Elaborazione del lutto pentastelluto

Un notissimo “teorema” della Psichiatria, elaborato ormai 50 anni fa dalla svizzera Elisabeth Kubler-Ross, traccia il percorso di elaborazione del lutto che deve necessariamente fare chiunque perda una persona cara.
Capire questo percorso e cercare di gestirne le varie fasi, aiuta a superare il momento di sconforto.
Che poi né più né meno è quello che sta avvenendo agli elettori pentastelluti, che improvvisamente devono elaborare la perdita dell’illusione che veramente il M5S avrebbe lavorato per il popolo e avrebbe cambiato le cose.
E’ facile riconoscere le similitudini tra questi eventi, ma se non mi credete, seguite il mio ragionamento e anzi: se avete un amico pentastelluto, stategli vicino e aiutatelo a uscirne fuori.
Ma vediamo cosa succede ad un pentastelluto quando comincia ad accorgersi di aver perso la verginità politica.

Fase 1 – Negazione/Rifiuto
“I trasporti a Roma funzionano benissimo! Ho fatto un giro in macchina e non ho visto buche. Finalmente c’è qualcuno che si occupa di legalità. Daremo il reddito di cittadinanza!”
Ora, capite bene che vi parla così è una persona che non vive nel mondo reale. O quanto meno non a Roma. E’ uno che crede nelle favole. Sta rifiutando di accettare la verità. Che tutti i posti in cui i pentastelluti hanno preso il potere stanno andando peggio. Che a Roma tra arresti e indagini ha fatto più razzia la magistratura in due anni di Raggi che in dieci anni precedenti. Che non funziona niente. Che il reddito di cittadinanza non ha le coperture economiche, e così via. Questo è il passaggio più delicato, per il pentastelluto.
Avvedersi delle cose come stanno. Aiutatelo portandolo per esempio su Via Salaria facendogli percorrere avanti e indietro il manto stradale con la sua BMW GS1200 finché non avrà spaccato i copertoni, oppure fategli prendere la Metro C senza aria condizionata (“è rotta signo'”), o ancora un giretto a Villa Ada sommersa dalle sterpaglie e dalla mondezza. Ma fatelo delicatamente, il risveglio può essere brusco per i pazienti in coma.

Fase 2 – Rabbia
Impossibilitati a negare più l’evidenza, i pentastelluti cominceranno a prenderla con chiunque. L’allorismo imperante tenterà di ripristinare ai loro occhi un’impossibile supremazia.
“E allora il PIDDI’??” urleranno impavidi.
“Perché non ve li prendete a casa vostra i migranti?” tenteranno di giustificare così l’adesione alle politiche xenofobe della lega.
La fase della rabbia è la più pericolosa, per chi frequenta i pentastelluti.
Le bacheche facebook si riempiranno di truppe cammellate pronte a insultare chiunque tenti di applicare un minimo di razionalità, le pagine facebook delle star del movimento saranno piene di fantastici inviti tipo “Daje Virgi, continua così”, oppure “Non vi curate di chi parla contro di voi” e puttanate del genere.
Se avete un parente stretto che vi gira per casa nella Fase 2 cercate di non contraddirlo e aspettate che si svuoti di energie perché sta per entrare finalmente nella:

Fase 3 – Negoziazione
Il pentastelluto in Fase 3 sta cominciando ad elaborare il lutto, ma tenta ancora di resistere.
Vi dirà per esempio “D’altronde, come si faceva asistemare tutto in due anni dopo dieci di malaffare?”, dimenticando che qualcuno aveva promesso Roma pulita in due mesi.
Oppure “Ma Torino non è Roma” cercando di giustificare con una lapalissiana banalità il fatto che le Olimpiadi a Roma sono state osteggiate in ogni modo mentre a Torino sticazzi.
Ci sarà sempre il tentativo di dare la colpa a qualcun altro, anche nella Fase 3, del tipo “ma con 13 miliardi di debiti che abbiamo ereditato, come si possono finanziare le opere pubbliche?”, ma piano piano si sta realizzando che beh, sì, forse sarà colpa di qualcun altro, ma alla fine non abbiamo combinato un cazzo, anzi.
Consiglio ai famigliari dei pentastelluti di far durare la Fase 3 più a lungo possibile, con dei lunghi giri della città, visione dei telegiornali, e abbonamento a “Porta a Porta”, perché la Fase 4 sarà dura. Durissima.

Fase 4 – Depressione
Non c’è niente di peggio di un esaltato che entri in depressione.
Tutta l’energia, l’entusiasmo, i festeggiamenti, gli sberleffi, si trasformeranno in altrettanti picchi di passione ma negativa.
Il pentastelluto in Fase 4 capisce la cazzata che ha fatto, e sa che che è anche colpa sua se una banda di incapaci e demagoghi è al governo della sua città e del suo paese.
Il senso di colpa lo divora, e le notti diventano infinite maratone di pianto, abbracciati alla moglie o ad altri militanti possibilmente con le tette (perché depresso va bene, ma insomma senza esagerare) a chiedersi “ma come ho fatto?”, “ma perché proprio a me?”, “io non volevo”, e cazzate del genere.
Ma non vi preoccupate, la Fase 4 è tosta ma breve.

Fase 5 – Accettazione
Il pentastelluto in Fase 5 ormai è quasi uscito dal tunnel.
Avrà ancora delle incertezze, qualche indecisione legata al passato recente, qualche invito ad un meet-up a cui è tentato di partecipare, un sondaggio online da rimuovere subito dopo se i risultati non sono quelli che i capi si aspettavano.
Insomma si accetta l’accaduto, ma staccarsi è difficile.
E così come chi ha perso un parente per i primi tempi porterà tutti i giorni i fiori sulla lapide, così il pentastelluto in fase 5 non potrà evitare di dare una sbirciata ogni tanto al blog delle stelle.
Guarderà le foto del pregiudicato sorridente dire che i vaccini fanno male e penserà “però, dai è stato bello finché è durata, abbiamo passato un bel po’ di tempo insieme, vero Beppe?!”

E così, alla fine di questo lungo ma necessario percorso, il pentastelluto che ha perso l’honestà sarà finalmente libero.
Libero, alle prossime elezioni, di dare il voto a gente di altro livello.
Che so, Fratelli d’Italia, LEU, o magari al Partito dei Pensionati.
In fondo, mica vorranno morire pure loro, ‘sti cazzo de pensionati, no!?

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Non un binario unico, ma un unico binario

Nel leggere e pensare alla strage ferroviaria di Corato, ad ogni parola detta, letta o anche solo immaginata è necessario, inderogabile, pensare alle vittime, alle loro famiglie, alla popolazione.
Non c’è niente da fare, certe morti ti toccano di più.
Perché in qualche modo, da qualche parte della nostra coscienza sporca c’è l’idea che la guerra, la fame, la povertà, la religione, siano fattori di sofferenza e morte che convivono con noi dall’alba dei tempi, e quindi quasi normali, se non addirittura accettabili.
Riusciamo quindi ad andare avanti nella nostra esistenza anche sapendo che centinaia di milioni di persone vivono in stato di indigenza, che milioni di bambini lavorano per il nostro benessere, che ci sono guerre combattute aspramente anche vicino casa.
Siamo riusciti a fottercene anche quando i balcani bruciavano e i cecchini serbi facevano il tiro al bersaglio a Sarajevo.
E anche qua, a casa nostra, prendiamo i 7/8.000 morti l’anno che lasciamo sulle strade come una fatalità in qualche modo inevitabile.
Poi si scontrano due treni, e improvvisamente scopriamo di avere una coscienza.
Non è una cosa negativa, sapete, avere una coscienza, anzi.
Ma quando avremo sfrondato le nostre reazioni di tutta l’emotività possibile, quando avremo smesso di esercitare una competenza rotabile che non abbiamo, quando avremo finito gli insulti verso il “governo ladro”, o addirittura le becere esultanze di qualche coglione pseudo leghista, sarà bene cominciare a ragionare.
E a dirci che nella vita di una persona, di una famiglia, di uno Stato esistono delle priorità.
La strage di Corato ci colpisce perché quelli siamo NOI.
Non erano dei coglioni che andavano a duecento in autostrada, o dei soldati che cercavano di conquistare un pezzo di territorio, o dei poveri disgraziati così sfortunati da nascere in una favela o in un tugurio in periferia di Nairobi.
No.
Quella era gente come me e come voi, studenti, mamme, nonne, bambini, poliziotti, agricoltori.
Gente che amava, odiava, correva, lavorava, sperava esattamente come me e come voi.
Gente magari neanche tanto abbiente, altrimenti non si sarebbero messi su un treno locale per fare diciassette chilometri, ma avrebbero sfoderato una bella macchina o una moto potente.
Nonne coi nipoti, madri morte abbracciati ai figli.
Lo strazio della NOSTRA famiglia.
Proprio per loro e per tutti noi è necessario capire, e cercare di cambiare.
E non venitemi a parlare di binario unico, di sistemi di segnalazione antiquati, o stronzate del genere: in Italia sono circa 15.000 i chilometri a binario unico.
La sola RFI ne conta 9.000, il quindici per cento del totale.
L’errore umano?
Ma di cosa stiamo parlando?
Vogliamo dire la verità? In una tratta – solo una delle centinaia di tratte simili – in cui i treni vanno a cento all’ora e non si scontrano solo perché due cristiani si mandano un segnale di fumo da una parte all’altra del binario, il fatto che un disastro del genere non succeda tutti i giorni è un inno all’efficienza e alla professionalità di queste persone.
La verità per me è un’altra.
La verità è che si è ritenuto di poter gestire i soldi pubblici in maniera SOLO clientelare, senza pensare ANCHE al benessere collettivo.
Quando si parlava di ponte sullo Stretto, non abbiamo fatto la rivoluzione con i forconi, come sarebbe stato giusto.
Anzi, abbiamo permesso ad un governo di malandrini di buttare duecento milioni per una gara, senza considerare stipendi e anche penali.
Quando si è costruita la Roma-L’Aquila abbiamo permesso che si facessero DUE autostrade inutili, invece di una, perché erano due i signorotti democristiani da accontentare.
O quando si costruisce a Roma la nuvola di Fuksas, monumento all’inutilità e allo spreco.
O quando si fa la terza corsia del raccordo anulare, che andava completata per i mondiali del 1990 ma ci ha messo una ventina di anni in più.
O quando si fa un air terminal che non viene usato, o aeroporti nel nulla.
O quando si mette in mano a camorra e ndrangheta ogni singolo chilometro della Salerno-Reggio Calabria.
E potrei andare avanti per ore e ore e ore.
I soldi non si mettono mai per migliorare la vita delle persone, mai, ma solo per il vantaggio di pochi.
Quindi lo volete sapere di chi è la colpa?
E’ vostra.
Sì.
Vostra, e mia, e tua e di tutti quanti noi, che non abbiamo controllato abbastanza, denunciato abbastanza, votato abbastanza.
E che oggi magari in un improvviso rigetto per la politica “politicante” andiamo a votare per dei peracottari che neanche hanno iniziato e già fanno a botte per mettere la moglie o la fidanzata in posizioni lucrose, e chissà cosa succederà dopo.
Quando guardiamo le scene della strage di Corato, cari amici, stiamo bene attenti a quello che diciamo, perché la colpa, alla fine, è solo nostra.

Strage Corato

La fantasia al potere (e speriamo di no)

La campagna elettorale per l’elezione a Sindaco di Roma è ormai in pieno turbinio.
I candidati sparano le loro cartucce migliori, e noi osservatori semi-imparziali non possiamo che trarne gioia e letizia.
Per il momento in testa è la candidata del M5S Virginia Raggi, con il suo slogan a metà tra il social e la Settimana Enigmistica:

#coRAGGIo
E’ ora di cambiare Roma

Carino, simpatico, umoristico e serio allo stesso tempo.
Ma dato che noi abbiamo spie in ogni dove, siamo riusciti a mettere le mani nella lista degli slogan che la futura non-sindaca di Roma farà esplodere sui mass media da qui al 5 Giugno.
Ed è con non poca soddisfazione che andiamo a spoilerarli tutti senza pietà.

#ammaRAGGIo
Dal fiume sacro conquisteremo il Tirreno

#irRAGGIamoci
Il sole bacia i belli

#atterRAGGIo
Riannettiamoci Fiumicino!

#viRAGGIo
Per una città color seppia

#foRAGGIo
Magnatene e bevetene tutti

#metRAGGIo
Per un GRA più snello e scorrevole

#stiRAGGIo
Dopo il premier-operaio una sindaca-colf

#oltRAGGIo
A stronzi! Ma che, nun me votate?

#scoRAGGIo
Compro una “E” e ve faccio fori a tutti

#miRAGGIo
C’avevate creduto eh!?

Attendiamo nuove e mirabolanti invenzioni del marketing politico, che non ci delude mai.

raggi

Le Grandi Recensioni di Rolandfan

Le confessioni – di Roberto Andò, con Toni Servillo e Pierfrancesco Favino

Trama del film
Ecco, sono un po’ in difficoltà su questo punto.
A essere sincero quando siamo entrati non riuscivo a capire quella grande folla di gente che fermava le persone all’ingresso del cinema e cercava di parlarci, ma siccome sono forastico e misantropo ho accelerato il passo e mi sono diretto prontamente al mio posto, in attesa che iniziasse il capolavoro.
Solo alla fine del film, quando sono uscito, ho capito che cosa volessero tutte quelle persone.
La stessa cosa che volevo io: capire come andava a finire.
Perché dopo una ventina di minuti all’interno della sala dormivano tutti.
Qualcuno con la testa reclinata, qualcuno appoggiato al braccio della moglie, i pochi bambini in braccio ai genitori, e pochi fortunati che avevano qualche posto libero vicino si sono sdraiati come fanno in aereo quelli in economica sulle lunghe tratte.
Ho aperto gli occhi un paio di volte, solo per rendermi conto che il sonoro del film era coperto dai rantoli del pubblico addormentato.
Che poi, sonoro: in quello spezzone che sono riuscito a vedere prima di crollare, avranno detto sì e no due parole, tutte altisonanti, e sinceramente non c’era gran che da ascoltare.
E così, terminato il film, e ristorato da un sonnellino pomeridiano, anche io mi sono messo davanti al cinema a fermare quelli che entravano: “Ma voi l’avete già visto ‘Le Confessioni’? Che mi sapete dire cosa succede tra i titoli di testa e i titoli di coda? Avete dormito pure voi?”
Ecco, se c’è qualcuno che l’ha visto e vuole farmi sapere cosa succede, mi scriva pure, glie ne sarò grato.

Giudizio della critica
Finalmente insieme i due Raoul Bova del cinema d’autore italiano: Toni Servillo e Pierfrancesco Favino.
Non può esserci film con qualche pretesa che non abbia uno dei due come protagonista.
In questo film Andò non solo li mette insieme, ma riesce anche a far recitare loro le loro maschere preferite: Servillo fa Jep Gambardella, e Favino il politico laido, vigliacco e menzognero.
Non saremo mai abbastanza grati a Sorrentino per averci regalato questa sequenza di cloni, da Suburra a Le Confessioni, in cui tutti sorrentineggiano come se fosse facile.
Film impeccabile: movimenti della macchina perfetti, regola dei terzi rispettata al millimetro, luci sapientemente dosate, nessuna linea che non sia perfettamente parallela, attori bravissimi e credibili.
Insomma, du’ palle.

Le-confessioni

Tre fratelli – Un giallo del Maresciallo Graziosi

Racconto lungo


Il brutto di vivere in una città come Roma, stava riflettendo tra sé il Maresciallo Graziosi mentre saliva in macchina per andare verso la caserma, era la quantità di omicidi che ogni anno venivano commessi.
Non necessariamente legati alla criminalità organizzata, e spesso neanche alla criminalità spicciola: sembrava invece che il solo fatto di vivere gli uni a contatto con gli altri autorizzasse milioni di abitanti a risolvere in maniera spiccia le loro diatribe.
E la cosa peggiore per un Carabiniere a Roma era di essere bravo a risolvere gli omicidi.
Lentamente, ma inesorabilmente, gli omicidi più eclatanti ti arrivavano tutti addosso, vuoi perché commessi nella tua zona, vuoi perché gli altri colleghi o il Comando si rivolgevano a te disperati quando non sapevano più dove sbattere la testa.
E Graziosi era il più bravo di tutti. Da molto tempo.
Per questo motivo ora si trovava in macchina su Via Nomentana, diretto verso la caserma, invece di essere al mare, o in campagna, o a correre a Villa Ada, o in qualsiasi altro posto dove avrebbe voluto essere di domenica.
Invece quella mattina la sveglia era stata lo squillo insistente del cellulare, e la voce di Di Capua dall’altra parte.
Era bastato un – Buongiorno Marescià – e lui subito aveva risposto: – Arrivo – 
Di Capua non l’avrebbe mai chiamato fuori servizio, a quell’ora, se non fosse stato urgente e importante.
Parcheggiò la macchina nel posto riservato, si guardò allo specchietto controllando che la barba lunga non lo facesse sembrare sporco, ed uscì dirigendosi a passo spedito verso il suo ufficio.
Di Capua era lì, ma oltre al suo vice c’era anche il Comandante della Legione di Roma, e Ziliani, il Carabiniere più incompetente e presuntuoso che l’Arma avesse generato in duecento anni di storia.
Graziosi lanciò uno sguardo di fuoco a Di Capua per non averlo avvertito, questi si strinse nelle spalle come per segnalare che non ci poteva fare nulla.
Graziosi strinse le mani a tutti, prese un caffè che gli porgeva il suo vice e attese.
– Graziosi, la ringrazio di essere venuto – esordì il Comandante. Come se avesse potuto fare altro.
– Il qui presente Maresciallo Ziliani, che come ben sa dirige il distaccamento di Piazzale Clodio, ha richiesto il suo coinvolgimento in un’indagine che si presenta complicata e delicata, e dato che questa richiesta è abbastanza irrituale, ho preferito essere presente personalmente per essere sicuro che lei apprezzi nel modo giusto la richiesta di un collega che la stima –
Graziosi guardò i due senza dire una parola, mentre nella sua testa le parole del Comandante venivano tradotte in una lingua più comprensibile: siamo in un casino, questo coglione di Ziliani non è assolutamente in grado di gestirlo, non possiamo però rimuoverlo perché è un raccomandato di merda, e in qualche modo lo abbiamo convinto a farsi aiutare, ti prego non ci dire di no altrimenti siamo nei guai.
Graziosi guardò Di Capua, che annuì impercettibilmente, poi ricacciò indietro la risposta che avrebbe voluto dare, e si limito a dire:
– Ma certo. Sono a vostra disposizione. Ditemi tutto – 
Il Comandante si permise di espellere finalmente l’aria che aveva trattenuto nei polmoni, mentre Ziliani strinse le labbra fino a farsele diventare bianche.
Poi iniziò a recitare:
– Stamattina, verso le ore 6 e 21, il comando di Piazzale Clodio è stato allertato da una telefonata che giungeva direttamente dal 112. Ci siamo precipitati sul posto, dove la scena che si è presentata ai nostri occhi era oltremodo penosa. Tre cadaveri, disposti a fianco su un unico letto matrimoniale, giacevano senza vita…-
– Mò io di cadaveri pieni di vita non n’agg mai visti – disse sottovoce Di Capua in un mezzo dialetto napoletano, ma non abbastanza piano perché Ziliani non potesse sentirlo e diventare rosso.
– Nessun segno di effrazione, colluttazione, ferite di arma da fuoco o da taglio si evidenziavano ad un primo esame – continuò imperterrito Ziliani.
Graziosi alzò una mano per interrompere il collega.
– I cadaveri sono ancora lì? – chiese, sapendo già la risposta, visto lo zelo di Ziliani.
– Sono stati trasferiti all’istituto di anatomia patologica – rispose questi leggermente imbarazzato – Abbiamo comunque le foto e i rilievi della scientifica. – concluse con un certo orgoglio.
Graziosi annuì, e nessuno sembrava avere nulla da aggiungere.
Il Comandante si dondolò sui piedi poi si rivolse a Ziliani:
– Capitano, potrebbe essere così cortese da recarsi nel mio ufficio al comando centrale e prendere il faldone del caso che troverà sulla mia scrivania? Può poi evitare di tornare qui, la raggiungo a Piazzale Clodio quanto prima – 
Ziliani scattò sui tacchi e usci. Se si accorse che quello del Comandante era un espediente per allontanarlo, non lo diede a vedere.
Appena fu uscito il Comandante guardò Di Capua imbarazzato, poi Graziosi, ma prima che potesse aprire bocca, fu il Maresciallo a parlare:
– Se mi deve dire qualcosa, non deve preoccuparsi di Di Capua. Io ho bisogno di fidarmi di qualcuno e di lui mi fido ciecamente, e se posso permettermi lo faccia anche lei. – 
Il Comandante annuì, poi si sedette, imitato dai due Carabinieri.
– I tre morti, come potete immaginare, non erano tre persone qualsiasi. Due fratelli e una sorella, intanto, il che rende questo caso più inquietante. Non ci sono prove ancora che si tratti di un omicidio, ma io non ho dubbi e la invito a trattarlo come tale, anche se il buon senso vorrebbe che esplorassimo tutte le ipotesi possibili. Poi parliamo della Famiglia Russolillo, forse ne avrete sentito parlare – 
– Il Senatore… – disse Di Capua.
Il Comandante annui ammirato. Il Senatore Russolillo era morto ormai da dodici anni, e non erano molti a ricordarsi di quel vecchio democristiano.
– Esattamente. Già il fatto che i tre figli di un Senatore potente come lo era stato Russolillo muoiano tutti e tre insieme ci fa sospettare che sia un omicidio. Ma vedete: il Senatore non era solo un politico potente, sottosegretario più volte, Ministro senza portafoglio con Andreotti in due legislature. Editore e imprenditore edile. No. Il vecchio Senatore era un uomo della CIA, faceva parte di Gladio e della P2, ed era il tramite degli americani nei confronti della vecchia mafia agricola. Era l’uomo che negli anni del boom economico si era incaricato di proteggere gli investimenti americani nel nostro paese, facendo sì che la mafia non interferisse e che le imprese americane non avessero grossi impedimenti a conquistare il nostro mercato, e in cambio la CIA chiudeva un occhio sulle attività illecite di Cosa Nostra nel nuovo continente, soprattutto in Sudamerica. – 
– Una specie di ambasciatore del male- disse sarcasticamente Graziosi.
Il Comandante fece un gesto di fastidio con la mano.
– Graziosi, non siamo qui a fare la morale al passato. Dobbiamo capire cosa è successo stamattina, e non possiamo ignorare questi fatti. Poi – proseguì con il racconto – con la presa del potere da parte della mafia più violenta la sua capacità di intermediazione diminuì, Gladio fu scoperta, il muro di Berlino cadde, la CIA smise di fare patti con la mafia, la DC si dissolse, insomma il vecchio Russolillo perse buona parte del suo potere, infine si ammalò e morì. –
Graziosi e Di Capua ascoltavano in silenzio.
– Ora – disse ancora il Comandante – tutto quello che vi ho raccontato voi non potete usarlo, e non deve emergere. Ci sono ancora segreti di Stato, e probabilmente ancora persone o organizzazioni gelose della loro riservatezza, che non esiterebbero a commettere omicidi, come già accaduto in passato, per tacitare bocche troppo loquaci. Però dovete esserne a conoscenza. – 
– Vedete –  e qui il tono si fece quasi paternalistico – a noi interessa certamente sapere cosa è successo a quei tre ragazzi. Se sono stati uccisi. Chi li ha uccisi. Ma molto di più, scusatemi il cinismo, ci interessa capire se si stanno muovendo forze sotterranee che pensavamo ormai tranquille. Se si siano rotte alleanze, o formate delle nuove. Noi vogliamo capire se questo episodio è isolato, o se possa essere la punta di un terribile iceberg. Per questo ho chiesto il vostro coinvolgimento. Voglio che gli elementi migliori stiano giorno e notte su questo caso. E voglio dormire tranquillo la notte. O almeno dormire. –

Quando furono soli, Graziosi si sedette alla sua scrivania, tamburellò un minuto con le dita, poi alzò la testa per guardare Di Capua che era rimasto in piedi.
– Da dove iniziamo? –  
Era una domanda retorica, sapeva anche lui qual era il primo passaggio, ma attese la conferma del suo vice, come una coperta di Linus delle indagini.
– Desiati – disse solo Di Capua, e Graziosi assentì in silenzio.

