La telefonata

La mattina usciva di casa molto presto.
Odiava il traffico romano, e anche se le automobili in giro erano solo una frazione di quelle che sarebbero state in circolazione venti anni dopo, le strade erano tuttavia molto più strette: il raccordo a due corsie poteva diventare un incubo se solo ci fossero stati dei lavori in corso, o un incidente, o le due cose insieme.
Di solito si svegliava perciò verso le 6, beveva un caffè amaro che la moglie gli preparava con una vecchia moka, poi si lavava, si vestiva e alle 6.30 era già fuori.
Dal quartiere popolare di Roma dove abitava erano buoni 25 chilometri fino alla sua destinazione, un capannone industriale in mezzo a tanti altri sulla Tiburtina.
Di solito a quell’ora faceva il centro: all’epoca chiunque poteva passare in macchina per il centro di Roma, arrivare a Piazza di Spagna, percorrere tutta Via del Corso, girare per Piazza Venezia.
Il raccordo lo odiava, e lo prendeva solo nelle giornate di pioggia intensa, quando sapeva che i sampietrini sarebbero stati un rischio per le ruote piccole e instabili della sua seicento; e anche se qualche volta ci aveva messo anche due ore, preferiva essere sicuro di arrivare.
Di solito però percorreva la Colombo fino al centro e da lì proseguiva per le strade vicino alla stazione Termini.
Non di rado lungo il percorso rallentava la già non frenetica marcia della seicento per guardare da vicino le persone che come lui popolavano la città.
Spazzini non ancora operatori ecologici con la ramazza, autisti che portavano stancamente vecchi autobus verdi con bigliettai sonnecchianti, vecchie puttane che chiudevano baracca per andare a dormire chissà dove, baristi che alzavano la serranda per cominciare la giornata.
Gli era nata poi da tempo l’abitudine di fare una sosta in un vecchio bar allo scalo San Lorenzo.
Aveva delle sedie con la plastica colorata a strisce avvolta sullo scheletro di alluminio e dei vecchi tavolini di formica che non toglieva mai dalla strada, neanche la notte: d’altronde, chi li avrebbe mai potuti rubare?
Il bar era uno schifo a essere sinceri, ma il caffé era buono, i proprietari simpatici e alla cassa c’era fin dalle prime ore del mattino una signora piacente con delle zinne enormi, sempre sorridente e gioviale.
Una volta era anche riuscito a metterci sopra le mani, su quelle zinne, ma poi non aveva dato seguito alla cosa; nonostante ciò la signora gli sorrideva sempre, ma un po’ di meno.
Uscito dal bar accendeva una sigaretta appoggiato alla macchina, una marlboro dal sapore di catrame che gli scendeva nei polmoni svegliandolo più del caffè.
La fumava in silenzio con un gomito appoggiato all’altro braccio, e con quegli occhi socchiusi da fumatore incallito che rendono gli uomini vagamente più interessanti e le donne vagamente più sensuali.
Finita la sigaretta guardava il filtro con curiosità, come se sotto la cenere potesse esserci qualche sorpresa o segreto.
Ma non c’era mai niente, e ogni volta lo lanciava via con un gesto consumato delle dita, una schicchera affinata in anni e anni di vizio che gli permetteva talvolta a lanciare il mozzicone a distanze considerevoli.
Poi risaliva in macchina e percorreva gli ultimi chilometri più sveglio e attento di quanto non fosse prima di fermarsi al bar.
Arrivato al capannone parcheggiava la macchina in uno spazio riservato.
Non che ci fosse molta altra gente durante la giornata, a dire il vero.
L’edificio era adibito quasi completamente a magazzino, e ne usciva di quando in quando un camioncino con della merce imballata: abbigliamento, cancelleria, alimenti, non poteva dirlo e non gli interessava.
In cima al capannone, arrampicato ad una scala, c’era il suo ufficio: una stanza di 30 mq con il pavimento coperto di un vecchio linoleum nero puzzolente, e una scrivania.
Sulla scrivania, un telefono.
Vicino al telefono una poltroncina.
Niente altro.
Quella mattina come tutte le mattine guardò il suo ufficio, senza piacere ma senza astio, e posò a terra la borsa.
Si sedette sulla poltroncina e guardò il telefono.
Forse avrebbe squillato, ma non poteva saperlo. Non lo sapeva mai.
Attese qualche ora, rigirando un elastico tra le dita e fumando di tanto in tanto una sigaretta, poi quando il telefono suonò facendolo sobbalzare leggermente rispose al primo squillo.
– Pronto – disse solo.
Poi ascoltò.

Prese la borsa, una 48 ore di pelle scura, e la appoggiò sulla scrivania.
Aveva un manico robusto e due zip che tagliavano in due la borsa: poteva contenere tutto il necessario per l’ufficio, ma poteva essere aperta a libretto per poter inserire il necessario per una notte in albergo, un vestito di ricambio, il pigiama, una camicia.
Mentre apriva le zip fece una smorfia.
Una puttana.
Inclinò una spalla in un gesto istintivo che voleva significare un certo fastidio, poi spense la sigaretta che penzolava dalla bocca in un vecchio posacenere divorato dalle bruciature, che originariamente doveva riportare la marca di un’acqua minerale.
Tolse dalla borsa un’agenda, un portadocumenti, un astuccio per gli occhiali, il portabiglietti da visita, dei quaderni, e liberò la zip che dava accesso al doppio fondo.
La zip correva lungo tutto il perimetro interno della borsa e una volta liberato da una copertura di stoffa leggera il fondo della borsa rivelò degli scompartimenti ben ordinati, all’interno dei quali c’erano degli oggetti scuri tenuti fermi da grossi elastici neri.
Le puttane mi stanno simpatiche, pensava.
In fondo, questa era la sua idea, assolvevano un ruolo importante per la società, e facevano un mestiere che fin dai tempi dei romani era ritenuto dignitoso e utile, anche se ai margini della società borghese,
Anch’egli ogni tanto si lasciava andare al piacere di qualche incontro con una gentile battona di Tor di Quinto, che lo trattava quasi da amico tanto che in un paio di occasioni non lo aveva fatto pagare, ma lo aveva rincoglionito con i lamentosi racconti della sua famiglia disastrata.
Ma le puttane non erano tutte brave, sicuro. E ogni tanto facevano le furbe, e serviva una lezione: qualche schiaffone, niente di serio.
Poi però c’erano quelle che esageravano: rubavano sugli incassi, si innamoravano di un cliente, o addirittura volevano mollare perché avevano trovato un “lavoro onesto”.
Sorrise a questo pensiero, mentre slegava gli elastici.
E allora in questo caso finivano a lui.
Prese il caricatore, controllò che fosse pieno, e lo inserì con un colpo secco nell’impugnatura della pistola.
Si accertò che la canna non fosse ostruita, fece muovere piano avanti e indietro il binario, poi prese dalla borsa un cilindro metallico e lo avvitò gentilmente sulla bocca della pistola, fino a stringerlo con forza.
Le puttane avevano un bruttissimo difetto, lo aveva sperimentato lui stesso: erano aggressive.
Quella che aveva strangolato sulla Salaria per farlo sembrare un incidente lo aveva preso a calci e pugni, e mentre lui le stringeva le mani sul collo fino a farla soffocare con una delle sue unghie affilate era riuscita a fargli un segno sulla guancia e per poco non gli cavava un occhio.
Alla moglie aveva dovuto raccontare di essere finito in una rissa mentre prendeva una birra con i colleghi dopo il lavoro, e si era dovuto sorbire la sua ramanzina mentre gli disinfettava la ferita e glie la cauterizzava con l’allume di rocca.
Mai più, era stato chiarissimo: puttana uguale pistola, mai più a mani nude.
Guardò il silenziatore e annuì come per chiudere il dibattito con se stesso.
Appoggiò quindi la pistola sulla scrivania e si tolse la giacca.
Prese dalla borsa una fondina di pelle leggera, con delle bretelle scure e consunte e la indossò, stringendo poi la fibbia in modo che aderisse perfettamente al corpo.
Alzò e abbassò un paio di volte le braccia, se le strinse al copro, le agitò a destra e a sinistra, e quando fu soddisfatto del risultato infilò la pistola nella fondina e rimise la giacca, allacciandola sul davanti.
Poi richiuse la borsa, dopo aver rimesso dentro tutto, la lasciò appoggiata alla scrivania, e uscì.

L’indirizzo lo aveva imparato a memoria; si aiutò con un Tuttocittà che teneva sempre in macchina, sempre l’ultimo, il più aggiornato.
In ogni caso conosceva abbastanza bene la zona, un gruppo di palazzi sull’Anagnina che spiccava in lontananza anche dall’Appia, palazzi senza storia e senza qualità, giusto un posto dove poteva vivere una puttana.
Parcheggiò la macchina a qualche centinaio di metri, e si avviò con decisione ma con calma verso il portone.
Possedeva per scelta e per natura un aspetto distinto, nessuno gli chiese cosa stesse facendo in piedi davanti ad un portone, era abile a sembrare innocuo.
Finalmente una vecchia signora uscì dal portone ed egli ne approfittò per sgattaiolare dentro; lei gli diede un’occhiata rapida poi lo ignorò. Non avrebbe saputo riconoscerlo neanche se gli fosse tornato davanti, cosa che non aveva alcuna intenzione di fare.
Guardò la cassetta delle lettere per individuare l’appartamento, poi fece le scale silenziosamente e molto piano: non voleva arrivare in cima con il fiatone e fare qualche cazzata solo perché i suoi polmoni reclamavano più ossigeno.
Giunse su un pianerottolo da dove si aprivano tre porte, quella a destra era la sua. Il suo sguardo andò a terra, un tappetino da quattro soldi recitava “Welcome”. Sorrise per l’ironia, poi si immobilizzò per qualche minuto per percepire anche il minimo rumore dalle altre due porte.
Quando fu ragionevolmente sicuro che gli appartamenti fossero vuoti suonò alla porta, ed estrasse la pistola.
Chiuse gli occhi per un attimo, prese un grande respiro e fece un passo indietro.
Sentì i passi che si avvicinavano e la porta che si apriva.
Lei si affacciò per capire chi potesse suonare all’ora di pranzo. Forse pensava ad una vicina, o al postino, chissà, fatto sta che spalancò la porta e gli comparve davanti, mentre lui puntava il silenziatore al suo petto.
Fu così che riconobbe le zinne prima del viso, zinne che sbirciava tutte le mattine presto mentre pagava il suo caffè e su cui una volta aveva avuto il piacere di mettere le mani.
Zinne che adesso sobbalzavano fragorosamente in preda al panico, sormontate da due occhi spalancati per la paura e lo stupore.
E dietro, su un piccolo triciclo, un bambinetto di pochi anni che gli sorrideva curioso.
Fu un attimo, un solo lunghissimo attimo che dipinse a tinte nere le esistenze di tutti, come se un temporale improvviso avesse oscurato la luce del sole.
Poi i suoi occhi si posarono di nuovo su quelli della donna e sparò.
Una volta al cuore, poi quando lei fu a terra un colpo secco sulla fronte per chiudere la pratica.
Rimise la pistola nella fondina e senza girarsi scese le scale, sempre con calma ma un po’ più rapidamente di quando le aveva salite.
Uscì dal portone e si diresse verso la macchina, mise in moto e si avviò verso l’ufficio, e solo quando fu a un chilometro di distanza si rese conto che non respirava da diversi minuti.
Fermò la macchina e scese.
Vomitò bile e lacrime, tossì e pianse, poi si appoggiò al cofano per qualche secondo.
Quando pensò che le gambe lo avrebbero di nuovo sorretto si tirò su, rientrò in macchina, si puli la bocca con un fazzoletto e ripartì.

La mattina dopo uscì come al solito alle sei e mezza.
Scrutò il cielo: era limpido.
Restò un secondo con gli occhi a terra a fissare le scarpe sul marciapiedi, poi decise: avrebbe comunque preso il raccordo.

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La mia vicina bellissima

Anche se le storie, come le barzellette e le fotografie, non andrebbero spiegate, ci tengo a dire che con questo racconto voglio sottolineare la differenza che ancora esiste nella nostra società tra il ruolo e le libertà che hanno donne e uomini.
Il mio maresciallo preferito stavolta non è protagonista, come nel racconto “La Rossa“, piuttosto è sullo sfondo. Un po’ sfocato, ma c’è.
Come in una bella fotografia.

