Sogno

– Ti ho sognato, sai? –
Sorriso ironico, il suo sorriso.
– Davvero? che facevamo? –
Ho percepito un po’ di malizia? Forse, forse no, non è il tipo, ma sì, magari un pizzico.
– Eravamo in un grande magazzino. –
– Ahaha –
La sua risata, squillante. Che meraviglia.
– Come sei demodè. L’unico uomo che mi sognerebbe in un grande magazzino, invece che su una spiaggia tropicale, o in qualche luogo romantico. –
– Non sono demodè, sono vecchio, è diverso. – mi imbroncio un po’.
– Non sei mai stato vecchio, e comunque mi piaci così. –
Mi prende in giro, ma delicatamente.
– E che facevi? –
– Niente, ero in fila alla cassa, tu ti guardavi in giro, parlavi con una persona, poi ti sei girata e mi hai visto. –
– Ti ho sorriso? – è incuriosita.
– No. Anzi, mi hai guardato con un po’ di fastidio, poi ti sei voltata di nuovo dall’altra parte. –
– Ah quindi me la sono tirata un po’. Benissimo! –
Scema, penso. Scema.
– Anche in sogno, vedi!? –
– Faccio male!? – mi guarda con il viso inclinato, segno che mi sta scrutando.
– Certo. Con me non c’è mai stato bisogno, lo sai, sono sempre stato un libro aperto per te. –
Si tira su. Socchiude gli occhi, li stringe ancora un po’, è un gatto che si rotola al sole. Mi è mancata.
– Ma non è bastato, vero? –
No. Non è bastato.
– Fa niente. E comunque era solo un sogno. – alzo le spalle.
– Ti fidi di me!? –
C’è da chiederlo?
– Certo. Come sempre. –
– Dammi la mano, ora. –
La prendo, è delicata, le dita sottilissime appoggiano appena sul mio palmo, la stringo, piano, ho paura di farle male.
– Dove andiamo!? –
Mi sorride, mi dà un bacio leggerissimo su una guancia, sento il suo profumo, il suo odore.
Chiudo gli occhi.
– Vieni. Non ti preoccupare. Sei con me ora. E’ come un altro sogno. –
Non ho paura.
Vado.

Nella stanza in penombra la luce entra a lame dalle serrande abbassate.
L’uomo chinato sul vecchio sdraiato sul letto si rialza.
Intorno qualche persona, tutti in silenzio, qualche lacrima.
L’uomo si toglie lo stetoscopio dal collo e lo rimette in una grande borsa di pelle, poi annuisce senza parlare, non c’è n’è bisogno.
Le lacrime si fanno più intense, qualche singhiozzo, qualcuno si avvicina al letto mentre il medico si allontana; ora non è più il suo regno, lascia ad altri lo spazio che chiedono.
Si avvia verso la porta, la borsa in mano, saluta tutti, dice le solite frasi di circostanza, poi una donna gli si para davanti.
Lo guarda fisso, non sta piangendo, ha il viso contratto dal dolore ma non piange, le rughe leggere intorno agli occhi a malapena mascherate dal trucco di chissà quante ore prima.
– Ha sofferto? – chiede senza preamboli.
Il medico posa la borsa, si toglie gli occhiali, estrae un fazzoletto da una tasca e comincia a pulirli.
Prende tempo.
La stessa domanda, la stessa che fanno tutti.
All’inizio, quando era un giovane medico, diceva la verità, che non sapeva, che forse sì, che la malattia era dura, difficile, poi aveva capito che non era la verità che cercavano queste persone, ma una parola per alleviare il dolore, la sconfitta, e il senso di colpa per essere ancora qui mentre l’altro, gli altri no.
E allora aveva sviluppato un modo di mentire molto professionale, credibile. Non la considerava una bugia, ma una medicina come un’altra, un leggero sedativo per calmare i nervi in un momento di difficoltà.
Ma non stavolta.
Quegli occhi piantati nei suoi non vogliono sentire bugie. vogliono sapere. Vogliono stare male, se necessario.
Si rimette gli occhiali, alza la testa, fa un respiro.
– Non lo so. La verità è che non lo so. Nessuno può saperlo, solo coloro che hanno affrontato il momento della transizione tra l’esistenza e la non-esistenza potrebbero dirlo, ma non lo possono fare. Io ho cercato di tenerlo tranquillo, in questi ultimi giorni, e di tenere il dolore sotto controllo. Ma cosa sia passato tra i suoi nervi e le sue vene in quel momento in cui il cuore ha smesso di battere, non possiamo saperlo, mi dispiace. –
La donna annuisce, poi improvvisamente il medico riprende.
– Ma una cosa la posso dire. Proprio adesso, mentre ero lì, e mi avvicinavo per cercare disperatamente di sentire il suo respiro e il suo cuore, ha avuto un ultimo gesto. Era un sorriso. Non una contrazione delle labbra, una smorfia di dolore. No. Ha sorriso. E poi non c’era più. –
Quegli occhi che lo fissano non si staccano dai suoi per molti, lunghi secondi.
Poi è solo:
– Grazie. –
Esce, il medico, sereno nella sua sconfitta, mentre la donna si volta a guardare l’involucro che fino a qualche minuto prima conteneva suo padre.
Sembra che stia sognando, pensa.

We can be heroes

Ci sono storie che non vorremmo mai pensare, o leggere, o scrivere.
Questa è una di quelle

Se questo fosse un film, sarebbe di sicuro un film western.
Un terra desolata, un pugno di case, tre personaggi di dubbio gusto, di sicuro cattivi: il Giovane, il Vecchio, lo Straniero.
Se fosse un film western il Vecchio sarebbe sdentato, con le gambe storte, la pelle solcata da rughe profondissime per il sole cocente.
Lo Straniero sarebbe un messicano, piccolo, con gli occhi porcini e le labbra carnose perennemente inclinate in un sorriso furbo. Sarebbe silenzioso, attento a non irritare nessuno.
E il Giovane, il Giovane sarebbe un bulletto locale, che terrorizza i cittadini di quel povero paesino e tocca il culo alle donne senza che loro abbiano il coraggio di ribellarsi.
Se questo fosse un film ad un certo punto comparirebbe una Principessa, vestita come Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”, e camminerebbe eretta, fiera e consapevole della sua bellezza, e il Giovane se ne invaghirebbe come un signorotto di altri tempi.
La Principessa sarebbe debole, al cospetto di tanta malvagità, ma di sicuro se questo fosse un film western ad un certo punto arriverebbe l’Eroe.
Non importa quanto sporco sia, quanto lunga sia la sua barba o sfinito il suo cavallo, l’Eroe sarebbe comunque alto e biondo, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata.
Nei film western l’Eroe è sempre Clint Eastwood, in un modo o nell’altro.
Ovviamente l’Eroe trionferebbe sui tre disgraziati e salverebbe la Principessa, magari poi sposandola e diventando un uomo civile, oppure voltandosi, salutandola con la mano sul cappello e proseguendo per la sua strada.
Ma questo, questo non è un film western.
E non ci sono eroi.

In questo parcheggio di periferia il turno di notte capita sempre allo Straniero.
E’ un lungagnone dell’Est europeo, non è chiaro di quale paese ma non importa, non fa alcuna differenza.
Parla un buon italiano, con un pesante accento similrusso, e non conosce gli articoli: le sue conversazioni sono fatte di nomi, verbi, complementi, ma gli articoli no, quelli non sa cosa siano. Quando parla urla, come tutti gli stranieri dell’Est; chissà perché, forse lo sforzo di trovare le parole giuste gli innalza la voce di qualche decibel.
Guadagna meno di tutti ovviamente, perché non è certo assunto regolarmente e forse non ha neanche un permesso di soggiorno, ma gli hanno fatto ricavare una stanzetta nel retro del parcheggio ed è contento così.
Si è organizzato con un cucinino da campo e non appena chiude la serranda inizia a pastrocchiare con ingredienti di dubbia provenienza che provocano una puzza mefitica, che il giorno dopo si trasferisce dritta dritta nel fiato dello Straniero.
I clienti che ritirano la mattina presto la macchina devono sopportare una sferzata di rancidume che solo a metà mattinata se ne va via del tutto.
Lo Straniero non ha una donna fissa; ogni tanto si accompagna con qualche ragazzotta delle sue parti, e quando non ha una compagna si porta anche qualche prostituta che trova a poche centinaia di metri, vicino alla tangenziale.
Avrebbe una brandina, ma ha scoperto che alle sue donne piace scopare sul sedile posteriore delle macchine di lusso, e lui ormai le considera come camere d’albergo private.
Certo, poi deve perdere tempo a ripulire tutto, ma è un piccolo prezzo da pagare per vedere l’eccitazione negli occhi di quelle troiette quando le sbatte sul sedile posteriore di una BMW o di una Cayenne.
Sta attento che nessuno si accorga di questo suo hobby, e solo una volta per errore ha lasciato un preservativo sotto ad un tappetino.
La sfortuna ha voluto che l’abbia trovato l’impellicciata moglie dell’Ingegnere proprietario della vettura, ma dato che l’Ingegnere poco prima di riconsegnare la macchina a sua volta si era avventurato in una stradina per una veloce scopatina con la sua segretaria, il suo senso di colpa colossale lo ha tradito, e lo Straniero l’ha passata liscia.
Povero Ingegnere: se sapesse che il suo costosissimo divorzio è colpa di Anita e la sua pretesa di concedersi solo su sedili di pelle.

Il Vecchio non è poi così vecchio e probabilmente non percepisce una retribuzione per stare lì.
Forse è un parente del Giovane, di certo non il padre, non sembrano avere un rapporto così stretto; forse uno zio, o semplicemente un amico di famiglia stanco di andare ad osservare gli scavi dell’ENEL.
Non fa nulla di veramente complicato: non sposta le macchine, non prende i soldi, non assegna posti.
Per lo più sta fermo con un cappello in testa, o al massimo pulisce i vetri delle macchine con un vecchio canovaccio liso da secoli.
Come tutti i vecchi il Vecchio è mattiniero, e alle sei è già al suo posto, ad aspettare che lo Straniero stacchi il turno e gli si avvicini per imbastire interminabili discussioni che si protraggono fino alla tarda mattinata.
Discutono di calcio: se sia più forte la Juventus o lo Spartak Mosca piuttosto che non so quale squadra di Bratislava.
Discutono di politica, di economia, di cronaca, tutti argomenti di cui sembrano essere più ferrati del TG, ma soprattutto discutono di donne.
Il Vecchio ne discute virtualmente, dato che è vedovo da dieci anni, e anche se non lo fosse non cambierebbe gran che.
Lo Straniero gli racconta di qualche sua avventuretta a pagamento, gli fa vedere dei siti dove trova sostegno per le lunghe notti invernali, e siccome il Vecchio a malapena sa pronunciare la parola “computer”, gli ha rimediato dei vecchi numeri di playmen degli anni ruggenti che il Vecchio ha portato a casa per sfogliarli ogni tanto sospirando rumorosamente, pieno di una nostalgia irragionevole dato che donne così lui non le ha viste neanche quando cinquant’anni prima aveva ancora i capelli.
Tant’è, in una cucina disadorna e lurida campeggia il paginone centrale di una nota attrice francese degli anni settanta, le zinne in primissimo piano e un sorriso ebete alla stessa altezza della parola “Luglio”.
Il Vecchio la chiama “la mia fidanzata” e le fa l’occhiolino tutte le mattine quando prende un caffè in mutande e cappello.

Il Giovane è l’unico sposato, con una famiglia regolare, e si dà il caso che sia anche il proprietario del parcheggio.
Glie lo ha lasciato suo padre, che comprò un piccolo appezzamento di terra quando qui come si suol dire “una volta era tutta campagna”.
Poi vennero gli anni sessanta, la speculazione edilizia, e il padre del Giovane vendette la sua terra in cambio di un paio di appartamenti e questo parcheggio, unica fonte di reddito di due famiglie.
Che poi al Giovane, senza aspirazioni, senza voglia di studiare, senza neanche la spina dorsale, ritrovarsi un’attività avviata e poco faticosa andava anche bene.
Ora che il padre non c’era più poteva permettersi di fare il piccolo boss, tanto le macchine le spostava lo Straniero e i vetri li puliva il Vecchio; lui si limitava a stare tutto il giorno con le mani in tasca e una sigaretta tra le labbra.
L’autorità che gli derivava dall’essere il proprietario delle ferriere la sfogava sui due compari, ma nella vita reale, fuori dal parcheggio, non comandava poi così tanto.
La moglie, una megera invecchiata precocemente e che aveva perso ogni stimolo sessuale dopo la nascita dei due figli, lo trattava come uno straccio. La madre, incarognita dall’età e dalla vedovanza, come un adolescente.
E le altre donne, con cui sognava mirabolanti avventure extraconiugali, come quello che era: un debosciato senza cervello a cui non l’avrebbero data neanche se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
Solo una volta si era fatto convincere dallo Straniero – che aveva capito l’andazzo – a fare un giro con Anita sul sedile di una Mercedes, ma nonostante la buona volontà e la professionalità di Anita il Giovane non era riuscito a combinare niente.
Allora le aveva allungato altri cinquanta euro per garantirsi il suo silenzio, ma ovviamente lei e lo Straniero nelle notti che passavano insieme sui sedili di qualche fuoristrada ridevano sempre del Giovane e della sua debacle sul sedile di una Mercedes.

La Principessa ovviamente è bellissima, snella come possono essere snelle le ragazze di 16 anni o poco più, i capelli neri, gli occhi azzurri e la pelle bianca: una moderna Biancaneve.
Da pochi mesi si è trasferita insieme con i genitori nel suo nuovo castello, un appartamento di periferia ma grande e confortevole, ed ha cominciato a frequentare il liceo di zona.
Tutte le mattina percorre le poche centinaia di metri che la separano dalla fermata dell’autobus, dove incontra le sue amiche e insieme ridacchiano guardando costantemente il cellulare e ignorano le battute dei ragazzi.
E tutte le mattine, per arrivare alla fermata, passa davanti al parcheggio con la sua camminata veloce, fatta di ampie falcate che fanno risuonare i tacchi sul selciato del marciapiede e oscillare i capelli neri all’indietro, scoprendo a volte dei piccoli orecchini e un collo lunghissimo e bianco.
D’inverno per lo più ha indossato un lungo giaccone scuro, ma man mano che le giornate si sono scaldate ha cominciato a vestire un giacchino corto che le lascia libere le gambe sotto la gonna e fa vedere il rilievo del seno sotto un maglione chiaro, o viola, o nero, a secondo della giornata.
E’ bella la Principessa, ma di una bellezza delicata, sensuale ma non provocante.
Nessuno potrebbe pensare che sia in giro a cercare guai.
Nessuno sano di mente, cioè.

I tre hanno imparato che ogni mattina verso le 7 la Principessa passa davanti al loro parcheggio, e non possono perdersi lo spettacolo.
Odiano le giornate di pioggia, non perché temano di bagnarsi, ma perché un ombrello e un impermeabile impediscono di ammirare le cosce della ragazzina, e tifano per qualche bella giornata di sole, chissà che non decida di mostrare un po’ di tette, si dicono ridendo.
Il Vecchio la osserva con la stessa cupidigia fantascientifica con cui osserva le zinne dell’attrice francese appesa in cucina.
Per lui non fa nessuna differenza, sono entrambi prodotti della sua fantasia, per quel che può giudicare.
Lo Straniero guarda la Principessa con interesse ma con distacco: sa bene che anche solo uno sguardo sbagliato può metterlo nei guai, per cui si tiene lontano da certi pericoli; se dovesse avere voglia di toccare una donna gli basta allungare trenta euro ad Anita e si toglie qualsiasi soddisfazione senza correre rischi.
Ma il Giovane sogna.
Il Giovane è ancora abbastanza giovane da desiderare una donna vera e troppo stupido per capire che per una Principessa così un uomo come lui è meno che trasparente: è invisibile.
E allora sogna che prima o poi lei si accorga di lui, che veda in lui l’uomo maturo ma ancora abbastanza giovane per introdurla ai piaceri della carne.
Sogna che la fittizia autorità che può esercitare su quei due sbandati sia un vero carisma, e che lo possa usare per conquistare il cuore e le cosce della Principessa.
E si vanta di questo.
Lo dice spesso ai suoi sodali: dice che se lui volesse, che se solo facesse una mossa, che se la invitasse.
Se se se.
I due tollerano le sue buffonate, per convenienza e anche per pietà.
Ma un giorno lo Straniero è nervoso. Anita gli ha dato buca, e lui ha finito le sigarette e la birra.
Quando passa la Principessa e il Giovane dice “se”, lo Straniero non si trattiene:
– Che dici! Ragazza troppo bella e raffinata! Lei non guarda te! Tu troppo brutto! –
E ride a crepapelle, una risata cattiva e piena di disprezzo, mentre le guance del Giovane si imporporano e il Vecchio fa un sorrisetto maligno da sotto la coppola.

E così il Giovane fa un errore. Chissà, forse se non fosse stato spinto dall’orgoglio e dalla rabbia, dal desiderio e dal rancore, forse se non avesse sposato una donna frigida e più stupida di lui, e se non si fosse circondato di inetti forse il Giovane sarebbe potuto diventare una persona normale.
O almeno avrebbe potuto tenere a bada il suo istinto di maschio, un maschio che non sarebbe potuto diventare alfa neanche alla guida di un esercito di ritardati, ma che la posizione di padroncino di un parcheggio gli fa pensare di essere.
E poi ha bisogno di una scusa, di una spinta, perché vuole conoscere la Principessa da tempo ma non ne ha il coraggio, e allora eccolo il coraggio: “ve lo faccio vedere io”.
Il coraggio di un vigliacco che pensa di dimostrare a qualcuno la sua mascolinità con un atto di arroganza, quando neanche le labbra di Anita sono riuscite a compiere il miracolo.
Ma il Giovane vuole fare questo errore, lo vuole disperatamente: deve uscire dalla sua mediocrità, e vuole farlo conquistando la Principessa.
Non sa, non capisce, non si rende conto.
La mattina dopo aspetta la Principessa all’ingresso del parcheggio, sbirciando ogni tanto verso i due che lo guardano scettici, lo Straniero con un ghigno cattivo e il Vecchio con un sorrisetto tra il maligno e lo stolto.
Quando la Principessa arriva, il Giovane le si para davanti e le dice qualcosa. Lei si ferma e lo guarda con la freddezza di chi sa di essere superiore per cultura, bellezza, armonia.
E’ uno sguardo antipatico, quello della Principessa, e il Giovane avvampa mentre lei gli dice solo due o tre parole secche e scarta di lato per evitarlo.
In preda ad una rabbia incontenibile il Giovane tenta di fermarla prendendola per un braccio, ma lei gli molla un ceffone e si divincola scappando via di corsa.
Per un momento il Giovane si tiene la mano sulla guancia arroventata e guarda da sotto in su i due che ridono in fondo al parcheggio.
Poi si avvia verso di loro e quando gli arriva a portata, con una voce che sembra uscire dall’oltretomba dice solo:
– La dobbiamo far pagare a quella puttanella –

Ma pagare cosa? Cosa deve pagare la Principessa?
Di non aver voluto stringere amicizia e chissà cos’altro con uno scarto delle nostre periferie martoriate?
Di averlo guardato senza riuscire a mascherare il suo disprezzo?
Di avergli dato uno schiaffo per liberarsene?
Non lo sappiamo, ma il Giovane vuole fargliela pagare, e lo farà.
Quanto è vero Iddio.

Ma il suo Iddio sembra essere dalla parte della Principessa nei giorni successivi.
Lei evita accuratamente di passare vicino al parcheggio e i tre non godono più della vista delle sue gambe magre e del seno acerbo.
Piano piano la rabbia del Giovane sembra sbollire, e dopo i primi tentativi di presa in giro anche lo Straniero e il Vecchio sembrano dimenticarsi dell’accaduto.
Il Giovane ha anche tentato di sfogare la sua frustrazione mettendo le mani sulle zinne della moglie mentre questa lavava i piatti, solo per rimediare un altro ceffone, e la sua rabbia silenziosa monta sempre di più anche se apparentemente le giornate scorrono sempre uguali.
Poi un giorno Iddio si dimentica della Principessa, impegnato com’è a gestire tutta l’umanità, la galassia e l’universo.
E lei scende di casa per andare a prendere una birra per il padre, che sta guardando una partita e non vuole interrompersi, ma senza birra si sa, non è la stessa cosa.
Ci vado io, dice la Principessa, ci metto cinque minuti.
La rosticceria è a cento metri, forse ci vogliono anche meno di cinque minuti, ma per arrivarci la Principessa deve passare davanti al parcheggio.
E’ notte, non la vedranno di certo, e lei controllerà nessuno le si avvicini; farò in fretta, si dice.
Contrariamente alle sue abitudini però il Giovane è là fuori, appoggiato al cancello, nascosto dall’ombra di un muro.
Non è appostato, semplicemente non gli andava di tornare a casa dalla megera con cui divide la sua esistenza, ed è solo lì per accendersi una sigaretta lontano dalle macchine: da quando un cliente lo ha minacciato di fargli causa se avesse provocato un incendio alla sua meravigliosa automobile – una di quelle dove Anita amava di più scopare tra l’altro – e così il Giovane va a fumare all’ingresso.
Non ha fatto in tempo ad estrarre neanche l’accendino, quando con una sigaretta spenta penzolante dalla bocca vede passare la Principessa.
E’ un attimo, la afferra e le dà un violento ceffone, poi le chiude la mano con la bocca e la trascina verso il parcheggio.
Sta facendo una pazzia, ma la rabbia gli impedisce di ragionare: sa solo che ha avuto un’occasione e la vuole cogliere.
Quando lo Straniero lo vede arrivare con la Principessa trascinata si alza rapidamente dal computer e lo va ad aiutare.
Non è pazzo lo Straniero, tutt’altro.
Sa bene che quello che sta facendo il Giovane potrebbe farli finire in galera tutti quanti, anche il Vecchio che si avvicina toccandosi nervosamente il cappello.
E sa anche, lo Straniero, che c’è un solo modo per non andare in galera ormai.
Certo, potrebbe prendere a pugni il Giovane e liberare la Principessa consegnandola sana e salva ai suoi genitori, ma chi gli crederebbe? A lui, ad uno straniero senza permesso di soggiorno, un mezzo alcoolizzato, uno che frequenta un giro di puttane da trenta euro a botta.
E poi perderebbe quel lavoro, che gli serve, che è comodo per i suoi altri affari.
No. Lo Straniero sa bene come finirà, ma intanto adocchia le tette della Principessa, prende uno strofinaccio e rapidamente glielo stringe tra i denti così che lei non possa parlare.
Poi la butta sulla brandina e le alza le gambe.
Lei si divincola ma lui è robusto, la tiene ferma ma non riesce a fare altro; allora le molla un ceffone, e poi un altro, e poi un altro, poi un manrovescio che le apre una ferita sul viso e poi urla al Giovane:
– Tieni ferma questa puttana! –
E quello si precipita a bloccarle le braccia, mentre il Vecchio ridacchia nervoso girando su se stesso.
Lo Straniero strappa le mutandine alla Principessa, poi si abbassa i pantaloni; è eccitato, e senza aspettare oltre la penetra facendole emettere un urlo strozzato dal canovaccio, mentre il torace della Principessa si inarca quasi fino a spezzarsi, con le gambe tenute ferme dallo Straniero che spinge sempre più in fondo con il bacino, e con le braccia tenute ferme dal Giovane che suda di eccitazione e a bassa voce incita lo Straniero:
– Dai dai dai dai dai! –
Chissà, forse pensa di approfittare anche lui dell’occasione che ha creato, non solo quello Straniero a cui lui graziosamente continua a passare uno stipendio da fame.
La Principessa continua a cercare di divincolarsi, usa tutta la forza dei suoi sedici anni per liberarsi della stretta dei due, ma lo Straniero infastidito le lascia un attimo una gamba e le da’ un cazzotto violentissimo che la tramortisce.
E finalmente con la Principessa semi svenuta lo Straniero finisce il suo triste lavoro, eiaculando con un grido di soddisfazione.
Subito dopo esce, si pulisce alla bene e meglio sulle mutandine strappate della Principessa, rimette dentro il pisello sporco e si chiude i pantaloni.
Il Giovane sorride, è contento.
Finalmente si è vendicato di quella stronzetta, finalmente le abbiamo dato il fatto suo, pensa. Ora sa chi comanda, chi è il vero uomo, si dice.
Poi guarda lo Straniero, ed è dubbioso:
– E ora? – chiede.
– Ora la ammazziamo e la andiamo a buttare nella discarica. – risponde lo Straniero, senza mostrare emozione.

Il Giovane spalanca la bocca dalla sorpresa mentre il Vecchio improvvisamente ha paura.
Solo lo Straniero sembra sicuro di sé.
E il Giovane capisce solo ora in che guaio si sono cacciati.
Non possono certo lasciare andare la Principessa con tante scuse. Né servirebbe minacciarla, le hanno lasciato dei segni evidenti.
Il Giovane capisce che appena la Principessa uscirà di lì per loro è finita.
Guarda la ragazza che singhiozza sulla brandina mentre lui le tiene ancora le braccia e lo Straniero che va sul retro a prendere qualcosa: e immagina di cosa si possa trattare.
Gli viene da piangere, perché non vorrebbe trovarsi in quella situazione, ma è stato lui a creare il casino e ora deve solo ringraziare lo Straniero, quest’uomo alto e allampanato, che sta per risolverlo.
A modo suo, ovviamente, probabilmente utilizzando il coltello che ha nella mano destra quando torna dal retro.

E l’Eroe?
Dov’è l’Eroe?
Perché se c’è un momento in una storia in cui c’è bisogno di un Eroe è questo.
Mentre la Principessa è prigioniera dei cattivi che l’hanno violentata e la vogliono uccidere, è ora il momento per l’Eroe di entrare in scena.
Ma l’abbiamo detto all’inizio: non ci sono eroi in questa storia.
Non esiste un Principe Azzurro, un Cavaliere Bianco che vengano a salvare la Principessa.
In questa brutta storia di periferia l’Eroe, semplicemente, non esiste.

Però c’è un Tossico.
Come Eroe non è gran che e se lo vedeste capireste perché.
Un ragazzetto di una ventina d’anni, alto e secco come un pioppo, con addosso almeno venti chili meno del necessario.
Si è iniettato eroina da quando ha quattordici anni, poi ha smesso, poi ha ripreso, ora è in cura al SERT, gli danno il metadone, cerca di starne fuori e forse stavolta ci riesce.
Ma non può resistere al richiamo della droga, e per non farsi di eroina ogni tanto compra del fumo.
Lo compra dallo Straniero, che ne tiene un tocco in un cassettino: glie lo dà un altro dell’est che ha un giro grosso.
Lo Straniero non vuole farsi coinvolgere nello spaccio ma arrotonda vendendo un po’ di fumo a qualche ragazzo del quartiere.
Il Tossico va ogni tanto, la sera tardi quando il Giovane di solito è a casa, perché lo Straniero gli ha detto che il suo capo non sa di questo piccolo business.
E allora un paio di volte a settimana, come oggi, il Tossico si avvia verso il parcheggio con una sigaretta tra le labbra per comprare un po’ di fumo e cercare di resistere alla tentazione di qualcosa di più forte.
Intanto nelle sue preghiere la Principessa invoca dio, papà, la Polizia, i Carabinieri, chiunque, ma quando vede spuntare la figura del Tossico dal cancello le sue speranze si consumano come la cenere della sigaretta del ragazzo.
Tutti si girano a guardare l’intruso.
Lo Straniero gli grida:
– Vattene via! – con una voce cattiva e con il coltello che non promette niente di buono.
Il Tossico guarda gli occhi pesti della ragazza, le mutande strappate e sporche, il Giovane che la tiene per le braccia, il Vecchio che sposta il peso da un piede all’altro guardando in basso e toccandosi il cappello, e lo Straniero con gli occhi iniettati di sangue ed un coltello in mano.
Se fosse più intelligente, o semplicemente più lucido, forse il Tossico girerebbe sui tacchi per andare dalla Polizia se volesse aiutare la Principessa, o da un altro piccolo spacciatore se volesse fottersene.
Invece fa un passo avanti e dice:
– Ma che cazzo state facendo qua? –
Lo fa perché è stupido e non capisce? Perché è curioso? Perché qualcosa nel suo DNA gli dice che una ragazzina sdraiata di fronte ad un uomo con un coltello non è una cosa normale?
Forse.
Ma non è importante, il perché.
Fa un altro passo e guarda in faccia lo Straniero.
Cerca di capire qualcosa mentre il Giovane è in preda al terrore, le cose precipitano, e lo sguardo dello Straniero non promette niente di buono.
Il Giovane vuole prendere la situazione in mano, alza un braccio per gesticolare e per dire qualcosa, ed è in quel momento che la Principessa scatta in piedi verso il cancello del parcheggio.
Per un breve momento il tempo si ferma, e l’istantanea che potremmo guardare e riguardare è sempre la stessa: la Principessa che fa leva sui suoi sedici anni per divincolarsi e sfuggire, il Vecchio che continua a guardare in basso, il Giovane che rimane stupito, e lo Straniero che si getta verso la ragazza.
Lei è giovane, ha i muscoli scattanti della sua età, è allenata, è forte.
Ma ha preso un sacco di botte, ha subito una violenza, e lo Straniero è più alto, più forte, più determinato.
Si getta verso di lei e in due passi ha già ripreso quasi tutto il distacco, ancora due passi e riuscirà ad acchiapparla molto prima che lei arrivi all’uscita.

Ma il Tossico gli si para davanti e lo ferma per un braccio.
– Che cazzo vuoi fa… – chiede allo Straniero, ma non riesce a finire la frase perché lo Straniero gli conficca il coltello nell’addome e il Tossico si piega in due e cade inginocchiato mentre il sangue gli sgorga improvviso e violento dallo stomaco e dalla bocca.
Lo Straniero gli gira intorno rabbiosamente con il coltello insanguinato in mano, ma la Principessa non c’è più.
Quei pochi secondi le sono bastati per scappare via e correre verso casa.
Lo Straniero esce dal cancello ma non si vede più nulla.
Non sanno dove abita, e comunque a questo punto non è più importante.
Si gira e torna indietro, ignorando il Tossico morente sull’asfalto.

Se questo fosse un film no, non sarebbe un film western.
Sarebbe la storia che abbiamo raccontato.
La storia di una Principessa violata, che passerà molti anni della sua vita a cercare di ricostruire un motivo per alzarsi la mattina e andare a scuola.
La storia di uno Straniero, scomparso subito dopo con il suo coltello e con le sue misere cose, pronto a ricominciare in un’altra città, o magari anche un altro stato.
La storia di un Vecchio, che non finisce neanche in galera, non ha fatto niente e poi è incapace di intendere e di volere, dicono.
La storia di un Giovane, che passerà i prossimi mesi a fare da fidanzata in galera ad un energumeno, straniero anche lui, fino al giorno in cui lo trovano impiccato ad una doccia.
La storia di un Tossico, e non di un Eroe, che senza volerlo o forse sì, ha sacrificato la sua vita per salvare una Principessa.

Una brutta storia di periferia, un film che non vorremmo mai vedere.

