La telefonata

La mattina usciva di casa molto presto.
Odiava il traffico romano, e anche se le automobili in giro erano solo una frazione di quelle che sarebbero state in circolazione venti anni dopo, le strade erano tuttavia molto più strette: il raccordo a due corsie poteva diventare un incubo se solo ci fossero stati dei lavori in corso, o un incidente, o le due cose insieme.
Di solito si svegliava perciò verso le 6, beveva un caffè amaro che la moglie gli preparava con una vecchia moka, poi si lavava, si vestiva e alle 6.30 era già fuori.
Dal quartiere popolare di Roma dove abitava erano buoni 25 chilometri fino alla sua destinazione, un capannone industriale in mezzo a tanti altri sulla Tiburtina.
Di solito a quell’ora faceva il centro: all’epoca chiunque poteva passare in macchina per il centro di Roma, arrivare a Piazza di Spagna, percorrere tutta Via del Corso, girare per Piazza Venezia.
Il raccordo lo odiava, e lo prendeva solo nelle giornate di pioggia intensa, quando sapeva che i sampietrini sarebbero stati un rischio per le ruote piccole e instabili della sua seicento; e anche se qualche volta ci aveva messo anche due ore, preferiva essere sicuro di arrivare.
Di solito però percorreva la Colombo fino al centro e da lì proseguiva per le strade vicino alla stazione Termini.
Non di rado lungo il percorso rallentava la già non frenetica marcia della seicento per guardare da vicino le persone che come lui popolavano la città.
Spazzini non ancora operatori ecologici con la ramazza, autisti che portavano stancamente vecchi autobus verdi con bigliettai sonnecchianti, vecchie puttane che chiudevano baracca per andare a dormire chissà dove, baristi che alzavano la serranda per cominciare la giornata.
Gli era nata poi da tempo l’abitudine di fare una sosta in un vecchio bar allo scalo San Lorenzo.
Aveva delle sedie con la plastica colorata a strisce avvolta sullo scheletro di alluminio e dei vecchi tavolini di formica che non toglieva mai dalla strada, neanche la notte: d’altronde, chi li avrebbe mai potuti rubare?
Il bar era uno schifo a essere sinceri, ma il caffé era buono, i proprietari simpatici e alla cassa c’era fin dalle prime ore del mattino una signora piacente con delle zinne enormi, sempre sorridente e gioviale.
Una volta era anche riuscito a metterci sopra le mani, su quelle zinne, ma poi non aveva dato seguito alla cosa; nonostante ciò la signora gli sorrideva sempre, ma un po’ di meno.
Uscito dal bar accendeva una sigaretta appoggiato alla macchina, una marlboro dal sapore di catrame che gli scendeva nei polmoni svegliandolo più del caffè.
La fumava in silenzio con un gomito appoggiato all’altro braccio, e con quegli occhi socchiusi da fumatore incallito che rendono gli uomini vagamente più interessanti e le donne vagamente più sensuali.
Finita la sigaretta guardava il filtro con curiosità, come se sotto la cenere potesse esserci qualche sorpresa o segreto.
Ma non c’era mai niente, e ogni volta lo lanciava via con un gesto consumato delle dita, una schicchera affinata in anni e anni di vizio che gli permetteva talvolta a lanciare il mozzicone a distanze considerevoli.
Poi risaliva in macchina e percorreva gli ultimi chilometri più sveglio e attento di quanto non fosse prima di fermarsi al bar.
Arrivato al capannone parcheggiava la macchina in uno spazio riservato.
Non che ci fosse molta altra gente durante la giornata, a dire il vero.
L’edificio era adibito quasi completamente a magazzino, e ne usciva di quando in quando un camioncino con della merce imballata: abbigliamento, cancelleria, alimenti, non poteva dirlo e non gli interessava.
In cima al capannone, arrampicato ad una scala, c’era il suo ufficio: una stanza di 30 mq con il pavimento coperto di un vecchio linoleum nero puzzolente, e una scrivania.
Sulla scrivania, un telefono.
Vicino al telefono una poltroncina.
Niente altro.
Quella mattina come tutte le mattine guardò il suo ufficio, senza piacere ma senza astio, e posò a terra la borsa.
Si sedette sulla poltroncina e guardò il telefono.
Forse avrebbe squillato, ma non poteva saperlo. Non lo sapeva mai.
Attese qualche ora, rigirando un elastico tra le dita e fumando di tanto in tanto una sigaretta, poi quando il telefono suonò facendolo sobbalzare leggermente rispose al primo squillo.
– Pronto – disse solo.
Poi ascoltò.

Prese la borsa, una 48 ore di pelle scura, e la appoggiò sulla scrivania.
Aveva un manico robusto e due zip che tagliavano in due la borsa: poteva contenere tutto il necessario per l’ufficio, ma poteva essere aperta a libretto per poter inserire il necessario per una notte in albergo, un vestito di ricambio, il pigiama, una camicia.
Mentre apriva le zip fece una smorfia.
Una puttana.
Inclinò una spalla in un gesto istintivo che voleva significare un certo fastidio, poi spense la sigaretta che penzolava dalla bocca in un vecchio posacenere divorato dalle bruciature, che originariamente doveva riportare la marca di un’acqua minerale.
Tolse dalla borsa un’agenda, un portadocumenti, un astuccio per gli occhiali, il portabiglietti da visita, dei quaderni, e liberò la zip che dava accesso al doppio fondo.
La zip correva lungo tutto il perimetro interno della borsa e una volta liberato da una copertura di stoffa leggera il fondo della borsa rivelò degli scompartimenti ben ordinati, all’interno dei quali c’erano degli oggetti scuri tenuti fermi da grossi elastici neri.
Le puttane mi stanno simpatiche, pensava.
In fondo, questa era la sua idea, assolvevano un ruolo importante per la società, e facevano un mestiere che fin dai tempi dei romani era ritenuto dignitoso e utile, anche se ai margini della società borghese,
Anch’egli ogni tanto si lasciava andare al piacere di qualche incontro con una gentile battona di Tor di Quinto, che lo trattava quasi da amico tanto che in un paio di occasioni non lo aveva fatto pagare, ma lo aveva rincoglionito con i lamentosi racconti della sua famiglia disastrata.
Ma le puttane non erano tutte brave, sicuro. E ogni tanto facevano le furbe, e serviva una lezione: qualche schiaffone, niente di serio.
Poi però c’erano quelle che esageravano: rubavano sugli incassi, si innamoravano di un cliente, o addirittura volevano mollare perché avevano trovato un “lavoro onesto”.
Sorrise a questo pensiero, mentre slegava gli elastici.
E allora in questo caso finivano a lui.
Prese il caricatore, controllò che fosse pieno, e lo inserì con un colpo secco nell’impugnatura della pistola.
Si accertò che la canna non fosse ostruita, fece muovere piano avanti e indietro il binario, poi prese dalla borsa un cilindro metallico e lo avvitò gentilmente sulla bocca della pistola, fino a stringerlo con forza.
Le puttane avevano un bruttissimo difetto, lo aveva sperimentato lui stesso: erano aggressive.
Quella che aveva strangolato sulla Salaria per farlo sembrare un incidente lo aveva preso a calci e pugni, e mentre lui le stringeva le mani sul collo fino a farla soffocare con una delle sue unghie affilate era riuscita a fargli un segno sulla guancia e per poco non gli cavava un occhio.
Alla moglie aveva dovuto raccontare di essere finito in una rissa mentre prendeva una birra con i colleghi dopo il lavoro, e si era dovuto sorbire la sua ramanzina mentre gli disinfettava la ferita e glie la cauterizzava con l’allume di rocca.
Mai più, era stato chiarissimo: puttana uguale pistola, mai più a mani nude.
Guardò il silenziatore e annuì come per chiudere il dibattito con se stesso.
Appoggiò quindi la pistola sulla scrivania e si tolse la giacca.
Prese dalla borsa una fondina di pelle leggera, con delle bretelle scure e consunte e la indossò, stringendo poi la fibbia in modo che aderisse perfettamente al corpo.
Alzò e abbassò un paio di volte le braccia, se le strinse al copro, le agitò a destra e a sinistra, e quando fu soddisfatto del risultato infilò la pistola nella fondina e rimise la giacca, allacciandola sul davanti.
Poi richiuse la borsa, dopo aver rimesso dentro tutto, la lasciò appoggiata alla scrivania, e uscì.

L’indirizzo lo aveva imparato a memoria; si aiutò con un Tuttocittà che teneva sempre in macchina, sempre l’ultimo, il più aggiornato.
In ogni caso conosceva abbastanza bene la zona, un gruppo di palazzi sull’Anagnina che spiccava in lontananza anche dall’Appia, palazzi senza storia e senza qualità, giusto un posto dove poteva vivere una puttana.
Parcheggiò la macchina a qualche centinaio di metri, e si avviò con decisione ma con calma verso il portone.
Possedeva per scelta e per natura un aspetto distinto, nessuno gli chiese cosa stesse facendo in piedi davanti ad un portone, era abile a sembrare innocuo.
Finalmente una vecchia signora uscì dal portone ed egli ne approfittò per sgattaiolare dentro; lei gli diede un’occhiata rapida poi lo ignorò. Non avrebbe saputo riconoscerlo neanche se gli fosse tornato davanti, cosa che non aveva alcuna intenzione di fare.
Guardò la cassetta delle lettere per individuare l’appartamento, poi fece le scale silenziosamente e molto piano: non voleva arrivare in cima con il fiatone e fare qualche cazzata solo perché i suoi polmoni reclamavano più ossigeno.
Giunse su un pianerottolo da dove si aprivano tre porte, quella a destra era la sua. Il suo sguardo andò a terra, un tappetino da quattro soldi recitava “Welcome”. Sorrise per l’ironia, poi si immobilizzò per qualche minuto per percepire anche il minimo rumore dalle altre due porte.
Quando fu ragionevolmente sicuro che gli appartamenti fossero vuoti suonò alla porta, ed estrasse la pistola.
Chiuse gli occhi per un attimo, prese un grande respiro e fece un passo indietro.
Sentì i passi che si avvicinavano e la porta che si apriva.
Lei si affacciò per capire chi potesse suonare all’ora di pranzo. Forse pensava ad una vicina, o al postino, chissà, fatto sta che spalancò la porta e gli comparve davanti, mentre lui puntava il silenziatore al suo petto.
Fu così che riconobbe le zinne prima del viso, zinne che sbirciava tutte le mattine presto mentre pagava il suo caffè e su cui una volta aveva avuto il piacere di mettere le mani.
Zinne che adesso sobbalzavano fragorosamente in preda al panico, sormontate da due occhi spalancati per la paura e lo stupore.
E dietro, su un piccolo triciclo, un bambinetto di pochi anni che gli sorrideva curioso.
Fu un attimo, un solo lunghissimo attimo che dipinse a tinte nere le esistenze di tutti, come se un temporale improvviso avesse oscurato la luce del sole.
Poi i suoi occhi si posarono di nuovo su quelli della donna e sparò.
Una volta al cuore, poi quando lei fu a terra un colpo secco sulla fronte per chiudere la pratica.
Rimise la pistola nella fondina e senza girarsi scese le scale, sempre con calma ma un po’ più rapidamente di quando le aveva salite.
Uscì dal portone e si diresse verso la macchina, mise in moto e si avviò verso l’ufficio, e solo quando fu a un chilometro di distanza si rese conto che non respirava da diversi minuti.
Fermò la macchina e scese.
Vomitò bile e lacrime, tossì e pianse, poi si appoggiò al cofano per qualche secondo.
Quando pensò che le gambe lo avrebbero di nuovo sorretto si tirò su, rientrò in macchina, si puli la bocca con un fazzoletto e ripartì.

La mattina dopo uscì come al solito alle sei e mezza.
Scrutò il cielo: era limpido.
Restò un secondo con gli occhi a terra a fissare le scarpe sul marciapiedi, poi decise: avrebbe comunque preso il raccordo.

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Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Sogno

– Ti ho sognato, sai? –
Sorriso ironico, il suo sorriso.
– Davvero? che facevamo? –
Ho percepito un po’ di malizia? Forse, forse no, non è il tipo, ma sì, magari un pizzico.
– Eravamo in un grande magazzino. –
– Ahaha –
La sua risata, squillante. Che meraviglia.
– Come sei demodè. L’unico uomo che mi sognerebbe in un grande magazzino, invece che su una spiaggia tropicale, o in qualche luogo romantico. –
– Non sono demodè, sono vecchio, è diverso. – mi imbroncio un po’.
– Non sei mai stato vecchio, e comunque mi piaci così. –
Mi prende in giro, ma delicatamente.
– E che facevi? –
– Niente, ero in fila alla cassa, tu ti guardavi in giro, parlavi con una persona, poi ti sei girata e mi hai visto. –
– Ti ho sorriso? – è incuriosita.
– No. Anzi, mi hai guardato con un po’ di fastidio, poi ti sei voltata di nuovo dall’altra parte. –
– Ah quindi me la sono tirata un po’. Benissimo! –
Scema, penso. Scema.
– Anche in sogno, vedi!? –
– Faccio male!? – mi guarda con il viso inclinato, segno che mi sta scrutando.
– Certo. Con me non c’è mai stato bisogno, lo sai, sono sempre stato un libro aperto per te. –
Si tira su. Socchiude gli occhi, li stringe ancora un po’, è un gatto che si rotola al sole. Mi è mancata.
– Ma non è bastato, vero? –
No. Non è bastato.
– Fa niente. E comunque era solo un sogno. – alzo le spalle.
– Ti fidi di me!? –
C’è da chiederlo?
– Certo. Come sempre. –
– Dammi la mano, ora. –
La prendo, è delicata, le dita sottilissime appoggiano appena sul mio palmo, la stringo, piano, ho paura di farle male.
– Dove andiamo!? –
Mi sorride, mi dà un bacio leggerissimo su una guancia, sento il suo profumo, il suo odore.
Chiudo gli occhi.
– Vieni. Non ti preoccupare. Sei con me ora. E’ come un altro sogno. –
Non ho paura.
Vado.

