Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Il Presidente – un racconto

Quando la fantasia è meglio della realtà.

Certo, a ripensarci un gran bello scherzo – o brutto, dipende dai punti di vista – che per un po’ ha riportato il nostro scalcinato Paese all’attenzione dei media mondiali.
Perché ormai è così: l’Italia diventa notiziabile solo quando c’è qualche efferato omicidio di cittadini americani, oppure quando uno dei nostri politici combina qualcosa di stravagante, possibilmente a sfondo sessuale.
L’Italia del benessere, del cibo, dei beni culturali, non fa più notizia. Ma non divaghiamo, stavano parlando dello scherzo.
Se vogliamo, lo scherzo più grande fu la scelta di Michelangelo Serrani.
Anzi: il Senatore Michelangelo Serrani.
L’uomo più improbabile, più impresentabile, più ignobile che potesse essere candidato alla più alta carica dello Stato.
Il Presidente della Repubblica Italiana, Michelangelo Serrani.
Ancora ho un brivido a pensarci.
Serrani era l’uomo più sbagliato al posto giusto. Un vecchio mestatore democristiano, della provincia di Caserta, da sempre in odore di rapporti con la camorra, divorziato due volte, e attualmente sposato con una rifattona di venticinque anni, proprietaria di un cane di nome “Lillo”.
Cioè, un cane: un chihuahua.
Che se chiami “cane” un chihuahua, allora un labrador come lo devi chiamà? Triceratopo?
E poi nella sua totale mancanza di autoironia, il Senatore Serrani non sapeva che a Roma il nome Lillo fa scattare una pavloviana reazione di urlare “‘A Lilloooooo!! Sì te rode dillo!”.
E dato che il suddetto chihuahua oltre a essere brutto come la fame era anche incazzoso, non c’era posto dove la coppia andasse senza che qualche coatto gli gridasse dietro la fatidica frase.
Insomma: un cretino, ‘sto Senatore Serrani.
Ma purtroppo per noi aveva delle caratteristiche uniche che lo spinsero verso la candidatura.
Prima di tutto proprio la sua stupidità, che il giovane premier del Partitone vide come elemento essenziale per la sua manipolazione.
Poi era soprannumerario dell’Opus Dei, nonostante i due divorzi, l’attuale moglie lillodotata e una sequenza impressionante di attricette che negli anni si erano succedute al suo fianco.
E non solo apparteneva all’Opus Dei, ma aveva una certa dimestichezza con gli alti ambienti vaticani, tanto che veniva regolarmente ricevuto dal Pontefice in udienza privata, anche perché ogni Santo Natale era solito staccare un generoso assegno per la Carità Papale.
Insomma, uno messo bene con i poteri che contano, ma soprattutto uno che sapeva stare in equilibrio.
Era passato indenne attraverso molti turbinii politici, e quando il Partitone e i suoi alleati non riuscirono a mettersi d’accordo su niente, per evitare di richiamare di nuovo per la terza volta un Presidente ormai centenario, si accordarono per Serrani.
Un po’ come successe all’Imperatore Claudio, un paio di migliaia di anni fa.
Peccato che Claudio fosse un uomo di grande intelligenze e cultura, che si era finto inetto e stupido per non correre rischi durante anni sanguinosi, mentre Serrani inetto e stupido lo era sul serio.
Fatto sta che tra malumori, mal di pancia, incazzature, riunioni tempestose, il Partitone e i suoi alleati decisero di votare compatti per Serrani; il quale, alla notizia di essere stato prescelto come candidato unico, iniziò a fare le prove davanti allo specchio, in grisaglia, fazzoletto bianco come pochette, cravatta rosa, e sorriso a trentadue denti di cui quattro, quelli davanti, ben divaricati.
Mentre lui ripeteva in varie pose “Salve! Sono il Presidente Serrani” neanche fosse De Niro in Taxi Driver, dietro di lui l’animale squittiva.
La moglie intendo, non Lillo, che fedele al suo motto ringhiava sordo in un angolo.
Quando Deputati, Senatori e Grandi Elettori si riunirono a Montecitorio, e iniziò la prima chiama, il giovane Premier incautamente inviò un tweet nell’iperspazio: “#Michelangeloserrani il #Presidente di tutti già alla prima votazione”. Non sapeva quello che l’aspettava.