Eppure l’avevo vista, e rivista, un sacco di volte.
Ci salutavamo quando ci incontravamo, non spesso ma ogni tanto.
Ci davamo del tu; qualche volta siamo anche capitati insieme in ascensore, lei che andava al piano di sopra.
Una volta avevo anche provato ad invitarla a cena: aveva rifiutato con una scusa, avevo capito ed era finita là.
Sì, era bellissima. Bellissima. Ma chissà perché riuscivo a rimanere indifferente a quei capelli scuri, quegli occhi neri, ai suoi dieci o forse quindici anni di meno.
Oddio. Indifferente no. Quando la incontravo la pressione saliva sempre un po’ e il battito accelerava, ma insomma, erano le normali reazioni ormonali di un maschio in buona salute; non ci avevo mai visto nulla di più, e non c’era nulla, più di questo.
Non che non mi sia chiesto il perché di questo apparente distacco.
E la risposta più facile era Sandra.
Anche se non eravamo sposati e vivevamo in due appartamenti separati, a pochi minuti di macchina, io e Sandra ormai facevamo coppia fissa da più di dieci anni.
Ad un certo punto c’era stato un mezzo progetto di andare a vivere insieme, di sposarci, avere dei figli.
Poi, chissà, il tempo era passato senza che ce ne accorgessimo, i nostri piani erano diventati sempre più dettagliati e poco concreti, e alla fine ci siamo resi conto che tutto sommato la nostra vita andava bene così.
Spesso passavamo la notte l’uno a casa dell’altro, ma non sempre.
E più spesso era lei che stava da me.
Ad essere sinceri, a me non andava tanto di dormire da lei: mi mancavano le mie cose, il Mac, la partita in televisione, e poi aveva quel gatto un po’ rincoglionito che perdeva peli dappertutto e mi sporcava le giacche e mi faceva starnutire.
Sandra era però la mia sicurezza, la mia ancora, la mia famiglia. Forse non più la mia passione, ma mi piaceva pensare a noi due come una coppia stabile.
Quando ero con lei stavo bene, ero sereno, se non felice.
E non pensavo alla mia bellissima vicina. Mai.

Poi un giorno la incontrai mentre saliva in ascensore.
Mi affrettai per raggiungerla, ed entrai con un sorriso che lei ricambiò, cordiale come sempre.
Mentre spingeva il pulsante per salire al quinto piano – il mio – l’occhio le cadde sulla mela bianca che campeggiava sul mio portatile.
– Hai un Mac anche tu? – chiese, un pochino stupita.
– Sì, certo. Sempre avuto Mac – risposi con il tono orgoglioso che hanno tutti gli adepti della religione di Cupertino.
Lei infilò le mani nella borsa e ne trasse un Macbook.
– Ne ho comprato uno anche io – disse – ma non so perché non riesco a configurarlo bene. Tu mi potresti aiutare? – chiese con un sorriso.
Vediamo: una bellissima ragazza chiede ad un uomo se la può aiutare in un campo di cui egli è esperto e lei apparentemente no.
C’erano possibilità di rifiutare?
– Certo – risposi cortese – se me lo vuoi lasciare gli do un’occhiata e poi magari ti chiamo quando ho fatto –
Fu allora che accadde.
Che mi guardò diversamente.
Che divenne seria, anche se gli occhi ridevano e le brillavano.
– Facciamo così – propose con un tono di voce calmo e quasi sussurrato – dato che stasera avevo intenzione di starmene a casa tranquilla ti lascio il Mac per un paio d’ore. Se riesci a sistemarlo, ti sei guadagnato un invito a cena. Che ne dici? –
Che ne dicevo? Cosa ne potevo dire?
Uscii al mio piano con il Mac di Anna – la vicina – e mi precipitai a casa.
Buttai il cappotto per terra all’ingresso e guardai l’orologio: le sei. Ce la potevo fare.
Mi misi subito al lavoro, configurai il collegamento wi-fi con la mia rete, accesi il Macbook di Anna e cercai di capire cosa non andasse.
Un’ora dopo era tutto a posto. Anna aveva aggiornato i software in dotazione ma non il sistema operativo. Scaricai l’aggiornamento, feci un po’ di pulizia di vecchie release, e il Macbook fu sistemato.
Ora toccava a me.
Mi feci una doccia come se non mi fossi mai lavato in vita mia, la barba con un’accuratezza speciale, camicia pulita, maglione giovanile; insomma, mi sentivo come se andassi ad un appuntamento.
In realtà, mi dicevo, era solo una carineria. In fondo mi aveva fatto lavorare gratis, e non dovevo sperare che la serata andasse in direzioni impreviste.
Comunque alle otto suonai alla porta del piano di sopra, con in una mano il Macbook di Anna e nell’altra una bottiglia di vino.
Nei pochi secondi che intercorsero tra il rumore dei suoi passi e l’aprirsi della port, il mio cervello mi proiettò l’immagine di Anna, curatissima, issata su due tacchi assassini, con indosso solo un vestitino leggero e della lingerie ricercata.
Ovviamente la donna che mi aprì la porta era struccata, indossava una tuta da ginnastica, e aveva i capelli raccolti in una coda con un elastico.
Se si accorse della mia delusione non lo diede a vedere.
Mi fece entrare con un sorriso, appoggiò il Mac all’ingresso, prese la bottiglia e la mise sulla tavola, già apparecchiata per due.
Mentre lei chiacchierava dalla cucina del più e del meno mi guardai intorno.
Aveva una bella casa, più o meno speculare alla mia, ma arredata con più gusto. Un grande specchio rimandava l’immagine del salone aggiungendo profondità all’ambiente.
La cucina era praticamente a vista, e potevo sbirciare Anna mentre sistemava le ultime cose.
Si presentò con due scodelle.
– Non ti dispiacerà se ho preparato dell’insalata, vero? Non aspettavo ospiti, e non mangio mai molto la sera. Ma se hai fame ho anche una torta di mele, anzi mezza a dire il vero, che dovrebbe essere buona. Io non mangio dolci, ma ha un bell’aspetto. – concluse con un sorriso gentile.
– L’insalata andrà benissimo. E forse anche la torta – risposi conciliante – In fin dei conti ho sempre un paio di chili da togliere, ormai saranno dieci anni che me li porto a spasso. –
Lei rise, e cominciammo a mangiare.
La cena durò poco, perché alla fine mangiammo solo l’insalata, e ci spostammo sul divano a chiacchierare, bicchieri di vino in mano.
Parlammo delle cose che ci piacevano, delle nostre famiglie, del nostro lavoro – lei era consulente del lavoro in una società svizzera di cui non ricordo il nome – insomma una chiacchiera tra amici.
Io non avevo dimenticato la cura con cui mi ero preparato, ma la serata stava diventando una piacevole e innocua riunione tra condomini, quando Anna ad un certo punto, senza preavviso, posò il bicchiere e mi chiese:
– Se ancora vuoi quello che desideravi quando mi hai invitato a cena qualche mese fa, lo puoi avere –
Probabilmente la mia mandibola raggiunse l’ombelico per lo stupore, ma non era il momento di girarci intorno.
– Certo che lo voglio. Sono venuto apposta, stasera – risposi arrischiando una baldanza che non sentivo. In realtà me la stavo facendo un po’ sotto.
Ma lei non sembrò accorgersene, e mi prese per mano portandomi in camera da letto.
Del tempo che trascorse da quel momento non saprei raccontare, ero in una specie di stato onirico, la passione cancellò quasi completamente le mie facoltà intellettuali.
Ricordo solo che ad un certo punto dissi:
– Non resisto più –
E lei mi guardò, un po’ incattivita.
Abbassò gli occhi. Era sopra di me, mi bloccò le mani con le sue e disse con un filo di voce:
– Non ci provare. Morditi le labbra, pensa a tua nonna, a qualche brutto servizio del telegiornale, fai come ti pare, ma non mi mollare adesso o mi incazzo sul serio. E non sto scherzando –
Mia nonna, poverina, non mi sembrava proprio il caso di scomodarla in quel frangente.
Allora pensai a Laura, una mia compagna di classe brutta, ma veramente brutta, con la quale ero finito a letto l’ultimo anno del liceo, forse più per necessità che per interesse.
E che avevo incontrato dopo venti anni e venti figli, a giudicare dal suo stato di conservazione.
E che ad un certo punto, dopo che chiacchieravamo del più e del meno, si era avvicinata all’orecchio e mi aveva sussurrato: “Sai che ancora ripenso a quella volta? Qualche volta ancora mi eccito pensando a te, dovremmo rifarlo”. Ero scappato via con una scusa, disgustato.
Ecco: ripensare a Laura mi aiutò parecchio, anzi, forse anche troppo perché ad un certo punto il problema sembrò spostarsi nella direzione opposta, e fui costretto a riaprire gli occhi per guardare Anna che muoveva lentamente la testa, gli occhi chiusi, un labbro tra i denti tirato da un lato.
Alla fine lei fece un grande sorriso, stirò le braccia, e poi si accoccolò sul mio petto.
Fu allora che mi resi conto di amarla.
Io non volevo solo il suo corpo, non volevo solo stare a contatto con la sua pelle.
Io volevo lei, io la adoravo, era già parte di me.
E mentre le carezzavo piano la testa, e poi la schiena, le natiche, pensavo alla vita insieme, a dei figli, ai viaggi.
Pensavo a me e lei come una cosa sola.
Durò un paio di minuti quell’idillio, poi lei si alzò.
Pensai che dovesse andare in bagno, ma quando mi girai mi accorsi che era in piedi vicino a me, con un sorriso come sempre, ma con i miei vestiti in mano.
Il mio sguardo sorpreso la fece ridacchiare, e si sentì in dovere di una spiegazione. Che forse fu la cosa più umiliante.
– E’ stato bello. Sei stato carino, e pensare alla nonna è stato molto gentile da parte tua. Però ora ti devi vestire e tornare di sotto, io voglio dormire. Da sola. E no. Se te lo stai chiedendo, non si ripeterà. Non sarebbe neanche successo, se non fossi stato così gentile con me, oggi. Non voglio casini nei posti dove lavoro e dove abito, e non voglio relazioni. Di nessun tipo. Quindi per quanto piacevole sia stato, non si ripeterà. A meno che io non abbia un altro computer da sistemare – concluse facendomi l’occhiolino.
Io ero senza parole mentre mi rivestivo, e non dissi niente finché non mi trovai sulla soglia.
Allora tentai di dirle:
– Ma… –
Mi interruppe con un “sssssth”, mi baciò sulle labbra, e mi chiuse la porta in faccia.

Nei giorni seguenti lo stupore piano piano lasciò strada ad un solo sentimento: il desiderio.
La desideravo, fisicamente e non solo. La amavo, volevo rivederla.
Era diventata un’ossessione, e tutto quello che non si era manifestato in tutti quegli anni di vicinato, esplose incontenibile, finché un giorno non le mandai un messaggio.
Pensavo di essere spiritoso e sul whatsapp scrissi: “Nessun computer da riparare oggi?”, con tanto di sorrisino e cuore.
La risposta fu secca: “No, e non prevedo si rompano in futuro”.
Fine. Porta chiusa.
Allora le chiesi l’amicizia su facebook, cosa che non avevo mai fatto finora perché anche io ci tengo, anzi, ci tenevo, a non avere rapporti troppo stretti con i vicini di casa.
Aspettai un paio di giorni, ma non accettò.
Allora le mandai un messaggio privato: “Ehi! Sono io, volevo rimanere in contatto con te”.
Non rispose, ma lesse il messaggio, e quando tentai di mandargliene un altro capii che mi aveva cancellato del tutto. Non potevo più vederla.
Mi scoprii arrabbiato a quella mossa.
Va bene, mi dicevo, non vuoi più scopare con me? Ok, lo posso capire, ma perché non vuoi neanche sentirmi?
Mi hai trattato come un oggetto.
Che cosa sei, solo una puttana?
Il sentimento non conta niente per te?
Ero infuriato, e lo fui per diverse ore, poi Sandra mi raggiunse; cercai di non farle percepire il mio stato d’animo, e facemmo persino l’amore, con lei gentile e dolce come al solito, e con me che pensavo alla donna al piano di sopra.