Quando arrivarono all’istituto di medicina legale, prima di bussare nell’ufficio di Desiati respirarono un paio di volte, soffiarono forte, e si prepararono a parlare col patologo.
Desiati era notoriamente il più bravo, preparato, efficiente medico patologo di tutta Italia, ma probabilmente anche il più stronzo.
Aprì la porta del suo ufficio con un panino in mano e un sorrisetto ironico sul viso.
Dopo tanti anni Graziosi ancora si chiedeva come Desiati riuscisse a mangiare sul lavoro, un lavoro che consisteva per lo più nell’essere circondato da cadaveri a vari livelli di squartamento.
E quando si accorgeva che Graziosi diventava pallido per il disgusto, masticava con più gusto, soprattutto se doveva illustrare qualche recente autopsia.
Il sorrisetto invece era una novità visto che Desiati sembrava sempre essere incazzato, soprattutto quando era costretto a parlare con Graziosi, che cordialmente – ricambiato – detestava.
– Carissimo! – esordì Desiati – Mi aspettavo una tua visita, il Comandante mi aveva anticipato che le indagini sui tre Russolillo sono state affidate a te. Vieni, vieni pure! – fece entrare i due che si guardavano intorno circospetti, come se temessero un agguato.
Desiati invece si sedette alla sua scrivania, posò il panino mezza mangiato su un lato, attese che i due prendessero posto e poi giunse le mani davanti al viso, sorridente.
Graziosi fece la sua migliore poker face, Di Capua invece non dovette sforzarsi: c’era nato, con un’espressione impenetrabile.
Dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio Graziosi si decise a chiedere:
– Allora? Abbiamo un resoconto dell’autopsia? – 
Desiati continuò a fissarlo con il sorriso che si allargava sempre di più.
Alla fine disse:
– Niente. Non ho trovato niente. Niente di niente. – 
Graziosi si accigliò.
– Che intendi dire esattamente? – 
– Intendo dire – aggiunse Desiati rilassandosi sullo schienale della sua sedia – che i tre non presentano traumi di alcun tipo. Colpi di arma da fuoco, strangolamento, arma da taglio, segno di colluttazione, punture di siringa. Niente. Tranne un livido sul braccio di Augusto, il maggiore, molto probabilmente dovuto ad un prelievo di sangue che potrete facilmente verificare. Gli organi interni sono a posto, d’altronde sono…volevo dire erano tre giovani adulti in ottima salute. – Si interruppe e rimase a guardare Graziosi, il quale sentiva la rabbia salirgli per l’evidente soddisfazione che provava Desiati nel non fornirgli nessun elemento utile.
Di Capua intervenne prima che le cose tra i due si mettessero male:
– Intende dire, Dottor Desiati – che lei non ha idea di che cosa siano morti i tre? Cioè tre persone muoiono in questo modo e lei non ci sa fornire nessun dato utile per le indagini? – 
Desiati arrossì violentemente mentre Graziosi gongolava all’idea dell’insulto implicito che il suo vice aveva inviato al patologo.
– Voglio dire semplicemente – rispose il patologo lentamente e a voce bassa – che l’esame autoptico non ha dato informazioni concrete. Attendiamo il risultato delle analisi del sangue e dei tessuti per fare ulteriori ipotesi. Al momento sono più le cose che posso escludere di quelle che posso confermare. – 
– Bene. Grazie mille. – disse Graziosi alzandosi di scatto per andarsene.
– Non volete sapere i dati tecnici? Ora del decesso, temperatura, posizione relativa… – chiese Desiati stupito.
– Grazie, ma li leggeremo sul reperto. Non vogliamo farti perdere altro tempo. – interruppe Graziosi, sottintendendo “siamo noi che perdiamo tempo qui”.
E uscì senza salutare, seguito dal suo vice.
Quando furono in macchina Graziosi lanciò un paio di parolacce per sfogarsi, poi però riprese la calma abituale.
– In realtà quel cretino di Desiati ci ha detto un sacco di cose. Me ne sono andato per non dargli soddisfazione – disse.
– Beh sì, che se si tratta di omicidio, l’assassino deve aver usato un farmaco o un veleno. – aggiunse Di Capua.
– Certo, ma non solo. – continuò Graziosi – Mettendo da parte per il momento il triplice suicidio, che non voglio escludere ma che vedo improbabile, se si tratta di un omicidio mettendo insieme la scena del crimine e l’esame autoptico possiamo ragionevolmente affermare alcune cose. – E così dicendo accostò l’auto per avere le mani libere. Di Capua riconosceva il momento in cui il cervello del suo capo cominciava a marciare ad una velocità superiore.
– Primo: l’omicida vuole mandare un messaggio chiaro. Un omicidio violento, traumatico, poteva essere confuso con un tentativo di rapina, o una violenza; in questo caso vuole far sapere che li ha uccisi. A chi vuole dirlo? e perché? Secondo: l’omicidio è premeditato. L’assassino ha pensato, pianificato e organizzato il delitto. Quindi è qualcuno che aveva un interesse personale e specifico alla morte di quei tre. Cui prodest? Chi poteva avere un movente? Terzo: le vittime conoscevano l’omicida. Molto bene. Aveva la loro fiducia, poteva avvicinarsi loro senza timore, e trovare l’opportunità di colpire. –
– Quarto – aggiunse Di Capua – deve essere stato in contatto con le vittime nei giorni precedenti per organizzare questo incontro, dato che solo il più grande, Augusto, viveva ancora nella casa che era dei genitori, mentre Fernanda con suo marito ha una villetta appena fuori il raccordo, sulla Nomentana, e addirittura Alessandro viveva a Casal Palocco, a quaranta chilometri da qui. I tre probabilmente non si vedevano tutti insieme tanto spesso. –
Graziosi annuì, poi continuò:
– Insomma il numero di persone potenzialmente colpevoli si restringe di molto. Il problema è che magari di qualcuna di esse non sappiamo neanche l’esistenza – 
Rimise la macchina in moto e si immise di nuovo nel traffico, pensieroso.

La giornata passò senza ulteriori novità. Di Capua come al solito prese in mano le redini della ricerca dati, e cominciò a setacciare dati bancari, telefonate, tracciatura dei cellulari, visure catastali e societarie.
Graziosi si occupò di studiare i dati famigliari dei tre, il loro curriculum, insomma la loro storia personale, per cercare di capire qualcosa in più di tre persone che non avrebbe potuto interrogare, e di chi gli fosse stato vicino negli anni.
Si parlava di migliaia di persone, i tre avevano avuto una vita ricca e movimentata, e non sarebbe stato facile restringere ulteriormente la rosa dei sospettati.
Alla fine i due si salutarono, rimandando al giorno dopo un confronto sulle informazioni in loro possesso.
Stanco per la giornata, che aveva pensato di passare a casa tranquillo, Graziosi parcheggiò l’auto di servizio quasi sotto casa.
Aprì il portoncino esterno che dava alla scala che saliva verso il piano rialzato, dove si trovava l’ascensore.
Si accorse della figura nell’ombra solo dopo aver richiuso il portone e fermò le mani sull’interruttore che azionava le luci delle scale un attimo prima di pigiarlo: Graziosi era un uomo atletico e giovanile ma non era aduso alla violenza e alle colluttazioni, inoltre non portava mai la pistola d’ordinanza e di sicuro avrebbe avuto la peggio se la persona nascosta nell’ombra avesse avuto brutte intenzioni o addirittura fosse stato armato; per questo decise di lasciare le scale al buio, sperando di avere un piccolo vantaggio.
La persona nell’ombra fece un passo avanti e anche se Graziosi aveva capito si trattasse di un uomo, la stazza lo fece sobbalzare.
Era un uomo alto almeno due metri, con una corporatura massiccia, da pugile o rugbista, con un cappotto scuro e una barba nera, e pochi capelli. La voce profonda, adeguata alla gabbia toracica, echeggiò nell’androne:
– Stia tranquillo Maresciallo, non sono qua per farle del male. Se avessi voluto, lei ora non sarebbe in grado di ascoltare le mie parole – 
La voce era calma, minacciosa proprio per il tono volutamente basso e lento.
– Sono venuto solo per assicurarmi che lei abbia il quadro della situazione ben chiaro – continuò l’uomo – Ci sono molte persone, in Italia e all’estero, che vogliono sapere chi ha ucciso i fratelli Russolillo e perché. Le chiedo solo di dire a noi, prima che a chiunque altro, cosa riuscirà a scoprire. – 
– Lei è dei servizi segreti? – chiese Graziosi, sentendosi un po’ stupido a fare il protagonista di un romanzo di spionaggio.
– Come potrà immaginare, non posso dirle esattamente per chi lavoro, ma si limiti a sapere che io sono dalla sua parte, e lei dalla mia. E non sono molti altri che possono dire altrettanto – rispose l’uomo.
– Lei a sua volta potrà immaginare che il risultato delle mie indagini, oltre che ai vertici dell’arma, verrà comunicato solo alla magistratura incaricata – disse Graziosi leggermente irritato. Non amava essere minacciato, neanche velatamente.
L’uomo non rispose subito. Lasciò passare qualche secondo in cui il respiro dei due riempì l’androne silenzioso.
– La capisco e la apprezzo. – disse alla fine – Ma ci vedremo di nuovo, e lei mi dirà quello che sa. Questo è un fatto. – 
Senza aspettare repliche aprì rapidamente il portoncino e uscì, la sagoma massiccia che occupava tutto lo spazio della soglia.
Quando fu andato via Graziosi accese la luce, e da una fugace occhiata alla mano si accorse che stava tremando.
Se fosse paura, rabbia, o preoccupazione, non seppe dirlo, ma l’incontro con quell’uomo gli aveva portato i nervi allo scoperto.
Salì la rampa, prese l’ascensore, e infine entrò in casa chiudendo la porta alle sue spalle.
Ebbe la tentazione di dare una mandata alla serratura ma si trattenne.
Non voleva lasciarsi andare alle paranoie; guardò la porta di casa per un minuto, poi tolse la mano dalle chiavi, e andò in cucina a cercare una bottiglia di vino.

– Ha chiamato Desiati – gli disse Di Capua non appena entrò in ufficio, neanche il tempo di salutarsi.
– E che dice? – rispose distrattamente Graziosi mentre cercava il mouse del suo computer nel disordine della sua scrivania.
– Dice che non è stato di sicuro un suicidio –
Graziosi alzò gli occhi, ora la sua attenzione era massima.
– Continua – incitò il suo vice.
– I tre sono morti per arresto cardiaco, la sostanza che l’ha causato si chiama…aspetti che l’ho scritto qua…sompiramina. E’ un oppiaceo che interviene direttamente sulla capacità di contrazione dei muscoli.  – 
– E non potrebbero averla ingerita di loro volontà? – chiese Graziosi scettico.
– Pare di no. Perché provoca degli spasmi terribili ai muscoli di tutto il corpo. – 
Graziosi rifletté un momento, poi concluse:
– Quindi almeno uno dei tre avremmo dovuto trovarlo in una posizione scomposta. Il fatto che fossero tutti ordinatamente sdraiati sul letto ci dice che un’altra persona deve averli sistemati dopo la morte. – 
– Esatto – confermò Di Capua.
Graziosi si rilassò lasciando andare la schiena sulla sedia, con le mani incrociate dietro la nuca, e le gambe tese sotto la scrivania, con i piedi appoggiati uno sull’altro.
Era una posizione che gli piaceva molto quando doveva pensare, ma lo rilassava così tanto che più di una volta si era appisolato a casa, sul divano, davanti al televisore, in quella posa, per poi svegliarsi nel cuore della notte indolenzito e con le gambe formicolanti.
– E omicidio sia – disse infine – Non che avessi mai pensato ad un’altra possibilità, ma almeno possiamo concentrarci a cercare il nostro killer. A questo punto – continuò, riprendendo la posizione seduta proteso in avanti – dobbiamo capire per chi fosse il messaggio. Perché quello era un messaggio. Una volta capito questo, sapremo anche dove cercare il colpevole. Abbiamo qualche informazione sui tre? – 
Di Capua prese un blocchetto con degli appunti, e aprì un faldone con i dati del caso, che stava già rapidamente diventando un tomo pesante da trasportare.
– Ho raccolto tutte le informazioni biografiche sui tre, i dati bancari, gli elenchi delle chiamate effettuate e ricevute, le visure catastali e societarie, insomma un bel po’ di materiale – 
– Ci stai girando in tondo, Di Capua, vieni al dunque tanto lo so già che hai scartato le informazioni inutili – lo interruppe Graziosi sorridendo.
Di Capua fece finta di essere scocciato alzando gli occhi al cielo, e si divertì a vedere la fronte di Graziosi che si corrugava: il Maresciallo non sopportava quel gesto di insofferenza del suo vice e più di una volta lo aveva fulminato con gli occhi quando lo aveva colto sul fatto.
Anche Di Capua sorrise e continuò:
– I dati aziendali e telefonici sono troppi per poterli visionare in poco tempo. Finora non ho trovato nulla di strano, ma ovviamente dobbiamo chiedere un supporto ai colleghi della finanza perché gli intrecci societari sono troppo vasti per le nostre competenze. In sintesi: il Senatore Russolillo ha lasciato ai tre un sacco di soldi, case e aziende. I tre fratelli sono stati bravi a mantenere in piedi le proprietà del padre e anzi ad accrescere il patrimonio. Si sono divisi abbastanza equamente ruoli e responsabilità, e conducevano una vita apparentemente normale, tra lavoro, famiglia  – erano tutti e tre sposati con figli – e attività varie: beneficienza, sport, viaggi. Insomma, tutto nella norma.  –
– Però? – lo incitò Graziosi.
– Però…anche se la loro vita non presenta particolare increspature, è quella del padre che trovo strana. – 
– Il Senatore Russolillo? Ma se è morto da dieci anni – disse Graziosi stupito – e che fosse un intrallazzone, coinvolto in affari poco chiari tra servizi segreti, mafia e poteri economici, è abbastanza noto. Anzi, mi stupisco come i figli non abbiano seguito la carriera del padre . –
Di Capua era pensieroso.
– Ha ragione Marescià, ma non è di quello che parlavo. Il Senatore si era separato dalla moglie una trentina di anni fa. I figli rimasero con il padre, mantenendo un rapporto blando con la madre, questo fino alla morte del Senatore. Poi, improvvisamente, alla morte di lui, la madre riprese il suo posto nella vita famigliare, addirittura trasferendosi nella villa di famiglia, da cui i tre figli uscirono solo per i rispettivi matrimoni. – 
– E cosa trovi di strano in tutto questo? – chiese Graziosi, attentissimo.
– Beh, per prima cosa, il Senatore aveva vissuto gran parte degli ultimi anni di vita con un’altra donna, che non aveva mai sposato perché il divorzio non era mai diventato esecutivo. Questa donna ha di fatto cresciuto i suoi figli, da quello che ho potuto capire, ed è comparsa insieme a lui in diverse occasioni ufficiali. Possibile che sia uscita dalla sua vita così, improvvisamente? Secondo: i figli non vedevano quasi mai la madre, che a malapena conosceva i nipotini. La donna faceva una vita da gran signora in una casa al mare, a Portovenere. Si occupava di beneficenza, design di gioielli e istruttori di pilates, non necessariamente in quest’ordine. E dato che era ancora la moglie legittima, anche in caso di testamento sfavorevole avrebbe comunque ereditato qualcosa. Infine: perché i figli hanno accettato che la madre rientrasse nelle loro vite, dopo quasi trenta anni di isolamento? Insomma per me è la vita del Senatore che non mi quadra. Quella dei figli mi sembra anche troppo lineare – 
Graziosi rimase parecchi secondi in silenzio. Stava riflettendo sulle informazioni che gli aveva sintetizzato il suo vice, e doveva ammettere che anche a lui tutta la situazione suonava alquanto strana.
– Dov’è ora la seconda “moglie”? –  chiese alla fine.
Di Capua sfogliò i suoi appunti, poi rispose:
– Qui a Roma. Vive in un piccolo appartamento in Via Marmorata, a Testaccio. Da sola, a quanto è dato sapere.  –
Graziosi infine si alzò dalla sedia, si infilò la giacca e disse solo:
– Andiamo a trovarla – 

Il viaggio, perché di un viaggio si tratta a Roma quando si deve attraversare la città, da Via Nomentana a Via Marmorata avvenne quasi in totale silenzio.
Graziosi odiava la musica in macchina: la radio non lo soddisfaceva perché non riusciva a trovare una stazione con i suoi gusti, e comunque era del parere che la musica andasse ascoltata ad alto volume e con gli occhi chiusi, cosa che evidentemente gli sarebbe stata difficile fare guidando.
Poi, per quanto raramente, la radio di servizio gracchiava ogni tanto, e le comunicazioni interne disturbavano comunque il suono, quindi preferiva rimanere in silenzio.
Evidentemente entrambi erano intenti a rimuginare sul caso, perché non parlarono quasi finché non furono in vista di Via Cristoforo Colombo, che attraversarono per dirigersi verso la Piramide Cestia.
Fu Graziosi che improvvisamente chiese a Di Capua:
– Sono passati dieci anni dalla morte di Russolillo. Qualsiasi sia il movente, perché aspettare tutto questo tempo? C’è stato qualche avvenimento particolare nella vita dei tre fratelli, o nelle aziende di famiglia, che possa aver fatto scattare la necessità di eliminarli, secondo te? –
Di Capua scosse la testa.
– No, Marescià, non da quello che sono riuscito a vedere finora. C’è da dire che il materiale è tanto, e qualcosa mi è sicuramente sfuggito, ma la domanda rimane sensata. –
– Perché vedi – continuò Graziosi mentre parcheggiava la macchina di servizio davanti ad un ristorante – sia che si tratti di un movente passionale, sia economico, o politico, dieci anni sono un tempo infinito. Perché qualcuno cova rancore per tutto questo tempo e poi lo fa esplodere improvvisamente, verso tre persone apparentemente innocenti? E se invece l’obiettivo fossero loro, e non il padre, perché questa modalità? E quale sarebbe il movente, o la causa? –
Si fermò un attimo a motore spento, mani sul volante, poi aprì lo sportello per scendere e si girò verso Di Capua:
– Se fossimo in un romanzo o in un telefilm a questo punto ci starebbe bene la frase ‘la polizia brancola nel buio’. Ma in ultima analisi, a noi non ce ne frega un cazzo, siamo Carabinieri! –
Di Capua alzò gli occhi al cielo alla battutaccia del suo capo, che non era proprio tipo da ironia, ma alla fine scese dalla macchina con un sorrisetto e lo raggiunse davanti al portone dove stavano per entrare.