Nella stanza in penombra la luce entra a lame dalle serrande abbassate.
L’uomo chinato sul vecchio sdraiato sul letto si rialza.
Intorno qualche persona, tutti in silenzio, qualche lacrima.
L’uomo si toglie lo stetoscopio dal collo e lo rimette in una grande borsa di pelle, poi annuisce senza parlare, non c’è n’è bisogno.
Le lacrime si fanno più intense, qualche singhiozzo, qualcuno si avvicina al letto mentre il medico si allontana; ora non è più il suo regno, lascia ad altri lo spazio che chiedono.
Si avvia verso la porta, la borsa in mano, saluta tutti, dice le solite frasi di circostanza, poi una donna gli si para davanti.
Lo guarda fisso, non sta piangendo, ha il viso contratto dal dolore ma non piange, le rughe leggere intorno agli occhi a malapena mascherate dal trucco di chissà quante ore prima.
– Ha sofferto? – chiede senza preamboli.
Il medico posa la borsa, si toglie gli occhiali, estrae un fazzoletto da una tasca e comincia a pulirli.
Prende tempo.
La stessa domanda, la stessa che fanno tutti.
All’inizio, quando era un giovane medico, diceva la verità, che non sapeva, che forse sì, che la malattia era dura, difficile, poi aveva capito che non era la verità che cercavano queste persone, ma una parola per alleviare il dolore, la sconfitta, e il senso di colpa per essere ancora qui mentre l’altro, gli altri no.
E allora aveva sviluppato un modo di mentire molto professionale, credibile. Non la considerava una bugia, ma una medicina come un’altra, un leggero sedativo per calmare i nervi in un momento di difficoltà.
Ma non stavolta.
Quegli occhi piantati nei suoi non vogliono sentire bugie. vogliono sapere. Vogliono stare male, se necessario.
Si rimette gli occhiali, alza la testa, fa un respiro.
– Non lo so. La verità è che non lo so. Nessuno può saperlo, solo coloro che hanno affrontato il momento della transizione tra l’esistenza e la non-esistenza potrebbero dirlo, ma non lo possono fare. Io ho cercato di tenerlo tranquillo, in questi ultimi giorni, e di tenere il dolore sotto controllo. Ma cosa sia passato tra i suoi nervi e le sue vene in quel momento in cui il cuore ha smesso di battere, non possiamo saperlo, mi dispiace. –
La donna annuisce, poi improvvisamente il medico riprende.
– Ma una cosa la posso dire. Proprio adesso, mentre ero lì, e mi avvicinavo per cercare disperatamente di sentire il suo respiro e il suo cuore, ha avuto un ultimo gesto. Era un sorriso. Non una contrazione delle labbra, una smorfia di dolore. No. Ha sorriso. E poi non c’era più. –
Quegli occhi che lo fissano non si staccano dai suoi per molti, lunghi secondi.
Poi è solo:
– Grazie. –
Esce, il medico, sereno nella sua sconfitta, mentre la donna si volta a guardare l’involucro che fino a qualche minuto prima conteneva suo padre.
Sembra che stia sognando, pensa.

Il segreto

Scritto sul treno Torino – Roma il 31 gennaio 2017

Esco dall’edificio e mi fermo sul marciapiedi.
Fa freddo, in questa giornata di pieno inverno, e se fossi uno scrittore maledetto come Steinbeck o Roth o dio non voglia Bukowksi avrei un cappotto grigio, liso, il bavero rialzato e una sigaretta in bocca, novello James Dean tra le pozzanghere di Manhattan.
Invece sono solo uno scrittore di gialli seriali, buoni per pagare le bollette e mantere dignitosamente una famiglia ma non vincerò mail il Nobel per la letteratura; un uomo di mezza età stretto in un giaccone dal colore indefinibile e una sciarpa celeste senza senso.
Improvvisamente mi accorgo della chiesa che ho di fronte, e alzo la testa ansiosamente: ho un disperato bisogno di bellezza, e il mio cervello registra la grandiosità di questa chiesa prima che io possa vederla veramente.
Ma man mano che i miei occhi salgono al cielo la vista è riempita dalle ragnatele dei tram e da un cielo color acciaio, che disturba la bellezza del marmo.
Qualcuno dice che a Torino la nebbia sia scomparsa da tempo; forse è vero, ma in queste fredde mattine invernali il cielo sa essere di un grigio così deprimente che forse rimpiango la nebbia, almeno non era possibile vedere un cielo così brutto.
Il mio desiderio di bellezza non è stato esaudito, e allora chiudo gli occhi.
Li chiudo e penso a venti anni fa.

Venti anni fa a Torino non c’erano state ancora le Olimpiadi, la città era più brutta, e sporca, quasi abbandonata, ancora in preda alle fabbriche e alle automobili.
Ogni volta che salivo da Roma mi sembrava di arrivare in un paese straniero, tanta era la differenza.
Non mi piaceva Torino venti anni fa, però venti anni fa ero giovane, non ero sposato e parecchie cose sembravano più belle comunque.
Venivo ogni tanto a trovare Alberto, il mio compagno di università che si era trasferito qui per lavorare in un’azienda di informatica.
Grande Alberto. Le cose della vita ci hanno diviso, non ci facciamo più neanche gli auguri di buon anno ormai, però so che ci sei, che sei qua in giro e mi fa piacere saperlo.
Venti anni fa però Alberto era ancora il mio miglior amico e venivo a trovarlo quando potevo.
Lui scendeva a Roma spesso a dire il vero, ma tornava per andare a casa dai suoi, aveva un sacco di persone da vedere, e insomma stavamo meglio quando io salivo e rimanevo qualche giorno a casa sua, una di queste mansarde dell’ottocento come si possono trovare solo a Torino
Eravamo ancora abbastanza giovani per voler passare le serate in giro nei locali e per attirare l’attenzione delle ragazze, e ne approfittavamo; eccome.
Non posso dire che fossero storie molto importanti, no. Di molte non ricordo neanche il viso, figuriamoci il nome.
Poi una sera entrò lei, in questo pub dove io e Alberto eravamo seduti al banco con una birra in mano, e la mia vita si fermò.
Ricordo la faccia di Alberto, anche lui rimase di stucco.
La bellezza di Sara irradiava in ogni direzione, era impossibile rimanere impassibili, quei denti bianchi quasi perennemente esposti in un sorriso coinvolgente, le labbra carnose, gli occhi di un verde scuro che brillavano anche al buio.
Lei entrò e tutti si girarono a guardarla.
Ma non era solo la bellezza fisica che colpiva, anzi.
Se riguardo le foto di allora mi rendo conto che in fondo era una ragazza normalissima, non tanto alta, il seno piccolo, le spalle ossute, un naso pronunciato.
Ma aveva carisma. Un carisma che esplodeva dagli occhi e dalle mani e nessuno ne era immune.
Neanche io, certo.
Neanche io.
Quando entrò quella sera era con un’amica e rideva, rideva di quella risata squillante che si insinuò nelle mie sinapsi fin dal primo momento, rideva perchè la vita è meravigliosa e lei lo sapeva, e non è importante il motivo per cui rideva quella sera, è importante che ci fosse, che fosse lì.
Che fosse lì per me.
Anche se non l’avevo mai vista prima lei era lì per me, e quando mi vide il suo sorriso si ridusse ad una piega delle labbra, ma gli occhi non cambiarono espressione.
Si vennero a sedere vicino a noi e Alberto lo prese come un invito perché cominciò subito a chiacchierare con loro.
Era bello Alberto, chissà se lo è ancora. Magari ha perso tutti i capelli, è ingrassato di quaranta chili, o forse è ancora un uomo che fa effetto sulle donne.
Ma quella sera era sicuramente il più bello tra noi due e non aveva remore a parlare con due sconosciute.
A dire il vero parlò solo con l’amica, perché Sara beveva una birra in silenzio e mi osservava, e anche io: bevevo e osservavo.
Non passò molto tempo che finimmo tutti seduti su un divanetto, con molte altre birre davanti, con Alberto e l’amica di Sara chiaramente destinati a finire la serata in maniera divertente.
Io e Sara scambiammo qualche parola, parlammo del più e del meno.
Ad un osservatore disattento poteva sembrare che non avessimo molto da dirci, ma in realtà stavamo comunicando in altro modo.
Fu in quel momento che lei mi prese improvvisamente un braccio e mi sussurrò all’orecchio:
– Io ho un segreto. So una cosa che non sa nessuno. –
E’ pazza, pensai.
Così meravigliosamente bella e affascinante, ma pazza.
Derubricai il potenziale incontro con lei ad una scopatina passeggera e indossando un sorriso di ordinanza le chiesi:
– E quale sarebbe questo segreto? – sperando in cuor mio che non mi raccontasse nessuna assurda storia su alieni, o virus, o scie chimiche, o qualsiasi altra coa che mi costringesse a rinunciare ad una notte di sesso che mi sembrava ormai molto probabile.
Mi sbagliavo. Sulla sua pazzia e sulla notte di sesso. Nessuna delle due cose era reale.
– Se te lo dico, che segreto è? – rispose con una logica inconfutabile – Ma una cosa posso dirtela: riguarda te. E me. –
Spalancai la bocca per la sorpresa.
Se voleva attirare la mia attenzione c’era riuscita, anche se non sarebbe stato necessario: il suo sorriso e i suoi occhi erano più che sufficienti.
Cercai di estorcerle altri dettagli ma non ci fu nulla da fare.
Un segreto è un segreto, si schermì, e non disse più nulla.
Nei due anni che passammo insieme, un po’ a Roma, un po’ a Torino, un po’ in giro per il mondo, le chiesi spesso di questo segreto, ma fu irremovibile.
In compenso mi rivelò altri segreti.
Mi face accedere ai segreti del suo corpo, accendendo una passione che non è mai tramontata.
Mi insegnò ad amare in un modo diverso, accettando una persona per quello che è, e non per quello che tu vorresti che fosse, e anche se questo mi è costato un po’ da mandare giù è la cosa di cui le sono più grato.
E mi insegnò a piangere, quando mi disse che mi lasciava, che andava a vivere altrove, e che la nostra vita insieme terminava in quel momento.
Me lo disse mentre facevamo l’amore, mi disse che sarebbe stata l’ultima volta e che dopo lei sarebbe andata via e non ci saremmo più visti né sentiti.
Non pianse, lei, mentre me lo diceva, ma mi asciugò le lacrime con quelle labbra magnifiche e mi fece vedere il suo sorriso per l’ultima volta.
Quando fu tutto finito mi abbracciò a lungo, mi raccontò storie che non conoscevo della sua infanzia, della sua famiglia, dei suoi amici.
Poi mi aiutò a vestirmi, come si veste un condannato a morte, e mi guardò andare via.
Non mi girai.

Riapro gli occhi, sono rossi di lacrime, maledizione.
La chiesa è ancora là, il cielo è ancora grigio e i fili dei tram continuano ad intrecciare ragnatele su tutta la città.
Finalmente attraverso la strada, mentre con un fazzoletto cerco di pulire gli occhiali, sporchi di lacrime e dolore.
Arrivo dall’altra parte e dò una rapida occhiata all’edificio a mattoni da cui sono uscito.
In questa città tutta la vita scorre forte dell’eredità sabauda e certi nomi sono ricorrenti: Vittorio Emanuele, Carlo, Elena, Maria Vittoria.
Maria Vittoria.
Cerco di ignorare la scritta che campeggia sopra l’ospedale e mi giro, ma non posso camminare, ho gli occhi pieni di lacrime e il freddo mi prende il naso.
Mi fermo e chiudo gli occhi di nuovo.

Non seppi più nulla di Sara e tagliai rapidamente le frequentazioni con Alberto: non volevo più venire a Torino per paura di incontrarla o anche solo di incontrare qualche amico comune che mi parlasse di lei.
A Roma cominciai ad uscire con Elisa; ci conoscevamo da un po’ ma chissà perché non era scattato nulla. Lei aveva una storia di poco conto, andammo al cinema un paio di volte prima di finire a letto insieme.
Un anno dopo eravamo sposati e cinque anni dopo avevamo una casa, due figli maschi ed eravamo felici.
Sara non scomparve mai veramente dai miei pensieri e un paio di volte fui molto vicino a chiamarla per sapere come stava, ma l’avevo amata in maniera così profonda e totale che rispettare la sua volontà mi sembrava il minimo.
Poi è un fatto che la vita prende direzioni inaspettate e meravigliose, e non mi sembrava il caso di rovinare quello che avevo costruito per un amore giovanile.
Mentivo però, sapete.
Non su tutto, ovviamente.
Ma Sara non era stato un amore giovanile.
Era l’amore della mia vita ed era finito senza un motivo, e io non me ne sarei mai fatto veramente una ragione.
Tuttavia ero arrivato a patti con me stesso e con lei su questa cosa, e poi la mia vita era bella e piena, non posso che dire questo.
Era bella, sì.
Poi un giorno il mio telefono squillò, e anche se non era più nella mia agenda – colpa di decine e decine di telefoni che avevo cambiato in venti anni – il suo numero mi era rimasto impresso nella memoria.
Guardai il numero di Sara che urlava sul mio telefono finché dopo un tempo apparentemente interminabile ebbi il coraggio di rispondere.
Non dissi nulla.
Sentivo la sua presenza.
Aspettò qualche secondo, poi disse:
– Sto male. Vieni su. –