Nei giorni successivi cercai di evitare di pensare ad Anna, e ci riuscii.
La sera stavo sempre con Sandra, per lo più a casa sua, gattaccio o meno.
Di giorno lavoravo fino a tardi, prendendomi anche rogne che non mi spettavano.
Sapevo che dopo un po’ la morsa che mi prendeva allo stomaco sarebbe scemata, e poi svanita del tutto.
E ad un certo punto mi sarei dovuto rassegnare a vendere casa e ad andare a vivere con Sandra e il suo gatto.
Sì, meglio così.
Raggiunta quella consapevolezza mi sentii meglio, e rallentai un pochino la frenesia dei giorni precedenti.
Fu così che un pomeriggio arrivai a casa non tanto tardi, e mentre stavo per salire sull’ascensore sentii la sua voce:
– Enrico, aspetta, saliamo anche noi! –
Mi girai, e lei era lì.
Bella. Bellissima. Sorridente.
E non era sola.
Con lei c’era un uomo mai visto, più o meno della sua età. Alto, atletico, un bel sorriso.
Si vedeva che i due se la intendevano.
Avrei dovuto esserne lusingato: Anna mi aveva messo in un gruppo ristretto di persone di cui faceva parte anche quel figo pazzesco.
Ma in realtà non lo ero. Ero infuriato. Lei era mia, e invece da lì a pochi minuti avrebbe scopato con quell’altro.
Non potevo sopportarlo.
Tenni gli occhi bassi per tutto il tragitto dell’ascensore poi uscii rapidamente borbottando un saluto.
Arrivai alla porta di casa, la aprii e la richiusi istantaneamente, poi mi appoggiai alla porta, gli occhi chiusi, respirando affannosamente.
Quando il panico si fu calmato, riaprii gli occhi e mi diressi verso lo studio.
Avevo deciso. Se lei non poteva essere mia, non doveva essere di nessun altro.
L’avrei uccisa.
Ma non volevo finire in galera, quindi decisi di ucciderla senza fretta.
Prima dovevo lavorare per eliminare le tracce del nostro rapporto, poi dovevo tenere un comportamento che non avrebbe destato sospetti, e solo allora avrei potuto ucciderla.
Perché io l’avrei uccisa. Era deciso.

Per prima cosa cancellai tutti i messaggi che le avevo mandato. Per fortuna l’unico whatsapp era scherzoso, e comunque lo cancellai dal mio telefono, ragionevolmente certo che lei avesse fatto altrettanto.
Stessa cosa per i messaggi su fb.
Telefonate non ce n’erano state.
Qualche email, che cancellai pur sapendo che un esperto avrebbe potuto ritrovarle, ma per fortuna ero stato cauto.
Quando terminai di bonificare tutto passai alla fase successiva.
Dissi a Sandra che era ora di andare a vivere insieme, e che la sua casa mi piaceva tanto, e anche il suo gatto; che avrei messo in vendita la mia, e così feci davvero.
Sandra ne fu felice e dopo pochi giorni mi trasferii da lei; così non incontrai più Anna.
Fino al giorno in cui la uccisi, ovviamente.
Misi su una maschera felice, al lavoro ero sempre di buon umore, con Sandra premuroso, con la famiglia e gli amici non accennavo mai a problemi, non litigai più neanche con il parcheggiatore che tutti i giorni voleva un euro per farmi lasciare la macchina sotto l’ufficio.
Insomma: dovevo essere irreprensibile e allontanare qualsiasi sospetto.

Attesi un paio di mesi, mi sembrava un periodo sufficiente, e una sera misi un po’ di sonnifero nel bicchiere di Sandra. Niente di forte o di cui potesse rimanere traccia.
Tra l’altro lei ha sempre un sonno profondissimo, volevo solo essere sicuro che non si svegliasse.
La convinsi ad andare a letto tardi, dopo aver visto un film pallosissimo.
L’effetto fu immediato: dopo cinque minuti dormiva russando sonoramente.
Uscii di casa e andai al mio appartamento, che ancora non avevo venduto.
Salire al piano superiore non fu uno scherzo, ma neanche difficile: la chiostrina interna dava sui bagni più lontani, e ricordavo bene che la camera da letto di Anna era lontana almeno quindici metri dal bagno.
Mi issai con una corda che avevo preparato, erano pochissimi metri e c’erano degli abbondanti cornicioni.
La serranda era tirata su, un po’ come la tenevano sempre tutti, perché la chiostrina era buia e serviva sempre un po’ di luce. E quasi nessuno la chiudeva la notte, lo avevo già notato da tempo.
Pigrizia, fatalità, chissà.
Fatto sta che praticamente tutte le finestre dei bagni che davano sulla chiostrina erano aperte, o almeno con la serranda rialzata, e quello di Anna non faceva eccezione.
Entrai facilmente nel bagno, e mi mossi con cautela.
Era improbabile che un uomo fosse rimasto a dormire con lei, ma non volevo correre rischi.
Nella mano destra avevo il coltello che avrei usato, ma mi ero portato una vecchia pistola che tenevo in casa da anni per sicurezza.
Dovendo scegliere, preferivo la galera al cimitero.
Ma non ci fu bisogno di usarla.
Arrivai in camera da letto, e lei era lì.
Bellissima. Nuda. Sopra il letto.
La diagonale del suo corpo che disegnava delle geometrie perfette con le braccia e le gambe, e il seno morbido che si abbassava e alzava al ritmo del suo respiro.
Le infilai il coltello dritto nella gola con un solo movimento secco.
Non aprì neanche gli occhi, non ne ebbe il tempo.
L’unico indizio che si accorse che la morte stava sopraggiungendo fu uno scatto con gli arti, tutti e quattro insieme.
Sembrava una marionetta che finiva l’ultima piccola riserva di energia.
Ed era proprio così.
Estrassi il coltello, attento a non tagliarmi, e lo pulii sul lenzuolo.
Poi la guardai per l’ultima volta.
Quanto era bella. E quanto l’amavo!
Uscii dalla camera da letto, mi trattenni qualche minuto per guardare la casa alla luce tenua dei lampioni stradali, ben attento a non passare davanti alle finestre, poi con una certa riluttanza me ne andai dalla porta, la chiusi delicatamente dietro di me, e tornai a casa da Sandra, dopo aver gettato il coltello e i guanti in un cassonetto lontano da casa di Anna.

Le ho raccontato tutti questi dettagli perché ormai non c’è più ragione di mentire, Maresciallo.
Ho capito che nonostante tutte le mie accortezze siete riusciti a provare che ad uccidere Anna sono stato io, e almeno così mi toglierò questo peso dallo stomaco.
No, non dalla coscienza: quello che ho fatto è terribile, ma anche quello che lei ha fatto a me, mi creda.
Non mi sto giustificando, non servirebbe a niente. Ma una donna non può illudere così un uomo per poi deluderlo, non può.
Non sono impazzito, se è quello che pensa, anzi, non credo di essere mai stato più lucido in vita mia.
E mi creda, nonostante la sua competenza e intuito, e la sapienza informatica del suo vice, non sareste mai risaliti a me, se la rabbia e l’amore non mi avessero fatto commettere quel piccolo errore.
Lo so.
Non avrei mai dovuto frantumare il suo Macbook e usarne i pezzi per scrivere “Puttana” sul pavimento.
Ma un uomo è un uomo. Lei converrà con me, Maresciallo.


Ascensore

Abitudini

Scrivere un noir in meno di 2.500 battute è un’impresa non da poco.
Era l’obiettivo per un concorso, e posso dire con orgoglio di averne impiegate molte meno.
Beh, se poi il risultato sia stato all’altezza…non lo devo dire io 🙂



Separatore
Prima di aprire la porta suono il campanello. E’ un’abitudine che ho preso da quando l’ho trovata a letto con un mio amico.
La prima volta, o almeno la prima volta che me ne sono accorto; e poi ce ne sono state molte altre, e forse molte altre anche prima.
Da allora preferisco annunciarmi, è diventata un’abitudine a cui non riesco a rinunciare. Preferisco non sapere.
Appena entro in casa la confusione mi colpisce: libri a terra, vasi rotti, sedie rovesciate.
Chiudo la porta, cauto, e cammino lentamente; il cuore mi batte forte.
Sulle pareti del corridoio inequivocabili le strisciate dei polpastrelli intrisi di sangue, a terra orme rosse e pozze dello stesso liquido rosso e denso conducono alla camera da letto.
Adesso il cuore mi si è quasi fermato, non so se avrò il coraggio di entrare.
Alla fine avanzo, gli occhi chiusi, e poi li apro di colpo.
Nella stanza in penombra il corpo riverso sul letto non sembra quasi più quello di una donna, solo i capelli tradiscono la sua natura.
Il resto è martoriato, la testa quasi staccata dal collo, tagli dappertutto, il sangue che forma una pozza sotto il corpo, le gambe spezzate e piegate ad angolo retto, le braccia inutilmente tese a proteggere il viso dalla furia omicida.
Respiro affannosamente, lo sguardo gira per tutta la stanza, ma non oso entrare.
Poi, quasi per caso, vedo sul pavimento il luccichio vicino allo specchio.
Mi avvicino in punta di piedi, per non rimestare il sangue che si sta rapprendendo.
Mi chino e raccolgo l’oggetto: è la mia fede.
Esco dalla camera da letto senza girarmi a guardare il corpo, vado in bagno, la lavo e me la infilo all’anulare.
Poi torno indietro, esco di casa e mi chiudo lentamente la porta dietro le spalle.
Entro in macchina, resto qualche minuto immobile, le mani sul volante, la fronte appoggiata al piantone dello sterzo, finché il respiro non torna a essere regolare.
Guardo il fagotto bianco che avevo appoggiato sul sedile, poi accendo il motore e guido.
Percorro quasi dieci chilometri, finché non arrivo alla vecchia discarica.
Scendo dalla macchina, circondato dai gabbiani di fiume che rovistano l’immondizia in cerca di cibo e scaglio il fagotto con dentro il coltello intriso di sangue il più lontano possibile.
Poi torno in macchina, faccio manovra, e mi dirigo verso il casello dell’autostrada.
‘Quella puttana’, penso non senza soddisfazione. ‘Quella grandissima puttana’.

Finestra Magnolie

Foto di Rolandfan

La Rossa

Un racconto del mio investigatore preferito, protagonista di altri racconti come Pendolari, o Compagni di Scuola.

Separatore

Quando il Maresciallo Graziosi finalmente entrò nella saletta degli interrogatori, e la vide seduta sulla sedia che riservavano agli “ospiti”, come li chiamavano in caserma, sentì improvvisamente il cuore che smetteva di pompare sangue.
Dovette appoggiarsi con una mano alla sedia, e sedersi lentamente.
E niente, nessuno sforzo di volontà, nessun autocontrollo, neanche l’esperienza di 25 anni di lavoro e quasi 50 di vita, gli permisero di chiudere la bocca.
Rimase così, per un tempo lunghissimo, con la bocca aperta e gli occhi spalancati.
Non era in realtà la donna in sé ad averlo colpito.
Non erano i capelli rossi scarmigliati, le labbra disegnate, la pelle chiara cosparsa di efelidi.
Non era il sorriso sarcastico che affiorava.
Non era il gomito appoggiato sul tavolo e la mano ossuta che reggeva la sigaretta.
Non erano neanche le palpebre leggermente socchiuse.
E neanche lo sguardo con cui cercava di sedurlo all’istante, così come probabilmente aveva cercato di fare con migliaia di uomini.
No.
Graziosi era troppo intelligente, smaliziato, onesto, incorruttibile a qualsiasi livello, per cadere in una trappola come questa.
Anche se una parte del suo organismo, neanche troppo nascosta, si sarebbe volentieri buttato in quel baratro.
No.
Graziosi perse il controllo di sé, per un lungo momento, perché quella donna era la copia vivente di sua madre, di come lui la ricordava da ragazzo.
Rivedersela davanti, nel corpo di quella donna, lo aveva colpito ad un livello che non pensava fosse stato possibile.
Solo per quel motivo, per la prima volta nella sua carriera, Graziosi si dimenticò per un lunghissimo momento della sua posizione e del suo ruolo.
E lo fece quasi volontariamente.