Shampoo – un racconto

Non è facile stabilire con precisione quando se ne accorse, ma doveva essere intorno a San Valentino, perché la sera prima era rientrato con dei fiori per la moglie.
E dato che non glie ne comprava mai, di sicuro c’era di mezzo qualche anniversario, il compleanno no perché era a ottobre, quindi doveva proprio essere San Valentino.
Comunque sia, dato che era un giorno feriale come tutte le mattina dei giorni feriali si alzò per andare in bagno prima ancora di fare colazione, prima che la moglie e i figli si tirassero su dal letto.
Se voleva dieci minuti di pace doveva alzarsi prima degli altri, altrimenti il caos della mattina nella sua famiglia gli avrebbe impedito anche solo di canticchiare “Yesterday” senza che qualcuno gli chiedesse di smetterla.
Entrò in bagno, diede una fugace occhiata alla figura stanca e stropicciata che gli sorrise dallo specchio, poi si spogliò, si infilò sotto la doccia bollente e cominciò a radersi.
Amava farsi la barba sotto la doccia, usando una saponetta al posto della schiuma, anche se ci metteva molto più tempo e qualche volta si era anche tagliato di brutto, ma non sapeva rinunciare al piacere di stare minuti interi sotto il getto d’acqua bollente mentre con la mano cercava lentamente di passare il rasoio senza farsi male.
Quando ritenne di essere soddisfatto della rasatura posò il rasoio, insaponò il corpo per bene e poi si sciacquò accuratamente: amava l’acqua di Roma, così dura da lavare via la schiuma in un attimo e da lasciare la pelle levigata.
Infine prese la bottiglietta di shampoo arancione e ne versò un po’ sulla mano per metterlo sui capelli.
Mentre la inclinava si fermò un attimo a guardarla: era piena per metà, più o meno.
Si fermò a riflettere.
Cercò di ricordarsi quando aveva comprato lo shampoo, ma non gli venne in mente una data precisa.
Ricordava per certo di averlo preso al supermercato: uno shampoo da poco, visto che non aveva molti capelli da salvaguardare, e colorato di un colore irragionevole in modo che non si confondesse con i sofisticatissimi e costosissimi prodotti che invece usava sua moglie.
Credeva di ricordare che fossero passati mesi ma non ne era sicuro, e anche se ne usava ben poco il fatto che la bottiglietta fosse ancora mezza piena gli sembrava strano.
Ricorderò male, si disse, e finì di lavarsi senza pensarci più.

Due settimane dopo però, mentre come al solito faceva la doccia, gli capitò di guardare di nuovo la bottiglietta ed era sempre piena a metà.
La guardò intensamente mentre l’acqua bollente gli scorreva sulla schiena e con la bocca aperta dallo stupore.
Possibile? si disse. Qualcosa non andava, non sapeva dire cosa, ma era un fatto che lo shampoo era sempre lì, a metà, come due settimane prima.
Ne versò un po’ sulla mano con cautela, osservando il liquido denso colare sul palmo, poi lo portò lentamente verso il viso e lo annusò: gli sembrava l’odore classico di uno shampoo da supermercato, profumato da improbabili fiori tropicali.
Sempre con cautela, come se stesse compiendo un’operazione chirurgica, si passò la mano sui capelli e cominciò a frizionare la cute, finché lo shampoo non fece la solita, rassicurante schiuma, che lavò via con una certa fretta.
Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio, e guardò lo shampoo appoggiato su una mensola nella doccia: la bottiglietta era piena a metà. Più o meno. E più o meno come due settimane prima.
Il cuore gli cominciò a battere forte, mentre si asciugava e si vestiva. Sudava copiosamente e dovette passarsi più volte un asciugamano addosso per detergere il sudore.
Non disse nulla alla moglie per non essere preso per pazzo, ma non riuscì a pensare ad altro per tutta la giornata
Quando tornò a casa la sera evitò accuratamente di andare nel bagno.
Si lavò i denti nel bagnetto di servizio e andò a letto prestissimo perché doveva pensare.
Pensare a cosa avrebbe fatto la mattina dopo.
Pensare se sarebbe riuscito ad affrontare questa improvvisa paura di una normale bottiglietta di shampoo, o se dovesse parlarne con qualcuno rischiando di sembrare un pazzo.
Si addormentò in preda all’ansia e il suo sonno fu agitato e leggero, ma quando si svegliò la luce del giorno gli fece vedere le cose in un altro modo.
Si disse che si era lasciato suggestionare, e per dimostrarlo a se stesso decise di darsi qualche altro giorno, mantenendo la sua solita routine e osservando lo shampoo man mano che i giorni passavano.
Era sicuro che tutto gli sarebbe sembrato tornare alla normalità.
Ma nelle due settimane successive, mentre la sua ansia montava, la bottiglietta dello shampoo non dava l’impressione di volersi svuotare.
Uscì dalla doccia un giorno quasi piangendo dalla frustrazione, ma deciso a non lasciarsi andare alla follia che lo stava contagiando.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi e le occhiaie pesanti di chi dormiva poco e le mani gli tremavano per l’ansia.
Anche la moglie cominciava a preoccuparsi: lo vedeva dimagrito, capiva che qualcosa non andava, gli fece qualche domanda ma lui rimase sul vago.
Come avrebbe potuto spiegare che il suo stato era dovuto ad una bottiglia di shampoo da supermercato che sembrava rifiutare di vuotarsi?
Si rassegnò allora a chiamare un suo amico laureato in matematica, con una scusa; dopo qualche convenevole gli disse che suo figlio aveva un compito per scuola particolarmente complicato, e gli chiese come calcolare il volume di un solido irregolare, dandogli la descrizione della bottiglia di shampoo.
Il suo amico gli spiegò un paio di semplici teoremi, gli diede una formula e gli fece anche qualche esempio.
Lui lo ringraziò della risposta, lo salutò e si mise a fare due calcoli, misurando con la mano concava la quantità di shampoo che usava ogni mattina.
Quando alzò gli occhi dal foglio su cui aveva scarabocchiato dei numeri era sicuro: la bottiglia avrebbe dovuto consumarsi completamente in due mesi al massimo; perciò in quel mese passato in preda all’angoscia da quando aveva notato qualcosa di strano si sarebbe dovuta vuotare. E invece no. Lo shampoo era sempre lì. A metà.
Si sentiva le gambe pesanti, il respiro affannato, gli sembrava di vivere un incubo e forse era così.
Quella sera, a letto, all’ennesima domanda della moglie rispose che aveva dei problemi in ufficio, che rischiava il posto di lavoro, che era angosciato, ma che non voleva preoccuparla.
Lei gli sorrise, forse fece finta di credergli ma comunque gli disse che sarebbe andato tutto bene; fecero l’amore e lui si rilassò.

Il giorno dopo si svegliò sorridente, si disse che questa storia dello shampoo era durata anche troppo, che la sua vista non era più quella di una volta ed entrare nella doccia senza occhiali non lo aiutava certo, e quindi si mise sotto l’acqua fischiettando.
Guardò lo shampoo che lo aspettava sulla mensola ma decise di fare un’altra cosa.
Prese una delle costosissime bottiglie di sua moglie e fisso il suo stupido shampoo arancione con un misto di disprezzo e sfida.
Non ho bisogno di te, sembrava volergli dire.
Poi premette la confezione blu notte che aveva in mano, prima dolcemente, poi sempre più forte, ma non ne uscì nulla.
Agitò la bottiglia, ma niente.
La aprì, ed era vuota.
Vuota e secca come se fosse appena uscita dalla fabbrica della plastica prima che qualcuno ci versasse lo shampoo.
Chiamò la moglie ad alta voce:
– Tesoro! Il tuo shampoo è finito per caso? –
– No, la confezione blu è piena. Ma perché devi usare il mio che costa un sacco di soldi? Non hai quello tuo arancione? –
Il mio arancione, pensò.
Certo.
Posò con circospezione la bottiglia blu, e prese quella dello shampoo arancione.
La guardò, mentre il petto si alzava e si abbassava furiosamente.
Prese la confezione e con rabbia si versò quasi tutto lo shampoo sui capelli, lanciando la bottiglia contro la parete della doccia urlando, e poi si sciacquò in fretta e furia, eliminando ogni traccia del liquido schiumoso per poi uscire di corsa dalla doccia, infilarsi l’accappatoio e andare ad asciugarsi in camera da letto, il più lontano possibile da quella bottiglietta di quel ridicolo colore.
La moglie lo vide arrivare come una furia e sedersi sul letto rannicchiato dentro l’accappatoio.
– Tesoro, ma cosa succede? che hai fatto? –
Lui scosse la testa in senso di diniego, ma inizialmente non disse nulla, non riusciva a parlare, aveva timore di esternare le sue paure.
Poi la guardò con gli occhi rossi di lacrime e di insonnia e disse solo:
– Lo shampoo… –
Lei sembrò non capire.
– Che cosa significa ‘lo shampoo’? –
– Lo shampoo…ha qualcosa che non va! –
Lo sguardo della moglie gli confermò solo che aveva sbagliato a parlare: lei non avrebbe mai creduto che una bottiglia di shampoo potesse avere una vita propria, che come in un film di fantascienza qualche entità aliena cercasse di comunicare con lui, o che una colonia di batteri arancioni si stesse riproducendo nella sua doccia, o che il fantasma di qualche assassino si aggirasse per la sua casa, perché certo, queste erano le ipotesi che giravano vorticosamente nella sua testa. Il suo cervello razionale era ormai un ricordo.
La moglie si inginocchiò, gli prese la mano, e lo guardò con tenerezza.
– Non so che cosa vuoi dire, caro, ma facciamo così: prendi ora un po’ d’acqua, ti asciughi le lacrime, e andiamo insieme a vedere cosa succede allo shampoo, va bene? –
Percepiva il suo tono condiscendente, chiaro e netto, ma non poteva fare a meno di sentirsi sollevato.
Si alzò, andò con la moglie in cucina, bevve un po’ d’acqua, si asciugò le lacrime e si fece prendere per mano fino al bagno.
Rimase fuori, a guardare la moglie che cautamente si avvicinava alla porta della doccia e che poi, con un sorriso, si girò verso di lui:
– Il tuo shampoo è al suo posto come al solito, mi sembra che non ci sia nulla di strano. –
Lui spalancò gli occhi, fece due passi e quando vide lo shampoo pieno a metà, appoggiato serenamente sulla mensola invece di giacere vuoto sul fondo della doccia dove lui l’aveva lanciato, non resse più.
Corse urlando via dal bagno, gli occhi che sembravano volergli uscire dalle orbite, vanamente inseguito dalla moglie, ma a metà del corridoio si fermò: le gambe smisero di sostenerlo, si portò una mano al cuore e morì senza un fiato.

– Alla fine è andata bene, no!? –
– Sì, benissimo. Sinceramente non pensavo funzionasse. Hai avuto una buona idea. –
– L’acqua con quelle gocce che ti ho dato l’ha bevuta senza problemi? –
– Come no, era talmente agitato che non ha sentito il leggero sapore, e in caso avrei dato la colpa al cloro. –
– Io ho avuto solo paura quando mi ha telefonato. Pensavo avesse scoperto tutto, invece era per sapere come calcolare quanto shampoo consumava ogni giorno, povero coglione. Proprio a me lo è andato a chiedere. –
– E a chi doveva chiederlo? Eri o no il suo amico del cuore? –
– Ah beh, sì, certo. Comunque brava anche tu a mettergli ogni giorno un po’ di quel tremendo shampoo arancione nella bottiglia. Secondo me anche senza droga le coronarie gli schioppavano lo stesso per la paura! –
– Che cretino che sei, guarda che anche se paranoico e pieno di fobie era robusto, un aiutino serviva. –
– Vero. Senti, che fai: passi dopo il funerale? –
– E me lo chiedi? Ho messo le autoreggenti, sotto. Rigorosamente nere, ovviamente. –
– Ti aspetto. Condoglianze, a proposito. –



doccia

Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi

Il regalo più bello

Il mio racconto di Natale.
Come tutti gli anni un racconto malinconico, pieno di cose belle e brutte, come la nostra vita.

Appoggiato alla finestra dello studio, un bicchiere di prosecco in mano, Giulio guarda distrattamente fuori senza vedere in realtà nulla.
Si è allontanato un attimo, prima che la cena si inizi, dagli schiamazzi, le risate, le urla dei bambini, tutto il campionario di rumori tipici della vigilia di Natale.
Vuole rimanere qualche minuto da solo, prima di affrontare la serata.
Il Natale per Giulio è sempre stata una festa un po’ triste: anzi no. Non esattamente.
Fino all’età di dodici-tredici anni Natale era “la” festa.
In una famiglia rumorosa dove tutti abitavano vicini, le feste di Natale – e in particolare la vigilia – erano l’occasione per vedersi con un numero spropositato di zii, cugini, parenti di vario genere e amici d’infanzia, e passare ore, se non giorni a mangiare, ridere, giocare a carte e a tombola, divorare quantità industriali di noci e mandarini e andare a letto tardissimo, almeno quel giorno.
Un leggero sorriso gli incurva le labbra al pensiero di sua madre e le sue nonne in cucina dalla mattina presto, alle prese con contenitori enormi di pastella dove veniva poi buttato di tutto: fiori di zucca, patate, melanzane, carciofi, broccoli, e in un impeto di sperimentazione gastronomica spesso anche pezzi di mele, pane ripassato nell’uovo, qualsiasi cosa potesse essere fritta e mangiata.
Pensava a sua madre, e alla capacità di sfornare teglie di lasagne in continuazione e allo stesso tempo di non farsi fregare a “mercante in fiera”.
Quelli, quei natali, quelle feste, forse sono state il periodo più bello della sua vita.
Poi con l’adolescenza le feste natalizie in casa hanno cominciato a diventare un fastidio, un obbligo a cui ottemperare, e più avanti Natale era solo un giorno come gli altri, e come gli altri dedicato ad organizzare il capodanno con gli amici.
E poi, quando stava per arrivare il momento in cui sarebbe stato lui il capofamiglia, per festeggiare la vigilia con i suoi figli e la sua tribù, sua madre se n’era andata. Improvvisamente. La vigilia di un Natale.
Da allora il Natale era diventato un giorno da superare in fretta, e anche se poi i figli erano arrivati, e ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per tornare indietro ai giorni felici della sua infanzia, non riusciva più a farselo piacere.
Quest’anno poi.
La lettera che gli annunciava la cassa integrazione a partire da gennaio gli era stata consegnata solo pochi giorni prima.
Chissà, forse le aziende si impegnano per rovinare le feste ai propri dipendenti, pensava. E ci riescono, perché per lui e altri duecento colleghi le feste sarebbero state malinconiche, stretti tra le preoccupazioni del futuro e la necessità di essere allegri per fare contenti i bambini.
Si stacca dal vetro, è ora di andare, sente che la cena è pronta.
Si prepara all’allegria, ma è solo l’età che lo aiuta a tornare in salone, quando vorrebbe invece buttarsi sul letto a piangere come quando era ragazzino e si faceva male giocando a pallone.
Nel grande salone di casa sua sono in tanti: sua moglie, le sorelle, i cognati, i bambini, un paio di cugini con le famiglie.
E’ un bel Natale, una bella festa, e anche se oggi sta male non può fare a meno di riconoscerlo.
La cena scorre tranquilla, il chiasso è insopportabile ma lo aiuta a non avere conversazioni troppo impegnative.
Mentre i bambini mangiano il dolce, suo fratello lo prende da una parte.
– La situazione è grave? – gli chiede senza mezzi termini.
Lui fa spallucce.
– Non penso rientreremo, l’azienda va male. Penso che dovrò trovare qualcos’altro. – risponde.
Il fratello lo guarda, annuisce.
– Hai già qualcosa in mente? – chiede speranzoso.
Lui fa di no con la testa.
– Al momento non ci sto pensando. Ho qualche mese di margine, lascio passare le feste e poi comincio a cercare di capire che fare. Spero di trovare una soluzione. –
Il fratello sta per rispondere quando le urla dei bambini diventano terremoto: si stanno per aprire i regali.
Allora il fratello di Giulio si limita a sorridergli e a stringergli una spalla forte. Non c’è bisogno di tante parole tra loro.
Si avviano sotto l’albero dove tutti quanti stanno già facendo a pezzi la carta dei regali e sorridono, urlano, piangono, tutti i genitori, gli zii, i nonni con cellulari e macchine fotografiche.
Lui rimane in piedi, e li guarda, un leggero sorriso gli si disegna sul volto: non c’è malinconia che resista alla vista di un gruppo di bambini felici, ma dentro di sé è a pezzi.
Sua moglie lo raggiunge, non dice niente: hanno già parlato tanto, pianto, urlato, esaminato tutte le alternative, e ora si limitano a guardare i bambini dandosi la mano.
Lei glie la carezza delicatamente, lui non si muove.
Passano i minuti, insieme alle grida, le canzoni, il rumori di macchine potenti ed elicotteri della polizia in miniatura.
Poi ad un certo punto tutti si calmano.
Sua moglie gli lascia la mano, si avvicina all’albero e prende una busta.
– Questo è per te – dice guardandolo negli occhi – da parte di tutti noi. –
Lui si gira e vede che improvvisamente si sono tutti avvicinati e gli stanno intorno, e sorridono.
E’ imbarazzato, come tutti i padri non è abituato a ricevere regali a Natale, e se qualche regalo per errore gli arriva sono spesso pigiami con le renne, o cravatte dai colori improponibili.
Sente che hanno architettato qualcosa, in parte li odia, non vorrebbe essere al centro dell’attenzione, ma capisce l’affetto con cui lo hanno incastrato.
Prende la busta dalle mani della moglie, un sacchetto di carta anonimo, non saprebbe dire se di un negozio di abbigliamento, o di qualsiasi altro tipo.
E’ leggerissima.
La apre. Non c’è niente.
Guarda il sacchetto vuoto, poi gli sguardi di tutti: aspettano che lui dica qualcosa.
E’ imbarazzato, non sa che dire, controlla di nuovo, mette una mano dentro, ma non c’è niente.
Niente di niente, neanche un biglietto.
Alla fine è costretto a parlare, vorrebbe ringraziarli, ma di cosa?
– Non c’è niente…avete dimenticato di mettere il regalo? – chiede a sua moglie con un sorriso un po’ falso, perché spera di non mettere nessuno in difficoltà.
La moglie lo guarda, il sorriso che si allarga, così come le braccia.
– No. Non abbiamo dimenticato niente. Quello è un sacchetto, e dentro non c’è niente. –
Fa una pausa ad effetto.
– Il tuo regalo è qui, fuori da quel sacchetto. – e allarga ancora di più le braccia per comprendere tutti quelli che sono in quella stanza.
Lui si gira di scatto, vede le facce sorridenti, sorrisi belli, veri, qualche lacrima, qualche mano sulla bocca.
Schiude le labbra, tenta di dire qualcosa, ma è sopraffatto, dalle lacrime e dalla felicità.
Il regalo più bello. Era destino che fosse in questo Natale.
Proprio quando ne aveva bisogno.

Regalodinatale

Ricordo di una notte di dicembre

 

Un uomo, una ragazzina, un ricordo, un rimorso.

 

Il ricordo più vivido che ho di mio padre risale ad un dicembre di molti anni fa, quando lui aveva l’età che ho io adesso.
L’età che avrà per sempre.
Faceva freddo, era venuto a prendermi non ricordo se ad un allenamento o a qualche altro impegno, comunque so che eravamo in scooter, e che faceva freddo.
Percorremmo tutta la Via Olimpica, erano le otto e mezza di sera e c’era ancora molto traffico, ma non così intenso da impedirci di andare abbastanza veloci.
Lui guidava ingobbito, con quelle spalle che a me sembravano enormi quasi chiuse su se stesse, passando in mezzo alle macchine con delle “esse” molto ampie per essere sicuro di avere più spazio.
Io, dietro, stavo con le mani nella tasca del giubbotto, e canticchiavo sotto il casco.
Canticchiavo perché ero in quell’età in cui l’indifferenza ha un valore, e perché in fondo sono come lui, non mi piace mostrare troppo i miei sentimenti, se non quando serve o ne vale la pena.
E allora invece di stare abbracciata a mio padre, e godermi la sicurezza di quella schiena immensa, me ne stavo eretta con le mani in tasca, mentre lui disegnava le sue esse con lo scooter.
Ricordo ogni metro di quel tragitto, ogni faro di ogni macchina, ogni buca e ogni imprecazione di mio padre, e ricordo che avevamo fretta, perché era tardi e avevamo fame.
Me lo ricordo così bene perché fu l’ultima volta che andammo in scooter insieme, e la prima immagine che ebbi di lui quando mi fu chiaro che non c’era più.
Quel giorno, sotto quel cielo freddo e stellato, una ragazzina adolescente voleva bene a quell’uomo strano con cui litigava un po’ tutti i giorni, solo che non lo sapeva.
No. Non è esatto.
Lo sapeva, ma non sapeva di saperlo.
Ora la ragazzina di oggi sa bene che anche la ragazzina di ieri lo sapeva.
Solo, non sapeva di saperlo, come non lo sanno tutti i ragazzi finché non diventano improvvisamente adulti e non hanno più paura che l’affetto verso i genitori possa cambiare la loro esistenza.
Ma quel giorno, quel giorno non lo sapevo, e non me ne importava.
Quel giorno canticchiavo alla luna, mentre lui si incurvava sempre di più sul manubrio e sorrideva.
Lo sentivo, anche se non potevo vederlo.
Lo sentivo, e ora so che lo sentivo, perché è lo stesso sorriso che ho io quando porto mia figlia: avere dietro di te la tua carne e il tuo sangue, questa è la felicità, la felicità pura, e quell’uomo che disegnava le esse sull’asfalto per evitare le macchine era felice, anche se io canticchiavo e non gli parlavo, anche se avevo le mani in tasca e non lo abbracciavo.
Io ero la sua felicità.
E lui la mia, anche se non lo sapevo. Non sapevo di saperlo.
Rivedo ogni centimetro di quel giaccone sportivo da ex motociclista, quella nuca infilata a forza dentro un casco enorme, quelle ginocchia che non riusciva a tenere dentro.
So tutto perché è l’immagine che ho avuto di lui pochi giorni dopo.
Quando improvvisamente la porta della mia classe si aprì, ed entrò la preside.
Non veniva mai, mai, la preside, mai. Non l’avevamo mai vista in tre anni. Neanche una volta.
Però quel giorno era là, e mi guardava, e poi mi chiamò.
Io mi alzai, lentamente, mentre tutti si zittivano e la professoressa portava una mano alla bocca.
Poi uscimmo, e vidi la sorella di mia madre, e capii che qualcosa non andava, che non sarebbe più andato come prima, ed ebbi paura.
– Mamma? – chiesi.
– Mamma sta bene. – rispose mentre mi prendeva le mani. – Papà ha avuto un brutto incidente. –
Fu un attimo.
Un secondo.
Che dico: un milionesimo di secondo, fu solo il tempo necessario affinché il pensiero affronti le curve strette delle sinapsi e torni indietro alla velocità della luce, ma in quel milionesimo di secondo io provai un sollievo infinito.
Quando qualcuno mi chiede: “qual è la cosa più brutta che hai fatto?”, queste domande da talk show che prima o poi ti fanno tutti, io mento.
Dico: quando ho tradito il mio primo fidanzato, oppure quando non ho aiutato un amico all’esame di Anatomia.
Tutte cazzate.
La cosa più brutta della mia vita è stato quel milionesimo di secondo in cui sono stata contenta che fosse toccato a lui e non a mia madre.
Non ci ho potuto fare nulla, non è stato razionale, è qualcosa che abbiamo scritto nel nostro DNA, qualcosa che condiziona le nostre esistenze.
Quando vedo i miei figli, quando li sento come si stringono a me, e quando vedo come salutano il padre, so che sarebbe così anche per loro, anche se spero che non debbano mai essere messi alla prova come lo sono stata io.
Quel terribile, breve momento di sollievo è scomparso subito dopo.
Nel nulla, come dal nulla era venuto, ma ha lasciato il posto ad un dolorosissimo senso di colpa che non mi ha mai più mollato.
Il senso di colpa per non aver pianto e non essermi disperata subito, per aver provato sollievo mentre mio padre moriva in un ospedale.
Poi sì, ho pianto, ho smesso di mangiare per giorni, mi sono consumata dietro alle sue foto.
Ma il senso di colpa non se ne è andato più via. Mai più.
E’ ancora qua, vivido come in quel momento, come dopo quel milionesimo di secondo. Non me lo sono mai perdonato, mai.
Quando il senso di colpa mi colpì per la prima volta chiusi gli occhi, mentre qualcuno mi teneva e mi abbracciava per paura che svenissi, ma volevo solo cancellare tutto e lasciare che mi arrivasse qualcosa, qualsiasi cosa.
E arrivò.
Arrivò quella notte fredda e stellata, arrivò quello scooter che disegnava delle esse sull’asfalto, arrivò quella schiena ingobbita di un uomo felice, e quella ragazzina che canticchiava, mani nelle tasche.
Arrivò e non andò più via, quell’immagine di me e di te, si prese per mano con il senso di colpa e da allora sono sempre insieme.
Sono quaranta anni, oggi, da quella sera fredda di dicembre.
E sono qua per dirti che ora lo so.
Lo so che lo sapevo.

roma-s-pietro

Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

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Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

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Italia – Haiti tre a uno

Un racconto malinconico costruito su ricordi felici

Il caldo di quella sera di giugno non me lo dimenticherò mai.
A dire il vero, sono molte le cose che non posso dimenticare a distanza di quarant’anni, e ogni volta che i primi caldi arrivano impietosi a rendere le giornate interminabili e le notti insopportabili precipito a quel quindici giugno di tanti anni fa, e mi sembra di rivedere tutto come in un film.
Ricordo ogni dettaglio di quella sera, il pergolato di una pizzeria di quartiere, le tovaglie di carta e le posate di metallo, con i bicchieri di vetro da acqua e le prime coca-cola che ci riempivano lo stomaco.
Il tavolo con qualche genitore, distante, per non disturbare, e venticinque ragazzini che correvano e urlavano senza sosta.
Venticinque undicenni che smettono di essere bambini e diventano qualcosa di diverso, dei ragazzini senza forma, non-bambini e non-adulti, l’inizio di un limbo senza fine che ancora oggi non smette di perseguitarmi, in un’adolescenza eterna che si confonde con la vecchiaia incipiente.
Ma il 1974 era anche l’anno dei mondiali, ed era pressoché impossibile tenere noi maschi seduti, mentre gli Azzurri – gli imbattibili Azzurri – iniziavano il loro presunto cammino trionfale verso la gloria.
E allora gruppetti di maschi scalmanati a turno scendevano i gradini per entrare nel locale dove un vecchio televisore, vecchio anche per l’epoca, trasmetteva in pochi pollici una partita in bianco e nero, e tornavano con le ultime notizie: “per poco non segna Mazzola”, “quelli sanno solo stare in difesa”, “siamo più forti”.
Urla di entusiasmo di anime entusiaste, e solo uno rimaneva seduto.
Un solo ragazzino non si mischiava con il sudore degli altri, e mangiava tranquillo la sua pizza, bevendo coca-cola e sorridendo alle chiacchiere delle compagne di classe.
Ero io, chiaro, quel ragazzino, perché in quella estate così calda il calcio non era più la mia unica preoccupazione.
Avevo scoperto che non erano solo le corse all’impazzata, le partitelle senza fine sullo sterrato, la bicicletta in salita, che facevano accelerare i battiti del cuore.
Avevo scoperto che ad un certo punto della vita incontri persone che desideri non si allontanino mai più da te, e le vorresti tenere vicino con qualsiasi scusa.
Avevo scoperto l’amore.
L’amore dei ragazzini certo, l’amore che non può essere dichiarato, perché non si sa come fare, che non può essere consumato, perché non si ha consapevolezza del proprio corpo, che non può neanche essere vissuto.
E’ un amore che può essere solo sofferto, e io lo soffrivo per bene, quell’amore per la sorella di un mio compagno di classe.
Aveva un anno di più, ma io ero alto – pensavo che questo bastasse per essere notato – e quando la incontravo sembravamo della stessa età. Andavamo nella stessa scuola, e ci incrociavamo quasi tutti i giorni.
Lei parlava con me, ma ovviamente io non parlavo con lei, non sapevo che dire, non avevo parole, e quindi evitavo di rispondere, magari le sorridevo, ma niente di più.
E stasera, proprio stasera mentre Zoff e i suoi compagni si battevano per noi su un prato tedesco, e tutti gridavano convinti del trionfo che ci attendeva, io ero triste.
Perché lei non c’era, non aveva accompagnato il fratello, e non l’avrei vista per un bel po’.
Era l’ultima volta che noi compagni di classe ci vedevamo prima delle vacanze, e per tre mesi ognuno di noi avrebbe fatto i conti con l’infanzia che se ne andava, per ripresentarci a settembre diversi, più grandi, qualcuna già donna, e qualcuno già con la barba fatta.
E io avrei passato l’estate sdraiato a letto, o al mare, a pensare a quella ragazzina più grande di me, con quei capelli neri lunghi e gli occhi scuri, cercando di trovare le parole che avrei potuto usare la prossima volta.
Sapendo che non lo avrei fatto.
Arrivò l’intervallo della partita, Italia e Haiti inchiodate sullo zero a zero, la pizza ormai finita, la coca cola che ribolliva negli stomaci, e quasi ora di andare via.
Ad un certo punto mi vennero a chiamare.
– Dai ricomincia, vieni a vedere anche tu! –
Scesi i gradini con tutti i maschi, erano sudati all’inverosimile per il caldo, il forno vicino e l’eccitazione, e solo io non riuscivo ad entusiasmarmi.
All’improvviso, il disastro.
Un tizio mingherlino scappò al controllo dei nostri difensori e segnò.
Haiti uno, Italia zero.
I miei compagni rimasero allibiti, le bocche spalancate, senza sapere cosa dire.
Fossero stati un po’ più grandi avrebbero riempito la sala di parolacce, come fecero gli adulti seduti più lontano dal televisore.
Allora decisero che la passione per il calcio non era sufficiente a reggere l’onta, e tornarono nel giardino per prepararsi ad andare via, delusi.
Io rimasi lì, a guardare, tanto non mi interessava se l’Italia perdeva o vinceva, non pensavo molto ai mondiali, per cui potevo anche restare a fare finta, almeno non ero costretto a fare conversazione.
Poi, senza preavviso, mi accorsi di non essere più solo, e quando mi girai c’era quella ragazzina.
Mi sorrideva. Era venuta con i genitori a prendere il fratello, mi aveva visto e si era fermata.
– Che fai? non sei con gli altri? –
– No, stavo guardando la partita. Stiamo perdendo. – dissi, come se quella fosse una spiegazione.
Lei alzò un sopracciglio.
– Pensavo che a te il calcio non interessasse. Così almeno mi dice mio fratello. –
– Ti parla di me? – chiesi stupito.
Lei sorrise.
– Non tanto, e non volentieri. Sono io che ogni tanto gli chiedo qualcosa. –
E mi guardò.
E quello sguardo fu il primo di molti sguardi che ebbi la fortuna di vedere nella mia vita, lo sguardo di una donna che ti dice con gli occhi le cose che non vuole dirti con le parole, lo sguardo che ti fa capire che tu per lei sei diverso, che forse c’è qualcosa dentro di te che a lei piace, e che forse, forse è possibile che quello che tu hai creduto possa diventare vero.
Ma quello era lo sguardo di una ragazzina, e tutto questo sarebbe diventato possibile solo più tardi.
Quel giorno, mentre l’Italia segnava, pareggiava e poi vinceva, era solo lo sguardo della donna che poteva essere e che io vidi per primo.
E forse anche per ultimo.
Si avvicinò, mi diede un bacio sulla guancia, e poi raggiunse gli altri.
Rimasi lì qualche minuto, gli occhi alla televisione, la testa e il cuore in un luogo lontano, prima di tornare in giardino e scoprire che era già andata via.
E rimasi così anche nei giorni successivi, in cui quel leggero contatto di due labbra sulla guancia riaffiorava in continuazione e mi bruciava senza sosta.
Poi la telefonata, gli occhi spalancati, il pianto irrefrenabile, le carezze di mia madre.
E il funerale, gli abbracci con gli amici, il fratello che singhiozzava senza sosta, il caldo micidiale di Roma, e l’Italia che usciva dai mondiali.
Uscii dalla chiesa da solo, non presi per mano gli altri compagni e mi allontanai da mia madre e mio padre, che mi guardavano preoccupati.
Alzai gli occhi al cielo e mi chiesi cosa avessi fatto di tanto cattivo per soffrire così.
Non ebbi risposta ovviamente, e non ce l’ho tutt’ora, se dopo quaranta anni quel bacio mi fa ancora male, e quella domanda ancora la faccio al cielo, in queste notti di giugno in cui Italia ed Haiti ancora combattono per un pallone, e io per diventare grande.

italia haiti

Estate a Roma

Avevo scritto questo racconto breve per un concorso, poi avrei dovuto limarlo per partecipare e invece mi piaceva così.
Ne scriverò un altro.