Un sorriso ironico mi compare sul viso mentre guardo l’edificio dove è Sara in questo momento.
Non ci sarebbe niente da sorridere, ma ho sempre cercato di vedere l’ironia nelle cose dell’universo, ed essere qui, averla rivista, e scoprire di aver passato venti anni senza di lei e non poterla neanche sgridare, mi sembra una beffa.
Ripenso ai momenti frenetici degli ultimi giorni, a mia moglie, a cui ho dovuto raccontare di Sara e del perché dovevo andare su, ad Alberto, che ho chiamato dopo tanti anni per scoprire che sapeva già tutto; lui i contatti con Sara non li aveva mai persi.
Al taxi che non si trovava, al treno che non arrivava mai, alla corsa per tutta Torino.
Al freddo, al cielo grigio, alla chiesa, ai fili, alle macchine, a dio, a perché lui non c’era mai quando mi serviva nella mia vita, al perché ho dovuto sempre sopportare tutto da solo e camminare con le mie gambe.
Ma ora le mie gambe non mi reggono più, devo sedermi.
E non posso evitare di guardare l’edificio e pensare a poche ore fa, quando sono entrato in quella stanza in penombra solo per guardare con angoscia quel simulacro di una donna che una volta mi saltava sulla schiena a piè pari, e mi mordeva il collo facendomi sanguinare, urlando “sono il tuo vampiro”, e quando mi incazzavo si toglieva di corsa la maglietta scoprendo il seno piccolo ma dritto dicendomi “mi puoi perdonare?”.
Sì, Sara. Ti posso perdonare.
Anche stavolta, anche se non capisco, ti posso perdonare, per quanto ti ho amato e ti amo ancora.
Mi sono avvicinato al letto, cercando disperatamente quegli occhi, quel sorriso, quelle labbra.
Non potevo parlare, non ci riuscivo, neanche quando mi ha sussurrato all’orecchio:
– Lo vuoi sapere allora qual è questo segreto? –
Ho fatto cenno di sì con la testa, perché la gola era bloccata da tutto, da pianto, angoscia, paura.
– Io lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita qui, ora. Non mi chiedere come, non te lo so dire, o forse sì ma non importa. Sapevo che ti avrei lasciato solo, che tu saresti uscito sconfitto. Che avresti costruito la tua vita su di me, come io su di te, che avresti eretto una casa sulle fondamenta della nostra storia, e in questa casa avresti messo tutto te stesso come fai sempre, come fai per tutto. Ma quando io me ne fossi andata tu ne saresti rimasto annichilito. E io non lo volevo. Non lo voglio. Ti amo come tu ami me, e ti ho regalato quello che ho potuto: una vita felice, una famiglia che ti adora. E questo giorno sarà meno difficile, ora puoi sopportarlo. –

Come si fa? Ditemi, come si fa? Ad odiare una donna che ti ama così.
Eppure io la odiavo, e la odio, perché il mio stupido orgoglio di uomo mi dice che no, che io ce l’avrei fatta, che avrei potuto sopportare tutto se solo mi avesse fatto stare con lei, che non è giusto, non è giusto, che non è questa la vita che volevo.
Che io non voglio essere felice, non voglio sopportarlo.
Io volevo stare con lei, vivere per lei e morire per lei.

Erano così evidenti le mie emozioni, così evidenti, che Sara è stata costretta a fare uno sforzo immane per mettermi una mano sul viso.
Ho chiuso gli occhi, perché non sentivo quella mano da venti anni e volevo assaporarne ogni millimetro e imprimerla nella memoria per sempre, perché non l’avrei sentita mai più.

Ho chiuso gli occhi là dentro, i miei e i suoi, e li riapro ora.
Cerco di respirare, ma è come se quest’aria fredda di gennaio fosse così spessa da non riuscire a superare le narici, l’ossigeno mi manca, sento il cuore battere furiosamente e i polmoni contrarsi senza sosta.
Poi, piano piano, riesco ad alzarmi, mi tolgo gli occhiali, tanto non c’è nulla da vedere, no!?
Solo una chiesa, un cielo grigio, e una ragnatela di fili che attraversa la città.

santalfonso

Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi

Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Le frasi che ogni uomo sposato ama sentirsi dire

Non importa chi sia la dolce metà che divide la vostra esistenza.
Non conta il livello sociale, culturale, l’età, la provenienza etnica o religiosa; ci sarà sempre qualcosa che le accomuna e che renderà la vostra vita matrimoniale meravigliosa.
Sono quelle frasi che al momento giusto riempiranno la vostra giornata, la vostra serata e se siete fortunati anche le vostre nottate.
Non vi illudete: non stiamo parlando di amore, passione, tenerezze.
Quelle le potete da ar gatto.
Stiamo parlando delle frasi che sanciranno una volta per tutte la supremazia famigliare.
Sì, avete indovinato: non è la vostra

1. Non è morto nessuno
Un evergreen, una frase ad amplissimo spettro, come il Rochefin, che si può applicare a qualsiasi situazione, dall’aver inciso la “Dama con l’ermellino” sulla fiancata della macchina nuova strusciandola contro un muretto a secco, ad aver inavvertitamente lasciato cadere la vostra Nikon dal tavolino cercando di togliere la tovaglia da sotto le suppellettili come Silvan.
“Non è morto nessuno” è la frase che spegne istantaneamente qualsiasi tentativo di protesta, perché che cazzo, mica è morto qualcuno, no!? e allora perché protestare?
Che poi quando voi vi dimenticate di alzare la tavoletta del bagno la vostra signora esploda come il Monte Fuji, o che aver dimenticato di chiudere il gas quando siete via per il week end provochi una crisi che neanche i missili a Cuba ci riuscirono, questo non conta.
Quando è il vostro momento di lamentarvi, scatta il riflesso condizionato: “non è morto nessuno”. E fine delle discussioni.

2. Me lo potevi dire
Mentre “non è morto nessuno” è una frase difensiva, che tutto sommato contiene un blando riconoscimento di aver fatto una cazzata, “Me lo potevi dire” è invece un attacco senza quartiere: la colpa è tua, sempre tua, solo tua, anche se la cazzata l’ho fatta io, la colpa è tua perché “me lo potevi dire”.
E’ una frase dalle varianti infinite, e come molti musicisti hanno costruito una fortuna sul giro di Do ci sono mogli che hanno consolidato il loro matrimonio unicamente a botte di “me lo potevi dire”.
C’è per esempio il rafforzativo “me lo potevi dire PRIMA”. E quando te lo dovevo dire? Dopo?
Ma un avverbio pleonastico ci sta sempre bene, rafforza l’idea che siete dei coglioni, e che potevate dirlo PRIMA che a venti gradi sottozero tirare il freno a mano vuol dire non usare la macchina fino alla fine dell’era glaciale.
Me lo potevi dire PRIMA che se faccio cadere la bottiglia della coca cola poi non è consigliabile aprirla a tavola mentre indossi la cravatta che ti ha regalato tua madre.
“Me lo potevi dire” nelle mogli più sofisticate può diventare facilmente sarcasmo.
Ad esempio se dopo due mesi di jeans e maglietta vi vede andare in ufficio giacca e cravatta non potrà esimersi da un: “Me lo potevi dire che è arrivata una collega particolarmente bella”, sottolineando il fatto che siete praticamente dei barboni e solo l’ormone è in grado di farvi vestire decentemente.
“Me lo potevi dire” è come una camicia celeste, va bene su tutto.

3. Sei come tuo padre
Ora, qui siamo passati alla denigrazione bella e buona. Perché tuo padre può anche essere Sabin e aver regalato il vaccino antipolio all’umanità, oppure il Mahatma Gandhi, ma è sempre tuo padre, e per induzione uno stronzo.
Anzi, il paradigma dello stronzo che diventerai anche tu.
Quando una donna ti dice “sei come tuo padre”, non è mai perché ti sei fatto un mazzo tanto per tutta la domenica a montare una parete IKEA, oppure perché sei andato a fare la spesa all’unico supermercato aperto di notte perché lei domani deve andare in ufficio presto e non c’è niente per preparare i pranzo ai bambini.
Non è neanche quando hai tollerato il suo collega di stanza tutta la sera sorridendogli e annuendo, anche se l’unico argomento di conversazione che ha è la Roma e tu sei della Lazio.
No.
Questa è la frase che esce quando ad esempio ti scappa un’occhiatina alle tette della baby sitter.
Oppure quando distrattamente ti scappa una falangina nel naso.
O anche quando lanci le mutande nel cesto dei panni sporchi ma sbagli mira e finiscono rovinosamente nel portagioie di tua moglie.
Insomma, quando sei antipatico, casinista, stronzo, fedifrago, puzzi o hai l’alito pesante sei come tuo padre.
Quando fai qualcosa di buono, è culo.

4. Abbiamo qualcosa da fare sabato pomeriggio?

Ecco, quando una donna vi fa questa domanda, la cosa peggiore che possiate fare è rispondere.
La tattica giusta, l’unica che vi può forse – e sottolineo forse – salvare la vita è rispondere con un’altra domanda: “Perché?”
Non credete, non ve la caverete, è un po’ come buttare la palla dall’altra parte a tennis, se avete un Federer prima o poi vi infila.
Ma d’altronde, per rimanere nel tennistico, c’è sempre la speranza che l’avversario la butti a rete.
Invece rispondere vuol dire essere di sicuro passato per le armi, l’unica differenza può solo essere la quantità di dolore inflitta.
In ordine di pericolosità, la risposta peggiore è: “Sì, io vado allo stadio con Gianluigi”.
Ora, per essere chiari, nessuna donna crederà mai che esiste un Gianluigi con cui voi andate allo stadio, e comunque, anche se fosse un amico reale, o anche vostro cognato, ogni donna sa bene che a) Gianluigi vi reggerebbe bordone in ogni caso e b) Sticazzi, hai preso un impegno senza dirmi nulla, sei morto.
Questa risposta può provocare, a secondo del carattere della consorte, una gamma di reazioni che va dalla sfuriata, al gelido sguardo con conseguente chiusura dei rubinetti sessuali per sei mesi.
Se però pensate che “Mi pare niente” sia una risposta soddisfacente, siete dei poveri illusi.
Lei farà un sorriso dolcissimo, foriero di fregature colossali, e vi dirà: “Perfetto, allora per favore dovresti accompagnare mamma a fisioterapia”, oppure “Porti tu la bambina a danza?”, oppure “Meno male perché il giardino ha bisogno di una sistemata.”
Insomma, se avete da fare, siete degli stronzi egoisti che vanno sterminati con il napalm, se non avete niente da fare degli schiavi da usare a piacimento.
Non c’è speranza

5. La vicina è proprio volgare
Qui ragazzi dobbiamo ammetterlo: le donne sono fantastiche a portarvi su terreni scivolosissimi, in cui neanche l’abilità e la grazia di un Bolle riuscirebbero a farvi rimanere in piedi e ad evitare di rompervi una tibia, metaforicamente e non.
La vicina in questione può essere la vicina di casa, la vicina di ombrellone, la vicina sul treno, insomma una donna qualsiasi che però abbia due caratteristiche fondamentali: sia a portata di sguardi e sia una gnocca terrificante.
Vostra moglie non potrà negare che una bionda-occhiazzurri-90/60/90 di un metro e ottanta sia una gnocca da paura, e quindi per dissimulare il suo rosicamento e togliervi anche l’uncia soddisfazione che vi è rimasta, qeulla di un’occhiata furtiva, la butterà in caciara.
Cosa potete rispondere?
La verità? Cioè che se questa vicina vi degnasse anche solo di uno sguardo lascereste moglie, figli e lavoro per una settimana con lei alle Maldive, possibilmente senza scendere mai in spiaggia?
Non credo proprio.
Potete fare due cose, entrambe sbagliate, ma tanto ormai sapete come va a finire, no!?
Potete dire: “E’ vero, è proprio volgare, sarebbe anche una bella ragazza ma mi fa schifo”.
Fratelli, preghiamo insieme per l’uomo che oserà sfidare la sorte con una menzogna così pacchiana, perché il suo viso e i suoi ormoni diranno esattamente l’opposto, ed è la scusa che la moglie cercava per andare su tutte le furie, e tenervi poi il muso per due mesi (oltre ovviamente a chiudere i rubinetti, questo è chiaro).
Ma per fortuna ci sono anche uomini temerari, senza però avere le palle per dichiarare apertamente “Io a quella je farei questo e quello”.
No.
Quelli di noi sinceri ma vigliacchetti proveranno a buttarla là: “Ma no, dai, è una bella donna, forse si è truccata un po’ pesante”.
Come se foste Yves Sant-Laurent che dà un giudizio sul make-up di Monica Bellucci.
Invece siete un disgraziato, che viene improvvisamente investito da una tempesta di parolacce, di cui “Porco!” è la più soave, le altre non le posso scrivere a causa delle vigenti leggi sulla morale pubblica.

Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

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Quando muore un vecchio

Quando muore un vecchio, spesso l’unica cosa che si ricorda di lui sono gli ultimi atti della sua esistenza.
Ci viene in mente la sua camminata incerta, magari storta, la testa incassata nelle spalle curve e il braccio appoggiato ad un giovane straniero.
Le ore passate su una panchina, a prendere un po’ di sole per scaldare un corpo che sente già freddo, oppure su una poltrona davanti ad una televisione che non gli piace più.
Ricordiamo la geografia delle rughe, gli occhi acquosi che tentano di sorridere invano, la pelle ingiallita dal tempo e dalle intemperie.
L’immagine che ci è rimasta impressa sulla retina è quella di una bocca sempre aperta nel disperato tentativo di tirare su anche l’ultimo refolo di ossigeno, per alimentare i polmoni stanchi di alzarsi e abbassarsi senza sosta.
Non riusciamo a dimenticare lo sguardo imbarazzato della prima volta in cui si è bagnato i pantaloni, come quando era un bambino: uno sguardo terribile, quello di un uomo che non ha più il controllo del suo corpo, e lo odia perché non segue più i suoi desideri.
Ci fanno tenerezza le parole senza senso dette nei momenti più sbagliati, la memoria che svanisce poco a poco fino a diventare una cassaforte inespugnabile, le stesse frasi ripetute ogni volta, e molte volte, e sempre uguali, come una radio rotta.
Quando muore un vecchio, l’ultima volta che lo vediamo è spesso un povero corpo dentro un contenitore di legno, un vago simulacro di quella persona che è stata per molto tempo.
Un vecchio lascia ricordi da vecchio, immagini da vecchio, sentimenti da vecchio.