Forse sarebbe addirittura rimasto in quella posizione, gli occhi negli occhi di quella donna sconosciuta, se il suo vice Di Capua non l’avesse scosso agitandogli un gomito.
– Marescià – gli sussurrò – si sente bene? –
Graziosi scosse leggermente la testa, come per riprendersi da un colpo proibito.
Abbassò gli occhi sulle carte che aveva davanti a sé, più per non essere costretto a guardare gli occhi della donna, che sapeva comunque fissi su di sé, che per reale necessità; sfogliò qualche documento, poi attaccò:
– Allora Signorina… –
– La prego – lo interruppe la Rossa, come l’aveva soprannominata all’istante nella sua mente – Marchesina Ginevra Costanza di Capriglia –
Graziosi alzò brevemente gli occhi dalle carte solo per incontrare quelli della Rossa, che lampeggiavano d’ira.
Il Maresciallo annuì comprensivo, poi tornò ai suoi documenti.
– Certo, certo, Marchesina…lo leggo qui il suo nome. Insieme ad un’altra decina di nomi che lei ha utilizzato negli ultimi anni. Ma a quanto pare il suo vero nome, quello con cui il fisco italiano la conosce ed apprezza, è Giovanna Santi. –
Si aspettava Graziosi che la donna arrossisse, avesse uno scatto d’ira, lo insultasse, negasse, insomma prevedeva una reazione netta.
Invece la donna si limitò ad aspirare un’altra boccata di fumo mentre continuava a guardarlo fisso negli occhi.
Solo una leggera increspatura della bocca, a formare un ironico sorriso, lasciava capire che le parole del Maresciallo erano arrivate a destinazione.
– Lei sa – continuò Graziosi – che questo interrogatorio è solo di routine. In sintesi, non possiamo non ascoltare le sue ragioni, anche se le prove che abbiamo raccolto ci dicono che l’omicidio del Cavalier Binetti non ha più molti segreti per noi –
La donna gli sorrise brevemente, poi abbassò gli occhi per spegnere la sigaretta e quando li rialzò giunse le mani quasi a mo’ di preghiera.
– Mi sta dicendo, Maresciallo, che non avete dubbi. La colpevole sono io. –
– Così sembra – disse cauto Graziosi guardandola negli occhi.
– Lei non mi sembra un cretino – disse improvvisamente la Rossa, facendo avvampare il Maresciallo – eppure si sta comportando come tale. Solo per il fatto che io avessi un miliardo di motivi per uccidere quell’essere abominevole, abietto, debosciato, di Binetti, non vuol dire che lo abbia fatto, non crede? Ma le dirò di più: se potessi uccidere qualcuno, ucciderei seduta stante l’uomo o la donna che ha fatto fuori il Binetti. Perché mi ha tolto la soddisfazione di vederlo finire in rovina e di implorare il mio perdono, quando sarei finalmente andata via da quella casa nel mio abito rosso, senza voltarmi indietro –
Concluse la recita con un gesto della mano che simulava perfettamente l’ondeggiare delle sue anche nell’allontanarsi.
Graziosi e Di Capua rimasero a bocca aperta mentre la donna sorrideva soddisfatta, la schiena appoggiata comodamente alla sedia.
Per qualche secondo solo il fruscio nervoso dei fogli che Graziosi passava continuamente di mano tagliò il silenzio che era sceso nella stanza.
Poi Graziosi, non senza un moto di stizza, raccolse tutte le sue carte e si alzò.
– Vedo Signorina Santi che lei ha inteso comportarsi in questo luogo come fosse su un palcoscenico. Ma qua non si fa arte. Qua si cercano verità e giustizia, e le cerchiamo in mezzo al letame della menzogna degli esseri umani. E se avessi ricevuto un euro per ogni indagato che mi ha detto “avevo un sacco di motivi ma non sono stato io”, oggi sarei miliardario. Quindi, se e quando avrà intenzione di raccontarci qualcosa di interessante per le indagini saremo lieti di ascoltarla. Ma fino a quel momento, mi perdoni, abbiamo da fare e lei rimarrà sotto la nostra custodia come stabilito dal magistrato –
Andò via senza salutare, malcelando la rabbia che gli stava salendo per non essere riuscito a mascherare i suoi sentimenti di fronte a quella donna, e per la sensazione terribile che lo pervadeva ogni qual volta un’indagine sembrava incanalata verso una soluzione facile.
Troppo facile.
L’attività investigativa era uno dei pochi ambiti dello scibile umano in cui il rasoio di Occam falliva miseramente più spesso di quanto uno si potesse aspettare.

Di Capua raggiunse il suo capo dopo aver riconsegnato la Rossa ai colleghi che la tenevano in custodia.
Trovò Graziosi nel suo ufficio con la testa affondata nei faldoni dell’omicidio Binetti.
Non era un buon segno, si disse Di Capua. Evidentemente il Maresciallo aveva avuto il sentore che qualcosa nel caso non fosse ancora chiaro e aveva intenzione di riesaminare meticolosamente tutti i passaggi.
Con cinque morti sospette nelle ultime due settimane in tutta Roma Nord l’ultima cosa di cui avevano bisogno era riaprire un caso praticamente chiuso.
– Guarda qua Di Capua – disse Graziosi senza alzarsi dal faldone.
Di Capua alzò gli occhi al cielo, come faceva sempre quando il suo capo si intestardiva su qualcosa.
In quel preciso momento, come punto da una vespa, Graziosi alzò di scatto la testa e guardo truce Di Capua, che aveva ancora i bulbi oculari rivolti al soffitto.
– Di Capua, vogliamo decidere che la Marchesina è colpevole e passare ad altro, o vogliamo capire se sia stata veramente lei ad uccidere Binetti? – chiese sarcasticamente Graziosi.
L’appuntato, colto in fallo, arrossì e cercò di giustificarsi:
– Marescià, però non è che ci sta tanto da ragionare… –
– E allora dai, riassumi i fatti e vediamo se mi convinci. Perché io, purtroppo, NON sono ancora convinto –
– Allora – iniziò Di Capua raccogliendo le idee – il Binetti e la Santi erano soli, tranne un filippino di servizio che dorme in casa e che ha testimoniato in maniera coerente con i vicini. Verso le due di notte hanno litigato ferocemente: urla, insulti, vasi in frantumi, le solite cose insomma. Lei va via sbattendo la porta, lui le grida dietro. Lei torna dopo due ore, altre grida, rumori etc, poi i due si placano. Stamattina alle 7 il filippino trova il Binetti nel salone in un lago di sangue, la Santi su una poltrona, tutta sporca, in uno stato di trance, e un coltello in mano che si rivelerà essere l’arma del delitto. Le testimonianze dei vicini sono perfettamente sovrapponibili con quelle del filippino; anzi, qualcuno si è spinto a dire che non è stupito dell’epilogo della storia tra i due. –
Di Capua si interruppe e Graziosi lo guardò fisso. L’appuntato fece un gesto con le spalle, imbarazzato.
– Tutto qua? – chiese Graziosi.
Di Capua annuì. Capiva che per qualche motivo il Maresciallo era irritato, e cercava di non prestare il fianco ad altri commenti sarcastici.
– Quindi ritieni che sia inutile cercare in altre direzioni: Magari verificare se il Binetti fosse nei guai economici, oppure invischiato in qualche storiaccia passionale. Oppure ancora cercare di capire se qualcun altro si possa essere introdotto in casa e ucciderlo. Vogliamo chiuderla così? La colpevole è la “marchesina” e noi passiamo oltre: è questo che proponi? –
Di Capua era stupito. In tanti anni di collaborazione Graziosi non era mai stato così aggressivo nei suoi confronti. Evidentemente quella donna aveva portato allo scoperto questioni personali irrisolte e il Maresciallo si stava sfogando con il suo vice.
– Beh… – disse tentativamente – possiamo indagare sul maggiordomo e capire se magari avesse qualche motivo di rancore con il Binetti. D’altronde lui dormiva già lì, non aveva bisogno di entrare di nascosto in casa… –
– Eh no! cazzo, Di Capua! – urlò Graziosi alzandosi di scatto e battendo un pugno sul tavolo così forte da far sobbalzare il computer, il portapenne e lo stesso Appuntato – questo non te lo permetto! Se adesso provi a dirmi che il colpevole è il maggiordomo, come nei peggiori film di genere, ti mando a fare le multe alla discarica di Malagrotta –
Guardò Di Capua serissimo per un momento, poi scoppiò a ridere e l’atmosfera si rilassò istantaneamente.
– Andiamoci a prendere un caffè – propose Graziosi incamminandosi verso il bar – e lasciamo stare il maggiordomo. Quello da domani sta in mezzo a una strada, non lo vedo proprio a uccidere la gallina dalle uova d’oro! –

Se c’era una cosa che il Maresciallo Graziosi aveva imparato nella sua ormai venticinquennale carriera nell’Arma era che i detti popolari, triti e ritriti quanto si voleva, erano tutti assolutamente veri.
In particolare “piove sul bagnato” aveva una ripetibilità matematica che gli faceva paura; come se un’entità superiore aspettasse di vederlo in difficoltà e invece di lanciargli un salvagente lo tramortisse con una bastonata sul collo.
Ridendo, ma amaramente, Graziosi amava ricordare la famosa scena di un film comico americano, in cui i protagonisti sono nei guai perché devono disseppellire una bara, e alla fine uno dei due per non essere del tutto pessimista sull’esito dell’operazione, chiede retoricamente: “Beh, almeno peggio di così non può andare no?” e l’altro: “Come no, potrebbe piovere”. E regolarmente inizia a diluviare.
Avevano passato lui e Di Capua una giornata intera a rivedere tutta la documentazione sull’omicidio Binetti.
Dati bancari, telefonate, amicizie, amorazzi, la ex-moglie, i vicini, tutto insomma, e non avevano trovato niente.
Niente di niente.
La vittima non aveva problemi economici, non aveva nemici, non era stato minacciato da nessuno – tranne che dalla “Marchesina” cioè – non aveva confidato a nessuno di particolari stress, non aveva a quanto pare un’amante, non giocava d’azzardo, non faceva trasferimenti bancari sospetti, estero su estero o simili; gli affari – era agente immobiliare per residenze di lusso – andavano a gonfie vele e faceva soldi a vagonate.
Insomma: niente.
E proprio mentre i due, sconsolati, erano immersi nella lettura dei faldoni nella speranza di farsi venire qualche idea brillante, la voce stentorea di Ziliani fece irruzione nell’ufficio di Graziosi.
La sola vista di Ziliani, promosso a Capitano per incompetenza dimostrata sul campo e assegnato con ruoli di supervisione investigativa al tribunale di Piazzale Clodio, faceva venire il voltastomaco a Graziosi.
Il suono della voce gli provocava scompensi cardiaci.
Averlo a meno di due metri gli faceva scattare un reflusso gastrico che gli rovinava irrimediabilmente la giornata.
– Salve Maresciallo – da quando era stato promosso Capitano non salutava più Graziosi con l’epiteto “collega” – come andiamo? –
A Graziosi le persone che usavano la prima persona plurale come metodo mellifluo di coercizione stavano cordialmente sul cazzo.
E Ziliani era il principe della prima persona plurale: facciamo, andiamo, prepariamo, predisponiamo.
Tutti eufemismi per dire che LUI comandava e GLI ALTRI facevano ciò che lui ordinava.
– Caro collega – rispose Graziosi con un tono ironico che l’altro non colse, ottuso com’era – immagino che tu non sia qui per una visita di cortesia –
– Beh, diciamo che la cortesia c’è, ed è quella di riconoscere che tu e la tua squadra – disse guardando graziosamente Di Capua – avete consegnato rapidamente alla giustizia un’assassina. A questo punto la prendo in consegna e la porto al carcere giudiziario: nei prossimi giorni sarà giudicata per direttissima grazie alla flagranza di reato e potremo dire di aver tolto dalla strada una persona abietta. Una donna senza cuore. La società ve ne sarà grata per sempre. – concluse Ziliani che amava osare espressioni roboanti per mascherare la sua insipienza.
Graziosi non disse nulla; si limitò a guardarlo per qualche secondo, poi si rilassò e disse:
– Ehhhhhh…purtroppo, caro collega, siamo costretti a tenere la Signora Santi ancora da noi qualche giorno –
Ziliani diventò rosso, come sempre gli succedeva quando la rabbia di non comprendere una situazione gli toglieva il controllo.
– Cosa intendi dire Graziosi? Il Magistrato è d’accordo con me, la conferenza stampa è tra un’ora, e non possiamo certo dire che “il Maresciallo Graziosi ha voluto trattenere un’imputata” –
– Non è imputata – disse calmo Di Capua.
Ziliani si voltò con rabbia verso l’appuntato.
– Se me la fate portare via, sarà imputata a breve, dobbiamo solo firmare alcune carte, lo sapete. Ma posso sapere – continuò fissando Graziosi con astio – per quale motivo vi rifiutate di consegnare l’imp…volevo dire la Signora Santi alla magistratura, dopo tutte le prove schiaccianti a suo carico? –
– Abbiamo forti sospetti sul fatto che sia stata lei – intervenne nuovamente Di Capua, meritandosi uno sguardo pieno di gratitudine del suo capo – quindi abbiamo bisogno di un supplemento di indagine per verificare alcune nuove ipotesi investigative emerse controllando i dati bancari di Binetti – mentì spudoratamente l’appuntato.
Ziliani rimase a bocca aperta; guardò prima l’uno, poi l’altro e per due minuti sembrò sul punto di esplodere, poi esplose sul serio.
– Voi mi state prendendo per il culo, Graziosi! Tu e questo tuo lacchè, che non mi ha mai potuto vedere – Graziosi batté due o tre volte le ciglia, per sottolineare la sua più totale innocenza – Adesso sai che faccio? vado al tribunale e torno con un’ordinanza del magistrato che ti obblighi a consegnarmi la Marchesina Santi, e il tuo sorrisetto te lo puoi anche ficcare nel… –
Graziosi non fece terminare a Ziliani la frase.
– Ah! perché vuoi dire che ora NON ce l’hai, un’ordinanza che mi obblighi a consegnarti la Santi? – un’occhiata rapida a Di Capua confermò che anche il suo vice stava godendo come un pazzo.
Ziliani boccheggiò, il rossore del viso si fece paonazzo, si appoggiò per un attimo ad una sedia, poi riprese un contegno sufficiente ad uscire dalla stanza con le sue gambe e se ne andò senza proferire ulteriore parola.
Graziosi chiuse la porta, poi si rivolse a Di Capua:
– Ora lo sai, che dovremo trovare sul serio qualche pezza d’appoggio, vero?! –
Di Capua annuì, e tornò nel suo ufficio con i faldoni del caso Binetti.

