barista annuì.
– Certo. Tutt’al più verrai a sapere cosa ci sta tra “v” e “ulo” di così importante. –
Lei sorrise e prese lo spritz che l’uomo le porgeva, mentre il barista si dileguava.
La spalla ha finito il suo compito, pensò lei.
– Guido, piacere. – le disse lui porgendo la mano.
Lei esitò un attimo poi gli strinse la mano, enorme rispetto alla sua.
– Sara. Sono qui per un congresso di odontoiatria. –
– Ahi, una dentista. Non ti devo far arrabbiare quindi. Conoscerai un milione di modi per fare male. – sorrise – Io invece lavoro per una multinazionale qua in zona, mi sono trasferito da un po’. In realtà la sede della mia azienda è a una mezz’ora di macchina, ma a me piaceva vivere qui, a Mantova; mi piace questa città, è della misura giusta per me, non caotica come Roma ma neanche un paesotto. Abito proprio qua sopra. –
Non finì la frase che vide lo sguardo di lei indurirsi, allora diventò rosso e cominciò a borbottare.
– No scusa, volevo dire..abito qui…insomma il motivo per cui mi conoscono in questo bar anche se sono di Roma, vengo tutte le mattine per colazione…scusa non volevo intendere… –
Lei sbottò a ridere e la risata piena che fece uscì dal bar, corse per tutta Via Broletto, entrò a Sant’Andrea, risalì il campanile, poi riscese, arrivò fino al Mincio, piegò le canne sulla riva del fiume, increspò le onde, poi corse di nuovo indietro, sollevò la gonna alle ragazze e fece ondeggiare i loro capelli, rientrò nel bar e colpì Guido alla schiena, facendolo sussultare.
Da quel momento lui non fu più lo stesso.
E desiderò di farla ridere per sempre.
– Fino a quando ti fermi? – chiese quasi sottovoce.
Lei fece un gesto vago con la mano.
– Domani è l’ultimo giorno del convegno. Speravo di avere tempo di vedere un po’ Mantova ma sono rimasta segregata in albergo tutto il giorno ieri e oggi. Stasera sono scappata per fare un giro, ma sono stanca, per questo mi sono fermata a prendere un cappuccino. Poi me ne andrò a fare una passeggiata senza meta, tanto per vedere qualcosa. –
Lui annuì, stava pensando a cosa dire, mentre Sara prese un sorso di spritz guardandolo con gli occhi ironici da sotto in su.
– Io sono qui da un po’ di tempo e ho girato la città in lungo e in largo. Se vuoi sarò contento di fare da cicerone ad una concittadina sperduta nella nebbia padana. – aggiunse un sorriso, ma si capiva che era ansioso.
Lei esitò; stava prendendo una decisione, e lui trattenne il respiro.
Dopo qualche secondo disse:
– Non faremo tardi però? Domattina il convegno inizia alle nove, e prima devo comunque fare il check out e prepararmi. –
Lui allargò le braccia.
– Ovvio; e poi guarda, con tutto il rispetto Mantova non è Roma, sarà una bella passeggiata, ma se vuoi a mezzanotte ti riporto a casa come cenerentola. –
Lei inarcò un sopracciglio.
– Facciamo per le dieci, caro principe. –
Lui alzò gli occhi al cielo, fingendo di essere infastidito, e lei rise di nuovo.
Ancora quella risata.
Uscirono mentre fuori pioveva una pioggia sottile e delicata.

Quando la riaccompagnò al bar erano le due di notte.
La breve passeggiata turistica si era trasformata in una notte di parole e sorrisi.
Erano andati a Piazza Castello, e urlato nel silenzio del Palazzo Ducale per poi correre via sul selciato, avevano fatto i buffoni davanti al buffone Rigoletto, poi erano andati a passeggiare sul fiume, e quando il freddo era diventato intollerabile si erano chiusi in un ristorante a chiacchierare e a mangiare.
Poi avevano deciso di camminare un po’ all’aria aperta per snebbiare la mente dal vino e dal cibo e invece si erano ritrovati in un locale in mezzo a centinaia di giovani con un bicchiere in mano, a raccontarsi cose e a ridere senza sosta.
Ancora quella risata.
Alle due, ancora ridendo e parlando ad alta voce in una Mantova ormai deserta, si erano fermati davanti all’insegna spenta del Bar Pierrot.
Improvvisamente calò il silenzio.
Il silenzio pieno di domande e di desiderio che spesso si depone sulle parole delle persone che provano attrazione e che non sanno come dare corpo ai loro pensieri più nascosti.
Fu lei a romperlo, questo silenzio che stava per diventare una coperta troppo spessa e difficile da rimuovere.
– Quando hai detto che abitavi qua sopra, intendevi qua sopra sopra?. –
Lui annuì, senza coraggio di dire troppo.
– Sì. Il portone è questo, al terzo piano. Senza ascensore. –
Non sapeva perché lo aveva detto, ma ormai lo aveva detto.
– Non sono così ubriaca, ce la posso fare. – rispose lei sorridendo.
Lui non disse niente, si limitò ad aprire il portoncino con le chiavi e a farle strada.

La mattina dopo la sveglia suonò alle sette; Sara saltò su dal letto e cominciò a vestirsi in fretta.
Guido alzò la testa ancora insonnolito, la vide, nuda, mentre cominciava a infilarsi i pantaloni e poi gli stivali.
La chiamò.
Lei si girò, sorridente, e lui non poté evitare di guardare il suo seno, prima degli occhi.
Lei lo rimproverò con lo sguardo, poi disse:
– Devo scappare, ci sentiamo dopo? –
Guido saltò improvvisamente in piedi, la abbrancò e quando la ebbe ad un centimetro dalle labbra le disse:
– Non andare. Rimani qui. –
Lei sgranò gli occhi ma non sciolse la presa.
– Ma che dici? Come faccio? Devo andare al convegno e poi tornare a Roma, ho il treno oggi pomeriggio, lo studio… –
– Fottitene del convegno. E lo studio non chiuderà se non scendi oggi. Rimani qui. Con me. Per favore. –
Lei soppesò le sue parole. Batté gli occhi un paio di volte. Poi si allontanò lentamente dal suo abbraccio.
Senza smettere di guardarlo prese il cellulare e attese che dall’altra parte rispondessero.
– Silvia? Sì ciao, sono io, buongiorno. Senti Silvia, volevo dirti che ho avuto un contrattempo, oggi non torno, mi puoi spostare gli appuntamenti di domani per favore? No, non lo so quando torno. – disse queste parole guardando Guido che tremava – Però questa settimana non avevo preso molti impegni. Chiedi per favore al Dott. De Santis se può occuparsene lui, poi lo chiamo e glie lo spiego. No, per favore non mi prendere altri impegni per il momento, ti richiamo dopo e ci mettiamo d’accordo. Sì sì, tutto bene, grazie, solo un piccolo contrattempo che spero di risolvere a breve. Ci sentiamo dopo, va bene? Grazie a te. –
Chiuse la telefonata, mentre il suo “piccolo contrattempo” si era abbandonato sul letto e guardava fuori dalla finestra con un leggero sorriso.
Si può morire di felicità? Pensava Guido in quel momento.
Lei si tolse gli stivali e i pantaloni e si infilò di nuovo sotto le coperte.
Rimasero così a lungo, senza parlare. Non ce n’era bisogno.

Trascorse un mese in cui Sara non tornò a Roma.
Guido andava in ufficio la mattina, lei girava per Mantova oppure prendeva la macchina e andava a vedere le cittadine nei dintorni, ma per lo più faceva lunghe passeggiate sul Mincio.
Aveva comprato un blocco e dei colori e disegnava.
Le era sempre piaciuto, ma non aveva mai avuto tempo, e ora quasi tutti i giorni tornava con dei disegni del fiume, dei palazzi, delle persone.
Guido tutti i giorni li prendeva e li appendeva, e dopo qualche giorno la casa era già una pinacoteca delle opere di Sara.
Roma era lontana, e Mantova una bolla di felicità che nessuno dei due voleva rompere.
Non parlarono molto della loro vita romana, dei loro parenti, amici, si concentrarono sul momento, sulla loro storia.
Guido quando passeggiavano stretti come due ragazzi pensava di non aver mai conosciuto una donna così appassionata.
Lei non rispondeva quando lui le chiedeva “sei felice?” ma si stringeva più forte.
Un pomeriggio, quando le giornate si erano già allungate e il sole tingeva di rosso il Palazzo Ducale, Guido la prese per le spalle, la fissò negli occhi e le disse:
– Sposiamoci. Rimani qui, a vivere con me. Lo studio lo puoi chiudere, o lasciare al tuo collega e aprirne un altro qua. Oppure anche non lavorare e fare tanti figli – scherzò sorridendo – Fai quello che vuoi ma resta qui per sempre. –
Lei non rispose ma disse di sì con la testa e pianse addosso a lui mentre lui la teneva stretta.
Quando la mattina dopo si svegliò, Guido sentì il rumore di Sara in cucina e sorrise: stava preparando la colazione.
Pensò al giorno prima e il sorriso si allargò.
Poi si girò e la vide.
Era vestita di tutto punto e aveva appoggiato le valigie vicino alla porta.
Il cuore di lui cominciò a battere velocemente, poi a fermarsi e poi a battere di nuovo, in un’alternanza che lo faceva ansimare.
Non capiva cosa stesse succedendo, o meglio, capiva cosa, ma non capiva perché.
Si alzò dal letto, mentre lei abbassava lo sguardo a terra e poi lo rialzava.
Nello sguardo di lei Guido vide la fine.
Lei aveva alzato un muro, messo un fossato con i coccodrilli, steso il filo spinato, eretto una torre altissima e là dentro c’era il suo cuore, ormai al riparo.
Solo le donne sanno amare e smettere di amare così repentinamente.
Solo una donna può scegliere e decidere volontariamente e senza esitazioni di andare via.
Guido lo sapeva e lo vide nei suoi occhi, vide i muri che aveva alzato, e vide che non aveva speranze.
Ma lo chiese lo stesso, perché era disperato, e quando un uomo è disperato chiede le cose più inutili.
Perché farsi male è l’unico modo per capire veramente.
– Perché Sara? Ieri ti ho chiesto di sposarmi e hai detto sì. Perché te ne vai oggi? Perché non resti e proviamo a parlarne? Ti fa paura il matrimonio? Non vuoi chiudere lo studio? Vuoi che mi licenzi io e trovi un lavoro a Roma? Chiedimi qualsiasi cosa, Sara, ma non te ne andare. –
Sara ricorda bene lo sguardo disperato di Guido, non lo ha dimenticato.
E ricorda cosa gli ha dovuto rispondere. Perché non poteva non rispondere.
– Io vorrei sposarti, Guido. Vorrei rimanere qui e vivere la mia vita con te. Ma lo sono già, sposata. Il mio collega di studio è anche mio marito. E lui…lui non mi ha fatto niente, non mi ha tradito, non mi ha chiesto nulla. Sta soffrendo in silenzio; ogni tanto ci sentiamo, ha capito tutto, sta male senza dire nulla. Ieri, quando mi hai chiesto di sposarti, mi sono ricordata di quando me lo ha chiesto lui, e di quanto fossi felice. E lui mi ha dato tutto. Io amo te, ma lui merita un’altra possibilità. La merita e io voglio dargliela. Mantova rimarrà una parentesi di felicità assoluta, purissima, che non dimenticherò mai. Ma ora vado via. E non tornerò, Guido, non me lo chiedere per favore, non me lo chiedere. –
Lui non glie lo aveva chiesto, e lei non era più tornata.
Fino ad oggi, fino al momento in cui ha chiesto di nuovo un cappuccino al Bar Pierrot.
Una lacrima scende lenta sulla sua guancia destra, non la ferma, non le da’ fastidio. Niente può darle fastidio.
Improvvisamente sente la presenza vicino e si gira.
Luigi si è seduto vicino a lei, abbandonando per un momento gli avventori a se stessi.
– E’ domani vero? – chiede sapendo già la risposta.
Lei annuisce.
– Ti avevo riconosciuto, non solo perché sei venuta qua tutte le mattine per un mese, ma perché lui ha parlato di te tutti i giorni, per cinque anni. –
– Tu lo sapevi? – gli chiede.
L’uomo ci pensa, poi risponde.
– Lo avevo capito. Qualche mese fa lo avevo visto dimagrito e lo avevo preso in giro. Poi dopo qualche settimana era…emaciato. Stanco. Non c’era bisogno di spiegazioni. Gli ho chiesto: “Vuoi che chiami Sara?”. Lui mi ha detto: “No. Non voglio che la chiami, non per vedermi stare male. Se non è venuta finora vuol dire che la sua vita va bene così com’è. Verrà quando sarà il momento.” Ed eccoti qua. –
Tenta un sorriso, Luigi il barista, che non ha nessun effetto, perché è un sorriso pieno di dolore e perché lei piange a dirotto.
Sara finalmente si asciuga le lacrime, quando ritiene di averle finite tutte, poi chiede:
– Come sarà il tempo domani? –
Luigi alza le spalle.
– Come vuoi che sia? Siamo a marzo, a Mantova. Farà freddo, forse pioverà. Però davanti al Palazzo ci sarà un mercatino. Starà lì tutto il giorno, e come tutte le domeniche lanceranno dei palloncini colorati. Per spezzare il grigiore. A lui piacevano. –
E va via senza aggiungere altro, non vuole piangere davanti a lei e ha dei clienti da servire.
Lei annuisce da sola.
Lo sa benissimo, lo sa che gli piacevano quei palloncini davanti ai merli del palazzo. Lo sa bene.
Si alza, esce senza salutare, tanto si vedranno domani.

Mantova Palloncini

Photo by rodocarda

Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

Storia di Chiara e Franca

In questi giorni, stranamente proprio mentre sono all’estero e distratto da un paese e una cultura molto differenti dalla nostra, mi sono imbattuto in storie di donne che mi hanno colpito, commosso, fatto incazzare, pensare, piangere.
Sono storie note, in parte le conoscevo già, e non c’è niente che non possiate trovare su internet, non avete certo bisogno di me.
Ma se anche una sola persona scoprirà leggendo questo trafiletto che esistono donne che hanno subito dal destino e dagli uomini affronti tremendi, allora avrà avuto un senso.
Spero che leggano soprattutto gli uomini.
Abbiamo bisogno ogni tanto di spogliarci del nostro maschilismo, che forse fa parte della nostra natura, non lo nego, e di cercare di capire che le donne, le nostre donne, le nostre madri, mogli, figlie che adoriamo e che spesso trattiamo come meritano, sono degli esseri fragili, e qualche volta la loro fragilità è colpa nostra.
Anche il loro dolore. Non sempre. Ma qualche volta sì.

Storia di Chiara
L’amore, l’amore è cieco dicono.
Se non fosse così, ragazze come Chiara non potrebbero innamorarsi dell’uomo sbagliato.
Una ragazza semplice, di famiglia semplice, forse questa è stata la sua prima condanna.
Di vivere per cose semplici: la famiglia un po’ così, pochi soldi, lo stadio, il suo cane, l’istituto alberghiero.
Una ragazza che forse non chiedeva molto dalla vita, e forse non si aspettava neanche molto, ma che non meritava quello che le è successo.
Perché ad un certo punto Chiara si innamora.
A diciotto anni è normale, ma lui ne ha già trentacinque. E non è un tipo facile.
Per un po’ le cose sono andate benino, poi lui è violento, non è tipo raccomandabile, e insomma la famiglia, questo padre separato che la adora, cerca in tutti i modi di tenerli lontani.
Si sa, l’amore è più forte di qualsiasi ostacolo, supera tutte le barriere.
Ma è amore questo?
E’ amore quello che lega un uomo violento ad una ragazzina?
E’ amore il possesso, la gelosia, le botte, la cattiveria?
No. Lo possiamo dire senza paura di essere smentiti.
L’amore è passione, condivisione, rispetto.
L’amore è attesa, gioia, delicatezza.
L’amore non è mai violenza e la violenza non è mai amore.
Ma cosa ne sa di tutto questo Chiara, una ragazzina che vive per andare allo stadio e per quest’uomo cattivo?
Forse, chissà, non glie lo hanno saputo insegnare neanche i genitori, che vivono in una situazione complicata, pochi soldi, e chissà se la cultura, la bellezza, l’amore fanno parte della loro vita.
E allora Chiara fugge con quell’uomo, perché la sua idea dell’amore forse è questa, essere la donna dell’uomo forte, essere trattata male.
Troppe donne subiscono il fascino della violenza, donne anche intelligenti, colte, preparate.
Donne che non hanno alle spalle una storia famigliare di violenza, anzi, che magari hanno avuto genitori che le hanno adorate.
Eppure non riescono a resistere ad un istinto primordiale di autodistruzione.
Evidentemente anche per Chiara il fascino animale di quell’uomo è stato irresistibile, e così è fuggita con lui, e in quello scantinato dove si erano rifugiati ha trovato la morte.
Non la morte fisica, non ha avuto neanche questa benedizione.
Chissà, forse è stata una parola storta, il rifiuto di assoggettarsi ai suoi voleri, oppure una birra di troppo, ma fatto sta che quest’uomo, quello che Chiara considerava il suo amore, per il quale aveva lasciato casa sua senza dire niente, l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla, ha cominciato a colpirla, con calci alla testa e ancora e ancora e ancora finché di Chiara non è rimasto più niente.
Oggi lui è in galera, con una pena forse inadeguata.
Lei è in un ospedale, con il padre a vegliarla ogni volta che può.
Ma Chiara, la Chiara semplice, quella che amava il calcio e il suo cane, quella che ha scambiato la violenza per amore, quella ragazzina, non c’è più.
La storia di Chiara non è una bella storia.

Oggi Chiara è in una clinica pubblica ma prima o poi uscirà, le sue cure, che servono solo per tenerla in vita, sono costosissime, il padre guadagna poco più di 1.000 euro al mese, e non potrà fare altro che tenerla con sé e sperare, o aspettare l’inevitabile.
L’assassino di Chiara è nullatenente e quindi non è in grado di contribuire in alcun modo, neanche con una condanna.
E lo Stato? Lo Stato siamo noi. Assenti. Indifferenti.

Storia di Franca
A diciassette anni Franca era bella, bellissima, una bella ragazza siciliana.
Ed era già fidanzata, perché cinquanta anni fa una ragazza di buona famiglia, soprattutto se bella, era già promessa a qualcuno, e Franca aveva scelto già l’uomo della sua vita, Giuseppe, quello che l’avrebbe voluta accanto per tutta la vita, per avere figli e nipoti e una vecchiaia insieme.
L’uomo della sua vita era, Giuseppe, e nessun altro.
Ma come in tutte le favole, come nelle storie di tutte le principesse, c’è sempre una strega o uno stregone cattivo che vuole rompere l’incantesimo.
Per Franca l’uomo nero si materializzò un pomeriggio nelle vesti di un piccolo mafioso della zona, insieme ad altri dodici sgherri, per rapire lei e suo fratello e portarla via.
Se pensate ad un rapimento romantico vi sbagliate di grosso.
L’uomo nero non si limitò a rapire Franca, ma la violentò, commise su di lei il delitto più atroce che un uomo può commettere su una donna, la costrinse a giacere con lui contro la sua volontà.
Forse penserete che quest’uomo fosse pazzo, la violenza carnale è reato. O no!?
Beh, vedete, per l’Italia di quegli anni, e non parliamo del medioevo, parliamo degli anni in cui a Parigi si marciava per i diritti degli studenti e dei lavoratori, parliamo degli anni della primavera di Praga, parliamo dell’uomo sulla Luna, parliamo della guerra in Vietnam, parliamo di oggi insomma, non di ieri, dicevo in quegli anni sì la violenza carnale era reato ma…
Ma…se veniva seguita da un matrimonio riparatore allora il reato era estinto.
E’ così. Incredibile, lo so.
E quindi eccoci qua, i personaggi di questo dramma si ritrovano al proscenio e devono decidere cosa fare.
Il mafioso ha fatto la sua mossa: ha sporcato Franca con la sua violenza e sa che può raccoglierne il frutto facendo leva sulla cultura dell’epoca.
Franca forse ha paura: di quell’uomo e della sua cattiveria, della gente, della sua dignità di donna, delle reazioni di Giuseppe, e allora chiama al proscenio il padre.
Immaginate quest’uomo. Immaginatelo ora.
Un uomo che vive in una terra difficile, che ha una figlia che adora e chissà quanto deve soffrire.
Un uomo che non solo è stato colpito negli affetti più cari, ma che può essere colpito ancora, anche materialmente, da un mafioso che conosce bene, da fiancheggiatori che incontra al bar tutti i giorni.
Un uomo che vede anche la società, lo stato, i suoi simili spingere per una soluzione facile: il matrimonio riparatore tra Franca e il vigliacco che l’ha insozzata, così tutto sarebbe a posto, tutto giustificato, nessuna vergogna, nessun dolore.
Quest’uomo, per la cultura e l’età che ha è di fronte ad una scelta terribile.
Ma vedete, in questa storia di uomini schifosi e meschini ci sono anche uomini con le palle, uomini degni di questo nome.
Il padre chiede a Franca: “tu che vuoi fare?”
Lei è una ragazzina, ma non è stupida e non è debole. Ha la fierezza delle donne, e soprattutto delle donne siciliane.
Risponde: “io quello non lo voglio sposare, mi darai una mano?”
Il padre la guarda e non esita neanche un momento: “tu metti una mano, e io ne metto cento”.
Capite, che coraggio, che modernità, che amore questo padre?
Ma il padre di Franca, per quanto bravo e coraggioso non è certo sufficiente per provare a dare un lieto fine a questa brutta storia.
Perché Franca ama Giuseppe, si è promessa a lui, e ora non sa se lui la vorrà ancora, adesso che è “sporca”.
Anche Giuseppe è di fronte ad una scelta, e anche per lui è una scelta che farebbe tremare i polsi.
Il contesto è sempre lo stesso, ma Franca non è sangue del suo sangue, e Giuseppe è giovane, non è un uomo che ne ha viste tante come il padre di Franca, alla fine è un ragazzo anche lui, potrebbe avere paura di quello che la gente potrebbe pensare e dei mafiosi, e di tutto.
A quanto pare però Franca è una donna straordinaria anche nella capacità di attrarre intorno a sé uomini altrettanto straordinari.
Perché Giuseppe, anche lui, non ha nessuna esitazione: “voglio te, solo te, sei la donna della mia vita e io ti sposerò”.
E così fece. E questa storia, la storia di Franca, oggi possiamo raccontarla come una bella storia, di un uomo e una donna che si amano, che danno vita ad altri uomini e donne e che ancora oggi non hanno dubbi della scelta che hanno fatto.
Una bella storia, la storia di Franca.