Quando muore un vecchio, qualche volta è una liberazione.
Per non vedere più quei tubi martoriare il corpo e l’anima di una persona amata.
Per non sentire i lamenti quando il dolore si fa più forte e nessuna medicina può calmarlo.
Per non doverlo guardare mentre dorme, il respiro pesante, e le lacrime scendono senza interruzione mentre gli teniamo la mano.
Qualche volta, anche se non si dovrebbe, la morte di un vecchio libera la vita degli altri, anche di quelli che lo amano.
Per questo i vecchi si lasciano andare. Per amore, per non essere più un peso, per lasciare un ricordo di sé che non sia solo ospedali, ambulanze, pianti e dispiacere.
Qualche volta, quando muore un vecchio, è l’inizio di una nuova vita per qualcun altro, l’ultimo regalo che si può fare a chi magari ci è stato vicino per tanti anni.

Ma quando muore un vecchio quasi nessuno pensa mai che insieme a quel vecchio sono morte tante persone, moltissime.
E’ morto l’uomo che ha sofferto per un amore perduto o l’uomo appassionato che ha inventato parole per la donna che amava, e pianto e riso insieme a lei.
L’uomo che ha rubato un ramo di mimosa ogni anno allo stesso albero per quaranta anni, e che ha ricordato ogni anniversario, anche il più banale.
E’ morto il ragazzino che è tornato a casa piangendo con un ginocchio sanguinante, e con un occhio nero per il pugno di un compagno.
E’ morto un adolescente che ha aspettato invano ore per incontrare una ragazzina, per poi vederla arrivare insieme ad un altro.
Colui che è partito militare ragazzo ed è tornato uomo.
E’ morto lo studente che passava le notti sui libri con una tazza enorme di caffè, con la madre che ogni tanto veniva ad accarezzargli la testa, e che lo copriva per non fargli prendere freddo quando lo trovava addormentato sul tavolo.
E’ morto il sorriso sbiadito di una fotografia, scattata in paese lontano, con i capelli ancora lunghi al vento e tanti anni ancora davanti per viaggiare, ridere e piangere.
Quando muore un vecchio se ne va l’uomo che ha lottato tutta la vita per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, bruciando le ore e gli anni migliori della sua vita magari a fare cose che non gli piacevano, solo per uno stipendio e per vedere la felicità negli occhi dei suoi figli per un regalo inaspettato.
E non penserete mai che questo vecchio, che ha regalato l’ultimo sorriso tanto tempo fa, abbia potuto scrivere poesie, dedicare canzoni, vedere paesi lontani, conoscere e amare mille persone, soffrire e gioire, vedere nascere e morire, partire e tornare.
Che ha attraversato questa esistenza di carne e sangue con gli occhi aperti e il cuore in mano, con i nervi tesi e i muscoli pronti, con le mani grandi e le lacrime calde.
Che molto ha dato e forse, forse, molto ha ricevuto.

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

Stazione

L’attesa

In un racconto precedente, “La Lettera“, ho raccontato la storia di Giulio e Anna, una storia malinconica e con un finale difficile e struggente.
Ma sapete, a volte quando si trova una bella storia ci si affeziona, e non si vuole lasciarla andare.
E allora ho pensato: ma sarà andata veramente così?
Chissà.

Nel quartiere lo conoscevano tutti.
D’altronde era difficile non conoscere un vecchio che tutti i giorni da trenta anni passa le ore di pranzo su una panchina, la stessa panchina, nello stesso parco, seduto nella stessa posizione.
Una volta era un medico e aveva poco tempo, ma trovava sempre una mezz’ora per sedere sulla panchina, a occhi semichiusi per difendersi dal sole, sbirciando ogni tanto l’ingresso del parco.
Dato che abitava in zona non mancava l’appuntamento con la panchina neanche nei fine settimana.
Gli unici giorni in cui non si faceva vedere erano quelli dedicati alle rare, brevi vacanze. Mai più di una settimana di seguito, e quando tornava sembrava ansioso di riprendere il suo posto su quella panchina.
Poi da quando era andato in pensione non aveva saltato un giorno, tranne quando era stato ricoverato per una banale colica renale.
Ma il vecchio, così ormai lo chiamavano tutti, godeva di una salute di ferro e negli ultimi cinque anni era arrivato puntuale, alle ore di pranzo, ed era rimasto seduto per un paio d’ore almeno, tutti i santi giorni.
Se c’era troppo sole si copriva con un cappelletto da pescatore e indossava degli occhiali da sole graduati; se pioveva aveva un giaccone impermeabile nel quale si rannicchiava e un ombrello arancione.
Se pioveva veramente forte lasciava a malincuore la panchina e si riparava sotto una tettoia del parco giochi, ma senza mai perdere di vista l’ingresso del parco.
Era sempre lì, il vecchio.
D’altronde non aveva figli o nipoti, forse, si diceva, una sorella chissà dove; i genitori erano morti da tempo immemorabile e quindi non aveva motivi per allontanarsi da quella panchina.
Non che fosse chiaro cosa ci facesse, perché i pochi che avevano osato fargli delle domande si erano beccati delle occhiatacce che li aveva fatti desistere dal continuare.
Di una cosa erano sicuri: il vecchio era chiaramente in attesa.
Di chi, o di che cosa, questo non si sapeva, e dopo trenta anni era diventato un argomento molto frequentato, nel quartiere.
Il vecchio che aspettava sulla panchina era una storia troppo bella da non raccontare, e via con le ipotesi più incredibili: quasi tutte riguardavano una donna perduta, ma c’era chi parlava di un figlio che lo aveva disconosciuto, di un cane che era fuggito (che se fosse stato vero sarebbe morto da un pezzo, ma al quartiere piacevano le storie impossibili), addirittura di una crisi mistica.
Fatto sta che nessuno ne sapeva veramente niente.
Fuori da quella panchina in verità il vecchio era una persona piacevole: salutava tutti cordialmente, sorrideva, aveva degli amici con cui si vedeva, e qualche volta lo avevano anche pizzicato, quando era più giovane, con una donna sotto braccio.
Ma su quella panchina era lui e lui solo.
Non c’era nessun altro e non voleva nessun altro.
Di solito sedeva in punta, con le mani appoggiate come se stesse per darsi una spinta per alzarsi.
Qualche volta teneva in mano dei fogli di carta, che estraeva da una busta gialla scolorita.
Una lettera, forse.
Raramente aveva con sé qualcosa da mangiare o da bere.
Negli ultimi tempi aveva accettato di scambiare due parole con una ragazza che alle ore di pranzo portava il cane nel parco.
Molti nel quartiere l’avevano poi fermata per sapere se lui le avesse raccontato qualcosa, ma lei assicurò che parlavano del più e del meno, del tempo, del cane, e insomma niente che potesse far capire cosa stesse facendo su quella panchina.
I giorni, i mesi, gli anni passavano, e il vecchio diventava sempre più vecchio, ma ogni giorno sedeva sulla sua panchina, le mani appoggiate, la schiena eretta e lo sguardo indagatore.
Gli anni passavano, bambini diventavano ragazzi, poi uomini e donne, generavano altri bambini, ma il vecchio rimaneva sulla sua panchina.
Fino a quel giorno.
Dovete sapere che quello che segue fu raccontato dal barbiere, che era presente all’evento. Ma il barbiere era vecchio anche lui, forse addirittura più vecchio del vecchio.
Fu forse per questo motivo che molti non gli credettero, o pensarono che avesse abbellito la storia per far scendere qualche lacrima, ma lui insistette, si stizzì, e alla fine tutti dovettero prendere per buona la sua storia.
Fatto sta che il vecchio da un giorno all’altro scomparve.
Dopo trenta e passa anni, non venne più sulla sua panchina al parco.
Qualcuno che conosceva il suo indirizzo provò a suonare al citofono, ma non ebbe risposta.
La portinaia si infastidì del viavai di curiosi, e disse senza mezzi termini che il vecchio non si era più visto, che dopo un paio di giorni si era presentata una ditta di traslochi con le chiavi e una regolare autorizzazione, e aveva portato via tutto.
Il giorno dopo ancora un cartello “vendesi” era comparso con i riferimenti dell’agenzia, e siccome il prezzo richiesto era molto competitivo in un paio di settimane la casa fu venduta.
Del vecchio non si seppe più nulla, così che il quartiere ebbe ancora una storia da continuare a raccontare molti anni dopo che il vecchio era scomparso e presumibilmente morto, anche se godeva di buona salute.
Ma cosa raccontò il barbiere?
Era dicembre, uno degli ultimi giorni dell’anno, e il freddo secco di una soleggiata giornata invernale entrava nelle ossa e le sbriciolava senza pietà.
Il vecchio era seduto sulla sua panchina, le mani sul marmo, una giacca imbottita ben chiusa, e una sciarpa a proteggere il collo.
Sulla testa un berretto di lana calcato fin sopra gli occhiali.
Il barbiere lo vide bene, dice lui, perché lo salutò con la mano e ne ebbe un breve cenno della testa.
Sapete, il barbiere era testardo, tignoso, era uno di quelli che non si rassegnava alla solitudine di quell’uomo, e ogni tanto provava ad attaccare bottone anche se veniva sempre respinto da una delle occhiatacce del vecchio.
Anche quel freddo giorno di dicembre decise di tentare un approccio, ma non riuscì neanche ad arrivare alla panchina perché il vecchio si alzò di scatto e anche lui si bloccò per guardare cosa stesse succedendo.
Il vecchio si mise in piedi con una rapidità ed un vigore che probabilmente non pensava neanche di avere, occhi e bocca spalancati verso l’ingresso del parco.
Lì, tra le colonne di granito che sorreggevano le siepi, appena varcata la soglia che faceva da limite tra l’asfalto e la ghiaia, una donna avanzava lentamente.
Avrà avuto sessanta anni, forse qualcuno di più, ma ancora una bella donna, con i capelli sale e pepe lunghi, raccolti da un lato e fermati da un legacapelli dorato.
Gli occhi erano intensi, segnati da un trucco che sembrava permanente per quanto era scuro, e sulla fronte un segno colorato.
Era vestita in modo semplice, un paio di jeans infilati dentro stivali marroni, un cappotto blu aperto su una maglia molto chiara.
Al collo una pashmina turchese su cui erano appoggiati, sorretti da una cordicella nera, degli occhiali da vista.
La donna camminò verso il vecchio, lentamente, e ad ogni passo sul suo viso le rughe andavano via, una ad una, man mano che il sorriso si impadroniva di lei.
Poi le rughe tornarono, rughe profonde ai lati della bocca, e sotto gli occhi, ma erano rughe di felicità.
Il vecchio invece non cambiò espressione: rimase con gli occhi spalancati e la bocca aperta, finché lei non gli fu ad un metro.
Solo quando lei arrivò quasi a toccarlo lui finalmente si rilassò, la bocca si richiuse, gli occhi si addolcirono, una lacrima scivolò dall’angolo dell’occhio sinistro.
Solo il sinistro, perché là c’erano il cuore e lo stomaco, ed era la parte sinistra del suo corpo che aspettava questo momento da più di trenta anni.
– Sei tornata… – ebbe la forza di dire il vecchio – Io…ho aspettato qui…come ti avevo promesso… –
Lei annuì, senza avere il coraggio di togliere le mani dal cappotto.
– Ognuno fa le promesse che deve, Giulio, e cerca di mantenerle. Io avevo fatto le mie, e ho cercato di rispettarle. Tu hai fatto le tue, e sei ancora qua. E’ arrivato il momento di scioglierle. –
– Lui dov’è? – chiese il vecchio, impaurito da una presenza che aveva condizionato la sua stessa esistenza.
Lei fece un gesto vago con una mano, come per dire “lassù”.
– Non c’è più. Da un po’. Non sarei tornata, sai, perché non credevo di trovarti. Ma quando ho fatto qualche telefonata per avvisare, mi hanno detto di te. –
Finalmente tolse una mano dalla tasca e fece una lieve carezza sulla guancia del vecchio che adesso piangeva senza ritegno.
– Io…non avevo idea Giulio…non pensavo che tu…fossi capace di questo. Anche io ti ho pensato, tutti i giorni, tutti i giorni della mia vita ho rivissuto quelle due settimane, minuto per minuto, secondo per secondo, e tutti i giorni mi sono chiesta se avevo fatto bene e se facevo bene. –
– Non c’è stato più niente dopo di te, Anna. Niente. Niente per cui valesse la pena vivere, o morire. Niente che mi facesse male allo stomaco, in alto a sinistra. Niente che occupasse lo spazio nel petto e che mi facesse mancare il respiro. Ho atteso perché la speranza è stata l’unica cosa che mi ha mantenuto in vita. –
Lei non piangeva, le lacrime le aveva consumate tutte in lunghi, forse inutili anni di lontananza, vicino ad un uomo che adorava ma non amava, e lontana da questo uomo diventato un vecchio, che aveva amato in maniera assoluta.
Tese la mano.
– Ce l’hai con te? – chiese.
Lui annuì. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Mise una mano nella tasca del giaccone, e con le dita tremanti le porse una busta gialla, corrosa dal tempo, da cui spuntavano dei fogli una volta bianchi, anch’essi ingialliti dal sole e consumati dalle dita del vecchio.
Era la lettera con cui lei gli aveva detto addio.
La lettera che era rimasta per più di trenta, infiniti anni, l’unico legame tra di loro, e che portava le ultime parole che lei gli aveva detto.
La donna prese la busta, la guardò a lungo, sospirò, estrasse la lettera, e infine, guardandolo negli occhi, la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Poi prese il vecchio sottobraccio e gli disse:
– Vieni. Andiamo via. –

