Il 29

I numeri, come le persone, non sono tutti uguali.
Prendete lo Zero, per esempio: per migliaia di anni è stato ignorato, non se ne conosceva neanche l’esistenza, poi improvvisamente ci si è accorti che è il numero più importante di tutti, e da allora gode di una fama immeritata, insieme al suo compagno di merende, infinito.
E l’Uno? Vogliamo parlare dell’Uno?
Da sempre è il capetto dei numeri interi, il primo, il riferimento, quello che stimola competizioni e infrange sogni di gloria.
E’ talmente accentratore, l’uno, che tra lui e gli altri c’è un abisso, tanto che qualcuno ha sentito dire che Due e Tre volevano suicidarsi, poi hanno soprasseduto perché qualcuno gli ha presentato Fibonacci e si sono accontentati.
Che poi, Uno nasce primo, poi non è primo, ma lui dice: se sono Uno, sarò primo, o no!?
Di Tre possiamo dire che è un grandissimo paraculo.
Zitto zitto, sfruttando una sorta di ritmo armonico della natura, è diventato uno dei numeri più importanti.
Fateci caso: tutto è basato sul Tre, almeno le cose più importanti.
Dio è uno e trino, i Re Magi erano Tre, come Fante Cavallo e Re.
Tre son le cose che piacciono a me,
E poi trentatré Trentini entrarono a Trento.
Tre minuti, solo tre minuti vorrei, per parlarti di me.
Insomma ‘sto Tre si è preso tutto lo spazio che Uno ha lasciato disponibile.
Ah beh, certo, non tutto tutto.
Pure Sette è piazzato benino. Che quando c’è da contare qualcosa, e Tre è un po’ pochino, a chi ci si rivolge? Ma a Sette naturalmente!
Sette sono i colli di Roma, che ebbe Sette Re e settantasette Imperatori.
Sette i sacramenti, i vizi capitali, i colori dell’arcobaleno.
Bu-bu settete, e salta il cuore in gola.
Sette spose per sette fratelli, e mettiamoci anche le sette segrete che non c’entrano una mazza ma fanno colore.
E tutti gli altri? Possibile che a parte Dodici e i suoi multipli, Sessanta quando hai tempo da perdere e Dieci che ci è rimasto appiccicato alle dita, non contino niente?
Per esempio Ventinove. Chi è che normalmente si cura di Ventinove?
Dico, ma avete mai visto Ventinove quanto è fico?
Intanto è un numero primo. Primo sul serio, non come quel saputello di Uno e quei paraculetti di Tre e Sette.
Poi è colpa sua se l’anno è bisestile: ogni quattro anni ti arriva la fine di febbraio e zac! ecco che spunta Ventinove. Che poi sarà simpatico eh, ma ti costringe a lavorare un giorno in più, ma per fortuna solo ogni quattro anni.
Ventinove sembra un numero strano, asimmetrico, sghembo, e invece guarda un po’, è la somma di tre quadrati: ogni volta che Due, Tre e Quattro alzano il gomito, spunta Ventinove a rimetterli in riga.
Un po’ rompipalle, direte voi, ma è uno sporco lavoro e qualcuno dovrà pur farlo.
Certo, se guardiamo Ventinove solo come artificio matematico, sembra un oggetto un po’ arido.
E invece i Finlandesi lo amano, come lo amavano i Fenici: invece delle banali Ventuno lettere – che Ventuno è solo dispari non è neanche primo, tiè – il loro alfabeto ne ha Ventinove.
E sarà forse un caso che il contenitore più importante della nostra vita, il cranio, abbia Ventinove ossa?
Ma scherziamo? Non è un caso per niente.
Vuol dire che Ventinove è importante, eccome.
E non se la tira, non come Trenta, o Quaranta, o Cinquanta.
Fanfaroni da fine serie.



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Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Millennium Bridge

Le cose che amo: Londra, la malinconia, la buona letteratura.
Come spesso succede, un racconto ispirato da un viaggio recente.

Mentre mi siedo al tavolino della pizzeria, un tavolino d’angolo davanti ad un finestrone, mi dico che era un bel po’ che non venivo a Londra.
Poi ci penso un attimo, e dico: no, non è un bel po’. Sono esattamente 2.347 giorni.