La pulsantiera dei citofoni era in stile anni cinquanta, dorata e perfettamente lucida, con le targhette dei nomi in bianco, come fossero tanti biglietti da visita tutti uguali.
Scorsero le due file un paio di volte prima di trovare il nome giusto: Agata Germana Giulia.
Se non avessero letto il faldone del caso si sarebbero fatti la stessa domanda di tutti: tre nomi e nessun cognome?
Chiaramente Giulia era un cognome di lontanissima origine, molto romano, molto nobile, ma il doppio nome non aiutava a districarsi nel malinteso.
Il portone si aprì dopo poco che ebbero suonato, ed entrarono nell’androne scuro.
Graziosi istintivamente si fece più vicino al muro, memore dell’incontro sgradevole di qualche sera prima.
Senza prendere l’ascensore salirono al secondo piano, dove una porta era già socchiusa e una persona che poteva definirsi anziana ma di ottimo aspetto li attendeva appoggiata allo stipite.
Dal basso Donna Agata sembrava più alta del suo già importante metro e settanta, e l’aria austera che le conferiva un certo portamento – schiena dritta, sopracciglio arcuato – acuiva la sensazione che fosse una donna con cui era meglio non scherzare.
Ma quando arrivarono al piano, un sorriso cordiale si allargò sul viso della donna, che istantaneamente sembrò meno arcigna e più giovane dei suoi quasi settanta anni.
Invitò i due ad entrare, e sebbene avessero avvertito la donna della visita non c’era nessuno ad accoglierli insieme a lei: un amico, un avvocato, nessuno. Segno di sicurezza, o ingenuità, lo avrebbero stabilito in seguito.
Si sedettero in un salottino luminoso, la donna su un divanetto a due posti e loro su due poltrone con schienali altissimi, tutto foderato con stoffa damascata, tutto di ottima fattura ma ormai in cattivo stato.
Era evidente che la donna non aveva più una grande disponibilità economica. Nonostante questo i suoi modi rimanevano quelli di una gran signora.
Fu lei a venire subito al punto, senza tanti preamboli:
– E dunque – esordì con un francesismo, segno di studi esclusivi – sospettate che possa aver ucciso i tre fratelli Russolillo – disse con un tono di voce per niente indignato, quasi divertito all’idea.
Graziosi e il suo vice erano troppo esperti per permettere ad un indagato la gestione di un interrogatorio, e senza scomporsi evitarono di rispondere o anche solo di dare a vedere che la domanda li aveva sorpresi.
Di contro, Graziosi fece una domanda altrettanto diretta, con il tono e la postura che dicevano chiaramente che si aspettava una risposta sincera e immediata:
– Perché alla morte del Senatore lei lasciò la sua casa e i figli? – chiese brutalmente. Aveva capito che la donna era estremamente intelligente e non avrebbe avuto senso lasciarsi andare a schermaglie da film poliziesco di quart’ordine.
Il sorriso cordiale lasciò il posto ad una piega amara della bocca, che improvvisamente restituì alla donna quei 5/10 anni in più che non aveva dimostrato fino a quel momento.
Non era uno sguardo carico d’odio, quello che puntò contro gli occhi di Graziosi, piuttosto un’ombra di malinconia e rimpianto.
Nella sua carriera il Maresciallo Graziosi aveva imparato che le persone si rivelano di più nei momenti di transizione, quando qualcosa le costringe a cambiare improvvisamente; e quello sguardo gli raccontò di quella donna molto più di quello che le avrebbe aggiunto dopo.
Gli disse che non era andata via di sua volontà, ma che non aveva serbato rancore, ma solo rimpianto.
– Io volevo bene ai miei ragazzi – esordì con un filo di voce – Li avevo cresciuti io. Per anni della madre videro solo delle cartoline che mandava da posti esclusivi, pagati dai soldi del Senatore. Sono io che li accompagnavo a scuola, che li curavo quando stavano male, che li consolavo quando soffrivano, che raccoglievo le loro confidenze quando cominciarono ad avere i primi amori. C’ero io il giorno della loro laurea, non la madre, ed ero io che li portavo al mare tutte le estati. E loro ne volevano a me, di bene. Me lo hanno dimostrato in tutti questi anni. Anche il Senatore me ne voleva, ma lui a modo suo. La sua vita politica e la sua indole non consideravano la fedeltà come elemento costitutivo fondamentale della vita a due, e visto il suo ruolo pubblico non era difficile leggere sui giornali dei suoi amorazzi – 
La donna fece una pausa, mentre i due attendevano che riprendesse, senza commentare.
– Ma io, a differenza della prima moglie, anzi della sua unica moglie – aggiunse con un po’ d’amarezza – ho sopportato molto a lungo, perché gli volevo bene e perché volevo bene ai ragazzi. Sua moglie no, preferì abbandonarlo, forse anche come scusa visto che poi non condusse una vita irreprensibile e che la separazione le permise una vita agiata, molto più di quella che faccio io ora – 
Fece un’altra pausa per bere un po’ d’acqua poi riprese di nuovo.
– La verità è che il Senatore era sempre rimasto innamorato della moglie. Anche se andava con altre donne, anche se io ero entrata nella sua casa, l’amore della sua vita era quella donna arida, che lo aveva lasciato senza possibilità di repliche e che lui ha mantenuto per anni. Quando è morto metà delle sue proprietà è andata a lei. A me ha lasciato questo piccolo appartamento. Mi ha trattato come una mantenuta. E anche se in teoria i figli potevano opporsi, quando lei ha preteso di rientrare in quella casa loro non l’hanno ostacolata. In fin dei conti era pur sempre la madre, e io un’estranea. E così, sono andata via io.”
Ci fu un minuto di silenzio, mentre Graziosi assorbiva le informazioni che quella donna aveva fornito spontaneamente, prima che qualcuno riprendesse a parlare.
– Da quello che ci dice – disse cautamente il Maresciallo – lei avrebbe diversi motivi per uccidere i tre fratelli – 
La donna non ebbe reazioni. Si aspettava questa domanda, probabilmente, e comunque era in pieno controllo della situazione.
– Direi di no, Maresciallo. Prima di tutto stiamo parlando di fatti che risalgono a più di dieci anni fa; inoltre, se proprio avessi voluto sfogare le mie ire su qualcuno, lo avrei fatto con quella donna che prima lo ha fatto soffrire lasciandolo, e poi si è venuta a prendere i suoi soldi dopo morto. Perché avrei dovuto uccidere tre persone a cui volevo bene? – 
– Sapesse quanti omicidi vengono commessi in famiglia! – interloquì Di Capua.
Graziosi annuì, poi fece finta di leggere da un documento che si era portato, ma in realtà stava pensando.
Ad un certo punto ebbe come un’intuizione, alzò la testa e chiese:
– Lei ha mai incontrato la moglie del Senatore? – 
Donna Agata non si scompose.
– Certo – rispose – ci sono state diverse occasioni in cui siamo capitate nello stesso posto. Compleanni dei figli, lauree, anche un paio di medaglie del Senatore. Ci siamo sempre limitate a salutarci cortesemente ma freddamente. Non avevamo certo intenzione di fare amicizia. – 
– E recentemente? – insistette Graziosi.
– No, da quando il Senatore è morto e lei è rientrata a casa non l’ho più vista. Non ne ho motivo. Non la odio, ma non la voglio incontrare. Non è colpa sua se il Senatore era ancora innamorato, ma stiamo bene così, ognuna al suo posto. – 
– E i figli? – si inserì Di Capua. Ora l’interrogatorio si era fatto pressante, anche se formalmente ancora su un tono informale.
La donna sospirò, poi fece spallucce.
– Poco – disse infine – e tutti insieme l’ultima volta al funerale del padre. Poi qualche mio compleanno, un paio di volte durante le feste di Natale… insomma: gestire due madri non è una cosa semplice e alla fine hanno optato per quella naturale. Non posso fargliene una colpa. Solo Fernanda mi viene a trovare con regolarità, e ha qualche senso di colpa per come mi hanno trattato, ma anche lei una o due volte l’anno, non di più. – 
Graziosi si alzò, segno che l’incontro era finito.
Mentre si accingevano ad uscire si girò verso la donna e le disse:
– Allo stato attuale lei è una delle persone con abbastanza motivi e opportunità per commettere un omicidio del genere. Le chiediamo di rimanere a disposizione; non abbiamo indizi sufficienti per trattenerla, ma gradiremmo non si allontanasse. E si procuri un avvocato, le servirà di sicuro. – 
I tre si salutarono con educazione, se non con cordialità, e la porta si chiuse dietro Graziosi e Di Capua.
Quando furono in macchina il vice chiese:
– Secondo lei c’entra qualcosa? – 
Graziosi, come raramente gli succedeva, fu titubante.
– Istintivamente direi di no, non mi sembra il tipo, quello che ci ha raccontato pare credibile… – 
– Ma? – lo pungolò Di Capua.
– …ma non ci ha detto tutta la verità. Era preparata all’incontro. Troppo fredda e razionale per una che ha appena perso tre figli adottivi, indipendentemente dal fatto che li abbia uccisi lei o meno. Troppo credibili le giustificazioni, troppo ferme le mani e fisso lo sguardo. Troppo di tutto. Quella donna sa qualcosa in più e non ce lo ha detto e sospetto abbia a che fare con l’omicidio. Voglio incontrarla di nuovo quando avremo qualche altro elemento. – 
E così dicendo mise in moto e partì verso la caserma.

La giornata passò senza altre novità rilevanti.
Graziosi la passò più che altro a seguire i vari TG che ancora erano pieni di notizie sull’omicidio, sulla vita dei tre, sul Senatore, con accorate dichiarazioni di tutti coloro che rilasciano dichiarazioni in questi casi: vicini di casa, colleghi, politici e anche il giardiniere.
Ma nonostante tutta questa valanga di parole l’indagine non fece mezzo passo avanti, né Graziosi riuscì a spremere gran che dai suoi neuroni.
Alla fine quando era quasi buio rinunciò per quel giorno a capirci qualcosa e se ne andò a casa.
Arrivato vicino al suo palazzo decise di non parcheggiare la macchina sotto casa come faceva di solito, ma di farsi un giro nelle strade limitrofe.
Lo fece con cura, strada dopo strada, lentamente, allargando sempre di più il giro, finché non la vide.
Non c’erano dubbi.
Una grossa berlina scura, parcheggiata a spina di pesce in una stradina strettissima in salita, sotto le fronde di un salice, che se Graziosi non fosse stato a caccia di qualcosa non l’avrebbe mai notata.
La classica macchina di servizio di chi lavora per lo Stato, nelle scorte o nei servizi segreti.
Quindi l’uomo era tornato e lo aspettava.
Per un momento pensò di andare in ufficio e prendere la pistola d’ordinanza, ammesso che si ricordasse la combinazione della cassaforte e dove poteva aver messo le pallottole, che da procedura teneva sempre separate.
Poi ragionò che la probabilità di far paura con una pistola a quel colosso erano basse, e ancora più basse erano quelle di colpirlo se lui lo avesse attaccato, perciò decise di lasciare perdere e cambiò strategia.
Arrivò al portone infilò la chiave con sicurezza, come se non avesse sentore di quello che stava per succedere, poi chiuse la porta di scatto e disse:
– Non sono bravo a fare il caffè, ma chiacchierare seduti in cucina è comunque meglio che giocare a fare gli agenti segreti in un sottoscala. – 
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio l’uomo spuntò di nuovo dall’ombra, imponente, e senza una parola si diresse con sicurezza verso l’appartamento di Graziosi, arrivò alla porta e la aprì con delle chiavi che teneva in tasca.
Graziosi non si stupì più di tanto, era logico che avessero fatto una ricognizione nel suo appartamento e che in qualche modo si fossero procurati le chiavi per entrare senza farsi notare.
E’ il modo in cui lavorano questi “colleghi”, pensò.
Sempre senza dire una parola i due uomini si diressero verso la cucina, il colosso come se fosse stato a casa di Graziosi decine di volte, e forse era proprio così.
Graziosi mise su una moka, preparò le tazzine, i cucchiaini, il latte e anche un paio di biscotti.
Poi quando finalmente il caffè fu pronto lo versò in un bricco e si sedette.
L’uomo si versò una tazza abbondante di caffè, non mise zucchero né latte, e si rilassò sulla sedia mentre beveva stando attento a non scottarsi la lingua.
Graziosi invece riempì una tazzina, mise un cucchiaino di zucchero, aggiunse un po’ di latte freddo e intinse un biscotto Gentilini nella tazzina, come fosse una minicolazione: non gli piaceva tanto il caffè e allora per farselo andare spesso lo faceva diventare un cappuccino.
– Novità? – chiese l’uomo improvvisamente.
– Tutto tace – rispose Graziosi guardandolo negli occhi.
L’uomo sostenne lo sguardo poi addolcì un po’ gli occhi.
– Non avevamo un accordo? – chiese.
– Non ricordo che questo accordo comprendesse il fatto che lei possa entrare in casa mia quando lo ritiene opportuno. Se lei vuole che io mi fidi me ne deve dare motivo. – rispose secco Graziosi.
L’uomo ci pensò un attimo, poi mise le mani in tasca e allungò le chiavi a Graziosi.
– Non che non possa farne un’altra copia – disse – ma ha la mia parola che nessuno entrerà più in casa sua senza il suo permesso. – 
Graziosi prese le chiavi, le guardò distrattamente, poi riprese il discorso.
– Abbiamo interrogato la compagna del Senatore, Donna Agata. Secondo me non è stata lei, ma non ci ha detto tutta la verità. – 
L’uomo annuì. Poi disse lentamente:
– Ci sono delle cose che io non le posso raccontare. Ma voglio aiutarla perché ci sono anche cose che non so e che vorrei che lei scoprisse. Sono molte le cose che io posso fare nella mia posizione, ma alcune richiedono l’uso formale della legge, e solo lei può arrivarci. Io le dirò qualcosa, ma solo il minimo, e solo per farla guardare nella direzione che mi interessa. Se ci sono altre cose che vuole scoprire ne è libero, a meno che non siano relative a me e all’organizzazione di cui faccio parte, in quel caso sarò obbligato a fermarla, in un modo o nell’altro. – 
A Graziosi la velata minaccia non diede fastidio, non era un uomo che si metteva paura facilmente, e se avesse ritenuto che sapere qualcosa di più di quell’uomo l’avrebbe aiutato nella sua indagine, lo avrebbe fatto.
Ma quello che lo fece imbestialire era la frase “uso formale della legge”.
Non era un ingenuo, Graziosi, ma un idealista sì.
Credeva nei concetti di Giustizia e di Legge, e il motivo per cui un uomo come lui che avrebbe potuto diventare un brillante avvocato o magistrato era invece finito a fare il Carabiniere era proprio questo: esercitare la Legge con Giustizia.
Non esisteva per lui un uso formale o informale della legge, non amava il machiavellismo italico, cercava sempre di essere corretto anche con i criminali più incalliti.
Essere considerato quasi come un attore che recitava un ruolo mentre qualcun altro si arrogava il diritto di decidere in autonomia cosa fosse giusto o sbagliato lo fece incazzare moltissimo.
Ma si contenne. Aveva bisogno di aiuto, lo sapeva, per uscire dal ginepraio di quella indagine che si svolgeva a troppi livelli, per cui a denti stretti si limitò ad annuire.
– Non so se Donna Agata sia innocente o meno del triplice delitto. – riprese l’uomo – ma non si sta vicino ad un uomo potente come il Senatore Russolillo per tanti anni senza condividerne tutto. Le cose belle e le cose brutte. E questo vale anche per la moglie. Le due donne hanno più cose in comune di quanto lei creda. – 
Graziosi non capì bene il significato di queste parole, ma si ripromise di ragionarci insieme a Di Capua, e comunque l’uomo si alzò rapidamente e uscì di casa prima che lui potesse chiedergli altro.
Perché mi ha parlato delle due donne? E cosa potrei trovare di utile per lui guardando in questa direzione?
Con questi pensieri in testa, senza ottenere risposta passò la serata e poi la nottata.

La mattina dopo si svegliò con calma, rinunciò alla corsetta mattutina, fece colazione e andò in ufficio dove gli venne incontro Di Capua eccitatissimo.
– Marescià sono due ore che la cerco, ma il cellulare è staccato! – 
Graziosi diede un’occhiata distratta al suo telefono solo per accorgersi che la batteria era completamente scarica: si era dimenticato di metterlo in carica.
– Vabbè, dimmi – tagliò corto.
– Si ricorda che Donna Agata ci ha detto di aver incontrato la moglie del Senatore qualche volta? insomma sono andato a vedere se esistevano prove di questi incontri. Ovviamente non ho trovato niente relativamente a compleanni e altri eventi ma…guardi questa foto: è stata scattata in occasione della consegna del titolo di Cavaliere al nostro Senatore. – 
E così dicendo porse una stampa a Graziosi che rimase di stucco.
La foto rappresentava un momento conviviale, probabilmente un buffet organizzato subito dopo la nomina, con molte persone in abito di gala.
Vicino ad un tavolo, con in mano un flute pieno di champagne, le due donne ridevano di gusto per qualche motivo, vicinissime, come vecchie amiche.
- Dove l’hai presa? – chiese Graziosi con la bocca ancora aperta.
– Ho verificato eventi pubblici con celebrazioni che riguardassero solo il Senatore, mi sono spulciato gli archivi fotografici di un paio di agenzie ed è uscita questa. – 
Graziosi continuava a fissare la foto senza riuscire a staccare gli occhi.
– Quindi si conoscevano. E anche l’uomo in nero è nella foto. – Graziosi aveva raccontato al suo vice degli incontri nel sottoscala.
– E quindi Donna Agata ci ha mentito – concluse Di Capua – A questo punto che facciamo? La mettiamo di fronte alla sua menzogna? – 
Graziosi scosse la testa.
– No, direi di no. Per due motivi. Il primo è che la foto di per sé non prova nulla, è un’istantanea e anche se ci sono troppi elementi che mi fanno pensare lei potrebbe trovare mille motivi per quel momento. E poi perché è meglio che tutti continuino a crederci all’oscuro, avremo più libertà nelle indagini. A questo punto invece farei la cosa che tutti potrebbero ritenere più scontata. – 
Di Capua capì al volo.
– Andiamo a parlare con la moglie. – 

Non fecero in tempo ad uscire dalla caserma, perché improvvisamente si trovarono di fronte Ziliani.
Rimasero stupiti di vederlo, si erano quasi dimenticati che formalmente il titolare dell’indagine era lui, anche se non ritenevano fosse in grado di scoprire neanche un petardo che gli fosse esploso nelle mutande.
Ziliani inoltre era sempre sinonimo di incazzatura, quindi lo guardarono con sospetto soprattutto perché stava sorridendo.
– Salve! – esordì garrulo.
– Che c’è Ziliani? – disse scostante Graziosi.
– Volevo dirvi che stiamo per incastrare l’assassino, anzi l’assassina. Un paio di verifiche ancora e l’andiamo a prendere. Desiati ci ha dato una mano fondamentale, ho parlato con il Comandante ed è d’accordo a procedere. Volevo ringraziarvi dell’aiuto e chiedervi di non occuparvi più del caso, stiamo per chiudere. – 
Graziosi e Di Capua si guardarono, poi fu Di Capua a intervenire:
– Ha già avvertito le televisioni? – chiese sarcastico.
Ziliani arrossì, segno che l’appuntato aveva fatto centro. Ziliani oltre che incompetente era anche vanesio e appena poteva mostrarsi di fronte alle telecamere non si tirava certo indietro, anzi.
– Ovvio, caro Appuntato – marcò la differenza di grado con un lieve innalzamento della voce – che un delitto così efferato, dei personaggi così importanti, un’indagine così delicata risolta in tempi rapidi siano di grande interesse per la stampa – 
– E quale sarebbe l’aiuto fondamentale che ti ha dato Desiati? – chiese Graziosi.
– Ha fatto analizzare il DNA trovato sul luogo del delitto e ne ha trovato uno che non doveva esserci in teoria così abbondante, dopo dieci anni che l’assassino non frequentava più quella casa. Donna Agata. – 
I due si guardarono, poi rientrarono in caserma, lasciando Ziliani al suo successo.
Quando furono nell’ufficio di Graziosi questi disse sconsolato:
– Stavolta l’ho fatta la cazzata, non ci ho capito niente, ho giocato a fare l’agente segreto, e Ziliani mi ha umiliato – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, e stavolta Graziosi non disse niente.
Il suo vice si appoggiò alla scrivania con entrambe le mani e guardò negli occhi il suo capo.
– Marescià, è chiaro che Donna Agata ci ha mentito, ma questo lo sapevamo già. Però cosa cambia questo fatto? Ziliani ha l’ansia di trovare un colpevole prima che lo facciamo noi, ma io non credo che lei si sia sbagliato, e penso che anche stavolta Ziliani farà una figura di merda; purtroppo la farà fare a tutta l’Arma. – 
Graziosi rifletté a queste parole, poi si alzò di scatto e disse:
– Facciamo una chiacchierata comunque con la moglie, ormai cosa ci possono dire? – 

Arrivarono nella villona stile hollywoodiano del Senatore Russolillo, un portico che sembrava quello della Casa Bianca, e un vialetto d’ingresso degno delle più belle ville di Beverly Hills.
Chiaramente il Senatore buon’anima disponeva di ingenti risorse economiche, e questo forse anche poteva essere in parte la causa della morte prematura dei suoi figli.
Graziosi aveva avvertito la Signora Russolillo che si fece trovare sul portico, elegantissima e bellissima per la sua età, con un sorriso smagliante sulle labbra e porgendo la mano che Graziosi prima e Di Capua poi strinsero delicatamente.
– Eccoci! I nostri investigatori! Mi fa piacere vedervi, anche se come penso sappiate arrivate tardi. Il vostro collega Ziliani è riuscito in poco tempo a trovare il colpevole. Mi dispiace per quella povera donna, evidentemente dopo tanti anni il dispiacere di non poter più far parte della sua famiglia acquisita le ha fatto perdere il lume della ragione. Ma i miei figli andavano vendicati e non c’è nulla di meglio della Giustizia terrena. A quella divina ci penserà il padreterno quando se ne andrà. – 
Finì questo discorsetto con un ampio gesto della mano, poi invitò i due a sedersi e una cameriera di origine sudamericana portò da bere, rigorosamente analcolico per i due, un prosecco per la Signora Russolillo.
– Grazie per averci ricevuti lo stesso Signora – esordì diplomaticamente Graziosi mentre Di Capua si guardava intorno – anche se a quanto pare il caso è risolto ci sono alcuni dettagli che non sono chiari e che vanno sistemati, perché sa, in tribunale poi tutto conta per riuscire ad emettere una sentenza. – 
La donna annuì compita e Graziosi proseguì.
 – Prima di tutto dobbiamo cercare di capire come Donna Agata sia riuscita a convocare i tre fratelli qui allo stesso tempo, e soprattutto senza che lei e il personale di servizio, se ne accorgesse. – 
– Se sta cercando una risposta da me le devo confessare che non ne ho idea, – disse in tono cortese la Signora Russolillo – ma posso dirle che l’opportunità era chiara: io ero fuori in campagna, nella casa che abbiamo dalle parti di Tarquinia, e il personale non dorme qui. Da quando sono tornata nella MIA casa il personale arriva la mattina presto e va via il pomeriggio presto. Non mi servono badanti e non voglio gente per casa la sera. – 
Graziosi annuì, assorbendo la notizia. 
– Vuole sapere se ho un alibi? – chiese la Signora Russolillo vagamente ironica?
Graziosi sorrise.
– No signora. Do per scontato che il collega Ziliani prima di procedere ad un arresto abbia vagliato tutte le alternative, e se lei mi ha citato la sua permanenza a Tarquinia è perché è sicura che possano testimoniare la sua presenza lì centinaia di persone – 
La Russolillo arrossì violentemente, aveva tentato di prendere in giro Graziosi, ma lui ne aveva viste troppe per abboccare così facilmente.
E in una specie di partita di scacchi il Maresciallo colse al volo l’errore dell’avversario per contrattaccare:
– Piuttosto ci dica, in che rapporti era con Donna Agata? L’ha più vista dopo che si è separata da suo marito, o magari recentemente? – 
La donna sbandò, non si aspettava forse una domanda così diretta, ma era comunque preparata e recitò la sua parte, identica a quella di Donna Agata:
– Nessun rapporto, non la odio, lei si è trovata al posto giusto al momento giusto e penso fosse innamorata di mio marito. Peccato che lui fosse ancora innamorato di me, e quando è morto mi ha lasciato tutto, e Donna Agata – come ama farsi chiamare – ha dovuto levare le tende. Mi è capitato di vederla qualche volta, ad eventi ufficiali, compleanni, cose così, e ci siamo salutate per cortesia e per non mettere in imbarazzo il Senatore. Penso di averla vista l’ultima volta una ventina di anni fa. – 
Era l’assist per Di Capua, che non se lo fece sfuggire.
Tirò fuori la foto, e disse:
– A noi risulta, come può vedere da questa foto, che eravate in rapporti cordiali. Questa grande cordialità non coincide con il quadro che lei ci ha fatto. – 
La donna ora era in grande difficoltà.
– Non lo so, magari avevamo bevuto e non eravamo consapevoli, e comunque non capisco cosa c’entri. Avete trovato il colpevole, arrestatelo e fine. Io non ho niente altro da dirvi. – e così dicendo si alzò dalla poltrona in cui si era accomodata, segno che la conversazione era terminata.
I tre si salutarono con un po’ di imbarazzo, poi Graziosi si mise al volante e lentamente si immise su Via Cassia. Di Capua sapeva che il cervello di Graziosi stava cominciando a mettersi in moto.
– Allora – attaccò il Maresciallo – la situazione è questa. Tre fratelli sono stati uccisi, da qualcuno che li conosceva bene. Donna Agata ha mentito, ed evidentemente è stata sul luogo del delitto. Anche la Signora Russolillo ha mentito ma il suo alibi è perfetto, così perfetto che mi dà quasi fastidio. Poi abbiamo l’uomo in nero, che ancora non sappiamo che ruolo abbia nella vicenda e cosa voglia da noi. In teoria inoltre l’indagine è finita qua e quindi non possiamo scoprire più nulla. – 
– Ma infatti Marescià, per una volta tanto, lasciamo a Ziliani l’onore dell’arresto, noi c’abbiamo una decina di casi che abbiamo lasciato in sospeso, facciamoci i fatti nostri – 
Graziosi parve non ascoltarlo.
– Assolutamente no. Donna Agata è innocente. E me non piace quando va in galera un innocente, soprattutto se l’errore lo abbiamo commesso noi Carabinieri. – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma se lo sentiva: Graziosi non era il tipo da mollare l’osso, e neanche lui a dire il vero, quindi fece un sorrisetto e disse:
– Per me dobbiamo capire che rapporti c’erano tra le due donne. Se riusciamo a capire questo secondo me possiamo capire molte cose del delitto. Purtroppo i tre testimoni che avrebbero potuto aiutarci sono morti, quindi dovremo fare in altro modo. – 
E questo “altro modo”, come Graziosi sapeva, era l’innata capacità di Di Capua di ottenere dati sugli indagati – grazie ai buoni rapporti che aveva intessuto con tutti gli enti e aziende che potevano fornirglieli, ma soprattutto di saperli interpretare scartando a botto quelli inutili. Spesso analisi che avrebbero richiesto a decine di persone mesi di lavoro erano state chiuse da Di Capua in pochissimo tempo, per la sua capacità di “vedere” le cose importanti e soprattutto di saperle cercare.
– Che volete sapere Marescià? – chiese Di Capua che aveva già capito.
– Voglio capire i rapporti tra le due donne. Fruga dappertutto e quando trovi un legame, anche sottilissimo, andiamo a vedere. Io credo che il fatto che abbiano voluto mascherare la loro frequentazione, anche in un momento così doloroso per entrambe, vuol dire che è importante che non si sappia. E invece io a questo punto voglio sapere. – 
Di Capua annuì e senza replicare andò a lavorare.
Graziosi pensò di tornare a casa, ma era quasi sicuro che ci avrebbe trovato il rugbista – così lo aveva soprannominato nella sua mente – e non voleva incontrarlo ora.
Prese perciò le chiavi della sua stanza in caserma – che non usava praticamente mai – e se ne andò a dormire senza neanche passare a comprare un rasoio o una camicia di ricambio.
Quando la mattina dopo arrivò in ufficio aveva l’aria stropicciata ma si sentiva molto riposato e pieno di energie.
Prese un caffè con Di Capua, che non aveva novità, poi andò alla sua scrivania.
Non aveva fatto neanche in tempo a sedersi che squillò il telefono.
Alzò la cornetta e una voce cavernosa chiese senza preavviso:
– Mi sta evitando per caso? – 
Graziosi si rilassò sulla sedia, quella telefonata gli faceva quasi piacere. Evidentemente il rugbista aveva bisogno di lui, questa era un’informazione interessante.
– Diciamo che mi hanno tolto l’indagine, quindi preferisco evitare questi incontri melodrammatici, se posso evitarlo. – 
L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo. Poi riprese.
– Che significa questo? – 
– Che hanno trovato il colpevole, pare sia stata Donna Agata e a breve sarà arrestata. Il caso è chiuso. – 
Stavolta la pausa dell’uomo fu più lunga. Poi disse:
– Allora va bene. E’ finita così. Lei non mi è stato molto utile. Non mi vedrà mai più. – 
E chiuse la telefonata.
Graziosi guardò la cornetta sorridendo prima di appoggiarla lentamente.
“Qualcosa mi dice che non sarà così” penso tra sé e sé.
Ma il suo ottimismo al momento non aveva alcun riscontro. Di Capua non si vedeva, il che stava a significare che non aveva trovato niente, non aveva più accesso alle fonti investigative, insomma non aveva appigli per continuare l’indagine.
Passò davanti alla guardiola del piantone che aveva la TV accesa, e non poté evitare di guardare Ziliani che spiegava alla stampa come aveva incastrato l’assassina dei tre fratelli Russolillo, mentre sotto scorrevano le foto dell’arresto della donna.
Rimase qualche secondo in trance ad ascoltare gli sproloqui del suo collega, quando qualcosa nella sua testa fece “click”, si chiusero dei circuiti e improvvisamente si spalancò uno scenario che diventava interessante.
Tornò di corsa verso il suo ufficio solo per scontrarsi con Di Capua che veniva dalla direzione opposta.
– Marescià, ho trovato qualcosa! – disse il suo vice.
– E io forse ho capito qualcosa – rispose di rimando Graziosi – andiamo nel mio ufficio.
Si sedettero intorno al tavolino delle riunioni, Di Capua con dei documenti in mano.
– Dimmi prima tu – lo esortò Graziosi.
– Nei giorni scorsi ho guardato i conti dei tre fratelli e delle due donne, ma a parte la complessità degli incroci non ho trovato nulla di sospetto. Potrei sbagliarmi, perché il materiale è veramente tanto, ma le assicuro che ho guardato in profondità abbastanza da capire che le carte sono a posto. Adesso invece ho cambiato obiettivo. – 
– Il Senatore. – disse Graziosi pacatamente.
– Esatto, il Senatore. A quanto pare tutto riconduce sempre a lui. Sono partito dall’eredità e ho controllato tutti i beni che sono stati elencati. Tutti gli asset erano inglobati in una serie di società, praticamente tutte riconducibili al Senatore e ai figli in parti uguali, infatti il patrimonio del Senatore è stato dato alla moglie, a parte le briciole a Donna Agata, mentre i figli erano già stati sistemati in vita con quote delle società. –
Graziosi ascoltava attentamente, di sicuro Di Capua stava per tirare fuori la magagna.
Il vice prese una pausa per aumentare l’effetto di quello che stava per dire:
– Tutti gli schemi societari sono simili e tutti i beni, nessuno escluso, sono inseriti nelle società del Senatore. – disse Di Capua.
– Tranne? – domandò con un sorrisetto Graziosi che aveva già capito.
Di Capua ricambiò il sorrisetto ironico del suo capo.
– Tranne UNA. Una società di cui il Senatore aveva una quota minoritaria, inferiore all’1%, e che prevedeva l’usufrutto a sua volta di una società domiciliata in Lussemburgo. Ora, quando il Senatore morì la quota di questa società non venne assegnata esplicitamente e quindi fu assegnata egualmente ai figli e alla moglie, i quali liquidarono quasi immediatamente la loro quota per un controvalore ridicolo. –
– E di cosa si occupava questa società? – la cosa si faceva interessante.
Di Capua stavolta sogghignò.
– Dieci anni fa, alla morte del Senatore, il Lussemburgo era ancora un paradiso fiscale. Leggi che favorivano l’importazione di capitale, segreti assoluti sulle società e sui depositi bancari, insomma era un posto abbastanza sicuro per nascondere i propri beni. Ma oggi grazie alle leggi europee non è più così. E anche se a fatica ho ottenuto le informazioni su questa società. – 
Di Capua prese dei fogli, li sparse davanti a sé e riprese:
– La società gestisce un patrimonio quasi miliardario. Stiamo parlando di migliaia di immobili, quasi tutti in Italia, controllati attraverso società di gestione immobiliari locali. La proprietà è interamente posseduta da una finanziaria lussemburghese. A sua volta la finanziaria è di proprietà di due fondi di diritto sanmarinese – 
– Un bel casino – commentò Graziosi.
Di Capua annuì, poi proseguì.
– Sì decisamente. Dieci anni fa sarebbe stato impossibile capirci qualcosa, ma oggi sono felice di poterle mostrare i nomi dei proprietari di questo patrimonio, che lo gestiscono attraverso una società di persone di San Marino. –
Mise un foglio stampato davanti a Graziosi, il quale lesse, poi alzò gli occhi incredulo, lesse di nuovo e infine si abbandonò sulla sedia.
– Quindi non solo le due donne si conoscono, ma sono in società. E che società. Sono miliardarie. – 
La notizia lo aveva tramortito perché apriva scenari imprevedibili.
– Che si fa ora? – chiese Di Capua, velatamente soddisfatto del suo lavoro.
– Beh – iniziò a ragionare Graziosi – la tentazione sarebbe di capire come hanno messo insieme quel patrimonio, perché lo tengono nascosto, cosa ne sapevano i figli, cose così. In realtà il nostro obiettivo è sempre lo stesso: capire chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 

