Il regalo più bello

Il mio racconto di Natale.
Come tutti gli anni un racconto malinconico, pieno di cose belle e brutte, come la nostra vita.

Appoggiato alla finestra dello studio, un bicchiere di prosecco in mano, Giulio guarda distrattamente fuori senza vedere in realtà nulla.
Si è allontanato un attimo, prima che la cena si inizi, dagli schiamazzi, le risate, le urla dei bambini, tutto il campionario di rumori tipici della vigilia di Natale.
Vuole rimanere qualche minuto da solo, prima di affrontare la serata.
Il Natale per Giulio è sempre stata una festa un po’ triste: anzi no. Non esattamente.
Fino all’età di dodici-tredici anni Natale era “la” festa.
In una famiglia rumorosa dove tutti abitavano vicini, le feste di Natale – e in particolare la vigilia – erano l’occasione per vedersi con un numero spropositato di zii, cugini, parenti di vario genere e amici d’infanzia, e passare ore, se non giorni a mangiare, ridere, giocare a carte e a tombola, divorare quantità industriali di noci e mandarini e andare a letto tardissimo, almeno quel giorno.
Un leggero sorriso gli incurva le labbra al pensiero di sua madre e le sue nonne in cucina dalla mattina presto, alle prese con contenitori enormi di pastella dove veniva poi buttato di tutto: fiori di zucca, patate, melanzane, carciofi, broccoli, e in un impeto di sperimentazione gastronomica spesso anche pezzi di mele, pane ripassato nell’uovo, qualsiasi cosa potesse essere fritta e mangiata.
Pensava a sua madre, e alla capacità di sfornare teglie di lasagne in continuazione e allo stesso tempo di non farsi fregare a “mercante in fiera”.
Quelli, quei natali, quelle feste, forse sono state il periodo più bello della sua vita.
Poi con l’adolescenza le feste natalizie in casa hanno cominciato a diventare un fastidio, un obbligo a cui ottemperare, e più avanti Natale era solo un giorno come gli altri, e come gli altri dedicato ad organizzare il capodanno con gli amici.
E poi, quando stava per arrivare il momento in cui sarebbe stato lui il capofamiglia, per festeggiare la vigilia con i suoi figli e la sua tribù, sua madre se n’era andata. Improvvisamente. La vigilia di un Natale.
Da allora il Natale era diventato un giorno da superare in fretta, e anche se poi i figli erano arrivati, e ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per tornare indietro ai giorni felici della sua infanzia, non riusciva più a farselo piacere.
Quest’anno poi.
La lettera che gli annunciava la cassa integrazione a partire da gennaio gli era stata consegnata solo pochi giorni prima.
Chissà, forse le aziende si impegnano per rovinare le feste ai propri dipendenti, pensava. E ci riescono, perché per lui e altri duecento colleghi le feste sarebbero state malinconiche, stretti tra le preoccupazioni del futuro e la necessità di essere allegri per fare contenti i bambini.
Si stacca dal vetro, è ora di andare, sente che la cena è pronta.
Si prepara all’allegria, ma è solo l’età che lo aiuta a tornare in salone, quando vorrebbe invece buttarsi sul letto a piangere come quando era ragazzino e si faceva male giocando a pallone.
Nel grande salone di casa sua sono in tanti: sua moglie, le sorelle, i cognati, i bambini, un paio di cugini con le famiglie.
E’ un bel Natale, una bella festa, e anche se oggi sta male non può fare a meno di riconoscerlo.
La cena scorre tranquilla, il chiasso è insopportabile ma lo aiuta a non avere conversazioni troppo impegnative.