Forse se guardassi l’orologio potrei anche dire quante ore, ma lascio perdere.
E’ un po’, sì, e non l’avrei fatto se Sandro non avesse insistito affinché venissi su per la comunione del figlio maggiore.
Lui che nasce ateo in una famiglia di atei si è ritrovato un figlio che vuole fare la comunione, e tutto solo perché la scuola cattolica era l’unica dove insegnavano letteratura italiana fin dalle elementari.
– Ti prego non mi lasciare solo nel momento del bisogno. – mi ha detto ridendo al telefono.
Io ho sorriso, e stavo per dire di no, ma poi ho pensato “che cazzo, il mio miglior amico mi invita ad un evento così importante e io non ci vado?”. E allora ho detto sì.
Sono arrivato ieri sera tardi e sono andato subito in albergo, poi stamattina sono andato a salutare Sandro e Laura e i bambini, abbiamo fatto colazione insieme, poi loro avevano delle cose da fare per domani e mi hanno lasciato libero.
Senza una meta precisa mi sono fatto trascinare dai ricordi, e ho preso la metro fino a Liverpool Street.
Ho riconosciuto subito gli odori, l’abbigliamento dei manager della City – tutti uguali nel loro completo scuro, camicia bianca e borsa da postino a tracollo – le frasi spezzettate degli altoparlanti, le urla dei venditori.
Appena fuori dalla metro ho chiuso gli occhi e ho respirato.
Amavo Londra, forse la amo ancora, anche se mi ha tradito.
Qui ho passato i momenti più belli della mia vita e quelli più brutti.
Non ci voglio pensare ora, non proprio ora.
Riapro gli occhi e mi incammino, ho deciso di arrivare fino a Covent Garden passando per Cannon Street e Fleet Street.
Non dovrei andarci, a Covent Garden, ho troppi ricordi di pomeriggi passati seduti ad un tavolino tra tè e risate, a spulciare le bancarelle ogni domenica, a girovagare per l’Apple Store per ore e ore.
Ma non ci sono molti posti in questa città scevri da ricordi. Ci ho passato due anni, due anni con lei, e in due anni abbiamo toccato ogni angolo, ogni pub, ogni museo, ogni singolo London brick.
Abbiamo vissuto questa città come una cosa nostra, e quando una città è tua lo è per sempre.
Mentre mi incammino per Cannon Street non posso fare a meno di ripensare a nove anni fa. A Sandro, sempre lui, che conosce e sposa una ragazza inglese, e mi invita al matrimonio.
Io che ho appena vinto il concorso da ricercatore, lettere antiche per di più, e che mi presento con una vecchia giacca di tweed e una barba incolta che mi fa sembrare più uno studente inglese che un professore italiano.
E poi il matrimonio, la festa, e poi lei.
La migliore amica di Laura, la compagna del college, la scozzese dai capelli rossi e dagli occhi azzurri impossibili, la studentessa di letteratura italiana.
Ricordo il suo italiano incerto di quel giorno, con un accento terribile, un italiano che sarebbe migliorato moltissimo grazie alle passeggiate, le chiacchierate e le notti su un letto di Ikea malridotto, in cui le parole si sovrapponevano si fondevano e se ne creavano di nuove, e alla fine lei parlava un italiano corretto, bello, aggraziato. Come lei.
Non mi accorgo che sono arrivato a Russel Street, e il vecchio mercato di Covent Garden si apre improvvisamente davanti a me.
Mentre mi avvicino la voce di una soprano comincia a coprire i rumori dei passanti, e quando mi affaccio alla balaustra è lì in un angolo che canta arie di opere, canzonette più o meno note, cose così.
Scendo le scale e le lascio mezza sterlina, lei ringrazia con un cenno del capo e resto a guardarla per qualche minuto, poi risalgo e mi dirigo verso lo Strand e da lì arrivo al Southbank.
Prendo fiato, perché il Tamigi mi afferra alla gola, ai polmoni e anche al cuore.
Se penso a tutte le volte che abbiamo fatto questa camminata potrei riconoscere ogni panchina, ogni pesce decorato sui lampioni, ogni anatra che galleggia sull’acqua lurida.