Avevo giurato che non ci sarei più tornato, e invece eccomi qua.
Guardo la fontana, con gli scalini pieni di ragazzi accaldati dall’afa di una bella giornata di fine giugno e dalla birra, e mi stupisco di dove mi hanno portato le mie gambe.
Ho una busta in una mano e la borsa nell’altra, e ruoto su me stesso aprendo le braccia come una ballerina per guardare questo universo che avevo quasi dimenticato.
Sbircio il Tevere oltre il parapetto, poi mi giro di nuovo e abbasso gli occhi per guardare il selciato e i miei piedi, come per rendermi conto di essere di nuovo qui, davvero.
Chiudo gli occhi, sperando che il buio cancelli l’immagine che si sta formando nella mia mente, ma è inutile, è tutto inutile.
Lei è ancora lì, che ride nel suo vestito verde, seduta sugli scalini di Piazza Trilussa, e io vicino che abbasso la testa e tengo le braccia appoggiate sul marmo, per paura di toccarla, ma sento il suo calore e il suo respiro, e le braccia si irrigidiscono per il desiderio di tenerla stretta, eppure resisto e continuo a parlare, e sono divertente, perché lei ride, mi prende in giro, è contenta di essere qui con me.
Poi le do’ un foglio.
Lei si fa seria, lo apre e comincia a leggere.
Riapro gli occhi, non voglio vedere: anche se questa scena è solo nella mia mente, non voglio vederla. Giro sui tacchi e attraverso la strada di corsa e vado sul ponte.
Mi affaccio e guardo giù.
Quante volte ci ho pensato, quante volte.
Ma sono troppo vigliacco, ho preferito scappare.
Londra, poi Bangkok, poi addirittura l’Australia.
Lontano, il più lontano possibile da Roma, da questa città che amo e che mi ha fatto così male, da questo caldo opprimente e lo smog che mi fa tossire.
Lontano dal dolore lancinante che mi provoca il ricordo, un ricordo che sulle onde dell’oceano è più delicato, una malinconia di sottofondo, mitigato dai corpi di donne alte e muscolose, con capelli biondi e occhi azzurri impossibili.
E così ho resistito per dieci anni e sono riuscito a vivere.
Oggi però no, oggi non vivo, perché sono di nuovo qua, e il dolore è di nuovo una spada arroventata infilata nel costato, e una mano impietosa che la gira in continuazione, non è possibile sopportarlo.
E allora guardo di nuovo giù: ora che anche i miei non ci sono più lasciarsi cadere è un dolce desiderio.
Ma prima voglio vederla di nuovo.
Rialzo la testa, guardo in direzione di Piazza Trilussa e attraverso di nuovo, e come in un film, un brutto film di fantasmi, lei è lì, con il mio foglio in mano, gli occhi che si allargano mentre procede nella lettura, io che abbraccio le mie gambe e metto la testa tra le ginocchia come un adolescente, lei che finalmente finisce e mi guarda stupita, con la bocca aperta, non dice una parola.
Poi con lenta consapevolezza si alza, mi toglie gentilmente le mani dalle ginocchia, chiude la bocca e addolcisce lo sguardo, si siede sulle mie gambe e mi abbraccia senza dire una parola.
E’ la prima volta che la tocco, e non avevo idea. Nessuna idea che quel contatto avrebbe cambiato la mia vita.
Resto fermo così, con le mia mani sulla sua schiena, sento il suo cuore, il suo seno, il suo respiro, e non ho coraggio di dire nulla.
Devo riaprire gli occhi ora, lo devo fare. So che se li terrò chiusi scenderanno delle lacrime e io non voglio piangere.
Ma non riesco, non riesco proprio a riaprirli.
Sento la busta di plastica nella mia mano, e ne percepisco la leggerezza.
Ma so che anche se non pesa nulla mi farà male.
Apro gli occhi e guardo questa busta, e mi odio per questo, mi odio per averle comprato dei fiori.
Lei non amava i fiori e non li voleva, e l’unica cosa che ho saputo fare per lei è comprare dei fiori e venire qua a piangere.
Mi avvio verso il parapetto, guardo in lontananza il Cupolone, e Castel Sant’Angelo.
Penso che è stato bello nascere qua.
Mi hai fatto male, Roma. Ma non te ne voglio, mi hai dato lei, e ti ringrazio per questo, anche se poi me l’hai tolta.
Getto i fiori sul marmo che c’è sotto.
Arrivo, penso, il tempo del dolore finisce qui.

Roma Acqua Alta 2

Photo by rodocarda

Mantova – un racconto

Quando vado in una città che mi piace, penso sempre che sia stata teatro di innumerevoli storie.
E provo a immaginarne una da raccontare anche io.
Questa è una storia d’amore per Mantova.

La donna che attraversa veloce la Piazza lasciandosi alle spalle il Palazzo Ducale da dove i Gonzaga regnavano sul loro feudo, non ha in realtà fretta.
E’ il suo modo di camminare, stretta nel suo cappotto, indispensabile in questa fredda sera di fine marzo: sono passi piccoli e veloci, incuranti dei ciottoli che lastricano la pavimentazione, scivolosi per la pioggia abbondante del primo pomeriggio.
Sta attenda a non incastrare i tacchi ma non ha paura di cadere.
Non ha un ombrello, e anche se la pioggia è cessata qualche goccia ancora si deposita sui capelli crespi e forma delle goccioline che brillano alla luce del tramonto e delle lampade intense che illuminano la piazza.
La attraversa in diagonale, da Piazza Castello e poi si infila nella stretta via con i portici, ma non passa sotto, rimane in mezzo alla strada, non devia, non le importa dell’umidità.
Da’ solo un’occhiata alla piccola piazza Broletto, dove un fast food stride con la sfarzosa antichità dei palazzi circostanti, ma è solo un’occhiata; non rallenta e dopo qualche metro improvvisamente entra in un bar.
Si ferma solo un attimo sulla soglia, come per controllare bene di non sbagliare.
Il Bar Pierrot a quest’ora di pomeriggio è pieno di ragazzi con in mano un aperitivo.
Lei chiede un cappuccino e si siede vicino alla parete, su una sedia alta, appoggiando la tazza ad un piccolo tavolo.
Il barista che la serve sembra non averla riconosciuta, oppure è bravo a fare finta, ma lei per sicurezza non lo guarda negli occhi.
Abbassa lo sguardo sulla tazza, poi lo rialza per guardarsi intorno.
Chissà, forse spera di vederlo comparire vicino a lei.
Come quella volta.
Lo stesso bar, la stessa ora, la stessa folla di giovani con in mano uno spritz e lei, lo stesso cappuccino sulla stessa sedia.
E una voce con il suo stesso accento, straniera tra queste cadenze lombarde con influenze emiliane.
– Lo sa che a Mantova bere il cappuccino a quest’ora è considerato reato? –
Alzò gli occhi, quel giorno, per trovarsi davanti un uomo sorridente, con un accento romano marcato e uno spritz mezzo bevuto.
Lei lo guardò freddamente anche se le faceva piacere sentire la sua parlata, forte ma non greve.
– Vorrà dire che mi cercherò un buon avvocato. – rispose cortesemente ma in modo da troncare il discorso.
– E’ qui per lavoro o in vacanza? – chiese l’uomo insistente.
Il barista – Luigi, come avrebbe imparato bene, lo stesso di stasera – si schiarì rumorosamente la voce e i due si girarono solo per vederlo appoggiare le mani al bancone e inarcare un sopracciglio.
L’uomo con l’accento romano annuì enfaticamente: sembrava un teatrino studiato appositamente per lei.
– Dici che sono stato banale? Bruciato subito tutte le cartucce? – chiese l’uomo con una falsa aria contrita sul volto.
Il barista fece un gesto con la testa, poi disse:
– Embè – un po’ alla romana.
L’uomo si girò verso di lei, che lo guardava sempre con distacco ma ora aveva alzato un sopracciglio e aspettava di vedere come sarebbe andato avanti il teatrino. Era sicura che i sue commedianti lo avessero già provato più volte.
Lui la guardò fissa ma senza traccia di impertinenza, era uno sguardo aperto e intelligente, poi parlò a voce un po’ più alta:
– Luigi – disse al barista continuando a guardare lei – come ne esco? Mi guarda male, e secondo me sta pensando ad una parola che inizia per “v” e finisce per “ulo”. –
Lei si morse le labbra per non ridere; erano due cretini, ma simpatici.
Improvvisamente Luigi si materializzò con uno spritz in mano.
Poi fece finta di parlare all’orecchio dell’uomo, ma ovviamente in modo che lei sentisse.
– E’ il cappuccino. Nessuna donna può essere simpatica se beve un cappuccino alle sei di pomeriggio. Prova con lo spritz. Se continua a ignorarti allora vuol dire che sei tu. –
L’uomo si girò verso il barista, lo guardò indeciso, poi prese lo spritz e disse:
– Rischio? –
Il barista annuì.
– Certo. Tutt’al più verrai a sapere cosa ci sta tra “v” e “ulo” di così importante. –
Lei sorrise e prese lo spritz che l’uomo le porgeva, mentre il barista si dileguava.
La spalla ha finito il suo compito, pensò lei.
– Guido, piacere. – le disse lui porgendo la mano.
Lei esitò un attimo poi gli strinse la mano, enorme rispetto alla sua.
– Sara. Sono qui per un congresso di odontoiatria. –
– Ahi, una dentista. Non ti devo far arrabbiare quindi. Conoscerai un milione di modi per fare male. – sorrise – Io invece lavoro per una multinazionale qua in zona, mi sono trasferito da un po’. In realtà la sede della mia azienda è a una mezz’ora di macchina, ma a me piaceva vivere qui, a Mantova; mi piace questa città, è della misura giusta per me, non caotica come Roma ma neanche un paesotto. Abito proprio qua sopra. –
Non finì la frase che vide lo sguardo di lei indurirsi, allora diventò rosso e cominciò a borbottare.
– No scusa, volevo dire..abito qui…insomma il motivo per cui mi conoscono in questo bar anche se sono di Roma, vengo tutte le mattine per colazione…scusa non volevo intendere… –
Lei sbottò a ridere e la risata piena che fece uscì dal bar, corse per tutta Via Broletto, entrò a Sant’Andrea, risalì il campanile, poi riscese, arrivò fino al Mincio, piegò le canne sulla riva del fiume, increspò le onde, poi corse di nuovo indietro, sollevò la gonna alle ragazze e fece ondeggiare i loro capelli, rientrò nel bar e colpì Guido alla schiena, facendolo sussultare.
Da quel momento lui non fu più lo stesso.
E desiderò di farla ridere per sempre.
– Fino a quando ti fermi? – chiese quasi sottovoce.
Lei fece un gesto vago con la mano.
– Domani è l’ultimo giorno del convegno. Speravo di avere tempo di vedere un po’ Mantova ma sono rimasta segregata in albergo tutto il giorno ieri e oggi. Stasera sono scappata per fare un giro, ma sono stanca, per questo mi sono fermata a prendere un cappuccino. Poi me ne andrò a fare una passeggiata senza meta, tanto per vedere qualcosa. –
Lui annuì, stava pensando a cosa dire, mentre Sara prese un sorso di spritz guardandolo con gli occhi ironici da sotto in su.
– Io sono qui da un po’ di tempo e ho girato la città in lungo e in largo. Se vuoi sarò contento di fare da cicerone ad una concittadina sperduta nella nebbia padana. – aggiunse un sorriso, ma si capiva che era ansioso.
Lei esitò; stava prendendo una decisione, e lui trattenne il respiro.
Dopo qualche secondo disse:
– Non faremo tardi però? Domattina il convegno inizia alle nove, e prima devo comunque fare il check out e prepararmi. –
Lui allargò le braccia.
– Ovvio; e poi guarda, con tutto il rispetto Mantova non è Roma, sarà una bella passeggiata, ma se vuoi a mezzanotte ti riporto a casa come cenerentola. –
Lei inarcò un sopracciglio.
– Facciamo per le dieci, caro principe. –
Lui alzò gli occhi al cielo, fingendo di essere infastidito, e lei rise di nuovo.
Ancora quella risata.
Uscirono mentre fuori pioveva una pioggia sottile e delicata.

Quando la riaccompagnò al bar erano le due di notte.
La breve passeggiata turistica si era trasformata in una notte di parole e sorrisi.
Erano andati a Piazza Castello, e urlato nel silenzio del Palazzo Ducale per poi correre via sul selciato, avevano fatto i buffoni davanti al buffone Rigoletto, poi erano andati a passeggiare sul fiume, e quando il freddo era diventato intollerabile si erano chiusi in un ristorante a chiacchierare e a mangiare.
Poi avevano deciso di camminare un po’ all’aria aperta per snebbiare la mente dal vino e dal cibo e invece si erano ritrovati in un locale in mezzo a centinaia di giovani con un bicchiere in mano, a raccontarsi cose e a ridere senza sosta.
Ancora quella risata.
Alle due, ancora ridendo e parlando ad alta voce in una Mantova ormai deserta, si erano fermati davanti all’insegna spenta del Bar Pierrot.
Improvvisamente calò il silenzio.
Il silenzio pieno di domande e di desiderio che spesso si depone sulle parole delle persone che provano attrazione e che non sanno come dare corpo ai loro pensieri più nascosti.
Fu lei a romperlo, questo silenzio che stava per diventare una coperta troppo spessa e difficile da rimuovere.
– Quando hai detto che abitavi qua sopra, intendevi qua sopra sopra?. –
Lui annuì, senza coraggio di dire troppo.
– Sì. Il portone è questo, al terzo piano. Senza ascensore. –
Non sapeva perché lo aveva detto, ma ormai lo aveva detto.
– Non sono così ubriaca, ce la posso fare. – rispose lei sorridendo.
Lui non disse niente, si limitò ad aprire il portoncino con le chiavi e a farle strada.

La mattina dopo la sveglia suonò alle sette; Sara saltò su dal letto e cominciò a vestirsi in fretta.
Guido alzò la testa ancora insonnolito, la vide, nuda, mentre cominciava a infilarsi i pantaloni e poi gli stivali.
La chiamò.
Lei si girò, sorridente, e lui non poté evitare di guardare il suo seno, prima degli occhi.
Lei lo rimproverò con lo sguardo, poi disse:
– Devo scappare, ci sentiamo dopo? –
Guido saltò improvvisamente in piedi, la abbrancò e quando la ebbe ad un centimetro dalle labbra le disse:
– Non andare. Rimani qui. –
Lei sgranò gli occhi ma non sciolse la presa.
– Ma che dici? Come faccio? Devo andare al convegno e poi tornare a Roma, ho il treno oggi pomeriggio, lo studio… –
– Fottitene del convegno. E lo studio non chiuderà se non scendi oggi. Rimani qui. Con me. Per favore. –
Lei soppesò le sue parole. Batté gli occhi un paio di volte. Poi si allontanò lentamente dal suo abbraccio.
Senza smettere di guardarlo prese il cellulare e attese che dall’altra parte rispondessero.
– Silvia? Sì ciao, sono io, buongiorno. Senti Silvia, volevo dirti che ho avuto un contrattempo, oggi non torno, mi puoi spostare gli appuntamenti di domani per favore? No, non lo so quando torno. – disse queste parole guardando Guido che tremava – Però questa settimana non avevo preso molti impegni. Chiedi per favore al Dott. De Santis se può occuparsene lui, poi lo chiamo e glie lo spiego. No, per favore non mi prendere altri impegni per il momento, ti richiamo dopo e ci mettiamo d’accordo. Sì sì, tutto bene, grazie, solo un piccolo contrattempo che spero di risolvere a breve. Ci sentiamo dopo, va bene? Grazie a te. –
Chiuse la telefonata, mentre il suo “piccolo contrattempo” si era abbandonato sul letto e guardava fuori dalla finestra con un leggero sorriso.
Si può morire di felicità? Pensava Guido in quel momento.
Lei si tolse gli stivali e i pantaloni e si infilò di nuovo sotto le coperte.
Rimasero così a lungo, senza parlare. Non ce n’era bisogno.

Trascorse un mese in cui Sara non tornò a Roma.
Guido andava in ufficio la mattina, lei girava per Mantova oppure prendeva la macchina e andava a vedere le cittadine nei dintorni, ma per lo più faceva lunghe passeggiate sul Mincio.
Aveva comprato un blocco e dei colori e disegnava.
Le era sempre piaciuto, ma non aveva mai avuto tempo, e ora quasi tutti i giorni tornava con dei disegni del fiume, dei palazzi, delle persone.
Guido tutti i giorni li prendeva e li appendeva, e dopo qualche giorno la casa era già una pinacoteca delle opere di Sara.
Roma era lontana, e Mantova una bolla di felicità che nessuno dei due voleva rompere.
Non parlarono molto della loro vita romana, dei loro parenti, amici, si concentrarono sul momento, sulla loro storia.
Guido quando passeggiavano stretti come due ragazzi pensava di non aver mai conosciuto una donna così appassionata.
Lei non rispondeva quando lui le chiedeva “sei felice?” ma si stringeva più forte.
Un pomeriggio, quando le giornate si erano già allungate e il sole tingeva di rosso il Palazzo Ducale, Guido la prese per le spalle, la fissò negli occhi e le disse:
– Sposiamoci. Rimani qui, a vivere con me. Lo studio lo puoi chiudere, o lasciare al tuo collega e aprirne un altro qua. Oppure anche non lavorare e fare tanti figli – scherzò sorridendo – Fai quello che vuoi ma resta qui per sempre. –
Lei non rispose ma disse di sì con la testa e pianse addosso a lui mentre lui la teneva stretta.
Quando la mattina dopo si svegliò, Guido sentì il rumore di Sara in cucina e sorrise: stava preparando la colazione.
Pensò al giorno prima e il sorriso si allargò.
Poi si girò e la vide.
Era vestita di tutto punto e aveva appoggiato le valigie vicino alla porta.
Il cuore di lui cominciò a battere velocemente, poi a fermarsi e poi a battere di nuovo, in un’alternanza che lo faceva ansimare.
Non capiva cosa stesse succedendo, o meglio, capiva cosa, ma non capiva perché.
Si alzò dal letto, mentre lei abbassava lo sguardo a terra e poi lo rialzava.
Nello sguardo di lei Guido vide la fine.
Lei aveva alzato un muro, messo un fossato con i coccodrilli, steso il filo spinato, eretto una torre altissima e là dentro c’era il suo cuore, ormai al riparo.
Solo le donne sanno amare e smettere di amare così repentinamente.
Solo una donna può scegliere e decidere volontariamente e senza esitazioni di andare via.
Guido lo sapeva e lo vide nei suoi occhi, vide i muri che aveva alzato, e vide che non aveva speranze.
Ma lo chiese lo stesso, perché era disperato, e quando un uomo è disperato chiede le cose più inutili.
Perché farsi male è l’unico modo per capire veramente.
– Perché Sara? Ieri ti ho chiesto di sposarmi e hai detto sì. Perché te ne vai oggi? Perché non resti e proviamo a parlarne? Ti fa paura il matrimonio? Non vuoi chiudere lo studio? Vuoi che mi licenzi io e trovi un lavoro a Roma? Chiedimi qualsiasi cosa, Sara, ma non te ne andare. –
Sara ricorda bene lo sguardo disperato di Guido, non lo ha dimenticato.
E ricorda cosa gli ha dovuto rispondere. Perché non poteva non rispondere.
– Io vorrei sposarti, Guido. Vorrei rimanere qui e vivere la mia vita con te. Ma lo sono già, sposata. Il mio collega di studio è anche mio marito. E lui…lui non mi ha fatto niente, non mi ha tradito, non mi ha chiesto nulla. Sta soffrendo in silenzio; ogni tanto ci sentiamo, ha capito tutto, sta male senza dire nulla. Ieri, quando mi hai chiesto di sposarti, mi sono ricordata di quando me lo ha chiesto lui, e di quanto fossi felice. E lui mi ha dato tutto. Io amo te, ma lui merita un’altra possibilità. La merita e io voglio dargliela. Mantova rimarrà una parentesi di felicità assoluta, purissima, che non dimenticherò mai. Ma ora vado via. E non tornerò, Guido, non me lo chiedere per favore, non me lo chiedere. –
Lui non glie lo aveva chiesto, e lei non era più tornata.
Fino ad oggi, fino al momento in cui ha chiesto di nuovo un cappuccino al Bar Pierrot.
Una lacrima scende lenta sulla sua guancia destra, non la ferma, non le da’ fastidio. Niente può darle fastidio.
Improvvisamente sente la presenza vicino e si gira.
Luigi si è seduto vicino a lei, abbandonando per un momento gli avventori a se stessi.
– E’ domani vero? – chiede sapendo già la risposta.
Lei annuisce.
– Ti avevo riconosciuto, non solo perché sei venuta qua tutte le mattine per un mese, ma perché lui ha parlato di te tutti i giorni, per cinque anni. –
– Tu lo sapevi? – gli chiede.
L’uomo ci pensa, poi risponde.
– Lo avevo capito. Qualche mese fa lo avevo visto dimagrito e lo avevo preso in giro. Poi dopo qualche settimana era…emaciato. Stanco. Non c’era bisogno di spiegazioni. Gli ho chiesto: “Vuoi che chiami Sara?”. Lui mi ha detto: “No. Non voglio che la chiami, non per vedermi stare male. Se non è venuta finora vuol dire che la sua vita va bene così com’è. Verrà quando sarà il momento.” Ed eccoti qua. –
Tenta un sorriso, Luigi il barista, che non ha nessun effetto, perché è un sorriso pieno di dolore e perché lei piange a dirotto.
Sara finalmente si asciuga le lacrime, quando ritiene di averle finite tutte, poi chiede:
– Come sarà il tempo domani? –
Luigi alza le spalle.
– Come vuoi che sia? Siamo a marzo, a Mantova. Farà freddo, forse pioverà. Però davanti al Palazzo ci sarà un mercatino. Starà lì tutto il giorno, e come tutte le domeniche lanceranno dei palloncini colorati. Per spezzare il grigiore. A lui piacevano. –
E va via senza aggiungere altro, non vuole piangere davanti a lei e ha dei clienti da servire.
Lei annuisce da sola.
Lo sa benissimo, lo sa che gli piacevano quei palloncini davanti ai merli del palazzo. Lo sa bene.
Si alza, esce senza salutare, tanto si vedranno domani.

Mantova Palloncini

Photo by rodocarda

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

Stazione

Un bel dì vedremo…

Il Giappone mi ha ispirato, ma il Giappone rivisitato da un grande italiano.
Come omaggio alla Butterfly, un breve racconto.

Come tutti i giorni Hideko indossò il suo kimono color pesca, regalo di sua madre appartenuto si dice alla sua bisnonna, si raccolse i capelli lunghissimi e neri in una crocchia che tenne su con un bastoncino di osso, e fece il giro della casa per sistemare tutto affinché fosse perfettamente in ordine.
Non si occupava delle pulizie, c’era una vecchia signora che lo faceva da tempo immemorabile, ma a lei piaceva dare l’acqua alle piantine che ornavano i davanzali, sistemare i cuscini in un ordine che solo lei conosceva, cambiare le tazze per il tè all’ingresso.
Erano piccoli gesti, ripetuti ogni giorno, che la facevano stare bene.
Non appena ebbe finito guardò soddisfatta la casa immacolata, e si diresse verso il tatami nel soggiorno, dove intendeva riposare mentre guardava gli alberi in fiore attraverso la grande finestra.
Il tappeto occupava quasi tutta la stanza, disposta secondo antiche regole, con una grande finestra su una parete, la porta per il resto della casa dalla parte opposta, e tra le due pareti una porta finestra da dove si accedeva, attraverso una veranda, alla casa.
Hideko percepì il movimento prima con il corpo e solo dopo con gli occhi, quando si voltò e vide l’uomo che occupava con la sua mole massiccia tutto lo spazio della porta.
Senza dire una parola Hideko si alzò, gli aprì, gli tolse le scarpe e lo fece accomodare sul tatami, inginocchiato nella maniera che i bambini giapponesi apprendono fin da piccoli ma che gli occidentali faticano a fare loro.
Hideko andò in cucina, e ne tornò con una pietra rovente, su cui era appoggiata la teiera, e un asciugamano.
Posò la pietra e prese l’asciugamano, con cui iniziò lentamente a tergere la pelle stanca dell’uomo.
Un profumo delicato di rose si sparse per la sala.
L’uomo continuava a guardarla, i due non si erano detti neanche una parola.
Quando Hideko ritenne che il tè fosse pronto ne versò una tazza e la offrì all’uomo tenendola con due mani, chinando leggermente la testa in segno di devozione e rispetto, e si inginocchiò davanti a lui.
Mentre l’uomo beveva guardandola da sotto in su Hideko gli sorrideva delicatamente, un sorriso che lui adorava e non aveva mai dimenticato.
Infine fu lui a parlare per primo:
– Tu sai perché sono andato via, vero? –
Lei non smise di sorridere.
– Non ti ho aspettato quindici anni per parlare del passato, e neanche del futuro. Voglio il presente, quello che puoi darmi ora, e non voglio sapere altro.-
Mentre parlava si sciolse i capelli, e con un gesto rapido e leggero si tolse il kimono e rimase nuda davanti a lui.
Il corpo snello e nervoso di ragazza che lui ricordava non c’era più, ma al suo posto c’era una bellissima donna, morbida, e sensuale, con la pelle liscia e tesa.
Lei lo aiutò a spogliarsi, e mentre lui rimaneva, un po’ imbarazzato, seduto sul tatami, lei gli scivolò sopra e lo abbracciò dolcemente.
Quasi non si mossero, due amanti immobili in una casa di legno, finché lei non rovesciò gli occhi e non emise un piccolo gemito.
Lui si rivestì rapidamente.
– Non ero venuto per questo – disse – o meglio, un po’ ci speravo. Ma sono qua per lavoro, parto tra poco e volevo salutarti…e dirti…che mi dispiace, che ti penso, ma che ho fatto una scelta e non mi sono pentito. Non credevo che tu…insomma…dopo tutti questi anni…-
Lei gli silenziò le labbra con un bacio, poi si infilò nuovamente il kimono, sistemò la crocchia e gli aprì la porta.
L’uomo la guardò, poi scomparve furtivamente, come un ladro sorpreso nella notte.
Lei rimase qualche secondo appoggiata allo stipite a guardarlo andare via, poi si voltò e si diresse verso l’interno della casa, verso una stanza dove custodiva da tempo il “tantoh” di suo padre.

Butterfly

L’attesa

In un racconto precedente, “La Lettera“, ho raccontato la storia di Giulio e Anna, una storia malinconica e con un finale difficile e struggente.
Ma sapete, a volte quando si trova una bella storia ci si affeziona, e non si vuole lasciarla andare.
E allora ho pensato: ma sarà andata veramente così?
Chissà.

Nel quartiere lo conoscevano tutti.
D’altronde era difficile non conoscere un vecchio che tutti i giorni da trenta anni passa le ore di pranzo su una panchina, la stessa panchina, nello stesso parco, seduto nella stessa posizione.
Una volta era un medico e aveva poco tempo, ma trovava sempre una mezz’ora per sedere sulla panchina, a occhi semichiusi per difendersi dal sole, sbirciando ogni tanto l’ingresso del parco.
Dato che abitava in zona non mancava l’appuntamento con la panchina neanche nei fine settimana.
Gli unici giorni in cui non si faceva vedere erano quelli dedicati alle rare, brevi vacanze. Mai più di una settimana di seguito, e quando tornava sembrava ansioso di riprendere il suo posto su quella panchina.
Poi da quando era andato in pensione non aveva saltato un giorno, tranne quando era stato ricoverato per una banale colica renale.
Ma il vecchio, così ormai lo chiamavano tutti, godeva di una salute di ferro e negli ultimi cinque anni era arrivato puntuale, alle ore di pranzo, ed era rimasto seduto per un paio d’ore almeno, tutti i santi giorni.
Se c’era troppo sole si copriva con un cappelletto da pescatore e indossava degli occhiali da sole graduati; se pioveva aveva un giaccone impermeabile nel quale si rannicchiava e un ombrello arancione.
Se pioveva veramente forte lasciava a malincuore la panchina e si riparava sotto una tettoia del parco giochi, ma senza mai perdere di vista l’ingresso del parco.
Era sempre lì, il vecchio.
D’altronde non aveva figli o nipoti, forse, si diceva, una sorella chissà dove; i genitori erano morti da tempo immemorabile e quindi non aveva motivi per allontanarsi da quella panchina.
Non che fosse chiaro cosa ci facesse, perché i pochi che avevano osato fargli delle domande si erano beccati delle occhiatacce che li aveva fatti desistere dal continuare.
Di una cosa erano sicuri: il vecchio era chiaramente in attesa.
Di chi, o di che cosa, questo non si sapeva, e dopo trenta anni era diventato un argomento molto frequentato, nel quartiere.
Il vecchio che aspettava sulla panchina era una storia troppo bella da non raccontare, e via con le ipotesi più incredibili: quasi tutte riguardavano una donna perduta, ma c’era chi parlava di un figlio che lo aveva disconosciuto, di un cane che era fuggito (che se fosse stato vero sarebbe morto da un pezzo, ma al quartiere piacevano le storie impossibili), addirittura di una crisi mistica.
Fatto sta che nessuno ne sapeva veramente niente.
Fuori da quella panchina in verità il vecchio era una persona piacevole: salutava tutti cordialmente, sorrideva, aveva degli amici con cui si vedeva, e qualche volta lo avevano anche pizzicato, quando era più giovane, con una donna sotto braccio.
Ma su quella panchina era lui e lui solo.
Non c’era nessun altro e non voleva nessun altro.
Di solito sedeva in punta, con le mani appoggiate come se stesse per darsi una spinta per alzarsi.
Qualche volta teneva in mano dei fogli di carta, che estraeva da una busta gialla scolorita.
Una lettera, forse.
Raramente aveva con sé qualcosa da mangiare o da bere.
Negli ultimi tempi aveva accettato di scambiare due parole con una ragazza che alle ore di pranzo portava il cane nel parco.
Molti nel quartiere l’avevano poi fermata per sapere se lui le avesse raccontato qualcosa, ma lei assicurò che parlavano del più e del meno, del tempo, del cane, e insomma niente che potesse far capire cosa stesse facendo su quella panchina.
I giorni, i mesi, gli anni passavano, e il vecchio diventava sempre più vecchio, ma ogni giorno sedeva sulla sua panchina, le mani appoggiate, la schiena eretta e lo sguardo indagatore.
Gli anni passavano, bambini diventavano ragazzi, poi uomini e donne, generavano altri bambini, ma il vecchio rimaneva sulla sua panchina.
Fino a quel giorno.
Dovete sapere che quello che segue fu raccontato dal barbiere, che era presente all’evento. Ma il barbiere era vecchio anche lui, forse addirittura più vecchio del vecchio.
Fu forse per questo motivo che molti non gli credettero, o pensarono che avesse abbellito la storia per far scendere qualche lacrima, ma lui insistette, si stizzì, e alla fine tutti dovettero prendere per buona la sua storia.
Fatto sta che il vecchio da un giorno all’altro scomparve.
Dopo trenta e passa anni, non venne più sulla sua panchina al parco.
Qualcuno che conosceva il suo indirizzo provò a suonare al citofono, ma non ebbe risposta.
La portinaia si infastidì del viavai di curiosi, e disse senza mezzi termini che il vecchio non si era più visto, che dopo un paio di giorni si era presentata una ditta di traslochi con le chiavi e una regolare autorizzazione, e aveva portato via tutto.
Il giorno dopo ancora un cartello “vendesi” era comparso con i riferimenti dell’agenzia, e siccome il prezzo richiesto era molto competitivo in un paio di settimane la casa fu venduta.
Del vecchio non si seppe più nulla, così che il quartiere ebbe ancora una storia da continuare a raccontare molti anni dopo che il vecchio era scomparso e presumibilmente morto, anche se godeva di buona salute.
Ma cosa raccontò il barbiere?
Era dicembre, uno degli ultimi giorni dell’anno, e il freddo secco di una soleggiata giornata invernale entrava nelle ossa e le sbriciolava senza pietà.
Il vecchio era seduto sulla sua panchina, le mani sul marmo, una giacca imbottita ben chiusa, e una sciarpa a proteggere il collo.
Sulla testa un berretto di lana calcato fin sopra gli occhiali.
Il barbiere lo vide bene, dice lui, perché lo salutò con la mano e ne ebbe un breve cenno della testa.
Sapete, il barbiere era testardo, tignoso, era uno di quelli che non si rassegnava alla solitudine di quell’uomo, e ogni tanto provava ad attaccare bottone anche se veniva sempre respinto da una delle occhiatacce del vecchio.
Anche quel freddo giorno di dicembre decise di tentare un approccio, ma non riuscì neanche ad arrivare alla panchina perché il vecchio si alzò di scatto e anche lui si bloccò per guardare cosa stesse succedendo.
Il vecchio si mise in piedi con una rapidità ed un vigore che probabilmente non pensava neanche di avere, occhi e bocca spalancati verso l’ingresso del parco.
Lì, tra le colonne di granito che sorreggevano le siepi, appena varcata la soglia che faceva da limite tra l’asfalto e la ghiaia, una donna avanzava lentamente.
Avrà avuto sessanta anni, forse qualcuno di più, ma ancora una bella donna, con i capelli sale e pepe lunghi, raccolti da un lato e fermati da un legacapelli dorato.
Gli occhi erano intensi, segnati da un trucco che sembrava permanente per quanto era scuro, e sulla fronte un segno colorato.
Era vestita in modo semplice, un paio di jeans infilati dentro stivali marroni, un cappotto blu aperto su una maglia molto chiara.
Al collo una pashmina turchese su cui erano appoggiati, sorretti da una cordicella nera, degli occhiali da vista.
La donna camminò verso il vecchio, lentamente, e ad ogni passo sul suo viso le rughe andavano via, una ad una, man mano che il sorriso si impadroniva di lei.
Poi le rughe tornarono, rughe profonde ai lati della bocca, e sotto gli occhi, ma erano rughe di felicità.
Il vecchio invece non cambiò espressione: rimase con gli occhi spalancati e la bocca aperta, finché lei non gli fu ad un metro.
Solo quando lei arrivò quasi a toccarlo lui finalmente si rilassò, la bocca si richiuse, gli occhi si addolcirono, una lacrima scivolò dall’angolo dell’occhio sinistro.
Solo il sinistro, perché là c’erano il cuore e lo stomaco, ed era la parte sinistra del suo corpo che aspettava questo momento da più di trenta anni.
– Sei tornata… – ebbe la forza di dire il vecchio – Io…ho aspettato qui…come ti avevo promesso… –
Lei annuì, senza avere il coraggio di togliere le mani dal cappotto.
– Ognuno fa le promesse che deve, Giulio, e cerca di mantenerle. Io avevo fatto le mie, e ho cercato di rispettarle. Tu hai fatto le tue, e sei ancora qua. E’ arrivato il momento di scioglierle. –
– Lui dov’è? – chiese il vecchio, impaurito da una presenza che aveva condizionato la sua stessa esistenza.
Lei fece un gesto vago con una mano, come per dire “lassù”.
– Non c’è più. Da un po’. Non sarei tornata, sai, perché non credevo di trovarti. Ma quando ho fatto qualche telefonata per avvisare, mi hanno detto di te. –
Finalmente tolse una mano dalla tasca e fece una lieve carezza sulla guancia del vecchio che adesso piangeva senza ritegno.
– Io…non avevo idea Giulio…non pensavo che tu…fossi capace di questo. Anche io ti ho pensato, tutti i giorni, tutti i giorni della mia vita ho rivissuto quelle due settimane, minuto per minuto, secondo per secondo, e tutti i giorni mi sono chiesta se avevo fatto bene e se facevo bene. –
– Non c’è stato più niente dopo di te, Anna. Niente. Niente per cui valesse la pena vivere, o morire. Niente che mi facesse male allo stomaco, in alto a sinistra. Niente che occupasse lo spazio nel petto e che mi facesse mancare il respiro. Ho atteso perché la speranza è stata l’unica cosa che mi ha mantenuto in vita. –
Lei non piangeva, le lacrime le aveva consumate tutte in lunghi, forse inutili anni di lontananza, vicino ad un uomo che adorava ma non amava, e lontana da questo uomo diventato un vecchio, che aveva amato in maniera assoluta.
Tese la mano.
– Ce l’hai con te? – chiese.
Lui annuì. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Mise una mano nella tasca del giaccone, e con le dita tremanti le porse una busta gialla, corrosa dal tempo, da cui spuntavano dei fogli una volta bianchi, anch’essi ingialliti dal sole e consumati dalle dita del vecchio.
Era la lettera con cui lei gli aveva detto addio.
La lettera che era rimasta per più di trenta, infiniti anni, l’unico legame tra di loro, e che portava le ultime parole che lei gli aveva detto.
La donna prese la busta, la guardò a lungo, sospirò, estrasse la lettera, e infine, guardandolo negli occhi, la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Poi prese il vecchio sottobraccio e gli disse:
– Vieni. Andiamo via. –