I due andarono a prendere un caffè, ma evitarono di rimanere in piedi davanti alla macchinetta dell’ufficio e si sedettero ad un tavolino in un bar della zona.
Era raro vedere Graziosi prendere un caffè fuori dall’ufficio, ma aveva bisogno di aria fresca e di ragionare a voce alta.
– Quindi abbiamo il seguente scenario – iniziò mentre metteva lo zucchero nel caffè macchiato – Il Senatore lascia alla moglie legittima e ai figli tutti i beni, almeno quelli palesi. Però la moglie con la seconda compagna hanno una società, di cui evidentemente anche il Senatore e i figli erano a conoscenza, in cui è confluito un patrimonio immobiliare miliardario. Questo spiega in parte perché le due donne cercano di non far trapelare i loro rapporti, ci scommetterei che dal punto di vista fiscale questa catena di società è in grave debito con il nostro Paese. Ad un certo punto, dopo dieci anni, qualcuno uccide i tre figli. La domanda è sempre la stessa: “cui prodest?”. Chi ci ha guadagnato dalla loro morte? Per quale motivo qualcuno li ha voluti eliminare? Non sembrerebbe logico per via di questa società, perché a quanto pare ne erano a conoscenza. A meno che uno dei tre non abbia minacciato di spifferare tutto al fisco in cambio di soldi, ma mi sembra improbabile anche perché i dati che tu hai raccolto ci mostrano che i tre erano ben più che benestanti. – 
Di Capua annuì mentre smadonnava di fronte al caffè: lo chiedeva macchiato, e invece di portarglielo schiumato come da tradizione napoletana ci aggiungevano il latte caldo, e NON era la stessa cosa. Inoltre il bicchiere di acqua gassata a Roma lo doveva sempre chiedere, mai una volta che glielo portassero di loro sponte.
– Poi c’è un’altra domanda: che cosa volevano i servizi? anzi, che cosa vogliono? perché noi di certo non abbiamo trovato ancora gran che. La società, certo, ma scommetto che per loro non è un segreto, anzi, sarei pronto a scommettere che in qualche modo ci stanno anche dentro. Che cosa potevamo scoprire in questa indagine che loro non sono in grado di trovare? e che cosa può essere così importante per qualcuno da uccidere tre persone? tre persone che, come abbiamo appurato, l’assassino o l’assassina conoscevano molto bene? – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma siccome Graziosi non capì se era per la sua tirata o per il caffè macchiato, per stavolta lasciò correre.
– Marescià, teniamo troppe domande e poche risposte. Io un’idea ce l’ho: perché non andiamo a riparlare con Desiati? magari ci sono altre cose che non ci ha detto. – 
Graziosi si alzò.
– Buona idea – disse e partirono alla volta dell’Istituto di Medicina Legale.

Quando Desiati aprì la porta una mezz’ora dopo per poco non gli prese un colpo e il panino che stava masticando gli cadde sul pavimento dell’obitorio.
– L’indagine non è chiusa? – chiese senza preavviso.
– Interessante. – disse Graziosi – Cosa ti fa pensare che siamo qui proprio per QUELLA indagine? – 
Desiati arrossì.
- Beh – balbettò – è l’ultima cosa per cui ci siamo visti, e ho pensato… – 
– Hai pensato che siccome ce lo hai messo in quel posto noi ce lo saremmo tenuti e zitti – concluse Di Capua, mentre Graziosi guardava Desiati fisso negli occhi senza scomporsi.
Desiati era chiaramente nel panico, aprì di più la porta e senza una parola si sedette, seguito dai due.
– Stai tranquillo – disse Graziosi – non abbiamo intenzione di prenderti a calci, anche se francamente la tentazione ce l’ho. Ma formalmente l’indagine è di Ziliani quindi non hai violato nessuna procedura. Però ora vogliamo sapere che altro hai trovato sulla scena del delitto – 
– Altro rispetto a che cosa? – chiese sospettoso Desiati.
– Rispetto al DNA di Donna Agata Giulia – 
– Beh, niente – disse Desiati.
I due si guardarono.
– Come “niente”? – chiese Di Capua.
Desiati era sulla difensiva, le domande dei due gli stavano facendo capire che forse aveva fatto una cazzata più grossa di quel che pensava, e per la soddisfazione di mettere nei guai Graziosi ora si trovava sulla graticola.
– Nel senso che Ziliani mi ha chiesto di verificare se il DNA della donna fosse presente, io ho esaminato un po’ di campioni e l’ho trovato dappertutto. – disse con voce sempre più bassa.
Graziosi spalancò gli occhi.
– Vediamo se ho capito – disse con un tono di voce che non prometteva nulla di buono – tu NON hai esaminato la scena in lungo e in largo cercando tracce ematiche, DNA o altri elementi probatori, ma ti sei limitato a rispondere ad una domanda di quel coglione di Ziliani e in questo modo hai fatto arrestare una persona senza sapere se magari sul luogo del delitto ce ne potevano essere state altre? E’ così? Ho ragione? – concluse alzando la voce.
Desiati ora era terreo, consapevole dell’errore.
– Scusami – tentò di giustificarsi – io non faccio l’investigatore, ma analizzo dati, se mi chiedono una cosa faccio quella… – 
Graziosi si alzò di scatto, e per un momento Di Capua temette che il suo capo potesse veramente prendere a calci Desiati, e lo temette lo stesso patologo perché istintivamente si ritrasse sulla seggiola.
Invece il Maresciallo andò verso la porta, poi si girò e disse:
– Tutto. Voglio che analizzi tutto. E voglio i risultati per domani. E solo io. – 
Desiati annuì e i due uscirono dall’Istituto, rossi in viso per la rabbia.

Graziosi rimase in silenzio mentre andavano verso l’auto.
Di Capua cercò di stemperare il clima:
– E così anche stavolta abbiamo arrestato una persona senza prove schiaccianti e il suo avvocato ci farà il culo alla prima udienza. – disse sarcasticamente.
Graziosi annuì ma rimase in silenzio.
Poi appena arrivato in macchina prese il volante tra le mani, si girò verso il suo vice e disse:
– La verità è che questa notizia cancella anche l’unica traccia che avevamo, perché anche se Ziliani è uno stronzo, trovare il colpevole non mi sarebbe dispiaciuto. Adesso dovremo partire di nuovo da zero, con la differenza che abbiamo alzato un polverone tremendo e non riusciremo più a capirci un cazzo. – 
Graziosi raramente usava il turpiloquio, segno che era veramente infastidito.
Ma scoprire che un’indagine era sostanzialmente andata all’aria per colpa dell’insipienza delle persone che lo circondavano era troppo anche per lui.
Tornati in caserma si chiuse nel suo ufficio e non rispose al telefono per ore.
Di Capua, che lo conosceva bene, evitò di disturbarlo, anche perché nonostante continuasse a spulciare le carte della famiglia Russolillo non riuscì a trovare altro di interessante.
Né la società sammarinese sembrava avere legami con il delitto.
Erano ad un punto morto. Di più. Morto e sepolto.
Improvvisamente quando ormai la giornata si trascinava verso una conclusione senza scosse, Graziosi uscì dalla sua stanza e trascinò a forza Di Capua dalla sua sedia verso il computer appoggiato sulla sua scrivania.
– Non dire niente. Guarda solo quello che sto per farti vedere e dimmi che ne pensi. – 
Andò su una cartella e aprì una foto. Era una foto ufficiale del viaggio di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse più di trenta anni prima, durante un viaggio a Washington. 
La foto ritraeva Moro che stringeva la mano a Kissinger, Segretario di Stato americano.
Il Senatore Russolillo era chiaramente visibile in un angolo della foto.
Di Capua iniziò a dire:
– Non mi risulta che Russolillo lavorasse con la Presidenza del Consiglio all’epoca… – 
Graziosi lo fermò con un gesto della mano.
– Aspetta, aspetta. Guarda il resto prima. – disse
Aprì un’altra foto, in cui vedeva il venerabile Gelli, capo di una organizzazione segreta denominata “P2” che voleva rovesciare il potere democratico del Paese, circondato da un gruppo di persone in giacca e cravatta.
Di Capua la scrutò con attenzione, poi si girò verso il suo capo scuotendo la testa:
– Non vedo Russolillo qua – disse senza capire.
– Non lo vedi perché non c’è – sorrise Graziosi – ma prima di darti altri suggerimenti ti faccio vedere un’ultima foto.
L’ultima foto era uno scatto probabilmente dello stesso evento in cui si vedevano le due donne ridere amabilmente tra di loro, perché la sala era la stessa, ma stavolta si vedeva in primo piano il Senatore, sorridente con un bicchiere di champagne in mano, circondato da un gruppo di imprenditori notissimi, alcuni dei quali avevano poi fatto anche carriera politica fino ad arrivare alle più alte cariche di governo.
Sullo sfondo, sfocato ma chiaramente riconoscibile, un uomo massiccio in abito scuro vegliava sull’evento.
Di Capua rimase di stucco.
– E’ questo il rugbista? – chiese conoscendo già la risposta.
Il Maresciallo annuì, poi aggiunse:
– E ora guarda l’altra foto. – 
L’appuntato prese di nuovo la seconda foto, la scrutò ben bene, poi improvvisamente spalancò gli occhi, puntando un dito su una faccia:
– E’ lui! lo stesso uomo! il rugbista, con molti capelli in più e parecchi chili in meno, ma è senz’altro lui! – 
Graziosi, soddisfatto, annuì.
– Sì, è lui – ammise – Dopo aver spulciato tutte le foto del Senatore e non aver trovato niente, sono andato nell’archivio dell’ANSA per vedere se trovavo ancora foto delle due donne, ed è saltata fuori quella foto. Allora ho fatto una ricerca visiva, ora gli archivi fotografici consentono di trovare le foto simili tra loro o con le stesse persone, e il sistema mi ha dato un migliaio di foto in cui c’erano persone che gli somigliavano. Le ho guardate tutte, una per una, e alla fine ho trovato questa, l’unica altra. A questo punto avevo due pezzi di un puzzle, che però ancora non mi dicevano nulla, ma la presenza di quell’uomo in due eventi così distanti non poteva essere casuale. Ho cercato di nuovo le foto del Senatore nell’archivio storico, ma stavolta sempre con il metodo del riconoscimento del volto, ed è spuntata questa. Non l’avevamo vista finora perché il Senatore non è citato nella didascalia che dice semplicemente “Il Presidente del Consiglio Onorevole Aldo Moro in visita ufficiale a Washington stringe la mano al Segretario di Stato Henry Kissinger”. Nessuna delle persone dello staff visibili nella foto è nominata, quindi la ricerca per parola chiave non poteva darci risultati. –
Di Capua si complimentò con il suo capo, ed era sincero:
– Azz Marescià, e chi vi faceva così esperto! – 
Graziosi rise:
– Ho avuto fortuna e comunque prima o poi ci saremmo arrivati perché le foto erano lì. Si trattava solo di cercarle. – 
– Ma ora che facciamo con queste informazioni? Non capisco cosa c’entrino con il delitto. – chiese Di Capua.
– Secondo me c’entrano eccome, se non altro perché il rugbista è interessato all’indagine. E poi le foto ci dicono alcune cose interessanti: che Russolillo e il rugbista si conoscevano, che quest’ultimo aveva confidenza con Gelli, e che Russolillo era con Moro negli USA pur senza incarico ufficiale. Se sommi tutto questo alla società detenuta dalle due donne hai un quadro perfetto di politica, poteri forti e danaro. Si tratta a questo punto solo di sapere in questo gioco chi fa che cosa, e avremo la persona interessata alla morte dei tre fratelli. – concluse Graziosi per la prima volta ottimista.
– A questo punto l’elemento cruciale diventa il tempo. Perché dieci anni dopo la morte del padre? – si chiese Di Capua.
– Esatto. Perché? Prima di capire “chi” dovremo capire questo. Diamoci da fare. – disse infine alzandosi dalla sua sedia.

Quando la sera arrivò a casa l’uomo lo aspettava fuori dal portone.
Ormai non aveva più senso giocare agli agenti segreti.
Graziosi lo salutò con un cenno del capo, poi insieme salirono le scale ed entrarono nell’appartamento. Come la volta precedente Graziosi mise su un caffè in silenzio e solo quando furono entrambi seduti con una tazza davanti l’uomo parlò.
– So che è stato a far visita al patologo oggi. Qualche novità? – 
Graziosi lo guardò e non rispose, all’inizio, poi a bruciapelo chiese:
– I suoi capi lo sanno che ha fatto parte di Gladio? – 
L’uomo fermò la tazza a mezz’aria, rimase qualche secondo interdetto, poi disse:
– Mi sembrava che noi avessimo un accordo: lei indaga e io chiedo. Non mi pare che il contrario fosse contemplato. – 
Nonostante la risposta astiosa che Graziosi si aspettava, vide che aveva colto nel segno.
Aveva preparato la frase con Di Capua accuratamente, e l’avevano anche provata per sicurezza.
Era per certi aspetti quello che gli americani chiamano un “long shot”, un colpo da lontano ad una preda sfuggente, per lo più destinato a fallire, ma ogni tanto – e questa era di quelle volte – si riusciva a colpire nel segno.
D’altronde i due carabinieri erano abbastanza certi che l’uomo ne facesse parte; in fondo Gladio era un’organizzazione segreta militare strettamente legata alla P2 di Gelli, che ne sarebbe dovuto essere il braccio politico.
Entrambe le organizzazioni avevano l’obiettivo di arrestare la crescita del partito comunista in Italia con tutti i mezzi, leciti ma soprattutto illeciti. Gladio era formata da militari di professione, pronti ad entrare in azione qualora le circostanze lo avessero richiesto. Gelli e la P2 invece puntavano al potere politico.
Insomma, vista la vicinanza con la P2 e l’attuale militanza nei servizi segreti l’ipotesi che il rugbista fosse un uomo di Gladio non era così remota.
Graziosi e Di Capua avevano anche spulciato gli elenchi delle due organizzazioni, ormai pubblici, per vedere se qualcuna delle persone elencate potesse essere riconducibile al rugbista, ma dopo ore di lavoro incrociato avevano concluso che se ne faceva parte non era in quegli elenchi.
Anche questo non era strano perché molti indizi avevano sempre fatto pensare che gli appartenenti a Gladio e alla P2 fossero rimasti per lo più segreti e solo pochi nomi fossero stati rivelati, più che altro per tacitare la voglia della magistratura e della stampa di sapere.
Il Maresciallo posò la tazza, fece un sorriso di cortesia, poi disse:
– Vede, purtroppo io mi sono convinto che per scoprire qualcosa sul delitto sia necessario tornare indietro nel tempo e capire quale fosse esattamente il ruolo del Senatore Russolillo, come si relazionasse ai poteri forti del paese di quel periodo, e anche perché lei sembra essere dietro a tutto questo. – 
Era una cortesia dietro la quale si celava una dichiarazione di guerra e Graziosi era consapevole che il rischio di far arrabbiare quell’uomo mentre erano da soli non era trascurabile.
Per questo aggiunse:
– Se se lo sta chiedendo la risposta è sì. Il mio vice è al corrente delle nostre chiacchierate, e anzi, è qua sotto con la macchina accesa, e se non lo saluterò dalla finestra entro… – guardò l’orologio – tre minuti, manderà via e-mail alla magistratura il dossier che abbiamo raccolto. Quindi se non le dispiace ora mi affaccio così se vuole possiamo continuare la nostra amabile chiacchierata. – 
Improvvisamente l’uomo si alzò di scatto, con una agilità sorprendente data la stazza, spinse Graziosi di lato con forza quasi fino a farlo cadere e si sporse dalla finestra.
Là sotto, in piedi vicino alla macchina di servizio, c’era Di Capua sorridente con in mano un cellulare e il dito sul pulsante “invio”.
L’uomo schiumò di rabbia, poi si scansò e lasciò che Graziosi salutasse con la mano il suo Vice.
Quando questa scenetta fu terminata l’uomo si avviò verso la porta.
– Ha fatto un grosso errore oggi Graziosi. – disse prima di uscire – Pensavo di potermi fidare di lei, ma capisco che non è così. La sua indagine finisce qui. Non mi vedrà più ma io la osserverò. Stavolta le cose sono andate così, ma le assicuro che io non dimentico e la sua vita potrebbe non essere più tanto divertente in futuro. – 
Uscì rapidamente, scomparendo giù per le scale.
Graziosi si buttò su una poltrona, lasciando uscire il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento e dopo due minuti Di Capua suonò al campanello della porta. Aveva visto l’uomo uscire e voleva assicurarsi che tutto andasse bene.
Graziosi gli aprì e gli diede una birra che come al solito Di Capua rifiutò.
Invece il Maresciallo ne aveva bisogno, era stato molto vicino a essere aggredito da un soldato professionista e violento, e non pensava avrebbe avuto molte possibilità di uscirne intero.
– Quindi ha abboccato – disse Di Capua.
Graziosi annuì.
– Diciamo che non ha confessato nulla, ma ho capito di averlo colpito. Questo chiarisce il contesto e riduce di molto le direzioni in cui guardare anche se non abbiamo fatto ancora nessun passo avanti reale verso la soluzione del delitto. – si fermò un attimo poi riprese – Quindi ora sappiamo che quest’uomo è un collegamento tra Gladio, la P2 e il Senatore. Gladio è un’emanazione dei servizi segreti americani, per cui la presenza del Senatore a Washington non è da considerarsi strana. Immaginiamo lo scenario seguente: gli americani hanno bisogno di una persona di fiducia, che possa fungere da cerniera tra le varie organizzazioni a difesa dell’occidente. L’Italia è particolarmente esposta, quindi la persona che dovranno scegliere deve anche avere un ruolo nelle istituzioni, ma solo di controllo. Ergo scelgono Russolillo perché già aveva fatto affari con i servizi segreti ai tempi della vecchia mafia rurale del dopoguerra. Lo fanno eleggere Senatore in qualche modo e gli chiedono di controllare la scena politica da una parte e di gestire i rapporti USA-Servizi Segreti-P2 dall’altra. Il Senatore diventa centrale nelle strategie americane in Italia e probabilmente anche nella strategia del terrore e in alcuni fatti ancora poco chiari. A questo punto lo scenario se non chiaro è ragionevole. Rimarrebbe un domanda, alla quale noi però possiamo già dare una risposta. – concluse retoricamente.
– Che cosa ci guadagnava il Senatore? – disse prontamente Di Capua.
– Esatto – annuì Graziosi – questa è la domanda, ma noi sappiamo già la risposta: un sacco di soldi. Centinaia di milioni di EURO attuali. Migliaia di immobili. Un giro di soldi spaventoso. Questa risposta è semplice ma ora viene la domanda successiva, più difficile: come facevano a convogliare questi soldi verso il Senatore? Non mi immagino gli americani che caricano sacchi di dollari su un cargo e li portano al Senatore come ringraziamento. Ci deve essere stato un meccanismo più raffinato. –
Di Capua rimase in silenzio un momento, poi disse piano, quasi sottovoce:
– La P2 – 
Graziosi fece un sorriso amaro.
– Sì, penso anche io. La P2 in fondo aveva aggregato fior di imprenditori, oltre a giornalisti, militari e prelati, e anche banchieri. E quale strumento migliore della P2 per fornire gli strumenti necessari per far arricchire il Senatore? D’altronde non ti dimenticare che gli aderenti alla P2 si aiutavano l’un l’altro, non avevano forse messo quel giornalista a dirigere il Corriere della Sera, e a quell’altro addirittura gli avevano fatto aprire un quotidiano? Quindi niente di più facile che gli aderenti alla P2 abbiano creato business veri o fittizi per convogliare denaro e asset verso il Senatore. Ma tanto non ci rimettevano mica, ognuno di loro faceva i suoi begli affari. A rimetterci, come al solito, eravamo noi. Lo Stato. Tutti quei soldi, direttamente o indirettamente, venivano drenati dalle casse dello Stato attraverso società a partecipazione statale, attraverso commesse, attraverso leggi ad hoc. Era un gioco in cui tutti vincevano: gli Stati Uniti mantenevano la leadership mondiale, la DC il potere, Russolillo i soldi, e tutti gli altri pezzi di questo o di quello. Una macchina perfetta. – concluse Graziosi con amarezza.
– Per cui – ricapitolò Di Capua – abbiamo un sacco di informazioni sul passato ma nessuna sul presente, perché non sappiamo ancora chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 
– Il perché comincio a intravederlo. – disse Graziosi – Per i soldi. Tutti quei soldi. Perché anche se i tre erano benestanti, qui parliamo di centinaia di milioni di EURO gestiti da due anziane signore che non avevano mai voluto condividere con loro questi beni. – 
– Insomma lei sta dicendo che alla fine Donna Agata potrebbe essere veramente colpevole? Che magari i tre hanno chiesto una quota della società e lei ha preferito ucciderli piuttosto che rilasciargliela? – 
Graziosi rimase pensieroso per un attimo, poi disse:
– Sono costretto ad accettare questa ipotesi ma non ci credo fino in fondo. In fondo i tre sapevano della società, forse non del suo valore reale, ma non era un segreto. E anche se avessero avanzato delle pretese ucciderli era il modo migliore per attirare le attenzioni degli inquirenti. Non credo sia andata così, ma in assenza di alternative valide sospetto che Donna Agata rimarrà a Rebibbia. – concluse sconsolato.
Poi si alzò, i due si salutarono, e la notte passò in un sonno senza sogni.