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Amore Assoluto

Fare il fotografo, per passione o per professione, significa avere un osservatorio privilegiato sul mondo, tanto più se si fotografano le persone.
Si possono vedere e quasi toccare da vicino emozioni che spesso le persone tengono solo per sé, ma chissà come mai talvolta, qualche rara ma bellissima volta, svelano davanti ad una macchina fotografica.
E qualche volta dietro quella macchina ci sei tu, il fortunato che può osservare gli occhi delle persone lasciarsi andare e raccontarti delle storie, piccole o grandi che siano.
Il bravo fotografo è colui che riesce a essere così affidabile da rendere questo processo semplice per la persona che ha davanti: la ricompensa spesso sono emozioni che fluiscono in maniera naturale e tu sei il testimone di un momento importante; che poi anche altri vedranno certo, ma dopo.
Intanto tu eri lì, ed è meraviglioso.
Ma poi, quando scatti una foto come questa, quando sei testimone di un amore così assoluto, pensi di non essere neanche degno di guardare.
In questa società in cui l’amore viene svilito, sminuzzato, ridotto, confuso con cose che non c’entrano nulla, ignorato, negato, rovinato dalla rabbia o dalla gelosia,
Una società in cui l’amore è sempre secondo: alla carriera, ai soldi, alle ambizioni, alla prevaricazione
In questa società in cui amare qualcuno, o qualcosa, sembra essere passato di moda
Una società in cui l’amore è codificato dai messaggi dei social network, dalle scritte sgrammaticate sui muri, dai pezzi di poesia strappati dalle loro pagine a forza e mai capiti.
L’amore che non è più quello di Dante, Prevert o di Leopardi, ma neanche quello di Roma città aperta, di Ladri di biciclette o di tanti film che abbiamo visto magari piangendo.
E’ una società questa in cui spesso all’amore – qualsiasi amore – non viene più dato tempo per nascere, crescere, svilupparsi, mettere radici.
Eppure.
Eppure in questa nostra società così difficile che all’amore riserva spesso solo un posto commerciale, c’è ancora un amore che è rimasto lo stesso, puro e immutabile dalla notte dei tempi.
Un amore che scavalca le mode e i costumi, gli anni e i secoli, lo spazio e il tempo, la vita e la morte.
Un amore che nasce dalle viscere e finisce nelle viscere, che spiega perché siamo qua e perché non ci saremo più.
E quando ti capita di vedere un amore così vorresti solo spingere, piano, un piccolo pulsante, e poi scomparire per non disturbarlo.

BlankaeLudo

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Le declinazioni dell’amore

Noi, noi pensiamo di sapere tutto dell’amore.
Perché abbiamo amato e siamo stati amati, e pensiamo che l’amore sia quello che è accaduto a noi, solo a noi.
Noi che abbiamo amato con passione o con violenza, con tenerezza, rabbia, malinconia, desiderio, erotismo, gentilezza, attesa, freddezza, in maniera totalizzante o relegando il nostro sentimento in un angolo.
Noi che abbiamo amato una donna fin dal primo momento che l’abbiamo vista sui banchi di scuola o ne abbiamo amate cento e poi mille e ancora ne amiamo; noi che abbiamo scelto una donna per la nostra vita futura, o che ne amiamo una al mese; noi che sentiamo la malinconia di un amore perduto, o la gioia di un amore nuovo; noi che ci piace svegliarci tutti i giorni vicino alla madre dei nostri figli o che passiamo le serate in giro per i bar a caccia di qualche cosa; noi che ritroviamo dopo venti anni la donna della nostra vita e noi che ce la abbiamo sempre avuta vicina e non ce ne eravamo accorti.
Noi che di una donna abbiamo amato gli occhi, o il seno, o i piedi, o il culo, o i capelli, o l’eleganza, o il sorriso, o le parole, o i silenzi.
Noi che la guardiamo quando fa l’amore, quando cucina, quando torna stanca dal lavoro, quando guida la macchina, o quando gioca con i bambini e tu non esisti.
Noi, noi pensiamo che l’amore, l’amore vero, sia quello di un uomo per una donna, o di un uomo per un altro uomo, o indifferente purché sia una persona che vale.
Noi che scegliamo una donna perché buona, o perché ci fa soffrire, perché ci strega a letto, o ci fa ridere.
Noi che dell’amore abbiamo letto tutto, visto tutti i film, parlato con tutti gli amici, abbracciato tutte le donne, pianto tutte le lacrime e spalancato tutti i sorrisi.
Noi pensiamo di sapere tutto, ma l’amore non si può catalogare, impacchettare, etichettare.
Il nostro, di amore, vale quello che vale, il tempo di uno sguardo.
L’amore è come l’acqua, si adatta, poi scivola, e se tenti di afferrarlo ti bagna ma non si ferma.
L’amore ha più declinazioni di quanto noi possiamo pensare, dobbiamo solo imparare a riconoscerlo, a capirlo, e no: non dobbiamo mai innamorarci, dell’amore.

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I dieci indizi (falsi) che vostro marito vi mette le corna

Sappiamo tutti che se una donna si mette in testa di tradire il marito senza farsi scoprire non c’è modo per il pover’uomo di rendersi conto del palco reale che gli sovrasta il cranio, neanche se sbattesse alla porta di casa tutti i giorni per dieci anni di seguito.
Il motivo è semplice: le donne sono più furbe, più attente, più maliziose, e gli uomini più bambacioni, creduloni e governati dall’ormone.
Le donne sono più furbe anche quando è LUI a cornificare, e a differenza dell’uomo sanno individuare anche i minimi segnali e individuare la magagna anche senza che lui lasci in giro il classico scontrino del ristorante nelle tasche.
Le donne sono abituate a leggere i segnali del corpo, e anche la minima deviazione dal comportamento standard fare rizzare le loro antenne per cui per un uomo è virtualmente impossibile mantenere una relazione extraconiugale per un periodo molto lungo (diciamo superiore a due ore) senza che la moglie se ne avveda.
Però io non voglio parlare di questo, bensì di quella situazione in cui la donna CREDE di aver rilevato segnali di corna da parte del consorte, ma ciò (purtroppo direbbe lui) non è vero.
Succede più spesso di quanto pensiate, e anche ad uomini che francamente solo a guardarli verrebbe da dire: ma quale (altra) donna potrebbe mai interessarsi a questo scarto di magazzino?
Ho ritenuto opportuno quindi stilare un prontuario dei principali segnali che possono essere fraintesi, e credo possa essere utile sia alle donne per tranquillizzarsi un pochino quando dovessero credere di vederne uno ma anche per gli uomini: state accuratamente attenti a evitarli quando la coscienza è VERAMENTE sporca…

1. Si è fatto la doccia rientrando dopo una trasferta di lavoro
Come noto, l’ommo è ommo e ha da puzzà, e con questa verità molte donne hanno imparato a convivere.
Quindi per la moglie è normale che dopo una giornata di duro lavoro (così almeno si presume) l’uomo arrivi direttamente a tavola con l’ascella piccante.
Oggi però no. Oggi si spoglia rapidamente, butta i vestiti nella cesta dei panni sporchi e si fionda sotto la doccia per mezz’ora, con l’acqua così bollente che quando esce gli fuma tutto (tranne le palle altrimenti non sarebbe in questa situazione).
Il segnale è chiaro: ha voluto cancellare qualsiasi traccia di umori corporei sospetti, e magari alieni.
Dato che ormai le prove sono scomparse dalla pelle, ella non potrà che fondarsi nella cesta e mettersi ad annusare centimetro per centimetri i vestiti di lui, nella certezza acquisita di individuare qualche elemento XX lasciato dalla zocc… dall’amante di lui.
Questa ispezione comprende anche pedalini sudati, maglietta della salute umidiccia e mutande stella con taschino laterale indossate per una settimana di seguito.
E’ così che la trova lui, quando in accappatoio e ciabatte entra in camera da letto: piegata a novanta gradi e con la testa nella cesta.
Lui innocentemente pensa sia un nuovo tipo di benvenuto della moglie e carinamente le piazza una mano sul culo ricevendone ovviamente una stampella sui denti.
Solo dopo l’esame del DNA su tutti gli indumenti sporchi egli sarà perdonato (per una cosa che non ha fatto) e lei gattonerà verso di lui vestita come se lavorasse al Crazy Horse.
Inutilmente, perché il dolore ai denti ha paralizzato qualsiasi funzione riproduttiva di lui e la serata finirà a vedere X Factor.

Il trittico
I tre indizi che seguono sono di solito sufficienti per una condanna senza appello anche da soli, ma se si verificano tutti e tre insieme per il marito non c’è scampo: la pena è l’evirazione.

2. Si è fatto la barba pelo e contropelo
Di solito egli si fa la barba in tre minuti netti.
Odia rasarsi, e siccome deve durare poche ore, prima che sopravvenga “the five ‘o’clock shadow” e sia ora di tornare a casa, normalmente basta una passata e via.
Stamattina la moglie lo sorprende a mettere la schiuma due o tre volte, a toccare delicatamente con le dita sotto la gola per essere sicuro che non scappi neanche un pelo, a passare e ripassare il rasoio nei punti più difficili per non lasciare neanche una piccola ruvidità, e infine dopo essersi sciacquato a tirare la pelle del viso in tutte le direzioni per essere certo che il lavoro sia fatto a regola d’arte.
Inevitabile la domanda: “perché ti stai facendo la barba così accuratamente?” e altrettanto inevitabile e inutile la (vera) risposta: “ho una riunione con l’amministratore delegato alle sei”.
Lei immaginerà solo un incontro illecito in qualche luogo nascosto nell’ombra, con una zocc…un’amante che nell’impeto della passione gli accarezzi il viso liscissimo (tralasciamo altre cose che ella immagina e vietate ai minori).
Il fatto che lui alle sei si troverà veramente in una stanza con altre dieci persone, tutte di sesso maschile, a parlare di bilanci è un’eventualità che non può essere neanche lontanamente presa in considerazione.

3. Ha usato il dopobarba “Eau de prestige et finesse pour homme”
Il marito medio dopo la barba usa prodotti da supermercato.
Chi non ricorda i mitici “Acqua velva” e “Brut 33”, profumi che per un euro potevate portarne via una damigiana?
Ecco, quello è lo stile della casa.
Ma nascosto in un piccolo armadio, tra una bottiglia di whisky invecchiato 25 anni e un disco di Baglioni autografato, si annida un dopobarba prestigiosissimo, dal costo industriale di duecento euro a goccia, regalo della suocera per il Natale 1998.
Il flacone, nella comoda dotazione da venti gocce, viene estratto dal suo ripostiglio solo nelle grandi occasioni, come ad esempio il matrimonio della sorella di lei, la comunione del nipote di lei, il battesimo del figlio della cugina piccola di lei, la laurea della figlia della portiera della zia di lei.
Stamattina invece dopo la rasatura egli afferra il flacone di “Eau de prestige et finesse pour homme” e con nonchalance ne sbatte un paio di secchiate sulle guance, tanto che la scia che lascia uscendo dall’ascensore potrebbe fare concorrenza a certe signorine che si possono trovare sulla Via Salaria a qualsiasi ora.
Quale può essere il motivo di questo sacrilegio, visto che nessun parente di lei sta per festeggiare alcunché?
Chiaro. Lui ha un’altra.
Dapprima a lei viene l’idea di girare per tutta la città naso in aria cercando di individuare come un segugio da tartufo la zocc…la donna che frequenta suo marito.
Poi l’impresa le appare un tantino disperata (ma non così tanto eh!?) e allora preferisce risolvere il problema in altro modo, versando nel cesso le restanti dodici preziosissime gocce di “Eau de prestige et finesse pour homme”:
Che se si deve proprio strofinare con quella zocc…signorina, almeno la inondi di acqua velva. E vaffanculo.

4. Si è vestito in giacca e cravatta
Sono mesi ormai che gira con la stessa mise, pantalonacci di cotone americani blu, polo di cotone o camicia a quadrettino e scarpe da ginnastica.
“Tanto da noi non si usa” è il ritornello.
Poi un giorno lo senti armeggiare con qualcosa di plastica, vai a vedere e scopri che ha rimosso il cellophane che copre il vestito buono e si sta predisponendo per indossare il completo blu.
Con la camicia bianca.
E la cravatta argento.
In pratica, è vestito come al VOSTRO matrimonio.
Chiaro che la rabbia vi monta all’istante, e la flebile nonché non credibile scusa di una visita in fabbrica dei nuovi azionisti suona appunto come una scusa.
Si sa che un uomo ad una certa età (e lui questa certa età l’ha già passata da un pezzo) può fare bella figura con una donna solo se si veste elegante.
Quindi vuole fare colpo su una zocc…su un’altra donna, pensa lei.
Figurati se gli azionisti vanno a visitare la fabbrica sfigata dove lavora lui.
Non esiste: se deve metterle le corna glie le metterà vestito a cazzo, quindi lo costringe ad andare in ufficio con la solita divisa.
Il fatto che lui sarà l’unico quadro aziendale vestito come uno straccione e che questo lo ponga primo nella lista di quelli di cui sbarazzarsi non interessa alla moglie, felice di avergli rovinato la giornata.