panchina

La lettera

Quando uscì per andare a pranzo accese finalmente il cellulare.
Aveva avuto dieci pazienti, quella mattina, ed era sfinito.
Non aveva avuto neanche il tempo di chiamare Anna, né di leggere i messaggi.
Al pensiero di lei un sorriso gli partì dagli occhi e si irradiò lungo il viso, mentre accendeva il telefono.
Ripensò alla sera prima, quando lei era rimasta per la prima volta a dormire da lui.
Era una promessa, pensò, una promessa di un futuro insieme.
La conosceva da poco, neanche due settimane, aveva accompagnato una sua amica per una visita ed era stato come se un tir gli fosse improvvisamente venuto addosso, e per quanto poteva saperne, anche per lei era stato lo stesso.
Erano finiti a letto alla prima occasione, e poi ancora e ancora, ma lei era restia a farsi coinvolgere.
Si eclissava per giorni interi, poi tornava, facevano l’amore, oppure andavano a fare lunghe passeggiate in un prato, andavano a cena insieme e poi lei scompariva.
Aveva paura, concluse lui, paura di questa relazione, con un uomo divorziato, così diverso da lei, un medico e una bibliotecaria, che accoppiata.
E invece ieri sera, per la prima volta, era rimasta a dormire da lui.
La mattina si era alzato, l’aveva lasciata dormire, poi era arrivato a studio e non aveva avuto più tempo di chiamarla.
Però aveva pensato a lei tutto il tempo e ora poteva finalmente sentirla.
Mentre varcava il portone la portinaia gli venne incontro.
– C’è una lettera per lei –
Altri soldi, pensò sconsolato, poi la guardò bene: era una busta color giallo chiarissimo e sopra c’era scritto solo “Giulio”.
Lui la fissò a lungo poi alzò lo sguardo verso la portinaia.
– Da dove viene? – chiese secco.
La donna si intimidì un po’.
– L’ha portata stamattina presto una ragazza, pregandomi di non disturbarla e di dargliela quando sarebbe uscito a pranzo –
– Com’era fatta? – chiese lui incalzante, quasi urlando.
– Alta, snella, capelli raccolti in una coda… –
Sentì le gambe che gli cedevano: aveva riconosciuto la calligrafia, ma aveva sperato di sbagliarsi.
Andò al parco, quasi barcollando, scelse una panchina assolata per difendersi dal freddo dell’inverno, e si sedette, testa tra le mani.
Una lettera.
Di Anna.
Se fosse stata una cosa bella non l’avrebbe mandata.
Anzi.
Non l’avrebbe scritta.
Guardò nuovamente il cellulare: nessun messaggio.
Provò a chiamarla: staccato.
Cominciò a respirare affannosamente ma l’aria si rifiutava di entrare nei polmoni, mentre il cuore gli batteva direttamente sotto il mento.
Con le mani tremanti prese la busta, l’aprì lentamente, e ne estrasse qualche foglio pieno della sua calligrafia irregolare, storta, una scrittura di carattere, come lei.
Iniziò a leggere.
“Caro Giulio,
quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Sarò in volo per Delhi, dove poi cambierò aereo per raggiungere il Laos.
Non tornerò, vado a vivere là.
Vedi…non ti ho detto tutto di me, e anche se mi sento il cuore stretto in una morsa per il senso di colpa, l’ho fatto per te, e per me.
Per vivere il più felicemente possibile questi pochi giorni che il destino ci ha riservato.
Io ti amo.
Ti amo più di quanto non abbia mai amato nessuno in vita mia, e in un altro momento, in un altro universo, sarei rimasta in quel letto ad aspettarti.
Ma non posso. Semplicemente, non posso farlo.
C’è un’altra persona. C’è da prima di te. E ci sarà dopo di te.
E’ un insegnante.
Il suo mestiere è di costruire scuole e mettere insieme strutture per consentire ai bambini di crescere istruiti.
Lavora per un’agenzia ONU, ed è sempre in giro.
Due anni fa ha accettato un posto permanente e lo hanno mandato nel Laos.
E’ un paese bellissimo sai, ma difficile, e lui sta lavorando come un pazzo, quasi completamente da solo.
Il primo anno è riuscito a tornare per qualche giorno, poi non ce l’ha fatta più.
Non lo vedo da un anno ma prima di partire gli ho fatto due promesse.
Glie le ho fatte io, non me lo ha chiesto lui, non lo farebbe mai.
Gli ho promesso che non lo avrei tradito, e che non appena lui si fosse stabilizzato lo avrei raggiunto.
Come sai, la prima promessa non l’ho mantenuta. Ho conosciuto te, non so come sia stato possibile, ma è un fatto che io mi sia innamorata di te.
Ma gli voglio bene, Giulio, è un uomo magnifico, una persona eccezionale, adorabile, è la persona più incredibilmente appassionata del suo lavoro che si possa immaginare.
E ha bisogno di me; lui ha bisogno di me per sopravvivere in quel posto ancora per altri due anni.
Io glie lo devo, e quindi, anche se ti amo disperatamente, in questo momento sono su un volo per Delhi.
Lui è andato a Ginevra per una conferenza, e stamattina è arrivato a Fiumicino, io sono andata a prenderlo e siamo ripartiti subito insieme.
Tra due settimane ci sposeremo con un rito locale che pare sia molto bello: la sposa veste completamente di rosso e viene portata dallo sposo in una barca su un fiume, mentre tutti gli invitati ai lati del fiume gettano petali sulla sposa, e riso sullo sposo.
Sarà molto suggestivo.
Poi rimarremo lì almeno altri due anni, e dopo andremo insieme nella sua prossima destinazione.
Giulio…non so neanche come dirti quanto mi dispiace, quanto male mi fa separarmi da te, ma noi non ci vedremo più.
Sono state due settimane meravigliose, le più belle della mia vita e non le dimenticherò mai.
Abbi cura di te.
Tua
Anna”
L’uomo rimase immobile, gli occhi che dopo aver letto l’ultima sillaba si rifiutavano di chiudersi e di mettere a fuoco qualsiasi cosa.
Il vento pungente lo faceva lacrimare, ma lo aiutava a mascherare altre lacrime che scendevano lente e inesorabili verso i fogli tenuti stretti da entrambe le mani.
Chiuse infine gli occhi e si lasciò andare al dolore pazzesco che provava, singhiozzando senza ritegno; un uomo adulto sulla panchina di un parco pubblico che piange come un bambino.
Rimase in questa posizione per minuti interi; dieci, quindici forse più.
Poi, sfinito dal pianto e infreddolito, si decise ad aprire gli occhi e a puntare le mani per alzarsi: e la vide.
Stava entrando nel parco, le mani nelle tasche del cappotto, i capelli raccolti e uno sguardo malinconico sul viso.
Vide la lettera in mano a lui e trasalì.
Si avvicinò allora più lentamente.
– L’hai già letta – chiese lei.
L’uomo annuì in silenzio, senza staccarle gli occhi di dosso.
– Non sono riuscita a tornare in tempo – disse lei a occhi bassi.
– Che è successo? – chiese lui delicatamente, per paura che questo fosse un sogno e che qualsiasi rumore potesse risvegliarlo.
– Lui mi è venuto incontro, ci siamo abbracciati, siamo andati insieme verso il gate. Poi si è girato di colpo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Chi è lui?”. Lo ha letto nei miei occhi, Giulio, ha letto che il mio cuore era qua con te. Ho provato a farfugliare qualcosa, ma lui mi ha messo un dito delicatamente sulle labbra e ha detto “Nel paese dove vivo ora gli uomini non cercano di cambiare quello che gli dei hanno deciso. Non porta bene. E io vedo nei tuoi occhi che c’è una persona nel tuo destino e non sono io. Va’ da lui. Non porterò rancore. L’amore non è mai sbagliato, l’amore è sempre giusto Anna. Sempre. Vai da lui e sii felice.” Poi se ne è andato via. E io sono qua –
Lui annuì di nuovo, ma intanto le aveva delicatamente preso una mano.
Si guardarono per un po’, entrambi increduli.
Un brivido di freddo corse sulla schiena di lei, lui la cinse con un braccio e le chiese:
– Rientriamo? –
Lei sorrise e annuì; poi allungò una mano, gli prese la lettera dalla sua e la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Solo allora si avviarono per rientrare a casa.

man writing a contract

La gita

Come sempre sono una delle prime ad arrivare. I miei non dormono tanto, mi svegliano sempre presto per fare colazione insieme, e quanto gli piace accompagnarmi, a tutti e due.
Preferirei che mi lasciassero all’angolo, sono l’unica che in terza media deve sopportare entrambi i genitori che la sbaciucchiano fuori scuola, ma non ci sentono.
Se non altro oggi che c’è la gita ci sono altri genitori e non mi devo vergognare.
E comunque arrivare presto ha i suoi vantaggi, mi posso scegliere il posto che preferisco sul pullman, in fondo, vicino al finestrino.
Evito di dover stare tutto il tempo a sentire le mie compagne di classe che parlano solo di vestiti, ragazzi, e cantanti melensi.
Vabbè, pure io parlo delle stesse cose, ma non SEMPRE.
Eccole, infatti. Sempre insieme. Le tre bionde.
Vestite uguali, sempre a braccetto, sempre pettinate bene.
Con me sono simpatiche ci mancherebbe: vedi Lilli che mi saluta con la manina, Valeria mi sorride e pure Chicca, nonostante abbiamo litigato per quel compito che non le ho passato, mi saluta.
Valeria viene verso di me, mi fa una linguaccia e mi chiede “che fai qui da sola?”.
Ogni volta è così e ogni volta ho la tentazione di stare con loro, ma poi rinuncio.
E quindi trovo una scusa: davanti mi sento male, poi voglio riposare che ieri sono tornata a casa tardi dopo gli allenamenti, insomma lei mi dice ci vediamo dopo e torna dalle altre, e dopo due secondi non esisto più per loro.
Meglio così.
Guardo fuori cercando di estraniarmi, ma non c’è speranza, mio padre e mia madre sono là e mi salutano.
Faccio un mezzo sorriso, quando sono di questo umore la loro allegria non mi aiuta.
Poi, al solito, la madre di Lilli fa la scema con mio padre. Bionda lei e bionda la figlia.
Ovviamente lui è un maschio, quindi cretino, e non riesce a non darle corda, e mia madre schiuma.
Un paio di volte hanno anche litigato, ma stavolta pare che vada tutto bene, mia madre sorride, anche se si vede che l’ammazzerebbe volentieri. Alla madre di Lilli, ma anche a papà, quando fa così.
Poi arrivano altri genitori, e purtroppo anche un paio di papà delle mie compagne di atletica, e figurati se non si mettono a parlare degli allenamenti, delle gare, a mimare la rincorsa del salto in alto.
Per fortuna non li posso sentire, mi basta vederli.
Ecco arrivano i maschi.
Sempre per ultimi, sempre sudati, anche alle otto di mattina.
Ma perché sudano così tanto?
C’è Giovanni, in particolare, che ha le ascelle che puzzano in maniera terribile, e quando mi capita come vicino di banco mi fa stare male, un giorno ho anche vomitato al bagno.
Ma pure gli altri, non sono da meno.
Non li sopporto, quasi nessuno.
Tranne Manuel.
Lui non puzza, forse perché gli interessa poco il pallone.
Manuel mi piace, ma piace anche alle bionde, e infatti ecco là, come è salito lo hanno subito accalappiato.
Manuel di qua, Manuel di là, che sceme.
Finalmente si parte, tutti si siedono, non devo più vedere questa scena patetica di quelle tre cretine che si squagliano per uno che secondo me neanche se le fila.
Però sta sempre là con loro, figurati.
L’ho detto anche a mio padre, quando abbiamo litigato ieri, che ai maschi quelle come me non interessano.
Lui mi ha detto che non capisco niente, però guarda un po’ dove sta lui? in mezzo alle bionde.
Anche Manuel, così come tutti gli altri maschi puzzolenti, preferisce stare con quelle tre.
Mio padre ha detto che io sono bellissima, e che siccome sono anche intelligente il futuro è mio.
Eh, ma intanto?
A nessuno interessa una con le gambe lunghe un chilometro, con i capelli neri, gli occhi neri, la pelle scura e senza tette.
Mia madre si è arrabbiata, mi ha detto che non vuole sentire queste parole, però poi ha detto “sei piccola, il seno ti crescerà”.
Io ho guardato il suo, e lei, che è piatta come un ferro da stiro, è diventata rossa.
“se non ti sono cresciute a te, sarà difficile che crescano a me” è stata la mia risposta. Logico no!?
Mio padre ha detto che è normale che io non mi veda bella, ma che il fatto che io non mi ci veda non vuol dire che io non lo sia.
Sarà.
Intanto però che il pullman fa manovra mi giro per l’ultima volta a vedere se i miei ci stanno e mi accorgo di mio padre che si è voltato verso il muro.
Tanto lo so che piange.
Ogni volta gli spunta la lacrimuccia, che palle.
Non sono più una bambina, e ancora si commuove quando parto.
Penso di mettermi le cuffie, almeno sento un po’ di musica.
Non riesco neanche ad accendere l’Ipad, perché Lilli si avvicina. “come ti sei vestita?” mi chiede, lei che ha gonna microscopica e parigine.
“mio padre ha detto che le parigine le posso mettere solo una volta l’anno, ad Halloween, e comunque là fa freddo” ribatto.
“ehhhh freddo, ma bisogna anche vestirsi da donne” dice lei con un occhiolino, e poi torna al suo posto, hai visto mai qualcuna le rubasse Manuel.
Io non dico niente, poi mi accorgo che mi è arrivato un messaggio.
Sono i miei, mi hanno mandato una foto, sono al bar a prendere un caffè e ridono e fanno ciao con la mano.
Scrivo “deficienti”. Poi ci metto un cuoricino, non vorrei si offendessero.
Loro mi mandano un’altra foto, peggio di prima, ora ridono, si abbracciano, e si sbaciucchiano.
“bleah, deficienti” scrivo, stavolta senza cuoricino.
Il messaggio successivo è solo di mio padre.
“Ti voglio bene Giulia. Ma tanto.”
Vorrei scrivere “anche io, deficiente”, ma mi viene solo un “ok”.
Finalmente mi riesco a mettere le cuffie, e a chiudere gli occhi.
Sento un po’ di “robaccia”, come la chiama mio padre, ma ho portato anche i Beatles.
Passano pochi minuti e mi sento toccare un braccio.
E’ Manuel.
Tolgo le cuffie e lo guardo in tono interrogativo.
“che fai?” mi chiede.
“musica” dico io.
“posso mettermi qua, il posto è vuoto”
“beh certo, se è vuoto”
“mi fai sentire quello che stavi sentendo?”
“prendi le cuffie” dico.
Sono stupita, è forse la conversazione più lunga che abbiamo avuto in tre anni di medie.
Sta due minuti, canticchia, poi me le ridà.
“grazie” dice.
“e di che? ciao”
“perché ciao?”
“beh non stai là davanti?” dico
“E che ti dispiace se rimango qua?”
“figurati, fai come ti pare” è la mia risposta scorbutica.
Poi mi metto la cuffia, alzo la musica a palla, e mi giro verso il finestrino per guardare l’autostrada che corre.
Però un sorrisetto ci scappa, e un pensiero: “sta a vedere che mio padre aveva ragione”

pullman

Tre fratelli – Un giallo del Maresciallo Graziosi

Racconto lungo


Il brutto di vivere in una città come Roma, stava riflettendo tra sé il Maresciallo Graziosi mentre saliva in macchina per andare verso la caserma, era la quantità di omicidi che ogni anno venivano commessi.
Non necessariamente legati alla criminalità organizzata, e spesso neanche alla criminalità spicciola: sembrava invece che il solo fatto di vivere gli uni a contatto con gli altri autorizzasse milioni di abitanti a risolvere in maniera spiccia le loro diatribe.
E la cosa peggiore per un Carabiniere a Roma era di essere bravo a risolvere gli omicidi.
Lentamente, ma inesorabilmente, gli omicidi più eclatanti ti arrivavano tutti addosso, vuoi perché commessi nella tua zona, vuoi perché gli altri colleghi o il Comando si rivolgevano a te disperati quando non sapevano più dove sbattere la testa.
E Graziosi era il più bravo di tutti. Da molto tempo.
Per questo motivo ora si trovava in macchina su Via Nomentana, diretto verso la caserma, invece di essere al mare, o in campagna, o a correre a Villa Ada, o in qualsiasi altro posto dove avrebbe voluto essere di domenica.
Invece quella mattina la sveglia era stata lo squillo insistente del cellulare, e la voce di Di Capua dall’altra parte.
Era bastato un – Buongiorno Marescià – e lui subito aveva risposto: – Arrivo – 
Di Capua non l’avrebbe mai chiamato fuori servizio, a quell’ora, se non fosse stato urgente e importante.
Parcheggiò la macchina nel posto riservato, si guardò allo specchietto controllando che la barba lunga non lo facesse sembrare sporco, ed uscì dirigendosi a passo spedito verso il suo ufficio.
Di Capua era lì, ma oltre al suo vice c’era anche il Comandante della Legione di Roma, e Ziliani, il Carabiniere più incompetente e presuntuoso che l’Arma avesse generato in duecento anni di storia.
Graziosi lanciò uno sguardo di fuoco a Di Capua per non averlo avvertito, questi si strinse nelle spalle come per segnalare che non ci poteva fare nulla.
Graziosi strinse le mani a tutti, prese un caffè che gli porgeva il suo vice e attese.
– Graziosi, la ringrazio di essere venuto – esordì il Comandante. Come se avesse potuto fare altro.
– Il qui presente Maresciallo Ziliani, che come ben sa dirige il distaccamento di Piazzale Clodio, ha richiesto il suo coinvolgimento in un’indagine che si presenta complicata e delicata, e dato che questa richiesta è abbastanza irrituale, ho preferito essere presente personalmente per essere sicuro che lei apprezzi nel modo giusto la richiesta di un collega che la stima –
Graziosi guardò i due senza dire una parola, mentre nella sua testa le parole del Comandante venivano tradotte in una lingua più comprensibile: siamo in un casino, questo coglione di Ziliani non è assolutamente in grado di gestirlo, non possiamo però rimuoverlo perché è un raccomandato di merda, e in qualche modo lo abbiamo convinto a farsi aiutare, ti prego non ci dire di no altrimenti siamo nei guai.
Graziosi guardò Di Capua, che annuì impercettibilmente, poi ricacciò indietro la risposta che avrebbe voluto dare, e si limito a dire:
– Ma certo. Sono a vostra disposizione. Ditemi tutto – 
Il Comandante si permise di espellere finalmente l’aria che aveva trattenuto nei polmoni, mentre Ziliani strinse le labbra fino a farsele diventare bianche.
Poi iniziò a recitare:
– Stamattina, verso le ore 6 e 21, il comando di Piazzale Clodio è stato allertato da una telefonata che giungeva direttamente dal 112. Ci siamo precipitati sul posto, dove la scena che si è presentata ai nostri occhi era oltremodo penosa. Tre cadaveri, disposti a fianco su un unico letto matrimoniale, giacevano senza vita…-
– Mò io di cadaveri pieni di vita non n’agg mai visti – disse sottovoce Di Capua in un mezzo dialetto napoletano, ma non abbastanza piano perché Ziliani non potesse sentirlo e diventare rosso.
– Nessun segno di effrazione, colluttazione, ferite di arma da fuoco o da taglio si evidenziavano ad un primo esame – continuò imperterrito Ziliani.
Graziosi alzò una mano per interrompere il collega.
– I cadaveri sono ancora lì? – chiese, sapendo già la risposta, visto lo zelo di Ziliani.
– Sono stati trasferiti all’istituto di anatomia patologica – rispose questi leggermente imbarazzato – Abbiamo comunque le foto e i rilievi della scientifica. – concluse con un certo orgoglio.
Graziosi annuì, e nessuno sembrava avere nulla da aggiungere.
Il Comandante si dondolò sui piedi poi si rivolse a Ziliani:
– Capitano, potrebbe essere così cortese da recarsi nel mio ufficio al comando centrale e prendere il faldone del caso che troverà sulla mia scrivania? Può poi evitare di tornare qui, la raggiungo a Piazzale Clodio quanto prima – 
Ziliani scattò sui tacchi e usci. Se si accorse che quello del Comandante era un espediente per allontanarlo, non lo diede a vedere.
Appena fu uscito il Comandante guardò Di Capua imbarazzato, poi Graziosi, ma prima che potesse aprire bocca, fu il Maresciallo a parlare:
– Se mi deve dire qualcosa, non deve preoccuparsi di Di Capua. Io ho bisogno di fidarmi di qualcuno e di lui mi fido ciecamente, e se posso permettermi lo faccia anche lei. – 
Il Comandante annuì, poi si sedette, imitato dai due Carabinieri.
– I tre morti, come potete immaginare, non erano tre persone qualsiasi. Due fratelli e una sorella, intanto, il che rende questo caso più inquietante. Non ci sono prove ancora che si tratti di un omicidio, ma io non ho dubbi e la invito a trattarlo come tale, anche se il buon senso vorrebbe che esplorassimo tutte le ipotesi possibili. Poi parliamo della Famiglia Russolillo, forse ne avrete sentito parlare – 
– Il Senatore… – disse Di Capua.
Il Comandante annui ammirato. Il Senatore Russolillo era morto ormai da dodici anni, e non erano molti a ricordarsi di quel vecchio democristiano.
– Esattamente. Già il fatto che i tre figli di un Senatore potente come lo era stato Russolillo muoiano tutti e tre insieme ci fa sospettare che sia un omicidio. Ma vedete: il Senatore non era solo un politico potente, sottosegretario più volte, Ministro senza portafoglio con Andreotti in due legislature. Editore e imprenditore edile. No. Il vecchio Senatore era un uomo della CIA, faceva parte di Gladio e della P2, ed era il tramite degli americani nei confronti della vecchia mafia agricola. Era l’uomo che negli anni del boom economico si era incaricato di proteggere gli investimenti americani nel nostro paese, facendo sì che la mafia non interferisse e che le imprese americane non avessero grossi impedimenti a conquistare il nostro mercato, e in cambio la CIA chiudeva un occhio sulle attività illecite di Cosa Nostra nel nuovo continente, soprattutto in Sudamerica. – 
– Una specie di ambasciatore del male- disse sarcasticamente Graziosi.
Il Comandante fece un gesto di fastidio con la mano.
– Graziosi, non siamo qui a fare la morale al passato. Dobbiamo capire cosa è successo stamattina, e non possiamo ignorare questi fatti. Poi – proseguì con il racconto – con la presa del potere da parte della mafia più violenta la sua capacità di intermediazione diminuì, Gladio fu scoperta, il muro di Berlino cadde, la CIA smise di fare patti con la mafia, la DC si dissolse, insomma il vecchio Russolillo perse buona parte del suo potere, infine si ammalò e morì. –
Graziosi e Di Capua ascoltavano in silenzio.
– Ora – disse ancora il Comandante – tutto quello che vi ho raccontato voi non potete usarlo, e non deve emergere. Ci sono ancora segreti di Stato, e probabilmente ancora persone o organizzazioni gelose della loro riservatezza, che non esiterebbero a commettere omicidi, come già accaduto in passato, per tacitare bocche troppo loquaci. Però dovete esserne a conoscenza. – 
– Vedete –  e qui il tono si fece quasi paternalistico – a noi interessa certamente sapere cosa è successo a quei tre ragazzi. Se sono stati uccisi. Chi li ha uccisi. Ma molto di più, scusatemi il cinismo, ci interessa capire se si stanno muovendo forze sotterranee che pensavamo ormai tranquille. Se si siano rotte alleanze, o formate delle nuove. Noi vogliamo capire se questo episodio è isolato, o se possa essere la punta di un terribile iceberg. Per questo ho chiesto il vostro coinvolgimento. Voglio che gli elementi migliori stiano giorno e notte su questo caso. E voglio dormire tranquillo la notte. O almeno dormire. –

Quando furono soli, Graziosi si sedette alla sua scrivania, tamburellò un minuto con le dita, poi alzò la testa per guardare Di Capua che era rimasto in piedi.
– Da dove iniziamo? –  
Era una domanda retorica, sapeva anche lui qual era il primo passaggio, ma attese la conferma del suo vice, come una coperta di Linus delle indagini.
– Desiati – disse solo Di Capua, e Graziosi assentì in silenzio.

Quando arrivarono all’istituto di medicina legale, prima di bussare nell’ufficio di Desiati respirarono un paio di volte, soffiarono forte, e si prepararono a parlare col patologo.
Desiati era notoriamente il più bravo, preparato, efficiente medico patologo di tutta Italia, ma probabilmente anche il più stronzo.
Aprì la porta del suo ufficio con un panino in mano e un sorrisetto ironico sul viso.
Dopo tanti anni Graziosi ancora si chiedeva come Desiati riuscisse a mangiare sul lavoro, un lavoro che consisteva per lo più nell’essere circondato da cadaveri a vari livelli di squartamento.
E quando si accorgeva che Graziosi diventava pallido per il disgusto, masticava con più gusto, soprattutto se doveva illustrare qualche recente autopsia.
Il sorrisetto invece era una novità visto che Desiati sembrava sempre essere incazzato, soprattutto quando era costretto a parlare con Graziosi, che cordialmente – ricambiato – detestava.
– Carissimo! – esordì Desiati – Mi aspettavo una tua visita, il Comandante mi aveva anticipato che le indagini sui tre Russolillo sono state affidate a te. Vieni, vieni pure! – fece entrare i due che si guardavano intorno circospetti, come se temessero un agguato.
Desiati invece si sedette alla sua scrivania, posò il panino mezza mangiato su un lato, attese che i due prendessero posto e poi giunse le mani davanti al viso, sorridente.
Graziosi fece la sua migliore poker face, Di Capua invece non dovette sforzarsi: c’era nato, con un’espressione impenetrabile.
Dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio Graziosi si decise a chiedere:
– Allora? Abbiamo un resoconto dell’autopsia? – 
Desiati continuò a fissarlo con il sorriso che si allargava sempre di più.
Alla fine disse:
– Niente. Non ho trovato niente. Niente di niente. – 
Graziosi si accigliò.
– Che intendi dire esattamente? – 
– Intendo dire – aggiunse Desiati rilassandosi sullo schienale della sua sedia – che i tre non presentano traumi di alcun tipo. Colpi di arma da fuoco, strangolamento, arma da taglio, segno di colluttazione, punture di siringa. Niente. Tranne un livido sul braccio di Augusto, il maggiore, molto probabilmente dovuto ad un prelievo di sangue che potrete facilmente verificare. Gli organi interni sono a posto, d’altronde sono…volevo dire erano tre giovani adulti in ottima salute. – Si interruppe e rimase a guardare Graziosi, il quale sentiva la rabbia salirgli per l’evidente soddisfazione che provava Desiati nel non fornirgli nessun elemento utile.
Di Capua intervenne prima che le cose tra i due si mettessero male:
– Intende dire, Dottor Desiati – che lei non ha idea di che cosa siano morti i tre? Cioè tre persone muoiono in questo modo e lei non ci sa fornire nessun dato utile per le indagini? – 
Desiati arrossì violentemente mentre Graziosi gongolava all’idea dell’insulto implicito che il suo vice aveva inviato al patologo.
– Voglio dire semplicemente – rispose il patologo lentamente e a voce bassa – che l’esame autoptico non ha dato informazioni concrete. Attendiamo il risultato delle analisi del sangue e dei tessuti per fare ulteriori ipotesi. Al momento sono più le cose che posso escludere di quelle che posso confermare. – 
– Bene. Grazie mille. – disse Graziosi alzandosi di scatto per andarsene.
– Non volete sapere i dati tecnici? Ora del decesso, temperatura, posizione relativa… – chiese Desiati stupito.
– Grazie, ma li leggeremo sul reperto. Non vogliamo farti perdere altro tempo. – interruppe Graziosi, sottintendendo “siamo noi che perdiamo tempo qui”.
E uscì senza salutare, seguito dal suo vice.
Quando furono in macchina Graziosi lanciò un paio di parolacce per sfogarsi, poi però riprese la calma abituale.
– In realtà quel cretino di Desiati ci ha detto un sacco di cose. Me ne sono andato per non dargli soddisfazione – disse.
– Beh sì, che se si tratta di omicidio, l’assassino deve aver usato un farmaco o un veleno. – aggiunse Di Capua.
– Certo, ma non solo. – continuò Graziosi – Mettendo da parte per il momento il triplice suicidio, che non voglio escludere ma che vedo improbabile, se si tratta di un omicidio mettendo insieme la scena del crimine e l’esame autoptico possiamo ragionevolmente affermare alcune cose. – E così dicendo accostò l’auto per avere le mani libere. Di Capua riconosceva il momento in cui il cervello del suo capo cominciava a marciare ad una velocità superiore.
– Primo: l’omicida vuole mandare un messaggio chiaro. Un omicidio violento, traumatico, poteva essere confuso con un tentativo di rapina, o una violenza; in questo caso vuole far sapere che li ha uccisi. A chi vuole dirlo? e perché? Secondo: l’omicidio è premeditato. L’assassino ha pensato, pianificato e organizzato il delitto. Quindi è qualcuno che aveva un interesse personale e specifico alla morte di quei tre. Cui prodest? Chi poteva avere un movente? Terzo: le vittime conoscevano l’omicida. Molto bene. Aveva la loro fiducia, poteva avvicinarsi loro senza timore, e trovare l’opportunità di colpire. –
– Quarto – aggiunse Di Capua – deve essere stato in contatto con le vittime nei giorni precedenti per organizzare questo incontro, dato che solo il più grande, Augusto, viveva ancora nella casa che era dei genitori, mentre Fernanda con suo marito ha una villetta appena fuori il raccordo, sulla Nomentana, e addirittura Alessandro viveva a Casal Palocco, a quaranta chilometri da qui. I tre probabilmente non si vedevano tutti insieme tanto spesso. –
Graziosi annuì, poi continuò:
– Insomma il numero di persone potenzialmente colpevoli si restringe di molto. Il problema è che magari di qualcuna di esse non sappiamo neanche l’esistenza – 
Rimise la macchina in moto e si immise di nuovo nel traffico, pensieroso.