Quando la mattina dopo Graziosi si svegliò ebbe la sensazione che le cose stavano per avere un’accelerazione.
Non sapeva cosa fosse esattamente e non c’erano motivi apparenti, ma per la prima volta da giorni si sentiva ottimista.
Si fece la barba, poi si infilò la tuta e andò a fare una corsetta al parco, rimandando la doccia a dopo.
Infilò le cuffiette e cominciò un po’ di esercizi di riscaldamento, poi si diresse verso Via Nomentana.
Non fece in tempo a fare duecento metri che il cellulare vibrò nella tasca della tuta. Era Di Capua.
I due si scambiarono qualche frase, poi Graziosi rientrò di corsa a casa, dieci minuti dopo era in caserma, non esattamente profumato, ma nessuno ci fece caso.
Di Capua era in sala riunioni insieme a Desiati, che incredibilmente aveva alzato il culo dall’Istituto e si era degnato di presentarsi in caserma.
Graziosi andò dritto al sodo, senza preamboli:
– Cosa abbiamo? – 
Desiati si schiarì la gola, ma quando parlò la sua voce era cortese come mai era stata in vita sua.
– Ho analizzato tutti i reperti che mi sono stati consegnati – sottolineò con la voce la parola “tutti” – e ho trovato come c’era da aspettarsi molte tracce genetiche. – 
– Ma non saresti qui se non ci fosse qualcosa di strano – disse senza scomporsi Graziosi, mascherando l’ansia di sapere qualcosa.
Desiati annuì.
– Sì, qualcosa di strano c’è, anche se non riesco a capire… – 
Graziosi tagliò corto.
– Dicci cosa hai scoperto e poi le conclusioni le tiriamo noi. –
Desiati sospirò, poi continuò:
– Ci sono tracce genetiche di molte persone. Uomini, donne, in tutti i locali della casa di cui mi hanno fornito campioni. Di alcune è possibile stabilire vagamente le date di deposito, in base ad alcuni parametri di invecchiamento del materiale. Ad esempio le tracce di Donna Agata sono non solo molto vecchie, ma anche più recenti. Tra le tracce più recenti ci sono anche quelle di diversi uomini. – 
Desiati era inutilmente allusivo, tutti sapevano che la moglie di Russolillo aveva molto gradito in gioventù la compagnia degli uomini, ed evidentemente la cosa non era cambiata con la vecchiaia, soprattutto viste le disponibilità economiche.
– La cosa che però mi ha colpito di più non è la presenza di DNA così variegati, anzi. Purtroppo se non si ha un potenziale imputato, l’esame del DNA ormai è talmente sofisticato che è possibile ritrovare tracce dopo decenni, per cui cercare di individuare una persona dal DNA trovato sul luogo di un delitto, senza ulteriori indicazioni, è come cercare il classico ago nel pagliaio. – 
Di Capua a questa frase fatta alzò gli occhi al cielo ma non interruppe il flusso del discorso del Patologo.
– Insomma – concluse Desiati – la cosa che ho trovato veramente strana sono le tracce di due sostanze chimiche che non si trovano in giro facilmente, anzi, non si trovano praticamente da nessuna parte: la ciclotrimetilentrinitroammina, e il tetranitrato di pentaeritrite. – 
I due carabinieri si guardarono e guardarono Desiati senza capire.
– Semtex H – disse asciutto Desiati.
Graziosi si dovette sedere per non cadere.
Fu Di Capua il primo a riprendersi.
– Intendi dire che a casa Russolillo c’erano tracce di Semtex H, lo stesso esplosivo usato dalla mafia per la strage di Via d’Amelio? – chiese incredulo?
Desiati si limitò ad annuire.
Fu Graziosi allora a intervenire.
– E dove hai trovato queste tracce, e perché non ce lo hai detto prima? – 
– Non ve l’ho detto perché nessuno mi aveva chiesto di analizzare tutti i campioni, ma solo di capire se Donna Agata era stata lì. E anche se avessi fatto un’indagine più accurata, non avrei cercato questi prodotti chimici. Ho usato i reagenti giusti per caso, perché ho sottoposto tutti i campioni al ciclo completo di analisi, per essere sicuro che non poteste lamentarvi di me. – disse sarcastico – E comunque ce n’erano tracce microscopiche sul pavimento, in tutta la casa.  – 
Graziosi annuì, ma non disse nulla, e Di Capua capì che non voleva dire altro davanti a Desiati, così lo congedò e due minuti dopo i due uomini rimasero soli.
Il Maresciallo era sconvolto.
– Semtex H – disse – Sai cosa significa questo vero? Significa mafia, militari e forse anche servizi segreti. Significa che la merda su cui stiamo premendo il piede è più grossa e puzzolente di quanto pensassimo, e se non ci sbrighiamo a liberarcene ci affogherà entrambi. – 
E così dicendo andò nel suo ufficio, per preparare il da farsi.
Non ci arrivò mai, perché Di Capua lo fermò tenendolo per un braccio, mentre con l’altro teneva il cellulare all’orecchio. La faccia di Di Capua non prometteva nulla di buono, e in effetti quando chiuse la conversazione guardò Graziosi negli occhi per un attimo, poi si fece coraggio e disse:
– Donna Agata si è suicidata in cella un’ora fa – 

Due giorni dopo Graziosi, indossando la sua uniforme d’ordinanza – caso più unico che raro – varcò la soglia del Comando dell’Arma e si diresse spedito verso l’ufficio del Comandante. Di Capua era già lì ad attenderlo, così come Ziliani, la testa bassa e la faccia contrita.
All’incontro, in maniera irrituale ma giustificata dagli eventi, erano presenti due magistrati.
Il primo era un vecchio procuratore che per tutta la vita si era occupato degli eventi più neri della prima Repubblica, dal delitto Moro, alla strage di Ustica fino a Gladio.
Il secondo era il magistrato incaricato di gestire l’indagine e che aveva avallato l’arresto di Donna Agata.
Quando furono tutti presenti il caffè fu servito.
Prese la parola il magistrato più giovane, il cui nome era Santilli, che fece un breve preambolo.
– Non è usuale trovarsi qui per un magistrato, che per sua natura deve essere equidistante tra le parti. Ma l’invito cortese del Comandante mi ha convinto che potevo dedicarvi qualche minuto senza violare l’etica professionale. Ovviamente il procuratore capo è informato e questa riunione quindi si svolge per quanto mi riguarda alla luce del sole. – 
– La ringrazio della sua cortesia – disse il Comandante nel tono più diplomatico che riuscì a riprodurre. In fin dei conti i casini li aveva fatti uno dei suoi, e sperava che un altro dei suoi li risolvesse, altrimenti la sua riconferma poteva considerarsi a rischio.
– Non le ruberemo molto tempo – disse ancora –  e se ci siamo permessi di convocare anche il Dott. Imperatore – fece un cenno al vecchio magistrato – è perché lo sappiamo depositario di molte verità e di molti anni passati a studiare questo Paese, e ci faceva piacere che lui potesse essere presente. Ma lascio la parola al mio collega, Maresciallo Graziosi. – 
Graziosi ringraziò con un cenno della testa, poi fece un gesto nervoso verso Di Capua che lo rassicurò con lo sguardo.
– Grazie Comandante. Verrò subito al sodo: come sapete per questo delitto quasi inspiegabile è stata arrestata la matrigna dei tre ragazzi, che solo due giorni fa si è suicidata mentre era reclusa nel carcere di Rebibbia. Mentre molti hanno pensato che questo gesto rappresentasse una conferma della sua colpevolezza, noi lo abbiamo interpretato al contrario come una protesta estrema. Certo, forse anche i sensi di colpa hanno contribuito a far compiere alla donna questo gesto, ma noi siamo convinti che lei non abbia ucciso i tre ragazzi – 
Il Dott. Santilli  interruppe un po’ nervoso.
– Questo mi è chiaro, Maresciallo, me lo ha detto il Comandante quando mi ha convocato, ma come lei sa bene in tribunale contano solo le prove concrete e le convinzioni personali valgono quello che valgono. – 
Graziosi resistette all’istinto di mandare un’occhiataccia al magistrato, poi vide Di Capua che si precipitava fuori dall’ufficio allertato da una telefonata e attese qualche secondo, finché la porta non si aprì di nuovo e un uomo massiccio, con radi capelli e lo sguardo truce entrò scortato da due carabinieri.
Il Dott. Santilli corrucciò la fronte a quell’interruzione, e non poté esimermi dal chiedere:
– E ora chi è questa persona? – 
Mentre i due carabinieri uscivano a rimanere di guardia fuori dall’ufficio l’uomo si sedette, apparentemente in pieno controllo di sé stesso anche se chiaramente scocciato.
Graziosi si prese la responsabilità di dare spiegazioni al magistrato.
– Questo signore, che abbiamo rintracciato non senza fatica, si chiama Franco Cova. In realtà si chiamerebbe Covacich, dato che è di origini triestine, ma il nome italianizzato gli è servito per meglio mimetizzarsi. Negli anni sessanta quando ancora era militare di leva fu notato soprattutto per il suo fanatismo e la sua assoluta fedeltà ad ideali di destra e assoldato per far parte di Gladio. Da lì la sua carriera è stata tutta in ascesa: ufficiale dell’esercito, poi addetto militare di un paio di ambasciate, guardia del corpo di Russolillo e infine Colonnello dei Servizi Segreti. La sua identità e il suo curriculum sono classificati come top secret e c’è voluto tutto l’impegno del Comando dell’Arma e una motivazione speciale per riuscire a stanarlo, partendo da un paio di foto recenti che gli ho fatto di nascosto a casa mia. – 
L’uomo per la prima volta mostrò stupore sul suo volto, che faceva a gara con la soddisfazione di Graziosi di aver infinocchiato una spia professionista sul suo terreno.
– E qual era questa motivazione mi scusi? – chiese Santilli – neanche noi possiamo di norma violare i fascicoli top secret. – 
– Una motivazione molto seria. – rispose Graziosi – Quest’uomo dieci anni fa ha ucciso il Senatore Russolillo e pochi giorni fa anche i suoi tre figli. – 
Di Capua e il Comandante, che sapevano già tutto, rimasero impassibili. 
I due magistrati strabuzzarono gli occhi, e l’uomo ebbe un accesso d’ira e accennò ad alzarsi dalla sedia.
Graziosi gli mise prontamente la mano sulla spalla e lo spinse di nuovo a sedere.
– Non glielo consiglio. Si trova in un luogo pieno di Carabinieri armati, e a differenza mia sanno usare una pistola e non avrebbero alcun problema a sparare a qualcuno che dovesse aggredire uno di loro. – 
Fu il Dott. Imperatore a rompere la tensione, prendendo la parola per la prima volta.
– Maresciallo Graziosi, non dubito che lei abbia degli elementi per accusare quest’uomo della morte dei tre fratelli Russolillo, ma il Senatore? come fa a sapere che è stato lui anche in questo caso? Mi risulta che il Senatore sia morto di morte naturale, aveva ormai quasi ottanta anni. – 
La sua voce tradiva curiosità e desiderio di aggiungere un pezzo al puzzle che stava cercando di completare da oltre quaranta anni.
– Questo è quello che tutti pensavamo fino a due giorni fa, ma quando abbiamo cominciato a capire chi potesse essere stato e le sue motivazioni è stato naturale avere dubbi anche sulla morte del Senatore. Siamo andati a riguardare i risultati dell’autopsia di dieci anni fa, condotta guarda caso dallo stesso patologo, e abbiamo scoperto che la posizione scomposta del corpo era compatibile con l’assunzione di sompiramina, la stessa sostanza che ha ucciso i suoi figli. Anche se non dovessimo avere una confessione basterà riesumare il cadavere e avremo le prove di ciò che dico. Ma sono sicuro che è andata così. – 
– Benissimo Maresciallo – interloquì Santilli – ma da quel che vedo per arrivare in fondo alle indagini avete sfiorato un paio di reati, quindi le sarei grato se mi esponesse il suo caso con ordine, in modo che io possa decidere se far arrestare quest’uomo o far arrestare lei. – 
Il tono era ironico ma fino ad un certo punto.
Graziosi prese un bicchiere d’acqua poi iniziò.
– Il Semtex H di cui abbiamo trovato traccia a casa Russolillo in Italia ce l’hanno solo in due: la mafia e i servizi segreti. Sospettiamo che durante la storia recente del nostro paese in alcuni casi le due entità si siano sovrapposte, ma in questo caso eravamo abbastanza certi che si trattasse dei servizi. Quest’uomo – puntò il dito verso il rugbista – ha cercato di avere accesso diretto alle indagini attraverso minacce più o meno velate nei miei confronti. Abbiamo pensato che fosse per proteggere il suo ruolo nella faccenda. Ma poi ci siamo convinti che non fosse così semplice. – 
Fece una pausa per raccogliere le idee.
– Sulla presenza di quest’uomo sulla scena del delitto abbiamo prove certe. Analogamente a quanto fatto da Ziliani – e lanciò una velenosa occhiata al collega – abbiamo chiesto all’Istituto di Medicina Legale di confrontare il DNA di questo signore con le tracce ritrovate sul luogo del delitto. – 
– E come avete preso il DNA per confrontarlo? – chiese il Magistrato incuriosito.
Graziosi sorrise.
– Casa mia ne era piena, se è per questo. Ma è poco importante al momento, la cosa importante è che il Colonnello Covacich è stato recentemente a casa Russolillo, e ha imbrattato il pavimento di Semtex H. Anche di questo abbiamo le prove perché abbiamo appurato che ha appena fatto un’esercitazione di routine, schedulata da tempo, che prevedeva anche la capacità di innescare esplosivo al plastico. –
L’uomo lanciava sguardi di fuoco con gli occhi ma rimase seduto sulla sedia senza muovere un muscolo.
– Piazzato l’imputato sul luogo del delitto mancavano due elementi: l’arma del delitto e il movente. In questi due giorni abbiamo praticamente lavorato solo sul primo punto. Non è stato banale ma ci ha aiutato il fatto che la sostanza è contenuta in un farmaco sintomatico che serve per curare forme violente di tachicardia. Data la pericolosità del dosaggio va venduta sotto presentazione di ricetta medica e ogni confezione è tracciata. Una volta capito in che direzione cercare non è stato difficile identificare la farmacia che aveva venduto la confezione usata per uccidere i tre fratelli Russolill, e risalire al medico militare che aveva prescritto a Covacich l’impegnativa. Per esserne certi lo abbiamo arrestato e interrogato, e ha subito confessato che il Covacich gli aveva chiesto questa ricetta senza dargli tante spiegazioni. Insomma, signori, l’omicida è qui davanti ai vostri occhi. Ma rimane la domanda fondamentale: perché? perché ha deciso di ammazzare i tre fratelli, e soprattutto: come ha fatto a convincerli a vedersi tutti insieme senza che sospettassero nulla? – 
– Già come ha fatto a convincerli? – la voce era di Ziliani, che improvvisamente, dimentico della sua dabbenaggine, si era appassionato al racconto di Graziosi.
Tutte le teste si girarono verso di lui, che diventò immediatamente rosso e abbassò di nuovo la testa.
Ma il suo intervento permise a Graziosi di continuare.
– Non li ha dovuti affatto convincere, perché qualcun altro lo aveva fatto per lui. – 
Prima di continuare guardò l’uomo che ora era carico di odio.
– Vedete, nessun uomo è immune dagli istinti più bassi della nostra esistenza mortale. Il potere, il sesso, i soldi, sono cose a cui solo pochi uomini dotati di grande integrità morale sono in grado di rinunciare. Covacich non è tra questi. E i molti anni passati vicino al Senatore Russolillo, anzi più che altro alla moglie di costui, hanno fiaccato la sua moralità. Il Colonnello ha abbondantemente attinto alle grazie della Signora Russolillo, diventandone per certi aspetti il servo sciocco, e anche alle sue finanze. E quando lei gli ha chiesto aiuto ancora una volta non si è tirato indietro. Esatto signori, i figli del Senatore Russolillo sono stati uccisi da quest’uomo su ordine della loro stessa madre. – 
– Ma perché? – chiese incredulo il Dott. Santilli –  e come fa a dirlo con certezza? – 
Graziosi prese un altro bicchiere d’acqua. Il ruolo di disvelatore della bassezza morale altrui non gli piaceva, lo faceva per senso del dovere, ma non ne gioiva.
– Che sia stata lei ce lo dicono i tabulati delle telefonate. Vedete, all’inizio per noi era difficile capire qualcosa. Non avevamo nessun appiglio, e già fare domande sensate aiuta in un’indagine complessa come questa, ma quando le maglie si sono un po’ strette abbiamo cominciato a guardare nella direzione giusta e le cose ci sono sembrate più chiare. La signora Russolillo ha contattato ripetutamente i figli, e fin qui nulla di strano, ma poi da un cellulare intestato alla società sammarinese ha chiamato anche il nostro Covacich. Tutto in sincrono con l’omicidio. Ma certo, rimane la legittima richiesta di una motivazione, per questo e per l’altro omicidio. Perché non ci dimentichiamo, anche il Senatore è stato ucciso nonostante avesse quasi ottanta anni e fosse già malato. Noi crediamo che tutto ruoti intorno ai soldi, ma non ai soldi in quanto tali. Se fosse stato solo per i soldi il Senatore poteva tranquillamente vivere, aveva già sistemato tutto. E anche i figli, sebbene forse fossero scontenti della divisione dei beni, potevano essere tacitati in altro modo. –
Un’altra pausa, ora nessuno fiatava.
– Quello che sto per dirvi è frutto di indagini e in parte di deduzioni. Probabilmente non reggerebbe in tribunale, ma per la condanna vi basterà la prova dell’omicidio in combutta tra il Colonnello Covacich e la signora Russolillo. Per capire bene il motivo di questi delitti bisogna risalire al patto scellerato tra gli Stati Uniti e alcuni pezzi incontrollati del nostro paese, in un momento di grande tensione. La machiavellica idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo ha giustificato accordi con il diavolo, o meglio tra diavoli. Per molti anni imprenditori “di famiglia” ossia che appartenevano alla parte giusta, hanno avuto accesso a flussi incommensurabili di fondi. La mafia ha gestito una pace in Sicilia e negli USA corroborata da altrettanti flussi finanziari. E il perno di tutto era Russolillo. I soldi gli venivano probabilmente attraverso attività, consulenze, donazioni, tangenti da parte di imprenditori che facevano la fila per accreditarsi dalla “parte giusta”, arricchirsi e sfoggiare un po’ di sano anticomunismo. Ma ad un certo punto questo equilibrio è crollato insieme al muro di Berlino. Il flusso di danaro si è ridotto se non interrotto del tutto. La P2 e Gladio sono stati scoperchiati e il Senatore ha perso il suo potere di equilibrio. E probabilmente ha tentato di recuperarlo ricattando qualcuno. Sono sicuro che la lista degli imprenditori aderenti alla P2 e che hanno beneficiato di un periodo di illegalità sia molto più ampia di quella ritrovata. Ma non è per questo che è stato ucciso. No, assolutamente. Incredibilmente qua c’entra l’amore. – 
E guardò direttamente il rugbista che per la prima volta sembrava imbarazzato.
– Sì, l’amore – disse Graziosi – perché il Senatore non amava ancora sua moglie, come lei vuole far credere, ma Donna Agata. Abbiamo perquisito accuratamente il suo appartamento dopo il suicidio e abbiamo trovato le pratiche per il divorzio, e anche i piani per il nuovo matrimonio. E mentre il Senatore amava Donna Agata e voleva sposarla, il Colonnello Covacich qua presente amava la Signora Russolillo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, incluso uccidere il Senatore. Vi ripeto: quando riesumeremo il cadavere del Senatore tutto questo che vi sto dicendo sarà lampante. A questo punto la Signora Russolillo, spalleggiata dal suo amante, rientra in possesso della casa e del cuore dei suoi figli, ignari di tutto quello che è successo, e in qualche modo storditi dalla loro vita agiata. Ma l’età adulta arriva per tutti prima o poi, e sospetto che uno dei figli, probabilmente l’unica femmina che aveva mantenuto rapporti continuativi seppur salutari/saltuari con Donna Agata, fosse riuscita a mettere insieme qualche pezzo di verità, magari anche confrontandosi con la matrigna e alla fine abbia informato i fratelli di cosa era stata capace di fare la madre. Di fronte alla possibilità di essere estromessa dal patrimonio, dalla famiglia, e addirittura arrestata per l’omicidio del Senatore, la Signora Russolillo ha chiesto di nuovo aiuto al suo vecchio amante e insieme hanno organizzato l’omicidio dei figli. – 
Il silenzio calò improvviso appena Graziosi smise di parlare.
– Quello che non capisco – disse timidamente il Magistrato – è perché la messa in scena. Perché ucciderli in questo modo plateale. – 
– Per mandare un messaggio a Donna Agata. Per farla soffrire. Per minacciarla. La Signora Russolillo ormai completamente impazzita ha creduto di esercitare in questo modo un potere di persuasione verso quella che in fin dei conti era sempre una sua rivale. – 
– Quindi i servizi segreti, Gladio, la P2, in questo caso non c’entrano nulla. – chiese ancora il Dott. Santilli.
Graziosi scosse la testa.
– Non direttamente, ma in qualche modo sì. I soldi, il potere, gli intrighi per cui questi due hanno ucciso sono direttamente derivati da decenni di illegalità avallati dalle più alte cariche dello Stato e dell’Alleanza Atlantica. Ma in ultima analisi questa è solo una storia d’amore. –
Fece una pausa. Si guardò intorno. Niente gli piaceva oggi del suo lavoro. Niente.
– Una brutta, triste, sporca storia d’amore. – concluse Graziosi uscendo dalla stanza senza girarsi indietro.