Mentre i bambini mangiano il dolce, suo fratello lo prende da una parte.
– La situazione è grave? – gli chiede senza mezzi termini.
Lui fa spallucce.
– Non penso rientreremo, l’azienda va male. Penso che dovrò trovare qualcos’altro. – risponde.
Il fratello lo guarda, annuisce.
– Hai già qualcosa in mente? – chiede speranzoso.
Lui fa di no con la testa.
– Al momento non ci sto pensando. Ho qualche mese di margine, lascio passare le feste e poi comincio a cercare di capire che fare. Spero di trovare una soluzione. –
Il fratello sta per rispondere quando le urla dei bambini diventano terremoto: si stanno per aprire i regali.
Allora il fratello di Giulio si limita a sorridergli e a stringergli una spalla forte. Non c’è bisogno di tante parole tra loro.
Si avviano sotto l’albero dove tutti quanti stanno già facendo a pezzi la carta dei regali e sorridono, urlano, piangono, tutti i genitori, gli zii, i nonni con cellulari e macchine fotografiche.
Lui rimane in piedi, e li guarda, un leggero sorriso gli si disegna sul volto: non c’è malinconia che resista alla vista di un gruppo di bambini felici, ma dentro di sé è a pezzi.
Sua moglie lo raggiunge, non dice niente: hanno già parlato tanto, pianto, urlato, esaminato tutte le alternative, e ora si limitano a guardare i bambini dandosi la mano.
Lei glie la carezza delicatamente, lui non si muove.
Passano i minuti, insieme alle grida, le canzoni, il rumori di macchine potenti ed elicotteri della polizia in miniatura.
Poi ad un certo punto tutti si calmano.
Sua moglie gli lascia la mano, si avvicina all’albero e prende una busta.
– Questo è per te – dice guardandolo negli occhi – da parte di tutti noi. –
Lui si gira e vede che improvvisamente si sono tutti avvicinati e gli stanno intorno, e sorridono.
E’ imbarazzato, come tutti i padri non è abituato a ricevere regali a Natale, e se qualche regalo per errore gli arriva sono spesso pigiami con le renne, o cravatte dai colori improponibili.
Sente che hanno architettato qualcosa, in parte li odia, non vorrebbe essere al centro dell’attenzione, ma capisce l’affetto con cui lo hanno incastrato.
Prende la busta dalle mani della moglie, un sacchetto di carta anonimo, non saprebbe dire se di un negozio di abbigliamento, o di qualsiasi altro tipo.
E’ leggerissima.
La apre. Non c’è niente.
Guarda il sacchetto vuoto, poi gli sguardi di tutti: aspettano che lui dica qualcosa.
E’ imbarazzato, non sa che dire, controlla di nuovo, mette una mano dentro, ma non c’è niente.
Niente di niente, neanche un biglietto.
Alla fine è costretto a parlare, vorrebbe ringraziarli, ma di cosa?
– Non c’è niente…avete dimenticato di mettere il regalo? – chiede a sua moglie con un sorriso un po’ falso, perché spera di non mettere nessuno in difficoltà.
La moglie lo guarda, il sorriso che si allarga, così come le braccia.
– No. Non abbiamo dimenticato niente. Quello è un sacchetto, e dentro non c’è niente. –
Fa una pausa ad effetto.
– Il tuo regalo è qui, fuori da quel sacchetto. – e allarga ancora di più le braccia per comprendere tutti quelli che sono in quella stanza.
Lui si gira di scatto, vede le facce sorridenti, sorrisi belli, veri, qualche lacrima, qualche mano sulla bocca.
Schiude le labbra, tenta di dire qualcosa, ma è sopraffatto, dalle lacrime e dalla felicità.
Il regalo più bello. Era destino che fosse in questo Natale.
Proprio quando ne aveva bisogno.