5. Ha lavato la macchina
Questo non sarebbe un grande indizio, se non fosse che a) non lava la macchina da un anno e b) per domani è previsto temporale.
Evidentemente deve portare qualcuno con cui fare bella figura.
La moglie chiede così, en passant, se lui ha impegni per la serata, ed effettivamente sì, non ti ricordi? vado a prendere una birra con gli amici del calcetto, lo avevamo deciso dalla settimana scorsa.
Se. Calcetto.
Vedi un po’ se stasera non deve caricare qualche zocc…donna e per fare il fico ha lavato la macchina.
Ora, che la “macchina” in questione sia una Panda 30 del 1986, e che nessuna donna degna di tale nome si farebbe impressionare dal reparto archeologico lavato o meno è un particolare che dalla moglie non viene ritenuto importante.
Forse, ma forse forse eh!?, se lui avesse chiesto in prestito la macchina di lei, una BWM 535 comprata in comode ottocento rate e che lei usa per fare la spesa mentre il marito ha dovuto far doppiare alla Panda 30 la boa dei 300.000 chilometri, forse dicevamo in quel caso qualche leggerissimo sospetto poteva anche essere lecito.
La vera motivazione per cui lui ha portato la Panda a lavare è che l’ha cercata per mezz’ora sotto casa senza successo, per poi rendersi conto che la Panda 30 marrone parcheggiata davanti ai suoi occhi non era altro che la sua Panda 30 blu con uno strato di morchia che ne nascondeva il colore originale.
E SOLO per questo motivo lui l’ha portata a lavare, tra l’altro considerando oziosamente l’ipotesi di farla verniciare di marrone per non perdere tempo a cercarla senza per questo dover essere obbligato a lavarla una volta l’anno.

6. Vi porta dei fiori per l’anniversario del vostro primo bacio
Ora, qui siamo veramente in zona allarme rosso.
Nessun uomo dovrebbe MAI portare alla propria moglie dei fiori per un anniversario simile, a meno che non si aduso farlo da vent’anni per ogni microanniversario della propria vita matrimoniale: il primo bacio, la prima volta al cinema, la prima volta che avete fatto l’amore (spesso questi tre coincidono), la prima vacanza insieme, etc.
Ma se siete come il 99.999999% periodico dei mariti che non si ricordano neanche il compleanno dei loro figli senza un’agenda elettronica, e se sono vent’anni che non vi presentate con dei fiori, sappiate che questo gesto verrà interpretato in un’unica possibile maniera: avete qualcosa da farvi perdonare.
Il che è probabilmente vero.
Ma magari avete semplicemente raschiato la fiancata della macchina (la BMW, non la Panda) durante un parcheggio; oppure avete giocato al Bingo i duecento euro che avevate messo da parte per il we a Positano; oppure avete invitato vostra madre a pranzo domenica. Tutte cose che richiedono il perdono di vostra moglie, ma lei non penserà che ad una cosa sola: ha trombato con una zocc…con un’altra donna e ora viene a chiedere scusa.
Paradossalmente, questa è una situazione da cui potreste uscire vivi, anche se avete veramente trombato con una zocc…voglio dire con un’altra donna.
Sì, perché in fondo vostra moglie non ha veramente intenzione di lasciarvi, per quanto vigliacco, fedifrago e figlio di puttana voi siate, ma solo di controllarvi e comandarvi a bacchetta, e l’idea che la vostra coscienza sia così sporca da costringervi a regalarle dei fiori la solletica.
Ed è quindi con un sorrisetto maligno che accoglie il vostro regalo con una domanda subdola: “Grazie caro, ma quale primo bacio stiamo festeggiando? Quello CON o SENZA lingua?”.
Qui voi siete nella merda più totale.
E’ praticamente impossibile che un maschio XX normotipo riesca a ricordare dettagli così minuti, e quindi comincerete a sudare copiosamente, a piangere sommessamente, e infine a confessare le vostre malefatte.
Suggerimento da amico per i mariti: qualora abbiate veramente messo le corna a vostra moglie, consiglio preventivamente di mandare a sbattere la BMW contro la colonna del centro commerciale e di fotografarla. Lei si incazzerà moltissimo ma magari (anche stavolta) la farete franca.

7. L’avete sorpreso sul divano intento a suonare “La canzone del sole” con la chitarra
Che in giro per casa ci fosse una chitarra era un sospetto che covavate da tempo.
Infatti quando vi siete conosciuti era solito allietare le vostre serate con improbabili armonie e versioni apocrife di “While my guitar gently weeps”, con quella sua voce roca che in confronto Tom Waits è un usignuolo.
Ma d’altronde vista la scarsa qualità dei suoi preliminari (eufemismo) avete sempre preferito un paio di giri di Do prima di zompettare allegramente nel letto.
Ora però erano più di vent’anni che non vedevate quella chitarra e la domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?
E che cosa avrà a che vedere con quella convention aziendale a Fregene di cui parla da settimane?
Non ci sono dubbi, lo stronzo ha una storia con una zocc…con una collega e si prepara ad una serata di romanticismo sulla spiaggia che di sicuro terminerà su un lettino, avvinghiati come l’edera, con la sabbia a creare attrito alle parti basse fino a farle diventare roventi come i pistoni di una Maserati senz’olio.
Consiglio amichevole: resistete alla tentazione di sfondargli la chitarra sulla schiena e di fare una garota con il Mi cantino.
Sarebbe perfettamente inutile.
Da quando il mondo è mondo quello che suona la chitarra non tromba. Mai.

8. Ha nominato per più di due volte consecutive una collega
Egli lavora in una grande azienda e come tutte le grandi aziende oltre a impiegati diligenti di sesso maschile è strapieno di zocc…di donne, tutte più o meno in carriera, ma molte arrivate ad una certa età single o divorziate, o con un matrimonio traballante, insomma: disponibili.
E’ per questo motivo che state attente ai minimi segnali e lui normalmente è molto neutro nel raccontare le sue vicende aziendali.
Di solito i suoi discorsi sono sempre improntati ad attività in cui non è chiaro se partecipino anche delle donne, ad esempio: “Oggi abbiamo avuto una riunione fiume con l’Amministratore Delegato”.
Oppure: “Non si riesce mai ad avere i dati di fatturazione in tempo”.
E così via; sono tutte frasi in cui l’elemento femminile – se c’è – è accuratamente occultato.
Beh, voi non siete così stupide da credere che non girino donne in queste riunioni o attività, ma vi fa piacere che egli non le citi, vi piace questa sua attenzione ai dettagli.
Finché un giorno, per la seconda volta di seguito, egli commette l’errore di nominare una collega.
Lo fa en passant, intendiamoci, senza enfasi, ma è proprio questa normale familiarità che drizza le vostre antenne: “Il capo ha diviso il progetto per aree di competenza, io mi occupo dei clienti business e Giulia di quelli consumer.”
Giulia? e chi cazzo è mo’ ‘sta Giulia?
Non bastasse, il poveraccio rincara la dose: “Stasera devo lavorare, devo mandare a Giulia i miei dati così lei li inserisce nella presentazione”.
Due volte. Una prova lampante.
Già così un marito incauto sta per passare un bruttissimo quarto d’ora, ma i più ingenui, quelli di cui spesso si legge sul giornale perché ne hanno ritrovato un braccio a Follonica e uno a Mondovì, rincarano la dose con una presentazione virtuale, che nella loro mente malata dovrebbe servire a lubrificare la capacità di accoglienza empatica della moglie, ma che invece è il colpo di grazia: “Ma sì, Giulia, non te la ricordi? Te ne ho parlato l’anno scorso dopo che sono stato alla convention aziendale alle terme”.
Qui è necessario fermarsi, perché ciò che una moglie può arrivare a dire quando scopre che il marito e quella “Giulia” sono stati nello stesso albergo per tre notti è vietati ai minori e ai deboli di cuori.
Non servirà a nulla che lui le mostri la foto ricordo della convention da cui si evince che Giulia è alta un metro e quaranta, ha un culo che fa Provincia di Frosinone e i baffi.
Ormai lei ha preso il via e la questione si concluderà con un bel divorzio.
Oppure con un indagine dei Carabinieri di Mondovì.

9. Il suo cellulare è completamente vuoto
Purtroppo questo stronzo è un genio informatico e tutti i suoi device sono rigorosamente blindati con dei codici di accesso che neanche il Norad riuscirebbe a violare.
Tuttavia è sempre un uomo, e in quanto tale rincoglionito, e prima o poi, prima o poi…, egli lascerà il cellulare incustodito per pochi minuti senza blocco dello schermo.
Una donna, una moglie che si rispetti, sa sempre quando cogliere l’occasione e sono anni che simula questo evento, per cui quando riesce finalmente a mettere le mani del cellulare dello stronzo in pochissimo tempo è in grado di scaricare sul suo portatile tutti i dati e rimetterlo a posto.
Quando egli finalmente dorme lei comincia a guardare tutto quello che ha scaricato, sicura di trovare foto, messaggi, e vocali di qualche zocc…donna che lo voglia circuire.
E invece niente.
Foto, nessuna.
Messaggi whatsapp, solo della famiglia e di qualche amico, maschio.
SMS, neanche uno.
Selfie compromettenti, neanche l’ombra.
Insomma niente di niente.
Per un brevissimo istante la donna rimane delusa, ma poi capisce: questo stronzo non vuole lasciare tracce.
E’ proprio l’assenza di prove, la prova principale!
Perdonatela. Lei ha visto tutta la serie televisiva “The Good Wife”, e anche tutti i CSI possibili e immaginabili, per cui sa bene quanto possono essere subdoli i malviventi, razza di cui suo marito fa sicuramente parte a pieno titolo.
Per questo la mattina dopo appena lui si sveglia lei gli fa saltare una capsula con il cellulare lanciato a tutta velocità sui denti, e urlando e piangendo allo stesso tempo lo caccia di casa: “Non avevi niente! Niente su questo cellulare, capisci? Niente!”
Campasse cento anni, lui non capirà mai la reazione della moglie, ma soprattutto non capirà mai perché gli abbia tirato quel vecchio cellulare che non usa da anni e che aveva riacceso solo perché il suo lo ha dimenticato da Giulia.

10. Stasera tuo marito ha fatto l’amore con te come se fosse la prima volta
E nonostante tutti gli attriti, tutti i sospetti, tutta la diffidenza, la gelosia, le ripicche, stasera tuo marito ti ha accolto a casa stanca dal lavoro in un’atmosfera romantica, fatta di candele accese, di incensi delicati, di luci soffuse.
Ti ha tolto le scarpe e massaggiato i piedi gonfi, offerto un bicchiere di spumante e un asciugamano caldo imbevuto di essenze naturali.
Ti ha sfiorato la guancia con la sua guancia, e l’hai trovata setosa, segno che ha avuto cura di farsi la barba pochi minuti prima, e le sue mani emanano un profumo di dopobarba delicato ma virile.
Sulle prime sei imbarazzata ma poi questa attenzione ti conquista, e alla fine la natura ha il sopravvento e ti lasci andare, ed è bellissimo e ti rendi conto che per qualche minuto puoi anche dimenticare le tue paure e i tuoi sospetti, e stringerti a lui come quando eravate ragazzi.
Poi, quando la passione lascia spazio al riposo, nella luce tremolante di una candela lo guardi dormire accanto a te, e il dubbio lentamente ma inesorabilmente si insinua: perché è stato così tenero, così amoroso, così passionale?
Mi avrà voluto ammansire?
Forse i sensi di colpa?
Chi gli ha insegnato tutto questo romanticismo, tutte queste candele, tutti questi profumi? Io no di certo.
Starà sperimentando con me, questo stronzo, quello che vuole dare a LEI, a quella zocc…quella donna chiunque essa sia?
Come si è permesso, brutto fedifrago puttaniere, di abbassare le mie difese solo per la sua soddisfazione personale e per essere sicuro di fare bella figura con quella?
Come ha potuto…e così via.
Ma vogliamo infine difendere un pochino questo pover’uomo, che non avrà mai la soddisfazione di farne una giusta neanche quando dà il meglio di sé?
Perché voi lo sapete, egli ha passato ore su google e su forum dedicati per trovare il modo migliore di fare una sorpresa alla sua donna e di far riaccendere quella scintilla di passione che sembrava sopita.
Se a te mia cara è sembrato che lui stasera facesse con te l’amore come la prima volta, forse è perché negli ultimi due anni E’ la prima volta.
E quando si sveglia sii carina con lui, mi raccomando, non si merita il tuo astio. Cosa potrà succedere mai di brutto? Alla peggio, che ci sarà subito una seconda.

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Il ricordo di te

Sono due anni che Renato non c’è più.
Ogni giorno mi stupisco di come questa perdita mi abbia colpito, e sconvolto nel profondo.
Eppure alla mia età ho già subito perdite importanti, dovrei avere gli strumenti per gestire il dolore e il rimpianto.
Ma non so perché, quest’uomo perbene che ci ha abbandonato ha lasciato un solco che non si rimargina.
Certo, eravamo colleghi, e amici, questo conta.
E per un lungo periodo confidenti: credetemi, è molto difficile per uomini adulti aprirsi veramente tra di loro, senza che ci sia competizione o ironia o qualche altro stupido meccanismo a rovinare tutto.
Io credo tuttavia che questa mancanza dipenda dal fatto che Renato era una persona che tutti, indistintamente, amavano.
Bastava conoscerlo, ed era così, molto semplicemente, in maniera naturale.
Raramente ho conosciuto esseri umani in grado di catalizzare così tanto affetto da parte di persone così diverse tra di loro, ma tutte concordi nell’indicare in lui il centro gravitazionale di una specie di affetto cosmico.
E non è un caso se le persone che ha lasciato hanno stretto in molti casi amicizie importanti, o hanno consolidato quelle esistenti.
Lui era così, e a me oggi va di ricordarlo raccontando qualcosa, prima che le memorie di una persona speciale svaniscano per me insieme al passare degli anni.
Questo, Renato, è il mio ricordo di te.

L’ultima volta che ci siamo visti avevo meno di 50 anni.
Per essere precisi, cinquanta anni meno un giorno, era venerdì 26 Luglio 2013.
Era l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, io avrei raggiunto la famiglia al mare per festeggiare con loro, e tu ti preparavi per quel viaggio in montagna.
Come al solito hai aperto la porta del mio ufficio, in piedi sullo scalino anche se eri molto più basso di me mi guardavi dall’alto in basso, e non dicevi niente, la faccia parlava chiaro: “Mi sono rotto, andiamo a pranzo?”.
Io devo aver cincischiato, perché mi hai fatto una foto, che poi hai pubblicato, una delle tante.
Poi siamo andati a pranzo con Paolo, abbiamo parlato delle solite cose, di donne.
A te il calcio non interessava, e del lavoro ne avevi abbastanza, quindi non c’erano altri argomenti che noi tre potessimo affrontare con serietà.
Tutto sommato è stato un addio sereno, non abbiamo discusso, non ci siamo intristiti, abbiamo parlato d’amore. Quale argomento migliore, prima di non vedersi più?