Arrivo al vecchio incrociatore che staziona sul fiume da decenni e una scena mi colpisce: un vecchio, probabilmente un marinaio reduce di qualche guerra, cerca di salire pochi gradini con due bastoni, aiutato da un inserviente.
E’ un lavoro ardimentoso e difficile, che richiedete tempo e pazienza, e io lo guardo senza ironia, incito quel vecchio con il pensiero, e penso che ce la può fare.
Arrivato in cima alle scale improvvisamente si gira e mi guarda: non dice nulla, ma chissà perché sento che mi sta inviando un messaggio.
Abbasso gli occhi, non riesco a reggere quello sguardo fiero, e mi avvio.
Lentamente, perché so cosa mi aspetta.
Il Millennium Bridge.
Quando ci sono ormai sotto e devo solo decidere se salire o meno, le pulsazioni mi salgono a ritmi insostenibili.
Alzo gli occhi al cielo, ed è lo stesso cielo.
Lo stesso di quel giorno: lo stesso vento, le stesse nuvole veloci che rendono impossibile sapere se pioverà o meno tra dieci minuti.
Salgo le scale di marmo, dò un’occhiata distratta a St. Paul, poi imbocco il ponte e quando la Tate Modern si staglia davanti a me il cuore non batte più velocemente come prima.
Semplicemente non batte più.
Chiudo gli occhi sul ponte, e il ricordo di pochi minuti fa me li fa chiudere anche al ristorante, e dagli occhi chiusi di adesso e di prima riappare lei, quel giorno, al matrimonio, con quell’assurdo vestito a fiori che solo le donne britanniche possono indossare, e una coroncina di fiori a tenere fermi i capelli rossi.
Le sue lentiggini che camminano e ruotano sul viso seguendo i suoi sorrisi, le risate, le mosse rapide, l’aggrottare della fronte.
Improvvisamente è lei che voglio. Non ho dubbi. Ci sono venuto fin qui per trovarla e ora non la voglio lasciare.
E così farò, attraverso i primi contatti, le prime uscite avventurose, io che mi invento una scusa per venire a Londra, lei che parte da Edimburgo, e poi la scelta finale.
“Vieni a vivere con me”, le dico. Neanche glie lo chiedo, e lei dice sì, con la testa, in maniera esagerata, facendo ondeggiare i suoi capelli rossi davanti a quegli impossibili occhi azzurri, facendo ballonzolare il seno davanti ai miei occhi perché glie l’ho chiesto mentre era nuda, in bagno, l’ho vista passando e ho detto “Non mi basta più”.
Riapro gli occhi e sono sempre seduto al ristorante, una terribile pizzeria italiana, ad un tavolo d’angolo da cui si vede il Globe Theatre e il Millennium Bridge e tutta la Southbank fino a Canary Wharf.
Il nostro tavolo, quello dove ci sedevamo sempre: o quello o niente diceva lei.
La pizza fa schifo ma la vista è impagabile, aggiungeva, e io mi sono venuto a mettere proprio qui.
Mentre ordino distrattamente penso a tutto quello che ho fatto per lasciare l’Italia, la mia posizione all’Università, la mia famiglia, tutto, per venire qui e stare con lei.
Due anni.
Abbiamo vissuto due anni insieme, due anni che non dimenticherò mai, due anni senza una lira, con contratti a termine, affitti a termine, una vita a termine, e anche l’amore a termine, ora lo so.
Due anni passati a camminare per questa immensa città, io e lei, lei e io, due anni finiti 2.347 giorni fa, proprio lì, sul Millennium Bridge.
Rivedo la scena come fosse ora.
Se sforzo un po’ la fantasia riesco a vedere quei due ragazzi sul ponte.
Lui alto, magro, stempiato, gli occhialini alla John Lennon, un cappotto grigio liso e consunto.
Lei con un vestito a fiori, nonostante il freddo primaverile di Londra, i capelli al vento, ribelli, senza freni.
Non pensavo. Non sapevo. Non immaginavo.
Come al solito dopo aver fatto le scale ho buttato un’occhiata distratta a St. Paul, sì anche quel giorno l’ho fatto, e mi sono incamminato sul ponte.
Solo quando ormai la Tate Modern occupava gran parte del mio spazio visivo, mi sono accorto che lei non c’era.