Regalodinatale

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Un Natale senza te

Dedicato a te

Il risveglio è lento, forse l’alcool della sera prima non ancora metabolizzato, forse la stanchezza accumulata in mesi di lavoro, o forse semplicemente l’età che comincia a farsi sentire.
Mi accorgo che è tardi dal sole che mi batte sul viso, e dalle voci dei bambini in salone.
Sento che schiamazzano, e sento rumore di oggetti che all’inizio non riesco a identificare, poi capisco: sono Lego, bambole, macchine, pupazzi, giochi per la play.
I bambini si sono svegliati prestissimo, e pieni di eccitazione hanno ricominciato a giocare con i regali.
Sorrido con gli occhi ancora chiusi, poi li apro mentre mi giro verso mia moglie e vedo che anche lei è sveglia e sorride.
Mi piace questa complicità coniugale, questo intendersi senza parlarsi, è la cosa più bella di un matrimonio, capirsi al volo. Ci diamo un leggero bacio sulla punta delle labbra e ci facciamo gli auguri, poi io guardo l’ora e scopro che sono già le dieci passate.
Mi metto a sedere di scatto, e scendo dal letto.
Passando per il salone saluto i bambini, che mi mandano qualche bacio d’ordinanza ma in realtà non mi filano più di tanto.
Per terra c’è mezzo biscotto sbriciolato, segno che il maschio, più grande, non ha aspettato la colazione.
Sorrido di nuovo, oggi non c’è nulla che mi può dare fastidio, e vado a scaldare il latte.
Facciamo colazione, parliamo di Babbo Natale e dei suoi regali, e di cosa faremo oggi.
Do’ un’occhiata fuori, non piove ma c’è qualche nuvola in lontananza.
Farà freddo, mi chiedo, e mentre vado a fare la doccia penso a cosa mettermi.
Alla fine indosserò jeans e un maglione, e sopra un giubbotto impermeabile, hai visto mai dovesse piovere.
Saluto ed esco, vado a prendere i miei suoceri, oggi pranzeranno da noi.
Il tragitto è breve ma sono anziani e anche un chilometro per loro è ormai impegnativo.
Mentre salgono in macchina ci facciamo di nuovo gli auguri; sono eleganti: per quelli della loro generazione anche un pranzo di Natale è un evento sociale che richiede cura e preparazione.
Arriviamo a casa e appena apriamo la porta i bambini corrono incontro ai nonni: li adorano, ricambiati e anche se li vedono spesso ogni volta è festa grande.
La piccola si attacca alle gambe della nonna, io la prendo e la sollevo così che la possa baciare.
Poi quando si sono seduti in poltrona e i bambini li assediano finalmente vado in cucina a dare una mano a mia moglie.
Entro ma lei ha già fatto quasi tutto, mi sorride e mi chiede un aperitivo.
Apro il frigo, prendo lo spumante avanzato da ieri sera e ne verso un po’ per me e per lei.
Brindiamo, e chiacchieriamo di qualche impegno da prendere, abbiamo un invito dai miei per domani sera, e magari stasera ce ne andiamo al cinema.
E’ quasi ora di pranzo, ormai non mancano che pochi minuti, io lascio un attimo mia moglie e vado nello studio.
Passando per il salone vedo nonni e nipoti che parlano velocemente tra di loro e si raccontano di tutto e ancora una volta sorrido, oggi sono un uomo fortunato.
Vado nello studio, appoggio lo spumante sulla scrivania e accendo il computer.
Controllo le email, navigo un po’, però non sono a mio agio, non so perché. Riprendo lo spumante ed esco in balcone.
C’è vento, un vento secco e freddo.
Le nuvole si sono quasi completamente allontanate e il sole riscalda il mattonato.
Sto fermo un attimo, lo sguardo perso lontano, e i pensieri confusi, quando improvvisamente un fulmine squarcia l’aria.
Un solo, singolo fulmine di potenza terrificante, che lascia un pungente odore d’ozono, e un silenzio irreale, rotto dopo qualche secondo dalle grida dei bambini spaventati, dalle auto che suonano e dalle conversazioni per strada delle persone che puntano il dito veso il cielo.
Solo io sorrido, alzo lo spumante in segno di brindisi, e penso “auguri anche a te, ovunque tu sia”.
Poi mi sento chiamare.
Il pranzo è in tavola.

deltaplano

La vigilia de Natale

Poemetto natalizio. Omaggio a Trilussa.

“Mo’, fino a du’ giorni fa, se scannavamo
Se guardavamo brutto e quer ber dito
Diceva “ce devi annà laggiù, spedito”
E si nun ce voi annà te ce mannamo.

Stavamo sempre pronti alla tenzone
A sbatte grugno a grugno ogni momento
Nun lasciavamo mai nisun intento
“E che devo esse’ io tra i due er cojone?”

Ma tutt’a ‘n tratto, senza una ragione
Solo perché è vigilia de Natale
Sorisi, du’ bacetti e un abbraccione…

Poi guardo i pupi intorno a una giostrina
E penso: ‘So’ vivo, è bello e nun fa male’
Ma sì. E dimola và ‘sta preghierina.”