La giornata passò senza ulteriori novità. Di Capua come al solito prese in mano le redini della ricerca dati, e cominciò a setacciare dati bancari, telefonate, tracciatura dei cellulari, visure catastali e societarie.
Graziosi si occupò di studiare i dati famigliari dei tre, il loro curriculum, insomma la loro storia personale, per cercare di capire qualcosa in più di tre persone che non avrebbe potuto interrogare, e di chi gli fosse stato vicino negli anni.
Si parlava di migliaia di persone, i tre avevano avuto una vita ricca e movimentata, e non sarebbe stato facile restringere ulteriormente la rosa dei sospettati.
Alla fine i due si salutarono, rimandando al giorno dopo un confronto sulle informazioni in loro possesso.
Stanco per la giornata, che aveva pensato di passare a casa tranquillo, Graziosi parcheggiò l’auto di servizio quasi sotto casa.
Aprì il portoncino esterno che dava alla scala che saliva verso il piano rialzato, dove si trovava l’ascensore.
Si accorse della figura nell’ombra solo dopo aver richiuso il portone e fermò le mani sull’interruttore che azionava le luci delle scale un attimo prima di pigiarlo: Graziosi era un uomo atletico e giovanile ma non era aduso alla violenza e alle colluttazioni, inoltre non portava mai la pistola d’ordinanza e di sicuro avrebbe avuto la peggio se la persona nascosta nell’ombra avesse avuto brutte intenzioni o addirittura fosse stato armato; per questo decise di lasciare le scale al buio, sperando di avere un piccolo vantaggio.
La persona nell’ombra fece un passo avanti e anche se Graziosi aveva capito si trattasse di un uomo, la stazza lo fece sobbalzare.
Era un uomo alto almeno due metri, con una corporatura massiccia, da pugile o rugbista, con un cappotto scuro e una barba nera, e pochi capelli. La voce profonda, adeguata alla gabbia toracica, echeggiò nell’androne:
– Stia tranquillo Maresciallo, non sono qua per farle del male. Se avessi voluto, lei ora non sarebbe in grado di ascoltare le mie parole – 
La voce era calma, minacciosa proprio per il tono volutamente basso e lento.
– Sono venuto solo per assicurarmi che lei abbia il quadro della situazione ben chiaro – continuò l’uomo – Ci sono molte persone, in Italia e all’estero, che vogliono sapere chi ha ucciso i fratelli Russolillo e perché. Le chiedo solo di dire a noi, prima che a chiunque altro, cosa riuscirà a scoprire. – 
– Lei è dei servizi segreti? – chiese Graziosi, sentendosi un po’ stupido a fare il protagonista di un romanzo di spionaggio.
– Come potrà immaginare, non posso dirle esattamente per chi lavoro, ma si limiti a sapere che io sono dalla sua parte, e lei dalla mia. E non sono molti altri che possono dire altrettanto – rispose l’uomo.
– Lei a sua volta potrà immaginare che il risultato delle mie indagini, oltre che ai vertici dell’arma, verrà comunicato solo alla magistratura incaricata – disse Graziosi leggermente irritato. Non amava essere minacciato, neanche velatamente.
L’uomo non rispose subito. Lasciò passare qualche secondo in cui il respiro dei due riempì l’androne silenzioso.
– La capisco e la apprezzo. – disse alla fine – Ma ci vedremo di nuovo, e lei mi dirà quello che sa. Questo è un fatto. – 
Senza aspettare repliche aprì rapidamente il portoncino e uscì, la sagoma massiccia che occupava tutto lo spazio della soglia.
Quando fu andato via Graziosi accese la luce, e da una fugace occhiata alla mano si accorse che stava tremando.
Se fosse paura, rabbia, o preoccupazione, non seppe dirlo, ma l’incontro con quell’uomo gli aveva portato i nervi allo scoperto.
Salì la rampa, prese l’ascensore, e infine entrò in casa chiudendo la porta alle sue spalle.
Ebbe la tentazione di dare una mandata alla serratura ma si trattenne.
Non voleva lasciarsi andare alle paranoie; guardò la porta di casa per un minuto, poi tolse la mano dalle chiavi, e andò in cucina a cercare una bottiglia di vino.

– Ha chiamato Desiati – gli disse Di Capua non appena entrò in ufficio, neanche il tempo di salutarsi.
– E che dice? – rispose distrattamente Graziosi mentre cercava il mouse del suo computer nel disordine della sua scrivania.
– Dice che non è stato di sicuro un suicidio –
Graziosi alzò gli occhi, ora la sua attenzione era massima.
– Continua – incitò il suo vice.
– I tre sono morti per arresto cardiaco, la sostanza che l’ha causato si chiama…aspetti che l’ho scritto qua…sompiramina. E’ un oppiaceo che interviene direttamente sulla capacità di contrazione dei muscoli.  – 
– E non potrebbero averla ingerita di loro volontà? – chiese Graziosi scettico.
– Pare di no. Perché provoca degli spasmi terribili ai muscoli di tutto il corpo. – 
Graziosi rifletté un momento, poi concluse:
– Quindi almeno uno dei tre avremmo dovuto trovarlo in una posizione scomposta. Il fatto che fossero tutti ordinatamente sdraiati sul letto ci dice che un’altra persona deve averli sistemati dopo la morte. – 
– Esatto – confermò Di Capua.
Graziosi si rilassò lasciando andare la schiena sulla sedia, con le mani incrociate dietro la nuca, e le gambe tese sotto la scrivania, con i piedi appoggiati uno sull’altro.
Era una posizione che gli piaceva molto quando doveva pensare, ma lo rilassava così tanto che più di una volta si era appisolato a casa, sul divano, davanti al televisore, in quella posa, per poi svegliarsi nel cuore della notte indolenzito e con le gambe formicolanti.
– E omicidio sia – disse infine – Non che avessi mai pensato ad un’altra possibilità, ma almeno possiamo concentrarci a cercare il nostro killer. A questo punto – continuò, riprendendo la posizione seduta proteso in avanti – dobbiamo capire per chi fosse il messaggio. Perché quello era un messaggio. Una volta capito questo, sapremo anche dove cercare il colpevole. Abbiamo qualche informazione sui tre? – 
Di Capua prese un blocchetto con degli appunti, e aprì un faldone con i dati del caso, che stava già rapidamente diventando un tomo pesante da trasportare.
– Ho raccolto tutte le informazioni biografiche sui tre, i dati bancari, gli elenchi delle chiamate effettuate e ricevute, le visure catastali e societarie, insomma un bel po’ di materiale – 
– Ci stai girando in tondo, Di Capua, vieni al dunque tanto lo so già che hai scartato le informazioni inutili – lo interruppe Graziosi sorridendo.
Di Capua fece finta di essere scocciato alzando gli occhi al cielo, e si divertì a vedere la fronte di Graziosi che si corrugava: il Maresciallo non sopportava quel gesto di insofferenza del suo vice e più di una volta lo aveva fulminato con gli occhi quando lo aveva colto sul fatto.
Anche Di Capua sorrise e continuò:
– I dati aziendali e telefonici sono troppi per poterli visionare in poco tempo. Finora non ho trovato nulla di strano, ma ovviamente dobbiamo chiedere un supporto ai colleghi della finanza perché gli intrecci societari sono troppo vasti per le nostre competenze. In sintesi: il Senatore Russolillo ha lasciato ai tre un sacco di soldi, case e aziende. I tre fratelli sono stati bravi a mantenere in piedi le proprietà del padre e anzi ad accrescere il patrimonio. Si sono divisi abbastanza equamente ruoli e responsabilità, e conducevano una vita apparentemente normale, tra lavoro, famiglia  – erano tutti e tre sposati con figli – e attività varie: beneficienza, sport, viaggi. Insomma, tutto nella norma.  –
– Però? – lo incitò Graziosi.
– Però…anche se la loro vita non presenta particolare increspature, è quella del padre che trovo strana. – 
– Il Senatore Russolillo? Ma se è morto da dieci anni – disse Graziosi stupito – e che fosse un intrallazzone, coinvolto in affari poco chiari tra servizi segreti, mafia e poteri economici, è abbastanza noto. Anzi, mi stupisco come i figli non abbiano seguito la carriera del padre . –
Di Capua era pensieroso.
– Ha ragione Marescià, ma non è di quello che parlavo. Il Senatore si era separato dalla moglie una trentina di anni fa. I figli rimasero con il padre, mantenendo un rapporto blando con la madre, questo fino alla morte del Senatore. Poi, improvvisamente, alla morte di lui, la madre riprese il suo posto nella vita famigliare, addirittura trasferendosi nella villa di famiglia, da cui i tre figli uscirono solo per i rispettivi matrimoni. – 
– E cosa trovi di strano in tutto questo? – chiese Graziosi, attentissimo.
– Beh, per prima cosa, il Senatore aveva vissuto gran parte degli ultimi anni di vita con un’altra donna, che non aveva mai sposato perché il divorzio non era mai diventato esecutivo. Questa donna ha di fatto cresciuto i suoi figli, da quello che ho potuto capire, ed è comparsa insieme a lui in diverse occasioni ufficiali. Possibile che sia uscita dalla sua vita così, improvvisamente? Secondo: i figli non vedevano quasi mai la madre, che a malapena conosceva i nipotini. La donna faceva una vita da gran signora in una casa al mare, a Portovenere. Si occupava di beneficenza, design di gioielli e istruttori di pilates, non necessariamente in quest’ordine. E dato che era ancora la moglie legittima, anche in caso di testamento sfavorevole avrebbe comunque ereditato qualcosa. Infine: perché i figli hanno accettato che la madre rientrasse nelle loro vite, dopo quasi trenta anni di isolamento? Insomma per me è la vita del Senatore che non mi quadra. Quella dei figli mi sembra anche troppo lineare – 
Graziosi rimase parecchi secondi in silenzio. Stava riflettendo sulle informazioni che gli aveva sintetizzato il suo vice, e doveva ammettere che anche a lui tutta la situazione suonava alquanto strana.
– Dov’è ora la seconda “moglie”? –  chiese alla fine.
Di Capua sfogliò i suoi appunti, poi rispose:
– Qui a Roma. Vive in un piccolo appartamento in Via Marmorata, a Testaccio. Da sola, a quanto è dato sapere.  –
Graziosi infine si alzò dalla sedia, si infilò la giacca e disse solo:
– Andiamo a trovarla – 

Il viaggio, perché di un viaggio si tratta a Roma quando si deve attraversare la città, da Via Nomentana a Via Marmorata avvenne quasi in totale silenzio.
Graziosi odiava la musica in macchina: la radio non lo soddisfaceva perché non riusciva a trovare una stazione con i suoi gusti, e comunque era del parere che la musica andasse ascoltata ad alto volume e con gli occhi chiusi, cosa che evidentemente gli sarebbe stata difficile fare guidando.
Poi, per quanto raramente, la radio di servizio gracchiava ogni tanto, e le comunicazioni interne disturbavano comunque il suono, quindi preferiva rimanere in silenzio.
Evidentemente entrambi erano intenti a rimuginare sul caso, perché non parlarono quasi finché non furono in vista di Via Cristoforo Colombo, che attraversarono per dirigersi verso la Piramide Cestia.
Fu Graziosi che improvvisamente chiese a Di Capua:
– Sono passati dieci anni dalla morte di Russolillo. Qualsiasi sia il movente, perché aspettare tutto questo tempo? C’è stato qualche avvenimento particolare nella vita dei tre fratelli, o nelle aziende di famiglia, che possa aver fatto scattare la necessità di eliminarli, secondo te? –
Di Capua scosse la testa.
– No, Marescià, non da quello che sono riuscito a vedere finora. C’è da dire che il materiale è tanto, e qualcosa mi è sicuramente sfuggito, ma la domanda rimane sensata. –
– Perché vedi – continuò Graziosi mentre parcheggiava la macchina di servizio davanti ad un ristorante – sia che si tratti di un movente passionale, sia economico, o politico, dieci anni sono un tempo infinito. Perché qualcuno cova rancore per tutto questo tempo e poi lo fa esplodere improvvisamente, verso tre persone apparentemente innocenti? E se invece l’obiettivo fossero loro, e non il padre, perché questa modalità? E quale sarebbe il movente, o la causa? –
Si fermò un attimo a motore spento, mani sul volante, poi aprì lo sportello per scendere e si girò verso Di Capua:
– Se fossimo in un romanzo o in un telefilm a questo punto ci starebbe bene la frase ‘la polizia brancola nel buio’. Ma in ultima analisi, a noi non ce ne frega un cazzo, siamo Carabinieri! –
Di Capua alzò gli occhi al cielo alla battutaccia del suo capo, che non era proprio tipo da ironia, ma alla fine scese dalla macchina con un sorrisetto e lo raggiunse davanti al portone dove stavano per entrare.

La pulsantiera dei citofoni era in stile anni cinquanta, dorata e perfettamente lucida, con le targhette dei nomi in bianco, come fossero tanti biglietti da visita tutti uguali.
Scorsero le due file un paio di volte prima di trovare il nome giusto: Agata Germana Giulia.
Se non avessero letto il faldone del caso si sarebbero fatti la stessa domanda di tutti: tre nomi e nessun cognome?
Chiaramente Giulia era un cognome di lontanissima origine, molto romano, molto nobile, ma il doppio nome non aiutava a districarsi nel malinteso.
Il portone si aprì dopo poco che ebbero suonato, ed entrarono nell’androne scuro.
Graziosi istintivamente si fece più vicino al muro, memore dell’incontro sgradevole di qualche sera prima.
Senza prendere l’ascensore salirono al secondo piano, dove una porta era già socchiusa e una persona che poteva definirsi anziana ma di ottimo aspetto li attendeva appoggiata allo stipite.
Dal basso Donna Agata sembrava più alta del suo già importante metro e settanta, e l’aria austera che le conferiva un certo portamento – schiena dritta, sopracciglio arcuato – acuiva la sensazione che fosse una donna con cui era meglio non scherzare.
Ma quando arrivarono al piano, un sorriso cordiale si allargò sul viso della donna, che istantaneamente sembrò meno arcigna e più giovane dei suoi quasi settanta anni.
Invitò i due ad entrare, e sebbene avessero avvertito la donna della visita non c’era nessuno ad accoglierli insieme a lei: un amico, un avvocato, nessuno. Segno di sicurezza, o ingenuità, lo avrebbero stabilito in seguito.
Si sedettero in un salottino luminoso, la donna su un divanetto a due posti e loro su due poltrone con schienali altissimi, tutto foderato con stoffa damascata, tutto di ottima fattura ma ormai in cattivo stato.
Era evidente che la donna non aveva più una grande disponibilità economica. Nonostante questo i suoi modi rimanevano quelli di una gran signora.
Fu lei a venire subito al punto, senza tanti preamboli:
– E dunque – esordì con un francesismo, segno di studi esclusivi – sospettate che possa aver ucciso i tre fratelli Russolillo – disse con un tono di voce per niente indignato, quasi divertito all’idea.
Graziosi e il suo vice erano troppo esperti per permettere ad un indagato la gestione di un interrogatorio, e senza scomporsi evitarono di rispondere o anche solo di dare a vedere che la domanda li aveva sorpresi.
Di contro, Graziosi fece una domanda altrettanto diretta, con il tono e la postura che dicevano chiaramente che si aspettava una risposta sincera e immediata:
– Perché alla morte del Senatore lei lasciò la sua casa e i figli? – chiese brutalmente. Aveva capito che la donna era estremamente intelligente e non avrebbe avuto senso lasciarsi andare a schermaglie da film poliziesco di quart’ordine.
Il sorriso cordiale lasciò il posto ad una piega amara della bocca, che improvvisamente restituì alla donna quei 5/10 anni in più che non aveva dimostrato fino a quel momento.
Non era uno sguardo carico d’odio, quello che puntò contro gli occhi di Graziosi, piuttosto un’ombra di malinconia e rimpianto.
Nella sua carriera il Maresciallo Graziosi aveva imparato che le persone si rivelano di più nei momenti di transizione, quando qualcosa le costringe a cambiare improvvisamente; e quello sguardo gli raccontò di quella donna molto più di quello che le avrebbe aggiunto dopo.
Gli disse che non era andata via di sua volontà, ma che non aveva serbato rancore, ma solo rimpianto.
– Io volevo bene ai miei ragazzi – esordì con un filo di voce – Li avevo cresciuti io. Per anni della madre videro solo delle cartoline che mandava da posti esclusivi, pagati dai soldi del Senatore. Sono io che li accompagnavo a scuola, che li curavo quando stavano male, che li consolavo quando soffrivano, che raccoglievo le loro confidenze quando cominciarono ad avere i primi amori. C’ero io il giorno della loro laurea, non la madre, ed ero io che li portavo al mare tutte le estati. E loro ne volevano a me, di bene. Me lo hanno dimostrato in tutti questi anni. Anche il Senatore me ne voleva, ma lui a modo suo. La sua vita politica e la sua indole non consideravano la fedeltà come elemento costitutivo fondamentale della vita a due, e visto il suo ruolo pubblico non era difficile leggere sui giornali dei suoi amorazzi – 
La donna fece una pausa, mentre i due attendevano che riprendesse, senza commentare.
– Ma io, a differenza della prima moglie, anzi della sua unica moglie – aggiunse con un po’ d’amarezza – ho sopportato molto a lungo, perché gli volevo bene e perché volevo bene ai ragazzi. Sua moglie no, preferì abbandonarlo, forse anche come scusa visto che poi non condusse una vita irreprensibile e che la separazione le permise una vita agiata, molto più di quella che faccio io ora – 
Fece un’altra pausa per bere un po’ d’acqua poi riprese di nuovo.
– La verità è che il Senatore era sempre rimasto innamorato della moglie. Anche se andava con altre donne, anche se io ero entrata nella sua casa, l’amore della sua vita era quella donna arida, che lo aveva lasciato senza possibilità di repliche e che lui ha mantenuto per anni. Quando è morto metà delle sue proprietà è andata a lei. A me ha lasciato questo piccolo appartamento. Mi ha trattato come una mantenuta. E anche se in teoria i figli potevano opporsi, quando lei ha preteso di rientrare in quella casa loro non l’hanno ostacolata. In fin dei conti era pur sempre la madre, e io un’estranea. E così, sono andata via io.”
Ci fu un minuto di silenzio, mentre Graziosi assorbiva le informazioni che quella donna aveva fornito spontaneamente, prima che qualcuno riprendesse a parlare.
– Da quello che ci dice – disse cautamente il Maresciallo – lei avrebbe diversi motivi per uccidere i tre fratelli – 
La donna non ebbe reazioni. Si aspettava questa domanda, probabilmente, e comunque era in pieno controllo della situazione.
– Direi di no, Maresciallo. Prima di tutto stiamo parlando di fatti che risalgono a più di dieci anni fa; inoltre, se proprio avessi voluto sfogare le mie ire su qualcuno, lo avrei fatto con quella donna che prima lo ha fatto soffrire lasciandolo, e poi si è venuta a prendere i suoi soldi dopo morto. Perché avrei dovuto uccidere tre persone a cui volevo bene? – 
– Sapesse quanti omicidi vengono commessi in famiglia! – interloquì Di Capua.
Graziosi annuì, poi fece finta di leggere da un documento che si era portato, ma in realtà stava pensando.
Ad un certo punto ebbe come un’intuizione, alzò la testa e chiese:
– Lei ha mai incontrato la moglie del Senatore? – 
Donna Agata non si scompose.
– Certo – rispose – ci sono state diverse occasioni in cui siamo capitate nello stesso posto. Compleanni dei figli, lauree, anche un paio di medaglie del Senatore. Ci siamo sempre limitate a salutarci cortesemente ma freddamente. Non avevamo certo intenzione di fare amicizia. – 
– E recentemente? – insistette Graziosi.
– No, da quando il Senatore è morto e lei è rientrata a casa non l’ho più vista. Non ne ho motivo. Non la odio, ma non la voglio incontrare. Non è colpa sua se il Senatore era ancora innamorato, ma stiamo bene così, ognuna al suo posto. – 
– E i figli? – si inserì Di Capua. Ora l’interrogatorio si era fatto pressante, anche se formalmente ancora su un tono informale.
La donna sospirò, poi fece spallucce.
– Poco – disse infine – e tutti insieme l’ultima volta al funerale del padre. Poi qualche mio compleanno, un paio di volte durante le feste di Natale… insomma: gestire due madri non è una cosa semplice e alla fine hanno optato per quella naturale. Non posso fargliene una colpa. Solo Fernanda mi viene a trovare con regolarità, e ha qualche senso di colpa per come mi hanno trattato, ma anche lei una o due volte l’anno, non di più. – 
Graziosi si alzò, segno che l’incontro era finito.
Mentre si accingevano ad uscire si girò verso la donna e le disse:
– Allo stato attuale lei è una delle persone con abbastanza motivi e opportunità per commettere un omicidio del genere. Le chiediamo di rimanere a disposizione; non abbiamo indizi sufficienti per trattenerla, ma gradiremmo non si allontanasse. E si procuri un avvocato, le servirà di sicuro. – 
I tre si salutarono con educazione, se non con cordialità, e la porta si chiuse dietro Graziosi e Di Capua.
Quando furono in macchina il vice chiese:
– Secondo lei c’entra qualcosa? – 
Graziosi, come raramente gli succedeva, fu titubante.
– Istintivamente direi di no, non mi sembra il tipo, quello che ci ha raccontato pare credibile… – 
– Ma? – lo pungolò Di Capua.
– …ma non ci ha detto tutta la verità. Era preparata all’incontro. Troppo fredda e razionale per una che ha appena perso tre figli adottivi, indipendentemente dal fatto che li abbia uccisi lei o meno. Troppo credibili le giustificazioni, troppo ferme le mani e fisso lo sguardo. Troppo di tutto. Quella donna sa qualcosa in più e non ce lo ha detto e sospetto abbia a che fare con l’omicidio. Voglio incontrarla di nuovo quando avremo qualche altro elemento. – 
E così dicendo mise in moto e partì verso la caserma.

La giornata passò senza altre novità rilevanti.
Graziosi la passò più che altro a seguire i vari TG che ancora erano pieni di notizie sull’omicidio, sulla vita dei tre, sul Senatore, con accorate dichiarazioni di tutti coloro che rilasciano dichiarazioni in questi casi: vicini di casa, colleghi, politici e anche il giardiniere.
Ma nonostante tutta questa valanga di parole l’indagine non fece mezzo passo avanti, né Graziosi riuscì a spremere gran che dai suoi neuroni.
Alla fine quando era quasi buio rinunciò per quel giorno a capirci qualcosa e se ne andò a casa.
Arrivato vicino al suo palazzo decise di non parcheggiare la macchina sotto casa come faceva di solito, ma di farsi un giro nelle strade limitrofe.
Lo fece con cura, strada dopo strada, lentamente, allargando sempre di più il giro, finché non la vide.
Non c’erano dubbi.
Una grossa berlina scura, parcheggiata a spina di pesce in una stradina strettissima in salita, sotto le fronde di un salice, che se Graziosi non fosse stato a caccia di qualcosa non l’avrebbe mai notata.
La classica macchina di servizio di chi lavora per lo Stato, nelle scorte o nei servizi segreti.
Quindi l’uomo era tornato e lo aspettava.
Per un momento pensò di andare in ufficio e prendere la pistola d’ordinanza, ammesso che si ricordasse la combinazione della cassaforte e dove poteva aver messo le pallottole, che da procedura teneva sempre separate.
Poi ragionò che la probabilità di far paura con una pistola a quel colosso erano basse, e ancora più basse erano quelle di colpirlo se lui lo avesse attaccato, perciò decise di lasciare perdere e cambiò strategia.
Arrivò al portone infilò la chiave con sicurezza, come se non avesse sentore di quello che stava per succedere, poi chiuse la porta di scatto e disse:
– Non sono bravo a fare il caffè, ma chiacchierare seduti in cucina è comunque meglio che giocare a fare gli agenti segreti in un sottoscala. – 
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio l’uomo spuntò di nuovo dall’ombra, imponente, e senza una parola si diresse con sicurezza verso l’appartamento di Graziosi, arrivò alla porta e la aprì con delle chiavi che teneva in tasca.
Graziosi non si stupì più di tanto, era logico che avessero fatto una ricognizione nel suo appartamento e che in qualche modo si fossero procurati le chiavi per entrare senza farsi notare.
E’ il modo in cui lavorano questi “colleghi”, pensò.
Sempre senza dire una parola i due uomini si diressero verso la cucina, il colosso come se fosse stato a casa di Graziosi decine di volte, e forse era proprio così.
Graziosi mise su una moka, preparò le tazzine, i cucchiaini, il latte e anche un paio di biscotti.
Poi quando finalmente il caffè fu pronto lo versò in un bricco e si sedette.
L’uomo si versò una tazza abbondante di caffè, non mise zucchero né latte, e si rilassò sulla sedia mentre beveva stando attento a non scottarsi la lingua.
Graziosi invece riempì una tazzina, mise un cucchiaino di zucchero, aggiunse un po’ di latte freddo e intinse un biscotto Gentilini nella tazzina, come fosse una minicolazione: non gli piaceva tanto il caffè e allora per farselo andare spesso lo faceva diventare un cappuccino.
– Novità? – chiese l’uomo improvvisamente.
– Tutto tace – rispose Graziosi guardandolo negli occhi.
L’uomo sostenne lo sguardo poi addolcì un po’ gli occhi.
– Non avevamo un accordo? – chiese.
– Non ricordo che questo accordo comprendesse il fatto che lei possa entrare in casa mia quando lo ritiene opportuno. Se lei vuole che io mi fidi me ne deve dare motivo. – rispose secco Graziosi.
L’uomo ci pensò un attimo, poi mise le mani in tasca e allungò le chiavi a Graziosi.
– Non che non possa farne un’altra copia – disse – ma ha la mia parola che nessuno entrerà più in casa sua senza il suo permesso. – 
Graziosi prese le chiavi, le guardò distrattamente, poi riprese il discorso.
– Abbiamo interrogato la compagna del Senatore, Donna Agata. Secondo me non è stata lei, ma non ci ha detto tutta la verità. – 
L’uomo annuì. Poi disse lentamente:
– Ci sono delle cose che io non le posso raccontare. Ma voglio aiutarla perché ci sono anche cose che non so e che vorrei che lei scoprisse. Sono molte le cose che io posso fare nella mia posizione, ma alcune richiedono l’uso formale della legge, e solo lei può arrivarci. Io le dirò qualcosa, ma solo il minimo, e solo per farla guardare nella direzione che mi interessa. Se ci sono altre cose che vuole scoprire ne è libero, a meno che non siano relative a me e all’organizzazione di cui faccio parte, in quel caso sarò obbligato a fermarla, in un modo o nell’altro. – 
A Graziosi la velata minaccia non diede fastidio, non era un uomo che si metteva paura facilmente, e se avesse ritenuto che sapere qualcosa di più di quell’uomo l’avrebbe aiutato nella sua indagine, lo avrebbe fatto.
Ma quello che lo fece imbestialire era la frase “uso formale della legge”.
Non era un ingenuo, Graziosi, ma un idealista sì.
Credeva nei concetti di Giustizia e di Legge, e il motivo per cui un uomo come lui che avrebbe potuto diventare un brillante avvocato o magistrato era invece finito a fare il Carabiniere era proprio questo: esercitare la Legge con Giustizia.
Non esisteva per lui un uso formale o informale della legge, non amava il machiavellismo italico, cercava sempre di essere corretto anche con i criminali più incalliti.
Essere considerato quasi come un attore che recitava un ruolo mentre qualcun altro si arrogava il diritto di decidere in autonomia cosa fosse giusto o sbagliato lo fece incazzare moltissimo.
Ma si contenne. Aveva bisogno di aiuto, lo sapeva, per uscire dal ginepraio di quella indagine che si svolgeva a troppi livelli, per cui a denti stretti si limitò ad annuire.
– Non so se Donna Agata sia innocente o meno del triplice delitto. – riprese l’uomo – ma non si sta vicino ad un uomo potente come il Senatore Russolillo per tanti anni senza condividerne tutto. Le cose belle e le cose brutte. E questo vale anche per la moglie. Le due donne hanno più cose in comune di quanto lei creda. – 
Graziosi non capì bene il significato di queste parole, ma si ripromise di ragionarci insieme a Di Capua, e comunque l’uomo si alzò rapidamente e uscì di casa prima che lui potesse chiedergli altro.
Perché mi ha parlato delle due donne? E cosa potrei trovare di utile per lui guardando in questa direzione?
Con questi pensieri in testa, senza ottenere risposta passò la serata e poi la nottata.