Il giorno dopo Graziosi arrivò in ufficio stranamente molto presto.
Le giornate pesanti, le lunghe notti passate in ufficio, una certa stanchezza cronica, insomma non amava alzarsi all’alba.
Eppure quella mattina alle 8 in punto entrò nella sua stanza.
Era preoccupato perché aveva agito d’impulso, basandosi esclusivamente sulle sue sensazioni, e stavolta neanche il fido Di Capua, che pure lo stava aiutando al massimo delle sue possibilità, era d’accordo con lui.
Giovanna Santi era colpevole senza ombra di dubbio.
Su questo concordavano tutti tranne lui, e finora anche se le sue intuizioni lo avevano spesso aiutato nella sua carriera niente lasciava pensare che la situazione potesse essere differente.
Si era perciò svegliato all’alba e non era riuscito a riprendere sonno; pensava al caso, e a quella donna, e sentiva che lei aveva detto la verità.
Lo sentiva.
Brutto pensiero per un investigatore.
Avrebbe dovuto raggiungere conclusioni sulla base di fatti, testimonianze, evidenze sperimentali.
Invece stava fidandosi esclusivamente delle sue sensazioni, e non poteva sapere, o meglio non voleva sapere, quanto queste fossero influenzate dall’effetto che gli faceva la donna che aveva in custodia.
Prese un caffè, poi si alzò di scatto e decise che doveva parlare di nuovo con la Rossa.
Improvvisamente si era convinto che lei sapesse come aiutarlo nelle indagini, e anche se dimostrava indifferenza per la sua sorte personale era sicuro di convincerla a parlare con lui.
Non era forse l’empatia, la capacità di stabilire un rapporto con le persone, la sua qualità principale?
Si diceva tutto questo per convincersi e per prepararsi all’incontro, mentre ordinava che la donna fosse portata nella stanza che usavano per gli interrogatori.
Prese altri due caffè alla macchinetta e si sedette.
Pochi minuti dopo la donna, vestita ma struccata, entrò nella stanza accompagnata da un Carabiniere e si sedette davanti a lui.
Graziosi fece cenno al Carabiniere di uscire, poi chiese:
– Caffè? –
La donna annuì e prese il bicchiere di plastica.
Lo bevve lentamente, senza staccare per un secondo gli occhi da lui.
I capelli rossi erano legati con un elastico a formare un corto codino. Anche così era una donna irresistibile, pensò Graziosi.
Continuarono a guardarsi per un po’, poi fu lei a rompere il silenzio:
– Ha intenzione di dirmi il motivo di questo incontro, o vuole semplicemente baciarmi? –
Graziosi arrossì violentemente, colto in fallo da una donna che evidentemente leggeva la sua espressione come nessun altro aveva mai fatto.
Il fatto che provasse desiderio per lei era così evidente? e questo stava condizionando il suo lavoro?
Era arrabbiato con se stesso non solo per aver fatto trasparire le sue emozioni, ma soprattutto per averle provate tout court. Faceva vanto della sua etica, della sua integrità, della sua indifferenza alle tentazioni che spesso le persone che investigava gli offrivano in cambio della sua benevolenza.
E invece eccolo qua, di fronte ad una donna che lo sbeffeggiava apertamente e che metteva a nudo le sue debolezze.
Anche se colpito allo stomaco dalla sfacciataggine della donna, non si scompose.
Posò il caffè, si avvicinò al viso di lei attraverso il tavolo e lei fece altrettanto, gli occhi che ridevano per l’ironia.
– Giovanna – disse Graziosi.
– Mi dica – rispose lei ridacchiando, prendendolo in giro.
– Per quanto strano e incredibile possa sembrare, io le credo. Credo che non sia stata lei ad uccidere il Cavalier Binetti. Peccato che allo stato attuale io sia l’unico, e il resto dell’universo non aspetta altro che chiuderla in una cella e buttare la chiave. –
Vide che la donna ora si era fatta seria e continuò senza aspettare che lei lo interrompesse.
– Ora, anche se a quanto pare a lei non interessa molto della sua sorte personale, io sarei molto dispiaciuto di saperla ad invecchiare rapidamente in un carcere femminile, innocente per di più. Quindi le sarei grato se lei mi aiutasse a tirarla fuori da questa situazione. –
La Rossa scrutò Graziosi negli occhi, muovendo rapidamente le pupille, come per guardarlo dentro fino alle più recondite connessioni neuronali.
Lui capì che era quello il momento in cui lei avrebbe deciso se fidarsi di lui o meno e che tutto dipendeva da questo.
La donna si avvicinò impercettibilmente a lui, poi lentamente gli appoggiò una mano sulla guancia.
– Non si è fatto bene la barba stamattina, Maresciallo. Andava di fretta. Era preoccupato. Per me o per la sua carriera? Quale ansia la divorava stamattina? Mi risponda –
– Non me ne è mai fregato nulla della carriera. Altrimenti oggi sarei Colonnello, con il curriculum che mi ritrovo. No, io cerco sempre la stessa cosa: la verità. La verità e la giustizia. Io ci credo che esistono, e le ho trovate più volte di quanto lei non possa credere. Mi angoscia il fatto di sapere, di percepire, che in questo caso stiamo per commettere un’ingiustizia e di non fare nulla per impedirlo –
– Sei un idealista; non lo avrei detto – disse lei passando improvvisamente al “tu” – un uomo che vede le meschinità della gente e continua ad arrossire e a perseguire i suoi ideali. Sei uno squilibrato Graziosi, te ne rendi conto? Sei anomalo in questo universo. Ma d’altronde, non sono certo io a poter dare giudizi in questo senso –
La donna si rilassò e appoggiò le spalle alla sedia allontanandosi da lui e il Maresciallo fece lo stesso.
Il momento di intimità era passato, ma sapeva che le cose erano cambiate.
La Rossa guardò il Maresciallo con quello che sembrava essere uno sguardo di disappunto; o forse di rimprovero.
– Giulio Binetti era un uomo meschino. – disse improvvisamente – e nessuno lo amava. Nessuno. –
– Neanche lei? – chiese Graziosi, un po’ irritato dal fatto che si parlasse senza rispetto di una persona trucidata in quel modo.
– Neanche io, no. C’è stato un periodo, un brevissimo periodo nei nostri quasi cinque anni insieme, in cui le sue debolezze hanno fatto leva su un certo spirito da crocerossina che tutte le donne si portano atavicamente dentro. Giulio usciva da un matrimonio infelice, con una donna ancora più meschina di lui, che gli aveva dato due figli, ma che gli aveva rubato tutto ciò che era possibile rubare ad un uomo: soldi, orgoglio, sorriso. Quando l’ho conosciuto era un uomo ferito a morte, e per un breve momento è stato un uomo innamorato, dolce, equilibrato. Questa sua banale serenità ha coinciso con l’unico periodo della mia vita in cui la normalità era tutto ciò che desideravo, e mi sono ritrovata a vivere con lui in pochissimo tempo. Ma è bastato poco per capire il tragico errore che avevo fatto –
– Però c’è rimasta insieme fino alla fine, ammesso che non lo abbia ucciso lei, cioè –
Un mezzo sorriso comparve sul viso della Rossa.
– Non ce la fai a darmi del tu, vero Graziosi? Questa tua rigidità, questo innato senso del dovere, mi fanno morire. –
– Risponda alla mia domanda –
– Era una domanda? Dal tono sembrava un’affermazione. E comunque sì. Sono rimasta con lui fino alla fine. Vuole che glie lo dica esplicitamente? Non proverò vergogna: Giulio Binetti mi garantiva una vita splendida. Una bella casa, viaggi, amicizie importanti. E io senza di lui mi sarei dovuta trovare un lavoro per sopravvivere. Io davo lustro alla sua vita con la mia bellezza, la mia cultura, la mia intelligenza e lui mi permetteva di non dover lavorare per vivere. –
Graziosi incurvò le labbra in una smorfia.
– Cosa c’è? – chiese la Rossa – ho disturbato la sua sensibilità? Avrebbe preferito che io fossi una povera giovane donna indifesa, vessata da un uomo violento e canaglia? Mi spiace, ma non funziona così. Giulio Binetti era una merda d’uomo e meritava di avere vicino una donna che lo disprezzasse. Per questo non lo posso aver ucciso io: non solo non avrò nulla, ma ho perso anche il mio divertimento principale –
– Lo tradiva? – chiese secco Graziosi.
La donna lo guardò spalancando gli occhi, poi scoppiò in una risata fragorosa che durò per un minuto intero, e al termine della quale la Rossa dovette asciugarsi gli occhi dalle lacrime.
Graziosi era rimasto impassibile, lo sguardo freddo, in attesa che la risata si spegnesse.
– Lo tradivo? Che domande! Certo che sì. L’ho tradito in tutti i modi possibili e immaginabili, stando ben attenta a farglielo sapere. Faceva parte del pacchetto. – concluse con un sorriso che poteva sembrare innocente, se non fosse stato per le parole appena pronunciate.
– Per cui la sua missione era torturare il Binetti. Fargli passare una vita di sofferenze. Certo, questo rende possibile il fatto che lei non lo abbia voluto uccidere, se vogliamo seguire questo ragionamento contorto. Ma allora mi chiedo, e le chiedo: perché il Binetti avrebbe dovuto continuare a tollerare la sua presenza se oltre a mantenere la sua vita di lusso lei lo disprezzava apertamente, lo tradiva, insomma lo considerava un uomo da niente? –
La Rossa sorrise. Un sorriso dolce, amabile, sensuale.
Si avvicinò a Graziosi e da una distanza poco più lunga di un soffio gli sussurrò:
– Non lo capisci, Maresciallo? Lui mi amava, e non poteva fare a meno di me. – e mentre terminava la frase arrivò quasi a toccare con le labbra Graziosi, che con una spinta la rimandò di colpo a sbattere sulla sedia.
La donna lo guardò con un misto di odio e ammirazione.
– Non faccia questi giochetti con me. Non attacca. Non esprimerò un giudizio personale su di lei, ma mi limiterò a raccogliere prove e a elencare fatti. E se mi convincerò, e convincerò il magistrato, che lei è innocente, sarò lieto di lasciarla andare con tante scuse. Ma se dovessi concludere che lei è colpevole, i suoi tentativi di seduzione non avranno alcun effetto sulla mia capacità di giudizio. – disse trattenendo a stento l’ira.
Ora la Rossa era rilassata e aveva acceso una sigaretta.
Ancora quel gesto, quella mano, quelle labbra.
– L’integerrimo Maresciallo Graziosi. – disse con sarcasmo.
– Pensi quello che vuole. Fatto sta che non mi ha ancora detto nulla che mi aiuti a scagionarla. Comincio a pensare che la galera sia il posto adatto per lei. –
Lo sguardo della donna si fece serio. Spense la sigaretta e guardò Graziosi con durezza.
– Invece sì. Ti ho detto un sacco di cose. Non ci tengo a rimanere in galera, stai sereno. E se sei questo genio delle investigazioni che dici, non avrai difficoltà a trovare il colpevole. Da me non avrai altro. –
La Rossa si alzò, bussò alla porta, e uscì, seguita dal Carabiniere che stupito aveva colto il cenno di assenso di Graziosi.
Il Maresciallo si buttò sulla sedia sbuffando come se fosse stato in apnea fino a quel momento.
Non ne aveva ricavato niente, non aveva uno straccio di idea, e aveva passato tutto il tempo a cercare di capire quella donna, invece che cercare riscontri sull’omicidio.
Non stava andando bene. Per niente, per niente bene.