Grazie alla tenacia di Franca Viola, e alla sua storia alla quale si interessò anche il pontefice Paolo VI, la legge fu finalmente cambiata.
Fu fatto un processo che Franca affrontò con coraggio e determinazione, i violentatori furono tutti condannati.
L’Italia oggi è un Paese migliore, grazie al sacrificio e all’integrità di Franca e ai due uomini più importanti della sua vita.

violenza

Le declinazioni dell’amore

Noi, noi pensiamo di sapere tutto dell’amore.
Perché abbiamo amato e siamo stati amati, e pensiamo che l’amore sia quello che è accaduto a noi, solo a noi.
Noi che abbiamo amato con passione o con violenza, con tenerezza, rabbia, malinconia, desiderio, erotismo, gentilezza, attesa, freddezza, in maniera totalizzante o relegando il nostro sentimento in un angolo.
Noi che abbiamo amato una donna fin dal primo momento che l’abbiamo vista sui banchi di scuola o ne abbiamo amate cento e poi mille e ancora ne amiamo; noi che abbiamo scelto una donna per la nostra vita futura, o che ne amiamo una al mese; noi che sentiamo la malinconia di un amore perduto, o la gioia di un amore nuovo; noi che ci piace svegliarci tutti i giorni vicino alla madre dei nostri figli o che passiamo le serate in giro per i bar a caccia di qualche cosa; noi che ritroviamo dopo venti anni la donna della nostra vita e noi che ce la abbiamo sempre avuta vicina e non ce ne eravamo accorti.
Noi che di una donna abbiamo amato gli occhi, o il seno, o i piedi, o il culo, o i capelli, o l’eleganza, o il sorriso, o le parole, o i silenzi.
Noi che la guardiamo quando fa l’amore, quando cucina, quando torna stanca dal lavoro, quando guida la macchina, o quando gioca con i bambini e tu non esisti.
Noi, noi pensiamo che l’amore, l’amore vero, sia quello di un uomo per una donna, o di un uomo per un altro uomo, o indifferente purché sia una persona che vale.
Noi che scegliamo una donna perché buona, o perché ci fa soffrire, perché ci strega a letto, o ci fa ridere.
Noi che dell’amore abbiamo letto tutto, visto tutti i film, parlato con tutti gli amici, abbracciato tutte le donne, pianto tutte le lacrime e spalancato tutti i sorrisi.
Noi pensiamo di sapere tutto, ma l’amore non si può catalogare, impacchettare, etichettare.
Il nostro, di amore, vale quello che vale, il tempo di uno sguardo.
L’amore è come l’acqua, si adatta, poi scivola, e se tenti di afferrarlo ti bagna ma non si ferma.
L’amore ha più declinazioni di quanto noi possiamo pensare, dobbiamo solo imparare a riconoscerlo, a capirlo, e no: non dobbiamo mai innamorarci, dell’amore.

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Photo by rodocarda

I dieci indizi (falsi) che vostro marito vi mette le corna

Sappiamo tutti che se una donna si mette in testa di tradire il marito senza farsi scoprire non c’è modo per il pover’uomo di rendersi conto del palco reale che gli sovrasta il cranio, neanche se sbattesse alla porta di casa tutti i giorni per dieci anni di seguito.
Il motivo è semplice: le donne sono più furbe, più attente, più maliziose, e gli uomini più bambacioni, creduloni e governati dall’ormone.
Le donne sono più furbe anche quando è LUI a cornificare, e a differenza dell’uomo sanno individuare anche i minimi segnali e individuare la magagna anche senza che lui lasci in giro il classico scontrino del ristorante nelle tasche.
Le donne sono abituate a leggere i segnali del corpo, e anche la minima deviazione dal comportamento standard fare rizzare le loro antenne per cui per un uomo è virtualmente impossibile mantenere una relazione extraconiugale per un periodo molto lungo (diciamo superiore a due ore) senza che la moglie se ne avveda.
Però io non voglio parlare di questo, bensì di quella situazione in cui la donna CREDE di aver rilevato segnali di corna da parte del consorte, ma ciò (purtroppo direbbe lui) non è vero.
Succede più spesso di quanto pensiate, e anche ad uomini che francamente solo a guardarli verrebbe da dire: ma quale (altra) donna potrebbe mai interessarsi a questo scarto di magazzino?
Ho ritenuto opportuno quindi stilare un prontuario dei principali segnali che possono essere fraintesi, e credo possa essere utile sia alle donne per tranquillizzarsi un pochino quando dovessero credere di vederne uno ma anche per gli uomini: state accuratamente attenti a evitarli quando la coscienza è VERAMENTE sporca…

1. Si è fatto la doccia rientrando dopo una trasferta di lavoro
Come noto, l’ommo è ommo e ha da puzzà, e con questa verità molte donne hanno imparato a convivere.
Quindi per la moglie è normale che dopo una giornata di duro lavoro (così almeno si presume) l’uomo arrivi direttamente a tavola con l’ascella piccante.
Oggi però no. Oggi si spoglia rapidamente, butta i vestiti nella cesta dei panni sporchi e si fionda sotto la doccia per mezz’ora, con l’acqua così bollente che quando esce gli fuma tutto (tranne le palle altrimenti non sarebbe in questa situazione).
Il segnale è chiaro: ha voluto cancellare qualsiasi traccia di umori corporei sospetti, e magari alieni.
Dato che ormai le prove sono scomparse dalla pelle, ella non potrà che fondarsi nella cesta e mettersi ad annusare centimetro per centimetri i vestiti di lui, nella certezza acquisita di individuare qualche elemento XX lasciato dalla zocc… dall’amante di lui.
Questa ispezione comprende anche pedalini sudati, maglietta della salute umidiccia e mutande stella con taschino laterale indossate per una settimana di seguito.
E’ così che la trova lui, quando in accappatoio e ciabatte entra in camera da letto: piegata a novanta gradi e con la testa nella cesta.
Lui innocentemente pensa sia un nuovo tipo di benvenuto della moglie e carinamente le piazza una mano sul culo ricevendone ovviamente una stampella sui denti.
Solo dopo l’esame del DNA su tutti gli indumenti sporchi egli sarà perdonato (per una cosa che non ha fatto) e lei gattonerà verso di lui vestita come se lavorasse al Crazy Horse.
Inutilmente, perché il dolore ai denti ha paralizzato qualsiasi funzione riproduttiva di lui e la serata finirà a vedere X Factor.

Il trittico
I tre indizi che seguono sono di solito sufficienti per una condanna senza appello anche da soli, ma se si verificano tutti e tre insieme per il marito non c’è scampo: la pena è l’evirazione.

2. Si è fatto la barba pelo e contropelo
Di solito egli si fa la barba in tre minuti netti.
Odia rasarsi, e siccome deve durare poche ore, prima che sopravvenga “the five ‘o’clock shadow” e sia ora di tornare a casa, normalmente basta una passata e via.
Stamattina la moglie lo sorprende a mettere la schiuma due o tre volte, a toccare delicatamente con le dita sotto la gola per essere sicuro che non scappi neanche un pelo, a passare e ripassare il rasoio nei punti più difficili per non lasciare neanche una piccola ruvidità, e infine dopo essersi sciacquato a tirare la pelle del viso in tutte le direzioni per essere certo che il lavoro sia fatto a regola d’arte.
Inevitabile la domanda: “perché ti stai facendo la barba così accuratamente?” e altrettanto inevitabile e inutile la (vera) risposta: “ho una riunione con l’amministratore delegato alle sei”.
Lei immaginerà solo un incontro illecito in qualche luogo nascosto nell’ombra, con una zocc…un’amante che nell’impeto della passione gli accarezzi il viso liscissimo (tralasciamo altre cose che ella immagina e vietate ai minori).
Il fatto che lui alle sei si troverà veramente in una stanza con altre dieci persone, tutte di sesso maschile, a parlare di bilanci è un’eventualità che non può essere neanche lontanamente presa in considerazione.

3. Ha usato il dopobarba “Eau de prestige et finesse pour homme”
Il marito medio dopo la barba usa prodotti da supermercato.
Chi non ricorda i mitici “Acqua velva” e “Brut 33”, profumi che per un euro potevate portarne via una damigiana?
Ecco, quello è lo stile della casa.
Ma nascosto in un piccolo armadio, tra una bottiglia di whisky invecchiato 25 anni e un disco di Baglioni autografato, si annida un dopobarba prestigiosissimo, dal costo industriale di duecento euro a goccia, regalo della suocera per il Natale 1998.
Il flacone, nella comoda dotazione da venti gocce, viene estratto dal suo ripostiglio solo nelle grandi occasioni, come ad esempio il matrimonio della sorella di lei, la comunione del nipote di lei, il battesimo del figlio della cugina piccola di lei, la laurea della figlia della portiera della zia di lei.
Stamattina invece dopo la rasatura egli afferra il flacone di “Eau de prestige et finesse pour homme” e con nonchalance ne sbatte un paio di secchiate sulle guance, tanto che la scia che lascia uscendo dall’ascensore potrebbe fare concorrenza a certe signorine che si possono trovare sulla Via Salaria a qualsiasi ora.
Quale può essere il motivo di questo sacrilegio, visto che nessun parente di lei sta per festeggiare alcunché?
Chiaro. Lui ha un’altra.
Dapprima a lei viene l’idea di girare per tutta la città naso in aria cercando di individuare come un segugio da tartufo la zocc…la donna che frequenta suo marito.
Poi l’impresa le appare un tantino disperata (ma non così tanto eh!?) e allora preferisce risolvere il problema in altro modo, versando nel cesso le restanti dodici preziosissime gocce di “Eau de prestige et finesse pour homme”:
Che se si deve proprio strofinare con quella zocc…signorina, almeno la inondi di acqua velva. E vaffanculo.

4. Si è vestito in giacca e cravatta
Sono mesi ormai che gira con la stessa mise, pantalonacci di cotone americani blu, polo di cotone o camicia a quadrettino e scarpe da ginnastica.
“Tanto da noi non si usa” è il ritornello.
Poi un giorno lo senti armeggiare con qualcosa di plastica, vai a vedere e scopri che ha rimosso il cellophane che copre il vestito buono e si sta predisponendo per indossare il completo blu.
Con la camicia bianca.
E la cravatta argento.
In pratica, è vestito come al VOSTRO matrimonio.
Chiaro che la rabbia vi monta all’istante, e la flebile nonché non credibile scusa di una visita in fabbrica dei nuovi azionisti suona appunto come una scusa.
Si sa che un uomo ad una certa età (e lui questa certa età l’ha già passata da un pezzo) può fare bella figura con una donna solo se si veste elegante.
Quindi vuole fare colpo su una zocc…su un’altra donna, pensa lei.
Figurati se gli azionisti vanno a visitare la fabbrica sfigata dove lavora lui.
Non esiste: se deve metterle le corna glie le metterà vestito a cazzo, quindi lo costringe ad andare in ufficio con la solita divisa.
Il fatto che lui sarà l’unico quadro aziendale vestito come uno straccione e che questo lo ponga primo nella lista di quelli di cui sbarazzarsi non interessa alla moglie, felice di avergli rovinato la giornata.

5. Ha lavato la macchina
Questo non sarebbe un grande indizio, se non fosse che a) non lava la macchina da un anno e b) per domani è previsto temporale.
Evidentemente deve portare qualcuno con cui fare bella figura.
La moglie chiede così, en passant, se lui ha impegni per la serata, ed effettivamente sì, non ti ricordi? vado a prendere una birra con gli amici del calcetto, lo avevamo deciso dalla settimana scorsa.
Se. Calcetto.
Vedi un po’ se stasera non deve caricare qualche zocc…donna e per fare il fico ha lavato la macchina.
Ora, che la “macchina” in questione sia una Panda 30 del 1986, e che nessuna donna degna di tale nome si farebbe impressionare dal reparto archeologico lavato o meno è un particolare che dalla moglie non viene ritenuto importante.
Forse, ma forse forse eh!?, se lui avesse chiesto in prestito la macchina di lei, una BWM 535 comprata in comode ottocento rate e che lei usa per fare la spesa mentre il marito ha dovuto far doppiare alla Panda 30 la boa dei 300.000 chilometri, forse dicevamo in quel caso qualche leggerissimo sospetto poteva anche essere lecito.
La vera motivazione per cui lui ha portato la Panda a lavare è che l’ha cercata per mezz’ora sotto casa senza successo, per poi rendersi conto che la Panda 30 marrone parcheggiata davanti ai suoi occhi non era altro che la sua Panda 30 blu con uno strato di morchia che ne nascondeva il colore originale.
E SOLO per questo motivo lui l’ha portata a lavare, tra l’altro considerando oziosamente l’ipotesi di farla verniciare di marrone per non perdere tempo a cercarla senza per questo dover essere obbligato a lavarla una volta l’anno.

6. Vi porta dei fiori per l’anniversario del vostro primo bacio
Ora, qui siamo veramente in zona allarme rosso.
Nessun uomo dovrebbe MAI portare alla propria moglie dei fiori per un anniversario simile, a meno che non si aduso farlo da vent’anni per ogni microanniversario della propria vita matrimoniale: il primo bacio, la prima volta al cinema, la prima volta che avete fatto l’amore (spesso questi tre coincidono), la prima vacanza insieme, etc.
Ma se siete come il 99.999999% periodico dei mariti che non si ricordano neanche il compleanno dei loro figli senza un’agenda elettronica, e se sono vent’anni che non vi presentate con dei fiori, sappiate che questo gesto verrà interpretato in un’unica possibile maniera: avete qualcosa da farvi perdonare.
Il che è probabilmente vero.
Ma magari avete semplicemente raschiato la fiancata della macchina (la BMW, non la Panda) durante un parcheggio; oppure avete giocato al Bingo i duecento euro che avevate messo da parte per il we a Positano; oppure avete invitato vostra madre a pranzo domenica. Tutte cose che richiedono il perdono di vostra moglie, ma lei non penserà che ad una cosa sola: ha trombato con una zocc…con un’altra donna e ora viene a chiedere scusa.
Paradossalmente, questa è una situazione da cui potreste uscire vivi, anche se avete veramente trombato con una zocc…voglio dire con un’altra donna.
Sì, perché in fondo vostra moglie non ha veramente intenzione di lasciarvi, per quanto vigliacco, fedifrago e figlio di puttana voi siate, ma solo di controllarvi e comandarvi a bacchetta, e l’idea che la vostra coscienza sia così sporca da costringervi a regalarle dei fiori la solletica.
Ed è quindi con un sorrisetto maligno che accoglie il vostro regalo con una domanda subdola: “Grazie caro, ma quale primo bacio stiamo festeggiando? Quello CON o SENZA lingua?”.
Qui voi siete nella merda più totale.
E’ praticamente impossibile che un maschio XX normotipo riesca a ricordare dettagli così minuti, e quindi comincerete a sudare copiosamente, a piangere sommessamente, e infine a confessare le vostre malefatte.
Suggerimento da amico per i mariti: qualora abbiate veramente messo le corna a vostra moglie, consiglio preventivamente di mandare a sbattere la BMW contro la colonna del centro commerciale e di fotografarla. Lei si incazzerà moltissimo ma magari (anche stavolta) la farete franca.

7. L’avete sorpreso sul divano intento a suonare “La canzone del sole” con la chitarra
Che in giro per casa ci fosse una chitarra era un sospetto che covavate da tempo.
Infatti quando vi siete conosciuti era solito allietare le vostre serate con improbabili armonie e versioni apocrife di “While my guitar gently weeps”, con quella sua voce roca che in confronto Tom Waits è un usignuolo.
Ma d’altronde vista la scarsa qualità dei suoi preliminari (eufemismo) avete sempre preferito un paio di giri di Do prima di zompettare allegramente nel letto.
Ora però erano più di vent’anni che non vedevate quella chitarra e la domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?
E che cosa avrà a che vedere con quella convention aziendale a Fregene di cui parla da settimane?
Non ci sono dubbi, lo stronzo ha una storia con una zocc…con una collega e si prepara ad una serata di romanticismo sulla spiaggia che di sicuro terminerà su un lettino, avvinghiati come l’edera, con la sabbia a creare attrito alle parti basse fino a farle diventare roventi come i pistoni di una Maserati senz’olio.
Consiglio amichevole: resistete alla tentazione di sfondargli la chitarra sulla schiena e di fare una garota con il Mi cantino.
Sarebbe perfettamente inutile.
Da quando il mondo è mondo quello che suona la chitarra non tromba. Mai.

8. Ha nominato per più di due volte consecutive una collega
Egli lavora in una grande azienda e come tutte le grandi aziende oltre a impiegati diligenti di sesso maschile è strapieno di zocc…di donne, tutte più o meno in carriera, ma molte arrivate ad una certa età single o divorziate, o con un matrimonio traballante, insomma: disponibili.
E’ per questo motivo che state attente ai minimi segnali e lui normalmente è molto neutro nel raccontare le sue vicende aziendali.
Di solito i suoi discorsi sono sempre improntati ad attività in cui non è chiaro se partecipino anche delle donne, ad esempio: “Oggi abbiamo avuto una riunione fiume con l’Amministratore Delegato”.
Oppure: “Non si riesce mai ad avere i dati di fatturazione in tempo”.
E così via; sono tutte frasi in cui l’elemento femminile – se c’è – è accuratamente occultato.
Beh, voi non siete così stupide da credere che non girino donne in queste riunioni o attività, ma vi fa piacere che egli non le citi, vi piace questa sua attenzione ai dettagli.
Finché un giorno, per la seconda volta di seguito, egli commette l’errore di nominare una collega.
Lo fa en passant, intendiamoci, senza enfasi, ma è proprio questa normale familiarità che drizza le vostre antenne: “Il capo ha diviso il progetto per aree di competenza, io mi occupo dei clienti business e Giulia di quelli consumer.”
Giulia? e chi cazzo è mo’ ‘sta Giulia?
Non bastasse, il poveraccio rincara la dose: “Stasera devo lavorare, devo mandare a Giulia i miei dati così lei li inserisce nella presentazione”.
Due volte. Una prova lampante.
Già così un marito incauto sta per passare un bruttissimo quarto d’ora, ma i più ingenui, quelli di cui spesso si legge sul giornale perché ne hanno ritrovato un braccio a Follonica e uno a Mondovì, rincarano la dose con una presentazione virtuale, che nella loro mente malata dovrebbe servire a lubrificare la capacità di accoglienza empatica della moglie, ma che invece è il colpo di grazia: “Ma sì, Giulia, non te la ricordi? Te ne ho parlato l’anno scorso dopo che sono stato alla convention aziendale alle terme”.
Qui è necessario fermarsi, perché ciò che una moglie può arrivare a dire quando scopre che il marito e quella “Giulia” sono stati nello stesso albergo per tre notti è vietati ai minori e ai deboli di cuori.
Non servirà a nulla che lui le mostri la foto ricordo della convention da cui si evince che Giulia è alta un metro e quaranta, ha un culo che fa Provincia di Frosinone e i baffi.
Ormai lei ha preso il via e la questione si concluderà con un bel divorzio.
Oppure con un indagine dei Carabinieri di Mondovì.

9. Il suo cellulare è completamente vuoto
Purtroppo questo stronzo è un genio informatico e tutti i suoi device sono rigorosamente blindati con dei codici di accesso che neanche il Norad riuscirebbe a violare.
Tuttavia è sempre un uomo, e in quanto tale rincoglionito, e prima o poi, prima o poi…, egli lascerà il cellulare incustodito per pochi minuti senza blocco dello schermo.
Una donna, una moglie che si rispetti, sa sempre quando cogliere l’occasione e sono anni che simula questo evento, per cui quando riesce finalmente a mettere le mani del cellulare dello stronzo in pochissimo tempo è in grado di scaricare sul suo portatile tutti i dati e rimetterlo a posto.
Quando egli finalmente dorme lei comincia a guardare tutto quello che ha scaricato, sicura di trovare foto, messaggi, e vocali di qualche zocc…donna che lo voglia circuire.
E invece niente.
Foto, nessuna.
Messaggi whatsapp, solo della famiglia e di qualche amico, maschio.
SMS, neanche uno.
Selfie compromettenti, neanche l’ombra.
Insomma niente di niente.
Per un brevissimo istante la donna rimane delusa, ma poi capisce: questo stronzo non vuole lasciare tracce.
E’ proprio l’assenza di prove, la prova principale!
Perdonatela. Lei ha visto tutta la serie televisiva “The Good Wife”, e anche tutti i CSI possibili e immaginabili, per cui sa bene quanto possono essere subdoli i malviventi, razza di cui suo marito fa sicuramente parte a pieno titolo.
Per questo la mattina dopo appena lui si sveglia lei gli fa saltare una capsula con il cellulare lanciato a tutta velocità sui denti, e urlando e piangendo allo stesso tempo lo caccia di casa: “Non avevi niente! Niente su questo cellulare, capisci? Niente!”
Campasse cento anni, lui non capirà mai la reazione della moglie, ma soprattutto non capirà mai perché gli abbia tirato quel vecchio cellulare che non usa da anni e che aveva riacceso solo perché il suo lo ha dimenticato da Giulia.

10. Stasera tuo marito ha fatto l’amore con te come se fosse la prima volta
E nonostante tutti gli attriti, tutti i sospetti, tutta la diffidenza, la gelosia, le ripicche, stasera tuo marito ti ha accolto a casa stanca dal lavoro in un’atmosfera romantica, fatta di candele accese, di incensi delicati, di luci soffuse.
Ti ha tolto le scarpe e massaggiato i piedi gonfi, offerto un bicchiere di spumante e un asciugamano caldo imbevuto di essenze naturali.
Ti ha sfiorato la guancia con la sua guancia, e l’hai trovata setosa, segno che ha avuto cura di farsi la barba pochi minuti prima, e le sue mani emanano un profumo di dopobarba delicato ma virile.
Sulle prime sei imbarazzata ma poi questa attenzione ti conquista, e alla fine la natura ha il sopravvento e ti lasci andare, ed è bellissimo e ti rendi conto che per qualche minuto puoi anche dimenticare le tue paure e i tuoi sospetti, e stringerti a lui come quando eravate ragazzi.
Poi, quando la passione lascia spazio al riposo, nella luce tremolante di una candela lo guardi dormire accanto a te, e il dubbio lentamente ma inesorabilmente si insinua: perché è stato così tenero, così amoroso, così passionale?
Mi avrà voluto ammansire?
Forse i sensi di colpa?
Chi gli ha insegnato tutto questo romanticismo, tutte queste candele, tutti questi profumi? Io no di certo.
Starà sperimentando con me, questo stronzo, quello che vuole dare a LEI, a quella zocc…quella donna chiunque essa sia?
Come si è permesso, brutto fedifrago puttaniere, di abbassare le mie difese solo per la sua soddisfazione personale e per essere sicuro di fare bella figura con quella?
Come ha potuto…e così via.
Ma vogliamo infine difendere un pochino questo pover’uomo, che non avrà mai la soddisfazione di farne una giusta neanche quando dà il meglio di sé?
Perché voi lo sapete, egli ha passato ore su google e su forum dedicati per trovare il modo migliore di fare una sorpresa alla sua donna e di far riaccendere quella scintilla di passione che sembrava sopita.
Se a te mia cara è sembrato che lui stasera facesse con te l’amore come la prima volta, forse è perché negli ultimi due anni E’ la prima volta.
E quando si sveglia sii carina con lui, mi raccomando, non si merita il tuo astio. Cosa potrà succedere mai di brutto? Alla peggio, che ci sarà subito una seconda.