Cry

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Lo strano caso del Dott. Berlusconi e di Mr. De Gregorio

Prima di qualsiasi altra cosa, voglio inviare i miei più sentiti ringraziamenti al Dott. Berlusconi, che con le sue mirabolanti avventure fuori e dentro le aule giudiziarie ci consente finalmente di abbandonare le tristi e malinconiche vicende greche, di cui a dire il vero ci interessa poco e niente, e occuparci invece delle sue peripezie giudiziarie, sempre godibilissime e fonte di grandi soddisfazioni per la stampa tutta. Dato che gli eventi sono noti e ormai datati, partiamo subito dalle dichiarazioni di Berlusconi dopo la sentenza di condanna a 3 anni di reclusione, così ci leviamo il pensiero e possiamo procedere a capirci qualcosa. Vai col virgolettato: “Prendo atto di una assurda sentenza politica al termine di un processo solo politico costruito su un teorema accusatorio risibile. Resto sereno, certo di aver sempre agito nell’interesse del mio Paese e nel pieno rispetto delle regole e delle leggi, così come continuerò a fare”: così Silvio Berlusconi che parla di “persecuzione giudiziaria” per ledere la sua “immagine di protagonista della politica”. Se non conoscessimo Berlusconi ci sarebbe di che indignarsi, ma dato che questa è una dichiarazione fotocopia che ricicla ogni volta in cui il suo addetto stampa è in ferie, possiamo tranquillamente evitare di stracciarci le vesti. Faccio solo notare un’evoluzione semantico-politica: ora i giudici non sono più “comunisti”, anche perché i comunisti sono scomparsi, ma comunque anche in assenza di terribili mangiabambini tra le fila della magistratura, a quanto pare anche gli altri ce l’hanno con lui. Tiratina d’orecchi al PD: potevamo tranquillamente rimanere comunisti, visto? Allora vediamo i fatti. I giudici incolpano Berlusconi di aver corrotto almeno un senatore nel 2006/2007, al fine di provocare la caduta del Governo Prodi, che insomma tanto tanto stabile non era, ma comunque è un fatto che il Governo cadde e Berlusconi subentrò. Così come è un fatto che il Senatore De Gregorio cambiò casacca e fece mancare il suo pesantissimo voto (nessuna facile ironia per favore) al Governo. Ora Berlusconi dice che la sentenza è politica, e il teorema accusatorio è risibile. Intanto, dato che per ogni corruttore esiste almeno un corrotto, vediamo chi è il corrotto, in questo caso. Noi, che ancora giriamo con gli occhioni blu spalancati sul futuro e rifiutiamo di toglierci il fiocco bianco che le maestre ci hanno annodato con tanta cura all’asilo, ci aspettiamo di incontrare un povero, emaciato, disgraziato, padre di famiglia, che solo per la passione politica è riuscito ad entrare in Parlamento, ma che a fronte dell’impossibilità di mantenere la sua famiglia con i circa 25.000 euro netti mensili che lo Stato gli elargiva per la sua presenza, ha dovuto cedere alle lusinghe del demonio tentatore, e a malincuore ha dovuto accettare i tre milioni di euro… Un momento. TRE (3) milioni di euro? Sì, questo è assodato. Dalle casse di Berlusconi a quelle di De Gregorio transitarono tre milioni di euro, di cui uno in chiaro e due in nero (di questo dobbiamo dare atto a De Gregorio, chi in questo paese accetterebbe una tangente visibile alla finanza per ben un terzo? un uomo coraggioso, non c’è che dire). Ovviamente non è che ‘sti soldi si possono mandare con un bonifico. Niente paura. Ci pensò Lavitola, altro personaggio noto alle cronache giornalistiche e giudiziarie, massone, socialista, direttore dell’Avanti (quotidiano quasi senza lettori che però beneficiava di circa cinque milioni di euro l’anno di contributi pubblici), poi presunto ricattatore proprio di Berlusconi (la famosa legge del contrappasso), latitante e infine condannato in via definitiva per truffa, bancarotta fraudolenta, più un paio di condanne non definitive appunto per estorsione e concorso in corruzione. Insomma, se io fossi uno stimato politico, e volessi convincere un altrettanto stimato Senatore della mia proposta politica, cosa farei? Ovviamente prendere un Lavitola e gli chiederei di portare delle buste piene di soldi al Senatore da convincere. Attenzione: se pensate che questa sia ironia, vi state SBAGLIANDO di grosso. Questa è la tesi difensiva del collegio di avvocati di Berlusconi e di Forza Italia. Non potendo negare il passaggio di danaro, hanno sostenuto che è svincolato dalla decisione di De Gregorio, in quanto la Costituzione (Art. 67 che Grillo voleva eliminare) consente a ogni deputato di esprimere opinioni non vincolate dal partito d’appartenenza, e quindi cambiare casacca. Quindi la tesi è questa: De Gregorio si è convinto perché Berlusconi aveva una proposta politica migliore, poi il fatto che Berlusconi gli abbia dato tre milioni di euro, insomma, saranno pure affari suoi no!? C’è da dire che questa tesi non solo è affascinante, ma anche credibile, visti i soldi che Berlusconi ha elargito a vario titolo a mezzo mondo, ricordiamo solo sette milioni a Ruby Rubacuori e altre centinaia di migliaia alle Olgettine. Però grazie a dio i giudici non hanno l’anello al naso, e insomma, la storia politica di De Gregorio non aiuta. Torniamo al presunto corrotto allora. Leggendo la sua biografia scopriamo che è stato direttore de l’Avanti prima di Lavitola (insomma i due sono vecchi amici, pare), poi socialista, poi fonda questo movimento italiani nel mondo, poi si fa eleggere con l’Italia dei Valori, poi flirta con Forza Italia, infine rompe con Prodi e come detto si allea con Forza Italia attraverso il suo movimento Italiani nel Mondo. Insomma, qui siamo perplessi: a quanto pare il De Gregorio è un po’ una banderuola, politicamente, e quindi ci può stare che si sia convinto che Maradona è mejo ‘e Pelè. Sta a vedere che il Berlusca stavolta c’ha ragione… E invece no. Perché è proprio De Gregorio a confessare e patteggiare la condanna, chiarendo che i soldi erano proprio per la sua corruzione, e quando non arrivava la bustarella lui non si presentava in Parlamento e faceva cag…tremare i suoi nuovi alleati forzitalioti. Insomma, il corrotto che ricatta. A parte l’abbondanza di “t” una frase che venire i brividi. Siamo alla fine di questa triste storia, tristissima, in cui i protagonisti tutti, nessuno escluso, sono delle macchiette patetiche, incapaci di portare avanti nessun valore degno di nota. Badate bene: parlo anche di voi, e di me, di tutti quelli che quando vanno a votare non fanno neanche un giretto su wikipedia per capire chi sono le persone, o meglio i personaggi a cui danno il loro voto. Ridere di loro fa bene, ma anche di voi e di me, purtroppo. P.S. Per l’abilità dei suoi avvocati ad andare per le lunghe e per i tempi di prescrizione previsti dalla legge, Berlusconi non sarà mai condannato in via definitiva. I soldi non si sa dove siano. Il Governo Prodi cadde e non si rialzò più. E noi siamo il solito paese del terzo mondo, con governanti degni di noi. O noi degni dei nostri governanti, fate un po’ voi. de-gregorio-berlusconi

Il Presidente – un racconto

Quando la fantasia è meglio della realtà.

Certo, a ripensarci un gran bello scherzo – o brutto, dipende dai punti di vista – che per un po’ ha riportato il nostro scalcinato Paese all’attenzione dei media mondiali.
Perché ormai è così: l’Italia diventa notiziabile solo quando c’è qualche efferato omicidio di cittadini americani, oppure quando uno dei nostri politici combina qualcosa di stravagante, possibilmente a sfondo sessuale.
L’Italia del benessere, del cibo, dei beni culturali, non fa più notizia. Ma non divaghiamo, stavano parlando dello scherzo.
Se vogliamo, lo scherzo più grande fu la scelta di Michelangelo Serrani.
Anzi: il Senatore Michelangelo Serrani.
L’uomo più improbabile, più impresentabile, più ignobile che potesse essere candidato alla più alta carica dello Stato.
Il Presidente della Repubblica Italiana, Michelangelo Serrani.
Ancora ho un brivido a pensarci.
Serrani era l’uomo più sbagliato al posto giusto. Un vecchio mestatore democristiano, della provincia di Caserta, da sempre in odore di rapporti con la camorra, divorziato due volte, e attualmente sposato con una rifattona di venticinque anni, proprietaria di un cane di nome “Lillo”.
Cioè, un cane: un chihuahua.
Che se chiami “cane” un chihuahua, allora un labrador come lo devi chiamà? Triceratopo?
E poi nella sua totale mancanza di autoironia, il Senatore Serrani non sapeva che a Roma il nome Lillo fa scattare una pavloviana reazione di urlare “‘A Lilloooooo!! Sì te rode dillo!”.
E dato che il suddetto chihuahua oltre a essere brutto come la fame era anche incazzoso, non c’era posto dove la coppia andasse senza che qualche coatto gli gridasse dietro la fatidica frase.
Insomma: un cretino, ‘sto Senatore Serrani.
Ma purtroppo per noi aveva delle caratteristiche uniche che lo spinsero verso la candidatura.
Prima di tutto proprio la sua stupidità, che il giovane premier del Partitone vide come elemento essenziale per la sua manipolazione.
Poi era soprannumerario dell’Opus Dei, nonostante i due divorzi, l’attuale moglie lillodotata e una sequenza impressionante di attricette che negli anni si erano succedute al suo fianco.
E non solo apparteneva all’Opus Dei, ma aveva una certa dimestichezza con gli alti ambienti vaticani, tanto che veniva regolarmente ricevuto dal Pontefice in udienza privata, anche perché ogni Santo Natale era solito staccare un generoso assegno per la Carità Papale.
Insomma, uno messo bene con i poteri che contano, ma soprattutto uno che sapeva stare in equilibrio.
Era passato indenne attraverso molti turbinii politici, e quando il Partitone e i suoi alleati non riuscirono a mettersi d’accordo su niente, per evitare di richiamare di nuovo per la terza volta un Presidente ormai centenario, si accordarono per Serrani.
Un po’ come successe all’Imperatore Claudio, un paio di migliaia di anni fa.
Peccato che Claudio fosse un uomo di grande intelligenze e cultura, che si era finto inetto e stupido per non correre rischi durante anni sanguinosi, mentre Serrani inetto e stupido lo era sul serio.
Fatto sta che tra malumori, mal di pancia, incazzature, riunioni tempestose, il Partitone e i suoi alleati decisero di votare compatti per Serrani; il quale, alla notizia di essere stato prescelto come candidato unico, iniziò a fare le prove davanti allo specchio, in grisaglia, fazzoletto bianco come pochette, cravatta rosa, e sorriso a trentadue denti di cui quattro, quelli davanti, ben divaricati.
Mentre lui ripeteva in varie pose “Salve! Sono il Presidente Serrani” neanche fosse De Niro in Taxi Driver, dietro di lui l’animale squittiva.
La moglie intendo, non Lillo, che fedele al suo motto ringhiava sordo in un angolo.
Quando Deputati, Senatori e Grandi Elettori si riunirono a Montecitorio, e iniziò la prima chiama, il giovane Premier incautamente inviò un tweet nell’iperspazio: “#Michelangeloserrani il #Presidente di tutti già alla prima votazione”. Non sapeva quello che l’aspettava.
Mentre via via gli elettori sfilavano, chiamati dalla Presidente della Camera in ordine alfabetico, Serrani era seduto, raggiante, circondato da persone che gli stringevano la mano e gli facevano le congratulazioni.
Anche colleghi che fino al giorno prima lo prendevano per il culo in pubblico e in privato ora si accostavano deferenti per rendere omaggio al Presidente in pectore.
Quando cominciò lo spoglio, l’allegria svanì rapidamente.
Alla fine della prima votazione, invece dei 673 voti necessari Serrani ne raccolse solo 12.
Molti meno di Magalli, che primeggiò con un centinaio di preferenze, e anche meno di Rocco Siffredi, che prese trenta preferenze. Una giovane deputata pare abbia detto “una per ogni centimetro”, ma non è certo. Purtroppo non avendo compiuto cinquanta anni il Sig. Siffredi non era comunque eleggibile, però la stima rimase intatta.
Al termine della prima votazione il giovane Premier e il suo principale alleato cominciarono a parlarsi fitto, mentre collaboratori con otto telefonini a testa chiamavano disperati Senatori e Deputati per capire cosa fosse successo.
Ma era chiaro a tutti: nessuno voleva eleggere Serrani, e avevano deciso di dare una lezione al loro arrogante leader.
Bella cosa la democrazia.
In ogni caso, non ci fu tempo per fare molto, perché la seconda chiama era già iniziata, e stavolta, anche se il capannello intorno a Serrani rimase, le facce erano contrite, e scaramanticamente le congratulazioni vennero sospese.
E fecero bene, perché dopo il secondo spoglio i voti di Serrani furono solo dieci, Magalli rimase intorno ai cento e una new entry, dopo che fu chiarita l’ineleggibilità di Rocco Siffredi, raccattò circa settanta voti: tale Staller Ilona in arte Cicciolina.
Alla fine della serata l’Italia era nei telegiornali di mezzo mondo, Serrani un uomo distrutto, la moglie in lacrime in un angolo e Lillo…beh, a Lillo je rodeva come al solito.
Invece il giovane Premier e il suo alleato convocarono i capigruppo, cercarono di organizzare una riunione collegiale, solo per scoprire che tutti i votanti erano ormai scomparsi, chi a casa, chi al ristorante, chi a consolare le attricette vedove di Serrani.
Insomma mentre i leader smadonnavano e non dormivano, gli elettori si godevano la serata romana, e si presentarono il giorno dopo puntuali alle otto per la terza chiama, l’ultima in cui fossero necessari i due terzi dei votanti per eleggere il Presidente.
Anche se il giovane Premier cominciò ad avere la tentazione di cambiare cavallo in corsa, resistette: si ricordò di quando anche lui giocò lo stesso tiro mancino al precedente leader del Partitone, che disorientato cominciò ad annaspare fino a perdere l’elezione e la leadership.
Lui non voleva fare la stessa fine, così rimase della sua idea: Serrani era il suo Presidente.
Pochi mesi dopo, ormai ex-Premier, giustificò la sua scelta con le solite menate: compromesso, real politik, uomo di grande esperienza, etc.
In realtà pensava di far andare al Quirinale una sua marionetta, questa era la vera intenzione.
In ogni caso, anche la terza votazione si risolse in una catastrofe, come le precedenti, con Serrani al minimo storico di otto voti, Cicciolina a duecento, e il povero Magalli, sorpassato dalla popputa attrice, molto indietro con venti.
Per fortuna la Presidente della Camera ordinò una sospensione di due ore, e istantaneamente il giovane Premier fece bloccare le uscite e costrinse tutti i suoi grandi elettori a radunarsi per discutere la situazione.
Chi fu presente a quella riunione racconta di parolacce, urla, mani in faccia, insomma una caciara.
Il giovane Premier era consapevole che la sua leadership e forse la sua intera carriera politica si sarebbero giocate in quel momento storico, e sarebbero dipese dalla sua capacità di imporre la sua volontà a quelle riottose cariatidi, per cui sfoderò l’arma finale: il ricatto.
Minacciò, ricordò favori, tirò fuori pezzi di carta firmati, e in un paio di casi ricordò anche di alcune fotografie che aveva fatto graziosamente ritirare dal mercato ma che erano ancora in suo possesso.
Quando cominciò la quarta chiama, Deputati, Senatori e Grandi Elettori, scuri in volto, si diressero verso l’urnna.
Serrani era teso, ma cercava di non darlo a vedere.
Il leader del Partitone invece ostentava sicurezza, e guardava negli occhi uno per uno i suoi, con l’espressione che a Roma potrebbe tradursi con “Se ce provi te sdrumo”.
Iniziò lo spoglio, e subito fu chiaro che le cose si stavano mettendo bene.
“Serrani”, “Serrani”, “Michelangelo Serrani”, “Serrani” e così via.
Man mano che la voce della Presidente della Camera enunciava i voti cresceva da una parte la soddisfazione e dall’altra l’incazzatura, che però ben presto lasciò il posto alla rassegnazione, e quando finalmente fu raggiunto il quorum della metà dei votanti più uno, l’aula esplose in un caloroso applauso.
Tutti circondarono Serrani per congratularsi e il giovane Premier gongolò a favore di telecamera.
Lo spogliò continuò, e quando addirittura Serrani superò i due terzi dei voti ci fu una vera e propria ovazione.
Finite le votazioni, mentre i Presidenti della Camera e del Senato si riunivano con i loro collaboratori per la convalida dell’elezione, gli elettori cominciarono a sciamare dall’aula di Montecitorio.
Disgraziatamente, o fortunatamente se vogliamo, uno dei primi fu il Senatore Giovanni Di Giuseppe, un vecchio ruvido molisano di Castropignano, forse quello che meno aveva mandato giù l’obbligo di votare Serrani e che quasi era venuto alle mani con il giovane Premier, il quale nonostante avesse venti anni di meno, aveva strategicamente evitato di assaggiare le ruvide nocche del Senatore Di Giuseppe.
Quando l’inviato di Sky gli piazzò il microfono sotto il mento, alla domanda: – E’ contento dell’elezione di Michelangelo Serrani a Presidente della Repubblica?-, il Senatore Di Giuseppe ebbe un guizzo di ironia e rispose: – Certo, sono felicissimo per lui, e per la sua famiglia. D’altronde siamo amici da quando eravamo bambini, e posso testimoniare come sia una persona intelligente e integerrima. Sarà un ottimo Presidente! –
L’inviato di Sky aggrotto la fronte, non capiva.
– Ah, quindi lei e il Senatore Serrani siete amici d’infanzia? –
Di Giuseppe lo guardò con gli occhi che ridevano e rispose.
– No, ma che c’azzecca il Senatore? Io parlo del mio amico veterinario di Castropignano, il Dott. Michelangelo Serrani. Io ho votato per lui, mica per il Senatore –
Alcuni colleghi che erano dietro di lui in attesa del loro turno per le telecamere fecero una risata, e il più lesto fu l’Onorevole Cavicchia, un calabrese scuro di pelle:
– Anche io ho votato per Michelangelo Serrani, il veterinario di Castropignano! –
Nell’arco di pochi secondi, una decina di Deputati e Senatori del Partitone che erano lì intorno presero il microfono e fecero la stessa dichiarazione.
La faccenda stava diventando da ridicola a seria.
Sfortuna o fortuna volle che l’intervista di Sky fosse trasmessa nel circuito interno di Montecitorio, e in particolare alla buvette, luogo dove tutti i nostri Onorevoli si precipitano appena possibile.
Si racconta che tra la folla dei politici passò come una corrente elettrica, e tutti mollarono cappuccini e brioche per precipitarsi davanti alla telecamera di Sky.
Insomma, nell’arco di pochi minuti più di cinquecento tra Deputati, Senatori e Grandi Elettori avevano dichiarato di aver votato non per il Senatore Serrani, bensì per l’ignaro Dott. Michelangelo Serrani, veterinario di Castropignano.
Quando la notizia arrivò al giovane Premier e al Presidente Eletto, che insieme ai capigruppo stavano allegramente festeggiando a champagne, per poco non si strozzò.
Si precipitò nell’ufficio di Presidenza, ma non fu fatto entrare.
Dentro, Presidenti di Camera e Senato che erano stati avvisati dell’accaduto, cominciarono a spulciare le schede: effettivamente tranne che in pochissimi casi dove il voto era stato dato al “Senatore Serrani”, tutte le schede presentavano l’indicazione “Serrani” o “Michelangelo Serrani”.
Furono fatti arrivare precipitosamente una decina di Costituzionalisti, il Presidente della Corte Costituzionale, il Vicepresidente del CSM, insomma tutto il vertice istituzionale per decidere il da farsi.
Fu alla fine concluso che in linea di principio nulla ostava all’elezione del Veterinario Serrani, ma che ciò non poteva essere basato su dichiarazioni alla stampa.
Allo stesso tempo, il dubbio non consentiva di ratificare l’elezione del Senatore Serrani.
Infine la Presidente della Camera ordinò che tutti gli elettori si riunissero di nuovo nell’Aula di Montecitorio, e spiegò:
– Per motivi che ben conoscete, e per garantire una regolare elezione del Presidente della Repubblica, ascoltati i pareri di eminenti costituzionalisti, dei Presidenti delle Camere, del Consiglio Superiore della Magistratura, si è deciso di ripetere la quarta votazione. Preghiamo i colleghi Elettori di indicare, oltre che nome e cognome, l’eventuale carica o comunque qualche elemento che possa far identificare con esattezza il prescelto.”
L’aula esplose in una bagarre che i commessi faticarono a sedare.
Il Senatore Serrani era pallido ed emaciato, e anche un po’ brillo per lo champagne.
Il giovane Premier, scuro in volto, lanciava saette ai suoi compagni di partito che invece se la ridevano di grosso, mentre il principale partito di opposizione urlava “Vergogna! E’ un golpe! Tutti a casa!”. Insomma, le solite stronzate.
Senatori e Deputati sfilarono durante la chiama con un sorriso largo in volto, e qualcuno, pensando di non essere ripreso dalle telecamere, fece la linguaccia al premier. Si ritiene in particolare che il Senatore Di Giuseppe si sia aggiustato gli occhiali con il dito medio per mandare un segnale non proprio di amicizia e di cordialità al Premier, ma egli ha sempre negato.
Quando lo spoglio iniziò tutti erano con il fiato sospeso.
Ovviamente la prima scheda riportò semplicemente “Serrani”. Qualche coglione non aveva neanche ascoltato.
La Presidente andò avanti: “Senatore Michelangelo Serrani” “Senatore della Repubblica Serrani Michelangelo” e così via.
Arrivati a cinque voti per il Senatore, che aveva ripreso colore, il primo intoppo: “Dott. Michelangelo Serrani Veterinario di Castropignano”.
Scoppiò una grande risata in aula e alcuni Senatori si puntarono il dito l’un l’altro come per dire “Sei stato tu, eh, furbacchione!”.
Poi di nuovo: “Senatore Michelangelo Serrani”, “Senatore Serrani”, ma poi subito dopo un altro “Veterinario di Castropignano Serrani Michelangelo”.
Ancora grandi risate in aula, ma anche a Castropignano, dove al “Gran caffè la tazza d’oro” il Dott. Serrano e i suoi amici guardavano esterrefatti la votazione in diretta, mentre già su per la collina si inerpicavano le prime troupe delle TV locali.
Il decimo voto per il Senatore Serrani fu anche l’ultimo.
Alla fine si contarono oltre seicento voti per il Dottor Michelangelo Serrani, veterinario di Castropignano, che dopo dieci minuti vide atterrare nella piazza principale del paese un elicottero della forestale, da cui scese il Presidente della Regione Molise, accompagnato dal Prefetto di Campobasso.
Entrarono nel bar, dove tutti gli astanti erano in silenzio, la bocca aperta e gli occhi sgranati per lo stupore; il Prefetto si avvicinò al Dott. Serrano dicendo:
– Signor Presidente, congratulazioni. Le devo chiedere di venire con me, un aereo la sta aspettando all’aeroporto militare per portarla a Roma. –
E fu così che il Dott. Michelangelo Serrani, veterinario di Castropignano, divenne Presidente della Repubblica Italiana.
Uno dei migliori, a detta di tutti.
Perché Serrani era uomo intelligente, colto, pragmatico, e soprattutto uomo di campagna, e non gli piacevano tanto i giochetti politici romani.
Il giovane Premier diede le dimissioni e nessuno gli chiese di ritirarle o le rimpianse.
Le redini del Partitone furono riprese dalla vecchia guardia, che concordò col Presidente un Governo di riforme.
Il Senatore Serrani concluse la legislatura e non fu rieletto, ma comunque con la storia della sua mancata elezione fece un sacco di soldi tra libri, interviste e talk show.
Attualmente è risposato con una ventenne, che possiede un cane di nome Fufi.
E così, come sempre nei momenti critici la nostra l’Italia un po’ per furbizia, un po’ per culo, trova sempre la soluzione ai suoi problemi.
Il Presidente Serrani, il veterinario di Castropignano, è stato certo un bello scherzo ma anche un bel regalo.
E i regali del destino non si sprecano.