Uscì dalla stanza e quasi andò a sbattere su Di Capua.
I due uomini si guardarono, lo stesso stupore sul volto.
– Di Capua, che ci fai qui a quest’ora? Non avevi il turno di pomeriggio? – fu Graziosi il primo a parlare.
– Marescià sono le otto e mezza: che ci fa lei qui piuttosto! –
I due si sorrisero; avevano la stessa malattia, lo stesso tarlo che li consumava: non potevano mollare la presa, mai, non finché non avessero capito come stavano veramente le cose.
Graziosi ancora una volta ammirò il suo vice e si congratulò per averlo scelto; pur non credendo fino in fondo alla sua tesi stava comunque dando il massimo per trovare qualche riscontro.
Graziosi pensò con anticipata malinconia al momento in cui Di Capua sarebbe avanzato di grado e avrebbe lasciato la sua caserma. Era un uomo troppo in gamba per fare il suo vice per sempre, ma per il momento godeva della sua capacità investigativa, della sua onestà intellettuale e anche della sua caparbietà tutta napoletana.
Non si stupì quindi di vedere che tornava da casa con i faldoni del caso Binetti, e le occhiaie pronunciate rivelarono al Maresciallo che non doveva aver dormito molto.
– Prendiamoci un caffè Di Capua, per me è solo il terzo e ci vuole tutto, poi mi racconterai cosa hai escogitato –
Caffè in mano i due si avviarono verso l’ufficio di Graziosi dove si sedettero vicini, i documenti appoggiati sulla larga scrivania di legno.
– Marescià, non ho trovato niente – esordì Di Capua causando il disappunto di Graziosi – però forse so dove andare a guardare. –
Graziosi si fece attento. Sapeva che Di Capua era bravo con la lettura dei dati, cosa che a lui non riusciva affatto, anche se mancava di quell’intuizione e sensibilità che invece erano le armi principali del Maresciallo; una squadra perfetta insomma.
– Allora: ho riesaminato tutti i movimenti bancari degli ultimi due anni uno per uno. Non c’è nulla di anomalo. Devo ancora verificare delle fatture legate alla società immobiliare, ma insomma so già che sarà una perdita di tempo: riconosco al volo se un conto bancario è a posto, e quello di Binetti lo è. Così come quello della società. I bonifici in uscita sono regolari a favore della ex moglie, per mantenere lei e i due figli adolescenti, 17 e 15 anni, come dei principi. C’è una sola cosa che non mi quadra ma di cui non ho potuto ancora trovare documentazione: un’uscita unica, di circa 5.000 euro, a favore di una srl di Milano. Ho verificato e si tratta di un broker assicurativo. –
– Un’assicurazione sulla vita a premio unico? – chiese Graziosi con la voce quasi esultante.
– Così pare, ma tra le carte che hanno sequestrato i nostri a casa Binetti non c’è copia della polizza, quindi dobbiamo farla richiedere al magistrato e farcela mandare. Ho già contattato la procura, penso che per le undici potremmo avere copia della polizza –
– Se è un’assicurazione sulla vita avrà dei beneficiari, e forse ci dirà qualcosa sul potenziale assassino… – ragionò Graziosi a voce alta.
Di Capua non fece in tempo a rispondere, perché improvvisamente il cellulare di Graziosi cominciò a squillare con fragore; il nome che comparse sul display mise il Maresciallo di cattivo umore.
Era Desiati, il più bravo – e stronzo – patologo di tutto il Paese.
Anche se Graziosi non lo sopportava rispose al primo squillo: se Desiati chiamava o era per chiedere un favore, in qual caso lo avrebbe liquidato rapidamente, oppure aveva delle novità su Binetti.
– Buongiorno Desiati, come stai? – esordì amichevolmente Graziosi.
– Ciao Graziosi, ti ho svegliato? no? peccato – disse sarcasticamente Desiati – Volevo dirti che ho i risultati delle prime analisi sul corpo del povero Cavalier Binetti. Te li manderei subito ma Ziliani mi ha chiamato ieri per ordinarmi di dare a lui qualsiasi dato su questo caso –
– Ziliani per quanto mi riguarda può andare affanculo anche subito. Il caso lo seguiamo noi, Ziliani sta millantando senza pezze d’appoggio. Mandaci i dati subito così diamo un’occhiata. – concluse Graziosi, ansioso di avere qualche novità.
– Ehhhhh…purtroppo Graziosi vorrei fidarmi di te. Ma ti ricordi quando mi hai fatto perdere una nottata di sonno per fare l’esame sul morbo Ebola ad una vittima, per poi scoprire che ti eri solo divertito alle mie spalle? Beh, mi dispiace, ma allo stato attuale Ziliani mi sembra più affidabile di te. Ti ho chiamato per dirti che se vuoi i risultati dell’autopsia e delle analisi devi chiederli a lui. Ciao ciao… – e attaccò senza attendere risposta.
Graziosi era livido in volto, e incazzato. Più con se stesso per essersi voluto togliere qualche tempo prima la soddisfazione di far lavorare a vuoto Desiati, che con il medico stesso.
Purtroppo ora aveva bisogno dei risultati dell’autopsia e Ziliani non glie li avrebbe mai dati, se non in tempi biblici.
Avrebbe potuto chiedere ai suoi superiori di ordinarglielo, ma sarebbe sembrato debole e avrebbe anche dovuto spiegare per quale motivo Desiati ce l’aveva con lui.
No. Non poteva.
Avrebbe dovuto fare altrimenti, ma non aveva idea come ottenere quei risultati.
La mattinata passò tra incombenze burocratiche, denunce di basso livello, un paio di telefonate e finalmente, verso mezzogiorno, Di Capua entrò di corsa nel suo ufficio, chiudendo la porta.
– Ce l’ho! – disse.
– La polizza? – chiese Graziosi?
Di Capua annuì.
– Non l’ho ancora neanche guardata – disse – ho preso il fax e mi sono precipitato da lei –
Graziosi sorrise compiaciuto poi si mise a sfogliare le pagine del contratto.
Era effettivamente un’assicurazione sulla vita a premio unico del valore di circa 800.000 euro.
Ed era a favore di…Giovanna Santi.
Graziosi rilesse il nome un paio di volte anzi, un paio di milioni di volte.
Giovanna Santi.
Non riusciva a crederci.
– Ormai non ci sono più dubbi, Marescià – disse Di Capua con un tono di voce che voleva essere consolatorio.
Graziosi non rispose.
Poi si alzò di colpo, prese la documentazione, la mise in una cartellina e uscì senza una parola dall’ufficio, seguito da Di Capua che non capiva cosa fosse preso al Maresciallo.
Graziosi si rivolse al Carabiniere che si trovava di guardia alla cella e ordinò che la Rossa fosse fatta uscire.
– La prendo in consegna io – disse
La donna si alzò lentamente da una brandina senza tradire emozione.
Solo il solito sorrisetto ironico rivolto al Maresciallo.
Mentre Graziosi prendeva per un braccio la donna ammanettata e la spingeva verso l’uscita Di Capua chiese:
– Ma dove andiamo, Maresciallo? Dove la portiamo? –
– Ho trovato il modo di farmi dare i risultati dell’autopsia da Ziliani. – rispose senza dare ulteriori precisazioni Graziosi.

Ziliani era stato trasferito a Piazzale Clodio e comandava il distaccamento del tribunale di Roma.
Graziosi lo fece chiamare e si trattenne a stento dal tornare sui suoi passi quando vide l’espressione di Ziliani, che si sentiva chiaro trionfatore della battaglia sul suo “collega”.
Graziosi indossò la faccia più contrita che aveva nel suo repertorio, e consegnando la “Marchesina” Santi agli uomini di Ziliani disse:
– Niente. Non abbiamo trovato niente. Alla fine a quanto pare avevi ragione tu. A malincuore mi tocca ammettere che stavolta il mio intuito mi ha servito male. Direi che il caso lo possiamo chiudere qui. Mi ha detto Desiati che i risultati dell’autopsia ce li hai tu: se me li dai li allego al faldone e in un paio di giorni mando tutto al Magistrato per la chiusura delle indagini e l’eventuale rinvio a giudizio –
Ziliani si fece portare una cartellina, poi si rivolse ai due:
– Meglio così, Graziosi. Mi avete fatto arrabbiare, ma a quanto pare non avete ancora perso il lume della ragione e mi avete risparmiato di farvi chiamare dal Procuratore Capo. Scrivete una bella relazione e mandate tutto in Procura entro domani. Poi sarete liberi di tornare ad occuparvi dei vostri casi – concluse magnanimo.
Graziosi prese la cartellina e salutò senza una parola.
Quando furono in macchina Di Capua chiese al Maresciallo:
– La finiamo qua veramente? –
Graziosi si girò a guardarlo.
– Non è stata lei –
Di Capua non poté trattenersi e alzò gli occhi al cielo, anche se il tettino della macchina ridusse l’efficacia metaforica del gesto.
– Ma scusi, allora perché… –
– Mi servivano quei dati, e l’unico modo per averli era di far credere a Ziliani che abbiamo abbandonato l’indagine. –
– Ma ora con l’assicurazione a suo nome… –
– Appunto. Hai visto quella donna? Ti sembra una stupida? Di Capua, quella si può prendere gioco di tutto il comando dei Carabinieri, me e te inclusi, e non ce ne accorgeremmo neanche. Tu pensi che se lei avesse voluto fare fuori il Binetti senza che noi avessimo sospetti non ne sarebbe stata capace? Credi che lo avrebbe ucciso così…volgarmente? Pensi che abbia qualche vaga speranza di prendere quei soldi se dovesse risultare colpevole? – Fece una pausa e accostò l’auto al marciapiede per riflettere e riprendere fiato.
– Non è stata lei, ti dico, ora ne sono convinto. Il problema ora è… –
– Il problema è che abbiamo solo ventiquattro ore per dimostrarlo – concluse Di Capua.
Graziosi annuì, poi ripartì facendo stridere gli pneumatici.