Anche se eri in azienda da prima di me, praticamente non ti avevo mai visto fin quando non sei stato catapultato nello stanzone in cui eravamo già in 5.
Eri in castigo, avevi osato andare in rotta di collisione con un capo che ti vessava, e ti avevano confinato in quel limbo a metà tra la tecnologia e il contrabbando che si chiama marketing.
Pensavano di averti fatto una cattiveria, e a dire il vero per chiunque altro sarebbe stata una cattiveria, ma non per te.
Nella tua personalissima priorità dell’esistenza il lavoro era molto in fondo alla lista. E sebbene fossi consapevole delle angherie a cui eri sottoposto, non te ne curavi più di tanto.
Avevi una vita intensa, intricata, piena di amici, di amore, di cose da fare.
Non era così importante per te fare carriera e anche quando ti misero come capo un ragazzo che avevi assunto tu, il sorriso non ti mancò mai.
Lo raccontavi più come aneddoto che come argomento per provare astio.
Andava bene così, non erano quelle le cose importanti.

Eri incazzoso. Incazzosissimo. Cazzo se eri incazzoso. Non ho mai conosciuto una persona capace di prendere d’aceto improvvisamente come te.
Se ti facevano girare le palle non ce n’era per nessuno.
E dato che non eri una persona violenta, le tue incazzature di fatto si concretizzavano nel prendere e andartene.
Non eri né tipo da fare a botte, né da insultare, né da usare sarcasmo.
Semplicemente se ti facevano incazzare eri capace di non parlare più con quella persona.
Te l’ho visto fare con me, e con persone a cui volevi decisamente più bene.
Ma allo stesso tempo avevi una caratteristica unica, che non ho mai trovato in nessun uomo adulto e dubito che ritroverò in qualcun altro, men che meno in me stesso: sapevi chiedere scusa.
Se ti accorgevi che durante una discussione, anche accesa, l’altro aveva ragione, eri capaci di ammetterlo, anche dopo uno o due giorni.
Con me lo hai fatto almeno un paio di volte.
Eri orgoglioso per le tue cose, ma non stupidamente orgoglioso come la maggior parte delle persone.
Questo mix incredibile di incazzatura facile e tenerezza faceva di te una persona speciale.

Non ho mai capito la tua infatuazione per le religioni alternative, per i santoni, per la spiritualità.
Ho sempre pensato che fossero più o meno delle truffe né più né meno come le religioni tradizionali e tutto il resto.
Però eri l’unica persona di mia conoscenza che credeva in qualcosa e ne parlava con passione senza voler fare proselitismo.
Non avevi l’atteggiamento supponente e sufficiente di chi ha visto la luce.
Non te ne fregava gran che se chi ti stava vicino decideva di avvicinarsi allo stesso percorso; a te faceva stare bene e questo bastava,
Hai conosciuto in questo percorso persone meravigliose, che ti hanno fatto stare bene, e questo te l’ho sempre un po’ invidiato.
Mi avevi solo consigliato di leggere un libro, a dire il vero un tomo gigantesco. Lo avevo comprato, poi però non so che fine ha fatto e quando te ne sei andato ne ho comprato un’altra copia.
Non l’ho letto, e non credo che lo farò, spero mi perdonerai.

Poco prima di andartene eri in tensione per una cosa particolare. Che a ripensarci mi viene da ridere.
Un uomo della tua età, che si preoccupa per una cosa del genere.
Avevi un saggio. Di ballo.
Anche questo non l’ho mai capito, io che adoro la musica ma odio muovermi.
L’idea che un uomo della tua, della nostra, età possa provare piacere a ballare vestito in maniera quanto meno atipica, e che sia in ansia per il saggio di fine anno, mi faceva ridere.
Però tu ci tenevi, eccome.
Me ne avrai parlato un milione di volte, e mi hai anche chiesto consiglio. A me. L’uomo più ansioso dell’universo.
E poi mi ricordo che eri contento, perché alla fine era andato tutto bene, e ho visto anche un paio di video.
A me sembravi ridicolmente contento, ma con te non c’era modo di provare sentimenti negativi, quindi ero felice. Anche se pensavo e continuo a pensare che il ballo sia per giovinastri tatuati.

Per il mio cinquantesimo compleanno mi hai mandato un messaggio, affettuoso e ironico.
Poi non ho avuto più tue notizie direttamente se non da chi ti stava vicino in quei giorni terribili.
Pensavo che avrei avuto rimpianto di non essere venuto, e invece no: posso fare finta che sei andato in vacanza, e che prima o poi tornerai.
Non ho dovuto vedere la tua sofferenza, l’impotenza dei medici, il dolore di chi ti vuole bene.
Mi è bastato il giorno del funerale, ho visto così tanto dolore, e affetto, che mi potrebbero bastare per un’altra vita.

Ho un unico rimpianto, colpa mia e tua: non siamo riusciti ad andare insieme a trovare Carla, che ci aveva lasciato giusto un anno prima di te.
Lo abbiamo detto tante volte, abbiamo stampato la mappa della sua tomba, abbiamo preso l’impegno e poi disdetto in continuazione.
Ma sai, quando si è vivi e felici di esserlo non si pensa mai che non ci sarà tempo.
E invece qualche volta tempo non c’è, o non ce n’è più.
E’ una lezione che sappiamo a memoria, ma qualche volta preferiamo dimenticarcene.

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La mia vicina bellissima

Anche se le storie, come le barzellette e le fotografie, non andrebbero spiegate, ci tengo a dire che con questo racconto voglio sottolineare la differenza che ancora esiste nella nostra società tra il ruolo e le libertà che hanno donne e uomini.
Il mio maresciallo preferito stavolta non è protagonista, come nel racconto “La Rossa“, piuttosto è sullo sfondo. Un po’ sfocato, ma c’è.
Come in una bella fotografia.

Eppure l’avevo vista, e rivista, un sacco di volte.
Ci salutavamo quando ci incontravamo, non spesso ma ogni tanto.
Ci davamo del tu; qualche volta siamo anche capitati insieme in ascensore, lei che andava al piano di sopra.
Una volta avevo anche provato ad invitarla a cena: aveva rifiutato con una scusa, avevo capito ed era finita là.
Sì, era bellissima. Bellissima. Ma chissà perché riuscivo a rimanere indifferente a quei capelli scuri, quegli occhi neri, ai suoi dieci o forse quindici anni di meno.
Oddio. Indifferente no. Quando la incontravo la pressione saliva sempre un po’ e il battito accelerava, ma insomma, erano le normali reazioni ormonali di un maschio in buona salute; non ci avevo mai visto nulla di più, e non c’era nulla, più di questo.
Non che non mi sia chiesto il perché di questo apparente distacco.
E la risposta più facile era Sandra.
Anche se non eravamo sposati e vivevamo in due appartamenti separati, a pochi minuti di macchina, io e Sandra ormai facevamo coppia fissa da più di dieci anni.
Ad un certo punto c’era stato un mezzo progetto di andare a vivere insieme, di sposarci, avere dei figli.
Poi, chissà, il tempo era passato senza che ce ne accorgessimo, i nostri piani erano diventati sempre più dettagliati e poco concreti, e alla fine ci siamo resi conto che tutto sommato la nostra vita andava bene così.
Spesso passavamo la notte l’uno a casa dell’altro, ma non sempre.
E più spesso era lei che stava da me.
Ad essere sinceri, a me non andava tanto di dormire da lei: mi mancavano le mie cose, il Mac, la partita in televisione, e poi aveva quel gatto un po’ rincoglionito che perdeva peli dappertutto e mi sporcava le giacche e mi faceva starnutire.
Sandra era però la mia sicurezza, la mia ancora, la mia famiglia. Forse non più la mia passione, ma mi piaceva pensare a noi due come una coppia stabile.
Quando ero con lei stavo bene, ero sereno, se non felice.
E non pensavo alla mia bellissima vicina. Mai.

Poi un giorno la incontrai mentre saliva in ascensore.
Mi affrettai per raggiungerla, ed entrai con un sorriso che lei ricambiò, cordiale come sempre.
Mentre spingeva il pulsante per salire al quinto piano – il mio – l’occhio le cadde sulla mela bianca che campeggiava sul mio portatile.
– Hai un Mac anche tu? – chiese, un pochino stupita.
– Sì, certo. Sempre avuto Mac – risposi con il tono orgoglioso che hanno tutti gli adepti della religione di Cupertino.
Lei infilò le mani nella borsa e ne trasse un Macbook.
– Ne ho comprato uno anche io – disse – ma non so perché non riesco a configurarlo bene. Tu mi potresti aiutare? – chiese con un sorriso.
Vediamo: una bellissima ragazza chiede ad un uomo se la può aiutare in un campo di cui egli è esperto e lei apparentemente no.
C’erano possibilità di rifiutare?
– Certo – risposi cortese – se me lo vuoi lasciare gli do un’occhiata e poi magari ti chiamo quando ho fatto –
Fu allora che accadde.
Che mi guardò diversamente.
Che divenne seria, anche se gli occhi ridevano e le brillavano.
– Facciamo così – propose con un tono di voce calmo e quasi sussurrato – dato che stasera avevo intenzione di starmene a casa tranquilla ti lascio il Mac per un paio d’ore. Se riesci a sistemarlo, ti sei guadagnato un invito a cena. Che ne dici? –
Che ne dicevo? Cosa ne potevo dire?
Uscii al mio piano con il Mac di Anna – la vicina – e mi precipitai a casa.
Buttai il cappotto per terra all’ingresso e guardai l’orologio: le sei. Ce la potevo fare.
Mi misi subito al lavoro, configurai il collegamento wi-fi con la mia rete, accesi il Macbook di Anna e cercai di capire cosa non andasse.
Un’ora dopo era tutto a posto. Anna aveva aggiornato i software in dotazione ma non il sistema operativo. Scaricai l’aggiornamento, feci un po’ di pulizia di vecchie release, e il Macbook fu sistemato.
Ora toccava a me.
Mi feci una doccia come se non mi fossi mai lavato in vita mia, la barba con un’accuratezza speciale, camicia pulita, maglione giovanile; insomma, mi sentivo come se andassi ad un appuntamento.
In realtà, mi dicevo, era solo una carineria. In fondo mi aveva fatto lavorare gratis, e non dovevo sperare che la serata andasse in direzioni impreviste.
Comunque alle otto suonai alla porta del piano di sopra, con in una mano il Macbook di Anna e nell’altra una bottiglia di vino.
Nei pochi secondi che intercorsero tra il rumore dei suoi passi e l’aprirsi della port, il mio cervello mi proiettò l’immagine di Anna, curatissima, issata su due tacchi assassini, con indosso solo un vestitino leggero e della lingerie ricercata.
Ovviamente la donna che mi aprì la porta era struccata, indossava una tuta da ginnastica, e aveva i capelli raccolti in una coda con un elastico.
Se si accorse della mia delusione non lo diede a vedere.
Mi fece entrare con un sorriso, appoggiò il Mac all’ingresso, prese la bottiglia e la mise sulla tavola, già apparecchiata per due.
Mentre lei chiacchierava dalla cucina del più e del meno mi guardai intorno.
Aveva una bella casa, più o meno speculare alla mia, ma arredata con più gusto. Un grande specchio rimandava l’immagine del salone aggiungendo profondità all’ambiente.
La cucina era praticamente a vista, e potevo sbirciare Anna mentre sistemava le ultime cose.
Si presentò con due scodelle.
– Non ti dispiacerà se ho preparato dell’insalata, vero? Non aspettavo ospiti, e non mangio mai molto la sera. Ma se hai fame ho anche una torta di mele, anzi mezza a dire il vero, che dovrebbe essere buona. Io non mangio dolci, ma ha un bell’aspetto. – concluse con un sorriso gentile.
– L’insalata andrà benissimo. E forse anche la torta – risposi conciliante – In fin dei conti ho sempre un paio di chili da togliere, ormai saranno dieci anni che me li porto a spasso. –
Lei rise, e cominciammo a mangiare.
La cena durò poco, perché alla fine mangiammo solo l’insalata, e ci spostammo sul divano a chiacchierare, bicchieri di vino in mano.
Parlammo delle cose che ci piacevano, delle nostre famiglie, del nostro lavoro – lei era consulente del lavoro in una società svizzera di cui non ricordo il nome – insomma una chiacchiera tra amici.
Io non avevo dimenticato la cura con cui mi ero preparato, ma la serata stava diventando una piacevole e innocua riunione tra condomini, quando Anna ad un certo punto, senza preavviso, posò il bicchiere e mi chiese:
– Se ancora vuoi quello che desideravi quando mi hai invitato a cena qualche mese fa, lo puoi avere –
Probabilmente la mia mandibola raggiunse l’ombelico per lo stupore, ma non era il momento di girarci intorno.
– Certo che lo voglio. Sono venuto apposta, stasera – risposi arrischiando una baldanza che non sentivo. In realtà me la stavo facendo un po’ sotto.
Ma lei non sembrò accorgersene, e mi prese per mano portandomi in camera da letto.
Del tempo che trascorse da quel momento non saprei raccontare, ero in una specie di stato onirico, la passione cancellò quasi completamente le mie facoltà intellettuali.
Ricordo solo che ad un certo punto dissi:
– Non resisto più –
E lei mi guardò, un po’ incattivita.
Abbassò gli occhi. Era sopra di me, mi bloccò le mani con le sue e disse con un filo di voce:
– Non ci provare. Morditi le labbra, pensa a tua nonna, a qualche brutto servizio del telegiornale, fai come ti pare, ma non mi mollare adesso o mi incazzo sul serio. E non sto scherzando –
Mia nonna, poverina, non mi sembrava proprio il caso di scomodarla in quel frangente.
Allora pensai a Laura, una mia compagna di classe brutta, ma veramente brutta, con la quale ero finito a letto l’ultimo anno del liceo, forse più per necessità che per interesse.
E che avevo incontrato dopo venti anni e venti figli, a giudicare dal suo stato di conservazione.
E che ad un certo punto, dopo che chiacchieravamo del più e del meno, si era avvicinata all’orecchio e mi aveva sussurrato: “Sai che ancora ripenso a quella volta? Qualche volta ancora mi eccito pensando a te, dovremmo rifarlo”. Ero scappato via con una scusa, disgustato.
Ecco: ripensare a Laura mi aiutò parecchio, anzi, forse anche troppo perché ad un certo punto il problema sembrò spostarsi nella direzione opposta, e fui costretto a riaprire gli occhi per guardare Anna che muoveva lentamente la testa, gli occhi chiusi, un labbro tra i denti tirato da un lato.
Alla fine lei fece un grande sorriso, stirò le braccia, e poi si accoccolò sul mio petto.
Fu allora che mi resi conto di amarla.
Io non volevo solo il suo corpo, non volevo solo stare a contatto con la sua pelle.
Io volevo lei, io la adoravo, era già parte di me.
E mentre le carezzavo piano la testa, e poi la schiena, le natiche, pensavo alla vita insieme, a dei figli, ai viaggi.
Pensavo a me e lei come una cosa sola.
Durò un paio di minuti quell’idillio, poi lei si alzò.
Pensai che dovesse andare in bagno, ma quando mi girai mi accorsi che era in piedi vicino a me, con un sorriso come sempre, ma con i miei vestiti in mano.
Il mio sguardo sorpreso la fece ridacchiare, e si sentì in dovere di una spiegazione. Che forse fu la cosa più umiliante.
– E’ stato bello. Sei stato carino, e pensare alla nonna è stato molto gentile da parte tua. Però ora ti devi vestire e tornare di sotto, io voglio dormire. Da sola. E no. Se te lo stai chiedendo, non si ripeterà. Non sarebbe neanche successo, se non fossi stato così gentile con me, oggi. Non voglio casini nei posti dove lavoro e dove abito, e non voglio relazioni. Di nessun tipo. Quindi per quanto piacevole sia stato, non si ripeterà. A meno che io non abbia un altro computer da sistemare – concluse facendomi l’occhiolino.
Io ero senza parole mentre mi rivestivo, e non dissi niente finché non mi trovai sulla soglia.
Allora tentai di dirle:
– Ma… –
Mi interruppe con un “sssssth”, mi baciò sulle labbra, e mi chiuse la porta in faccia.