Montecitorio

Lettera aperta all’ex-sindaco Marino

Egregio Professore,
avrei voluto scriverle subito dopo il voto, quando l’entusiasmo per aver rieletto un sindaco con il mio voto mi aveva fatto sperare di poter cambiare il corso delle cose, rispetto alla precedente amministrazione, che ha utilizzato il potere per lo più per piazzare i suoi grandi elettori nei posti di potere, e disporre delle aziende comunali come un serbatoio di assunzioni e quindi di voti.
Sono sincero, ho anche voluto ignorare, non so se inconsciamente o meno, la conclamata incapacità della sinistra romana di scegliere un candidato accettabile. 
Dopo Rutelli, finto alleato e opportunista dell’ultim’ora e giustamente sconfitto, ora è venuto il turno di Ignazio Marino.
È un bravo cardiochirurgo, una persona onesta, un non romano che ama Roma.
Una persona equilibrata, di una sinistra ecologista ma non radicale.
Insomma una persona perbene.
Vede, Professore, sul perbene personalmente continuo a darle credito.
Ma essere persone perbene è assolutamente insufficiente, e non è neanche il minimo sindacale per governare una città come Roma.
Penso che in Italia ci siano milioni di persone perbene, e io stesso ne conosco moltissime, ma a nessuna affiderei una città di tre milioni e passa di abitanti.
Mi sono chiesto, dopo un anno che giudico totalmente fallimentare del suo governo, perché lei si sia rivelato così inadatto.
Credo che se questa analisi la facesse anche il PD con i suoi alleati, non penserebbe per la sua sostituzione a persone altrettanto perbene e altrettanto inadatte, come la povera Bianca Berlinguer, di cui si vocifera in questi giorni, che a parte un cognome nobile non esibisce alcuna competenza in materia.
Intanto lei, egregio Professore, è un genovese di origine siciliana.
Che cosa c’entra con Roma? Cosa sa di Roma, dei suoi problemi, della sua gente, del cuore di una città millenaria?
Lei ha vissuto a Milano, poi negli Stati Uniti, poi a Palermo, poi è venuto a Roma catapultato in un seggio da Senatore. 
Prima di oggi, prima della campagna elettorale, quante volte si era fatto un giro nelle periferie, a Torbellamonaca, a Finocchio, a Ostia, nei posti dove ogni Sindaco va una volta, come il Papa le parrocchie.
Badi bene, Roma non è una città che respinge i forestieri, anzi. È una delle città più accoglienti del mondo. Abbiamo avuto imperatori stranieri e anche di colore.
Abbiamo accolto un’immigrazione violenta dopo l’unità d’Italia e dopo la guerra, tanto che a Roma ci sono più abruzzesi, pugliesi o siciliani che romani.
Ma lei non è venuto qui per crearsi un’opportunità.
Lei è venuto per governarci.
E qui sorge spontanea una domanda, che poi è la vera e unica domanda che le farei se potessi incontrarla: perché?
Ma chi gliel’ha fatto fare?
Lei era un chirurgo affermato, un pioniere, una persona stimata e rispettata.
Cosa le è saltato in mente di venire a Roma a farsi prendere in giro dai comici per il suo accento ridicolo, o farsi schiaffeggiare tutti i giorni, una volta dall’opposizione e una volta dalla maggioranza, che ne godono in eguale misura?
Io, purtroppo, una risposta me la sono data.
Lei è una persona perbene, non ho dubbi, ma è vanitoso ed egocentrico, e anche ingenuo.
Lei ha pensato che la politica fosse una cosa più facile di un trapianto di fegato, e si è sbagliato.
In sala operatoria è lei che comanda, e gli altri sono asserviti al suo potere e alla sua competenza.
Qui anche l’ultimo dei peones, che magari non sa neanche mettere in piedi un congiuntivo come si deve, è in grado di ricattarla e negoziare con lei anche le volte che può andare in bagno.
Lei è un ingenuo, se ha pensato di poter domare la bestia, e un vanitoso, perché ha pensato (è umano, lo capisco) che fare il sindaco di Roma le desse accesso a un mondo fantastico, di conferenze stampa a New York, ufficio sul Campidoglio, incontri con il Papa, con i potenti della terra, gemellaggio con le città più belle e prestigiose del mondo.
Fare il sindaco di Roma significa anche essere il sindaco del Colosseo, dei Fori Imperiali, dellle bellezze che tutti ci invidiano.
Ma vede, caro Professore, Roma non è solo questo.
Roma sono tre milioni di persone, di cui solo un pugno vive al centro.
Roma sono cinquanta milioni di visitatori all’anno che pretendono servizi efficienti, regole, pulizia, cortesia, onestà.
Roma sono migliaia di chilometri di strade dissestate.
Roma sono cassonetti luridi, muri devastati.
Potrei continuare, ma lei ha già fatto la sua scelta.
Di rendersi ridicolo con la falsa pedonalizzazione dei Fori Imperiali.
E di chiedere l’elemosina al Governo, rendendosi vieppiù ricattabile.
Dice: il precedente sindaco ha lasciato un buco di centinaia di milioni, le aziende comunali non vanno, abbiamo bisogno di soldi.
Vuole sapere un segreto? I bilanci della PA sono pubblici, e lei poteva leggerli PRIMA  di candidarsi, e dire: cari romani, se verrò eletto vi prometto lacrime, sudore e sangue perché il mio predecessore ha lasciato macerie.
Non ricordo una sua affermazione in tal senso.
Mentre scrivo, lei ha deciso di aumentare del cinquanta per cento i parcheggi, e di abolire le agevolazioni.
Ma signor ex-sindaco, questo è l’indice del suo fallimento, non capisce?
È costretto ad aumentare le già incredibilmente elevate tasse che gravano sui cittadini romani, per mettere una pezza alla sua incapacità di governare l’economia cittadina.
Nella sua triste incapacità si è anche reso protagonista di atti al limite dell’avanspettacolo, come telefonare ai vigili per far sgombrare i venditori ambulanti da Via del Corso.
Professore, lei mi fa tenerezza, lo dico con dispiacere, ma anche con quella malinconia che accompagna i nostri sguardi verso le persone semplici.
Lei ha un’idea, una VAGA idea, di cosa ci sia in giro per Roma, personaggi che presidiano tutte le principali strade e monumenti del centro tra pakistani con ombrellini e pupazzetti sbattuti su cassette di frutta, senegalesi a decine in piazza del Pantheon, venditori ambulanti di qualsiasi cosa, figuranti vestiti da centurioni, pistoleri, cadaveri, yogi arancioni, occupazione abusiva di qualsiasi spazio, fornitori che portano la merce ai negozi nelle ore di punta?
Lei ha una MINIMA idea del suk che è diventata Roma?
Lei sa che i principali monumenti, Colosseo, Fontana di Trevi, la Barcaccia, Trinità de Monti etc, sono in restauro tutti insieme?
Lei sa che Roma è forse la città più sporca d’Europa?
Caro Professore, lei, nella sua infinita presunzione e vanità ha ritenuto che avendo avuto successo in un campo, potesse riuscire a fare qualsiasi cosa nella sua vita.
Le devo dare una brutta notizia. Non è così.
Io non affiderei a Totti un bisturi per eseguire un trapianto, ma non metterei certo lei al centro dell’attacco della Nazionale.
Lei non è adatto per fare il sindaco, si rassegni, e rassegnamoci tutti.
Temo, in conclusione, che lei non sarà purtroppo il peggiore tra quelli che verranno, ma non è una consolazione, né per noi ma tanto meno per lei.
Le dò un suggerimento, amichevole.
Si faccia cacciare presto, prendendo come scusa una battaglia giusta ma che non potrà mai vincere, ad esempio liberalizzare le licenze dei taxi.
Potrà andare via dicendo che voleva cambiare le cose ma non glie l’hanno permesso.
Io e lei sappiamo che non è vero, ma stia tranquillo.
Non lo dirò a nessuno.
Cordiali saluti.
Un suo ex elettore.

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Forcone e tridente

Lo spessore di un popolo, in questo caso il Popolo Italiano, si misura non tanto dagli errori dei suoi leader (nessun paese ne è immune) quanto dalle giustificazioni addotte e dalla propensione a crederci.
Il capostipite della cazzata megagalattica a scopo mediatico, nell’era moderna è sicuramente il Craxi, quando disse di Mario Chiesa che era “solo un mariuolo”, dimenticando però delle buste con i contanti che gli venivano consegnate presso la sua segretaria a Piazza del Duomo.
Gli italiani continuarono a credere al suddetto e solo un manipolo di magistrati riuscì a scardinarlo e a spedirlo nel suo dorato esilio ad Hammammet.
Non parliamo di Berlusconi poi, che dai tempi de “un milione di posti di lavoro” fino alle “cene eleganti” ne ha sparate di tutti i colori, raccogliendo comunque milioni di voti e folle osannanti.
Esempi minori, ma non per questo meno interessanti, sono quelli di Scajola e del suo appartamento vista Colosseo acquistato “a sua insaputa”; che cazzo, “se scopro che qualcuno me l’ha comprato con soldi sporchi me faccio un cazziatone che ce sto male una settimana”.
Oppure di Fini e dell’appartamento del cognato a Montecarlo. Oddio, Fini è scomparso, ma non è certo per colpa dell’appartamento.
Senza poi citare personaggi di sottofondo che pure ne hanno fatte di tutti i colori, come Bertolaso che non sapeva cosa facessero veramente le massaggiatrici che assoldava per “rilassarsi”, o Cota che non sapeva nemmeno di aver messo delle mutande verdi in nota spese.

Ed ecco che all’orizzonte si profila una nuova generazione di leader e una nuova generazione di cazzate a cui gli italiani dovranno credere e crederanno, perché noi siamo fatti così.
Il forconista Danilo Calvani, dopo aver ripetutamente aizzato la folla contro la politica, la casta, aver agitato in continuazione la bandiera italiana rigorosamente al contrario, aver vomitato insulti contro i ricchi affamatori del popolo e i privilegi da abbattere, se ne va via sorridente, pollici in alto, a bordo di una bella Jaguar, non proprio un automezzo popolare.
C’è da dire che il buon Calvani è stato sfortunato.
Pare che avesse richiesto una Maserati, per poter dire che sì, era una macchina di lusso, ma il tridente e il forcone combattono idealmente la stessa battaglia.
Invece qualche subordinato di basso livello intellettivo, non disponendo della stessa lucidità del leader, lo ha caricato su una Jaguar, rovinando così la specchiata immagine del capopopolo, il quale si è affrettato a giustificarsi dicendo “Non è mia”. Un po’ debole, rispetto al roboante “a mia insaputa”, ma anche le giustificazioni vanno alla fine di pari passo con la boiata.
Prevediamo che Calvani, con questo bell’inizio, sarà un amato leader.

Peccato solo per il passo falso della Jaguar.
“Forcone e tridente” tutto sommato era un gran bello slogan.

Vince Renzi: è la fine di un sogno

E così l’8 dicembre 2013, il 68% di due milioni e mezzo tra iscritti, elettori, simpatizzanti e magari anche qualche mestatore del PD, hanno deciso che sarà Renzi il nuovo segretario nonché candidato Primo Ministro alle prossime elezioni.
Anche la percentuale è perfetta: una vittoria schiacciante ma che non dà adito a dietrologie di bulgara memoria, quando nel PCI il centralismo democratico imponeva l’unanimità, o nel PDL il volere del dominus era legge.
Invece qui i due poveri, teneri sfidanti, così teneri che si tagliano con un grissino e finiscono anche la benzina, hanno raccattato un numero di voti sufficienti a dire che “sì c’è stata vera competizione”, ma “ora però non rompete i coglioni”.
Intendiamoci: le primarie, che il PD prende sul serio – anche se stavolta il risultato era scontato – sono una forma di democrazia diretta molto efficace, e penso che siamo tutti abbastanza intelligenti da sapere che votare è sempre meglio che non votare.
Il PD, il partito che ha ereditato la storia e le radici più sane dei due movimenti popolari che ricostruirono l’Italia dopo la seconda guerra mondiale, sfrondate le ali più estreme e ormai dissolte ha affidato quindi la segreteria ad un post-maistat-comunista cattolico e perbenista.
Ma il punto alla fine non è Renzi, che pure non mi piace, neanche un po’.
Non penso che farà peggio dell’ingessato Epifani, dello sfortunato benché onesto Bersani, del kennediano Weltroni, e dello zio prete Prodi, padre della patria di questa parte del bipolarismo all’italiana.
La verità è che l’elezione di Renzi a capo del PD è la fine di un sogno. 
Il sogno di un’Italia in cui certi valori, che la sinistra ha o dovrebbe avere nel suo DNA, potessero prima o poi affermarsi definitivamente.
Il sogno che tutti gli sforzi per traghettare il nostro Paese da un dualismo segnato dalle ideologie a una democrazia basata sulle idee non fossero stati vani.
Il sogno che anche se a fatica ci saremmo liberati dal populismo, dal qualunquismo, dai piccoli o grandi dittatori.
Il sogno che non saremmo morti democristiani.

Un caffè al giorno: la vergognosa tragedia di Prato

Ho letto stamattina l’articolo di Adriano Sofri sul rogo a Prato del capannone di cinesi.
Mi ha messo un senso di angoscia profonda; non solo, ci mancherebbe, per la morte di sette persone.
Ma perché – a differenza della Thyssen, dove, con tutti i limiti, c’erano comunque diritti, prevenzione, responsabilità – qui parliamo di sfruttamento, di virtuale segregazione, sia dai propri connazionali, che dagli italiani.
Di gente che lavora per un euro l’ora.
Vi rendete conto?
UN EURO L’ORA.
Lo voglio scrivere grande, perché si capisca qual è ormai il valore della vita umana, il prezzo di un caffè.
Il famoso “caffè al giorno”, che riecheggia in tutte le pubblicità di servizi inutili, che ti puoi comunque permettere perché, che cazzo vuoi che sia “un caffè al giorno”.
E invece questi disgraziati non potevano, non possono permettersi di bere “un caffè al giorno”.
Perché per guadagnare abbastanza per poter comprare un caffè, dovevano lavorare un’ora, e per riuscire a comprare qualcosa da mangiare, dovevano metterne insieme quindici o sedici, di questi stramaledetti caffè giornalieri.
E noi?
Noi soffriamo, ma in fondo continueremo a comprare cappotti a duecento, cinquecento, mille euro, cappotti che sono costati quindici caffè al giorno a un povero disgraziato, segregato in un capannone, con le sbarre alle finestre per non scappare.
Oggi dovrebbe essere la giornata della vergogna, per noi “italiani”, perché mentre discutiamo di porcellum, di pedonalizzazioni, di “dove andiamo a mangiare la pizza stasera”, delle vacanze sulla neve, e di tante belle cose di cui abbiamo riempito la nostra esistenza, permettiamo che a Prato, uno sputo dalla sontuosa e civilissima Firenze, cinquantamila schiavi lavorino per noi.
Non abbiamo neanche più l’alibi della lontananza.
Eh, già, perché che cazzo, se stanno in Indonesia, a Shangai, in Thailandia, in Laos, che ne posso sapere io?
Perché mi dovrei preoccupare se l’iPhone viene fatto schiavizzando qualche migliaio di cinesi?
Poi, diciamocelo, se a ‘sti benedetti bambini non gli facciamo fabbricare i palloni, magari si drogano, no!?
Invece questi stanno QUA. A Prato. Sotto gli occhi di tutti.
Delle autorità che lamentano di non avere abbastanza risorse per i controlli.
Della politica che li sfrutta perché intendiamoci, producono e tanto e fa bene al territorio.
Dei proprietari dei capannoni, che quando affittano, magari a caro prezzo, chiudono un occhio, anzi due, anzi pure le orecchie, e non sentono i kapò cinesi che mettono le sbarre e costruiscono loculi in cartapesta per farci dormire gli operai, hai visto mai volessero andarsi a svagare. Magari a prendersi un caffè.
Ai purchase manager delle aziende tessili, agli intermediari, ai rivenditori, che guardano giustamente al profitto come unico parametro decisionale, e non si chiedono come sia possibile fare un cappotto con diciannove euro, comprarlo a cento e rivenderlo a trecento, senza che qualcuno muoia nel processo.
E anche nostri, che facciamo finta di non sapere perché i prezzi delle cose che compriamo sono infinitamente più bassi, a parità di potere di acquisto, di quaranta anni fa, quando comprare un cappotto era una scelta meditata di lungo periodo, e non una moda stagionale.
Non smetterò di prendere il caffè, no.
Ma sono sicuro che oggi sarà più amaro del solito, il mio caffè del giorno.

Tanto tuonò…

E così si è consumata, come era chiaro sarebbe successo fin dall’inizio, l’espulsione della Senatrice Gambaro.
La sceneggiata che è andata avanti per giorni ha portato a quello che era l’unico risultato possibile, l’allontanamento dell’Eretica.
Eppure in questo momento non mi sento di criticare Grillo: lui ha applicato in maniera pervicace ed efficace la sua strategia, quella suggeritagli dal suo Guru, per compattare attorno a sé i resti dell’invincibile armada, i duri e puri del movimento, quelli che rimarranno fino alla fine insieme al caro leader.
Il suo obiettivo – se qualcuno si fosse illuso – non è certo né di aumentare il tasso di democrazia nel suo movimento, né di cambiare le cose, ma semplicemente di non perdere la ferrea presa che ha sugli eletti del M5S e sulla sua leadership.
In questo è stato assolutamente, malignamente coerente.
Poi, poverini, che cosa potevano fare i Senatori e Deputati del M5S, una volta che sulla loro pelle hanno provato l’efficacia dell’approccio maoista: “colpirne uno per educarne cento”?
Alla fine, nonostante tutti ne parlino male, i buoni, vecchi metodi comunisti hanno sempre la loro efficacia.
E poi, come dare torto a Grillo: in fin dei conti questi sono dei miracolati, magari eletti con un pugno di voti, gente che se non fosse per lui starebbe ancora a coltivare l’orto o a vendere assicurazioni, e oggi sono inseguiti dai media, corteggiati da tutti i partiti, e si portano pure a casa qualche migliaio di euro al mese.
No, quelli che a me fanno paura, sono quei 13.000 e rotti votanti del M5S, che si sono affannati per condannare alla gogna elettronica una Senatrice della Repubblica, rea di aver applicato la Costituzione (al momento in cui scrivo l’art. 67 è fortunatamente ancora in vigore), e di aver detto la verità. 
Ossia che la gran parte della disaffezione manifestata dagli elettori verso il movimento è dovuta ai toni da guerriglia continua, l’inconsistenza della proposta politca, la scelta suicida dell’isolamento parlamentare, i ricatti continui, lo sberleffo verso persone prima addirittura proposte come Presidente della Repubblica, la forzatura di scelte governative invise a tutti.
Ecco: questi mi fanno paura, questi italiani qua. 
I duri e puri, i rivoluzionari.
Mi fanno paura perché in un mondo diverso, e in una situaziona diversa, all’interno del Colosseo il loro pollice sarebbe stato irrimediabilmente verso.

Post-Elezioni: fine del malinteso

Penso sia il momento, dopo il primo turno delle elezioni amministrative, di fare qualche considerazione.
Ho sentito dire: bisogna aspettare il secondo turno per tirare le somme…ma io non credo.
Il ballottaggio, laddove si terrà, è una specie di gioco della torre, non ha una valenza politica di rappresentatività. Il sentiment degli elettori si gioca al primo turno.
E allora vediamoli, alcuni dati significativi:
– In tutti i Comuni più importanti, il PD vince al primo turno, o va al ballottaggio in vantaggio
– L’avversario è praticamente sempre il PDL, anche se staccato
– Il Sindaco uscente di Roma con il 30% ha il risultato più basso di tutti i sindaci uscenti nella storia della capitale
– Il M5S quando va bene dimezza i consensi rispetto alle politiche, ed è quasi sempre a cifra singola, e non si presenta in nessun ballottaggio
Questi i numeri, ora le mie personalissime considerazioni.

Ho usato il termine malinteso, e non mistificazione o inganno, perché preferisco mettermi dalla parte dell’elettore, e darne per scontata la buona fede.

Il primo grande malinteso in realtà persiste in Italia da almeno 40 anni, e si chiama “voto di protesta”.
Lo metterei nello stesso scaffale nella mia libreria, insieme al “governo tecnico” e alle “larghe intese”.
Non esiste il voto di protesta. Semplicemente è una finzione scenica.
Chi protesta va in piazza, oppure vota scheda bianca, o scrive sulla scheda elettorale “fesso chi legge”.
Quando invece si decide di dare il proprio voto contrassegnando un simbolo, si sta delegando qualcuno a fare qualcosa al posto vostro. Fare, non protestare. Nessuno protesterà per voi, andrà in piazza a urlare per voi, porterà avanti le vostre istanze nel modo in cui voi vorreste farlo.
Il voto è una cambiale, per lo più in bianco, che per fortuna in democrazia ha una scadenza.
Chi decide di votare contro, commette il più grande autoinganno nella storia della psicanalisi; pensa di aver mandato un segnale a quello, mentre invece sta consegnando il proprio potere decisionale a questo.
Sarebbe bene che lo facesse in maniera consapevole, e invece sono bastati tre mesi per scoprire che aveva fatto una cazzata.