Albero di Natale Polaroid 669 Yellowed

Photo by rodocarda
rodocarda.smugmug.com

I MIEI auguri di Natale

Avviso ai naviganti

Come noto non sono cattolico, o meglio non sono credente, né particolarmente religioso o spirituale.
Però credo che il Natale sia una tradizione che vada mantenuta, per i bambini, per l’aria speciale che si respira, e anche perché ho bisogno di una motivazione per essere buono.
Anzi, PIU’ buono, perché io sono sempre buono.
Ma il Natale, da quando esistono i cellulari e la posta elettronica, è funestato da un’abitudine ormai radicata in molte persone: quella degli auguri collettivi.
Almeno una volta, nella preistoria, quando si potevano usare solo gli sms, era un messaggino secco “Tanti cari auguri a te e famiglia per le festività”, o cose simili.
Niente di invadente; e poi spesso era necessario digitare il messaggio per ogni voce dell’elenco, il che rendeva gli auguri abbastanza personalizzati.
Io che ho un cognome che inizia per “C” li ho sempre ricevuti, anche se sono consapevole che i poveri disgraziati targati Tremendini, piuttosto che Zanni, venivano quasi sempre esclusi dagli auguri via sms causa tendinite al pollice, e solo pochi, tenaci e calorosi amici si smazzavano tutto l’alfabeto.
Ora però è diverso.
Ci sono le email, c’è whatsapp, c’è Facebook, e soprattutto, maledetto a lui, c’è Google.
Perché non basta la possibilità di inviare frasi chilometriche, foto dei bambini vestiti da Babbo Natale, cartoline musicali che se disgraziatamente le apri ti parte tutto il concerto di Capodanno e non riesci a chiuderle fino alla Marcia di Radetzky.
No.
Ora è possibile trovare frasi e aforismi natalizi di tutti i tipi.
E persone che durante l’anno non ti hanno cagato di striscio, e che non sanno mettere insieme la più elementare sequenza soggetto-verbo-predicato, ti sparano frasi a metà tra i Baci Perugina e Love Story, che oltre a cariarti i denti e triturarti le gonadi ti costringono anche a rispondere a tono, perché cazzo, mica vorrai essere da meno di Prevert, no!?
Allora ecco tutto un fiorire di “Se qualcuno di rosso ti rapisce e ti chiude dentro ad un sacco non preoccuparti … sicuramente qualcuno ha chiesto un tesoro a Babbo Natale!”
Oppure “Che tu possa avere per sempre un motivo per ridere, un sogno da avverare, mille gioie da godere e nessun motivo per soffrire. Dopo questo, posso augurarti un felicissimo e Buon Natale 2014!”
Fino al tragico “Stella, stellina…” che non completo per non compromettere per sempre la funzionalità della mia tastiera.
Ma vedete, la cosa più terribile di queste frasi fatte, è che è sempre la STESSA per tutti.
Una volta identificata la sentenza viene comminata a tutta la rubrica del cellulare, e con un singolo invio ci si è messa la coscienza a posto e si mantiene in vita il network.
Ve lo dico.
Non ci provate.
Non mi mandate niente del genere se non volete essere cancellati dalla mia vita per sempre.
Io voglio i MIEI auguri di Natale.
Li voglio pensati, scritti, inviati solo per ME.
Come faccio io.
Voglio una cosa che sia solo mia, se no meglio niente.
Anche “Vaffanculo, stronzo!”, mi sta bene.
Purché sia il MIO vaffanculo.

P.S. Tutti quelli che dopo la lettura di questo post mi manderanno gli auguri con scritto “Vaffanculo, stronzo!” seguiranno la stessa sorte di “Stella, stellina..”.
Era un’iperbole.
Non vi azzardate.

Buon_Natale_2014

La lupa, il falco, la bambina e il giglio

Una favola per Natale.

Vieni forestiero, non avere timore.
Il nostro piccolo paese incastonato tra le rocce è costruito per respingere, ma solo chi vuole farci del male.
I nostri concittadini sono montanari ruvidi, duri, temprati dalle intemperie e dal lavoro nei boschi, ma sono persone generose.
E’ probabile che se li dovessi incrociare di giorno, lungo la via principale, ne ricaveresti un’impressione sbagliata.
Perché non sorridono quasi mai, sono silenziosi, gli occhi bassi, sempre intenti a fare qualcosa di difficile e faticoso.
Sai, la vita quassù è dura e non abbiamo avuto il tempo di sviluppare la cortesia che caratterizza di abitanti della valle, con i loro abiti colorati, le feste, e le reginette di bellezza.
Noi dobbiamo combattere contro le nostre stesse case che stridono giorno e notte, contro i boschi che ci vogliono conquistare, contro le montagne che incombono sulle nostre teste, contro il vento, la neve, la pioggia e il freddo.
Per questo ci perdonerai se non ti accogliamo con urla di gioia e banchetti in tuo onore.
Ma se una sera, quando il gelo impedisce di camminare per la strada, vorrai unirti insieme a noi nell’unica osteria aperta fino a tarda notte, ci vedrai ridere e scherzare, rossi di caldo e di birra.
Ci sentirai cantare vecchie canzoni montanare e nuovi inni alla gioia e al piacere della vita.
Vedrai i più giovani morire d’amore per una ragazza, non importa se non tanto snella o aggraziata, e gli anziani scuotere la testa in segno di disapprovazione.
E finalmente, quando ti sarai riscaldato al calore del grande camino, la curiosità prenderà il sopravvento e me lo chiederai.
Tutti i forestieri me lo chiedono.
Tutti mi fanno la stessa domanda: perché il giglio?
Perché questo paese così freddo e ghiacciato, in cui coltivare patate sembra essere il lusso più grande che la terra conceda, ha scelto il giglio come simbolo?
Perché ogni porta, ogni finestra, ogni abito, ogni singolo attrezzo ha un giglio intagliato?
Sarò paziente, forestiero, con te come con tutti.
E ti racconterò una storia.