Mi sono girato, ed era rimasta ferma, a metà del ponte, e mi guardava.
I capelli quasi tutti da una parte le coprivano il viso, il vento freddo che tirava dal Tower Bridge li sferzava senza sosta, ma lei non faceva nulla per sistemarli.
Gli occhi azzurri erano diventati due lame, e me li aveva piantati nei miei.
Lentamente, per paura di scoprire quello che avrei dovuto sentire già, mi sono avvicinato.
L’ho guardata con attenzione, le ho scostato leggermente i capelli dal viso, lei non ha reagito, ha continuato a guardarmi.
– Cosa c’è? – la domanda più stupida dell’universo.
– Promettimi una cosa. – chiede lei senza distogliere lo sguardo.
Sorrido. Un sorriso inutile, perché il cuore già sa che sta per farmi male, ma la testa pensa “Le farò qualsiasi promessa mi chieda, purché resti con me.”
– Certo, qualunque cosa. – dò seguito all’inutile sorriso con parole altrettanto inutili.
– Promettimi che non mi dimenticherai. Che ti ricorderai che io sono esistita. –
Resto a bocca spalancata per un attimo, poi rispondo:
– Murakami. Lo so che l’hai letto. –
Lei distoglie lo sguardo, lo fa vagare verso la nostra pizzeria, dietro le mie spalle.
– Non è colpa mia se lui ha scritto quello che penso. –
Poi, improvvisa, gira di nuovo lo sguardo su di me, stringe le labbra, sembra arrabbiata perché deve farmi male, ma non può evitarlo.
– C’è un’altra persona. – dice.
Un’altra persona, ripeto nella mia mente.
Sapete, ci sono concetti che il nostro cervello fatica ad elaborare.
Non è mancanza di intelligenza, o di razionalità, ci mancherebbe.
E’ una corazza. Per difendersi.
Ci sono momenti in cui il nostro cervello si rifiuta di capire.
Quando muore una persona cara, quando ti licenziano dal posto di lavoro, e quando la tua donna ti dice che ama un altro uomo, che non sei più tu l’idea di futuro che si è costruita, che da questo momento siete due cose diverse.
“Siamo una cosa sola” gridava fino a ieri mentre facevamo l’amore, e ora no, ora c’è un’altra persona.
C’era anche ieri, sicuro, e l’altro ieri, e una settimana fa, e chissà da quanto tempo.
Ma ora, in questo momento, sospesi a decine di metri dal Tamigi, c’è solo lui, e io non ci sono più.
La guardo incredulo, mentre gli occhi le si addolciscono, mentre tenta finalmente di combattere il vento che le scompiglia i capelli e il tornado che le travolge l’anima, e poi smette di combattere, si gira e se ne va.
Apro di nuovo gli occhi e sono seduto in questo ristorante italiano, con una pizza fredda davanti, e penso che non l’ho più vista, non l’ho più sentita, non ho più vissuto.
Da 2.347 giorni, da quel pomeriggio ventoso sul Millennium Bridge.
Decido che mi sono fatto abbastanza male, sono riuscito a resistere per tanto tempo, tanto, tantissimo tempo senza stare male per lei, ma ora che sono qui ho pensato che fosse meglio affrontare l’ordalia, che scappare ancora sarebbe stato inutile, e impossibile, che forse dopo starò meglio.
Non riesco neanche a tagliare un pezzo di quella orribile pizza, perché improvvisa come una folata di vento una macchia rossa compare nel mio campo visivo, e non faccio in tempo ad alzare la testa che i suoi occhi sono lì, di nuovo piantati nei miei.
Qualche ruga, inevitabile, il rosso un po’ scolorito sull’attaccatura dei capelli, le efelidi ingrossate in alcuni punti, le conosco a memoria, ma è sempre lei.
Gli occhi non sono duri come quella volta, come l’ultima volta.
Sono occhi curiosi, e teneri.
– Sandro? – chiedo.
Lei annuisce, divertita pare.
– Sapevo che non mi dovevo fidare di lui. – dico scherzando, e mi stupisco con quale naturalezza io riesca a scherzare con lei.
– Mi ha detto solo che saresti venuto per la comunione, sapevo dove ti avrei trovato. –
Ora è il mio turno annuire, mentre il mio cervello scandaglia frettolosamente ogni singola cellula per controllare se ce ne sia qualcuna che non fa male.