La mattina dopo si svegliò con calma, rinunciò alla corsetta mattutina, fece colazione e andò in ufficio dove gli venne incontro Di Capua eccitatissimo.
– Marescià sono due ore che la cerco, ma il cellulare è staccato! – 
Graziosi diede un’occhiata distratta al suo telefono solo per accorgersi che la batteria era completamente scarica: si era dimenticato di metterlo in carica.
– Vabbè, dimmi – tagliò corto.
– Si ricorda che Donna Agata ci ha detto di aver incontrato la moglie del Senatore qualche volta? insomma sono andato a vedere se esistevano prove di questi incontri. Ovviamente non ho trovato niente relativamente a compleanni e altri eventi ma…guardi questa foto: è stata scattata in occasione della consegna del titolo di Cavaliere al nostro Senatore. – 
E così dicendo porse una stampa a Graziosi che rimase di stucco.
La foto rappresentava un momento conviviale, probabilmente un buffet organizzato subito dopo la nomina, con molte persone in abito di gala.
Vicino ad un tavolo, con in mano un flute pieno di champagne, le due donne ridevano di gusto per qualche motivo, vicinissime, come vecchie amiche.
- Dove l’hai presa? – chiese Graziosi con la bocca ancora aperta.
– Ho verificato eventi pubblici con celebrazioni che riguardassero solo il Senatore, mi sono spulciato gli archivi fotografici di un paio di agenzie ed è uscita questa. – 
Graziosi continuava a fissare la foto senza riuscire a staccare gli occhi.
– Quindi si conoscevano. E anche l’uomo in nero è nella foto. – Graziosi aveva raccontato al suo vice degli incontri nel sottoscala.
– E quindi Donna Agata ci ha mentito – concluse Di Capua – A questo punto che facciamo? La mettiamo di fronte alla sua menzogna? – 
Graziosi scosse la testa.
– No, direi di no. Per due motivi. Il primo è che la foto di per sé non prova nulla, è un’istantanea e anche se ci sono troppi elementi che mi fanno pensare lei potrebbe trovare mille motivi per quel momento. E poi perché è meglio che tutti continuino a crederci all’oscuro, avremo più libertà nelle indagini. A questo punto invece farei la cosa che tutti potrebbero ritenere più scontata. – 
Di Capua capì al volo.
– Andiamo a parlare con la moglie. – 

Non fecero in tempo ad uscire dalla caserma, perché improvvisamente si trovarono di fronte Ziliani.
Rimasero stupiti di vederlo, si erano quasi dimenticati che formalmente il titolare dell’indagine era lui, anche se non ritenevano fosse in grado di scoprire neanche un petardo che gli fosse esploso nelle mutande.
Ziliani inoltre era sempre sinonimo di incazzatura, quindi lo guardarono con sospetto soprattutto perché stava sorridendo.
– Salve! – esordì garrulo.
– Che c’è Ziliani? – disse scostante Graziosi.
– Volevo dirvi che stiamo per incastrare l’assassino, anzi l’assassina. Un paio di verifiche ancora e l’andiamo a prendere. Desiati ci ha dato una mano fondamentale, ho parlato con il Comandante ed è d’accordo a procedere. Volevo ringraziarvi dell’aiuto e chiedervi di non occuparvi più del caso, stiamo per chiudere. – 
Graziosi e Di Capua si guardarono, poi fu Di Capua a intervenire:
– Ha già avvertito le televisioni? – chiese sarcastico.
Ziliani arrossì, segno che l’appuntato aveva fatto centro. Ziliani oltre che incompetente era anche vanesio e appena poteva mostrarsi di fronte alle telecamere non si tirava certo indietro, anzi.
– Ovvio, caro Appuntato – marcò la differenza di grado con un lieve innalzamento della voce – che un delitto così efferato, dei personaggi così importanti, un’indagine così delicata risolta in tempi rapidi siano di grande interesse per la stampa – 
– E quale sarebbe l’aiuto fondamentale che ti ha dato Desiati? – chiese Graziosi.
– Ha fatto analizzare il DNA trovato sul luogo del delitto e ne ha trovato uno che non doveva esserci in teoria così abbondante, dopo dieci anni che l’assassino non frequentava più quella casa. Donna Agata. – 
I due si guardarono, poi rientrarono in caserma, lasciando Ziliani al suo successo.
Quando furono nell’ufficio di Graziosi questi disse sconsolato:
– Stavolta l’ho fatta la cazzata, non ci ho capito niente, ho giocato a fare l’agente segreto, e Ziliani mi ha umiliato – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, e stavolta Graziosi non disse niente.
Il suo vice si appoggiò alla scrivania con entrambe le mani e guardò negli occhi il suo capo.
– Marescià, è chiaro che Donna Agata ci ha mentito, ma questo lo sapevamo già. Però cosa cambia questo fatto? Ziliani ha l’ansia di trovare un colpevole prima che lo facciamo noi, ma io non credo che lei si sia sbagliato, e penso che anche stavolta Ziliani farà una figura di merda; purtroppo la farà fare a tutta l’Arma. – 
Graziosi rifletté a queste parole, poi si alzò di scatto e disse:
– Facciamo una chiacchierata comunque con la moglie, ormai cosa ci possono dire? – 

Arrivarono nella villona stile hollywoodiano del Senatore Russolillo, un portico che sembrava quello della Casa Bianca, e un vialetto d’ingresso degno delle più belle ville di Beverly Hills.
Chiaramente il Senatore buon’anima disponeva di ingenti risorse economiche, e questo forse anche poteva essere in parte la causa della morte prematura dei suoi figli.
Graziosi aveva avvertito la Signora Russolillo che si fece trovare sul portico, elegantissima e bellissima per la sua età, con un sorriso smagliante sulle labbra e porgendo la mano che Graziosi prima e Di Capua poi strinsero delicatamente.
– Eccoci! I nostri investigatori! Mi fa piacere vedervi, anche se come penso sappiate arrivate tardi. Il vostro collega Ziliani è riuscito in poco tempo a trovare il colpevole. Mi dispiace per quella povera donna, evidentemente dopo tanti anni il dispiacere di non poter più far parte della sua famiglia acquisita le ha fatto perdere il lume della ragione. Ma i miei figli andavano vendicati e non c’è nulla di meglio della Giustizia terrena. A quella divina ci penserà il padreterno quando se ne andrà. – 
Finì questo discorsetto con un ampio gesto della mano, poi invitò i due a sedersi e una cameriera di origine sudamericana portò da bere, rigorosamente analcolico per i due, un prosecco per la Signora Russolillo.
– Grazie per averci ricevuti lo stesso Signora – esordì diplomaticamente Graziosi mentre Di Capua si guardava intorno – anche se a quanto pare il caso è risolto ci sono alcuni dettagli che non sono chiari e che vanno sistemati, perché sa, in tribunale poi tutto conta per riuscire ad emettere una sentenza. – 
La donna annuì compita e Graziosi proseguì.
 – Prima di tutto dobbiamo cercare di capire come Donna Agata sia riuscita a convocare i tre fratelli qui allo stesso tempo, e soprattutto senza che lei e il personale di servizio, se ne accorgesse. – 
– Se sta cercando una risposta da me le devo confessare che non ne ho idea, – disse in tono cortese la Signora Russolillo – ma posso dirle che l’opportunità era chiara: io ero fuori in campagna, nella casa che abbiamo dalle parti di Tarquinia, e il personale non dorme qui. Da quando sono tornata nella MIA casa il personale arriva la mattina presto e va via il pomeriggio presto. Non mi servono badanti e non voglio gente per casa la sera. – 
Graziosi annuì, assorbendo la notizia. 
– Vuole sapere se ho un alibi? – chiese la Signora Russolillo vagamente ironica?
Graziosi sorrise.
– No signora. Do per scontato che il collega Ziliani prima di procedere ad un arresto abbia vagliato tutte le alternative, e se lei mi ha citato la sua permanenza a Tarquinia è perché è sicura che possano testimoniare la sua presenza lì centinaia di persone – 
La Russolillo arrossì violentemente, aveva tentato di prendere in giro Graziosi, ma lui ne aveva viste troppe per abboccare così facilmente.
E in una specie di partita di scacchi il Maresciallo colse al volo l’errore dell’avversario per contrattaccare:
– Piuttosto ci dica, in che rapporti era con Donna Agata? L’ha più vista dopo che si è separata da suo marito, o magari recentemente? – 
La donna sbandò, non si aspettava forse una domanda così diretta, ma era comunque preparata e recitò la sua parte, identica a quella di Donna Agata:
– Nessun rapporto, non la odio, lei si è trovata al posto giusto al momento giusto e penso fosse innamorata di mio marito. Peccato che lui fosse ancora innamorato di me, e quando è morto mi ha lasciato tutto, e Donna Agata – come ama farsi chiamare – ha dovuto levare le tende. Mi è capitato di vederla qualche volta, ad eventi ufficiali, compleanni, cose così, e ci siamo salutate per cortesia e per non mettere in imbarazzo il Senatore. Penso di averla vista l’ultima volta una ventina di anni fa. – 
Era l’assist per Di Capua, che non se lo fece sfuggire.
Tirò fuori la foto, e disse:
– A noi risulta, come può vedere da questa foto, che eravate in rapporti cordiali. Questa grande cordialità non coincide con il quadro che lei ci ha fatto. – 
La donna ora era in grande difficoltà.
– Non lo so, magari avevamo bevuto e non eravamo consapevoli, e comunque non capisco cosa c’entri. Avete trovato il colpevole, arrestatelo e fine. Io non ho niente altro da dirvi. – e così dicendo si alzò dalla poltrona in cui si era accomodata, segno che la conversazione era terminata.
I tre si salutarono con un po’ di imbarazzo, poi Graziosi si mise al volante e lentamente si immise su Via Cassia. Di Capua sapeva che il cervello di Graziosi stava cominciando a mettersi in moto.
– Allora – attaccò il Maresciallo – la situazione è questa. Tre fratelli sono stati uccisi, da qualcuno che li conosceva bene. Donna Agata ha mentito, ed evidentemente è stata sul luogo del delitto. Anche la Signora Russolillo ha mentito ma il suo alibi è perfetto, così perfetto che mi dà quasi fastidio. Poi abbiamo l’uomo in nero, che ancora non sappiamo che ruolo abbia nella vicenda e cosa voglia da noi. In teoria inoltre l’indagine è finita qua e quindi non possiamo scoprire più nulla. – 
– Ma infatti Marescià, per una volta tanto, lasciamo a Ziliani l’onore dell’arresto, noi c’abbiamo una decina di casi che abbiamo lasciato in sospeso, facciamoci i fatti nostri – 
Graziosi parve non ascoltarlo.
– Assolutamente no. Donna Agata è innocente. E me non piace quando va in galera un innocente, soprattutto se l’errore lo abbiamo commesso noi Carabinieri. – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma se lo sentiva: Graziosi non era il tipo da mollare l’osso, e neanche lui a dire il vero, quindi fece un sorrisetto e disse:
– Per me dobbiamo capire che rapporti c’erano tra le due donne. Se riusciamo a capire questo secondo me possiamo capire molte cose del delitto. Purtroppo i tre testimoni che avrebbero potuto aiutarci sono morti, quindi dovremo fare in altro modo. – 
E questo “altro modo”, come Graziosi sapeva, era l’innata capacità di Di Capua di ottenere dati sugli indagati – grazie ai buoni rapporti che aveva intessuto con tutti gli enti e aziende che potevano fornirglieli, ma soprattutto di saperli interpretare scartando a botto quelli inutili. Spesso analisi che avrebbero richiesto a decine di persone mesi di lavoro erano state chiuse da Di Capua in pochissimo tempo, per la sua capacità di “vedere” le cose importanti e soprattutto di saperle cercare.
– Che volete sapere Marescià? – chiese Di Capua che aveva già capito.
– Voglio capire i rapporti tra le due donne. Fruga dappertutto e quando trovi un legame, anche sottilissimo, andiamo a vedere. Io credo che il fatto che abbiano voluto mascherare la loro frequentazione, anche in un momento così doloroso per entrambe, vuol dire che è importante che non si sappia. E invece io a questo punto voglio sapere. – 
Di Capua annuì e senza replicare andò a lavorare.
Graziosi pensò di tornare a casa, ma era quasi sicuro che ci avrebbe trovato il rugbista – così lo aveva soprannominato nella sua mente – e non voleva incontrarlo ora.
Prese perciò le chiavi della sua stanza in caserma – che non usava praticamente mai – e se ne andò a dormire senza neanche passare a comprare un rasoio o una camicia di ricambio.
Quando la mattina dopo arrivò in ufficio aveva l’aria stropicciata ma si sentiva molto riposato e pieno di energie.
Prese un caffè con Di Capua, che non aveva novità, poi andò alla sua scrivania.
Non aveva fatto neanche in tempo a sedersi che squillò il telefono.
Alzò la cornetta e una voce cavernosa chiese senza preavviso:
– Mi sta evitando per caso? – 
Graziosi si rilassò sulla sedia, quella telefonata gli faceva quasi piacere. Evidentemente il rugbista aveva bisogno di lui, questa era un’informazione interessante.
– Diciamo che mi hanno tolto l’indagine, quindi preferisco evitare questi incontri melodrammatici, se posso evitarlo. – 
L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo. Poi riprese.
– Che significa questo? – 
– Che hanno trovato il colpevole, pare sia stata Donna Agata e a breve sarà arrestata. Il caso è chiuso. – 
Stavolta la pausa dell’uomo fu più lunga. Poi disse:
– Allora va bene. E’ finita così. Lei non mi è stato molto utile. Non mi vedrà mai più. – 
E chiuse la telefonata.
Graziosi guardò la cornetta sorridendo prima di appoggiarla lentamente.
“Qualcosa mi dice che non sarà così” penso tra sé e sé.
Ma il suo ottimismo al momento non aveva alcun riscontro. Di Capua non si vedeva, il che stava a significare che non aveva trovato niente, non aveva più accesso alle fonti investigative, insomma non aveva appigli per continuare l’indagine.
Passò davanti alla guardiola del piantone che aveva la TV accesa, e non poté evitare di guardare Ziliani che spiegava alla stampa come aveva incastrato l’assassina dei tre fratelli Russolillo, mentre sotto scorrevano le foto dell’arresto della donna.
Rimase qualche secondo in trance ad ascoltare gli sproloqui del suo collega, quando qualcosa nella sua testa fece “click”, si chiusero dei circuiti e improvvisamente si spalancò uno scenario che diventava interessante.
Tornò di corsa verso il suo ufficio solo per scontrarsi con Di Capua che veniva dalla direzione opposta.
– Marescià, ho trovato qualcosa! – disse il suo vice.
– E io forse ho capito qualcosa – rispose di rimando Graziosi – andiamo nel mio ufficio.
Si sedettero intorno al tavolino delle riunioni, Di Capua con dei documenti in mano.
– Dimmi prima tu – lo esortò Graziosi.
– Nei giorni scorsi ho guardato i conti dei tre fratelli e delle due donne, ma a parte la complessità degli incroci non ho trovato nulla di sospetto. Potrei sbagliarmi, perché il materiale è veramente tanto, ma le assicuro che ho guardato in profondità abbastanza da capire che le carte sono a posto. Adesso invece ho cambiato obiettivo. – 
– Il Senatore. – disse Graziosi pacatamente.
– Esatto, il Senatore. A quanto pare tutto riconduce sempre a lui. Sono partito dall’eredità e ho controllato tutti i beni che sono stati elencati. Tutti gli asset erano inglobati in una serie di società, praticamente tutte riconducibili al Senatore e ai figli in parti uguali, infatti il patrimonio del Senatore è stato dato alla moglie, a parte le briciole a Donna Agata, mentre i figli erano già stati sistemati in vita con quote delle società. –
Graziosi ascoltava attentamente, di sicuro Di Capua stava per tirare fuori la magagna.
Il vice prese una pausa per aumentare l’effetto di quello che stava per dire:
– Tutti gli schemi societari sono simili e tutti i beni, nessuno escluso, sono inseriti nelle società del Senatore. – disse Di Capua.
– Tranne? – domandò con un sorrisetto Graziosi che aveva già capito.
Di Capua ricambiò il sorrisetto ironico del suo capo.
– Tranne UNA. Una società di cui il Senatore aveva una quota minoritaria, inferiore all’1%, e che prevedeva l’usufrutto a sua volta di una società domiciliata in Lussemburgo. Ora, quando il Senatore morì la quota di questa società non venne assegnata esplicitamente e quindi fu assegnata egualmente ai figli e alla moglie, i quali liquidarono quasi immediatamente la loro quota per un controvalore ridicolo. –
– E di cosa si occupava questa società? – la cosa si faceva interessante.
Di Capua stavolta sogghignò.
– Dieci anni fa, alla morte del Senatore, il Lussemburgo era ancora un paradiso fiscale. Leggi che favorivano l’importazione di capitale, segreti assoluti sulle società e sui depositi bancari, insomma era un posto abbastanza sicuro per nascondere i propri beni. Ma oggi grazie alle leggi europee non è più così. E anche se a fatica ho ottenuto le informazioni su questa società. – 
Di Capua prese dei fogli, li sparse davanti a sé e riprese:
– La società gestisce un patrimonio quasi miliardario. Stiamo parlando di migliaia di immobili, quasi tutti in Italia, controllati attraverso società di gestione immobiliari locali. La proprietà è interamente posseduta da una finanziaria lussemburghese. A sua volta la finanziaria è di proprietà di due fondi di diritto sanmarinese – 
– Un bel casino – commentò Graziosi.
Di Capua annuì, poi proseguì.
– Sì decisamente. Dieci anni fa sarebbe stato impossibile capirci qualcosa, ma oggi sono felice di poterle mostrare i nomi dei proprietari di questo patrimonio, che lo gestiscono attraverso una società di persone di San Marino. –
Mise un foglio stampato davanti a Graziosi, il quale lesse, poi alzò gli occhi incredulo, lesse di nuovo e infine si abbandonò sulla sedia.
– Quindi non solo le due donne si conoscono, ma sono in società. E che società. Sono miliardarie. – 
La notizia lo aveva tramortito perché apriva scenari imprevedibili.
– Che si fa ora? – chiese Di Capua, velatamente soddisfatto del suo lavoro.
– Beh – iniziò a ragionare Graziosi – la tentazione sarebbe di capire come hanno messo insieme quel patrimonio, perché lo tengono nascosto, cosa ne sapevano i figli, cose così. In realtà il nostro obiettivo è sempre lo stesso: capire chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 

I due andarono a prendere un caffè, ma evitarono di rimanere in piedi davanti alla macchinetta dell’ufficio e si sedettero ad un tavolino in un bar della zona.
Era raro vedere Graziosi prendere un caffè fuori dall’ufficio, ma aveva bisogno di aria fresca e di ragionare a voce alta.
– Quindi abbiamo il seguente scenario – iniziò mentre metteva lo zucchero nel caffè macchiato – Il Senatore lascia alla moglie legittima e ai figli tutti i beni, almeno quelli palesi. Però la moglie con la seconda compagna hanno una società, di cui evidentemente anche il Senatore e i figli erano a conoscenza, in cui è confluito un patrimonio immobiliare miliardario. Questo spiega in parte perché le due donne cercano di non far trapelare i loro rapporti, ci scommetterei che dal punto di vista fiscale questa catena di società è in grave debito con il nostro Paese. Ad un certo punto, dopo dieci anni, qualcuno uccide i tre figli. La domanda è sempre la stessa: “cui prodest?”. Chi ci ha guadagnato dalla loro morte? Per quale motivo qualcuno li ha voluti eliminare? Non sembrerebbe logico per via di questa società, perché a quanto pare ne erano a conoscenza. A meno che uno dei tre non abbia minacciato di spifferare tutto al fisco in cambio di soldi, ma mi sembra improbabile anche perché i dati che tu hai raccolto ci mostrano che i tre erano ben più che benestanti. – 
Di Capua annuì mentre smadonnava di fronte al caffè: lo chiedeva macchiato, e invece di portarglielo schiumato come da tradizione napoletana ci aggiungevano il latte caldo, e NON era la stessa cosa. Inoltre il bicchiere di acqua gassata a Roma lo doveva sempre chiedere, mai una volta che glielo portassero di loro sponte.
– Poi c’è un’altra domanda: che cosa volevano i servizi? anzi, che cosa vogliono? perché noi di certo non abbiamo trovato ancora gran che. La società, certo, ma scommetto che per loro non è un segreto, anzi, sarei pronto a scommettere che in qualche modo ci stanno anche dentro. Che cosa potevamo scoprire in questa indagine che loro non sono in grado di trovare? e che cosa può essere così importante per qualcuno da uccidere tre persone? tre persone che, come abbiamo appurato, l’assassino o l’assassina conoscevano molto bene? – 
Di Capua alzò gli occhi al cielo, ma siccome Graziosi non capì se era per la sua tirata o per il caffè macchiato, per stavolta lasciò correre.
– Marescià, teniamo troppe domande e poche risposte. Io un’idea ce l’ho: perché non andiamo a riparlare con Desiati? magari ci sono altre cose che non ci ha detto. – 
Graziosi si alzò.
– Buona idea – disse e partirono alla volta dell’Istituto di Medicina Legale.

Quando Desiati aprì la porta una mezz’ora dopo per poco non gli prese un colpo e il panino che stava masticando gli cadde sul pavimento dell’obitorio.
– L’indagine non è chiusa? – chiese senza preavviso.
– Interessante. – disse Graziosi – Cosa ti fa pensare che siamo qui proprio per QUELLA indagine? – 
Desiati arrossì.
- Beh – balbettò – è l’ultima cosa per cui ci siamo visti, e ho pensato… – 
– Hai pensato che siccome ce lo hai messo in quel posto noi ce lo saremmo tenuti e zitti – concluse Di Capua, mentre Graziosi guardava Desiati fisso negli occhi senza scomporsi.
Desiati era chiaramente nel panico, aprì di più la porta e senza una parola si sedette, seguito dai due.
– Stai tranquillo – disse Graziosi – non abbiamo intenzione di prenderti a calci, anche se francamente la tentazione ce l’ho. Ma formalmente l’indagine è di Ziliani quindi non hai violato nessuna procedura. Però ora vogliamo sapere che altro hai trovato sulla scena del delitto – 
– Altro rispetto a che cosa? – chiese sospettoso Desiati.
– Rispetto al DNA di Donna Agata Giulia – 
– Beh, niente – disse Desiati.
I due si guardarono.
– Come “niente”? – chiese Di Capua.
Desiati era sulla difensiva, le domande dei due gli stavano facendo capire che forse aveva fatto una cazzata più grossa di quel che pensava, e per la soddisfazione di mettere nei guai Graziosi ora si trovava sulla graticola.
– Nel senso che Ziliani mi ha chiesto di verificare se il DNA della donna fosse presente, io ho esaminato un po’ di campioni e l’ho trovato dappertutto. – disse con voce sempre più bassa.
Graziosi spalancò gli occhi.
– Vediamo se ho capito – disse con un tono di voce che non prometteva nulla di buono – tu NON hai esaminato la scena in lungo e in largo cercando tracce ematiche, DNA o altri elementi probatori, ma ti sei limitato a rispondere ad una domanda di quel coglione di Ziliani e in questo modo hai fatto arrestare una persona senza sapere se magari sul luogo del delitto ce ne potevano essere state altre? E’ così? Ho ragione? – concluse alzando la voce.
Desiati ora era terreo, consapevole dell’errore.
– Scusami – tentò di giustificarsi – io non faccio l’investigatore, ma analizzo dati, se mi chiedono una cosa faccio quella… – 
Graziosi si alzò di scatto, e per un momento Di Capua temette che il suo capo potesse veramente prendere a calci Desiati, e lo temette lo stesso patologo perché istintivamente si ritrasse sulla seggiola.
Invece il Maresciallo andò verso la porta, poi si girò e disse:
– Tutto. Voglio che analizzi tutto. E voglio i risultati per domani. E solo io. – 
Desiati annuì e i due uscirono dall’Istituto, rossi in viso per la rabbia.

Graziosi rimase in silenzio mentre andavano verso l’auto.
Di Capua cercò di stemperare il clima:
– E così anche stavolta abbiamo arrestato una persona senza prove schiaccianti e il suo avvocato ci farà il culo alla prima udienza. – disse sarcasticamente.
Graziosi annuì ma rimase in silenzio.
Poi appena arrivato in macchina prese il volante tra le mani, si girò verso il suo vice e disse:
– La verità è che questa notizia cancella anche l’unica traccia che avevamo, perché anche se Ziliani è uno stronzo, trovare il colpevole non mi sarebbe dispiaciuto. Adesso dovremo partire di nuovo da zero, con la differenza che abbiamo alzato un polverone tremendo e non riusciremo più a capirci un cazzo. – 
Graziosi raramente usava il turpiloquio, segno che era veramente infastidito.
Ma scoprire che un’indagine era sostanzialmente andata all’aria per colpa dell’insipienza delle persone che lo circondavano era troppo anche per lui.
Tornati in caserma si chiuse nel suo ufficio e non rispose al telefono per ore.
Di Capua, che lo conosceva bene, evitò di disturbarlo, anche perché nonostante continuasse a spulciare le carte della famiglia Russolillo non riuscì a trovare altro di interessante.
Né la società sammarinese sembrava avere legami con il delitto.
Erano ad un punto morto. Di più. Morto e sepolto.
Improvvisamente quando ormai la giornata si trascinava verso una conclusione senza scosse, Graziosi uscì dalla sua stanza e trascinò a forza Di Capua dalla sua sedia verso il computer appoggiato sulla sua scrivania.
– Non dire niente. Guarda solo quello che sto per farti vedere e dimmi che ne pensi. – 
Andò su una cartella e aprì una foto. Era una foto ufficiale del viaggio di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse più di trenta anni prima, durante un viaggio a Washington. 
La foto ritraeva Moro che stringeva la mano a Kissinger, Segretario di Stato americano.
Il Senatore Russolillo era chiaramente visibile in un angolo della foto.
Di Capua iniziò a dire:
– Non mi risulta che Russolillo lavorasse con la Presidenza del Consiglio all’epoca… – 
Graziosi lo fermò con un gesto della mano.
– Aspetta, aspetta. Guarda il resto prima. – disse
Aprì un’altra foto, in cui vedeva il venerabile Gelli, capo di una organizzazione segreta denominata “P2” che voleva rovesciare il potere democratico del Paese, circondato da un gruppo di persone in giacca e cravatta.
Di Capua la scrutò con attenzione, poi si girò verso il suo capo scuotendo la testa:
– Non vedo Russolillo qua – disse senza capire.
– Non lo vedi perché non c’è – sorrise Graziosi – ma prima di darti altri suggerimenti ti faccio vedere un’ultima foto.
L’ultima foto era uno scatto probabilmente dello stesso evento in cui si vedevano le due donne ridere amabilmente tra di loro, perché la sala era la stessa, ma stavolta si vedeva in primo piano il Senatore, sorridente con un bicchiere di champagne in mano, circondato da un gruppo di imprenditori notissimi, alcuni dei quali avevano poi fatto anche carriera politica fino ad arrivare alle più alte cariche di governo.
Sullo sfondo, sfocato ma chiaramente riconoscibile, un uomo massiccio in abito scuro vegliava sull’evento.
Di Capua rimase di stucco.
– E’ questo il rugbista? – chiese conoscendo già la risposta.
Il Maresciallo annuì, poi aggiunse:
– E ora guarda l’altra foto. – 
L’appuntato prese di nuovo la seconda foto, la scrutò ben bene, poi improvvisamente spalancò gli occhi, puntando un dito su una faccia:
– E’ lui! lo stesso uomo! il rugbista, con molti capelli in più e parecchi chili in meno, ma è senz’altro lui! – 
Graziosi, soddisfatto, annuì.
– Sì, è lui – ammise – Dopo aver spulciato tutte le foto del Senatore e non aver trovato niente, sono andato nell’archivio dell’ANSA per vedere se trovavo ancora foto delle due donne, ed è saltata fuori quella foto. Allora ho fatto una ricerca visiva, ora gli archivi fotografici consentono di trovare le foto simili tra loro o con le stesse persone, e il sistema mi ha dato un migliaio di foto in cui c’erano persone che gli somigliavano. Le ho guardate tutte, una per una, e alla fine ho trovato questa, l’unica altra. A questo punto avevo due pezzi di un puzzle, che però ancora non mi dicevano nulla, ma la presenza di quell’uomo in due eventi così distanti non poteva essere casuale. Ho cercato di nuovo le foto del Senatore nell’archivio storico, ma stavolta sempre con il metodo del riconoscimento del volto, ed è spuntata questa. Non l’avevamo vista finora perché il Senatore non è citato nella didascalia che dice semplicemente “Il Presidente del Consiglio Onorevole Aldo Moro in visita ufficiale a Washington stringe la mano al Segretario di Stato Henry Kissinger”. Nessuna delle persone dello staff visibili nella foto è nominata, quindi la ricerca per parola chiave non poteva darci risultati. –
Di Capua si complimentò con il suo capo, ed era sincero:
– Azz Marescià, e chi vi faceva così esperto! – 
Graziosi rise:
– Ho avuto fortuna e comunque prima o poi ci saremmo arrivati perché le foto erano lì. Si trattava solo di cercarle. – 
– Ma ora che facciamo con queste informazioni? Non capisco cosa c’entrino con il delitto. – chiese Di Capua.
– Secondo me c’entrano eccome, se non altro perché il rugbista è interessato all’indagine. E poi le foto ci dicono alcune cose interessanti: che Russolillo e il rugbista si conoscevano, che quest’ultimo aveva confidenza con Gelli, e che Russolillo era con Moro negli USA pur senza incarico ufficiale. Se sommi tutto questo alla società detenuta dalle due donne hai un quadro perfetto di politica, poteri forti e danaro. Si tratta a questo punto solo di sapere in questo gioco chi fa che cosa, e avremo la persona interessata alla morte dei tre fratelli. – concluse Graziosi per la prima volta ottimista.
– A questo punto l’elemento cruciale diventa il tempo. Perché dieci anni dopo la morte del padre? – si chiese Di Capua.
– Esatto. Perché? Prima di capire “chi” dovremo capire questo. Diamoci da fare. – disse infine alzandosi dalla sua sedia.