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I prossimi mesi

Un racconto d’amore?

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Chi avesse visto quel pomeriggio l’Ing. Giulio Serrani non avrebbe notato nulla di strano nel suo comportamento.
In effetti egli come tutti i giorni varcò il portone del palazzo in cui abitava, salutò la portinaia e andò deciso verso l’ascensore.
Mentre attendeva che l’ascensore arrivasse guardò verso l’alto.
Era una sua abitudine, che non sapeva spiegarsi: mentre l’ascensore arrivava il suo sguardo era sempre rivolto verso il soffitto dell’androne; una volta entrato, durante la salita verso il quinto piano teneva lo sguardo basso ai piedi.
Non c’erano motivi apparenti per questo comportamento, solo un’abitudine che aveva preso da bambino, quando si vergognava di incrociare lo sguardo con altre persone, soprattutto adulti.
Ecco, se qualcuno quel pomeriggio fosse salito con lui e fosse stato a conoscenza di questa sua abitudine avrebbe effettivamente potuto notare qualcosa di strano: per tutto il percorso dal pianoterra al quinto piano l’Ing. Serrani fissò senza abbassare lo sguardo la sua immagine allo specchio.
Quello che vide sembrò rassicurarlo: la figura che si rifletteva era quella di un uomo di mezza età, alto, con un portamento tonico e giovanile per la sua età, i capelli pettinati accuratamente, gli occhiali anni ’50, la borsa di pelle in una mano e il soprabito su un braccio.
L’abito marrone intonato con le scarpe, la camicia bianca, la cravatta di un colore morbido, tutto contribuiva a dare l’impressione di normalità.
Anche il colorito olivastro della pelle e l’espressione severa ma tranquilla emanavano sicurezza di sè.
Arrivato che fu al quinto piano, anche l’Ing. Serrani cominciò a crederci, la sua immagine lo aveva rassicurato; chiuse con decisione ma senza fare rumore la porta dell’ascensore e si avviò con passo tranquillo verso la sua porta di casa.
Fu solo al momento di inserire la chiave nella serratura che le sue sicurezza crollarono tutte insieme: la mano gli tremava così tanto che ci vollero diversi tentativi e l’uso di tutte e due le mani per riuscire nell’operazione.
L’uomo che si chiuse la porta di casa alle spalle era un uomo diverso rispetto a quello che si specchiava nell’ascensore solo pochi secondi prima, l’ostentata normalità scomparsa.
Lasciò cadere la borsa sul pavimento, si tolse gli occhiali, lanciò il soprabito e la giacca su una poltrona e si diresse di corsa in bagno, dove vomitò senza sosta per diversi minuti.
Si rialzò con il sapore aspro dell’acido gastrico in bocca e gli occhi pieni di lacrime, e mise la testa sotto l’acqua incurante del fatto che camicia, cravatta e pantaloni si stavano bagnando irrimediabilmente.
Dopo qualche minuto trovò la forza di rialzarsi e si diresse verso la cucina, dove si versò un bicchiere abbondante di un amaro dolciastro – l’unico prodotto alcoolico che possedesse – e se lo scolò d’un fiato, tossendo di brutto prima di prenderne un altro.
Con il bicchiere pieno in mano recuperò la borsa di pelle e finalmente si lasciò cadere su una poltrona, bevendo più lentamente ed estraendo una cartellina bianca.
Avrebbe voluto aprirla per leggerne di nuovo il contenuto, ma lo conosceva a memoria e preferì buttarla a terra.
Chiuse gli occhi per un momento sperando di tranquillizzarsi, ma la sua mente gli proiettò sulla retina l’immagine dello specialista che aveva incontrato solo poche ore prima.
Un medico preparato, così gli avevano detto; il migliore nel suo campo, si diceva; uno che aveva fatto miracoli e forse era così.
Ma anche un vigliacco, uno che non aveva il coraggio di chiamare le cose con il loro nome; e solo quando lui gli fece la domanda direttamente ebbe il coraggio di dire quello che pensava.
Non subito, a dire il vero.
– Quanto tempo? – gli aveva chiesto Giulio.
– Mah, è difficile dirlo. Come sa ogni organismo reagisce in maniera differente, poi come le dicevo ci sono alcune molecole che stiamo sperimentando e che potrebbero essere combinate con la terapia che le ho consigliato, e quindi… –
– Dottore, non ho tempo per le cazzate. Quanto tempo? Ho bisogno di una risposta chiara. – lo interruppe Giulio guardandolo dritto negli occhi.
Il luminare cominciò a sudare e a torcersi le mani. Evidentemente non riteneva che dare brutte notizie fosse suo dovere, e preferiva di gran lunga elencare i successi durante prestigiosi seminari che non le sconfitte, ma non potè evitare la domanda.
– Tre mesi. Più o meno, ovviamente, ma sarei stupito se arrivasse a sei. –
– E di questi quanti in ragionevole buono stato? –
– Questo è veramente impossibile dirlo, ma per esperienza nei casi terminali le cose accadono alla fine abbastanza rapidamente. Direi che può contare su un paio di mesi di buona salute, poi non posso fare previsioni. –
Giulio ringraziò, pagò l’onorario e uscì con la sua borsa di pelle e il suo soprabito per dirigersi verso casa e ritrovarsi su una poltrona, brillo per un banale amaro.
Improvvisamente torno in sé, riaprì gli occhi e si guardò intorno. Viveva in una casa ordinata, come d’altronde era lui. Tutto aveva un posto, nella sua casa come nella sua vita, e aveva impiegato una vita per mettere cose, persone e sentimenti nei loro scomparti.
Tre mesi. Non riusciva a mettere a fuoco questo concetto, gli sembrava…senza senso.
L’idea che la sua esistenza stesse per terminare, così presto e così improvvisamente, era qualcosa che la sua mente si rifiutava di razionalizzare.
Terminò il bicchiere di amaro e se questo lo aiutò a calmare i nervi di certo non migliorò la sua capacità di pensare in maniera razionale.
Certo si disse, ci sono persone che muoiono improvvisamente, che muoiono giovani, che muoiono di stenti o di morte violenta, che soffrono per tutta la vita.
Ma erano ALTRI. Non erano LUI.
Eppure doveva accettare il semplice e ineluttabile fatto che stava per morire. Non oggi, non domani, e forse neanche tra tre mesi come aveva predetto il luminare vigliacco, ma sarebbe successo presto. Prestissimo.
Tutto sommato una parte del suo cervello era incuriosito, poteva osservare da posizione privilegiata la reazione di un essere umano razionale di fronte ad un evento così drammatico.
La sensazione durò un attimo, poi realizzò che avrebbe di gran lunga preferito continuare a vedere queste reazioni al cinema o leggerle nei romanzi, e non viverle in prima persona.
Si maledì per non essere una persona diversa: non beveva, non fumava, non si drogava, non frequentava ambienti ambigui.
Non aveva insomma nessun modo per sfogare la propria rabbia e la propria depressione distruggendo la propria esistenza in maniera clamorosa.
Avrebbe potuto lanciarsi dal balcone, come quel famoso regista.
Accarezzò l’ipotesi poi si disse che appunto quello era famoso, e molto vecchio, aveva avuto tutto il tempo del mondo per vivere la sua vita e sistemare le sue cose. Se lui si fosse gettato di sotto avrebbe anche dovuto lasciare qualche dettagliata spiegazione sul perché e sul percome, per evitare di sembrare un pazzo squilibrato, cosa che gli stava a cuore forse quanto la sua salute.
E poi anche se non aveva figli aveva delle cose da sistemare, persone da avvisare, conti aperti da chiudere.
Tre mesi per una vita di oltre 50 anni, sono troppo pochi per riuscire a tirar tutti i fili che ogni esistenza inevitabilmente lascia appesi, e lui era troppo razionale per lasciare questo mondo senza almeno provarci.
Doveva però iniziare subito, si disse, fare una lista delle cose da fare, priorità, persone, luoghi.
Si alzò, animato da questo obiettivo, per dirigersi nello studio e accendere il computer, quando qualcosa lo fece fermare sui suoi passi.
Ci sono persone che devo avvisare, è vero. E ci sono persone a cui devo pensare.
Ci sono fondi da allocare, case da vendere, oggetti da regalare.
Ma ci sono anche persone che NON devono sapere.
Persone per le quali sono scomparso in vita e voglio scomparire anche in morte, pensò.
La prima è lei. La mia ex moglie.
La donna che mi ha rovinato economicamente e psicologicamente.
Ho impiegato dieci anni per cancellarla, e non voglio rivederla ora.
Non voglio morire pensando a lei e non voglio che lei pensi a me quando muoio.
Questa improvvisa reminiscenza della sua vita passata frenò i suoi piani.
Si disse che tutto doveva essere fatto in silenzio, senza clamore, chiedendo a tutti riservatezza, in modo che lei non venisse a saperlo.
Anzi avrebbe fatto in modo che venisse a saperlo dopo, in modo da provare rimorso e sensi di colpa.
Ammesso che ne fosse capace, cioè.
Una donna che lo aveva tradito, non solo fisicamente ma nell’animo, che era capace di urlargli il suo amore ma allo stesso tempo di andare a letto con un altro, di dirgli che voleva continuare a vivere con lui, ma nel frattempo accumulare beni e danaro per un futuro senza di lui.
Una donna che quando aveva trovato la forza di mandare via, piangeva e si dibatteva, ma poi aveva mandato un avvocato terribile che lo aveva spolpato.
Una donna soprattutto che non aveva saputo dargli figli e che lo aveva tradito in un’età in cui rifarsi una vita era ormai impossibile.
La donna che gli faceva maledire se stesso per averla incontrata ed essersi innamorato di lei e di amarla ancora.
La odiava, pur amandola, ma l’odio era più forte e per questo voleva punirla.
Avrebbe usato la sua malattia e la sua morte per punirla.
Chissà, forse si sarebbero incontrati di nuovo, nell’aldilà se esisteva o in un’altra vita, ed egli avrebbe tratto qualche sottile piacere nel sapere che lei aveva sofferto di questo.
Non si sentiva particolarmente bene nel provare questi sentimenti, era una persona a modo che non aveva mai fatto del male volontariamente a nessuno, ma aveva sofferto troppo e in fondo, si disse, stava per morire: che obblighi poteva avere verso la società e verso la morale?
Nessuno, si rispose da solo, e si avviò verso lo studio.

Le settimane successive furono molto impegnative per Giulio, gli sembrava di non avere abbastanza tempo per tutto ed era effettivamente così.
In ufficio – lavorava da sempre per una multinazionale del petrolio – cominciò pian piano ad allentare i ritmi, finché non fu costretto a parlare con il suo capo pregandolo di non spargere la voce: non voleva assolutamente incontrare sguardi compassionevoli ad ogni angolo.
I suoi amici più stretti seppero tutto quasi subito; organizzò qualche cena in cui cercò di veicolare la notizia senza enfasi e senza drammaticità, in fin dei conti era una persona pragmatica e passato il primo momento di sconforto riuscì a gestire la situazione con relativa tranquillità.
Con sua sorella fu più difficile.
Era la sua unica sorella, e a parte suo nipote l’unico vero parente rimasto. O almeno quello di cui gli importasse qualcosa, se si escludevano un paio di cugini che non vedeva da trenta anni e per quanto ne sapeva potevano essere già morti da un pezzo.
Lei la prese male; come l’avrebbe presa sua madre, pensò.
Si disperò, chiese se c’era niente da fare, si offrì di chiamare un suo amico chirurgo che magari conosceva qualcuno: insomma le solite cose.
Giulio la lasciò sfogare, l’abbracciò, piansero insieme e quando valutò che si fosse calmata abbastanza le disse cosa avrebbe voluto fare.
Avrebbe venduto tutto quello che possedeva tranne la casa dove abitava e trasferito tutto in un fondo a nome del nipote, con la clausola che potesse ritirare tutto solo dopo la laurea.
La casa l’avrebbe invece lasciata alla sorella che ne avrebbe disposto come meglio credeva.
Le avrebbe lasciato le password dei suoi account email, facebook, instagram, twitter, insomma la sua vita on line, così come i cellulari.
Lei avrebbe dovuto gestire il passaggio e decidere che farne, Giulio si fidava di lei.
Quando lui le diede una busta con tutte le password, lei ricominciò a piangere, non poteva farci nulla, e lui le passò un braccio intorno alle spalle.
Poi le diede una chiavetta usb.
– Qui c’è tutta la mia vita – le disse – La mia rubrica, l’elenco delle persone da contattare, documenti, foto, tutto quello che ho potuto mettere insieme facilmente. Il resto lo troverai a casa. –
La baciò e tornò a casa sua, felice di aver sistemato anche questo.

Più di due mesi passarono senza che le avvisaglie del male si facessero vive.
Forse erano le medicine che prendeva tutti i giorni coscienziosamente, forse le giornate ancora piene, fatto sta che si sentiva in perfetta forma e per certi aspetti anche con il morale abbastanza alto.

Poi una sera mentre si riposava guardando distrattamente una partita in televisione squillò il telefono.
Lo teneva sempre a portata di mano perché ogni giorno, in ogni momento, c’era sempre qualcuno che voleva sapere come stava, se si sentiva bene, se aveva bisogno di qualcos, e lui non se la sentiva di scomparire; anche se francamente avrebbe fatto a meno di tutte quelle attenzioni.
Ma era consapevole dei suoi obblighi e quindi non si sottraeva all’abbraccio affettuoso, anche se asfissiante, di coloro che gli volevano bene ed erano in pena per lui.
Per cui rispose sovrappensiero, senza neanche guardare il display.
Pronto? –
Ci un momento di silenzio, poi una voce femminile, che conosceva bene.
– Come stai? Ti disturbo? –
Giulio non rispose subito.
Il suo istinto fu di chiudere immediatamente la conversazione ma la rabbia che gli salì immediatamente dal profondo dello stomaco era un sentimento troppo intenso per essere ignorato, e mentre la rabbia saliva il suo senso di responsabilità fluiva copioso dal cervello, razionalizzando migliaia di anni di evoluzione della società in cui lui viveva.
Le due spinte opposte si incontrarono all’altezza della laringe e fu così che Giulio emise un suono strozzato:
– Ciao, dimmi. –
La voce uscì più carica di emozione di quanto avrebbe voluto; sperava di risultare freddo e distaccato, di dire qualche frase di circostanza e di liquidarla. Invece la voce si arrochì, e dimostrò chiaramente, se ce ne fosse stato bisogno, che lei era ancora presente nella sua mente.
In quel momento Giulio sperava ancora che lei non sapesse nulla e che la telefonata fosse casuale, magari per qualche pendenza ancora inevasa.
Ma era un ingegnere, non credeva alle coincidenze.
– Ho saputo…della malattia…e anche se non ci crederai mi dispiace tantissimo, sono senza parole, vorrei fare qualcosa per aiutarti ma temo di aver già fatto anche troppo. Però ti prego di credermi, qualsiasi cosa io possa fare per te lo farò volentieri. –
– Anche morire? – chiese lui amaro.
Lei esitò e rimase in silenzio per qualche secondo.
– Giulio, io so che mi odi, e so anche che me lo sono meritato. Pensi che se io morissi tu vivresti meglio questo tempo che ti rimane? pensi che se io soffrissi quello che hai sofferto tu la tua vita migliorerebbe? pensi che se io morissi prima di te questo ti consentirebbe di affrontare il tuo viaggio più serenamente? Non ti sto chiedendo perdono, non so neanche se esista un modo per farlo, se sia giusto o se è quello che voglio da te. Ti sto dicendo che so quello che stai passando e che ti sono vicina con il cuore come forse non ti sono stata mai, e che anche se immagino che avrai un sacco di persone disposte ad aiutarti, io sono qui. Se c’è una cosa che posso fare per te la farò. Non te lo sto dicendo per mettere a posto la coscienza, sai bene che la mia coscienza ha una sua idea tutta particolare di cosa sia bene e cosa male, ma te lo dico perché ti voglio bene – sì ti voglio bene – sei una persona che nella mia vita è stata importante e vorrei aiutarti. Tutto qua. –
Il tono della voce di lei si era alzato e si era fatto concitato, probabilmente nella speranza di convincerlo che la sua offerta era sincera, o forse solo per la frustrazione di una situazione senza via di uscita.
Alla fine il momento che Giulio temeva era arrivato; aveva sperato che lei non venisse a sapere nulla e non doversi confrontare di nuovo con il passato, soprattutto ora che per lui non sarebbe esistito un futuro; avrebbe voluto spendere tutte le sue energie per lasciare la sua vita in maniera ordinata, e serena; credeva che non pensare equivalesse a dimenticare, ma evidentemente non era così.
Anche in punto di morte la mente umana rifiutava di farsi comandare dalla volontà, e lui semplicemente non poteva scegliere a cosa pensare: era schiavo del suo stesso corpo, così come il suo corpo era schiavo della malattia che lo consumava.
Era così disperato di questa impotenza, che mentre la donna che una volta era stata sua moglie attendeva pazientemente una sua risposta pensò seriamente per la prima volta a farla finita subito.
Poi tirò su col naso, perché stava piangendo, e in tono sommesso le disse:
– Vieni qua. E fai l’amore con me. –
Se lei fu sorpresa di questa richiesta non lo diede a vedere perché l’unica cosa che disse fu:
– Sono da te tra mezz’ora –