Non ce n’è, è il responso finale. 2.347 giorni e mi fa ancora male tutto davanti a questi occhi.
Lei si fa seria.
– Non voglio sapere della tua vita, e non ti dirò della mia. –
Siamo d’accordo, dico con lo sguardo.
– Sei stato male, e anche io. E forse sarebbe stato meglio non vederci, oggi, qui, ma c’era una cosa che volevo sapere. Che è importante per me, come lo sei stato tu. –
Sei stato. Ha imparato troppo bene l’italiano, questa scozzese dai capelli rossi.
Tanto lo so cosa vuole sapere, e non glie lo negherò.
– Non ti ho dimenticato. Mai. Neanche un momento. Neanche quando altre donne occupavano il mio letto o il mio cuore, neanche quando ho sofferto per persone che se ne andavano per sempre, tu eri sempre lì. Esistevi allora, quando ti tenevo tra le braccia, esisti ora che ti vedo davanti a me, ed esisterai finché avrò la forza di pensare. –
Non mi sono tenuto niente, forse neanche se lo aspettava.
Forse credeva che non le avrei dato quello che voleva, e invece ho rovesciato tutto.
Che senso aveva mentire?
E dire “sono felice”, “non ho più pensato a te”, “davvero sono passati più di sette anni?”.
2.347 giorni. Li ho contati tutti.
Si alza, prende la borsa, va via, non mi sfiora neanche.
La vedo incamminarsi sul Millennium Bridge, la chiusura perfetta di un cerchio imperfetto.
Murakami, sì, ancora una volta.
Neanche tu mi hai mai amato, Sara.

Two lovers

Photo by rodocarda

Passaggio

Un racconto.

Il bianco sembra essere il colore dominante di questo luogo.
Bianche le pareti, bianco il soffitto, bianche le luci.
Dalle finestre una luce soffusa, la stessa che ci si potrebbe aspettare da una mattinata nebbiosa in qualche valle del nord.
Il pavimento è chiarissimo, a quadrati di grandi dimensioni come quello di un ospedale.
Se non fosse per la mancanza di porte ai lati del corridoio potrebbe effettivamente essere un ospedale.
Ma non ci sono porte.
Solo finestre.
E due divani. Bianchi.
Li vede in lontananza e si avvicina, curiosa.
Si gira per vedere da dove è venuta, solo per rendersi conto che è a metà di questo strano luogo, un corridoio bianco.
Un corridoio e due divani bianchi, contrapposti. Ognuno appoggiato ad una delle due pareti.
Seduto su uno di questi, a spezzare la monotonia cromatica, c’è un uomo.
A dire il vero è vestito anch’egli di bianco, pantaloni e camicia.
Ma i capelli sono scuri, e la pelle è olivastra, l’unica traccia di un colore diverso dal bianco.
Non indossa scarpe, né calzini, ed è seduto comodamente, una gamba di traverso sull’altra ad angolo retto, un gomito appoggiato sullo schienale e il viso sul pugno chiuso.
Anna si ferma un attimo.
E’ incuriosita ma non capisce, è cauta.
Si porta istintivamente una mano al viso per lisciarsi i capelli, e vede un polsino bianco.
Si guarda, anche lei è a piedi nudi, nella stessa mise bianca.
Non capisce; ma sente che rimanere ferma, in piedi, mentre quell’uomo la guarda da lontano non la aiuterà ad avere risposte.
Si avvia di nuovo e man mano che si avvicina il volto di quella persona si fa famigliare, i lineamenti si definiscono, lo sguardo, la pelle, il sorriso…
Mio dio, pensa Anna.
Si guardano, lui sorride, lei è sconvolta e si siede sull’altro divano.
Lui abbassa la gamba, si stacca dallo schienale e si siede in punta.
Aspetta.
Sa che deve aspettare.
Lei lo guarda. Vorrebbe piangere ma le lacrime non escono. Strano. Ha pianto con lui molte volte, e anche per lui.
– Giulio… – sussurra
Lui non dice nulla.
Sorride.
Un mezzo sorriso.
Lei sta arrivando, la sente.