Quando la sera arrivò a casa l’uomo lo aspettava fuori dal portone.
Ormai non aveva più senso giocare agli agenti segreti.
Graziosi lo salutò con un cenno del capo, poi insieme salirono le scale ed entrarono nell’appartamento. Come la volta precedente Graziosi mise su un caffè in silenzio e solo quando furono entrambi seduti con una tazza davanti l’uomo parlò.
– So che è stato a far visita al patologo oggi. Qualche novità? – 
Graziosi lo guardò e non rispose, all’inizio, poi a bruciapelo chiese:
– I suoi capi lo sanno che ha fatto parte di Gladio? – 
L’uomo fermò la tazza a mezz’aria, rimase qualche secondo interdetto, poi disse:
– Mi sembrava che noi avessimo un accordo: lei indaga e io chiedo. Non mi pare che il contrario fosse contemplato. – 
Nonostante la risposta astiosa che Graziosi si aspettava, vide che aveva colto nel segno.
Aveva preparato la frase con Di Capua accuratamente, e l’avevano anche provata per sicurezza.
Era per certi aspetti quello che gli americani chiamano un “long shot”, un colpo da lontano ad una preda sfuggente, per lo più destinato a fallire, ma ogni tanto – e questa era di quelle volte – si riusciva a colpire nel segno.
D’altronde i due carabinieri erano abbastanza certi che l’uomo ne facesse parte; in fondo Gladio era un’organizzazione segreta militare strettamente legata alla P2 di Gelli, che ne sarebbe dovuto essere il braccio politico.
Entrambe le organizzazioni avevano l’obiettivo di arrestare la crescita del partito comunista in Italia con tutti i mezzi, leciti ma soprattutto illeciti. Gladio era formata da militari di professione, pronti ad entrare in azione qualora le circostanze lo avessero richiesto. Gelli e la P2 invece puntavano al potere politico.
Insomma, vista la vicinanza con la P2 e l’attuale militanza nei servizi segreti l’ipotesi che il rugbista fosse un uomo di Gladio non era così remota.
Graziosi e Di Capua avevano anche spulciato gli elenchi delle due organizzazioni, ormai pubblici, per vedere se qualcuna delle persone elencate potesse essere riconducibile al rugbista, ma dopo ore di lavoro incrociato avevano concluso che se ne faceva parte non era in quegli elenchi.
Anche questo non era strano perché molti indizi avevano sempre fatto pensare che gli appartenenti a Gladio e alla P2 fossero rimasti per lo più segreti e solo pochi nomi fossero stati rivelati, più che altro per tacitare la voglia della magistratura e della stampa di sapere.
Il Maresciallo posò la tazza, fece un sorriso di cortesia, poi disse:
– Vede, purtroppo io mi sono convinto che per scoprire qualcosa sul delitto sia necessario tornare indietro nel tempo e capire quale fosse esattamente il ruolo del Senatore Russolillo, come si relazionasse ai poteri forti del paese di quel periodo, e anche perché lei sembra essere dietro a tutto questo. – 
Era una cortesia dietro la quale si celava una dichiarazione di guerra e Graziosi era consapevole che il rischio di far arrabbiare quell’uomo mentre erano da soli non era trascurabile.
Per questo aggiunse:
– Se se lo sta chiedendo la risposta è sì. Il mio vice è al corrente delle nostre chiacchierate, e anzi, è qua sotto con la macchina accesa, e se non lo saluterò dalla finestra entro… – guardò l’orologio – tre minuti, manderà via e-mail alla magistratura il dossier che abbiamo raccolto. Quindi se non le dispiace ora mi affaccio così se vuole possiamo continuare la nostra amabile chiacchierata. – 
Improvvisamente l’uomo si alzò di scatto, con una agilità sorprendente data la stazza, spinse Graziosi di lato con forza quasi fino a farlo cadere e si sporse dalla finestra.
Là sotto, in piedi vicino alla macchina di servizio, c’era Di Capua sorridente con in mano un cellulare e il dito sul pulsante “invio”.
L’uomo schiumò di rabbia, poi si scansò e lasciò che Graziosi salutasse con la mano il suo Vice.
Quando questa scenetta fu terminata l’uomo si avviò verso la porta.
– Ha fatto un grosso errore oggi Graziosi. – disse prima di uscire – Pensavo di potermi fidare di lei, ma capisco che non è così. La sua indagine finisce qui. Non mi vedrà più ma io la osserverò. Stavolta le cose sono andate così, ma le assicuro che io non dimentico e la sua vita potrebbe non essere più tanto divertente in futuro. – 
Uscì rapidamente, scomparendo giù per le scale.
Graziosi si buttò su una poltrona, lasciando uscire il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento e dopo due minuti Di Capua suonò al campanello della porta. Aveva visto l’uomo uscire e voleva assicurarsi che tutto andasse bene.
Graziosi gli aprì e gli diede una birra che come al solito Di Capua rifiutò.
Invece il Maresciallo ne aveva bisogno, era stato molto vicino a essere aggredito da un soldato professionista e violento, e non pensava avrebbe avuto molte possibilità di uscirne intero.
– Quindi ha abboccato – disse Di Capua.
Graziosi annuì.
– Diciamo che non ha confessato nulla, ma ho capito di averlo colpito. Questo chiarisce il contesto e riduce di molto le direzioni in cui guardare anche se non abbiamo fatto ancora nessun passo avanti reale verso la soluzione del delitto. – si fermò un attimo poi riprese – Quindi ora sappiamo che quest’uomo è un collegamento tra Gladio, la P2 e il Senatore. Gladio è un’emanazione dei servizi segreti americani, per cui la presenza del Senatore a Washington non è da considerarsi strana. Immaginiamo lo scenario seguente: gli americani hanno bisogno di una persona di fiducia, che possa fungere da cerniera tra le varie organizzazioni a difesa dell’occidente. L’Italia è particolarmente esposta, quindi la persona che dovranno scegliere deve anche avere un ruolo nelle istituzioni, ma solo di controllo. Ergo scelgono Russolillo perché già aveva fatto affari con i servizi segreti ai tempi della vecchia mafia rurale del dopoguerra. Lo fanno eleggere Senatore in qualche modo e gli chiedono di controllare la scena politica da una parte e di gestire i rapporti USA-Servizi Segreti-P2 dall’altra. Il Senatore diventa centrale nelle strategie americane in Italia e probabilmente anche nella strategia del terrore e in alcuni fatti ancora poco chiari. A questo punto lo scenario se non chiaro è ragionevole. Rimarrebbe un domanda, alla quale noi però possiamo già dare una risposta. – concluse retoricamente.
– Che cosa ci guadagnava il Senatore? – disse prontamente Di Capua.
– Esatto – annuì Graziosi – questa è la domanda, ma noi sappiamo già la risposta: un sacco di soldi. Centinaia di milioni di EURO attuali. Migliaia di immobili. Un giro di soldi spaventoso. Questa risposta è semplice ma ora viene la domanda successiva, più difficile: come facevano a convogliare questi soldi verso il Senatore? Non mi immagino gli americani che caricano sacchi di dollari su un cargo e li portano al Senatore come ringraziamento. Ci deve essere stato un meccanismo più raffinato. –
Di Capua rimase in silenzio un momento, poi disse piano, quasi sottovoce:
– La P2 – 
Graziosi fece un sorriso amaro.
– Sì, penso anche io. La P2 in fondo aveva aggregato fior di imprenditori, oltre a giornalisti, militari e prelati, e anche banchieri. E quale strumento migliore della P2 per fornire gli strumenti necessari per far arricchire il Senatore? D’altronde non ti dimenticare che gli aderenti alla P2 si aiutavano l’un l’altro, non avevano forse messo quel giornalista a dirigere il Corriere della Sera, e a quell’altro addirittura gli avevano fatto aprire un quotidiano? Quindi niente di più facile che gli aderenti alla P2 abbiano creato business veri o fittizi per convogliare denaro e asset verso il Senatore. Ma tanto non ci rimettevano mica, ognuno di loro faceva i suoi begli affari. A rimetterci, come al solito, eravamo noi. Lo Stato. Tutti quei soldi, direttamente o indirettamente, venivano drenati dalle casse dello Stato attraverso società a partecipazione statale, attraverso commesse, attraverso leggi ad hoc. Era un gioco in cui tutti vincevano: gli Stati Uniti mantenevano la leadership mondiale, la DC il potere, Russolillo i soldi, e tutti gli altri pezzi di questo o di quello. Una macchina perfetta. – concluse Graziosi con amarezza.
– Per cui – ricapitolò Di Capua – abbiamo un sacco di informazioni sul passato ma nessuna sul presente, perché non sappiamo ancora chi ha ucciso i tre fratelli e perché. – 
– Il perché comincio a intravederlo. – disse Graziosi – Per i soldi. Tutti quei soldi. Perché anche se i tre erano benestanti, qui parliamo di centinaia di milioni di EURO gestiti da due anziane signore che non avevano mai voluto condividere con loro questi beni. – 
– Insomma lei sta dicendo che alla fine Donna Agata potrebbe essere veramente colpevole? Che magari i tre hanno chiesto una quota della società e lei ha preferito ucciderli piuttosto che rilasciargliela? – 
Graziosi rimase pensieroso per un attimo, poi disse:
– Sono costretto ad accettare questa ipotesi ma non ci credo fino in fondo. In fondo i tre sapevano della società, forse non del suo valore reale, ma non era un segreto. E anche se avessero avanzato delle pretese ucciderli era il modo migliore per attirare le attenzioni degli inquirenti. Non credo sia andata così, ma in assenza di alternative valide sospetto che Donna Agata rimarrà a Rebibbia. – concluse sconsolato.
Poi si alzò, i due si salutarono, e la notte passò in un sonno senza sogni.

Quando la mattina dopo Graziosi si svegliò ebbe la sensazione che le cose stavano per avere un’accelerazione.
Non sapeva cosa fosse esattamente e non c’erano motivi apparenti, ma per la prima volta da giorni si sentiva ottimista.
Si fece la barba, poi si infilò la tuta e andò a fare una corsetta al parco, rimandando la doccia a dopo.
Infilò le cuffiette e cominciò un po’ di esercizi di riscaldamento, poi si diresse verso Via Nomentana.
Non fece in tempo a fare duecento metri che il cellulare vibrò nella tasca della tuta. Era Di Capua.
I due si scambiarono qualche frase, poi Graziosi rientrò di corsa a casa, dieci minuti dopo era in caserma, non esattamente profumato, ma nessuno ci fece caso.
Di Capua era in sala riunioni insieme a Desiati, che incredibilmente aveva alzato il culo dall’Istituto e si era degnato di presentarsi in caserma.
Graziosi andò dritto al sodo, senza preamboli:
– Cosa abbiamo? – 
Desiati si schiarì la gola, ma quando parlò la sua voce era cortese come mai era stata in vita sua.
– Ho analizzato tutti i reperti che mi sono stati consegnati – sottolineò con la voce la parola “tutti” – e ho trovato come c’era da aspettarsi molte tracce genetiche. – 
– Ma non saresti qui se non ci fosse qualcosa di strano – disse senza scomporsi Graziosi, mascherando l’ansia di sapere qualcosa.
Desiati annuì.
– Sì, qualcosa di strano c’è, anche se non riesco a capire… – 
Graziosi tagliò corto.
– Dicci cosa hai scoperto e poi le conclusioni le tiriamo noi. –
Desiati sospirò, poi continuò:
– Ci sono tracce genetiche di molte persone. Uomini, donne, in tutti i locali della casa di cui mi hanno fornito campioni. Di alcune è possibile stabilire vagamente le date di deposito, in base ad alcuni parametri di invecchiamento del materiale. Ad esempio le tracce di Donna Agata sono non solo molto vecchie, ma anche più recenti. Tra le tracce più recenti ci sono anche quelle di diversi uomini. – 
Desiati era inutilmente allusivo, tutti sapevano che la moglie di Russolillo aveva molto gradito in gioventù la compagnia degli uomini, ed evidentemente la cosa non era cambiata con la vecchiaia, soprattutto viste le disponibilità economiche.
– La cosa che però mi ha colpito di più non è la presenza di DNA così variegati, anzi. Purtroppo se non si ha un potenziale imputato, l’esame del DNA ormai è talmente sofisticato che è possibile ritrovare tracce dopo decenni, per cui cercare di individuare una persona dal DNA trovato sul luogo di un delitto, senza ulteriori indicazioni, è come cercare il classico ago nel pagliaio. – 
Di Capua a questa frase fatta alzò gli occhi al cielo ma non interruppe il flusso del discorso del Patologo.
– Insomma – concluse Desiati – la cosa che ho trovato veramente strana sono le tracce di due sostanze chimiche che non si trovano in giro facilmente, anzi, non si trovano praticamente da nessuna parte: la ciclotrimetilentrinitroammina, e il tetranitrato di pentaeritrite. – 
I due carabinieri si guardarono e guardarono Desiati senza capire.
– Semtex H – disse asciutto Desiati.
Graziosi si dovette sedere per non cadere.
Fu Di Capua il primo a riprendersi.
– Intendi dire che a casa Russolillo c’erano tracce di Semtex H, lo stesso esplosivo usato dalla mafia per la strage di Via d’Amelio? – chiese incredulo?
Desiati si limitò ad annuire.
Fu Graziosi allora a intervenire.
– E dove hai trovato queste tracce, e perché non ce lo hai detto prima? – 
– Non ve l’ho detto perché nessuno mi aveva chiesto di analizzare tutti i campioni, ma solo di capire se Donna Agata era stata lì. E anche se avessi fatto un’indagine più accurata, non avrei cercato questi prodotti chimici. Ho usato i reagenti giusti per caso, perché ho sottoposto tutti i campioni al ciclo completo di analisi, per essere sicuro che non poteste lamentarvi di me. – disse sarcastico – E comunque ce n’erano tracce microscopiche sul pavimento, in tutta la casa.  – 
Graziosi annuì, ma non disse nulla, e Di Capua capì che non voleva dire altro davanti a Desiati, così lo congedò e due minuti dopo i due uomini rimasero soli.
Il Maresciallo era sconvolto.
– Semtex H – disse – Sai cosa significa questo vero? Significa mafia, militari e forse anche servizi segreti. Significa che la merda su cui stiamo premendo il piede è più grossa e puzzolente di quanto pensassimo, e se non ci sbrighiamo a liberarcene ci affogherà entrambi. – 
E così dicendo andò nel suo ufficio, per preparare il da farsi.
Non ci arrivò mai, perché Di Capua lo fermò tenendolo per un braccio, mentre con l’altro teneva il cellulare all’orecchio. La faccia di Di Capua non prometteva nulla di buono, e in effetti quando chiuse la conversazione guardò Graziosi negli occhi per un attimo, poi si fece coraggio e disse:
– Donna Agata si è suicidata in cella un’ora fa – 

Due giorni dopo Graziosi, indossando la sua uniforme d’ordinanza – caso più unico che raro – varcò la soglia del Comando dell’Arma e si diresse spedito verso l’ufficio del Comandante. Di Capua era già lì ad attenderlo, così come Ziliani, la testa bassa e la faccia contrita.
All’incontro, in maniera irrituale ma giustificata dagli eventi, erano presenti due magistrati.
Il primo era un vecchio procuratore che per tutta la vita si era occupato degli eventi più neri della prima Repubblica, dal delitto Moro, alla strage di Ustica fino a Gladio.
Il secondo era il magistrato incaricato di gestire l’indagine e che aveva avallato l’arresto di Donna Agata.
Quando furono tutti presenti il caffè fu servito.
Prese la parola il magistrato più giovane, il cui nome era Santilli, che fece un breve preambolo.
– Non è usuale trovarsi qui per un magistrato, che per sua natura deve essere equidistante tra le parti. Ma l’invito cortese del Comandante mi ha convinto che potevo dedicarvi qualche minuto senza violare l’etica professionale. Ovviamente il procuratore capo è informato e questa riunione quindi si svolge per quanto mi riguarda alla luce del sole. – 
– La ringrazio della sua cortesia – disse il Comandante nel tono più diplomatico che riuscì a riprodurre. In fin dei conti i casini li aveva fatti uno dei suoi, e sperava che un altro dei suoi li risolvesse, altrimenti la sua riconferma poteva considerarsi a rischio.
– Non le ruberemo molto tempo – disse ancora –  e se ci siamo permessi di convocare anche il Dott. Imperatore – fece un cenno al vecchio magistrato – è perché lo sappiamo depositario di molte verità e di molti anni passati a studiare questo Paese, e ci faceva piacere che lui potesse essere presente. Ma lascio la parola al mio collega, Maresciallo Graziosi. – 
Graziosi ringraziò con un cenno della testa, poi fece un gesto nervoso verso Di Capua che lo rassicurò con lo sguardo.
– Grazie Comandante. Verrò subito al sodo: come sapete per questo delitto quasi inspiegabile è stata arrestata la matrigna dei tre ragazzi, che solo due giorni fa si è suicidata mentre era reclusa nel carcere di Rebibbia. Mentre molti hanno pensato che questo gesto rappresentasse una conferma della sua colpevolezza, noi lo abbiamo interpretato al contrario come una protesta estrema. Certo, forse anche i sensi di colpa hanno contribuito a far compiere alla donna questo gesto, ma noi siamo convinti che lei non abbia ucciso i tre ragazzi – 
Il Dott. Santilli  interruppe un po’ nervoso.
– Questo mi è chiaro, Maresciallo, me lo ha detto il Comandante quando mi ha convocato, ma come lei sa bene in tribunale contano solo le prove concrete e le convinzioni personali valgono quello che valgono. – 
Graziosi resistette all’istinto di mandare un’occhiataccia al magistrato, poi vide Di Capua che si precipitava fuori dall’ufficio allertato da una telefonata e attese qualche secondo, finché la porta non si aprì di nuovo e un uomo massiccio, con radi capelli e lo sguardo truce entrò scortato da due carabinieri.
Il Dott. Santilli corrucciò la fronte a quell’interruzione, e non poté esimermi dal chiedere:
– E ora chi è questa persona? – 
Mentre i due carabinieri uscivano a rimanere di guardia fuori dall’ufficio l’uomo si sedette, apparentemente in pieno controllo di sé stesso anche se chiaramente scocciato.
Graziosi si prese la responsabilità di dare spiegazioni al magistrato.
– Questo signore, che abbiamo rintracciato non senza fatica, si chiama Franco Cova. In realtà si chiamerebbe Covacich, dato che è di origini triestine, ma il nome italianizzato gli è servito per meglio mimetizzarsi. Negli anni sessanta quando ancora era militare di leva fu notato soprattutto per il suo fanatismo e la sua assoluta fedeltà ad ideali di destra e assoldato per far parte di Gladio. Da lì la sua carriera è stata tutta in ascesa: ufficiale dell’esercito, poi addetto militare di un paio di ambasciate, guardia del corpo di Russolillo e infine Colonnello dei Servizi Segreti. La sua identità e il suo curriculum sono classificati come top secret e c’è voluto tutto l’impegno del Comando dell’Arma e una motivazione speciale per riuscire a stanarlo, partendo da un paio di foto recenti che gli ho fatto di nascosto a casa mia. – 
L’uomo per la prima volta mostrò stupore sul suo volto, che faceva a gara con la soddisfazione di Graziosi di aver infinocchiato una spia professionista sul suo terreno.
– E qual era questa motivazione mi scusi? – chiese Santilli – neanche noi possiamo di norma violare i fascicoli top secret. – 
– Una motivazione molto seria. – rispose Graziosi – Quest’uomo dieci anni fa ha ucciso il Senatore Russolillo e pochi giorni fa anche i suoi tre figli. – 
Di Capua e il Comandante, che sapevano già tutto, rimasero impassibili. 
I due magistrati strabuzzarono gli occhi, e l’uomo ebbe un accesso d’ira e accennò ad alzarsi dalla sedia.
Graziosi gli mise prontamente la mano sulla spalla e lo spinse di nuovo a sedere.
– Non glielo consiglio. Si trova in un luogo pieno di Carabinieri armati, e a differenza mia sanno usare una pistola e non avrebbero alcun problema a sparare a qualcuno che dovesse aggredire uno di loro. – 
Fu il Dott. Imperatore a rompere la tensione, prendendo la parola per la prima volta.
– Maresciallo Graziosi, non dubito che lei abbia degli elementi per accusare quest’uomo della morte dei tre fratelli Russolillo, ma il Senatore? come fa a sapere che è stato lui anche in questo caso? Mi risulta che il Senatore sia morto di morte naturale, aveva ormai quasi ottanta anni. – 
La sua voce tradiva curiosità e desiderio di aggiungere un pezzo al puzzle che stava cercando di completare da oltre quaranta anni.
– Questo è quello che tutti pensavamo fino a due giorni fa, ma quando abbiamo cominciato a capire chi potesse essere stato e le sue motivazioni è stato naturale avere dubbi anche sulla morte del Senatore. Siamo andati a riguardare i risultati dell’autopsia di dieci anni fa, condotta guarda caso dallo stesso patologo, e abbiamo scoperto che la posizione scomposta del corpo era compatibile con l’assunzione di sompiramina, la stessa sostanza che ha ucciso i suoi figli. Anche se non dovessimo avere una confessione basterà riesumare il cadavere e avremo le prove di ciò che dico. Ma sono sicuro che è andata così. – 
– Benissimo Maresciallo – interloquì Santilli – ma da quel che vedo per arrivare in fondo alle indagini avete sfiorato un paio di reati, quindi le sarei grato se mi esponesse il suo caso con ordine, in modo che io possa decidere se far arrestare quest’uomo o far arrestare lei. – 
Il tono era ironico ma fino ad un certo punto.
Graziosi prese un bicchiere d’acqua poi iniziò.
– Il Semtex H di cui abbiamo trovato traccia a casa Russolillo in Italia ce l’hanno solo in due: la mafia e i servizi segreti. Sospettiamo che durante la storia recente del nostro paese in alcuni casi le due entità si siano sovrapposte, ma in questo caso eravamo abbastanza certi che si trattasse dei servizi. Quest’uomo – puntò il dito verso il rugbista – ha cercato di avere accesso diretto alle indagini attraverso minacce più o meno velate nei miei confronti. Abbiamo pensato che fosse per proteggere il suo ruolo nella faccenda. Ma poi ci siamo convinti che non fosse così semplice. – 
Fece una pausa per raccogliere le idee.
– Sulla presenza di quest’uomo sulla scena del delitto abbiamo prove certe. Analogamente a quanto fatto da Ziliani – e lanciò una velenosa occhiata al collega – abbiamo chiesto all’Istituto di Medicina Legale di confrontare il DNA di questo signore con le tracce ritrovate sul luogo del delitto. – 
– E come avete preso il DNA per confrontarlo? – chiese il Magistrato incuriosito.
Graziosi sorrise.
– Casa mia ne era piena, se è per questo. Ma è poco importante al momento, la cosa importante è che il Colonnello Covacich è stato recentemente a casa Russolillo, e ha imbrattato il pavimento di Semtex H. Anche di questo abbiamo le prove perché abbiamo appurato che ha appena fatto un’esercitazione di routine, schedulata da tempo, che prevedeva anche la capacità di innescare esplosivo al plastico. –
L’uomo lanciava sguardi di fuoco con gli occhi ma rimase seduto sulla sedia senza muovere un muscolo.
– Piazzato l’imputato sul luogo del delitto mancavano due elementi: l’arma del delitto e il movente. In questi due giorni abbiamo praticamente lavorato solo sul primo punto. Non è stato banale ma ci ha aiutato il fatto che la sostanza è contenuta in un farmaco sintomatico che serve per curare forme violente di tachicardia. Data la pericolosità del dosaggio va venduta sotto presentazione di ricetta medica e ogni confezione è tracciata. Una volta capito in che direzione cercare non è stato difficile identificare la farmacia che aveva venduto la confezione usata per uccidere i tre fratelli Russolill, e risalire al medico militare che aveva prescritto a Covacich l’impegnativa. Per esserne certi lo abbiamo arrestato e interrogato, e ha subito confessato che il Covacich gli aveva chiesto questa ricetta senza dargli tante spiegazioni. Insomma, signori, l’omicida è qui davanti ai vostri occhi. Ma rimane la domanda fondamentale: perché? perché ha deciso di ammazzare i tre fratelli, e soprattutto: come ha fatto a convincerli a vedersi tutti insieme senza che sospettassero nulla? – 
– Già come ha fatto a convincerli? – la voce era di Ziliani, che improvvisamente, dimentico della sua dabbenaggine, si era appassionato al racconto di Graziosi.
Tutte le teste si girarono verso di lui, che diventò immediatamente rosso e abbassò di nuovo la testa.
Ma il suo intervento permise a Graziosi di continuare.
– Non li ha dovuti affatto convincere, perché qualcun altro lo aveva fatto per lui. – 
Prima di continuare guardò l’uomo che ora era carico di odio.
– Vedete, nessun uomo è immune dagli istinti più bassi della nostra esistenza mortale. Il potere, il sesso, i soldi, sono cose a cui solo pochi uomini dotati di grande integrità morale sono in grado di rinunciare. Covacich non è tra questi. E i molti anni passati vicino al Senatore Russolillo, anzi più che altro alla moglie di costui, hanno fiaccato la sua moralità. Il Colonnello ha abbondantemente attinto alle grazie della Signora Russolillo, diventandone per certi aspetti il servo sciocco, e anche alle sue finanze. E quando lei gli ha chiesto aiuto ancora una volta non si è tirato indietro. Esatto signori, i figli del Senatore Russolillo sono stati uccisi da quest’uomo su ordine della loro stessa madre. – 
– Ma perché? – chiese incredulo il Dott. Santilli –  e come fa a dirlo con certezza? – 
Graziosi prese un altro bicchiere d’acqua. Il ruolo di disvelatore della bassezza morale altrui non gli piaceva, lo faceva per senso del dovere, ma non ne gioiva.
– Che sia stata lei ce lo dicono i tabulati delle telefonate. Vedete, all’inizio per noi era difficile capire qualcosa. Non avevamo nessun appiglio, e già fare domande sensate aiuta in un’indagine complessa come questa, ma quando le maglie si sono un po’ strette abbiamo cominciato a guardare nella direzione giusta e le cose ci sono sembrate più chiare. La signora Russolillo ha contattato ripetutamente i figli, e fin qui nulla di strano, ma poi da un cellulare intestato alla società sammarinese ha chiamato anche il nostro Covacich. Tutto in sincrono con l’omicidio. Ma certo, rimane la legittima richiesta di una motivazione, per questo e per l’altro omicidio. Perché non ci dimentichiamo, anche il Senatore è stato ucciso nonostante avesse quasi ottanta anni e fosse già malato. Noi crediamo che tutto ruoti intorno ai soldi, ma non ai soldi in quanto tali. Se fosse stato solo per i soldi il Senatore poteva tranquillamente vivere, aveva già sistemato tutto. E anche i figli, sebbene forse fossero scontenti della divisione dei beni, potevano essere tacitati in altro modo. –
Un’altra pausa, ora nessuno fiatava.
– Quello che sto per dirvi è frutto di indagini e in parte di deduzioni. Probabilmente non reggerebbe in tribunale, ma per la condanna vi basterà la prova dell’omicidio in combutta tra il Colonnello Covacich e la signora Russolillo. Per capire bene il motivo di questi delitti bisogna risalire al patto scellerato tra gli Stati Uniti e alcuni pezzi incontrollati del nostro paese, in un momento di grande tensione. La machiavellica idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo ha giustificato accordi con il diavolo, o meglio tra diavoli. Per molti anni imprenditori “di famiglia” ossia che appartenevano alla parte giusta, hanno avuto accesso a flussi incommensurabili di fondi. La mafia ha gestito una pace in Sicilia e negli USA corroborata da altrettanti flussi finanziari. E il perno di tutto era Russolillo. I soldi gli venivano probabilmente attraverso attività, consulenze, donazioni, tangenti da parte di imprenditori che facevano la fila per accreditarsi dalla “parte giusta”, arricchirsi e sfoggiare un po’ di sano anticomunismo. Ma ad un certo punto questo equilibrio è crollato insieme al muro di Berlino. Il flusso di danaro si è ridotto se non interrotto del tutto. La P2 e Gladio sono stati scoperchiati e il Senatore ha perso il suo potere di equilibrio. E probabilmente ha tentato di recuperarlo ricattando qualcuno. Sono sicuro che la lista degli imprenditori aderenti alla P2 e che hanno beneficiato di un periodo di illegalità sia molto più ampia di quella ritrovata. Ma non è per questo che è stato ucciso. No, assolutamente. Incredibilmente qua c’entra l’amore. – 
E guardò direttamente il rugbista che per la prima volta sembrava imbarazzato.
– Sì, l’amore – disse Graziosi – perché il Senatore non amava ancora sua moglie, come lei vuole far credere, ma Donna Agata. Abbiamo perquisito accuratamente il suo appartamento dopo il suicidio e abbiamo trovato le pratiche per il divorzio, e anche i piani per il nuovo matrimonio. E mentre il Senatore amava Donna Agata e voleva sposarla, il Colonnello Covacich qua presente amava la Signora Russolillo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, incluso uccidere il Senatore. Vi ripeto: quando riesumeremo il cadavere del Senatore tutto questo che vi sto dicendo sarà lampante. A questo punto la Signora Russolillo, spalleggiata dal suo amante, rientra in possesso della casa e del cuore dei suoi figli, ignari di tutto quello che è successo, e in qualche modo storditi dalla loro vita agiata. Ma l’età adulta arriva per tutti prima o poi, e sospetto che uno dei figli, probabilmente l’unica femmina che aveva mantenuto rapporti continuativi seppur salutari/saltuari con Donna Agata, fosse riuscita a mettere insieme qualche pezzo di verità, magari anche confrontandosi con la matrigna e alla fine abbia informato i fratelli di cosa era stata capace di fare la madre. Di fronte alla possibilità di essere estromessa dal patrimonio, dalla famiglia, e addirittura arrestata per l’omicidio del Senatore, la Signora Russolillo ha chiesto di nuovo aiuto al suo vecchio amante e insieme hanno organizzato l’omicidio dei figli. – 
Il silenzio calò improvviso appena Graziosi smise di parlare.
– Quello che non capisco – disse timidamente il Magistrato – è perché la messa in scena. Perché ucciderli in questo modo plateale. – 
– Per mandare un messaggio a Donna Agata. Per farla soffrire. Per minacciarla. La Signora Russolillo ormai completamente impazzita ha creduto di esercitare in questo modo un potere di persuasione verso quella che in fin dei conti era sempre una sua rivale. – 
– Quindi i servizi segreti, Gladio, la P2, in questo caso non c’entrano nulla. – chiese ancora il Dott. Santilli.
Graziosi scosse la testa.
– Non direttamente, ma in qualche modo sì. I soldi, il potere, gli intrighi per cui questi due hanno ucciso sono direttamente derivati da decenni di illegalità avallati dalle più alte cariche dello Stato e dell’Alleanza Atlantica. Ma in ultima analisi questa è solo una storia d’amore. –
Fece una pausa. Si guardò intorno. Niente gli piaceva oggi del suo lavoro. Niente.
– Una brutta, triste, sporca storia d’amore. – concluse Graziosi uscendo dalla stanza senza girarsi indietro.

Cry

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I dieci indizi (falsi) che vostro marito vi mette le corna

Sappiamo tutti che se una donna si mette in testa di tradire il marito senza farsi scoprire non c’è modo per il pover’uomo di rendersi conto del palco reale che gli sovrasta il cranio, neanche se sbattesse alla porta di casa tutti i giorni per dieci anni di seguito.
Il motivo è semplice: le donne sono più furbe, più attente, più maliziose, e gli uomini più bambacioni, creduloni e governati dall’ormone.
Le donne sono più furbe anche quando è LUI a cornificare, e a differenza dell’uomo sanno individuare anche i minimi segnali e individuare la magagna anche senza che lui lasci in giro il classico scontrino del ristorante nelle tasche.
Le donne sono abituate a leggere i segnali del corpo, e anche la minima deviazione dal comportamento standard fare rizzare le loro antenne per cui per un uomo è virtualmente impossibile mantenere una relazione extraconiugale per un periodo molto lungo (diciamo superiore a due ore) senza che la moglie se ne avveda.
Però io non voglio parlare di questo, bensì di quella situazione in cui la donna CREDE di aver rilevato segnali di corna da parte del consorte, ma ciò (purtroppo direbbe lui) non è vero.
Succede più spesso di quanto pensiate, e anche ad uomini che francamente solo a guardarli verrebbe da dire: ma quale (altra) donna potrebbe mai interessarsi a questo scarto di magazzino?
Ho ritenuto opportuno quindi stilare un prontuario dei principali segnali che possono essere fraintesi, e credo possa essere utile sia alle donne per tranquillizzarsi un pochino quando dovessero credere di vederne uno ma anche per gli uomini: state accuratamente attenti a evitarli quando la coscienza è VERAMENTE sporca…

1. Si è fatto la doccia rientrando dopo una trasferta di lavoro
Come noto, l’ommo è ommo e ha da puzzà, e con questa verità molte donne hanno imparato a convivere.
Quindi per la moglie è normale che dopo una giornata di duro lavoro (così almeno si presume) l’uomo arrivi direttamente a tavola con l’ascella piccante.
Oggi però no. Oggi si spoglia rapidamente, butta i vestiti nella cesta dei panni sporchi e si fionda sotto la doccia per mezz’ora, con l’acqua così bollente che quando esce gli fuma tutto (tranne le palle altrimenti non sarebbe in questa situazione).
Il segnale è chiaro: ha voluto cancellare qualsiasi traccia di umori corporei sospetti, e magari alieni.
Dato che ormai le prove sono scomparse dalla pelle, ella non potrà che fondarsi nella cesta e mettersi ad annusare centimetro per centimetri i vestiti di lui, nella certezza acquisita di individuare qualche elemento XX lasciato dalla zocc… dall’amante di lui.
Questa ispezione comprende anche pedalini sudati, maglietta della salute umidiccia e mutande stella con taschino laterale indossate per una settimana di seguito.
E’ così che la trova lui, quando in accappatoio e ciabatte entra in camera da letto: piegata a novanta gradi e con la testa nella cesta.
Lui innocentemente pensa sia un nuovo tipo di benvenuto della moglie e carinamente le piazza una mano sul culo ricevendone ovviamente una stampella sui denti.
Solo dopo l’esame del DNA su tutti gli indumenti sporchi egli sarà perdonato (per una cosa che non ha fatto) e lei gattonerà verso di lui vestita come se lavorasse al Crazy Horse.
Inutilmente, perché il dolore ai denti ha paralizzato qualsiasi funzione riproduttiva di lui e la serata finirà a vedere X Factor.

Il trittico
I tre indizi che seguono sono di solito sufficienti per una condanna senza appello anche da soli, ma se si verificano tutti e tre insieme per il marito non c’è scampo: la pena è l’evirazione.

2. Si è fatto la barba pelo e contropelo
Di solito egli si fa la barba in tre minuti netti.
Odia rasarsi, e siccome deve durare poche ore, prima che sopravvenga “the five ‘o’clock shadow” e sia ora di tornare a casa, normalmente basta una passata e via.
Stamattina la moglie lo sorprende a mettere la schiuma due o tre volte, a toccare delicatamente con le dita sotto la gola per essere sicuro che non scappi neanche un pelo, a passare e ripassare il rasoio nei punti più difficili per non lasciare neanche una piccola ruvidità, e infine dopo essersi sciacquato a tirare la pelle del viso in tutte le direzioni per essere certo che il lavoro sia fatto a regola d’arte.
Inevitabile la domanda: “perché ti stai facendo la barba così accuratamente?” e altrettanto inevitabile e inutile la (vera) risposta: “ho una riunione con l’amministratore delegato alle sei”.
Lei immaginerà solo un incontro illecito in qualche luogo nascosto nell’ombra, con una zocc…un’amante che nell’impeto della passione gli accarezzi il viso liscissimo (tralasciamo altre cose che ella immagina e vietate ai minori).
Il fatto che lui alle sei si troverà veramente in una stanza con altre dieci persone, tutte di sesso maschile, a parlare di bilanci è un’eventualità che non può essere neanche lontanamente presa in considerazione.