In pochi minuti arrivarono alla stazione, e senza neanche darsi pena di togliersi le giacche aprirono freneticamente il responso autoptico stilato da Desiati.
Pagine e pagine di dati, organi catalogati nel loro stato di usura, termini tecnici che ormai conoscevano bene, ma sapevano che una sola cosa contava: capire se l’omicida era compatibile con la Santi.
Cercarono la sezione in cui si descrivevano i colpi: le ferite combaciavano esattamente con la lama del coltello trovata in mano alla Rossa; il loro numero era sufficiente ad ammazzare Binetti tre o quattro volte; i colpi erano stati sferrati da un destro come la Santi, e la direzione dei colpi, la loro distribuzione, la forza e l’altezza erano compatibili con la corporatura e la muscolatura della donna.
Di Capua di buttò su una poltrona sconsolato mentre Graziosi riguardava tutto il corposo documento, borbottando tra sé e sé. Non poteva credere di essere arrivato alla fine del sentiero e che non avesse trovato niente.
Improvvisamente batté due o tre volte il dito su una pagina.
– Di Capua, vieni qui! Guarda! – urlò quasi al suo vice, che si precipitò a guardare – leggi cosa c’è scritto qui! –
– “La vittima aveva avuto un rapporto sessuale recentemente, probabilmente poco prima del decesso” – lesse Di Capua senza capire – Beh, sì, l’avevo visto, Marescià, e allora? –
– L’avevi visto e non mi avevi detto niente? – chiese quasi offeso Graziosi – Ma come? Non capisci? La Santi litiga con il Binetti e se va via, poi rientra, litigano di nuovo, poi a quanto pare fanno sesso, e poi? Lei improvvisamente l’ammazza? –
– Magari hanno litigato di nuovo… – disse Di Capua tentativamente.
– No no no – scosse la testa Graziosi – questo comportamento non è coerente. Quella donna non è pazza, è in perfetto controllo di se stessa. Non è una persona che commette un omicidio in preda all’ira. Credo che ci possa essere un’altra persona che potesse desiderare la morte di Binetti, e che forse ha meno autocontrollo. – concluse Graziosi.
– Immagino che ora andiamo a trovare la ex moglie… – sospirò Di Capua alzando gli occhi al cielo.
Graziosi gli lanciò un’occhiataccia, ma stavolta non disse niente. Aveva forse trovato un piccolo appiglio, e non voleva perderlo di vista.

La ex moglie di Binetti, o meglio la moglie visto che il divorzio non era ancora esecutivo per via di lungaggini burocratiche e battaglie in tribunale tra i due, viveva insieme ai due figli, due maschi di 17 e 15 anni, in uno splendido appartamento ai Parioli, intestato alla società del defunto Cavaliere, di cui egli pagava tutte le spese insieme al mantenimento della moglie – che non lavorava – e dei figli, inclusa la costosissima scuola inglese a cui lei aveva insistito per mandarli.
– I rapporti con il mio ex marito non erano buoni. – disse la signora Serena Dalleri in Binetti usando un eufemismo – Di fatto non ci parlavamo da mesi, se non tramite gli avvocati e anche con i figli le cose non andavano bene. In teoria avrebbero dovuto passare due week end al mese con il padre ma non potevano sopportare quella donna, quella sanguisuga assassina. E come dargli torto! L’ultima volta che erano stati dal padre erano tornati disgustati dopo una giornata –
– Signora Binetti – disse affabile Graziosi usando il cognome del marito come cortesia – lei è a conoscenza di un’assicurazione sulla vita che Binetti aveva intestato alla signora Giovanna Santi? –
La donna diventò rossa per la rabbia.
– Per favore non chiami “signora” quella poco di buono! Una donna senza arte né parte, che ha raggirato quel fesso di mio marito, con tutto il rispetto per la sua anima, e che non solo si è fatta intestare l’assicurazione, ma è anche beneficiaria di molti suoi beni nel testamento. Immagino che ora non le spetti più nulla, vorrei sperare! –
Graziosi bevve il caffè che gli era stato offerto, osservando in silenzio la donna.
– No, certo. – disse infine – Se verrà condannata in via definitiva non potrà godere né dell’assicurazione né dell’eredità e tutto andrà, in parti uguali, a lei e ai suoi due figli come eredi legittimi –
Osservò la reazione della donna a questa informazione, che però a quanto pare conosceva già perché non tradì alcuna emozione.
Il resto della conversazione fu più che altro uno sfogo della donna verso il marito e la Santi, e quando Graziosi ebbe la certezza che non ne avrebbe più cavato nulla di utile concluse rapidamente l’incontro e insieme a Di Capua si diresse verso la macchina.
Mentre stavano per salire, il cellulare di Di Capua squillò: era la Procura.
Il vice rispose e mentre pronunciava dei “sì”, “certo”, “va bene”, “ora lo avverto”, guardava Graziosi sempre più accigliato.
Lo sguardo interrogativo del Maresciallo fu soddisfatto da un Di Capua serissimo alla fine della conversazione:
– Ci avvisano che il PM ha ottenuto il processo per direttissima, e che la Santi ha chiesto di patteggiare. L’udienza è tra tre giorni e lei dovrà testimoniare come responsabile delle indagini –
– Tre giorni! Non si è mai visto in Italia! Qui qualcuno vuole costruirsi una carriera sulle spalle della Santi, e credo di sapere chi sia –
Salirono rapidamente in macchina e per poco Graziosi non raschiò la fiancata contro un muretto, per la rabbia che aveva dentro.

Tre giorni dopo, mentre Graziosi e Di Capua prendevano le scale del Tribunale per dirigersi verso la sala dell’udienza, incrociarono lo sguardo di Ziliani che in piedi sulla scalinata era attorniato dalla stampa, e stava spiegando come avevano brillantemente consegnato la Marchesina alla giustizia.
Un giornalista chiese incautamente:
– Ma le indagini non sono state coordinate da Graziosi, della caserma Nomentana? –
Ziliani si stizzì molto a questa domanda e fulminò il reporter con uno sguardo.
– Lo stimatissimo collega Graziosi ha condotto le indagini preliminari, ma poi, dato che non era convinto della colpevolezza della signorina, ha preferito lasciar completare le fasi investigative a noi. Sono grato al collega per la preziosa collaborazione nella raccolta dei dati, che ci ha permesso l’analisi completa e definitiva della situazione. –
Graziosi, indeciso se avvicinarsi a Ziliani e mollargli un cazzotto sul naso o tornarsene a casa, fece alla fine un sorrisetto e si infilò nel metal detector, per inoltrarsi nei corridoi della Procura fino all’aula designata.
All’interno era già stata portata la Rossa, che si girò a guardarlo e gli fece un cenno di saluto con la mano, allegra come se stesse andando ad una gita scolastica.
La signora Binetti e i due figli erano sul lato opposto della piccola aula. La donna guardava la Santi con odio, mentre i due figli, imbronciati, avevano un atteggiamento di distacco tipico degli adolescenti.
Ziliani entrò poco dopo seguito da una decina di giornalisti, e finalmente all’ingresso del giudice monocratico si iniziò il processo vero e proprio.
Parlarono il PM e il difensore, furono elencati i capi d’accusa e le prove a carico dell’imputata, Desiati espose i risultati dell’autopsia, le cose insomma si mossero rapidamente; la situazione era chiara e nessuno, neanche la Rossa, aveva voglia di perdere tempo.
Finalmente Graziosi fu chiamato a testimoniare.
Il giudice chiese le sue generalità, fece qualche domanda di circostanza, poi chiese a Graziosi:
– Maresciallo, qua c’è scritto che la Santi avrebbe ammesso la sua colpevolezza in un interrogatorio con lei, che però non è stato verbalizzato. Mi spiega questa anomalia? – chiese il Giudice irritato.
– Chi avrebbe scritto questa cosa, se posso chiedere, Signor Giudice? –
– E’ nella relazione di chiusura delle indagini firmata dal Capitano Ziliani – rispose il Giudice.
– Capisco. Vede, Signor Giudice, il verbale non c’è semplicemente perché io non ho condotto nessun interrogatorio formale con l’imputata. Ho solo avuto una conversazione generica, nella quale ho constatato l’assoluta mancanza di collaborazione della donna. – disse Graziosi guardando Ziliani con odio – Inoltre in quella conversazione la Signora Santi non ha assolutamente ammesso alcuna colpevolezza. Se lo avesse fatto ovviamente avrei trascritto la conversazione e l’avrei fatta firmare come da procedura. Ma comunque, anche se lo avesse dichiarato, sarebbe stato irrilevante ai fini di questo processo. Perché vede, Signor Giudice, la Signora Santi è innocente. Non ha ucciso lei il Cavalier Binetti –