Quando Giulio aprì la porta la donna che gli si parava davanti portò istintivamente la mano alla bocca e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Lei non aveva idea che la malattia fosse ad uno stadio così avanzato, e l’uomo che la guardava tristemente era solo una vaga reminiscenza di quello che trenta anni prima l’aveva conquistata durante un’estate caldissima passata in Grecia insieme a tutti i compagni di università.
Era magrissimo, la pelle bianca, le occhiaie profonde, i capelli scomparsi.
Lui abbassò gli occhi vergognandosi di se stesso, ma lei gli prese la mano, la baciò delicatamentee poi se la portò sul seno, per fargli capire che il suo era stupore e non repulsione.
Lo prese per mano e lo guidò verso la camera da letto, la stessa dove avevano diviso gioie – poche – e dolori – molti – del loro matrimonio.
Quando lei si spogliò, in silenzio, il desiderio di lui riaffiorò dai meandri della memoria e si ricordò di quanto amasse quel corpo florido, che gli anni avevano reso solo appena più morbido.
E si rese conto che non solo il suo corpo ricordava il corpo di lei, ma anche il suo stomaco ricordava benissimo perché l’aveva voluta e sposata, e improvvisamente gli sembrò che tutti i motivi per cui si erano separati fossero irrilevanti, anche i suoi tradimenti, i soldi che gli aveva sottratto, il rifiuto di avere figli.
Oggi lui sentiva di aver fatto un errore a passare più di dieci anni della sua vita senza di lei.
Per questo l’amò con disperazione, non perché stava per morire, ma perché si era rifiutato di vivere per troppo tempo.
Lei fu gentile, e delicata, e morbida.
Lui si stancò presto e subito dopo dovette chiudere gli occhi e aspettare che la stanza smettesse di girare, poi non resistette più e si alzò vomitando.
Quando lei cercò di aiutarlo lui le fece cenno alzando una mano che tutto andava bene, poi andò in bagno, finì di vomitare e si sciacquò la bocca.
Prima di tornare in camera da letto andò in cucina e prese due bicchieri di tè freddo.
Quando tornò la trovò seduta su letto, ancora nuda, ma con lo sguardo corrucciato e preoccupato.
Giulio si sforzò di sorriderle, le porse il tè, poi si sedette accanto a lei.
Lei lo guardò di sbieco mentre beveva un po’.
– Come ti senti? – gli chiese.
Lui annuì, sempre con quel sorriso forzato sul volto.
– Adesso bene. Le crisi di vomito sono frequenti ormai, non è stata colpa di…insomma, diciamo che mi capita comunque. Mi passano rapidamente anche se non sono piacevoli. –
L’imbarazzo ora che tutto era finito era evidente. Passarono diversi secondi in cui i due si guardavano un po’ di sottecchi bevendo il tè, lei nuda, lui con un paio di pantaloncini che ormai gli stavano troppo grandi.
– Che cosa farai adesso? cosa vuoi che faccia? – chiese infine lei con la voce che tradiva la speranza di poter continuare a stargli vicino; se per affetto, nostalgia o senso di colpa questo lui non riuscì a stabilirlo.
Lui posò il bicchiere e finalmente si girò verso di lei per guardarla bene in viso.
Era serio ora.
– Ci sono cose che non si possono cancellare. Per quanto io oggi abbia capito di amarti ancora, e di aver desiderato questo momento per dieci anni non posso dimenticare quanto male mi hai fatto e quanto ho sofferto per causa tua. –
Lei cominciò ad incupirsi, sperava in un discorso diverso.
Lui percepì il suo disagio e le prese le mani.
– Non ti preoccupare, non ti voglio tediare con uno dei miei discorsi pieni di livore e rancore che hai già sentito tante volte, anche se so che stavolta ascolteresti senza replicare, anche solo per pietà e rispetto. –
Lei cominciò a negare ma lui la zittì.
– Ti prego, non c’è più bisogno di finzioni tra di noi. Forse non ce n’era bisogno neanche prima, ma adesso a maggior ragione. Oggi mi hai reso felice, veramente. In fondo era quello che ho sempre desiderato anche se lo negavo a me stesso. Anche se ti maledicevo in privato e ti insultavo in pubblico. Anche se dopo di te non ho più avuto nessuna donna che mi abbia reso felice, o infelice. –
Si fermò un attimo, per essere sicuro che lei lo stesse ascoltando con attenzione, e fu contento quando vide che lo guardava con una profondità e un affetto che forse non aveva mai visto nei suoi occhi.
– Ho negato a me stesso questo desiderio per dieci anni, e non avrei avuto mai il coraggio di confessarmelo se non fossi stato male e se tu non mi avessi chiamato. Di questo ti ringrazio. Mi hai dato una gioia immensa. Ma vedi, i desideri se ne tirano dietro altri, e mentre fino a qualche minuto fa ero sicuro che non ci fosse niente di più bello che tenerti di nuovo tra le braccia ora c’è qualcos’altro che voglio da te. –
Lei sembrò essere a disagio.
– Giulio… – disse – tu sai che io mi sono risposata…ti voglio bene ma non posso tornare ad essere tua moglie…mi ha fatto piacere oggi, è stato bello, ma ora devo tornare a casa. Ti starò vicino come potrò e come vorrai, ma non puoi chiedermi di tornare con te –
Lo stupore che si disegnò sul volto di lei quando Giulio scoppiò a ridere fu così comico che egli aumentò se possibile il tono della sua risata, e solo quando questa si mischiò alla tosse e a un accenno di vomito cercò di calmarsi, aiutato da lei che gli porgeva il bicchiere anche se contrariata da questo scoppio improvviso di risa.
Quando si fu calmato, ma sempre con un sorriso sulle labbra, la guardò con tenerezza come si guarda un bambino che non capisce.
– Scusami, non volevo ridere, ma non ho potuto trattenermi. –
Lei abbozzò un sorriso, non capiva cosa stesse succedendo ma voleva cercare di essere carina con lui.
– Vedi – riprese Giulio con un tono condiscendente che la irritò un po’ – quando tu hai chiamato io ero arrabbiato. No, di più: ero disperatamente infuriato, così tanto che avrei voluto buttarmi dalla finestra pur di non sentirti. Perché quando hai chiamato mi hai preso di sorpresa e io ero chiuso nella mia stupida e inutile rabbia decennale nei tuoi confronti, non avrei potuto reagire diversamente. Poi la tua voce ha risvegliato dentro di me quello che pensavo di aver seppellito per sempre: la tenerezza, l’amore, il desiderio di te. E qualcosa è cambiato. E’ stato come…come passare da una follia all’altro, la follia dell’odio e la follia dell’amore, in pochi secondi. E quando ti ho visto ho capito che il desiderio avrebbe vinto su tutto: ti volevo, e ti avrei voluto anche nei dieci anni in cui non ti ho avuto. –
Lei gli carezzava delicatamente una gamba mentre lui parlava, era contenta.
– Ma quando abbiamo finito – continuò lui – e io ho cominciato a vomitare, un terzo incomodo si è insinuato dentro di me: la consapevolezza di quello che mi aspetta, e improvvisamente non solo l’odio ma anche l’amore sono svaniti. Un uomo che sta per morire non può permettersi di provare sentimenti così netti e assoluti. La morte è il momento del giudizio, di guardare a ciò che si è fatto e di esprimere una sentenza sulle proprie azioni. In questo senso io sono stato fortunato perché sapere quando morirò mi ha dato la possibilità di fare questo passaggio con serenità e attenzione. E l’ho fatto credimi: ho ripensato a tutto, sistemato tutto, mi sono pentito dei miei errori, e ho gioito delle cose belle. Ma mancava una cosa, anche se non lo sapevo. Mancavi tu. Io ti avevo cancellato, ti volevo evitare, volevo che tu non esistessi più. Poi però sei ricomparsa, e in poco tempo ti ho odiato, e poi ti ho riamato. –
Si fermò. Lei ne approfittò per interrompere il flusso del suo discorso che gli risultava difficile da seguire.
– E adesso? – domandò.
Lui la guardò con intenzione.
– E adesso ti ho giudicato. Per tutto quello che sei stata per me. E ho finalmente deciso che non meriti di sopravvivermi. –
Disse queste parole mentre con una forza inaspettata infilava un coltello da cucina affilatissimo nello sterno di lei fino a perforarle il cuore e un polmone e farlo uscire dalla parte opposta, tagliando due costole e inondando il lenzuolo di sangue che usciva a fiotti dal corpo nudo di lei e dalla sua bocca.
Lei morì all’istante, con gli occhi sgranati per lo stupore.
Lui lasciò il coltello facendo afflosciare il suo cadavere sul letto.
La guardò per un istante, poi si alzò con calma, aprì la porta-finestra del salone e si lanciò dal quinto piano senza dire una parola.

Fiori Giapponesi

Uomini sposati al supermercato

Dopo Marcovaldo, ecco le moderne avventure di un povero disgraziato.
Avevo già parlato della spesona estiva qua, ma il viaggio al supermercato non è purtroppo limitato alle sole vacanze estive.

Di tutte le torture che un uomo sposato deve subire il supermercato è di gran lunga la peggiore.
Il maschio, serie XY, non è progettato per la spesa.
Lasciato a se stesso l’uomo veleggerà felice tra una sagra di paese, una pizzeria a taglio, la cucina di una donna premurosa che non richiede altro che la sua presenza e al massimo una bottiglia di vino.
Egli potrà così espletare il suo ruolo di grande felino senza sottoporsi a torture già segnalate ripetutamente a Strasburgo.
Qualora l’uomo – che abbia magari incautamente invitato degli amici a fermarsi a cena, o dio non voglia una donna – debba recarsi al supermercato, egli ne esplorerà non più di dodici metri quadrati riempiendo il carrello solo delle offerte speciali che gli si pareranno davanti all’ingresso e chiudendo l’operazione in trentasette secondi netti, piacionata con la cassiera inclusa.
Purtroppo una volta fattosi coinvolgere nel barbaro rito dell’unione matrimoniale egli verrà costretto almeno una volta a settimana – due o tre nei casi considerati di tortura – a recarsi al più grande supermercato dell’universo, e a spingere immensi carrelli mentre la sua signora per ogni singolo oggetto acquistato verificherà la data di scadenza, il costo unitario, l’eventuale presenza di sconti, il numero di punti che mancano alla biscottiera, e infine se agitando il flacone si riveli effettivamente la brillantezza che si depositerà sui capelli una volta applicato il liquido tamponando i capelli asciutti o appena appena umidi.
Questo rito tribale, che ovviamente viene svolto in un supermercato sotterraneo all’interno di una gabbia di Faraday in modo che il poveretto non possa accedere ai suoi contatti social per passare il tempo, ha una durata media di due ore e cinquanta minuti, che provocano nella scala stress lo stesso punteggio del licenziamento in tronco, e solo un filino meno della scoperta di una paresi alle gonadi.
Tuttavia alla fine il nostro eroe vede la luce quando riesce a mettersi in fila con il suo carrello, stracolmo di oggetti di cui per lo più non conosce l’esistenza o l’uso, e a vedere finalmente il viso della cassiera e soprattutto il pos.
Dopo un’altra mezz’ora interminabile di fila, quando il momento di rovesciare tutto quel ben di dio sul nastro arriva ed egli sta per iniziare a svuotare il carrello, ecco che la voce della sua compagna si diffonde cristallina:
– Caro, ho dimenticato l’ammorbidente! Tu comincia, faccio un salto al reparto detersivi e torno. –
Ora, mi rivolgo a voi, uomini non sposati.
Voi non lo sapete ma certi supermercati sono così grandi che hanno il reparto detersivi posizionato in un altro Comune. Qualche volta anche in un altro stato, che per comprare il Coccolino bisogna esibire il passaporto.
E non bastasse ciò, la varietà di confezioni, tipologie e profumi è molto più ampia di quella dei vini del Piemonte.
E’ più facile per dire conoscere tutte le cantine del Barolo che non tutte le marche di ammorbidente.
E’ chiaro che l’operazione “vado-prendo-l’ammorbidente-torno” in mano ad un uomo si risolverebbe nel tempo tecnico di correre al reparto detersivi, prendere il primo oggetto di plastica con un orsetto che galleggia su degli asciugamani e tornare di corsa alla cassa.
Anche senza allenamento si può fare in 40/50 secondi.
La donna impiega mezz’ora.
Voi direte: perché ha voluto scegliere il migliore, il più economico, quello che rispetta l’ambiente?
Ma de che.
Perché ovviamente in questo labirinto che è il supermercato ella ha fatto una strada diversa, attraversando autostrade merceologiche completamente differenti, e ricordandosi quindi di non aver preso le fette biscottate, lo zampirone, la carta igienica alla camomilla, il camembert, dodici uova, i sofficini, i cotton fioc, l’acqua liscia, gasata e leggermente gasata, e anche un centrotavola.
Ne consegue che tornerà con le braccia cariche di roba, e con un commesso disperato che porta dieci confezioni di Coccolino “così la prossima volta non ti faccio aspettare”.
Voi intanto avete litigato con tutta la fila perché ancora una volta vi siete fidati di lei e avete iniziato a far battere il conto alla commessa, e quando è stato chiaro a tutti che vostra moglie non sarebbe arrivata in tempo utile per la chiusura dell’esercizio, quelli dietro hanno cominciato a protestare, voi a rispondere, la commessa a battere le dita nervosamente, voi a chiederle di smetterla.
Insomma, quando lei arriva sorridente voi siete uno straccio, pesate due chili in meno, e soprattutto l’aggredite.
Ecco.
L’avete aggredita. Grave, gravissimo errore.
Perché cosa avrà fatto mai lei, poverina, per meritarsi la vostra cattiveria?
A questo punto le donne si dividono nettamente in due categorie.
C’è quella che improvvisamente scoppia a piangere e vi fa sentire una merda, perché dai, in fondo è andata solo a prendere un ammorbidente e tutti quanti, commessa inclusa, vi guarderanno in cagnesco e il disprezzo si depositerà su di voi come fall-out radioattivo e percorrete i corridoi del centro commerciale brillando come foste di radon, con la gente che vi guarda schifata: “quello là è uno stronzo che ha fatto piangere la moglie”.
Poi invece ci sono quelle che di fronte alla vostra sfuriata vi mandano sonoramente affanculo e lì scatta improvviso, violento, entusiasmante, l’applauso del pubblico, con gente che comincia a fischiare, sventolio di bandiere, la commessa che balla il Waka-waka sul nastro e un ragazzino che tira fuori da chissà dove una trombetta assordante.
Improvvisamente vostra moglie è diventata l’eroina del Colosseo, e voi un povero coglione.
Comunque vada lei vi precederà indignata traballando sui tacchi, mentre voi arrancherete carichi di buste e fustini sussurrando timidamente “amore, dai…non fare così…non volevo…è che stavo aspettando da un’ora…lo sai che mi spazientisco…su…non mi tenere il muso…”
E così via fino a casa.
Consiglio da amico: a questo punto potete pure comprare un film su Sky, andare a letto sarebbe un esercizio inutile. Capisc’ammé.

SUPERMERCATO

Incontri non casuali – Racconto

Un racconto scritto mettendo insieme un paio di eventi recenti come ispirazione.
Ovviamente il succo del racconto è TOTALMENTE frutto di fantasia.
Meglio metterlo per iscritto per evitare guai…:-)


Avete fatto caso che tecnica si usa in un film quando si vuole sottolineare l’incontro tra due persone?
Il ralenti.
Improvvisamente una scena diventa al rallentatore, il mondo intorno sembra scomparire e solo i protagonisti sembrano consapevoli di quello che sta accadendo; di solito uno di loro è turbato e l’altro, la nemesi, tranquillo o aggressivo.
E giù primi piani di occhi intensi, sguardi cattivi, sudore che imperla la fronte.
Poi improvvisamente il tempo sembra ricominciare a scorrere normale, ma niente è come prima.
Il protagonista sa che qualcosa è cambiato e quasi mai in meglio.
Ecco, se avete capito di cosa parlo saprete esattamente come mi sentii quel giorno.
Fino a un momento prima ero un uomo ragionevolmente sereno, se non felice, e ridevo contento di non so quale sciocchezza aveva detto il mio figlio più piccolo, mentre insieme a lui, suo fratello e mia moglie varcavamo il cancello che immette nel giardino del nostro condominio.
Non so se esistano famiglie veramente felici ma almeno quel giorno noi lo eravamo: una bella giornata primaverile, una passeggiata per un gelato, un ritorno a casa per un riposino: soprattutto per il bimbo piccolo, che a tre anni aveva ancora bisogno di dormire nel pomeriggio.
Fu solo quando alzai lo sguardo dai miei figli e la vidi arrivare che il tempo si fermò.
Un cappotto rosso fuoco sopra un abito nero, i capelli tinti biondissimi, con degli occhiali da sole alla moda.
Ai piedi degli stivaletti rossi e neri, e un rossetto di un colore altrettanto intenso, con un trucco compatto a nascondere le imperfezioni della pelle che cominciava a mostrare i primi segni dell’età.
Una donna che a prima vista poteva sembrare di trentacinque anni ma ne aveva in realtà quarantadue.
Non avrei dovuto sapere questo particolare ma purtroppo lo conoscevo bene.
Mentre la mia mascella si allungava fino quasi a toccare il petto, gli angoli della sua bocca si incurvavano in un sorriso ironico mentre gettava uno sguardo fugace ai miei figli prima di uscire dal cancello.
Io non riuscivo quasi a respirare, mentre mia moglie mi si avvicinò sussurrando all’orecchio:
– Ma hai visto quella? che tipo…ma da dove è uscita? –
Io non replicai; avevo la testa piena di domande, alcune delle quali furono sfortunatamente soddisfatte dalla portiera alla quale mia moglie chiese informazioni e che rispose prontamente:
– E’ la nuova inquilina dell’attico; ha comprato da qualche giorno ma non si era mai vista finora, è venuta a fare un sopralluogo per i lavori. Mi pare che abbia un centro di bellezza da qualche parte –
Non era un centro di bellezza.
Aveva rilevato un vecchio negozio di barbiere a Via Tuscolana e lo aveva trasformato in un moderno parrucchiere unisex: lo sapevo bene perché c’ero stato diverse volte.
Da quando avevo cambiato lavoro e mi ero spostato in quella zona della città avevo preso l’abitudine di andare da quel vecchio barbiere quasi ogni settimana, finché un giorno non lo trovai chiuso per lavori.
Sapete, non credo nel destino e neanche in un essere superiore che governa le nostre esistenze; penso che la statistica sia l’unico elemento che dà forma alle nostre vite ma in questo caso…beh, potevo scegliere se tornare dal mio barbiere vicino casa, o provare il nuovo sfolgorante parrucchiere unisex, e alla fine scelsi quello in Via Tuscolana solo perché era vicino al mio ufficio. La rivincita del destino.
Avrei potuto andare e tornare in poco tempo, era comodo. Comodissimo.
E forse sarebbe potuta andarmi ancora bene se non fosse che gli orari migliori per me – le ore di pranzo – erano quelle in cui la titolare era sola.
Lei. La donna dal cappotto rosso.
Dopo la prima volta ci davamo del tu e scherzavamo sulla mia calvizie incipiente.
Alla terza avevamo già parlato delle famiglie, degli hobby, di chi conosce chi.
Alla quarta percepii che il contatto delle sue mani sulla mia pelle era diventato meno asettico, più insistente, i polpastrelli più leggeri.
Alla quinta senza dire una parola prima che potessi sedermi mi strinse le braccia al collo e poi mi trascinò nel retrobottega.
Come potete immaginare, cominciai ad andare dal barbiere molto più spesso, ma i capelli restavano lunghi.
Andammo avanti per un po’, poi una volta fui più evasivo del solito, ma lei mi prese un braccio e mi chiese:
– Ci vediamo domani? –
Io rimasi un po’ interdetto. Il diversivo mi era piaciuto ma non volevo che andasse oltre quel perimetro che mi ero dato.
Lei percepì la mia indecisione, mi si avvicinò e mi sussurrò in un orecchio:
– Domani ti faccio morire –
Voi capite: una donna che ti vuole far morire è una tentazione difficile da eludere per un maschio.
Tornai e mi fece morire, effettivamente.
Poi ci furono altri incontri, a casa sua.
Però io ero a disagio, sentivo che questa cosa non era più un semplice divertimento passeggero, percepivo che per lei stava diventando qualcosa di più importante, e insomma ad un certo punto troncai di netto.
Non fu facile; nessuna donna ama essere mollata di punto in bianco.
Non furono parole dolci quelle che mi disse, ma un po’ me lo aspettavo, e comunque non mi sentivo in colpa.
Nelle settimane successive pensai a lei spesso: un po’ mi mancava ma consideravo quanto era successo una piacevole parentesi al mio tran tran quotidiano.
E poi quell’incontro non casuale, neanche questo.
Mentre sedevo a casa mia, quasi inebetito su un divano, la mia mente correva furiosamente avanti e indietro per cercare di capire e per trovare una soluzione.
Cosa voleva? Ricattarmi? Farmi del male? Sedurmi?
Era una donna intelligente, e non faceva nulla per caso.
Mi dissi che avrei dovuto aspettare di riuscirle a parlare per capire qualcosa.
Ebbi l’istinto di chiamarla ma evitai: non volevo che il suo telefono squillasse mentre era davanti alla portiera, o comunque darle l’idea che ancora pensavo a lei.
Avrei aspettato di incontrarla da solo.
L’occasione si presentò dopo pochi giorni.
Io ritornavo la sera da calcetto vestito in maniera ridicola e con la borsa a tracolla, lei era nell’androne del palazzo che cercava le chiavi.
Non aspettai un solo secondo e mentre era ancora distratta la presi e la spinsi contro la porta delle cantine, fuori dalla vista di chi fosse entrato nel portone.
– Che cosa vuoi? Cosa ti sei messa in testa? Mi vuoi ricattare? Perché sei qui? –
Passato il primo momento di sorpresa il suo sguardo si rilassò e assunse l’aria ironica di sempre.
– Ciao – disse – anche a me fa piacere rivederti –
– Non fare la stronza – le dissi arrabbiato – dimmi cosa vuoi e facciamola finita –
– Te – disse semplicemente.
– Tu sai benissimo che io sono innamorata di te – continuò – e penso di non esserti indifferente neanche io. Volevo investire in una casa, lo sai, e ho scelto di venire qui. Così potrò vederti tutti i giorni e tu potrai venire da me quando vuoi. –
La guardai fissa negli occhi, ma per quanto mi sforzassi di fare la faccia truce vedevo che lei non si scomponeva.
Inoltre cominciavo a sentire il suo profumo, che conoscevo bene, e percepire il contatto del suo corpo.
Guardavo le sue labbra, e le sue ciglia, e sentivo il desiderio di lei che mi saliva dallo stomaco.
La spinsi via con forza e me ne andai, non senza aver prima notato un sorrisetto di soddisfazione sul suo viso.
Mentre salivo le scale in preda ad una rabbia incontenibile cercavo di combattere l’attrazione che provavo per quella donna, e capivo che non era semplicemente possibile.
Avrei ceduto, prima o poi.
Perché la desideravo, e forse, dio mio, forse ne ero anche un po’ innamorato.
Arrivai a casa, e prima di rimettermi la maschera ed entrare mi appoggiai un attimo alla porta.
Fu lì, in quel preciso momento, che presi la decisione.
Dovevo ammazzarla.
Mi tranquillizzai all’istante a questo pensiero e aprii la porta per andare a cena con la mia famiglia.
Ora, vedete: uccidere una persona non è una cosa semplice, soprattutto se la persona in questione ti è così vicina, e soprattutto se non vuoi lasciare traccia.
Sarei stato il primo sospettato e quindi avrei dovuto fare qualcosa per sviare le attenzioni da me; costruire un alibi di ferro per esempio.
Il che scartava metodi cruenti che richiedevano la mia presenza fisica.
Cominciai a pensare tutto il giorno, tutti i giorni, come poter commettere un omicidio perfetto.
Considerai veleni esotici, bombe a orologeria, virus letali, sabotaggio dei freni.
Niente però mi sembrava adatto e alla fine mi convinsi che non potevo girarci intorno: dovevo pagare qualcuno.
Qualcuno che sapesse fare questa cosa per me e che fosse abbastanza professionale da non lasciare traccia.
Io sarei stato a milioni di chilometri, in bella vista, mentre questa persona avrebbe commesso per conto mio un omicidio possibilmente cruento, in modo che non ci fossero dubbi che era stato uno squilibrato, e questo avrebbe ulteriormente allontanato i sospetti.
Il problema era però che io non conoscevo un killer, non è che li trovi al supermercato.
Trascorsi un mese a cercare di stabilire contatti.
Prima chiesi ad un amico, se conoscesse uno che poteva farmi un favore, non proprio pulitissimo.
Poi a quello chiesi se conosceva uno che poteva fare una piccola truffa.
Poi a quello se conosceva uno che potesse portare per me dei soldi in Svizzera.
Insomma, di passaggio in passaggio arrivai ad uno che aveva lavorato come guardia del corpo di un camorrista, che aveva scontato una decina d’anni di galera per aver praticamente ammazzato un automobilista a mani nude solo perché quello lo aveva insultato, e che ora era senza una lira e – sue testuali parole – era disposto a tutto.
Sapevo che in quel momento stavo rischiando di brutto, ma mi sentivo in trappola e quello era l’unico modo per uscirne.
Almeno così pensavo.
Lo guardai fisso negli occhi e gli chiesi:
– Se ti chiedessi di uccidere una persona per me, quanto vorresti? –
Lui non fece una piega.
Ci pensò un attimo poi rispose:
– Cinquemila euro, tutti in anticipo –
Rimasi sorpreso.
Vale così poco una vita umana? Ci sono persone disposte ad uccidere un essere umano per soli cinquemila euro?
E magari anche qualcosina meno, se avessi trattato.
Ma non volevo farlo. Mi serviva che fosse soddisfatto della proposta che mi aveva fatto, non volevo dover poi pagare qualcun altro per far uccidere LUI.
Accettai la cifra, dissi che andava bene.
Gli diedi tutte le indicazioni, concordammo data e ora.
Gli chiesi, anche se mi dispiaceva, di essere abbastanza violento, in modo che sembrasse un delitto commesso da una bestia e non da una persona rispettabile come me.
Forse queste parole non gli piacquero perché mi guardò storto per un attimo, ma non commentò.
Il giorno prima di quello concordato partii per Milano, salutai mia moglie e i miei figli e scesi a prendere la macchina per andare in aeroporto.
Mentre salivo la vidi.
Mi guardava sempre con la sua bella faccia ironica, e il suo cappotto rosso indosso.
Mi fece ciao con la mano ma non le risposi: non volevo che qualcuno mi vedesse dare confidenza ad una che in fondo per tutti era una nuova vicina.
Salii in macchina, mi fermai un attimo con le mani sul volante, poi partii sospirando.
Tra due giorni sarà tutto finito, pensai.
In realtà tutto fu molto più rapido.
Il delitto fu effettivamente efferato: una brutale combinazione di violenza carnale, strangolamento, e ripetute coltellate.
Una cosa terribile.
Ovviamente fui costretto a tornare prima, presi l’aereo della sera e finalmente giunsi a casa.
Voi ora faticherete a crederci, e non dovete considerarmi un malato di mente.
Però, che iddio mi perdoni, provai un senso di liberazione infinito quando vidi il cadavere di mia moglie martoriato in cucina.
Pensai: una nuova vita ha inizio.


zara-cappotto-rosso

Un marito perfetto – Il blog di Beata

Nota di Rolandfan
E’ con grande piacere che cedo il posto almeno per oggi ad un’amica che ci darà delle istruzioni per diventare dei mariti perfetti.
La persona in questione per evidenti motivi ha chiesto di rimanere anonima, ha scelto come nom de plume Beata (nomen omen), ma risponderà attraverso questo blog ad eventuali domande.
Buon divertimento 🙂

Eccoci! Cari amici, ma soprattutto care amiche, sono contenta che qualcuno abbia deciso di concedermi uno spazio per dare qualche consiglio basato sulla mia ultra ventennale esperienza matrimoniale.
I miei piccoli consigli e suggerimenti sono pensati per tutte le donne che hanno intenzione di convolare a giuste nozze, o legare la propria esistenza a quella di uomo, per permettere loro di non ripetere gli stessi errori che molte di noi e io stessa abbiamo commesso nel lungo cammino richiesto per educare un uomo.
Anche le signore che ormai hanno compiuto il grande passo, ma che non sanno come districarsi nel pur semplice labirinto neuronale maschile, potranno beneficiare di queste piccole idee.
Mi spingo a dire che anche gli uomini, primo fra tutti l’ospite che mi onora della sua amicizia, potranno riconoscere nelle mie parole qualche elemento di saggezza per migliorare il rapporto con le proprie moglie, e condurre un’esistenza famigliare più serena.
Ma basta con le premesse!
Veniamo subito all’argomento di oggi, che ho scelto appositamente leggero per iniziare con qualcosa di poco impegnativo, e darvi modo di esercitarvi con qualcosa di facile.