3. Ha usato il dopobarba “Eau de prestige et finesse pour homme”
Il marito medio dopo la barba usa prodotti da supermercato.
Chi non ricorda i mitici “Acqua velva” e “Brut 33”, profumi che per un euro potevate portarne via una damigiana?
Ecco, quello è lo stile della casa.
Ma nascosto in un piccolo armadio, tra una bottiglia di whisky invecchiato 25 anni e un disco di Baglioni autografato, si annida un dopobarba prestigiosissimo, dal costo industriale di duecento euro a goccia, regalo della suocera per il Natale 1998.
Il flacone, nella comoda dotazione da venti gocce, viene estratto dal suo ripostiglio solo nelle grandi occasioni, come ad esempio il matrimonio della sorella di lei, la comunione del nipote di lei, il battesimo del figlio della cugina piccola di lei, la laurea della figlia della portiera della zia di lei.
Stamattina invece dopo la rasatura egli afferra il flacone di “Eau de prestige et finesse pour homme” e con nonchalance ne sbatte un paio di secchiate sulle guance, tanto che la scia che lascia uscendo dall’ascensore potrebbe fare concorrenza a certe signorine che si possono trovare sulla Via Salaria a qualsiasi ora.
Quale può essere il motivo di questo sacrilegio, visto che nessun parente di lei sta per festeggiare alcunché?
Chiaro. Lui ha un’altra.
Dapprima a lei viene l’idea di girare per tutta la città naso in aria cercando di individuare come un segugio da tartufo la zocc…la donna che frequenta suo marito.
Poi l’impresa le appare un tantino disperata (ma non così tanto eh!?) e allora preferisce risolvere il problema in altro modo, versando nel cesso le restanti dodici preziosissime gocce di “Eau de prestige et finesse pour homme”:
Che se si deve proprio strofinare con quella zocc…signorina, almeno la inondi di acqua velva. E vaffanculo.

4. Si è vestito in giacca e cravatta
Sono mesi ormai che gira con la stessa mise, pantalonacci di cotone americani blu, polo di cotone o camicia a quadrettino e scarpe da ginnastica.
“Tanto da noi non si usa” è il ritornello.
Poi un giorno lo senti armeggiare con qualcosa di plastica, vai a vedere e scopri che ha rimosso il cellophane che copre il vestito buono e si sta predisponendo per indossare il completo blu.
Con la camicia bianca.
E la cravatta argento.
In pratica, è vestito come al VOSTRO matrimonio.
Chiaro che la rabbia vi monta all’istante, e la flebile nonché non credibile scusa di una visita in fabbrica dei nuovi azionisti suona appunto come una scusa.
Si sa che un uomo ad una certa età (e lui questa certa età l’ha già passata da un pezzo) può fare bella figura con una donna solo se si veste elegante.
Quindi vuole fare colpo su una zocc…su un’altra donna, pensa lei.
Figurati se gli azionisti vanno a visitare la fabbrica sfigata dove lavora lui.
Non esiste: se deve metterle le corna glie le metterà vestito a cazzo, quindi lo costringe ad andare in ufficio con la solita divisa.
Il fatto che lui sarà l’unico quadro aziendale vestito come uno straccione e che questo lo ponga primo nella lista di quelli di cui sbarazzarsi non interessa alla moglie, felice di avergli rovinato la giornata.

5. Ha lavato la macchina
Questo non sarebbe un grande indizio, se non fosse che a) non lava la macchina da un anno e b) per domani è previsto temporale.
Evidentemente deve portare qualcuno con cui fare bella figura.
La moglie chiede così, en passant, se lui ha impegni per la serata, ed effettivamente sì, non ti ricordi? vado a prendere una birra con gli amici del calcetto, lo avevamo deciso dalla settimana scorsa.
Se. Calcetto.
Vedi un po’ se stasera non deve caricare qualche zocc…donna e per fare il fico ha lavato la macchina.
Ora, che la “macchina” in questione sia una Panda 30 del 1986, e che nessuna donna degna di tale nome si farebbe impressionare dal reparto archeologico lavato o meno è un particolare che dalla moglie non viene ritenuto importante.
Forse, ma forse forse eh!?, se lui avesse chiesto in prestito la macchina di lei, una BWM 535 comprata in comode ottocento rate e che lei usa per fare la spesa mentre il marito ha dovuto far doppiare alla Panda 30 la boa dei 300.000 chilometri, forse dicevamo in quel caso qualche leggerissimo sospetto poteva anche essere lecito.
La vera motivazione per cui lui ha portato la Panda a lavare è che l’ha cercata per mezz’ora sotto casa senza successo, per poi rendersi conto che la Panda 30 marrone parcheggiata davanti ai suoi occhi non era altro che la sua Panda 30 blu con uno strato di morchia che ne nascondeva il colore originale.
E SOLO per questo motivo lui l’ha portata a lavare, tra l’altro considerando oziosamente l’ipotesi di farla verniciare di marrone per non perdere tempo a cercarla senza per questo dover essere obbligato a lavarla una volta l’anno.

6. Vi porta dei fiori per l’anniversario del vostro primo bacio
Ora, qui siamo veramente in zona allarme rosso.
Nessun uomo dovrebbe MAI portare alla propria moglie dei fiori per un anniversario simile, a meno che non si aduso farlo da vent’anni per ogni microanniversario della propria vita matrimoniale: il primo bacio, la prima volta al cinema, la prima volta che avete fatto l’amore (spesso questi tre coincidono), la prima vacanza insieme, etc.
Ma se siete come il 99.999999% periodico dei mariti che non si ricordano neanche il compleanno dei loro figli senza un’agenda elettronica, e se sono vent’anni che non vi presentate con dei fiori, sappiate che questo gesto verrà interpretato in un’unica possibile maniera: avete qualcosa da farvi perdonare.
Il che è probabilmente vero.
Ma magari avete semplicemente raschiato la fiancata della macchina (la BMW, non la Panda) durante un parcheggio; oppure avete giocato al Bingo i duecento euro che avevate messo da parte per il we a Positano; oppure avete invitato vostra madre a pranzo domenica. Tutte cose che richiedono il perdono di vostra moglie, ma lei non penserà che ad una cosa sola: ha trombato con una zocc…con un’altra donna e ora viene a chiedere scusa.
Paradossalmente, questa è una situazione da cui potreste uscire vivi, anche se avete veramente trombato con una zocc…voglio dire con un’altra donna.
Sì, perché in fondo vostra moglie non ha veramente intenzione di lasciarvi, per quanto vigliacco, fedifrago e figlio di puttana voi siate, ma solo di controllarvi e comandarvi a bacchetta, e l’idea che la vostra coscienza sia così sporca da costringervi a regalarle dei fiori la solletica.
Ed è quindi con un sorrisetto maligno che accoglie il vostro regalo con una domanda subdola: “Grazie caro, ma quale primo bacio stiamo festeggiando? Quello CON o SENZA lingua?”.
Qui voi siete nella merda più totale.
E’ praticamente impossibile che un maschio XX normotipo riesca a ricordare dettagli così minuti, e quindi comincerete a sudare copiosamente, a piangere sommessamente, e infine a confessare le vostre malefatte.
Suggerimento da amico per i mariti: qualora abbiate veramente messo le corna a vostra moglie, consiglio preventivamente di mandare a sbattere la BMW contro la colonna del centro commerciale e di fotografarla. Lei si incazzerà moltissimo ma magari (anche stavolta) la farete franca.

7. L’avete sorpreso sul divano intento a suonare “La canzone del sole” con la chitarra
Che in giro per casa ci fosse una chitarra era un sospetto che covavate da tempo.
Infatti quando vi siete conosciuti era solito allietare le vostre serate con improbabili armonie e versioni apocrife di “While my guitar gently weeps”, con quella sua voce roca che in confronto Tom Waits è un usignuolo.
Ma d’altronde vista la scarsa qualità dei suoi preliminari (eufemismo) avete sempre preferito un paio di giri di Do prima di zompettare allegramente nel letto.
Ora però erano più di vent’anni che non vedevate quella chitarra e la domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?
E che cosa avrà a che vedere con quella convention aziendale a Fregene di cui parla da settimane?
Non ci sono dubbi, lo stronzo ha una storia con una zocc…con una collega e si prepara ad una serata di romanticismo sulla spiaggia che di sicuro terminerà su un lettino, avvinghiati come l’edera, con la sabbia a creare attrito alle parti basse fino a farle diventare roventi come i pistoni di una Maserati senz’olio.
Consiglio amichevole: resistete alla tentazione di sfondargli la chitarra sulla schiena e di fare una garota con il Mi cantino.
Sarebbe perfettamente inutile.
Da quando il mondo è mondo quello che suona la chitarra non tromba. Mai.

8. Ha nominato per più di due volte consecutive una collega
Egli lavora in una grande azienda e come tutte le grandi aziende oltre a impiegati diligenti di sesso maschile è strapieno di zocc…di donne, tutte più o meno in carriera, ma molte arrivate ad una certa età single o divorziate, o con un matrimonio traballante, insomma: disponibili.
E’ per questo motivo che state attente ai minimi segnali e lui normalmente è molto neutro nel raccontare le sue vicende aziendali.
Di solito i suoi discorsi sono sempre improntati ad attività in cui non è chiaro se partecipino anche delle donne, ad esempio: “Oggi abbiamo avuto una riunione fiume con l’Amministratore Delegato”.
Oppure: “Non si riesce mai ad avere i dati di fatturazione in tempo”.
E così via; sono tutte frasi in cui l’elemento femminile – se c’è – è accuratamente occultato.
Beh, voi non siete così stupide da credere che non girino donne in queste riunioni o attività, ma vi fa piacere che egli non le citi, vi piace questa sua attenzione ai dettagli.
Finché un giorno, per la seconda volta di seguito, egli commette l’errore di nominare una collega.
Lo fa en passant, intendiamoci, senza enfasi, ma è proprio questa normale familiarità che drizza le vostre antenne: “Il capo ha diviso il progetto per aree di competenza, io mi occupo dei clienti business e Giulia di quelli consumer.”
Giulia? e chi cazzo è mo’ ‘sta Giulia?
Non bastasse, il poveraccio rincara la dose: “Stasera devo lavorare, devo mandare a Giulia i miei dati così lei li inserisce nella presentazione”.
Due volte. Una prova lampante.
Già così un marito incauto sta per passare un bruttissimo quarto d’ora, ma i più ingenui, quelli di cui spesso si legge sul giornale perché ne hanno ritrovato un braccio a Follonica e uno a Mondovì, rincarano la dose con una presentazione virtuale, che nella loro mente malata dovrebbe servire a lubrificare la capacità di accoglienza empatica della moglie, ma che invece è il colpo di grazia: “Ma sì, Giulia, non te la ricordi? Te ne ho parlato l’anno scorso dopo che sono stato alla convention aziendale alle terme”.
Qui è necessario fermarsi, perché ciò che una moglie può arrivare a dire quando scopre che il marito e quella “Giulia” sono stati nello stesso albergo per tre notti è vietati ai minori e ai deboli di cuori.
Non servirà a nulla che lui le mostri la foto ricordo della convention da cui si evince che Giulia è alta un metro e quaranta, ha un culo che fa Provincia di Frosinone e i baffi.
Ormai lei ha preso il via e la questione si concluderà con un bel divorzio.
Oppure con un indagine dei Carabinieri di Mondovì.

9. Il suo cellulare è completamente vuoto
Purtroppo questo stronzo è un genio informatico e tutti i suoi device sono rigorosamente blindati con dei codici di accesso che neanche il Norad riuscirebbe a violare.
Tuttavia è sempre un uomo, e in quanto tale rincoglionito, e prima o poi, prima o poi…, egli lascerà il cellulare incustodito per pochi minuti senza blocco dello schermo.
Una donna, una moglie che si rispetti, sa sempre quando cogliere l’occasione e sono anni che simula questo evento, per cui quando riesce finalmente a mettere le mani del cellulare dello stronzo in pochissimo tempo è in grado di scaricare sul suo portatile tutti i dati e rimetterlo a posto.
Quando egli finalmente dorme lei comincia a guardare tutto quello che ha scaricato, sicura di trovare foto, messaggi, e vocali di qualche zocc…donna che lo voglia circuire.
E invece niente.
Foto, nessuna.
Messaggi whatsapp, solo della famiglia e di qualche amico, maschio.
SMS, neanche uno.
Selfie compromettenti, neanche l’ombra.
Insomma niente di niente.
Per un brevissimo istante la donna rimane delusa, ma poi capisce: questo stronzo non vuole lasciare tracce.
E’ proprio l’assenza di prove, la prova principale!
Perdonatela. Lei ha visto tutta la serie televisiva “The Good Wife”, e anche tutti i CSI possibili e immaginabili, per cui sa bene quanto possono essere subdoli i malviventi, razza di cui suo marito fa sicuramente parte a pieno titolo.
Per questo la mattina dopo appena lui si sveglia lei gli fa saltare una capsula con il cellulare lanciato a tutta velocità sui denti, e urlando e piangendo allo stesso tempo lo caccia di casa: “Non avevi niente! Niente su questo cellulare, capisci? Niente!”
Campasse cento anni, lui non capirà mai la reazione della moglie, ma soprattutto non capirà mai perché gli abbia tirato quel vecchio cellulare che non usa da anni e che aveva riacceso solo perché il suo lo ha dimenticato da Giulia.

10. Stasera tuo marito ha fatto l’amore con te come se fosse la prima volta
E nonostante tutti gli attriti, tutti i sospetti, tutta la diffidenza, la gelosia, le ripicche, stasera tuo marito ti ha accolto a casa stanca dal lavoro in un’atmosfera romantica, fatta di candele accese, di incensi delicati, di luci soffuse.
Ti ha tolto le scarpe e massaggiato i piedi gonfi, offerto un bicchiere di spumante e un asciugamano caldo imbevuto di essenze naturali.
Ti ha sfiorato la guancia con la sua guancia, e l’hai trovata setosa, segno che ha avuto cura di farsi la barba pochi minuti prima, e le sue mani emanano un profumo di dopobarba delicato ma virile.
Sulle prime sei imbarazzata ma poi questa attenzione ti conquista, e alla fine la natura ha il sopravvento e ti lasci andare, ed è bellissimo e ti rendi conto che per qualche minuto puoi anche dimenticare le tue paure e i tuoi sospetti, e stringerti a lui come quando eravate ragazzi.
Poi, quando la passione lascia spazio al riposo, nella luce tremolante di una candela lo guardi dormire accanto a te, e il dubbio lentamente ma inesorabilmente si insinua: perché è stato così tenero, così amoroso, così passionale?
Mi avrà voluto ammansire?
Forse i sensi di colpa?
Chi gli ha insegnato tutto questo romanticismo, tutte queste candele, tutti questi profumi? Io no di certo.
Starà sperimentando con me, questo stronzo, quello che vuole dare a LEI, a quella zocc…quella donna chiunque essa sia?
Come si è permesso, brutto fedifrago puttaniere, di abbassare le mie difese solo per la sua soddisfazione personale e per essere sicuro di fare bella figura con quella?
Come ha potuto…e così via.
Ma vogliamo infine difendere un pochino questo pover’uomo, che non avrà mai la soddisfazione di farne una giusta neanche quando dà il meglio di sé?
Perché voi lo sapete, egli ha passato ore su google e su forum dedicati per trovare il modo migliore di fare una sorpresa alla sua donna e di far riaccendere quella scintilla di passione che sembrava sopita.
Se a te mia cara è sembrato che lui stasera facesse con te l’amore come la prima volta, forse è perché negli ultimi due anni E’ la prima volta.
E quando si sveglia sii carina con lui, mi raccomando, non si merita il tuo astio. Cosa potrà succedere mai di brutto? Alla peggio, che ci sarà subito una seconda.

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La finestra

Se mai vi trovaste a passare in Via Giuseppe Ungaretti, a Roma, all’altezza del civico 31, alzate gli occhi.
Incastonate sulla facciata di un bel palazzo in cortina anni sessanta ci sono ad ogni piano delle grandi finestre, quadrate e larghe, che portano tanta luce nei salotti signorili arredati con cura.
Se spingerete lo sguardo fino al quinto piano potrete forse notare una piccola macchia bianca e nera, ma dalla strada sotto al palazzo è difficile capire di cosa si tratti.
Allora se siete incuriositi vi consiglio di attraversare la strada e di allontanarvi un po’, così da avere una vista migliore di quella finestra.
Se la vostra vista è ancora buona, certamente più della mia, non avrete difficoltà a capire cosa sia quella macchia: è un panda. Un peluche di un panda appoggiato sullo schienale di un divano, e affacciato alla finestra come a guardare fuori.
Tornate indietro ora, e fate un giro dei negozi della zona.
Se sarete gentili e farete le domande giuste verrete a saprere che quel panda è li da molto, moltissimo tempo. Qualcuno vi dirà “da sempre”.
Non chiedete altro, potreste scoprire che il quartiere protegge molto chi abita nell’appartamento con il panda, vi rendereste antipatici.
Se siete proprio curiosi però potreste aspettare.
Tanto, se siete passati di mattina presto non dovrete aspettare molto perché al massimo verso le 9 li vedrete uscire.
Non potete sbagliarvi, sono proprio loro.
Due bei vecchi, che camminano piano sottobraccio.
Lui è alto, con pochi capelli, porta degli occhiali da sole per proteggere gli occhi e cammina aiutandosi con un elegante bastone di legno scuro, oltre ad appoggiarsi alla moglie.
Lei ha dei bellissimi capelli sale e pepe che porta ancora lunghi – cosa strana per le donne della sua età – intrecciati su un lato.
E’ più giovane di lui e cammina ancora eretta e con un’espressione allegra sul volto.
Se vorrete salutarli, senza far trapelare la vostra curiosità, ricambieranno di sicuro: sono persone socievoli, gentili, educate.
Ma vi consiglio di rimanere a distanza e di guardarli senza disturbarli.
Il loro ecosistema è delicato e basterebbe poco per rovinare la loro giornata, e qui, qui gli vogliamo tutti bene.
Seguiteli pure, li vedrete di sicuro entrare un un bar, scambiare due parole con il ragazzo dietro il bancone, prendere due caffè macchiati e un cornetto che si divideranno.
Poi lui forse comprerà un giornale, o forse no: talvolta la vista lo disturba a tal punto che leggere è una sofferenza.
Se hanno bisogno di qualcosa per la spesa di solito entrano in un piccolo negozio gestito da pakistani per prendere due pomodori e un pezzo di pane.
Le persone della loro età non hanno più tanto bisogno di mangiare, ormai, né di dormire.
Ma lo sento che la vostra curiosità è ancora insoddisfatta! E allora sedetevi alla fermata dell’autobus vicino al bar, loro arriveranno di sicuro tra poco.
Eccoli: che vi avevo detto?
Si siedono sulla panchina, chiacchierano un pochino, poi l’autobus arriva e salgono.
Quasi sempre lei si siede nella direzione opposta al senso di marcia e lui di fronte a lei ma in diagonale: è troppo alto, le ossa poi gli fanno male e non riesce a sedersi di fronte alla moglie.
E così il tragitto avviene per lo più in silenzio: lei guarda fuori, lui legge il giornale oppure si limita a borbottare.
Ogni tanto lei gli passa una mano sulla guancia ruvida, lui fa finta di non accorgersene ma dentro è felice.
Se siete saliti con loro rimanete a distanza, non li disturbate.
Questo, tutti i giorni della loro vita, è allo stesso tempo il momento più felice e più disperato della loro giornata, e lo devono vivere da soli.
Non preoccupatevi di perderli, sono anziani, camminano piano, e inoltre scendono al capolinea. Voi aspettate un minuto poi scendete dopo di loro.
Appena fuori dall’autobus si dirigeranno spediti verso il banco 39, dalla signora Luisa.
Ormai sono anni che si servono da lei, sono diventati amici: chiacchierano un po’, poi Luisa prepara i fiori.
Li sceglie lei, ogni giorno diversi secondo la stagione e l’umore, e loro sono sempre contenti.
Pagano, ringraziano, e poi si avviano piano attraversando il grande piazzale, verso la porta principale che immette al viale alberato che costeggia le prime costruzioni in marmo.
Non vi preoccupate, anche se il Verano è molto grande non dovrete fare molta strada.
Li vedrete fermarsi dopo poche decine di metri e rimanere un attimo in silenzio.
Lui resta in piedi, le mani dietro la schiena, l’aria severa che serve solo per mascherare quello che ha dentro.
Lei si accovaccia, prende i fiori di ieri che sono ancora rigogliosi e li distribuisce su altre tombe là vicino, poi mette i fiori freschi che ha preso da Luisa.
Accarezza la lapide con una mano e dice qualcosa.
Se vi avvicinate fingendo di andare a visitare una tomba vicino potrete forse di sfuggita vedere la foto, e magari una data, 1976.
E sentire lei che racconta qualcosa.
Andate più vicino, ora non vi vedono più, non in questo momento.
Sentirete la donna raccontare storie, storie di persone, di avvenimenti, di parcheggi sbagliati, di cani che scappano dai padroni, di bambini che si sbucciano le ginocchia, di buste della spesa rovesciate, di ragazzi che ridono, di musica troppo alta, di rami caduti durante un temporale, di fidanzati che si baciano nell’ombra, di cartelloni pubblicitari troppo grandi, di adulti che litigano e di amici che si incontrano.
La sentirete parlare del caldo, o del freddo, o del vento, o della pioggia, o delle nuvole, o del tramonto, o dell’alba, o del sole, o della luna, o delle stelle.
La sentirete raccontare di tutte le persone che salutano passando, del giornalaio, del panettiere, della maestra di scuola ancora arzilla, della ragazzina diventata donna con tre figli, del meccanico in pensione, e della famiglia di cinesi che gestisce un negozio.
La sentirete raccontare tutto quello che quel piccolo panda vede dalla finestra.
Poi, una volta finite le storie di oggi la donna si rialza, si stira la gonna con un gesto istintivo, riprende sotto braccio l’uomo che è rimasto fermo e immobile tutto il tempo, e lentamente ritornano verso l’autobus.
Fermatevi qui. Non li seguite più, non c’è bisogno.
Ma la prossima volta che passerete di lì, sotto quella finestra, non vi dimenticate di fare un saluto.
Allegri, mi raccomando, le lacrime le abbiamo già usate tutte.

panda finestra

Il mare

Era il primo di maggio del 1975, il primo giorno che vidi il mare. Me lo ricordo benissimo.
Perché sebbene dal paesino abruzzese dove abitavo il mare non fosse poi così lontano – da nessuno dei due versanti – non c’ero mai stato.
La mia era una vita di paese, limitata al villaggio d’origine e quelli confinanti.
Anche l’Aquila, in teoria solo ad un’ora di pullman, era una destinazione esotica per noi.
Non c’erano soldi, non c’era tempo, non c’era nessuno con una macchina.
Eravamo io, mia mamma e i nonni. Mia madre aveva continuato a vivere dai nonni anche dopo che ero nato io, in quella piccola fattoria che a fatica mandavano avanti in un territorio così aspro.
Lei aveva dovuto crescermi da solo, tra difficoltà di tutti i tipi e l’incredibile ostilità dei paesani che non avevano perdonato a quella ragazza così bella di aver buttato via la sua vita così giovane.
Mio padre, non sapevo neanche chi fosse; mia madre non ne parlava quasi mai, e comunque già allora avevo il sospetto che il suo operato si fosse limitato alla fornitura del seme per poi scomparire nel nulla.
Avevo quasi dodici anni all’epoca, facevo la prima media in un paesino vicino, e tutto sommato la mia vita poteva dirsi felice.
La mamma aiutava i nonni con la fattoria e arrotondava ogni tanto con dei lavoretti a casa delle persone più anziane.
Da mangiare non ci mancava ma non avevamo certo la possibilità di fare delle vacanze, e quindi tutta l’estate ce ne restavamo alla fattoria, magari prendendoci qualche giorno di riposo in più, oppure andando a fare lunghe passeggiate nei campi, e la sera si mangiava spesso insieme ai proprietari delle fattorie vicine e si organizzavano lunghissime partite di pallone, mentre gli anziani si scannavano a briscola e tressette.
L’unica che sembrava non partecipare era lei. Mia madre.
Ma era serena, o almeno così mi sembrava.
Era solita sedersi sui gradini di ingresso della casa a godersi il chiasso che facevano gli ospiti.
Ogni tanto doveva accompagnare al bagno qualche ragazzino che si era sbucciato un ginocchio cadendo e lo faceva sempre con gentilezza e un sorriso.
Ma non potevamo permetterci di andare al mare.
Neanche a casa di un amico che aveva un piccolo appartamento a Tortoreto e che mi invitava tutti gli anni: mia mamma diceva che non potevamo semplicemente andare lì e soggiornare gratuitamente, che avremmo dovuto portare un regalo, dividere le spese e semplicemente non avevamo soldi sufficienti.
Un paio di volte andammo a fare il bagno ad un lago là vicino.
Anche se era abbastanza grande da poter immaginare di essere al mare, con la riva di ciottoli degradanti e le onde sugli scogli, chissà perché non mi dava soddisfazione.
Quell’acqua oleosa che mi scorreva sulla schiena non mi piaceva, e il fatto di vedere le montagne intorno fin dove era possibile guardare non mi faceva per niente sentire di essere al mare.
Ma ero già maturo per la mia età e capivo la situazione, e in fin dei conti avrei avuto tempo per andare al mare, magari dopo laureato, pensavo, fantasticando di comprare una macchina ed essere io a portarci mia madre e non viceversa.
Spesso mi addormentavo con quel pensiero, quel sogno, e chissà perché anche se non lo avevo mai visto il mare esercitava su di me un fascino così grande.
Quella mattina, il primo di maggio del 1975, mia madre mi svegliò che ancora non si vedevano le luci dell’alba.
– Vincè! Svegliati a mamma. Esci dal letto, preparati! –
Aprii gli occhi, vidi che fuori era buio, e dissi:
– Ma mamma, oggi non ci sta scuola! –
Lei mi guardò sorridendo, poi rispose:
– Lo so. Oggi andiamo al mare. –
Il mare! Il mare…
Scattai dal letto e cominciai a prepararmi di corsa.
Correvo per tutta la casa con un sorriso ebete in faccia, e alla fine mi misi davanti alla porta di casa, maglietta, pantaloncini, ciabatte, e una cartella con dentro asciugamano, panini e una bottiglia d’acqua che pesava un accidenti perché era di vetro.
Mia madre mi squadrò, ma ridendo disse solo:
– Andiamo! –
Prendemmo il pullman per L’Aquila, che ci mise una vita perché nel nostro paese il primo di maggio è sacro e non lavora nessuno e dovemmo aspettare quasi un’ora prima che arrivasse un autista assonnato.
Poi da L’Aquila prendemmo un pullman di linea più grande per Pescara.
Il viaggio lo feci attaccato al finestrino a guardare fuori: anche se conoscevo un po’ la mia zona non ero mai stato così lontano da casa, e quei luoghi, seppur famigliari, mi erano sconosciuti.
Quando arrivammo vicino al Gran Sasso rimasi stupito di vederne le cime innevate.
Era stato un inverno rigido, e anche se in basso faceva abbastanza caldo da rimanere solo con la maglietta, la neve non si era sciolta del tutto.
Mi sembrava un miracolo: noi che andavamo al mare e la neve sulla montagna così vicina.
Ogni tanto mi giravo a guardare mia madre, e invariabilmente la trovavo con lo sguardo su di me.
Mi sorrideva, io le davo magari un bacio, e poi mi rimettevo col naso incollato al vetro a guardare la strada che scorreva e a contare le macchine rosse.
Non so perché mi piacevano le macchine rosse, indipendentemente dalla marca.
Il rosso era il mio colore preferito. Dopo il blu, s’intende: il blu del mare.
Quando il pullman arrivò a Pescara non stavo più nella pelle.
Presi mia madre per la mano e la trascinai, anche se non sapevo dove andare.
Probabilmente non lo sapeva bene neanche lei, perché anche se ne sentivamo il profumo non riuscivamo a raggiungerlo, e alla fine, dopo aver svoltato in una stradina, ce lo trovammo davanti.
No. Il lago non era la stessa cosa.
Un’immensa distesa di acqua, con le onde che si alzavano ruggendo.
La sabbia finissima e bianca.
Il vento che ci spingeva verso la riva.
Rimanemmo così, madre e figlio, estasiati per un minuto, poi corremmo insieme verso la spiaggia.
Io mi spogliai al volo e mi buttai in acqua senza pensare alla temperatura.
Abituato com’ero al clima rigido della montagna non avevo certo paura dell’acqua di mare a Maggio.
Feci cenno a mia madre di entrare ma lei disse di no con la testa e si mise seduta su un asciugamano, vicino alla riva.
Non si tolse il vestito, un vestito strano dai disegni improbabili, forse dei fiori stilizzati chissà. Tirava vento ma non si legò i capelli, anche se aveva con sé forcine ed elastici.
Aveva capelli biondi, mia madre, lunghi e sottili, e il vento rapidamente glie li intrecciò, ma lei non ci fece caso.
Continuava a sorridermi con le labbra rosa, sottili ma delicate, su un viso affilato e un mento a punta.
Era snella, nonostante la gravidanza e il lavoro duro, e bella.
Ed era giovane. Non aveva neanche trent’anni quel giorno, mia madre. Una ragazzina.
La giornata passò così, io avanti e indietro dall’acqua, o a correre lungo una spiaggia quasi deserta: poche persone vi si avventurarono, qualche cane che correva dietro a me ogni tanto.
Feci castelli con la sabbia, cacciai i granchi dietro gli scogli, lanciai pietre in acqua, ingerii litri d’acqua salata perché non sapevo nuotare e neanche andare sott’acqua, ma non ci feci caso.
Alla fine mi sdraiai vicino a mia madre a riposarmi e a guardare i granelli di sabbia da vicino, sperando di trovare qualche sassolino prezioso da riportare a casa.
Anche mia madre si sdraiò vicino a me.
Tutti e due con la testa sulle mani e i gomiti a contatto.
– Quando sei venuta al mare l’ultima volta? – le chiesi.
– Mai. – mi rispose con un sorriso che per la prima volta era malinconico.
Io sgranai gli occhi.
– Vuoi dire che anche per te è la prima volta? –
Lei annuì.
– Non sono andata mai molto lontano. Non ho mai visto Roma, Venezia, Napoli. Non sono mai stata al mare. Non ho mai guidato una macchina. Ma se ci credi, sono felice. Perché ho avuto te, e la mia vita è stata perfetta così, non mi è mancato niente. –
Me la strinsi forte, quanto le volevo bene!
Affondai il mio viso nell’incavo delle sue braccia e rimanemmo così, guancia a guancia, per dieci minuti, a goderci il tepore del sole sulla schiena, nelle ultime ore del pomeriggio.
Fu allora che me lo disse.
Con il sorriso sulle labbra, come sempre.
E mentre me lo diceva io piangevo piano, lei si interrompeva e mi asciugava le lacrime con le labbra, e poi ricominciava, e poi si interrompeva di nuovo.
Quando finì, io piangevo ancora e lei sorrideva, ci abbracciammo forte, e così abbracciati raccogliemmo le nostre cose e raggiungemmo il pullman per L’Aquila.

Mia madre morì due mesi dopo, e io rimasi con i nonni: nessun padre si fece avanti per reclamarmi.
Feci il liceo a L’Aquila e l’Università a Roma, e sebbene il mare fosse lì ad un passo mi rifiutai sempre di andarci.
Perché io dopo quel primo di Maggio non ci andai più, al mare.
Trovavo sempre scuse con gli amici e poi con le fidanzate, e c’era sempre un impegno improvviso o un mal di testa lancinante ad impedirmelo.
Il mare non mi vide più per lunghi anni.
Finché infine non fui in grado di trovare un lavoro e di comprarmi una casa proprio lì, davanti a quella spiaggia di Pescara dove mia madre mi aveva portato per la prima e ultima volta nella sua vita tanti anni prima.
Oggi che ho più di cinquanta anni mi piace ancora stare sul balcone a guardare da lontano la spiaggia.
Per rivedere con la mente quella ragazzina di neanche trent’anni seduta sul bagnasciuga, un abito dai disegni improbabili indosso e lunghi capelli biondi intrecciati dal vento, e pensare “Il mare! Il mare…”.

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Photo by rodocarda