Molti anni fa, molto prima che io nascessi e che mio padre nascesse, il nostro paese entrò in guerra.
Non mi chiedere perché, non c’è mai una ragione seria per una guerra.
Qualche volta è per colpa di una donna, oppure per delle ricchezze, per un’onta, per la conquista di un territorio.
Ma non ci sono mai ragioni per uccidere altri esseri umani.
Ma tant’è, il paese fu coinvolto in una guerra sanguinosa che durò anni e anni e che sembrava non voler finire mai.
Il paese stesso ne moriva, perché le braccia più forti erano impiegate per reggere una spada, e nessun paese può sopravvivere se affidato solo a donne, vecchi e bambini, soprattutto un luogo duro come questo.
Mentre la guerra insanguinava le nostre terre, ai margini del bosco, dove la vita è più dura perché la battaglia contro la natura più difficile, viveva una famiglia.
Una delle poche famiglie in cui l’uomo di casa non era andato in guerra.
Aveva resistito strenuamente ai richiami delle armi per stare vicino a sua moglie e a sua figlia.
Lily, si chiamava la piccola, una bambina di quattro o cinque anni.
Pensi che il nome non sia un caso? Sei arguto, forestiero, ma non anticipare le cose; ascolta con calma la mia storia mentre bevi la tua birra.
Lily aveva i tratti della nostra gente: capelli neri, occhi scuri.
Ma aveva la pelle bianchissima, e una cosa in più degli altri: era bella.
Alta per la sua età, aggraziata, sorridente.
Tutti ne erano innamorati, era il fiore del nostro giardino, e forse, dico forse, era il motivo per cui tutti avevano chiuso un occhio quando il padre era sfuggito alla chiamata alle armi.
Ma lo sai, la guerra non risparmia niente e nessuno: nessun fiore, nessun cuore, nessun incantesimo.
La casa era isolata, e un’avanguardia dei nostri nemici la assaltò.
Il padre combatté strenuamente, ma era solo e non avvezzo alle arti militari.
Quando i paesani raggiunsero la casa, attirati dalle urla, la tragedia si era ormai consumata.
Il padre e la madre erano morti, trucidati da quei barbari che pretendevano le nostre terre, e la bambina scomparsa.
Trovarono le tracce dei suoi piedini nella neve, era corsa via scalza, e le seguirono fino ad una radura, dove le impronte improvvisamente scomparvero.
La cercarono disperatamente per giorni e giorni, con la luce e con il buio, ma non la trovarono.
E alla fine dovettero rassegnarsi ad accettare che la tragedia si fosse consumata.
Se possibile questo evento rese la guerra ancora più cruenta; i miei concittadini misero ancora più ferocia nelle loro azioni, e da una parte e dall’altra le nefandezze aumentarono e sembravano non avere mai fine.
E Lily?
Era morta? Magari di freddo e di fame?
Oppure divorata da una bestia selvatica?
No, non andò così, altrimenti non saremmo qui a chiacchierare stasera.
Non chiedermi come lo so, anche questa è una domanda che mi fanno tutti ma non rispondo a nessuno.
Però se vuoi posso raccontarti cosa è accaduto alla bambina.
Ricordi che le impronte finivano improvvisamente nella radura, in mezzo alla neve fresca?
Come è potuta scomparire una bambina nel nulla senza lasciare altre tracce?
Facile.
E’ stata portata via da qualcosa che era in cielo.
No, non una di quelle macchine volanti di cui si fantastica nelle notti in cui l’alcool scorre particolarmente copioso.
Era un falco.
Il signore di queste montagne, un predatore implacabile, un essere dalla vista acuta e dagli artigli poderosi.
Che si nutre di tutto ciò che corre incauto a terra, fuori dalla protezione del bosco.
Vuoi sapere se Lily è stata uccisa dal falco?
Non ho detto questo.
Ho detto che è stata presa.
Il falco l’ha vista correre, impazzita dal dolore, e l’ha afferrata con sicurezza ma con delicatezza con i suoi artigli e l’ha portata lontano, in mezzo alle zone più recondite della foresta che circonda le nostre terre, dove nessuno di noi si avventurerebbe mai.
Esiste un luogo, in questa foresta, un luogo che qualche ignorante non esiterebbe a definire magico, perché in mezzo al freddo e alla aridità del terreno anche in pieno inverno l’erba è verde, l’aria calda, e gli animali abbondano.
Ma non è magia, credimi.
Come faccio a saperlo?
Miscredente! Preferisci credere alla magia, o alle parole di un anziano, o forestiero?
Il luogo non è magico, tutt’altro: dalle viscere della terra sgorgano delle acque bollenti, ricche di minerali, che rendono il terreno fertile e l’aria tiepida.