Manuale di un marito perfetto.
Capitolo uno: come insegnare al proprio uomo a lavare i piatti.

Come molte di voi avranno potuto notare, care amiche, l’idea che i piatti dopo la cena o il pranzo debbano essere lavati, asciugati e messi al loro posto è impossibile da radicarsi nel cervello maschile.
Probabilmente se si cercasse di sondare il pensiero dei nostri mariti con l’ipnosi scopriremmo che nella loro mente alberga l’idea che un esercito di gnomi, durante la notte, si raduni nel lavello per procedere a ripulirlo dei piatti e degli avanzi della cena.
Purtroppo non è così, e le nostre povere mani, sebbene protette dai guanti o aiutate da una lavastoviglie, ne sanno qualcosa.
Osservando il comportamento maschile, ho concluso che secondo gli uomini i piatti e i bicchieri, per non parlare di posate e casseruole, sono composti di un materiale molto flessibile, che può essere ripiegato a piacimento allorquando lo si adagi nel lavello, per poi riprendere la sua normale rigidità una volta estratto.
Ecco come si spiega che costoro tentino di infilare più piatti e bicchieri possibili nel lavello, fino al punto in cui estrarne uno senza romperne dieci diventa impossibile.
Il maschio più evoluto, o che si ritenga tale, cercherà invece di impilare i piatti uno sull’altro in ordine decrescente di larghezza senza tuttavia sciacquarli: in questo modo i residui di cibo che egli non avrà lavato formeranno una malta che sigillerà le stoviglie tra di loro, dando luogo ad una esteticamente gradevole ma fastidiosa Tour Eiffel che spunterà dal vostro lavello.
E credetemi, questo è il migliore del lotto.
Ora, prima di venire ai consigli pratici, una raccomandazione: non chiedete mai a vostro marito di caricare o svuotare la lavastoviglie.
Egli non percepisce la differenza tra “piatto sporco” e “piatto pulito”, quindi rischiate di trovare la lavastoviglie piena di piatti pulitissimi e il ripiano sopra il lavello grondante di amatriciana. La lavastoviglie non è cosa per lui. Quasi niente a dire il vero è per lui, quando si tratta di lavorare.
Care amiche, parliamoci chiaro: educare un uomo a lavare i piatti richiede una tecnica analoga a quella che si usa per i cani per non fargli fare la cacca per casa: all’inizio vi sporcherete un po’, ma poi sarà tutto pulitissimo.
Ai cani di norma si usa una piccola botta sul sedere con un giornale ripiegato, a vostro marito servirà qualcosa di più forte, ma il principio è lo stesso.
Il primo passaggio si definisce “learn by example”.
Mentre lui sta ancora cenando, voi alzatevi e parlando del più e del meno iniziate a sciacquare i piatti e caricarli nella lavastoviglie.
Probabilmente non se ne accorgerebbe neanche, se voi non percuoteste ogni singolo piatto sul bordo del lavello, facendolo sobbalzare ogni volta.
La speranza è che alla fine lui protesti, ma questo lo costringerebbe a rendersi conto che è in corso un’attività che potrebbe fare anch’egli.
Se questo non dovesse portare risultati, il passaggio successivo è di servirgli la cena su un piatto sporco del giorno prima.
Nessun maschio che si rispetti potrà mai tollerare di vedere una fettina panata adagiata su un rimasuglio di orecchiette cime di rapa.
Protesterà, eccome.
E voi farete graziosamente presente che non avete avuto il tempo di lavare i piatti, e quindi la cena si servirà sui piatti sporchi finché qualcuno non troverà il tempo di farlo.
Su questa lieve allusione capitola circa il 50% dei maschi italici.
C’è però uno zoccolo duro, capace di mangiare per giorni e giorni in piatti sporchi o di plastica pur di non lavarli.
Per questi uomini esiste solo l’arma finale.
Quella che tutte noi teniamo nascosta per i casi più ostici.
Non glie la date per una settimana.
Il vostro lavello tornerà come quello della pubblicità, ci si potrà mangiare dentro.
Mi raccomando, fatemi sapere come è andata!
Un bacio a tutte voi.
Beata

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Il cambio di stagione

Uno dei riti tribali propri della nostra civiltà contemporanea è quel periodo – della durata variabile da uno a trenta giorni – che prende il nome di “cambio di stagione”.
Già il nome, ti fa incazzare.
Io sapevo che era il padreterno, o chi per lui, a fare il cambio di stagione, non gli esseri umani.
A voler essere pedanti, si può arrivare a dire che il cambio di stagione lo fa il nostro pianeta girando intorno al sole.
Ma ormai si è diffusa questa locuzione e quindi gli esseri umani del mondo occidentale, due volte l’anno, si predispongono a cambiare la stagione.
Una volta il cambio di stagione era un’attività dolce e delicata, che coinvolgeva sacchettini profumati, lenzuola distese ad asciugare al vento, orde di ricamatrici che sistemavano le cose estive prima di metterle via; ora che notoriamente non ci stanno più le mezze stagioni, si passa improvvisamente da bermuda e infradito a cappotto e doposci, ergo il cambio di stagione è diventato più difficile e rischioso della battaglia di Borodino.
Non appena si alza il primo alito di vento freddo, le truppe cammellate scattano in direzione degli armadi per lanciare l’assalto.
Prima di descrivere in dettaglio le operazioni, voglio essere chiaro: il cambio di stagione è una questione unicamente femminile.
Un uomo che si rispetti piuttosto che mettersi a scegliere le cose da tenere per l’anno successivo, quelle da buttare, e procedere a riporle negli appositi contenitori (armadio o cassonetto) si farebbe tagliare un braccio.
Infatti l’uomo single si riconosce dal suo abbigliamento, rigorosamente “quattro stagioni”: giacche fresco lana, pantaloni di cotone, scarpe in pelle morbida.
Tutte cose che almeno qui da noi si possono indossare dal primo di gennaio al trentuno dicembre, senza dover mai spostare la collezione dei Fantastici Quattro per fare posto a inutili cappottoni color cammello.
Al massimo l’uomo single è dotato di un soprabito che mette o toglie alla bisogna.
Egli vive felice nel suo mondo dorato senza stagioni, ignaro che il suo vicino di casa (cioè io) è costretto per giorni e giorni a subire comandi imperativi da parte delle donne di casa.
Che poi, parliamoci chiaro, ‘sta storia del cambio di stagione ce la giochiamo in poche migliaia di persone: i fortunati terrestri che abitano in una fascia temperata del globo E hanno anche i soldi per comprare vestiti invernali ed estivi.
In tutta l’Africa, se ne impippano dei vestiti.
In Siberia/Canada/Alaska grasso che cola se d’estate per dieci giorni tolgono il montone rovesciato.
Nel Sud Est asiatico l’unica differenza è “piove, metto l’impermeabile – non piove, tolgo l’impermeabile”.
Nei Caraibi, compreso il sud degli Stati Uniti, hanno tutti una sola maglietta e un paio di pantaloni da anni.
I tedeschi e tutti i popoli barbaro-vichinghi non buttano un capo di vestiario neanche se di mestiere fanno l’Amministratore Delegato della BMW.
Insomma, siamo rimasti in pochi.
E quei pochi però (cioè io) la devono pagare per tutti.
Ma veniamo alla descrizione delle operazioni.
Il campo di battaglia è di norma il letto matrimoniale: uno spazio di circa quattro metri quadrati, situato all’altezza giusta, e di solito posizionato vicino ai magazzini di stoccaggio merci (gli armadi), e che quindi viene occupato militarmente per tutta la durata del cambio di stagione.
Va da sé che in questo periodo al malcapitato uomo che venga costretto al triste rito tribale sarà impossibile dormire nel suo letto, non parliamo poi di altre attività, che verranno sospese per non perdere concentrazione e stropicciare il vestito di nonna che “ci tengo tanto e anche se occupa da solo metà del tuo armadio non lo posso buttare”.
Invece la mia collezione di Tex Willer sì. Quella si poteva buttare. E infatti è stata buttata. Vabbè.
Ora, dato che siamo in un contesto sociale abbastanza agiato, si presume che in casa esista almeno un divano-letto, o anche un semplice sofà, dove poter dormire e se capita anche….no!
Il divano diventa la repository delle scarpe, le quali vanno allineate per anno di produzione, colore, altezza del tacco e percentuale di brillantini presenti.
Rassegnato, l’uomo di casa si posiziona con le mani sui fianchi, attendendo istruzioni.
Data la sua nota incapacità di capire alcunché di vestiario egli verrà usato esclusivamente per le seguenti attività: prendi la scatola, riponi la scatola, sposta la scatola, apri le braccia aspetta che vedo se ci sono pieghe, vai in tintoria, ritorna in tintoria perché mi ero dimenticata i pantaloni, levati di mezzo che ingombri.
L’uomo di una certa esperienza (come me) ha imparato da anni a starsene zitto durante tutta la durata delle operazioni. Potrebbero però esserci tra di voi dei giovani neosposi che ritengono (illusi) di poter avere voce in capitolo su questa transumanza di vestiario, e con fare scherzoso provano a dire: “mi sa che questo ormai ti va stretto, perché non lo butti?”, oppure “ma quelle due paia di scarpe non sono uguali? perché non butti le più vecchie e tieni le altre?”.
Non fatelo.
Sono stati trovati corpi di uomini carbonizzati sul ciglio della strada, e la scientifica si sta ancora domandando perché.
Il cambio di stagione è come il sacrificio agli dei che facevano i romani, e se non vi state zitti potreste finire facilmente a fare la parte degli agnelli.
Attendete con pazienza che le operazioni si concludano, sperando che l’armadio sia sufficientemente grande per contenere tutta la collezione primavera-estate, e soprattutto che vostra moglie non si accorga che la raccolta di Tex Willer non l’avete veramente buttata, ma che avete in realtà un solo paio di scarpe, e le altre scatole sono piene di fumetti.

P.S. E il VOSTRO cambio di stagione? Perché se siete sposati non vi è consentito avere solo un abito o un paio di pantaloni, no!? Beh, qui si apre un piccolo spiraglio di libertà. Il mio metodo è semplice. A domanda specifica rispondo: “L’ho già fatto”. Fatelo anche voi: il generale che sovrintende alle operazioni (vostra moglie ma nei casi più perniciosi vostra suocera) vi guarderà male, ma dato che ritiene siate un inetto senza spina dorsale, penserà vi siate messi paura e abbiate veramente già spostato le vostre cose. D’altronde, vi hanno lasciato un quinto di anta: quanta roba potrete mai possedere?
A quel punto, superato l’esame barando, sarà sufficiente che ogni mattina indossiate una combinazione di vestiti della stagione entrante, mettendo a posto quella uscente senza farvene accorgere. Dato che avrete effettivamente quattro stracci, in una settimana avrete concluso, e anche per questo autunno (o primavera) almeno il vostro cambio di stagione l’avrete evitato.

P.P.S. Dato che sono buono, voglio essere chiaro: il metodo sopraindicato ha una falla potenzialmente esiziale. I vestiti che metterete a posto in questo modo non saranno lavati, stirati e profumati alla lavanda. Quindi prima o poi puzzeranno. Rassegnatevi: vostra moglie ha un fiuto più sensibile di un cane da tartufo; prima o poi metterà il naso nel vostro armadio e allora saranno cazzi vostri. Ma magari riuscite a divorziare prima, se vi sbrigate.

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Ferrara

Un altro racconto vagamente ispirato alle atmosfere de “Il museo dell’innocenza” di Pamuk.

Piazza del Castello a Ferrara ha molti accessi, ma secondo me il più bello è quello che da Corso Martiri della Libertà porta verso il lato est.
La strada a un certo punto curva ad angolo retto e si allarga diventando piazza, senza che il turista si accorga della differenza finché non è ormai troppo tardi, e il castello si staglia imponente davanti ai suoi occhi.
Lì, a quel punto, tutti sostano un attimo in ammirazione prima di avvicinarsi ulteriormente, scattare una foto, o fermarsi per un caffè.
Se invece andate avanti tenendo la vostra sinistra, e vi infilate sotto gli archi, noterete una pietra a terra, di marmo, che contrasta con il rosso dei mattoni.
Dietro la pietra, su uno dei mattoni più bassi, ci sono due lettere. Staccate, senza punto, chiaramente delle iniziali.
Sono state incise con la punta di un coltellino svizzero. Lo so perché le ho incise io.
Sono “G” e “A”.
Che vuol dire “Giulio” e “Anna”. Ma anche “Gioia” e “Amore”.
Oppure “Gusto” e “Armonia”, e così via.
Abbiamo passato forse un’ora a trovare parole che si legassero ai nostri nomi, io e Anna.
Era la prima volta che venivamo qua, e chissà perché questa città ci ha ispirato questo gioco infantile, anche se non eravamo più due ragazzi, nel 1989.

In Corso Giovecca, se ci fate caso, vicino all’Università, c’è ancora un negozio di abbigliamento, principalmente di accessori.
Ci entrai di istinto, senza preavviso, trascinando Anna riluttante.
Era estate, e a Ferrara faceva un caldo pazzesco, l’umidità era intollerabile, e Anna girava con una canottiera microscopia, che metteva anche più in risalto, se possibile, il suo seno.
Inevitabilmente, tutti gli uomini che incontravamo gettavano una fugace occhiata a quel capolavoro di armonia e sensualità.
E io schiumavo.
Anna non se ne dava cura, era indifferente agli sguardi degli uomini; lo è sempre stata, ma io no.
Io ribollivo.
Alla fine vidi il negozio e ci entrai, trascinandola quasi di peso.
Le comprai un foulard; lo scelsi io perché lei era inferocita, non tollerava questa mia manifestazione di gelosia di altri tempi, e come suo solito in questi casi aveva smesso di parlare e di sorridere.
Ecco. Quando Anna era arrabbiata non sorrideva più. Per me, la punizione più grande.
Ma ormai era tardi per tornare indietro, perciò comprai il foulard; il più delicato, leggero possibile, e le chiesi di indossarlo.
Lei lo annodò al collo senza guardarmi e lo sistemò in modo da coprire la scollatura.
Poi uscì, sempre senza rivolgermi la parola, e camminò un metro avanti a me per tutto il pomeriggio.
Poi a cena cominciò a sciogliersi, parlammo un po’, io cercai di scusarmi senza dirlo veramente, a modo mio, lei fece qualche sorrisetto alle mie battute, poi quando uscimmo mi diede la mano.
In albergo si chiuse in bagno per molti minuti. Mi chiesi se stesse male, ma non venivano rumori.
Credo stesse pensando: pensando a cosa doveva fare di me.
Poi evidentemente decise che tutto sommato mi avrebbe potuto sopportare, perché uscì con un gran sorriso e il foulard ancora al collo.
E niente altro addosso.

A Ferrara è quasi impossibile mangiare male.
Ci siamo stati ormai almeno una ventina di volte in questi anni, e abbiamo provato molti locali, dal ristorante di livello al pub, alla pizzeria.
Ma se volete mangiare bene, in un ambiente famigliare, circondati da sorrisi e buona musica, il posto da visitare assolutamente è “Al Granducato”.
E’ un ristorante che non era segnato neanche nella guida quando ci siamo andati la prima volta.
In un vicolo, con un insegna metallica fuori e un menù esposto, lo scegliemmo solo perché passavamo di lì e perché non c’eravamo ancora mai stati.
All’interno i tavolini sono disposti lungo le pareti di sale che sembrano corridoi, per quanto sono lunghe e strette.
Non è certo un locale per grandi feste, più per una cena intima.
Scegliemmo la prima volta un tavolo da due vicino alla parete sinistra di una sala, talmente vicini ad un altro tavolo, dove mangiava una famiglia, da costringere la cameriera ad ancheggiare a destra e sinistra per districare un posteriore di dimensioni generose.
Mangiammo tortelli di zucca con semi di papavero, una tagliata di manzo, e bevemmo sangiovese romagnolo.
Scambiammo molti sorrisi e chiacchiere con il tavolo vicino e con la cameriera, Silvana, che come scoprimmo in seguito era la proprietaria e che diventò nostra amica, tanto da venire a trovarci a Roma più di una volta.
Non fu mai contenta dei ristoranti in cui la portavamo nella capitale; troppo pesante il cibo per lei.
Per dimostrarcelo ogni volta che tornavamo a Ferrara ci faceva trovare qualche piatto nuovo, o magari lo stesso di sempre con qualche variazione.
Eravamo contenti di questa dimostrazione di forza, che non faceva che aumentare il nostro piacere di cenare lì.
Quando i bambini cominciarono ad essere più grandicelli qualche volta la tradimmo per una pizzeria, o un fast food, ma non rinunciammo mai di passare a salutarla.
Anche stamattina ho fatto un salto: stava aprendo il locale, non mi aspettava, non l’avevo avvisata, ma è stata felice di vedermi, e abbiamo chiacchierato un po’ tenendoci le mani.

Perché Ferrara?
Perché qui ci siamo conosciuti, per caso. Io ero in giro per lavoro, e lei in vacanza con il suo fidanzato dell’epoca.
Ma le cose non andavano poi tanto bene tra di loro se andava in giro per la città da sola mentre lui era affaccendato in non so quale compravendita di antiquariato, e se fu sufficiente una chiacchiera casuale per decidere di andare insieme a vedere la villa che aveva ispirato “Il giardino dei Finzi-Contini” e scambiarci i numeri di telefono.
Per questo a Ferrara decidemmo di passare il primo week end insieme quando lei lasciò il suo fidanzato, solo un mese dopo esserci conosciuti.
A Ferrara siamo tornati ogni anno, magari anche solo per una notte.
Quando decidemmo di sposarci non volevamo un matrimonio pieno di gente sconosciuta, parenti lontani che non vedevamo mai e non avremmo mai più rivisto, persone da invitare perché una volta i loro figli avevano invitato i nostri genitori al loro matrimonio, colleghi, conoscenti e vicini di casa.
Volevamo una cerimonia intima e sobria.
Scegliemmo perciò di sposarci a Ferrara, di venerdì, per poter poi passare il fine settimana qui, da soli.
In questo modo al nostro matrimonio furono presenti solo cinquanta invitati, i più importanti; grazie a Silvana ci sposò il sindaco in persona, e lei chiuse il ristorante per permetterci di festeggiare con i nostri amici e parenti in tutta tranquillità.
Poi, per un caso della vita o del destino, fu a Ferrara che trovammo l’unico specialista che seppe curare mio padre, il quale passò qui gli ultimi due anni di vita.
Ferrara è un crocevia delle nostre esistenze, insomma.
Non è la nostra città, ma è un luogo che ci è caro, un luogo di sentimenti, un rifugio per l’anima e per il corpo.

Ed è a Ferrara, davanti al castello, che aspetto Anna.
Da solo.
Non ho voluto nessuno, neanche i ragazzi.
Questo è il nostro posto, e lei starà qui.
E anche io, un giorno.

Ferrara-Castello

Tu. Ed io.

Un piccolo racconto.