Se una bomba fosse esplosa all’interno dell’aula avrebbe fatto meno rumore.
Dopo un lunghissimo secondo di silenzio, necessario a tutti i protagonisti affinché il concetto venisse assorbito e metabolizzato dai neuroni, improvvisamente l’aula si trasformò in un campo di battaglia.
Gente che urlava, Ziliani paonazzo, la Santi che guardava Graziosi a bocca aperta, il Giudice che gridava nel microfono, i giornalisti improvvisamente tutti al telefono per comunicare con le redazioni.
L’unico impassibile era Graziosi, insieme con il suo vice Di Capua che lo guardava soddisfatto dalle file in fondo all’aula.
Ci vollero cinque minuti, ma finalmente il Giudice fu in grado di riprendere le fila del processo.
– Maresciallo Graziosi, vediamo se ho capito bene. Voi, intendo dire l’Arma dei Carabinieri e la Procura, mi avete portato a processo per direttissima un’imputata che ha anche chiesto il patteggiamento, dichiarando prove schiaccianti al limite della flagranza di reato, e lei ora mi viene a dire che non è vero? Stiamo forse prendendo in giro la Magistratura, la Repubblica, il Paese? – chiese retoricamente il Giudice.
– Signor Giudice, capisco la sua reazione e la condivido. Sfortunatamente come ha appena dichiarato il collega Ziliani alla stampa, e la dichiarazione potrà vederla su tutti i telegiornali di stasera – disse con malcelata soddisfazione Graziosi – ad un certo punto l’imputata e i dati dell’indagine sono stati presi in consegna dal comando in stanza qui al Tribunale. Io ho cercato di esprimere i miei dubbi, ma come potrà facilmente verificare la decisione di procedere per direttissima e in tempi così rapidi è stata presa altrove. Io ho continuato comunque per conto mio a indagare sul caso e a ragionarci sopra, e mi sono convinto che l’imputata non sia colpevole –
Il Giudice guardò Graziosi, chiaramente indeciso se farlo arrestare per oltraggio alla corte o sentire cosa aveva da dire.
La fama del Maresciallo come persona seria, capace, e onesta, fece pendere la bilancia per questa soluzione.
– Le dò due minuti Graziosi per esporci la sua tesi. Se non mi convince il prossimo processo di oggi vedrà lei, come imputato –
Graziosi ringraziò con un cenno del capo, si schiarì la voce, e attaccò.
– Nella mia esperienza, Signor Giudice, diffido sempre dei casi facili. Delle prove “schiaccianti” come si suol dire. E’ vero, talvolta è possibile risolvere casi in maniera rapida ed efficiente. Ma quando si commette un grave errore investigativo, lo si commette sempre con i casi facili. Quelli che sembrano già risolti; quelli in cui il colpevole è chiaramente identificato. E non si guarda più da nessun’altra parte. Io invece per formazione, cultura ed esperienza, non mi fermo mai alla prima soluzione. –
Prese un bicchiere d’acqua prima di continuare.
– Esaminiamo la situazione in questo caso. La Santi è una donna cinica, intelligente, affascinante, e il Binetti è pazzo di lei. Lei lo controlla al punto di farsi intestare un’assicurazione e di farsi nominare in un testamento olografo che può trovare allegato agli atti. Lo tradisce ripetutamente, e si premura di farglielo sapere. Lo disprezza e lo sfrutta. Ora: per quale motivo una donna del genere, così in controllo di se stessa e della situazione, dovrebbe uccidere il Binetti? E poi, se anche lo avesse voluto uccidere, avrebbe fatto in modo che sembrasse un incidente. Pensate che non ne sarebbe capace? Guardatela, non ha ancora mosso un muscolo. – tutti si girarono a guardare la Rossa, compreso il Giudice: lei sorrideva perfettamente a suo agio, come se fosse ad un tè tra signore invece che in un’aula di tribunale a rischiare quindici anni di galera.
– E’ una donna spietatamente capace di programmare la sua vita, e di fare sempre la cosa giusta e che le conviene. Anche quando perde le staffe e litiga con il Binetti e va via non perde il controllo. Fa un giro, cerca di calmarsi, probabilmente ragiona su cosa le conviene più fare. Alla fine torna a casa, il Binetti è ancora infuriato ma…come ci dice il buon Desiati, i due ad un certo punto iniziano un rapporto sessuale. Ecco. La Santi ha di nuovo sotto controllo il Binetti. Lo ammansisce, lo prende da dentro e lo ribalta come un calzino. Perché dovrebbe ucciderlo? –
Graziosi si guardò intorno e vide che tutti erano presi dal suo racconto.
Bene, pensò.
– No signor Giudice. Io ho un’altra spiegazione del fatto che la Santi si sia fatta trovare con un coltello in mano, l’arma del delitto, sporca di sangue, non abbia cercato di scappare, e ora abbia accettato di patteggiare. –
La tensione si tagliava con il coltello in aula. Prima di parlare Graziosi guardò la Rossa. Ora non era più serena.
Dentro di sé probabilmente si stava chiedendo: “lui non può veramente aver capito…”.
– Perché vede Signor Giudice, la signora Santi sa benissimo chi è il colpevole, e non vuole rivelarlo –
Ziliani scattò in piedi, paonazzo.
– Graziosi! che cazzo di storia ci stai propinando? –
Il Giudice si girò con rabbia verso il Capitano.
– Se sento ancora un’altra parola proveniente da lei, Ziliani, giuro che la faccio arrestare immediatamente –
Nessuno osava fiatare.
Il Giudice si rivolse a Graziosi.
– A questo punto Maresciallo vuole essere così gentile da dire anche a noi chi è il colpevole? –
Graziosi guardò la Rossa.
Lei capì che lui sapeva tutto.
Le rughe verticali in mezzo agli occhi erano diventate due solchi; gli occhi brillanti; cominciò a fare di no con la testa, quasi una preghiera.
Graziosi distolse lo sguardo.
– Certo Signor Giudice. Vede, tutto ruota intorno al rapporto che il Binetti aveva con la Santi. Lui era soggiogato da quella donna. E per lei aveva tralasciato la sua famiglia, la sua ex moglie, i suoi figli, e aveva anche deciso di lasciare a lei i suoi soldi e i suoi beni. Capisce che questo non è accettabile per una ex moglie che vive di fatto alle spalle del marito, e che non solo vede un’altra donna accanto a lui, ma che vede messa in pericolo il benessere economico della SUA famiglia, e dei SUOI figli. –
– Sta forse dicendo che il Binetti è stato ucciso dalla ex moglie? – chiese stupito il Giudice mentre il mormorio in aula diventava più intenso.
Graziosi lanciò un altro sguardo alla Rossa. Aveva le mani alla bocca e le lacrime che scendevano piano dagli angoli degli occhi stavano tracciando una linea nera sulle guance. Aveva smesso di fare di no con la testa perché aveva capito che Graziosi non si sarebbe fermato. Non più.
– Era un possibilità. Ci abbiamo pensato – disse facendo cenno a Di Capua con la testa – Era coerente con l’assenza di effrazione. Il Binetti poteva averle aperto, forse avevano discusso, lei lo aveva ucciso mentre magari la Santi era in un’altra stanza. Possibile; l’assicurazione e l’eredità erano un movente sufficiente. Ma poi ci siamo chiesti: “che senso aveva per la ex moglie andare in piena notte dal Binetti? e perché la Santi si sarebbe fatta trovare con l’arma del delitto in mano? Se avesse visto la ex moglie uccidere il cavaliere, forse non avrebbe tentato di fermarla, ma di certo avrebbe subito chiamato le forze dell’ordine e avrebbe raccontato tutto. E non avrebbe patteggiato ad un processo, innocente, per salvare la sua rivale. –
La Santi aveva la testa tra le mani ora. Ma Graziosi non poteva fermarsi.
– No, Signor Giudice. La persona che ha ucciso Binetti lo odiava, per colpa di quella donna che era entrata nella sua vita e per il danno che stava provocando alla sua famiglia, ma non è la ex moglie. E’ una persona che si è recata a casa della vittima di notte perché non voleva farsi scoprire, e perché sperava di riuscire ad incolpare la Santi, come poi è successo. E’ una persona che è stata fatta entrare in casa dalla vittima senza che sospettasse nulla. Ed è una persona che la Santi ha deciso di proteggere, anche a costo di pagare per un delitto che non ha commesso. Perché vede, Signor Giudice, nonostante tutto ciò che si è detto di lei dentro e fuori da quest’aula Giovanna Santi non è una persona senza cuore. Si era veramente affezionata ai figli del suo compagno. E non poteva lasciare che il più grande, un ragazzo ancora minorenne, finisse in carcere per l’omicidio del padre. –
A queste parole l’aula esplose di nuovo.
La moglie di Binetti guardò il figlio maggiore, che scoppiò a piangere in maniera irrefrenabile. Ziliani non riusciva a riportare la mandibola al suo posto.
La Santi aveva la testa chiusa nell’incavo delle braccia e continuava a scuotere la testa.
Di Capua fece un cenno di assenso e congratulazioni al suo capo, che però, ancora seduto a fianco del Giudice, non era affatto felice.
Quando la situazione tornò ad una calma almeno momentanea il Giudice chiese con delicatezza a Graziosi:
– Maresciallo, è sicuro di quello che dice? Voglio dire…stiamo parlando di un delitto grave… –
Graziosi annuì.
– Sì Signor Giudice. Una volta giunti a questa conclusione abbiamo fatto qualche riscontro. Il ragazzo è stato furbo, ha lasciato il cellulare a casa per non essere tracciato, e ha fatto un percorso per arrivare a casa del padre che evitasse le strade principali. Sfortunatamente per lui in questa città ci sono abbastanza telecamere di sorveglianza per averci permesso di individuarlo sul suo scooter all’orario giusto e nella direzione giusta. Il colpevole è lui e penso, da come vedo che ha reagito, che ve lo dirà spontaneamente. Credo che Giovanna Santi possa essere liberata subito. –
Il Giudice annuì e Graziosi si alzò.
Lasciò l’aula e si diresse al bagno a vomitare.

Quando uscì dal retro trovò la Rossa insieme a Di Capua che lo aspettavano.
– Io vado in caserma Marescià. Se ha bisogno di me sa dove trovarmi. – disse Di Capua salutando. Non c’era bisogno di parole tra i due uomini per capirsi.
La Rossa stava sorridendo.
Ma non era il sorriso malizioso, furbo, cinico di qualche giorno prima.
Era un sorriso aperto, con gli occhi che brillavano, le labbra che ogni tanto si increspavano nell’imbarazzo.
– Immagino che dovrei ringraziarti, Graziosi –
Il Maresciallo scosse la testa.
– Non c’è bisogno di ringraziarmi, mi creda –
– Ah certo – disse lei amara – Verità e Giustizia. Non l’avresti mai fatto per una come me. –
Graziosi non rispose.
– Sto andando a casa – disse la Rossa, mentre si mordeva le labbra e si torturava le mani con le unghie. – Vuoi venire con me? – chiese.
– Posso farla accompagnare da un mio collega, se ha bisogno di un passaggio – rispose Graziosi apparentemente impassibile.
La donna abbassò lo sguardo a terra e continuò a muovere nervosamente le mani. Poi dopo un tempo lunghissimo alzò di nuovo la testa.
Era seria ora, ma lo sguardo era rimasto dolce.
Si avvicinò a Graziosi e gli diede un leggero bacio sulle labbra.
Lui non reagì. Non la respinse, ma non fece nulla per attirarla a sé, e lei si staccò subito.
– Vedi Maresciallo – disse la Rossa con un tono di voce bassissimo, quasi un sussurro – Io sono così perché gli uomini che ho incontrato nella mia vita erano tutti come Binetti. Persone grette, interessate solo ai soldi e al potere, e io li ho sfruttati perché li disprezzavo. –
Si fermò un attimo, cercava le parole.
– Se avessi conosciuto altri come te, chissà, forse sarei una donna diversa. E forse tu ti saresti potuto interessare a me. –
Graziosi continuò a guardarla negli occhi, ma non disse nulla.
Lei fece un leggero sorriso, poi si voltò e andò via, i capelli rossi che ondeggiavano lentamente nella brezza di Roma.


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La Vittima

Ho partecipato ad un breve seminario organizzato dalla Scuola Omero, all’interno del Trastevere Noir Festival.
Un esercizio consisteva nel proseguire un incipit comune.
Mi è piaciuto così tanto, che ho deciso di finire il racconto.
Eccolo qua, l’incipit e la sua prosecuzione.
Ovviamente, noir.


Lo so. Uno vede il cadavere steso in giardino e pensa: beh, certo che le hanno fatto un bel servizietto. Via la testa e tutto il resto. Solo il moncone del collo e quella roba che esce fuori, le arterie, la…ah…mi pare che sia la trachea, insomma, quello che è. Lo so, è normale: uno la vede ridotta così e pensa che sia lei la vittima.
D’altronde, capisco, siete abituati a ragionare per schemi. Una giovane donna morta, i vestiti strappati, le braccia e le gambe legate, la testa chissà dove.
E un uomo, io, completamente ricoperto di sangue. Vicino al cadavere. Nel giardino di casa mia.
Non vi biasimo, se mi avete trattato in maniera un po’ rude; certo, le parolacce gridate a un centimetro dal mio naso, costringendomi a percepire così chiaramente la cena che le vostre belle mogliettine vi hanno preparato la sera prima, non mi hanno fatto piacere.
Credo che siate stati tratti in inganno anche dal mio abbigliamento, che riconosco essere estremamente ricercato. Non che questo giustifichi l’epiteto di “finocchio” che ho sentito rivolgermi più e più volte.
Capisco. La visione di una giovane e bella donna decapitata vi fa pensare: “poteva capitare a mia moglie, a mia figlia”.
E subito si insinuano nella vostra mente schemi atavici, impressi nel vostro DNA di poliziotti benpensanti: la povera, innocente fanciulla, attirata dal depravato nella sua casa, solo per seviziarla.
Magari perché impotente, chissà, quanti ne abbiamo visti, vi sarete detti.
Non che io possa negare di aver avuto una qualche responsabilità nel porre fine all’esistenza di quella giovane donna, certo, ma vi chiederei la cortesia di usare una certa cautela, nel definirla “vittima”
Certo, sono consapevole che lei sia morta, e vi racconterei molto volentieri e con dovizia di particolari del luogo dove si trova ora la sua testa, ma purtroppo vi devo chiedere di pazientare, perché alcuni dei denti che avete pensato bene di rimuovere dalla mia bocca in maniera così traumatica, sono indispensabili per la pronuncia di alcune consonanti, e ora ho una certa difficoltà a parlare.
Ma non vi preoccupate, vi dirò tutto, e alla fine converrete con me che la vittima non è lei. Morta, sicuro. Ammazzata, non ci sono dubbi, difficile staccarsi la testa da soli. No, non sto facendo dell’ironia.
Ma non vittima, e soprattutto non una mia vittima.
Come potrei averle fatto del male? Io, la amavo.
E scusate se non riesco a trattenere le lacrime, ma vi giuro che pur nel mio immenso dolore, l’ultimo ricordo di lei è lo sguardo amoroso che mi lanciava, mentre io le affondavo il coltello nella pancia, dopo averla legata perché non si agitasse.
Ma anche io sorridevo, perché sentivo che stavo esaudendo il suo desiderio.
La testa, sì la testa la troverete qua vicino, dopo averla bruciata l’ho gettata via, non lontano da qui, ma ora potete prenderla, non è più pericolosa, la sua testa.
Perché vedete, nella sua testa, c’era qualcosa.
Qualcosa che le parlava, che le diceva delle parole brutte. Io non riuscivo a capire bene, ma qualche volta anche io l’ho sentita.
Accostavo la mia testa alla sua, e sentivo l’eco delle parole.
E col tempo questa voce è diventata sempre più forte, sempre più forte, e insistente, le diceva di farsi male, di tagliarsi.
Certo, è proprio quello che sto dicendo: questi tagli, questi lividi, non sono stato io, a farglieli; se li è fatti da sola.
Io mi sono limitato a tagliare la testa, per chiudere la bocca a quella voce maledetta.
Ma non smetteva, non smetteva, anche dopo tagliata, continuava a parlare, la sentivo, anche meglio.
E ho dovuto bruciarla.
Adesso sono sereno, anche se il mio amore non c’è più.
Ma so che lei è stata fiera di me, perché l’ho finalmente liberata.
Non sono pazzo e neanche un criminale, ma capisco che non mi crediate, e comunque non me ne importa più niente, di morire, di vivere, di andare in galera.
Ora che lei non c’è più, la mia vita non ha più ragione di essere.
E cosa volete da me, ora?
Non capisco.
No, non ho capito.
Non serve che mi prendiate a schiaffi, o che urliate.
No.
Non serve.
Non riuscirete a sovrastare la voce.

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