– Giulio…sei tu…ma…sei così giovane… –
Lui finalmente annuisce.
– Anche tu. – risponde.
Lei si guarda le mani.
Se le rigira davanti agli occhi.
Non ci sono più macchie, non ci sono vene in superficie a disegnare la cartina geografica delle mani di una vecchia, la pelle è liscia, morbida, elastica.
Si passa una mano sul viso, non sente le rughe, i nei, la pelle ruvida.
Prende una ciocca di capelli e la porta davanti agli occhi. Sono morbidi, castani, il suo colore. Quello di una volta.
Lo guarda di nuovo. Avrà vent’anni. Ha un sacco di capelli, la pelle è fresca, anche le sue mani sono forti e morbide.
Ha paura, ma sente una calma interiore che non riesce a spiegarsi.
Sta sognando, forse.
– Non stai sognando. – le dice lui, senza smettere di sorriderle.
Lui la sente. Sente i suoi pensieri, come lei sentiva i suoi, tanto tempo fa.
Eppure se non è un sogno, si sta chiedendo, cosa succede?
Lui sa che ora farà la domanda. La fanno tutti. L’ha fatta anche lui.
– Dove siamo? – chiede Anna.
Giulio allarga le braccia, lunghissime, quelle braccia che potevano abbracciarla completamente se avessero voluto.
– “Dove” non è un concetto che qui viene usato. Né “quando”. Sono cose che ormai fanno parte di un’altra vita. Questo…luogo…se vogliamo chiamarlo così, è un passaggio. Serve solo a rendere più facile la transizione. Non ha nessun altro scopo. Esiste e basta. –
Anna stava arrivando, la sente. Sempre di più.
– Sono morta? Questo è…l’al di là? – si sente stupida a chiedere questa cosa, ma non può farne a meno.
Giulio la guarda con una dolcezza che la fa sciogliere dentro.
– Vita e morte…anche questi sono concetti che qui non usiamo. E’ un passaggio. Lo facciamo tutti. Ed è importante che tu lo faccia con consapevolezza e serenità. Dopo non sarà più come prima. Ora sei ancora legata a…prima…ma tra un po’ ti aiuterò a non pensare più in questi termini. –
Lei si aggiusta istintivamente la camicia: sente il suo corpo, può toccare la sua pelle e i suoi capelli, quindi esiste.
Ma in qualche modo sente di no.
– Tu…perché sei qui? E perché sei così giovane, e anche io? E poi…tu… –
– Sono morto? E’ questo che vuoi dire? –
Lei annuisce, non ha il coraggio di dirlo.
– Io ho già fatto il passaggio, non ragiono più in termini di vita o di morte. Non ha più senso per me. Ma lo ha per te. Ancora per poco, ma lo ha. E io…noi vogliamo che tu attraversi questo corridoio accompagnata da qualcuno che ti ha voluto bene, senza riserve. Qualcuno che può tenerti la mano senza paura. A cui ti puoi affidare totalmente. –
Anna non ha forza per replicare, aspetta il resto.
Giulio finalmente si alza.
Si è dimenticata quanto fosse alto, e così giovane lo sembra ancora di più.
– Anche gioventù e vecchiaia hanno perso di significato qua dentro – dice Giulio mentre la guarda dall’alto in basso – Mi vedi come vuoi vedermi. E ne sono contento. Il vecchio che sei andata a trovare in ospedale non era quello che avrei voluto mostrarti. –
Lei cerca di interromperlo.
– Io…mi dispiace tanto…quando ti ho visto…non ce l’ho fatta…e… –
– Shhhhh – la zittisce lui – Non ti scusare. Non ce n’è più bisogno. Niente è più così importante. –
Le prende una mano e la fa alzare.
Poi le prende tutte e due e le dà un bacio leggero sulle labbra.
Chiude gli occhi, Giulio.
– Strano. Pensavo non avrebbe fatto più effetto. –
Li riapre e sorride.
– Sei pronta? – le chiede.
Lei guarda il corridoio davanti ed è confusa, per un breve momento.
Poi si gira verso di lui e sorride anche lei.
Si lascia prendere la mano, come una volta.
Guarda a lungo le loro mani intrecciate, Anna.
Poi alza lo sguardo su di lui, che sta aspettando.