Bella festa vero? Mi ha fatto venire in mente quel week end.
Non ti ricordi più quale?
No, io me lo ricordo benissimo.
Non so come sia possibile, che ormai non ricordo più niente, ma quei due giorni me li ricordo tutti, minuto per minuto.
Sì, eravamo giovani. Sì, è passato tanto tempo.
Tu eri appena laureata, ed eri a Londra per non so che master, ormai non li conto più, io lavoravo a Roma in quella multinazionale svizzera, e mi spedivano continuamente su, alla sede centrale, per interminabili e inutili riunioni e seminari.
Mi raggiungesti a Ginevra per il week end.
Sì era Ginevra, non mi sbaglio, c’era il lago, la fontana in mezzo quasi ghiacciata, i primi telefonini che da noi ancora non si vedevano. Un posto strano, quasi inadatto per un fine settimana romantico.
Ma era a metà strada, e i voli da Londra erano economici.
Mi ricordo che ci siamo visti dopo pranzo, e ci siamo abbracciati come se non ci vedessimo da anni, invece erano solo poche settimane.
Però quella passione mi faceva stare bene, capivo che quello che c’era tra noi non si era affievolito, anzi. La distanza e la mancanza lo rafforzavano.
Abbiamo passeggiato lungo il lago, poi faceva troppo freddo e siamo entrati in un albergo con una grande terrazza, da cui si vedeva uno scenario bellissimo: il lago, la città, le Alpi.
Tu dicesti che potevi vedere la punta del Monte Bianco, io ti presi in giro.
“Figurati se si vede da qui, siamo a cento chilometri”
Poi ho scoperto dopo tanto tempo che invece avevi ragione tu: nei giorni limpidi invernali, da Ginevra si riesce a vedere il Monte Bianco.
Ma quel giorno mi mettesti un po’ di broncio perché ti avevo preso in giro. Tu, la futura professoressa di fama, io un volgare impiegato di concetto che mi permettevo di dubitare.
Ma durò poco.
Eravamo giovani, ti ripeto.
E ci volevamo bene. No, non dico che ora non ci vogliamo più bene, ma l’amore dei giovani è qualcosa di speciale, non contaminato dalla vita, dal cinismo, dalle difficoltà.
E’ un amore che nasce puro e rimane puro, finché non siamo noi a sporcarlo, con i nostri problemi, i nostri egoismi.
Allora eravamo giovani.
E la notte facevamo l’amore.
E io sono sicuro che Giulia spuntò dentro di te proprio quella notte.
Non ridere.
Non te l’ho mai detto, ma ne sono sicuro.
Come faccio a saperlo?
Perché la mattina a colazione brillavi. Emanavi luce propria, come le stelle.
Avevi indossato gli occhiali per riposare gli occhi, e sorridevi, sorridevi in continuazione, e io vedevo intorno a te una luce.
Sono sicuro che Giulia fosse già lì, quel giorno, a colazione, con noi.
Poi siamo andati di nuovo sul lago, e io continuavo a vedere quella luce.
Tu parlavi, dei tuoi studi, di Londra, dei tuoi amici, ma io non ti ascoltavo.
Poi ti ho preso improvvisamente, e ti ho detto: “Sposami!”
Tu ti sei fermata, e mi hai guardato.
Lo so che questo te lo ricordi, lo so.
Mi hai guardato con uno sguardo ironico, con il sorriso storto di quando mi vuoi prendere in giro, e per un momento io mi sono sentito morire.
Perché ho pensato che io non fossi più importante dei tuoi studi, della tua carriera.
Che potessi essere un impedimento, e che tu non volessi fermarti.
Poi mi hai preso le mani e mi hai detto: “Pensi che potrei mai liberarmi di te?”
Quale altra donna avrebbe detto un sì del genere?
E ora eccoci qua.
Comunque, bel matrimonio vero?
Quasi più bello di quello di Giulia.
I ragazzi erano carini, e innamorati, e io sono stato contento.
Lo so, anche tu, anche se pensi che alla nostra età il romanticismo sia una cosa brutta, ma ti conosco bene.
E ora basta parlare.
E’ tardi, siamo stanchi.
Vieni qui, dormiamo.
E tienimi la mano.


ginevra

Quando la moglie è in vacanza

Tutti avranno subito pensato al famoso film con Marylin Monroe e alla gonna che si solleva sulla grata.
Ora, a parte che con tutto il dovuto rispetto nessuna delle mie vicine somiglia anche lontanamente a Marilina, la verità è che quel film rappresentava in qualche modo i desideri degli uomini degli anni ’50.
Noi cinquantenni del duemila quando la moglie è in vacanza abbiamo ben altri desideri, credetemi.
Ecco un elenco, sicuramente limitato e incompleto, delle cose che l’uomo ama fare quando finalmente rimane da solo e che gli comunicano un senso di libertà pressoché infinita.

1. Con un sacchetto di patatine in mano, aprire il frigorifero praticamente vuoto facendo il check: “La birra c’è, la coca c’è, il resto sticazzi”

2. Tentare di battere il record del mondo di lancio di mutande nel cesto della biancheria sporca direttamente con un arco del piede destro, ovviamente non curandosi di raccoglierle qualora mancassero il bersaglio (sempre)

3. Fare docce rigorosamente bollenti e di durata minima di un’ora e quaranta, fino ad allertare l’ACEA per il consumo anomalo nella zona Nord della città

4. Portare avanti un esperimento scientifico per testare il limite di sopravvivenza dei pesci rossi in assenza di mangime e acqua pulita

5. Accarezzare con voluttà il telecomando di sky sussurrandogli: “Sei mio, nulla ci separerà, neanche l’ultima stagione di Grey’s Anatomy”

6. Rifiutarsi recisamente di gettare la spazzatura, accatastando sacchetti dell’immondizia, bottiglie vuote di birra e cartoni della pizza fino a comporre la Torre Eiffel (per i più bravi il Taj Mahal, ma la moglie deve stare via un mese in questo caso, ci vuole un sacco di birra)

7. Vedere finalmente i film porno senza le cuffie

8. Accendere la TV per i mondiali, l’iPod per la musica, l’iPad per Ruzzle, il Mac per facebook, e il cellulare Android per la chat, e usare tutti contemporaneamente. Mentre si legge un libro

9. Mettere a volume irragionevole “Kansas City” versione “Beatles for sale” e urlare a squarciagola sotto la doccia il coretto “Hey! Hey! Hey! Hey!” ignorando i vicini che battono sulle pareti con lo scopettone per farti smettere

10. Chiudere il rubinetto del gas della cucina il primo giorno, per poi foraggiare tutte le rosticcerie del circondario e alimentarsi unicamente di prodotti che siano prima stati ripassati nell’olio rovente per alcuni, lunghissimi minuti

11. In caso fosse necessario indossare una polo al volo, essere certi di trovarne una in una qualsiasi delle stanze della casa, indipendentemente dalla grandezza dell’appartamento

12. Ristabilire l’ordine naturale delle cose: mutande e calzini sotto, magliette sopra, e camicie dove cazzo me pare a me

P.S. La vacanza prima o poi finisce. Assicuratevi che nel momento in cui sentirete la fatidica frase “sto tornando”, sarete in grado di presentare una situazione quanto meno accettabile. Fate trovare una bella spesona pronta (cfr qui).
Aiuta in alcuni casi anche sbaffare di rossetto il colletto di una camicia per distogliere l’attenzione dal casino vero.
Per i più temerari consiglio di esercitarsi almeno una mezz’ora al giorno davanti allo specchio, facendo uno sguardo languido e pronunciando a bassa voce la frase “mi siete mancati”.
Non abboccheranno, probabilmente, ma potete sempre tentare, hai visto mai?

Quando-la-moglie-è-in-vacanza

Abitudini

Scrivere un noir in meno di 2.500 battute è un’impresa non da poco.
Era l’obiettivo per un concorso, e posso dire con orgoglio di averne impiegate molte meno.
Beh, se poi il risultato sia stato all’altezza…non lo devo dire io 🙂



Separatore
Prima di aprire la porta suono il campanello. E’ un’abitudine che ho preso da quando l’ho trovata a letto con un mio amico.
La prima volta, o almeno la prima volta che me ne sono accorto; e poi ce ne sono state molte altre, e forse molte altre anche prima.
Da allora preferisco annunciarmi, è diventata un’abitudine a cui non riesco a rinunciare. Preferisco non sapere.
Appena entro in casa la confusione mi colpisce: libri a terra, vasi rotti, sedie rovesciate.
Chiudo la porta, cauto, e cammino lentamente; il cuore mi batte forte.
Sulle pareti del corridoio inequivocabili le strisciate dei polpastrelli intrisi di sangue, a terra orme rosse e pozze dello stesso liquido rosso e denso conducono alla camera da letto.
Adesso il cuore mi si è quasi fermato, non so se avrò il coraggio di entrare.
Alla fine avanzo, gli occhi chiusi, e poi li apro di colpo.
Nella stanza in penombra il corpo riverso sul letto non sembra quasi più quello di una donna, solo i capelli tradiscono la sua natura.
Il resto è martoriato, la testa quasi staccata dal collo, tagli dappertutto, il sangue che forma una pozza sotto il corpo, le gambe spezzate e piegate ad angolo retto, le braccia inutilmente tese a proteggere il viso dalla furia omicida.
Respiro affannosamente, lo sguardo gira per tutta la stanza, ma non oso entrare.
Poi, quasi per caso, vedo sul pavimento il luccichio vicino allo specchio.
Mi avvicino in punta di piedi, per non rimestare il sangue che si sta rapprendendo.
Mi chino e raccolgo l’oggetto: è la mia fede.
Esco dalla camera da letto senza girarmi a guardare il corpo, vado in bagno, la lavo e me la infilo all’anulare.
Poi torno indietro, esco di casa e mi chiudo lentamente la porta dietro le spalle.
Entro in macchina, resto qualche minuto immobile, le mani sul volante, la fronte appoggiata al piantone dello sterzo, finché il respiro non torna a essere regolare.
Guardo il fagotto bianco che avevo appoggiato sul sedile, poi accendo il motore e guido.
Percorro quasi dieci chilometri, finché non arrivo alla vecchia discarica.
Scendo dalla macchina, circondato dai gabbiani di fiume che rovistano l’immondizia in cerca di cibo e scaglio il fagotto con dentro il coltello intriso di sangue il più lontano possibile.
Poi torno in macchina, faccio manovra, e mi dirigo verso il casello dell’autostrada.
‘Quella puttana’, penso non senza soddisfazione. ‘Quella grandissima puttana’.

Finestra Magnolie

Foto di Rolandfan

La spesona

Nessuna vacanza famigliare degna di questo nome, indipendentemente dal fatto che duri tre, cinque, o mille giorni, può veramente iniziare senza il rito della spesona.
Voi capite, l’italiano in gita tende a ricreare il più possibile intorno a sé l’ambiente in cui si sente a suo agio, altrimenti non si spiegherebbero frotte di connazionali in cerca di una pizza margherita ad Amburgo, di un caffè macchiato a Londra, o di uno spagnettino con le vongole nel Bronx.
E anche quando si decide di passare qualche giorno in un posto di mare nostrano, dove ristoranti e pizzerie sono più frequenti delle zanzare, si può rinunciare alla spesona.
C’è da dire – e non vuole essere necessariamente una critica – che la spesona è una mania tutta femminile.
Il maschio italico infatti come si sa abolirebbe del tutto l’uso della cucina a favore di un abbonamento con la trattoria sotto casa, e in vacanza, figuriamoci, si nutrirebbe solo di carbonara e arancini.
La spesona si divide in due categorie: quella in cui la donna alfa è presente, e quella in cui il maschio viene inviato da solo.
Ci occuperemo della seconda categoria, in quanto la prima banalmente vede il maschio unicamente come supporto tecnico- economico (spinge il carrello e paga).
Invece è interessante analizzare cosa succede quando la spesona viene fatta dall’uomo in solitaria, vuoi perché la donna è affaccendata con tre-quattro ragazzini, vuoi perché deve ancora arrivare, vuoi perché non può rinunciare alla prima lezione di acquagym insieme ad altri duemila capodogli in una piscina di dieci metri quadrati.
In questo caso la nostra personalissima statistica ci fa affermare che sarà impossibile per il povero maschio rispettare alla lettera gli ordini della donna alfa, anche se scritti accuratamente in una lista con checkbox da spuntare.
Egli infatti commetterà comunque uno o più degli errori fatali che lo porteranno allo scontro: dimenticherà di comprare una delle voci della lista; comprerà qualcosa non previsto o di marca diversa; oppure semplicemente non avrà saputo desumere dalla semplice osservazione della lista che in realtà lei avrebbe voluto comprare altre cose non elencate, e lui brutto pirla non ci è arrivato da solo.
Quando maschi in solitaria si incontrano in un supermercato di località estive, riconoscono subito il neomarito: è l’unico che canticchia felice, pregustando la nottata di fuoco; poverino, la vita non gli ha ancora insegnato che il ritorno dalla spesona provocherà le ire della neomoglie, che subito metterà in atto la tipica rappresaglia femminile, denominata “chiusura dei rubinetti”.
I maschi invece smaliziati e già rassegnati al peggio si salutano tristemente, magari approfittando dell’ora d’aria per guardare le tette di qualche tedesca, attività proibita in spiaggia fin dal 1995.
In alcuni casi, di fronte a manifestazioni di panico, si generano anche atti di forte solidarietà.
Non è raro sentire dialoghi del tipo: 
– Secondo lei se non trovo mastrolindo, è uguale se prendo spicespan? –
– Guardi, ho scoperto che con vetril multiuso mia moglie si limita a grugnire, dia retta a me, lo prenda –
Ora, non è che il maschio italiano non sia abbastanza intelligente, volenteroso, dedicato, da non essere in grado di fare una spesona come dio comanda, è proprio che non ci arriva.
Come per i colori, che notoriamente per l’uomo sono cinque e per la donna cinque milioni, così per gli alimenti.
La parola “tonno” all’uomo farà pensare unicamente ad una scatola di alluminio rotonda, e non a “filetti di tonno pinna gialla in vasetto di vetro riciclabile”.
Il “latte” è la secrezione mammaria delle mucche venduta in confezioni di plastica, non un liquido “parzialmente scremato a lunga durata con percentuali di calcio superiori al due per mille”.
E così via.
Stessa cosa per le quantità.
Di fronte alla voce “acqua”, un uomo ignaro (il neomarito) tornerà con una mezza minerale Perrier, perché ne ha visto la pubblicità e non sa che alla moglie gonfia la pancia e chiude i rubinetti; l’uomo un po’ vissuto, che le ha provate tutte, tornerà con tre casse da nove litri: una liscia, una gassata e una ferrarelle, sapendo già che sua moglie quel giorno voleva l’acqua che fa fare “plin-plin” e lui passerà la notte da solo, a bere litri d’acqua, che poi te credo che fai plin-plin.
Comunque sia, una volta replicata nel carrello la dotazione alimentare e di utensileria della propria abitazione, compresi cavatappi, stuzzicadenti, aceto balsamico e candele aromatiche, spesi duecento euro e caricate dodici buste piene sotto un sole a quaranta gradi, l’uomo arriverà finalmente a destinazione, sfatto e pronto all’esame.
Mentre lui rimane in piedi, rassegnato all’umiliazione, la donna alfa comincerà ad analizzare il risultato della spesona, lanciando sguardi di riprovazione, inarcando sopracciglia, soppesando pesche gialle, annusando meloni e digrignando i denti nel vedere il pacco delle fette biscottate sotto la bottiglia di coca cola.
E ovviamente alla fine dirà: “Non ti avevo detto solo l’altro giorno che la marmellata di albicocche mi ha stancato e che ora mangio solo arance amare?”
No. Non fate l’errore di dire che la voce “arance amare” non c’era nella lista.
Sareste tacciati di poca attenzione, di essere solo dei burocrati, di non volerle bene veramente.
Cominciate piuttosto a pensare come passare la serata, voi e la vostra cassa di sanpellegrino.



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Alcuni fenotipi di uomini da evitare assolutamente

Da più parti, visto il successo (scusate l’immodestia) del mio post sui “fenotipi di donne da evitare assolutamente“, si è levata la richiesta di un post analogo ma dedicato agli uomini.
La verità però è che gli uomini sono tutti uguali.
Tutti un po’ vigliacchi, mammoni, furbastri, violenti, fedifraghi, trasandati, caciaroni, beceri, puttanieri.
Stringi stringi, di uomini veramente degni non ce ne sono poi così tanti in giro (esclusi i presenti, si intende).
E alla fine le differenze tra maschio e maschio si riducono ad una cosa sola: alla camera da letto.
E’ lì che gli uomini, vuoi per caratteristiche fisiche, vuoi per spirito di sacrificio, vuoi per quel triste meccanismo di spinta alla riproduzione che tutti conosciamo e amiamo, danno il meglio o il peggio di sé.
Quasi sempre il peggio.
Ma non stiamo a sottilizzare.

1. L’uomo-duracell
A prima vista una benedizione.
L’uomo che tutte le donne sognano di incontrare, soprattutto se accoppiate disperatamente con un uomo-lampo.
L’uomo-duracell possiede inesauribili batterie al plutonio, che rendono l’amplesso una specie di maratona, con performance da far rabbrividire anche Sting.
Quando l’uomo-duracell è in forma smagliante, riesce a prolungare l’atto sessuale così a lungo, che gli ispettori del Guinnes dei primati vengono visti aggirarsi nelle vicinanze del condominio.
La donna che venga a contatto – è proprio il caso di dirlo – con l’uomo-duracell, le prime volte pensa di aver trovato il paradiso.
Bastano pochi mesi per capire che la barriera che separa paradiso e inferno è sottile come un foglio di carta velina, o se preferite, come un Durex di ultimissima generazione (quello con le gomme termiche, per capirci).
Uno dei principali problemi di avere un uomo-duracell accanto, è la necessità di ridurre l’inevitabile attrito, per evitare che dopo un po’ tutto l’ambaradam si autoaccenda come i legnetti degli scout.
Le donne (perché l’uomo-duracell non sa fare altro che continuare con la sua triste attività) che si trovano in questo stato, hanno sviluppato tecniche tra le più ingegnose: utilizzare un contenitore di Nivea al posto del diaframma; spruzzare ogni tanto dell’olio per frittura con una pompettina apposita; farsi installare dei magneti per l’antigravità.
Il brutto di avere un uomo-duracell, oltre alla sua stessa esistenza, cioè, è che non ci si può neanche lamentare.
Provate a dire alle vostre amiche: “mio marito è in grado di andare avanti per ore, non ce la faccio più”; nel migliore dei casi verrete sommerse da una salve di “vaffanculi”, nel peggiore le vostre amiche stanno già componendo il numero di cellulare di vostro marito.
C’è un solo, per quanto minimo, vantaggio, nell’uomo-duracell: data la estenuante durata dei rapporti, tende a rimanere staticamente nella stessa posizione, e a disinteressarsi del mondo circostante.
Questo vi permetterà di vedere tranquillamente la televisione, giocare a ruzzle, mandare email di lavoro, e telefonare a vostra madre per mettervi d’accordo sul menu della domenica.

Come individuarlo per tempo: individuare LUI è facile, sarà così dalla prima volta. Capire che a VOI ad un certo punto comincerà a dare fastidio, è un’altra questione. Provate a pensarlo a cinquanta o sessanta anni, e voi ancora alle prese con la maratona di New York. Paura, eh!?
Come liberarsene: poverino, lui è convinto di essere un dono del cielo. Non lo dovete umiliare. Vi suggerisco uno stratagemma: cominciate a pretendere di farlo al buio, tanto per lui sarà lo stesso. A quel punto, durante una pausa caffè, sostituitevi con una bambola gonfiabile, e spostatevi leggermente di lato. Lui non se ne accorgerà e voi potrete vedere la televisione in santa pace. Assicuratevi solo che la bambola sia un modello extra-strong, altrimenti ve la farà esplodere la prima sera.

2. L’uomo-lampo
E’ l’opposto dell’uomo-duracell, e purtroppo il tipo di uomo da camera da letto più diffuso in assoluto, se si pensa che da recenti studi il tempo medio del rapporto sessuale in Italia è di sei minuti.
Compresi spogliarello, preliminari e pausa caffè.
In rari casi l’uomo-lampo in realtà non è poi così veloce, ma semplicemente comincia il rapporto sessuale prima.
Già quando arriva a casa, comincia a fantasticare sulla serata, poi sfiora la moglie ogni tanto con fare malizioso, poi una battutina, poi la tocca mentre si lavano i denti, insomma quando arriva al dunque è già praticamente alla fine.
Il vero uomo-lampo però, quello che noi tutti amiamo, è quello che si accende e si spegne in un battito di ciglia.
Se l’uomo-lampo è abbastanza giovane, e ha i tempi di recupero molto rapidi, potremmo essere in presenza di un raro caso di uomo-stroboscopio, che non dà comunque soddisfazione ma almeno fa tanto febbre del sabato sera.
L’uomo-lampo talvolta riesce a portare a termine amplessi anche senza bisogno del contatto fisico. E’ stato stabilito senza ombra di dubbio che in questi casi il 28% degli amplessi viene consumato ancora con le mutandine indosso alla malcapitata signora, e in un comunque buon 12% con le lenzuola tra lui e lei.
Purtroppo l’uomo-lampo non può ignorare la sua condizione e questo gli crea uno stato di perenne agitazione; per questo gli uomini-lampo sono sempre depressi, o sempre aggressivi.
La donna dell’uomo-lampo non solo non avrà una vita sessuale felice, ma dovrà anche improvvisarsi psicologa e infermiera. Senza il dottore, però.

Come individuarlo per tempo: non è facile. Tutti gli uomini possono avere una piccola defaillance e diventare uomini-lampo per una sera. Per capire se siete di fronte ad un vero uomo-lampo, fate attenzione alle parole che pronuncerà dopo. Se vi dirà: “sai, non mi è mai successo”, SCAPPATE!
Come liberarsene: cerchiamo di essere pragmatici, se non cinici. L’uomo-lampo può essere una persona degnissima, magari colto, intelligente, brillante. Perché liberarsene? Solo per quel piccolo difettuccio? Ma no…cercatevi un amante-duracell, e la vita vi sorriderà!

3. L’uomo-mignolo
Se c’è una categoria di uomini che fa incazzare le donne, facendo loro maledire il giorno in cui non si sono fatte suore, è l’uomo-mignolo.
Quando una donna scopre di frequentare, essersi innamorata, o dio non voglia sposata un uomo-mignolo, passerà tutto il suo tempo a domandarsi per quale motivo questo disgraziato invece di puntare proprio lei non si sia ritirato a vita monastica sul Gennargentu, o tra gli indigeni della Papuasia, o diventato gay.
Il fatto è che l’uomo-mignolo ignora di avercelo piccolo.
Beh, certo, ha visto qualche filmetto porno come tutti, ma non sa che esistono veramente gli uomini così, e non sono solo effetti speciali.
Baciato dall’ignoranza, l’uomo-mignolo invece di vergognarsi come un ladro ed evitare di adescare fanciulle in fiore (fiore che non può adeguatamente cogliere, aggiungeremo), può aver addirittura sviluppato un carattere allegro, socievole ed egocentrico.
L’uomo-mignolo può anche vantarsi delle sue conquiste, e addirittura in alcuni casi essere veramente un tombeur de femmes.
Ovviamente tutte donne che non vorranno ripetere l’esperienza (quale esperienza?), ma questo non farà che alimentare la sua fama e autocompiacimento da sciupafemmine.
Infatti l’uomo-mignolo può essere perfettamente funzionale, e provare una grande soddisfazione.
Lui.
Il problema è che voi non vi accorgerete di nulla.
Sarà come pic-indolor: già fatto?