L’altro malinteso, che per fortuna stavolta è stato meno rilevante, ma che ad esempio fu fondamentale nell’elezione del Sindaco di Roma l’ultima volta, è l’astensione dal voto.
Se c’è una frase che considero la summa della stupidità elettorale è: “piuttosto che votare quello là, non voto”.
Ho passato ore, consumato corde vocali e rovinato la mia pressione sanguigna per spiegare a persone anche intelligenti che non votare significa solo consegnare la vittoria all’altra parte, e quindi NON è una scelta neutrale.
Sembra una banalità, dovrebbe essere assodato, ma se persone mature che godono della mia stima non hanno ancora metabolizzato questo fatto, penso che ribadirlo non sia inutile.

Il più grande malinteso sperimentato in questi mesi è quello del movimento, in particolare del movimento che si fa partito e viene in Parlamento a rivoluzionare la vita politica.
La cosa più triste di avere la mia età è di averne visti, di questi fenomeni, più di uno. E di sapere già che dare loro fiducia non porterà nulla non solo di buono, ma neanche di concreto.
Il motivo è semplice: l’anarchia non esiste in natura, nella società. E’ un’illusione intellettuale, che si scontra con le necessità dell’ecosistema di essere organizzato.
Nessun organismo vivente sfugge a questa regola, e nessun sistema conosciuto.
L’idea che un gruppo di persone si mettano insieme, e portino idee, culture, competenze, obiettivi diversi, in un magma indistinto, senza nessuno che prevalga o che si proponga prima o poi come leader, è una dolce, tenera ma impossibile follia, che periodicamente colpisce l’animo collettivo delle persone, e di norma porta a risultati disastrosi.
Potrei citare la Rivoluzione Francese o quella Sovietica.
Oppure, per essere più vicini a noi, il movimento Radicale.
Tutti esempi in cui alla fine il cinismo di pochi prevale sugli ideali di molti.
C’era bisogno di scomodare questi esempi illustri per capire che il M5S sarebbe stato la stessa cosa?
C’era bisogno di vedere quando sono incapaci, ignoranti, avidi i loro rappresentanti, per sapere che non avrebbero fatto nulla di quello che avrebbero desiderato i loro elettori?
E soprattutto: è realistico pensare che arroccandosi in una posizione di negazione assoluta, avrebbero potuto incidere veramente sulla vita politica di un paese così complesso?
Il più grande risultato ottenuto dal M5S è stato quello di costringere PD e PDL a governare insieme, e di farlo allegramente, pensando – in una cinica e machiavellica maniera tutta italiana – che questo li avrebbe portati alla rovina.
Ma i fini pensatori del M5S e i loro ingenui elettori non hanno ripassato la storia italiana.
Il popolo italiano non ama la rivoluzione. E’ una genia sostanzialmente conservatrice, moderata, e leggermente sbilanciata a destra.
Se non avesse combinato casini, la DC avrebbe potuto governare l’Italia per millenni.
Gli italiani amano il quieto vivere, vogliono essere governati senza troppi rompimenti di palle, non vogliono doversi sorbire uno che urla continuamente in piazza; gli piace il furbo che la fa franca, piuttosto che l’integralista moralista.

Eccolo, l’altro grande malinteso: che si possa cambiare la natura delle persone e e di un popolo.
Questo, in tempi brevi, non è possibile.
Un popolo come quello italiano, la cui vita sociale è tra le più complicate al mondo, frutto di interessi trasversali che vanno dalla Chiesa alla massoneria, con localismi unici al mondo, con differenze geografiche e culturali molto accentuate, va governato con delicatezza, con abilità, con capacità di negoziazione, se non di compromesso.
Gli italiani non amano la rivoluzione, se ne sono tenuti sostanzialmente alla larga; pur avendo avuto il più grande partito comunista d’occidente, che è arrivato a pesare per il 34% nel corpo elettorale, abbiamo sviluppato la seconda economia industriale d’Europa e siamo tra i primi 10 paesi più ricchi del mondo.
Questo dovrebbe bastare a spiegare un sacco di cose degli italiani.
Ma periodicamente, un gruppo di noi, scontento – giustamente – della situazione economica, del degrado morale, dell’incapacità dei rappresentanti (che però NOI abbiamo votato), si fa irretire dal demiurgo, dal taumaturgo di turno, e pensa che al complesso, complessissimo problema di governare un paese di 60 milioni di abitanti, possa essere trovata una soluzione semplice, il cutting corners, ossia di distruggere tutto, per poi ricostruire.
Senza un progetto. Senza un obiettivo. Senza competenze.
E soprattutto facendo gli interessi di una sola persona.

Certo, la legge elettorale per i Comuni funziona meglio di quella per le elezioni nazionali, e la valenza locale, l’astensionismo, la scarsa visibilità sui media in alcuni casi, tutto contribuisce a trovare giustificazioni accettabili.
Ma io spero che sia stata messa da parte la voglia di populismo e demagogia a cui ogni tanto ci lasciamo andare. Almeno per un po’.

Costituzione 2.0

Lo sappiamo tutti, come andrà a finire: PD e PDL faranno qualche cazzata, o litigheranno, oppure tutte e due le cose insieme. Andremo a votare tra poco, e finalmente il partito degli scontenti, degli anti-casta, dei populisti, dei demagoghi, dei senza-dio-patria-famiglia-sindacato-parlamento prenderà la maggioranza assoluta, e potrà farci vedere come si governa questo Paese.
Ma per governare ci vogliono gli strumenti giusti, e il primo fra tutti è la Costituzione.
Certo, non che la nostra sia da buttare via, ha retto tutto sommato benino all’urto degli anni, ma come tutte le cose è invecchiata, e in questa epoca in cui la Rete è sovrana suprema dei nostri destini, anche la Costituzione ha bisogno di un upgrade.
Siamo in grado di anticiparvi la release 2.0 predisposta dai vincitori prossimi venturi, per ammodernare lo Stato e rendere possibile un’era di sempiterna felicità.
Ecco come cambieranno i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.

Art. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Tranne quello di giornalista, che è un lavoro che rompe i coglioni, e sarà cancellato.
Anche i magistrati rompono abbastanza i coglioni, e se non stanno attenti nella release 3.0 cancelleremo anche loro.
La sovranità appartiene al Santone, che la esercita nelle forme e nei limiti del piano di marketing approvato dalla società di consulenza del Guru.

Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, ma se vi dico che dovete votare una legge, non mi fate incazzare perché a cancellare l’Articolo 2 ci metto un attimo.

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ escluso dall’Art. 3 Gargamella Bersani, che abbiamo già spedito a smacchiare i giaguari in un campo di rieducazione in Cambogia.
Si salvano la Bindi e la Finocchiaro, ma solo perché hanno giurato eterno amore al Capo (cioè io).

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto, inclusi cottimo, mezzadria e schiavitù.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, oppure in base a quello che gli diciamo noi, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.
Tuttavia i Sindaci non pensino che possono fare come cazzo gli pare: hanno firmato un pezzo di carta e per noi vale più quello.

Art. 6
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche, belin.

Art.7
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Ma comunque in Italia comandiamo noi.

Art. 8
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge: tutte abolite.

Art. 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, con particolare riferimento all’auto ad aria compressa, l’eliminazione dei vaccini, la fusione fredda, la pietra filosofale e il moto perpetuo.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Ma ricordatevi da dove veniva Cristoforo Colombo.

Art. 10
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute (ahahahahah se si bevono questa è fatta).
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali, calcio in culo e via.

Art. 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Sono esplicitamente esclusi dall’Art. 11 marce su Roma, occupazione dei binari della TAV, schiaffoni ai politici e insulti ai giornalisti.
Picchiare Bersani non costituisce reato.

Art. 12
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Al centro del campo bianco sono posizionate cinque stelle gialle.

Al momento si sta procedendo al voto elettronico su questa bozza di Costituzione.
Pare si siano espressi in 74, grande successo, sarà probabilmente approvata.

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Il mio Paese

Un raccontino di qualche tempo fa, che ho trovato ancora attuale.

Io amo il mio paese.
Anche se non ci vivo più da venti anni, se non ci sono mai tornato, se sono stato costretto ad imparare una lingua straniera, a mangiare cibi sofisticati e e bere bevande gassate.
Anche se non ho più nessuno, lì, l’ho sempre amato.
E ora che sto tornando, l’emozione mi avvolge come una coperta, sento che il battito si fa più accelerato.
Ora che sono vicino, mi sembra di non essermi mai allontanato.
Sbarco nella Grande Città Portuale, con i suoi abitanti severi ma solari al tempo stesso.
Appena tocco terra, la prima cosa che faccio è magiare una focaccia, con un bicchiere di vino.
Il paradiso.
Quanti anni che non sentivo questi sapori.
Mi viene voglia di mangiare una pasta.
Il mio treno è tra due ore, ho il tempo di sedermi ad un ristorante.
Scelgo un locale piccolo, sul porto, con i tavoli esposti al vento, che mi porta ancora più forte l’odore del mare.
Siedo in silenzio, da solo, e chiudo spesso gli occhi, per lasciare che le sensazioni e il calore dl sole non siano influenzate da quello che vedo. In fin dei conti, ho immaginato il mio paese per venti anni, e voglio aggiungere sensazioni piano piano, non esserne sopraffatto.
Sì, io amo il mio paese.
In treno, mentre vado verso sud, mi assopisco un po’.
Mi viene in mente mio padre, e di quando mi portò nella Città dei Canali.
Ricordo il mio stupore nel vedere le case costruite sull’acqua, le barche che giravano tra i vicoli come fossero biciclette in un paese di campagna.
Ricordo le opere d’arte, i palazzi che trasudavano potere e ricchezza, e le ragazze belle, alte, con i capelli color d’oro.
Una città unica, che poteva esistere solo nel mio paese. Nel mio grande paese.
Altri ricordi si accavallano nella mia mente, altri viaggi, altre Città, le mille città del mio paese.
Riapro gli occhi, e sono quasi arrivato.
Nella grande Città Storica, dove arrivai per la prima volta da bambino.
Quando morì mia madre, mio padre portò me e i miei fratelli in quella città, dove aveva degli amici e delle altre famiglie che potevano prendersi cura di noi, mentre lui lavorava.
Divenne la mia città. Mentre lascio la stazione, e cammino lungo il grande corso, guardo i monumenti, le fontane, e assaporo ogni pietra di questo capolavoro dell’uomo.
Davanti al monumento più famoso del mondo, piango sommessamente; è gioia, quella che fa spuntare le lacrime ai miei occhi, la gioia di rivedere tutto questo, sotto un cielo azzurro, e un sole caldo.
Mentre mi dirigo verso il centro, mi ripeto quanto amo questa Città e il mio Grande Paese.
Un paese ricco, bello, accogliente. Un paese i cui abitanti sono i più espansivi e solidali del mondo.
Ma un paese che soffre, anche. Per un pugno di delinquenti che hanno preso il potere, e sotto la debole copertura di una decadente democrazia, tengono sotto il loro giogo milioni e milioni di persone perbene.
Politici corrotti, malvagia espressione di un’avidità e di una bruttezza che il paese non merita.
Il mio paese.
Io amo il mio paese, e i miei concittadini.
Per questo sono tornato, soffrivo troppo a stare lontano da loro.
Voglio proteggerli, liberarli da questo giogo oppressivo.
Guardo il palazzo dove gli abusivi che mantengono immutato da decenni il loro potere si riuniscono.
Sento un grande odio per tutti loro, ma un grande amore per i miei concittadini.
Mentre apro il giubbotto, inserisco l’innesco, e premo il pulsante, sorrido felice.
Sì, io amo il mio paese.

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Lo Stile Grillo


Finalmente abbiamo un modo nuovo di fare politica, uno stile deciso, che non scende a compromessi, che non guarda in faccia a nessuno.
Che si pone obiettivi, e coerentemente li persegue, senza deviazioni, sbandamenti, trattative.
E allora perché, se questo nuovo stile funziona così bene in politica, non lo esportiamo anche in tutti gli altri settori della vita civile?
Io propongo decisamente di farlo, e gli esempi che seguono sono solo una piccola finestra aperta su un mondo nuovo, in cui tutti noi potremo simpaticamente mandare a quel paese tutti quelli che non la pensano come noi.
O anche quelli che la pensano come noi, se è per questo.

Il giornalista
No, non ti assumo a tempo determinato. Perché? Non sono sicuro che mi piaccia quello che scrivi, magari sei di destra, e noi qui siamo di sinistra. Oppure sei di sinistra, ma della sinistra sbagliata, che ne so?
No, non ti facciamo un contratto a forfait, è la stessa cosa.
Sì, tu mandaci un pezzo ogni tanto, e noi lo guardiamo, se ci piace e te lo pubblichiamo, te lo paghiamo, se no neanche ti telefoniamo per avvertirti.
Il nostro piano editoriale?
Perché dovremmo avere un piano editoriale? C’è il direttore che decide.
Comunque per sicurezza eccoti questi 20 temi. Se scrivi su uno di questi argomenti, e scrivi come vogliamo noi, magari il pezzo te lo pubblichiamo.
Magari anche no, ma comunque facciamo una riunione di redazione, e decidiamo a maggioranza se pubblicartelo o no.
No, non la mandiamo in streaming, la riunione di redazione.

Il fruttivendolo
Assolutamente no, non me lo prendo questo chilo di susine, così com’è.
Ti conosco, manco sei italiano, magari la metà sono bacate.
No, non me le scelgo neanche, caro, intanto perché tu mi freghi, e se non sono bacate fuori, magari sono bacate dentro.
E poi chissà quanti le hanno toccate! Ma quali guanti, io uso i guanti, perché sono una persona civile, gli altri che frequentano questa frutteria sono tutti uguali, tutti ladri, che palpano le susine, e le schiacciano, che fuori sembrano sode e sugose, poi le apri e dentro sono marce.
Te lo dico che faccio, me ne prendo una e me la mangio qua, davanti a te, se mi piace te la pago, se no no.
Che vuol dire “così non funziona”?
Funziona benissimo, decido io se mi piace la frutta che vendi, non è che mi faccio propinare la prima schifezza che capita.
No, non mi piacciono le mele golden, le pere kaiser, e le banane ciquita.
Roba vecchia, sono anni che mi avveleni.
Ce le hai le ciliegie cinesi, i fichi d’india, il mango o la papaya?
Non me ne frega una beata mazza che tutto il quartiere preferisce le pere. Cazzi loro.
Sono scurrile, dici? Sei tu che sei antico. Comunque questa susina faceva schifo, non te la pago, fammi sentire la pera kaiser, e ringrazia iddio che non chiamo l’ufficio d’igiene.

Il matrimonio
Che cosa?
Sposarti?
Sei matto?
E chi ti conosce. Mica mi fido. Sposarmi uno come te, che fa l’impiegato, c’ha la macchina, il conto in banca, la casetta al mare.
Sei ormai un residuo del giurassico.
Ma chi se ne frega della prole, se mi va lo faccio da sola un bambino.
Sì ho detto da sola, che te non sei buono neanche a quello. Sei un vecchio puttaniere, ecco cosa sei.
Ah, sì, hai avuto solo due fidanzate prima di me?
Sempre puttaniere sei.
Sai che facciamo, te la dò se mi va, e quando mi va. Dipende come ti comporti.
No, figurati se mi prendo tutto il pacchetto. Te, tua madre, la macchina e la casetta al mare.
Tu comportati bene, e ogni tanto te la dò.
No, il brillocco è volgare, vedi che sei vecchio?
L’iPad è ok, ma non pensare che se fai il carino una volta ti sei guadagnato la riconoscenza a vita.
Comunque devo sentire le mie amiche, se sono d’accordo te la dò.
Ma non credere che significa che te la dò quando vuoi.
Decido volta per volta.
E l’iPad lo voglio bianco.

Alla festa (tributo a Nanni Moretti)
Non lo so se vengo.
No, non è che ho da fare, ma magari non mi va e basta.
La compagnia è quella che è, e poi siete vecchi.
Lo so che avete la mia stessa età, ma fate sempre le stesse cose, chiacchierate, ballate, pomiciate.
Che cos’altro vorrei fare?
Guarda, ti mando una email con una ventina di punti, se mi garantite che fate tutto, vengo. Magari comunque vengo e mi metto da una parte.
No, non è per farmi notare, è che siete ormai stereotipati, e non me ne frega niente che la coca cola c’è in tutte le feste, a me la coca cola fa schifo.
Sì, ho capito che senza di me non si riescono a formare le coppie per il gioco della bottiglia, ma non me ne frega niente.
Non cercate di accoppiarmi con qualche ciffone amica vostra, l’ultima volta ho dovuto usare gli idranti per tenerle lontane.
Se sono in vena, partecipo in streaming da casa.
E la coca cola la voglio rigorosamente zero.

La squadra di calcio
Chi sei tu? L’attaccante? Embè? la palla non te la passo lo stesso.
‘Sta storia che si vince e si perde in undici mi ha stufato. Roba vecchia, da campionato anteguerra.
Noi siamo per il calcio moderno, in cui le idee vengono prima degli schemi.
Schemi vecchi poi.
Dici che non posso fare tutto da solo?
Questo perché l’allenatore è un altro vecchio stronzo, che mette in campo delle vecchie glorie solo perché lo pagano, con i soldi nostri poi.
Che vuol dire “come faresti tu allora la formazione”?
Guarda carino, ho appena consegnato all’allenatore una ventina di punti.
Se si fa come dico io, può darsi che ti passo la palla, e ti faccio pure segnare.
Sì, ciao, mi levi dalla squadra, e poi la palla chi te la passa?
Ma non hai capito che ala destra e ala sinistra sono tutti uguali? Io sono il nuovo, e lascia stare, che se riesco a convincere il vecchio str…volevo dire l’allenatore qua ne vedremo delle belle.
Basta con questa storia del collettivo, che poi è una scusa per nascondere il fatto che decide tutto lui, e te che te lo spupazzi per farti stare sempre in squadra, siete due vecchi puttanieri.
Sì lo so che tu sei giovane e non c’eri due anni fa, ma sempre vecchio puttaniere sei.
E comunque adesso nello spogliatoio prima di andare in campo si vota a maggioranza, per decidere a chi passare la palla.
Altrimenti niente. Faccio autogol e sticazzi al campionato.

A messa
No che non mi faccio il segno della croce.
No che non rispondo alla lettura.
Diciamo insieme che cosa?
Sono duemila anni che ci rompete le scatole con queste giaculatorie, lo volete capire che siete vecchi, che la gente si è stufata di sentire sempre la stessa solfa.
Sempre la stessa storia, le stesse promesse, gli stessi episodi, e poi va a finire sempre nello stesso modo.
Ecco, io avrei una ventina di modifiche a quel testo, che sì l’avrete un po’ cambiato ma alla fine è sempre uguale.
E noi giovani, lascia stare che ho 50 anni sono cazzi miei, dicevo noi giovani vogliamo una chiesa finalmente moderna, che ascolti la gente.
Ma che me ne frega a me dei gay e delle donne, io intendevo dire la messa in streaming, e basta con le imposizioni di quel vecchio lì, sì quello che sta a San Pietro, che magari quando gli parli si addormenta pure.
La messa la vogliamo recitare noi, vogliamo cambiare tutto, e soprattutto basta col rubarvi i soldi delle elemosine, che tanto lo sappiamo siete tutti puttanieri.
Sì anche quei vecchietti che adesso sgranano gli occhi, tutti vecchi puttanieri, anche se fate gli scout, volontariato, l’assistenza ai malati e avete tirato su dieci figli a testa.
Gli episodi della bibbia li teniamo se ci piacciono, li votiamo a maggioranza, se ci convincete li votiamo e ve li facciamo leggere la domenica.
No, la messa a scatola chiusa non la compriamo, ci mettiamo al banco in prima fila e vi facciamo recitare solo le parti che ci convincono.
Non vi sta bene?
Allora ci portiamo via il crocifisso e per quanto ci riguarda la chiesa può anche chiudere.

Chi sono gli Impresentabili

Ora va di moda nei partiti “scremare” le liste dagli “impresentabili”.

Leggendo i quotidiani si nota la frenesia, la determinazione con cui le segreterie dei partiti (mi verrebbe da dire “alcuni” partiti in particolare) combattono per definire delle liste blindate che non contengano personaggi definiti inqualificabili, con sospetti, indagini o addirittura arresti o condanne.
Il prode Giannino toglie un candidato e ringrazia pubblicamente un giornale che glie l’ha segnalato.
Alfano si appiccica con Cosentino che vorrebbe ricandidarsi, e ricatta il padre-padrone.
Tutto questo per un rigurgito di moralità, etica politica, pentimento?
Ci mancherebbe.
Perché la moda del momento è questa, e i sondaggi dicono che candidare certe facce fa perdere voti. E’ solo marketing.
Perché i vari Cosentino, Verdini, Bossi, Lusi, De Gregorio, e così via non sono degli sconosciuti; sono quelli che fino a poco tempo fa ci governavano, che decidevano per noi.
Che venivano intervistati in TV e sui giornali, che erano oggetto di grandi operazioni mediatiche, come la famosa “pajata” che il sidaco Alemanno fece mangiare pubblicamente ai leghisti calati a chiedere scusa, sempre per tornaconto personale (e ci volle la faccia come il culo della 86enne Annarella per sputtanare i due).
Sono quelli che si riunivano in “direttorio” a Palazzo Grazioli, per decidere le alleanze, le strategie e le sorti del paese.
Sono quelli, come Belsito e Lusi, a cui improvvidi leader di partito affidavano la cassa, e i nostri soldi.
Benissimo, stracciamoci le vesti allora. Ma dove stava la stampa (tranne rare eccezioni) quando questi lucravano ai danni della collettività?
Dove stavano le istituzioni, che non hanno sviluppato gli anticorpi necessari, senza che riunioni di pochi intimi decidano chi è dentro e chi è fuori?
Ma soprattutto: dove stavano gli italiani quando si trattava di votare?
Come è possibile che il 10% di noi abbia creduto al giustizialismo di Di Pietro, un altro 10% alle promesse di rivoluzione politica della Lega, e il 40% abbia pensato che veramente Berlusconi avrebbe fatto gli interessi di noi tutti e non solo i suoi personali?
Perché la verità, è che la responsabilità in ultima analisi è sempre di noi elettori.
Noi che ci facciamo irretire da chi urla più forte.
Che ci diamo di gomito quando vediamo litigare in TV.
Che abbiamo adottato il cinismo come stile nazionale.
Che siamo sempre pronti a dare la colpa a tutti per la monnezza nella strada, ma che quando si tratta di buttare una cicca non ce lo facciamo dire due volte.
Che ci facciamo guidare dai nostri piccoli, biechi interessi di bottega, e speriamo che ci tolgano l’ICI, o l’IRAP, o ammazzino Equitalia, poi sticazzi se il paese va a rotoli.
E che oggi vogliamo dimenticarci di aver votato per Cosentino, Verdini, Lusi, Bossi, Formigoni, Minetti, e siamo disposti a ridare la fiducia a chi li ha elevati al rango di Parlamentari, o peggio Ministri della Repubblica, purché la lista sia “pulita”, la nostra coscienza a posto, e ci possiamo dimenticare che anche noi siamo responsabili di tutto questo, quando andiamo in cabina elettorale.
La verità è che oggi, come ieri, siamo noi ad essere impresentabili.
Loro sono solo i nostri rappresentanti.