Ed è proprio lì, in questa oasi in mezzo al deserto di ghiaccio, che viveva la lupa.
Sì, lo so anche io che i lupi amano vivere in mezzo alle nevi, sugli strapiombi ghiacciati da dove possono vedere le prede e lanciarsi verso una caccia brutale.
Ma non ho detto lupi.
Ho detto la lupa.
Una bestia solitaria, che aveva abbandonato i suoi simili e aveva scelto l’oasi come sua residenza per la facilità con cui poteva cacciare il cibo senza bisogno del branco.
Il falco scese e lasciò la bambina davanti alla grotta dove sapeva che la lupa si rintanava quando era stanca.
Piano, senza fretta, dal buio della grotta l’animale spuntò.
Prima gli occhi, poi le zanne, infine tutto il resto.
Guardò il falco. Non erano amici, devi sapere. Si tolleravano tuttavia, pur cacciando le stesse prede, e non si facevano la guerra.
C’era già abbastanza guerra in quelle terre.
La lupa guardò la bambina che piangeva silenziosamente, la afferrò per la maglietta con i denti e senza girarsi la portò nella grotta.
Negli anni che seguirono, mentre il sangue in paese continuava a scorrere senza interruzione, Lily visse con la lupa e con il falco.
La lupa la allattò per un po’, poi l’aiutò a scegliere i funghi, e a mangiare piccoli animali.
Lily aveva visto sua madre cucinare, e anche se era un piccola bimbetta imparò ad usare le acque bollenti della sorgente per cuocere le carni.
Il falco invece la spingeva a non adagiarsi a quella vita protettiva.
Arrivava all’improvviso e la faceva rotolare con una spinta del becco.
Poi la stuzzicava, le faceva piccolissime ferite che emettevano solo poche gocce di sangue, ma sufficienti a far infuriare Lily che gli correva incontro con un bastone o con un sasso, e ovviamente non lo prendeva mai.
Alla fine divenne così agile, e forte, che non ebbe bisogno più della lupa per trovare da mangiare.
Questa vita sarebbe potuta andare avanti per sempre forse, ma un giorno accadde un fatto straordinario.
Forse magico, questo sì.
Ai bordi della sorgente, tra le rocce e il bosco, spuntò un giglio.
Alto, bianco, luminoso.
Quando Lily lo vide, ricordò.
Improvvisamente ricordò tutto.
Ricordò un libro che aveva sua madre, dove erano descritti i fiori più belli del mondo.
Ricordò che il giglio era il suo preferito.
Ricordò che la madre un giorno le disse di averla chiamata così perché quando era nata era bella e bianca come un giglio.
Poi ricordò quella notte terribile: la morte dei suoi genitori, la corsa, il falco, la lupa.
E per la prima volta da molti anni pianse.
Si inginocchiò davanti al giglio, lo prese delicatamente e lo strappò dalle sue radici.
Poi si girò e vide la lupa ed il falco che la guardavano.
Durò pochi secondi, poi il falco si librò in cielo sbattendo le ali, e la lupa tornò nella grotta scomparendo alla sua vista.
Lily esitò solo un attimo poi prese il giglio, indossò la giacca di pelli di coniglio che si era fabbricata, e si incamminò nel bosco.
Dopo due giorni di cammino, in cui soffrì la fame e il freddo, arrivò finalmente al paese.
Il nostro paese.
Arrivò al momento giusto, o forse quello sbagliato, non saprei dirlo.
Arrivò mentre la battaglia imperversava già nel nostro paese casa per casa, e gli uomini morivano davanti ai suoi occhi.
Arrivò con il suo giglio bianco, in mezzo al paese, e si fermò.
E tutti quanti si fermarono quando la videro.
Quando videro i suoi occhi disperati.
La sua bocca tremante.
Le mani delicate che reggevano il giglio.
Improvvisamente i soldati, che fino ad un momento prima si combattevano con ferocia, abbassarono le punte delle spade.
Il silenzio calò sul campo di battaglia.
Lily guardò tutti con rabbia, poi con compatimento, infine con tenerezza.
Gli uomini si vergognarono di loro stessi e chinarono il capo.
Il silenzio durò a lungo, finché non venne interrotto dalle campane della piccola chiesa, lontana, arroccata all’inizio delle montagne.
Era la vigilia di Natale, e mentre i preti celebravano la messa, uomini ormai induriti da anni di guerra continuavano ad ammazzarsi.
Fu un attimo, finché il primo dei soldati non si fece coraggio e gettò la sua spada a terra: il rumore così assordante che tutti sobbalzarono.
Poi un altro, poi un altro, finché tutti non ebbero gettato le armi, da una parte e dall’altra.
Lily li guardò con compiacimento, poi con il suo giglio stretto in petto si diresse verso la chiesetta, seguita da tutti i soldati.
La guerra finì quel giorno, e il giglio di Lily divenne il simbolo del nostro paese.