Come individuarlo per tempo: un carattere estroverso, brillante, aperto è già sospetto. L’uomo-mignolo non soffre di depressione. Una schiera di fidanzate, prese e lasciate dopo poco tempo, aumenta la probabilità. E in ogni caso, perché mai dovreste volere un uomo che ha già collezionato tutti i citofoni del vostro palazzo?
Come liberarsene: se non avrete fatto l’errore di sposarlo prima, non dovrete temere. Lui è abituato a essere sfanculato con una scusa qualsiasi dopo la prima volta. Ha collezionato solo prime volte. Non si stupirà quindi se improvvisamente spunterà un fidanzato segreto, una malattia contagiosa, una supercazzola di qualsiasi tipo. Piuttosto, prendete del penthotal per dimenticare.

4. L’uomo elefante
Il contraltare dell’uomo-mignolo è l’uomo-elefante, e non perché sia un uomo grande e grosso. Capisciammé.
In alcuni casi, donne passate dall’uomo-mignolo all’uomo-elefante e viceversa, hanno poi trascorso lunghi periodi in analisi o in convento, per cercare di capire perché uno normale a loro mai.
L’uomo-elefante è uno che quando fate l’amore non riesce ad abbracciarvi perché sta a un metro di distanza.
E’ uno che l’ultima volta che ha avuto un improvviso desiderio è svenuto, per la quantità di sangue che gli è defluita dal cervello.
Purtroppo è un’altra di quelle categorie di uomini di cui non ci si può lamentare con le amiche, alcune delle quali disperatamente sposate a uomini-mignoli, quindi è una sofferenza – non solo fisica – che dovrete gestire in piena solitudine.
Per capire la portata del problema, per l’uomo-elefante Rocco Siffredi è un microdotato, e lui vede i suoi film solo per compiangerlo.

Come individuarlo per tempo: lo so, non sta bene. Voi siete sicuramente delle gran brave ragazze. Siete educate, morigerate, e timide. Ma non vi fate accorgere, e date sempre un’occhiata lì. Anche con la tuta da sci, si capisce benissimo se l’uomo che avete di fronte appartiene alla categoria “elefanti”. In questo caso, basta con grazia declinare qualsiasi invito. Soprattutto a ballare.
Come liberarsene: è un po’ complicato, ma non impossibile. Cercate di osservare quale vostra amica lo stuzzichi maggiormente. Tutti gli uomini guardano le vostre amiche. Una volta individuata, chiedetele una cortesia, dicendole anche la verità, se lo ritenete opportuno. Poi invitatela a casa, e ZAN! fategliela trovare davanti all’improvviso, nuda! Lui avrà un deflusso sanguigno per l’eccitazione, e molto probabilmente sverrà, battendo la testa. Se siete fortunate, si dimenticherà di voi. Forse non della vostra amica, ma insomma, problemi suoi.

5. L’uomo barzotto
Questa è un’altra categoria di uomini che può far incazzare così tanto le donne da chiedersi perché non si sia preso una vacanza di due o trecento anni sul Gennargentu insieme all’uomo-mignolo.
Andrebbero descritte alcune sottocategorie, perché la barzottaggine può andare da “totalmente inservibile” a “vabbè, oggi accontentiamoci”, ma in generale descrive una consistenza che si attesta tra la gommapiuma e il pelouche.
Ma prima di stigmatizzare questo pover’uomo, dobbiamo fare una precisazione importante: ci sono due tipi di uomo-barzotto.
La prima, è diffusa, diffusissima: tutti gli uomini (esclusi ovviamente i presenti, ci mancherebbe) nella loro vita almeno una volta sono stati uomini-barzotti.
Se l’evento avviene all’interno di un rapporto consolidato, pazienza, si riprende il libro dal punto in cui si era arrivati, o il film messo in pausa su Sky, e si continua con le attività serali come se niente fosse.
Viceversa, se l’evento avviene la prima volta bisogna fare molta attenzione.
Il vero uomo-barzotto è uno che si rivela la prima volta, subito.
Qui, la relazione di coppia può seguire due strade, una virtuosa e l’altra che porta diritto all’inferno (per la donna).
Sì, perché l’uomo-barzotto ha una sola chance: dimostrare, la volta successiva e quella ancora successiva e ancora e ancora e ancora che è stato solo un caso.
La coppia, felice e rinfrancata, potrà quindi godere di una sana vita sessuale, e anzi, ridere su quell’episodio, citandolo allegramente anche con amici e parenti.
Viceversa, se l’evento si dovesse ripetere, chiaro indizio di una condizione perenne, e la donna nel frattempo abbia pensato di mettere su un nido con quest’uomo, l’infelicità è alle porte, credetemi.
Inoltre, particolare non meno fastidioso, l’uomo-barzotto è consapevole della propria condizione. Egli spera sempre in un miracolo, e quando questo non avviene, ha una lunga sfilza di scuse, dall’influenza, allo stress lavorativo, ai termosifoni troppo alti, alle transaminasi, che vi propina mentre voi rimanete sdraiate con gli occhi al cielo, che neanche Santa Teresa.

Come individuarlo per tempo: purtroppo non ci sono segnali, se non una leggera timidezza, e un imbarazzo a spogliarsi davanti a voi, ma a quel punto è tardi. Attenzione: l’accanimento terapeutico è controproducente. Non vi affaticate, non servirà a nulla.
Come liberarsene: dipende. Se siete religiose, potete sempre sperare in un miracolo, forse accadrà. Se atee o agnostiche, e magari anche perbene, dovete prenderla alla larga. In questo caso un banale “non ti amo più” sarà sufficiente. Lui starà male come un cane, ma non lo avrete umiliato. Ci penserà un’altra.

6. L’uomo-kamasutra
Questo fenotipo di uomo da camera da letto è in fondo un bambinone, e quindi saremo buoni con lui.
Tutti noi che abbiamo superato una certà età (diciamo i trenta) sappiamo che sì, insomma, alla fine le cose che si possono fare tra uomo e donna sono ragionevolmente sempre quelle tre o quattro.
Ogni tanto, va bene, ci può stare “ooo famo strano” alla Verdone, ma per lo più visti i tempi ristretti della vita quotidiana, ci si riduce a fare le cose che già si sa danno una buona soddisfazione reciproca e la si pianta lì.
L’uomo-kamasutra no.
Lui ha visto centinaia di filmetti porno, ha letto un sacco di riviste, ha anche probabilmente avuto molte donne disinibite, e si è fatto l’idea che fare l’amore sia una specie di gara di pattinaggio su ghiaccio alle Olimpiadi, con le figure obbligatorie, quelle facoltative e alla fine il corpo libero.
Se ogni volta non ci si esibisce in alcune pose classiche e quattro o cinque di quelle più esotiche, lui non è contento.
Anzi, lui crede che voi non siate contente.
Infatti continua a dirvi “mi senti? così mi senti? e così mi senti?”, per tutto il tempo, finché ogni tanto, spazientite, non gli rispondete “è un’ora che mi urli nell’orecchio, certo che ti sento!”
Il vero problema di avere un uomo-kamasutra è che la maggior parte delle posizioni, innaturali per di più, richiedono un fisico atletico, addominali d’acciaio, e articolazioni scevre da artrite, e l’investimento in pilates, zumba e tai-chi può diventare importante.
E nei casi più estremi, quando comincerà a chiedervi di sdraiarvi supina in trepida attesa, mentre lui vi si lancia addosso dall’armadio, può diventare pericoloso.

Come individuarlo per tempo: se dichiara di aver visto molti film porno (al di là che potrebbe anche essere un elemento per scartarlo a priori) fate attenzione. Se vi comincia a chiedere “come ti piacerebbe…” siamo in zona allarme rosso. Se vi dice chiaramente “la missionaria ormai ha stufato”, potete starne certa, è un uomo-kamasutra.
Come liberarsene: sinceramente, l’uomo-kamasutra non è poi così male. E’ fantasioso, si dà da fare per voi, vi costringe anche a rimanere in forma. Insomma, con qualche piccolo accorgimento, purché non sia anche uomo-duracell, lo potete tenere. Piuttosto, un consiglio: con la scusa di un giochino nuovo, mettetegli un cerotto sulla bocca, almeno non lo sentirete più chiedere “mi senti?”. Eccheccazzo.

7. L’uomo-preliminari
Questo è un uomo che ha letto troppo, si è informato troppo, e ha passato troppe serate insieme ad amiche che si lamentavano dei loro uomini-lampo.
Va bene, in fondo ha ragione, sappiamo bene che per un soddisfacente rapporto sono fondamentali i preliminari.
Ma il punto è quanto.
L’uomo-preliminari si è fatto l’dea che i cosiddetti preliminari debbano durare finché i vicini non chiamino i pompieri per le urla belluine che provengono dal suo appartamento, o in alternativa finché la sua barba di tre giorni non abbia scartavetrato ogni singolo centimetro di pelle della malcapitata.
Anche questo fenotipo di uomo da camera da letto è apparentemente una manna dal cielo: voi capite, schiere di donne abituate a uomini-lampo che neanche riescono ad arrivare a toccare la coperta del letto, quando capitano tra le mani (e non solo) di un uomo-preliminari, pensano che finalmente la vita gli abbia fatto un dono insperato.
Si accorgono del grave errore quando tentano di attirare languidamente a sé l’uomo preliminari, prendendolo dolcemente per un braccio, ma vengono scacciate via con un gesto della mano, come a dire “non posso, non vedi che sono impegnato?”.
Non passa molto, che l’uomo-preliminari prende gli stessi difetti dell’uomo-duracell, e tendenzialmente fa la stessa fine, ossia non si accorge che voi ormai fate altro.
Rispetto all’uomo-duracell ha un solo, innegabile vantaggio: non vi impalla la TV.

Come individuarlo per tempo: se avete la fortuna di andare a casa sua prima che accada qualcosa, troverete senz’altro un intero scaffale pieno di trattati di sessuologia, da “Il mito dell’orgasmo vaginale” a “Origami con la lingua”. Basterebbe uno solo di questi tomi per rendere la vostra vita sessuale un inferno.
Come liberarsene: signore, parliamoci chiaro. Il peggio non è mai morto. Per cui tenetevi il vostro uomo-preliminari e non vi lamentate. Tutt’al più, se proprio vi sentite affaticate, mettete a tutto volume la partita serale della sua squadra: magari accelera.

8. L’uomo-oggetto
Attenzione, non ci confondiamo!
Non stiamo parlando di un uomo che si fa oggetto per la propria donna, ma di un uomo a cui piacciono gli oggetti.
E’ questa una vastissima categoria, che però a seguito di recenti studi sociologici è stata raggruppata in un unico grande fenotipo, per una motivazione abbastanza convincente: della donna gli interessano più le cose che la circondano, che non lei in quanto tale.
Un uomo di questo tipo potrà sembrare normale sotto tutti i punti di vista, all’inizio, ma poi comincerà a rivelare una strana attenzione ad alcuni elementi, come ad esempio gli indumenti intimi.
Inizialmente si limiterà a venerare sornionamente le vostre mutandine e i reggiseni.
Poi vi vorrà regalare qualche capino un po’ più oseè e scherzoso. Così, per variare.
Un giorno si presenterà con una maschera di similpelle, e delle manette pelose rosa.
Infine indosserà la divisa di “Normalman” e pretenderà che voi simuliate urlando un rapimento.
L’uomo-oggetto è tristemente noto al commissariato di zona, e anche voi, tutte le volte in cui avete dovuto far ritirare la denuncia ai vicini.
Ma capite bene che un uomo così è a dir poco stancante.
Mai una volta che ci si possa fare una santissima missionaria in pace.

Come individuarlo per tempo: il primissimo regalo che vi farà sarà targato “Victoria’s Secret”.
Il secondo Caterpillar. Non aspettate il terzo, per l’amor di dio.
Come liberarsene: se avete un amico elettricista, fategli manomettere il complesso apparato che lui usa per farvi vibrare la pancia in 7/8, al ritmo di Solsbury Hill, in modo che quando lo accenda si becchi una scarica di 20.000 volt sulle dita. Se siete fortunate l’uomo-oggetto sarà fuori uso per diversi mesi a curarsi le ustioni, e l’elettricista è un uomo-duracell.

9. L’uomo parla-parla
Molte di voi, tranne quelle che sono ricorse alla violenza carnale, non sapranno mai veramente a quale categoria appartiene l’uomo-parla-parla.
E’ questi una variante dell’uomo-profumiere, temutissimo da tutto il mondo femminile perché capace di illudere in contemporanea moltitudini di signore anche dotate di un discreto intelletto.
Ma l’uomo-parla-parla ci interessa perché lui è fondamentalmente onesto.
E’ per lo più brillante, interessante, colto, bello talvolta, piacente quasi sempre, con una moltitudini di interessi e passioni, insomma, a prima vista l’uomo ideale.
Però, non nascondiamoci dietro un dito: la prova del nove è quando si abbassano le luci e si va in scena.
Ecco. L’uomo-parla-parla lo spettacolo non lo fa mai.
Lo potete invitare a cena, riempirlo di Brunello fino a rischiare il rilassamento totale di tutti i muscoli del suo corpo, farvi trovare con un provocante tubino nero, in lingerie di lusso o anche senza niente, e lui vi continuerà a raccontare del trekking sull’Himalaya, della regata in solitario, della casa che sta costruendo con le sue mani a Pantelleria, o magari di quando con qualche amico ha salvato un cavallo da un dirupo volando via al tramonto con il suo biplano.
Se mettete una canzone di Frank Sinatra, mettiamo “Fly me to the moon” tanto per far capire l’antifona, lui vi racconterà della sua band, e dei concerti che hanno in programma da qui ai prossimi venticinque anni.
Se lo attirate in cucina per farvi sbatacchiare contro il lavello, lui indosserà il grembiule e comincerà a imburrare uno stampo per preparare una torta di mele che porterà via gran parte della serata.
Insomma, l’uomo-parla-parla ha tutto quello che servirebbe, tranne un piccolo particolare.
Piccolo? Ah, saperlo, saperlo…
Come individuarlo per tempo: l’uomo-parla-parla è innamorato della sua voce. Se avete qualche sospetto la prima volta che lo incontrate, provate ad allontanarvi piano piano, fino a sparire dalla sua vista. Se sentite che sta ancora parlando, non dimenticate che le chiavi della macchina le avete messe all’ingresso.
Come liberarsene: se siete state così avventate da fidanzarvi o addirittura sposarvi con un uomo-parla-parla, dovete rassegnarvi. Un’ora della vostra giornata sarà dedicata ad ascoltare le sue mirabolanti gesta. Poi potete tranquillamente bussare alla porta del vostro vicino-duracell. Lui non se ne accorgerà.

Camera da letto

Sefi e io

Omaggio a Orhan Pamuk.
Ho recentemente avuto il piacere e la gioia di leggere “Il Museo dell’Innocenza”, dello scrittore e Premio Nobel turco.
Uno dei libri più belli, sognanti, sorprendenti mai letti.
Una storia d’amore difficile, bella, sofferta, ai limiti dell’autoflagellazione.
Mi è piaciuto così tanto che ho voluto (indegnamente) scrivere un omaggio a questo capolavoro.
Se vi interessa leggere altri racconti simili, potrete trovare nei link seguenti un omaggio a Osvaldo Soriano, a Cormac McCarthy e a Stephen King.

Quando conobbi Sefi ero sposato con Diana da più di tre anni.
All’epoca vivevamo ancora nella casa dei miei nonni in Viale delle Medaglie d’Oro, un appartamento degli anni trenta, con i soffitti altissimi e molte stanze buie.
Non c’erano terrazzi, e le finestre che davano a Nord non riuscivano a illuminare tutta la vastità di quel vecchio appartamento, tranne un piccolo studio d’angolo, che aveva la fortuna di aprirsi su due lati del palazzo e che avevo adibito a mio spazio personale.
Tuttavia Diana, che era al terzo mese di gravidanza, mi aveva già fatto capire che quella stanzetta, per quanto piccola, era la più luminosa della casa e che sarebbe andata al bambino o alla bambina che sarebbe nato da lì a qualche mese.
Rassegnato ma allo stesso tempo felice (credevo) a cedere la mia stanzetta e il mio microcosmo al mio primo figlio passavo un sacco di tempo più del solito nello studio, quasi a goderne il più possibile prima dell’inevitabile trasloco.
Sistemavo le mie cose, gettavo via quello che ritenevo ormai superfluo, leggevo nella poltrona vicino ad una delle finestre, lavoravo al computer.
Non so perché, tuttavia, la nostalgia di quella stanzetta mi avesse preso così forte, prima ancora di abbandonarla.
In fondo, era sempre casa mia, mi dicevo. Ci starà mio figlio. E ci passerò ancora un sacco di tempo.
La verità è che i preparativi per l’abbandono di quella stanza erano il primo segno che la mia vita adulta sarebbe cambiata per sempre; che la spensieratezza di una vita senza responsabilità sarebbe stato un ricordo; che da lì a pochi mesi un’altra persona avrebbe contato su di me, per molto, molto tempo, e non avrei potuto passare neanche un secondo delle mie giornate senza tenerlo a mente.
Avevo già passato i trentacinque anni, un’età in cui molti uomini sono già padri da tempo, ma non ero sicuro di essere pronto.
Lo stesso matrimonio con Diana lo avevo accettato, forse subìto, ma non esattamente desiderato.
Stavamo insieme dal liceo, eravamo la coppia perfetta per antonomasia, i nostri genitori erano diventati amici, era impensabile che non ci sposassimo.
Ed era impensabile che non avessimo dei figli.
Intendiamoci: io ero contento, felice anche, di questo figlio.
Allo stesso tempo sentivo che la mia giovinezza, la mia libertà, la mia spensieratezza se ne andavano per sempre, senza che avessi veramente e compiutamente vissuto come volevo.
Passare sempre più tempo in quella stanza diventò per me un modo di rimanere attaccato alla mia vita precedente, cercando di non pensare a come sarebbe cambiata dopo.
Trovavo tutte le scuse per uscirne il meno possibile, una cosa urgente da fare al computer, carte da rivedere, fotocopie di documenti; avevo addirittura riesumato il vecchio ingranditore e passavo le notti a stampare vecchie foto in bianco e nero pur di non uscire dallo studio.
Ad un certo punto cominciai a dormire nella stanza, su un vecchio divano, coprendomi unicamente con una copertina.
Mia moglie non fece caso a questa stranezza, o almeno non diede a vederlo.
Cominciai a dormirci un paio di volte a settimana, magari se ero uscito con degli amici, o se avevo fatto tardi in ufficio, poi tre, quattro, e alla fine non dormii più nel mio letto.
Mi rendevo conto che il mio comportamento poteva essere catalogato nel migliore dei casi come eccentrico, e più probabilmente come patologico.
Avevo orari strani, che non si conciliavano bene con il lavoro e con gli impegni della gravidanza di Diana: più di una volta rimasi in piedi tutta la notte, poi dormivo sì e no un’ora, andavo al lavoro, tornavo il pomeriggio, accompagnavo mia moglie ad una visita solo per addormentarmi nella sala d’aspetto, suscitando l’ilarità dei presenti e la rabbia di Diana.
Comprammo una cameretta su misura, che ci avrebbero consegnato dopo un mese, nel frattempo feci degli scatoloni con tutte le mie cose come se dovessi cambiare casa, e smontai tutti i mobili, tranne la scrivania del computer e il vecchio divano, che sarebbe andato via insieme ai trasportatori che avrebbero consegnato la cameretta.
Senza la libreria, una poltrona, la televisione e altri oggetti inutili lo studio sembrava più grande, e questo acuiva il mio rimpianto.
Cominciai a percorrerlo in tondo, come per misurarlo con sempre maggiore precisione.
Guardavo le pareti e non riuscivo a staccare gli occhi da esse.
Verificavo il segno lasciato da un quadro, le crepe dei chiodi, i graffi dei mobili, il parquet annerito dove batteva il sole e chiaro dove la libreria lo aveva protetto.
Dopo un po’ conoscere a memoria l’interno di quella stanza non mi bastò più.
Cominciai a guardare fuori dalle finestre, in particolare quella che dava sul lato ovest del palazzo, dove proprio d’angolo c’erano un bar, e una panetteria, e subito dietro, quasi invisibile dalla mia finestra, un negozietto che vendeva vestiti alla moda di bassa qualità, per ragazzetti squattrinati.
Cercavo di capire come appariva quel mio mondo chiuso in una stanza dal di fuori, se qualcuno si chiedeva chi vivesse là, cosa faceva, se parlavano di me e della mia vita, se sapevano chi ero.
Passavo parecchio tempo a quella finestra, e cominciai a riconoscere la gente del quartiere; alcuni abitavano nel mio palazzo, altri erano vecchi amici dei nonni, altri ancora erano negozianti, impiegati, semplici passanti.
Il bar in particolare attirava una clientela fissa, e avevo imparato a catalogare gli avventori per fasce orarie: la mattina presto quelli che facevano colazione prima di andare in ufficio o a lavorare nei cantieri.
Fino alle undici, i pensionati che stazionavano anche ore all’interno del bar.
Poi quelli che venivano per un panino, un aperitivo, una pausa caffè.
Nel pomeriggio alcune signore che prendevano tè o caffè prima dello shopping o dopo aver portato i figli a scuola o a ginnastica o a catechismo o a qualsiasi altra attività.
La sera giovinastri che iniziavano presto ad assumere alcool a buon mercato.
Penso che fu verso la seconda settimana che osservavo il mondo fuori dalla finestra che mi accorsi di Sefi.
Ovviamente non sapevo si chiamasse così.
Probabilmente quando la notai non fu la prima volta che la vedevo veramente.
Dal momento in cui misi a fuoco la sua esistenza la vidi tutti i giorni, ed è probabile che l’avessi vista anche i giorni precedenti e quelli prima ancora; solo, la mia mente non aveva registrato la sua presenza.
Arrivava sempre dalla via principale, quella che non potevo vedere bene dalla mia finestra, e girava l’angolo di scatto, per poi entrare nel bar.
Qualche volta quando la luce era favorevole riuscivo a vederla all’interno del bar nonostante il riflesso: prendeva un caffè e lo beveva al banco, sempre da sola. Qualche volta un cornetto o una pasta.
Poi pagava e usciva a fumare una sigaretta.
Se il tempo era brutto si riparava con un ombrello marrone, bruttissimo, che io odiavo perché non mi permetteva di vederla.
Ma per fortuna era ormai primavera e pioveva pochissimo, e quasi mai quando Sefi arrivava per il suo caffè mattutino.
Non la vidi mai parlare con nessuno, e che io sappia nessuno cercò di rivolgerle la parola.
Tranne me, quando lo feci, cioè.
Sefi era una ragazza carina ma non bellissima, alta, magra, sofisticata, i capelli biondi raccolti in una coda ordinatissima, uno sguardo serio ma tranquillo.
Vestiva elegante ma non ostentato, tipico delle donne di gusto che non hanno una disponibilità economica pari alla loro eleganza.
Avrà avuto vent’anni, ma che dico: aveva vent’anni, lo so bene, quando la conobbi.
Vent’anni, vent’anni fa.
E’ per questo gioco dei numeri del destino e del tempo che mi sono deciso a raccontare la nostra storia.