– Sono pronta. – dice.
Si incamminano. Piano.



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I vecchi

Un racconto

Tarderà un po’, mi ha chiamato affannata come al solito: “Aspettami, arrivo al massimo tra mezz’ora”.
Le conosco bene le mezz’ore di Giulia, ormai.
Vuol dire che dovrò rassegnarmi ad attenderla un bel po’, ma non ho fretta.
Compro il giornale e poi mi rendo conto che questa bella e nuova stazione di Torino non ha una sala d’aspetto.
Certo, i binari sono più importanti delle poltrone, ma una stazione è anche il cuore vitale di una città: se non ci sono negozi, bar, ristoranti, sale d’attesa, è solo un guscio vuoto, ed è esattamente questa l’impressione che mi fa oggi Porta Susa, anche con il sole che cerca disperatamente di riscaldare le travi metalliche ghiacciate dalla nevicata di ieri.
Alla fine mi siedo su delle panchine che trovo al binario uno; sono fredde, e il culo mi si gela subito.
Mi tiro su il cappuccio del giaccone, stringo la sciarpa, metto i guanti e mi rannicchio per conservare il calore il più possibile.
Potrei andare a cercare un ristorante, o un fast food, ma sono stanco; il viaggio da Roma è stato lungo, e preferisco starmene qui a leggere.
Non ho neanche finito il primo articolo, che la mia attenzione viene distolta e lo sguardo attirato da una figura che scende piano le scale.
Piano, è un eufemismo. Pianissimo. Nel silenzio generale e nella vuotezza dei binari senza treni questa figura compare nel fotogramma della mia mente un po’ per volta, fino a diventare preponderante.
E’ una signora anziana. Vecchia, più che anziana, molto vecchia.
Ha un giubbotto beige, dei pantaloni di velluto verdi e degli stivali foderati di pelliccia, non saprei dire se vera o finta.
Alle mani due guanti grigi di lana, con le punte di un grigio più chiaro.
In testa indossa uno zuccotto di lana bordeaux e degli occhiali con la montatura sottile e dorata.
Se non fosse per i colori abbinati in maniera assordante potrebbe definirsi quasi elegante.
Eppure c’è qualcosa di lei che mi ricorda una barbona; non può essere l’abbigliamento, e neanche lo sguardo, che è serio ma intelligente.
Ecco, ora capisco: è l’incedere incerto, una spalla più bassa dell’altra, i piccoli passi attenta a non inciampare, la testa china come in un gesto di umiltà, ma più probabilmente dovuta all’incapacità di molti vecchi di camminare eretti.
Non riesco a distogliere lo sguardo, ne seguo ogni piccolo movimento, ogni gradino che riesce a scendere, ogni respiro, ogni colpo di tosse che la fa sobbalzare.
Infine conquista il suo traguardo: arriva sulla piattaforma e si dirige decisamente verso di me.
In parte maledico di essermi seduto sulla prima sedia disponibile, ma d’altronde non potevo prevedere questo evento.
Provo un grande imbarazzo, perché con il mio sguardo ho indagato e scrutato questo pezzo della sua vita, per quanto piccolo, e ora lei viene verso di me, come se avesse sentito il mio richiamo, penso; come se volesse sgridarmi, temo.
Invece quando arriva il suo sguardo è corrucciato, ma cordiale:
– Arriva qui il treno per Milano? –
Non lo so, a dire il vero. So che il mio treno è passato per Milano, ma non so dove e quando ne partirà uno.
Le vorrei consigliare di guardare i tabelloni luminosi, ma sospetto che per lei sia complicato alzare la testa.
Potrei offrirmi di andare a vedere io, ma prima che il mio cervello decida cosa fare lei è già in marcia, passetto dopo passetto, verso una figura lontana, seduta come me, ma molto distante dalle scale.
Appoggio nuovamente la schiena alla sedia, mi rendo conto solo ora di quanto fossi in tensione.
Chiudo gli occhi.
E’ da quando sono piccolo che mi chiedo cosa hanno in testa i vecchi.
A dire il vero, da ragazzino la parola “vecchi” non aveva un grande significato: i nonni erano persone create così, già anziane, e avevano solo un dovere nella vita: aiutare i genitori e viziare i nipoti.