Ora vorrai sapere cosa ne è stato di Lily, dopo, vero?
Lo immagino, tutti vogliono saperlo.
Ma a nessuno dò una risposta.
Però, se può consolarti, chiederò a mia figlia di portarti un’altra birra.
Sì, proprio lei.
Proprio quella ragazza con i capelli neri, gli occhi scuri, e la pelle bianca come quella di un giglio.

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Telefonata a Babbo Natale

Le letterine non si scrivono più, le email mi tornavano indietro, ho pensato bene di fare una telefonata a Babbo Natale.
Mi è sembrato carino condividerla con voi.
Per ovvi motivi di privacy non posso riportare la sua parte di conversazione, ma penso si capisca lo stesso…:-)

“Buongiorno Babbo Natale! Come stai? E una vita che non ci sentiamo.
Mi pare dal 1973 più o meno…sì quando ti ho chiesto il Manuale delle Giovani Marmotte. E certo che me lo hai portato, ci mancherebbe.
No, non ti arrabbiare, dai. Sì lo so che tu stai sempre lì, e che potevo scrivere quando volevo, ma che ne so, c’era questo mio compagno di classe che mi diceva che non esistevi…che i regali me li avevano portati mamma e papà…e alla fine ho cominciato a chiederli direttamente a loro…
Beh, effettivamente ora che ci penso non c’avevano una lira, sì avrei potuto domandarmi dove prendevano i soldi per la bicicletta, i pattini, il pallone…
Senti però, Babbo, posso chiamarti Babbo? o preferisci Natale? no perché c’è un mio amico che si chiama Natale, e noi lo prendiamo sempre in giro…va bene va bene…Babbo andrà benissimo.
Non voglio farti perdere tempo, anche perché ‘sta telefonata intercontinentale costicchia, ma ti avrei chiamato in realtà per chiederti un grande favore, relativamente ai regali di quest’anno.
Mia figlia? No, che c’entra mia figlia?
Ha già mandato la letterina? A te? Ma c’ha dieci anni, ancora crede a….no scusa, non volevo offenderti, ero solo stupito, non ne sapevo nulla.
E che cosa avrebbe chiesto?
UN GATTO?
Ma siamo impazziti! no, un gatto non se ne parla proprio, abitiamo in un appartamento, non ci siamo mai a casa, come faremmo a gestire un gatto.
Diciamole che…LO HAI GIA’ PRESO?
Babbo, ma che cazzo…scusa, scusa, scusa, SCUSAAAAA va bene, mi è scappata!
Però pure tu! Ma che fai, prendi i gatti a tutti i bambini che te li chiedono senza consultare i genitori?
Sì? Ah…
Ma senti, non potremmo pensare a qualcos’altro? Avrà fatto una lista, che ne so, delle Barbie, dei bei libri, un vestito carino…
La settimana bianca a Capodanno.
Ah. E meco…volevo dire, accidenti che gusti sofisticati ‘sta ragazzina…
Quindi tu dici che per evitare il gatto dobbiamo andare a Capodanno in settimana bianca.
Oddio, non è che sono tanto contento, però meglio così.
Che fai, mandi tu le prenotazioni dell’albergo?
In che senso “l’albergo te lo paghi da solo”? Scusa, non è un regalo che ha chiesto mia figlia a TE? E perché lo dovrei pagare io?
Gatto. Ho capito. Prenoto appena chiudiamo…
Vabbè senti, in realtà io ti ho chiamato perché quest’anno è stato un po’ difficile, non voglio lamentarmi proprio con te, ma insomma…un po’ di dolore, anzi un po’ molto, qualche dispiacere…ho bisogno di chiederti un grande regalo per poter essere più sereno.
Voglio chiederti una cosa grandissima, difficilissima, ma so che tu ce la puoi fare!
Voglio la pace nel mondo!
Ah…l’hai già promessa a Papa Francesco?
Beh, certo, capisco, non è che…no, no, figurati mica mi offendo. Poi lui è il Papa, è più il mestiere suo che il mio, ci mancherebbe.
Allora senti: per me mandami l’uguaglianza tra i popoli! Che ne dici?
Come dici? Te l’ha chiesta per primo Obama…
Sì, come non averci pensato prima. Figurati se un premio Nobel non ha il diritto di chiedere una cosa del genere…
Ci sono!
Voglio che il prossimo anno siamo tutti più ricchi!
Berlusconi? Che vuol dire “questo regalo lo diamo a Berlusconi”! Scusa, ma lui è GIA’ ricco!
Vuole dare ricchezza a tutti? Ma dai, Babbo, mica ci avrai creduto pure tu!
Quello sono vent’anni che promette di tutto, posti di lavoro, meno tasse, mo’ pure la ricchezza per tutti!
Dai, dai, non ti inc…volevo dire non ti arrabbiare!
Avrai avuto i tuoi motivi, non sono qua per litigare.
Però scusa, a me che resta? A questo punto dimmi cosa ti avanza, e mi prendo gli scarti, che devo fare?
Il trenino Lima?
Ma dai, me lo hai regalato 45 anni fa…ce lo devo ancora avere da qualche parte, non ti ricordi?
Si è rotto l’hard disk e non avevi fatto il backup quindi hai perso traccia dei regali di oltre trenta anni fa…va bene, succede, magari la prossima volta fallo ‘sto backup, comunque il trenino Lima ce l’ho.
Senti, facciamo così, ho avuto un’idea imbattibile.
Un mese di felicità per ogni abitante della Terra!
Che ne dici? Non è una figata?
Un week-end lungo? Di più non si può? E vabbè, dai, accontentiamoci, un week-end lungo di felicità per tutti gli abitanti della Terra!
Yuppiiiiiiii!
Che idea fichissima! E l’ho avuta proprio io!
A proposito, vorrei chiederti una cortesia, non è che il mio potrei averlo intorno a marzo, no perché sai avrei…in che senso 1988?
Cioè il mio weekend lungo di felicità l’ho già consumato nel 1988?
E che, me ne tocca uno ogni venticinque anni?
Trenta. Capisco.
Va bè, dai allora ti richiamo nel 2018, così ci mettiamo d’accordo.
Mi raccomando, niente gatto però, eh!?
Sì, subito, la faccio subito la prenotazione per la montagna.
Ma deve essere proprio Capodanno? No perché, sai, se si parte dopo il primo gennaio costa molto meno, e quindi…
Gatto. Ho capito. Capodanno. No problem.
Ciao Babbo, mi ha fatto piacere parlare con te.
Saluti a casa, ci sentiamo.
Ciao”