Bastarono tre giorni di osservazione per sapere tutto di Sefi.
Cioè, in effetti solo quello che potevo dedurre dalla mia finestra al lato ovest del palazzo: gli orari che faceva (sempre gli stessi), la marca di sigarette (Lucky Strike blu), il tipo di cornetto che preferiva (crema), i vestiti che prediligeva (pantaloni aderenti, giacchina corta, scarpe con un tacco comodo).
Non so perché la mia attenzione si fissò proprio su di lei. D’altronde non era né la ragazza più bella o appariscente del quartiere, né quella dell’età giusta, né posso dire che in quel particolare momento della mia vita – con mia moglie in attesa del primo figlio – fossi alla ricerca di un’avventura.
Posso solo cercare di giustificare il mio comportamento, dopo tanti anni, con il senso di libertà che quella ragazza mi comunicava, che associavo allo studio, agli orari ormai da bohemienne, e che mi sembrava negato dalla nuova vita che mi avrebbe catturato per sempre dopo la nascita di mio figlio.
Mi sentivo in gabbia e chissà perché quella ragazza incarnava il mio desiderio di fuggire via.
Ma via da dove, poi?
Io amavo quel posto, la mia stanza. No, avrei voluto nei miei sogni che Diana scomparisse all’istante, per abitare da solo in quel grande appartamento e invitare Sefi per un caffè, una chiacchiera tra amici – le avrei detto – e poi avremmo cenato, e forse, dico forse, saremmo diventati amanti e io sarei stato felice.
Capisco bene che questi ragionamenti possono sembrare quelli di una persona sull’orlo della follia, e forse lo erano; forse stavo per impazzire al pensiero che la mia vita si stesse incanalando in una direzione che mi sembrava opposta a tutto ciò che desideravo.
E più cercavo di convincermi che stavo facendo le cose giuste, più tutto mi sembrava insensato.
Ma ero un vigliacco, non avevo il coraggio di mollare tutto, di inimicarmi i miei genitori, di perdere un figlio che doveva ancora nascere, solo per inseguire un sogno; non avevo avuto il coraggio di dire di no quando avrei potuto farlo – evitare di sposarmi con Diana – e non lo avrei certo avuto ora che stava per nascere un bambino.
E allora mi ero creato un mondo, circoscritto quanto si vuole – la mia stanza – in cui però potevo rifugiarmi per sfuggire al mondo reale e alle sue responsabilità; ma man mano che il tempo passava, e la prospettiva di abbandonare lo studio diventava sempre più concreta, cercavo un’altra via d’uscita.
Sefi comparve proprio in quel momento e fu una boccata d’ossigeno per me che annaspavo sotto il pelo dell’acqua.
Certo, avrei dovuto saperlo che non esistono scappatoie facili, che pensare di sfuggire anche solo per un momento alla mia vita senza avere le palle per farlo veramente sarebbe stato impossibile, che certe pietre non vanno sollevate per vedere cosa c’è sotto. Perché quello che trovi potrebbe anche non piacerti.
E invece bastarono tre giorni per ritrovarmi al bar, dieci minuti prima dell’arrivo di quella ragazza, per poterla osservare da vicino.
E lei arrivò, puntuale. Chiese un caffè. Macchiato, al vetro. E un cornetto con la crema.
Mangiò il cornetto prima di bere il caffè. Con calma. Io la osservavo rapito. Da vicino era molto più giovane e carina di quanto avessi potuto intuire.
Aveva una pelle chiarissima, così come gli occhi, di un celeste slavato, che però non mi dispiacevano. La voce delicata, ma ferma.
Pagò e uscì per la sua sigaretta.
La seguii.
Non fumo, non avrei potuto usare quella scusa per rivolgerle la parola, ma in quel momento ero abbastanza fuori di testa per non cercare di mascherare il mio interesse per quella ragazza.
Mi avvicinai e la guardai; lei mi scrutò attraverso il fumo come se fosse allo zoo, al recinto degli scimpanzé in particolare.
– Mi chiamo Marco. Ti ho visto nei giorni scorsi venire a prendere il caffè, e volevo conoscerti – le dissi a bruciapelo senza darle la mano o fare altri gesti formali.
Continuò a guardarmi senza parlare, poi finì la sigaretta, la schiacciò sotto la punta di una scarpa e se ne andò via senza parlare, lasciandomi da solo, immobile, confuso.
Il giorno dopo non scesi, ero tramortito dalla mia inutile audacia e dalla reazione di lei.
Per la prima volta dopo molto tempo rimasi seduto sul divano, a pensare.
Perché ero andato lì? E perché mi ero fatto avanti in quel modo? E perché lei non mi aveva risposto?
Ero in uno stato di totale confusione, mia moglie non capiva perché non le parlassi quasi più, mi vedeva tutto il giorno chiuso in quella stanzetta e credo che non aspettasse altro che il momento in cui fosse arrivato un altro essere umano a dare un po’ di vita a quella casa.
In ogni caso non potevo evitare di rivederla, Sefi intendo, e così la mattina dopo la attesi nuovamente nel bar.
Quando arrivò non diede segno di avermi riconosciuto o anche solo avermi visto.
Prese un caffè, senza cornetto stavolta, e andò a fumare.
La seguii, e come due giorni prima mi misi vicino a lei.
Lei mi fissò di nuovo, poi disse:
– Io so chi sei. Ti ho visto che mi guardavi da dietro la finestra. Saranno almeno dieci giorni che sbirci –
Diventai rosso e gli occhi mi si fecero liquidi per la vergogna.
Mi sentii come un bambino che viene colto sul fatto, che viene sgridato.
Non profferii parola, e per quanto fossi attratto da lei avrei voluto scappare via.
– Non ti preoccupare – disse mentre spegneva la sigaretta – non mi ha dato fastidio. Sono abituata a essere guardata per strada e non me ne curo. Tu sei solo un po’ più ostinato. –
Andò via senza aspettare una replica che comunque non ci sarebbe stata: ero rimasto di sasso.
Ancora una volta quella ragazzina era riuscita a smontare con la sua indifferenza tutta la mia (forse insana) passione.
E ancora una volta cercai rifugio nella mia stanza per riordinare le idee e cercare di capire cosa mi succedeva.
Ecco, potrei dire ora, ma solo perché sono venti anni che ci ragiono, che nel tentativo di scappare dalla vita che qualcuno aveva predisposto per me avevo cercato un luogo, degli oggetti, delle pareti in cui rinchiudermi. Ma sapevo che sarebbero venuti a stanarmi anche lì, che non mi avrebbero mai permesso di essere libero, che anche quel piccolo spazio e i sogni che vi facevo era destinato a scomparire.
Sefi era arrivata per dimostrarmi che un’altra vita era possibile; che c’erano altri spazi, altri amori, altri luoghi.
La mia vita non sarebbe stata sempre quella che volevano i miei genitori, i miei amici, i miei colleghi, mia moglie, i miei figli.
Io potevo scegliere.
E avevo scelto Sefi. Dovevo solo trovare il modo di spiegarglielo.
Se pensate che questi siano ragionamenti senza senso, senza un filo conduttore, oggi come oggi non potrei darvi torto.
Allora mi sarei ribellato, avrei detto che ero convinto della mia passione per una ragazza molto più giovane di me, che neanche conoscevo.
Vi avrei detto senza alcun dubbio che lei era la strada per un’esistenza nuova, in cui il libero arbitrio avrebbe soppiantato la tirannia delle convenzioni.
Oggi so che mi sbagliavo, ma vedete, anche quello che successe dopo mi convinse ancora di più che ero nel giusto: non c’è niente di peggio, per un pazzo visionario (perché quello ero all’epoca) di vedere confermate le sue pazzie.
Ed è proprio ciò che accadde.

Quando la mattina dopo andai al bar attesi invano per una mezz’ora, ma Sefi non arrivò; feci qualche giro per i negozi accanto ma non la vidi.
Tornai al bar e ancora non c’era. Guardai per terra, fuori, cercando di riconoscere il segno del suo rossetto su qualche mozzicone di sigaretta ma non mi sembrò di vederlo.
Improvvisamente il pensiero di non rivedere più una ragazza che neanche conoscevo mi aveva gettato nella disperazione.
Con le mani nei capelli mi diressi verso casa e cominciai a cercare le chiavi nella tasca della giacca, ma quando alzai gli occhi lei era lì, sotto casa mia, la sigaretta accesa in bocca, e mi guardava dritto negli occhi.
Mi bloccai sui miei passi senza sapere che dire: mi sembrava un miracolo, il cuore mi batteva all’impazzata, avrei voluto rapire quella ragazza per poterle parlare e raccontare tutto quello che mi passava per la mente, allo stesso tempo avevo paura che anche una sola parola potesse rompere quell’incantesimo.
Fu lei a spezzare quell’imbarazzante silenzio per fortuna:
– Noi ci siamo già visti. Una quindicina di anni fa. Io ero una bambina e tu eri già grande. Mi portò mio nonno al lavoro. Lavorava per voi, per tuo nonno intendo. E quel giorno eri lì anche tu: sei stato carino, mi hai fatto giocare, poi sono andata via. Mio nonno mi ha parlato spesso del tuo, mi ha detto che era una brava persona, un gran lavoratore. Di te invece sosteneva che eri intelligente ma senza polso. Che tuo nonno finché c’è stato e i tuoi genitori dopo hanno sempre deciso per te. –
Non ricordavo nulla di quell’episodio, ma era probabile. Mio nonno amava stringere rapporti quasi di amicizia con i suoi collaboratori, e anche mio padre.
Io no, facevo il mio lavoro ma non mi interessavano i colleghi.
A dire il vero ripensando alla mia vita fin dai tempi del liceo mi chiedevo che cosa mi interessasse veramente.
Non avevo grandi passioni, facevo quello che andava fatto, ero tollerante, mi facevo trascinare senza oppormi né impormi, ma sì, ero un uomo senza polso.
E solo da poco me ne stavo accorgendo, perché avevo capito che avrei perso anche l’unica qualità che avevo: la leggerezza, la spensieratezza, la capacità di volare sopra ai problemi senza farmi coinvolgere.
La mia mente era presa da un turbinio di pensieri, le parole di quella ragazza mi avevano colpito, mi aveva messo a nudo, aveva tratteggiato perfettamente il mio carattere.
Me ne rimanevo lì, preso tra il desiderio di parlarle, e lo sconvolgimento interiore.
Fu ancora una volta Sefi a parlare per prima, e ancora una volta un’altra persona decise per me.
– Hai un posto dove andare? Se rimaniamo qui prima o poi qualcuno ci vedrà insieme. A casa mia c’è mia madre e immagino che casa tua sia esclusa –
Prima di sposarmi i miei mi avevano comprato un piccolo appartamento in Prati, dove avevo vissuto anche con Diana per qualche mese prima del matrimonio.
Neanche cinque minuti dopo ero in macchina con Sefi, anche se non sapevo ancora come si chiamava, e stavamo andando verso il mio appartamento, senza parlare.
Sempre senza parlare entrammo; le stanze erano buie e un po’ polverose ma il letto era rifatto dall’ultima volta in cui avevo mandato qualcuno a fare le pulizie.
La presi per mano, io tremavo per l’emozione mentre lei sembrava tranquillissima; andammo in camera da letto e facemmo l’amore.
Se dovessi spiegare oggi come sia possibile che due persone che neanche si conoscono finiscano a letto alla prima occasione, direi che da parte mia c’era sicuramente una grande attrazione fisica per una ragazza giovane e bella, ma soprattutto l’idealizzazione di Sefi come via d’uscita alla mia situazione.
Per quanto riguarda lei, beh, lei non aveva le stesse mie motivazioni. Ma rimane il fatto che fu lei a volerlo, non ci sono dubbi, e io seguii, come sempre.
Dopo un po’ che eravamo sdraiati a guardare il soffitto mi chiese se poteva accendersi una sigaretta.
Sapevo che se mia moglie fosse mai venuta in questo appartamento avrebbe capito subito che c’era stato qualcuno, ma non me ne importava. Anzi, forse avrei anche avuto piacere che lo scoprisse.
Dissi a Sefi che poteva fumare quanto voleva.
Mentre lo faceva mi girai su un fianco a guardarla. Lei non si sottrasse ai miei sguardi, semplicemente sembrava non glie ne importasse niente.
Fumava guardando avanti a sé, sbuffando verso il soffitto.
Io ne osservavo i lineamenti delicati, la pelle fresca, la carnagione chiara, e le labbra esangui.
I capezzoli erano color fragola, il seno piccolo, l’incavo della clavicola profondo per la magrezza, le dita lunghe.
Mi stavo innamorando di lei, non c’erano dubbi, e già fantasticavo su come avrei potuto fare per vederla ancora, magari comprarle una casa, stare con lei quando potevo, farla entrare in azienda e permetterle di mantenersi da sola.
Le chiesi di dirmi qualcosa di lei; mi disse che si chiamava Sefi, che frequentava Economia e la mattina rimaneva in casa a studiare.
Usciva solo un paio di volte per un caffè, per sgranchirsi le gambe e fare una passeggiata.
Le dissi che non avrebbe più avuto bisogno di laurearsi, che avrei pensato a lei, che non doveva preoccuparsi più di niente.
Mi guardò con un leggero sorriso, mi diede un bacio sulla guancia, e si alzò, iniziando a rivestirsi.
– Te ne vai già? – chiesi tirandomi su dal letto – vengo anche io, ti do un passaggio –
– No, grazie, preferisco fare una passeggiata –
– Quando ci possiamo rivedere? Domani? Che ne dici? –
– Non lo so, ora. Vediamo. Te lo faccio sapere. Stai tranquillo, ci rivedremo. – promise.
E mantenne la sua promessa, oh se la mantenne!
Ci vedemmo quasi tutti i giorni, per un periodo di almeno tre mesi, che dico, di ottantadue giorni: lo so benissimo perché li ho contati uno ad uno.
E mentre la pancia di mia moglie cresceva, lo studio veniva occupato dai mobili per il bambino e la mia casa mi sembrava sempre più una prigione, le ore passate con Sefi nel mio vecchio appartamento erano per me la gioia più grande, i momenti più belli degli ultimi anni, o forse di tutta la mia vita.
Per ottantadue giorni mi incontrai con lei, facemmo l’amore, le comprai regali, la ricoprii di vestiti, gioielli, libri.
Fantasticammo, o meglio fantasticai, di una vita con lei.
Una vita parallela, si intende, perché avevo ben chiari i miei doveri verso Diana e il bambino, ma allo stesso tempo volevo vivere la mia storia con Sefi pienamente.
Un giorno, l’ottantaduesimo giorno appunto, Sefi fu più dolce del solito, lei che non era mai particolarmente passionale, anzi, che prendeva tutto con un certo signorile distacco: i miei sentimenti, i regali, e anche il sesso.
Invece quel giorno, l’ultimo giorno felice della mia vita, Sefi fu appassionata come non mai, e quando infine ci sdraiammo, la abbracciai per manifestarle la mia gratitudine e il mio amore.
Lei però era ritornata la Sefi di sempre, un po’ distaccata, silenziosa mentre fumava, pensosa.
Poi improvvisamente disse:
– Sono incinta –
Se c’è una cosa che ricordo nitidamente, è la differenza di sensazioni che provai quando fu mia moglie a comunicarmi di essere incinta e quando lo fece Sefi.
L’annuncio di mia moglie per quanto atteso perché era un po’ che provavamo ad avere un bambino quasi mi terrorizzò: la concretizzazione delle mie paure mi prese comunque alla sprovvista, e sebbene fossi contento sapevo che niente sarebbe stato come prima.
Con Sefi fu diverso invece. In quel momento scoppiavo di felicità, Sefi mi avrebbe dato un figlio, e sarebbe stato il figlio di un amore libero, sincero, senza ipocrisie, senza convenzioni sociali, ciò che avevo sempre desiderato.
Le dissi ridendo quanto ero felice, quanto quella notizia mi sembrava bellissima, le dissi che le sarei stato vicino, che non l’avrei lasciata sola, che avrebbe avuto gli specialisti migliori, e che avrei subito comprato un appartamento dove lei e il bimbo avrebbero potuto vivere serenamente e dove io li avrei raggiunti ogni volta che fosse stato possibile.
Non dovete stupirvi se in quel momento io credevo veramente che una vita del genere non solo fosse possibile, ma addirittura accettabile da parte di Sefi.
D’altronde quanti esempi anche famosi c’erano stati? De Sica non aveva due famiglie?
E quel cantante, cose si chiama, quello piccoletto, non viveva con due mogli?
Io ero seriamente convinto che avrei potuto essere felice con Sefi senza fare del male a mia moglie, ai miei genitori, a nessuno insomma.
La mia vita stava per diventare un viaggio bellissimo ed entusiasmante.
Sefi spense la sigaretta e mi guardò con un disprezzo che non dimenticherò mai.
Quella ragazza aveva il potere di farmi sentire una merda con un solo sguardo.
Ma stavolta non si limitò a guardarmi, perché parlò, e quello che disse distrusse istantaneamente il castello di sogni che mi ero appena costruito da solo.
– Un appartamento, dici? Tu vorresti che io vivessi come una puttana da quattro soldi in un appartamento, in attesa che tu ti liberi dalla tua mogliettina e vieni a soddisfare le tue voglie? Pensi che mio figlio debba avere meno diritti del figlio di quella là? Credi di potermi scopare quando vuoi, di potermi mettere incinta e poi lavartene le mani sistemando tutto con due medici e un appartamento? No bello mio, le cose non funzionano così. Ora io e te non siamo più due amici che vanno a letto insieme. Noi avremo un figlio. Capisci quello che ti dico? Un figlio, e io voglio che questo figlio abbia tutte le stesse opportunità di quell’altro, il suo fratellastro. Per cui tu dividerai il tuo patrimonio a metà, e farai le cose per benino, se non vuoi che tua moglie venga a sapere tutto, e tu sia costretto a farlo comunque –
Ero stupefatto, mi veniva da piangere.
– Ma perché? Perché mi fai questo? – chiesi, quasi implorai.
– Perché quelli come te, come tuo padre e tuo nonno, pensano di poter avere tutto, di poter comprare con i soldi la vita degli altri. Pensate di essere perbene, di essere generosi, di fare solo del bene, ma vi prendete le vite degli altri e le distruggete. Quando tuo nonno licenziò il mio, dopo quasi quaranta anni di lavoro, lui lo pregò di dargli ancora qualche mese, un anno, perché la nonna stava male, e avevano bisogno di soldi, ma tuo nonno, lo stesso che amava circondarsi dei suoi dipendenti per far vedere quanto fosse generoso, non lo ascoltò neppure. E tu fai lo stesso. O pensi di poterlo fare. Mi vuoi trattare come una mantenuta, ma io non sono come mio nonno, non sono debole. Io ti dimostrerò quanto sei egoista nel modo più semplice, colpendoti nella tua volgare ricchezza. E forse riuscirò anche a fare di te un uomo migliore –

Potete solo immaginare quanto sia forte e intensa la caduta da uno stato di sublime felicità a uno di profonda disperazione.
Solo un minuto prima fantasticavo sulla vita insieme ad una donna che amavo e un minuto dopo la stessa donna era diventata la più grande minaccia al mio equilibrio.
Pensavo a cosa avrebbe detto mia moglie: sicuramente mi avrebbe rovinato, avrebbe chiesto il divorzio e non mi sarebbe rimasto nulla.
E i miei genitori mi avrebbero tolto dall’asse ereditario in favore di mio fratello minore, che scalpitava per avere un ruolo nelle nostre aziende.
E chi avrebbe voluto continuare a frequentarmi? I miei amici si sarebbero vergognati di me, avrei dovuto forse addirittura cambiare città.
Improvvisamente quella che pensavo fosse una prigione ora mi appariva come un porto sicuro dove rifugiarmi.
E Sefi, la donna che amavo e che avrei voluto venerare per tutta la vita, solo una ricattatrice senza scrupoli.
Ero dilaniato, stretto tra la paura di perdere tutto, e quella di perdere Sefi.
Per questo piansi mentre le stringevo le mani intorno al collo e la uccidevo insieme al bambino che portava in grembo.
Quando smise di respirare attesi che cominciasse ad imbrunire, poi la avvolsi in una coperta e scesi direttamente in garage.
Guidai fino al litorale, riempii un sacco di plastica per la spazzatura di pietre e gettai il corpo in mare.
Piansi mentre la abbandonavo, e piansi mentre tornavo a casa guidando mentre il sole era già tramontato da un pezzo.

Dopo venti anni che io sappia il corpo di Sefi non si è mai trovato.
Nessuno ha collegato a me la sua scomparsa, non sono stato mai contattato dalla polizia, né dai suoi famigliari; apparentemente lei non aveva parlato di me con anima viva, né lo avevo fatto io.
Ho ancora l’appartamento in Prati, quello dove ho passato ottantadue giorni felici con Sefi.
Dopo tanti anni abbiamo deciso di venderlo: mio figlio, il più grande, andrà a Milano per fare l’università e abbiamo convenuto che non ha senso tenere sfitto un vecchio appartamento, meglio usare i soldi per comprarne uno a Milano.
Proprio ieri sono andato a togliere le ultime cose, era parecchio tempo che non ci passavo.
Mentre facevo il giro per essere sicuro di aver impacchettato tutto lo sguardo mi è caduto su uno zoccolo della parete di quella che era la camera da letto, dove io e Sefi avevamo passato momenti felici (o almeno così credevo).
Incastrato in una piccolissima fessura c’era un mozzicone di sigaretta, o meglio un frammento.
Lo presi, e inconfondibile c’era il segno delle labbra di Sefi.
Lo guardai a lungo, poi lo annusai, cercando di ritrovare anche solo per un momento le sensazioni di quei giorni.
Infine, non senza un briciolo di rimpianto, lo gettai via.


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