Nei giorni seguenti lo stupore piano piano lasciò strada ad un solo sentimento: il desiderio.
La desideravo, fisicamente e non solo. La amavo, volevo rivederla.
Era diventata un’ossessione, e tutto quello che non si era manifestato in tutti quegli anni di vicinato, esplose incontenibile, finché un giorno non le mandai un messaggio.
Pensavo di essere spiritoso e sul whatsapp scrissi: “Nessun computer da riparare oggi?”, con tanto di sorrisino e cuore.
La risposta fu secca: “No, e non prevedo si rompano in futuro”.
Fine. Porta chiusa.
Allora le chiesi l’amicizia su facebook, cosa che non avevo mai fatto finora perché anche io ci tengo, anzi, ci tenevo, a non avere rapporti troppo stretti con i vicini di casa.
Aspettai un paio di giorni, ma non accettò.
Allora le mandai un messaggio privato: “Ehi! Sono io, volevo rimanere in contatto con te”.
Non rispose, ma lesse il messaggio, e quando tentai di mandargliene un altro capii che mi aveva cancellato del tutto. Non potevo più vederla.
Mi scoprii arrabbiato a quella mossa.
Va bene, mi dicevo, non vuoi più scopare con me? Ok, lo posso capire, ma perché non vuoi neanche sentirmi?
Mi hai trattato come un oggetto.
Che cosa sei, solo una puttana?
Il sentimento non conta niente per te?
Ero infuriato, e lo fui per diverse ore, poi Sandra mi raggiunse; cercai di non farle percepire il mio stato d’animo, e facemmo persino l’amore, con lei gentile e dolce come al solito, e con me che pensavo alla donna al piano di sopra.

Nei giorni successivi cercai di evitare di pensare ad Anna, e ci riuscii.
La sera stavo sempre con Sandra, per lo più a casa sua, gattaccio o meno.
Di giorno lavoravo fino a tardi, prendendomi anche rogne che non mi spettavano.
Sapevo che dopo un po’ la morsa che mi prendeva allo stomaco sarebbe scemata, e poi svanita del tutto.
E ad un certo punto mi sarei dovuto rassegnare a vendere casa e ad andare a vivere con Sandra e il suo gatto.
Sì, meglio così.
Raggiunta quella consapevolezza mi sentii meglio, e rallentai un pochino la frenesia dei giorni precedenti.
Fu così che un pomeriggio arrivai a casa non tanto tardi, e mentre stavo per salire sull’ascensore sentii la sua voce:
– Enrico, aspetta, saliamo anche noi! –
Mi girai, e lei era lì.
Bella. Bellissima. Sorridente.
E non era sola.
Con lei c’era un uomo mai visto, più o meno della sua età. Alto, atletico, un bel sorriso.
Si vedeva che i due se la intendevano.
Avrei dovuto esserne lusingato: Anna mi aveva messo in un gruppo ristretto di persone di cui faceva parte anche quel figo pazzesco.
Ma in realtà non lo ero. Ero infuriato. Lei era mia, e invece da lì a pochi minuti avrebbe scopato con quell’altro.
Non potevo sopportarlo.
Tenni gli occhi bassi per tutto il tragitto dell’ascensore poi uscii rapidamente borbottando un saluto.
Arrivai alla porta di casa, la aprii e la richiusi istantaneamente, poi mi appoggiai alla porta, gli occhi chiusi, respirando affannosamente.
Quando il panico si fu calmato, riaprii gli occhi e mi diressi verso lo studio.
Avevo deciso. Se lei non poteva essere mia, non doveva essere di nessun altro.
L’avrei uccisa.
Ma non volevo finire in galera, quindi decisi di ucciderla senza fretta.
Prima dovevo lavorare per eliminare le tracce del nostro rapporto, poi dovevo tenere un comportamento che non avrebbe destato sospetti, e solo allora avrei potuto ucciderla.
Perché io l’avrei uccisa. Era deciso.

Per prima cosa cancellai tutti i messaggi che le avevo mandato. Per fortuna l’unico whatsapp era scherzoso, e comunque lo cancellai dal mio telefono, ragionevolmente certo che lei avesse fatto altrettanto.
Stessa cosa per i messaggi su fb.
Telefonate non ce n’erano state.
Qualche email, che cancellai pur sapendo che un esperto avrebbe potuto ritrovarle, ma per fortuna ero stato cauto.
Quando terminai di bonificare tutto passai alla fase successiva.
Dissi a Sandra che era ora di andare a vivere insieme, e che la sua casa mi piaceva tanto, e anche il suo gatto; che avrei messo in vendita la mia, e così feci davvero.
Sandra ne fu felice e dopo pochi giorni mi trasferii da lei; così non incontrai più Anna.
Fino al giorno in cui la uccisi, ovviamente.
Misi su una maschera felice, al lavoro ero sempre di buon umore, con Sandra premuroso, con la famiglia e gli amici non accennavo mai a problemi, non litigai più neanche con il parcheggiatore che tutti i giorni voleva un euro per farmi lasciare la macchina sotto l’ufficio.
Insomma: dovevo essere irreprensibile e allontanare qualsiasi sospetto.

Attesi un paio di mesi, mi sembrava un periodo sufficiente, e una sera misi un po’ di sonnifero nel bicchiere di Sandra. Niente di forte o di cui potesse rimanere traccia.
Tra l’altro lei ha sempre un sonno profondissimo, volevo solo essere sicuro che non si svegliasse.
La convinsi ad andare a letto tardi, dopo aver visto un film pallosissimo.
L’effetto fu immediato: dopo cinque minuti dormiva russando sonoramente.
Uscii di casa e andai al mio appartamento, che ancora non avevo venduto.
Salire al piano superiore non fu uno scherzo, ma neanche difficile: la chiostrina interna dava sui bagni più lontani, e ricordavo bene che la camera da letto di Anna era lontana almeno quindici metri dal bagno.
Mi issai con una corda che avevo preparato, erano pochissimi metri e c’erano degli abbondanti cornicioni.
La serranda era tirata su, un po’ come la tenevano sempre tutti, perché la chiostrina era buia e serviva sempre un po’ di luce. E quasi nessuno la chiudeva la notte, lo avevo già notato da tempo.
Pigrizia, fatalità, chissà.
Fatto sta che praticamente tutte le finestre dei bagni che davano sulla chiostrina erano aperte, o almeno con la serranda rialzata, e quello di Anna non faceva eccezione.
Entrai facilmente nel bagno, e mi mossi con cautela.
Era improbabile che un uomo fosse rimasto a dormire con lei, ma non volevo correre rischi.
Nella mano destra avevo il coltello che avrei usato, ma mi ero portato una vecchia pistola che tenevo in casa da anni per sicurezza.
Dovendo scegliere, preferivo la galera al cimitero.
Ma non ci fu bisogno di usarla.
Arrivai in camera da letto, e lei era lì.
Bellissima. Nuda. Sopra il letto.
La diagonale del suo corpo che disegnava delle geometrie perfette con le braccia e le gambe, e il seno morbido che si abbassava e alzava al ritmo del suo respiro.
Le infilai il coltello dritto nella gola con un solo movimento secco.
Non aprì neanche gli occhi, non ne ebbe il tempo.
L’unico indizio che si accorse che la morte stava sopraggiungendo fu uno scatto con gli arti, tutti e quattro insieme.
Sembrava una marionetta che finiva l’ultima piccola riserva di energia.
Ed era proprio così.
Estrassi il coltello, attento a non tagliarmi, e lo pulii sul lenzuolo.
Poi la guardai per l’ultima volta.
Quanto era bella. E quanto l’amavo!
Uscii dalla camera da letto, mi trattenni qualche minuto per guardare la casa alla luce tenua dei lampioni stradali, ben attento a non passare davanti alle finestre, poi con una certa riluttanza me ne andai dalla porta, la chiusi delicatamente dietro di me, e tornai a casa da Sandra, dopo aver gettato il coltello e i guanti in un cassonetto lontano da casa di Anna.

Le ho raccontato tutti questi dettagli perché ormai non c’è più ragione di mentire, Maresciallo.
Ho capito che nonostante tutte le mie accortezze siete riusciti a provare che ad uccidere Anna sono stato io, e almeno così mi toglierò questo peso dallo stomaco.
No, non dalla coscienza: quello che ho fatto è terribile, ma anche quello che lei ha fatto a me, mi creda.
Non mi sto giustificando, non servirebbe a niente. Ma una donna non può illudere così un uomo per poi deluderlo, non può.
Non sono impazzito, se è quello che pensa, anzi, non credo di essere mai stato più lucido in vita mia.
E mi creda, nonostante la sua competenza e intuito, e la sapienza informatica del suo vice, non sareste mai risaliti a me, se la rabbia e l’amore non mi avessero fatto commettere quel piccolo errore.
Lo so.
Non avrei mai dovuto frantumare il suo Macbook e usarne i pezzi per scrivere “Puttana” sul pavimento.
Ma un uomo è un uomo. Lei converrà con me, Maresciallo.


Ascensore

Se io fossi donna

Se io fossi donna
Non vorrei un uomo qualunque solo perché è disponibile
Né un uomo mediocre perché mi dà sicurezza
O un uomo violento perché mi protegge

Se io fossi donna
Riderei sempre, sarei felice di essere quel che sono
Di fare quello che faccio
Di amare quello che amo
Di vivere come vivo

Se io fossi donna
Insegnerei ai miei figli la tolleranza
La pazienza, la dolcezza, l’empatia
Il rifiuto della guerra
Della violenza e della prevaricazione

Se io fossi donna
Farei l’amore con il mio uomo
Ogni volta come se fosse l’ultima
Senza difese e senza respiro

Se io fossi donna
Sarei bella anche se fossi brutta
Giovane anche se fossi vecchia
Leggera anche se fossi pesante

Se io fossi donna
Non vorrei mai essere un uomo



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Foto by rodocarda
500px.com/rodocarda

Se io fossi al posto tuo

Se io fossi al posto tuo, e tu al mio
non avrei la tua serenità e il tuo sorriso.
Sarei pieno di rabbia.
Per non aver avuto il tempo necessario
a chiudere i discorsi aperti,
per telefonare a tutti,
per chiedere scusa, per dire
‘ti voglio bene’.
E sarei pieno di rimpianti,
per i progetti mai finiti e quelli mai iniziati.
E vorrei tornare indietro per riparare
ai miei errori,
e per non far piangere nessuno.

Se tu fossi al posto mio
non saresti così addolorato
Perché sapresti che io, te e Dio
siamo la stessa cosa.
Coglieresti un fiore, forse,
ma solo per non dovermi salutare.
E mi vedresti negli occhi delle persone,
nei gesti di chiunque.
E mi diresti
di non aver paura.

Se io fossi al posto tuo, invece,
avrei paura, e dolore, e desiderio.
E se vedessi Dio gli chiederei una cosa sola,
‘perché proprio a me Signore, perché?’
Senza aspettare una risposta.

Se tu fossi al posto mio, sono sicuro,
le troveresti le parole giuste.
Per consolare tutti quanti.
E non ti sentiresti solo come mi sento io adesso.

Se io fossi