Gatto. Ma te guarda questo.

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A Christmas Carol – La vera storia di Babbo Natale

Un racconto lungo scritto per un concorso. Una favola per bambini

Per essere un bambino di nove anni, Nico aveva delle caratteristiche decisamente infantili.
Eh sì, intelligente, bravo a scuola, atletico. Ma per un paio di cose era decisamente indietro rispetto alla sua età.
La prima era che credeva ancora a Babbo Natale. Ma non a un Babbo Natale qualsiasi: proprio quello dei racconti, grasso, con la barba e i capelli bianchi, il vestito e il cappello rosso, e la slitta trainata da sei renne. Una delle quali, di nome Rodolfo, aveva il naso rosso. Chissà, forse beveva troppo vino nelle fredde serate Lapponi.
E poi Nico amava i chupa chups. Se ne era invaghito a 3 anni, vedendo un vecchio telefilm americano in cui un signore pelato, che doveva essere un poliziotto o una cosa del genere, passava tutto il suo tempo a catturare criminali, indossando uno strano cappello e mangiando un chupa chups dopo l’altro.
Ma Nico era consapevole di queste sue debolezze, e le teneva nascoste ai suoi compagni di classe. In quarta elementare, nessuno più credeva a Babbo Natale. E le chupa chups sono per le femminucce, dicevano i suoi amichetti.
E così Nico aspettava di arrivare sotto casa con sua madre, e poi quasi di nascosto ne comprava una nel bar all’angolo, e dopo averla scartata con voluttà, rientrava a casa con questo bastoncino bianco che spuntava dalla bocca.
Quel giorno aveva scelto il gusto “agrumi”. Era quasi Natale, e gli sembrava appropriato.
Mentre la madre lo precedeva portando lo zaino, chiacchierando con la sorella, che era andata a trovarli all’uscita di scuola, lui camminava chiedendosi oziosamente cosa gli avrebbe portato Babbo Natale quell’anno.
Aveva fatto la sua brava lista, scritta in bella copia, e infilata in una busta bianca indirizzata a “Babbo Natale, Rovaniemi, Lapponia, Circolo Polare Artico”.
Dell’indirizzo era sicuro, d’altronde tutti gli anni i regali che aveva chiesto – magari non proprio tutti – arrivavano regolarmente a destinazione.
Quell’anno aveva fatto una lista un po’ inusuale. Aveva messo la bici nuova.
Poi due giochi per la wii (a quanto pare Babbo Natale non amava la wii, anche lo scorso anno ne aveva inseriti tre, ma ne era arrivato solo uno. Stavolta pensava che forse chiedendone solo due sarebbe stato più magnanimo).
La bussola e il coltellino svizzero per gli scout (qualcosa gli faceva pensare che il coltellino non sarebbe arrivato).
E poi, come tutti gli anni, aveva chiesto un animale.
Su questo punto Babbo Natale era sempre stato di una coerenza imbattibile.
Non glie ne aveva MAI portato uno che fosse uno. Continua a leggere