Il fatto che potessero morire, e ad un certo punto morirono effettivamente, non era contemplato, perché essere “vecchi” non era per me un passaggio, un’evoluzione, ma uno stato permanente di alcune categorie di esseri umani, che erano nati così e così sarebbero rimasti per sempre.
Solo i bambini cambiavano e crescevano. Così credevo.
Una volta adulto, quando la magia dell’essere vecchi era svanita per sempre, mi sono chiesto più volte: “che cosa pensano i vecchi della vita”?
Magari ringraziano il loro dio per ogni giorno in più che gli viene donato?
Oppure pianificano viaggi, l’esplorazione di nuovi territori del corpo e della mente, incuranti del tempo che potrebbero o non potrebbero avere?
O invece lasciano che la malinconia li pervada, guardano i giovani con un misto di tenerezza e invidia, pensano alle cose che non hanno fatto, o che hanno fatto male, e permettono al rimpianto di prendere possesso della loro anima?
I vecchi mi sono sempre sembrati dei fortini inespugnabili: man mano che gli anni passano, si chiudono in se stessi, fortificano la loro corazza, e non permettono più al mondo che li circonda di penetrare la loro anima.
Alcuni diventano eccessivamente severi, altri inutilmente ridicoli, tutti indifferenti.
Non si preoccupano più, i vecchi, di quello che gli altri pensano di loro: è finito il tempo dell’imbarazzo e delle giustificazioni; dei sensi di colpa e della morale.
I vecchi sono rocce che si staccano dallo scoglio, libere di affondare senza l’obbligo di dover rimanere insieme.
Non devono sostenere più nulla.

Ho ancora gli occhi chiusi quando il rumore dei tacchi si fa strada nella mia testa.
Quasi sicuramente mi sono addormentato, perché tutti questi pensieri non girano nella mia testa quando sono sveglio.
Non sono mai stato un grande filosofo, probabilmente mi sono dovuto addormentare per elaborare qualcosa di più profondo.
Apro gli occhi ma non li giro verso le scale: guardo a sinistra cercando la vecchia, che ormai non c’è più. Il treno per Milano alla fine non è arrivato, e lei è persa chissà dove nella sua ricerca.
Giro infine la testa solo quando sento la voce squillante di Giulia che mi chiama:
– Papà! Papà! Eccomi! Scusa il ritardo, ma ho dovuto chiudere una cosa importante prima di uscire dall’ufficio. –
Mi giro e la guardo. Mi sorride.
Madonna come è bella. Non la vedo mai, ma ogni volta mi sembra che sia sempre più alta, e più magra e più giovane della sua età.
– Scusami tanto, spero che tu non abbia preso freddo. Dai, corriamo a casa, le bimbe ti aspettano. –
Non dico niente, alzo piano il collo per farmi dare un bacio. Profuma. Chiudo un attimo gli occhi e mi godo questa invasione dei sensi.
Quando li riapro lei è inginocchiata davanti a me, la gonna che le scopre le ginocchia, e il cappotto lungo che quasi tocca a terra.
Mi prende le mani, e sussurra ora.
– Ti aiuto, vuoi? La macchina è qui davanti, non devi camminare tanto –
Faccio un gesto con la mano, come per dire “ce la faccio”, poi però quando appoggio i palmi alla sedia per tirarmi su sento che le ginocchia mi tremano.
Allora lei mi prende sotto un braccio e mi solleva.
Mi alzo del tutto, con una mano cerco di togliere le pieghe dal mio cappotto.
Mi sistemo il cappello, controllo di avere tutto e mi avvio.
Lei mi prende un braccio, me lo stringe delicatamente, mi si appoggia.
– Facciamo così – mi propone – andiamo sotto braccio, come due fidanzati, che ne dici? –
Io adoro questa donna, che sa sempre cosa dire e come dirlo. Mi ricorda sua madre, e sorrido anche per questo.
– Un fidanzato di quasi novanta anni? – le rispondo – Ci può stare, sai? Non mi sono mai sentito così giovane come oggi –
Mi godo la sua risata, i suoi capelli lunghi che oscillano, e cerco di tenere almeno la schiena dritta, mentre piano piano, passo dopo passo, salgo le scale abbracciato a mia figlia.


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