Mentre via via gli elettori sfilavano, chiamati dalla Presidente della Camera in ordine alfabetico, Serrani era seduto, raggiante, circondato da persone che gli stringevano la mano e gli facevano le congratulazioni.
Anche colleghi che fino al giorno prima lo prendevano per il culo in pubblico e in privato ora si accostavano deferenti per rendere omaggio al Presidente in pectore.
Quando cominciò lo spoglio, l’allegria svanì rapidamente.
Alla fine della prima votazione, invece dei 673 voti necessari Serrani ne raccolse solo 12.
Molti meno di Magalli, che primeggiò con un centinaio di preferenze, e anche meno di Rocco Siffredi, che prese trenta preferenze. Una giovane deputata pare abbia detto “una per ogni centimetro”, ma non è certo. Purtroppo non avendo compiuto cinquanta anni il Sig. Siffredi non era comunque eleggibile, però la stima rimase intatta.
Al termine della prima votazione il giovane Premier e il suo principale alleato cominciarono a parlarsi fitto, mentre collaboratori con otto telefonini a testa chiamavano disperati Senatori e Deputati per capire cosa fosse successo.
Ma era chiaro a tutti: nessuno voleva eleggere Serrani, e avevano deciso di dare una lezione al loro arrogante leader.
Bella cosa la democrazia.
In ogni caso, non ci fu tempo per fare molto, perché la seconda chiama era già iniziata, e stavolta, anche se il capannello intorno a Serrani rimase, le facce erano contrite, e scaramanticamente le congratulazioni vennero sospese.
E fecero bene, perché dopo il secondo spoglio i voti di Serrani furono solo dieci, Magalli rimase intorno ai cento e una new entry, dopo che fu chiarita l’ineleggibilità di Rocco Siffredi, raccattò circa settanta voti: tale Staller Ilona in arte Cicciolina.
Alla fine della serata l’Italia era nei telegiornali di mezzo mondo, Serrani un uomo distrutto, la moglie in lacrime in un angolo e Lillo…beh, a Lillo je rodeva come al solito.
Invece il giovane Premier e il suo alleato convocarono i capigruppo, cercarono di organizzare una riunione collegiale, solo per scoprire che tutti i votanti erano ormai scomparsi, chi a casa, chi al ristorante, chi a consolare le attricette vedove di Serrani.
Insomma mentre i leader smadonnavano e non dormivano, gli elettori si godevano la serata romana, e si presentarono il giorno dopo puntuali alle otto per la terza chiama, l’ultima in cui fossero necessari i due terzi dei votanti per eleggere il Presidente.
Anche se il giovane Premier cominciò ad avere la tentazione di cambiare cavallo in corsa, resistette: si ricordò di quando anche lui giocò lo stesso tiro mancino al precedente leader del Partitone, che disorientato cominciò ad annaspare fino a perdere l’elezione e la leadership.
Lui non voleva fare la stessa fine, così rimase della sua idea: Serrani era il suo Presidente.
Pochi mesi dopo, ormai ex-Premier, giustificò la sua scelta con le solite menate: compromesso, real politik, uomo di grande esperienza, etc.
In realtà pensava di far andare al Quirinale una sua marionetta, questa era la vera intenzione.
In ogni caso, anche la terza votazione si risolse in una catastrofe, come le precedenti, con Serrani al minimo storico di otto voti, Cicciolina a duecento, e il povero Magalli, sorpassato dalla popputa attrice, molto indietro con venti.
Per fortuna la Presidente della Camera ordinò una sospensione di due ore, e istantaneamente il giovane Premier fece bloccare le uscite e costrinse tutti i suoi grandi elettori a radunarsi per discutere la situazione.
Chi fu presente a quella riunione racconta di parolacce, urla, mani in faccia, insomma una caciara.
Il giovane Premier era consapevole che la sua leadership e forse la sua intera carriera politica si sarebbero giocate in quel momento storico, e sarebbero dipese dalla sua capacità di imporre la sua volontà a quelle riottose cariatidi, per cui sfoderò l’arma finale: il ricatto.
Minacciò, ricordò favori, tirò fuori pezzi di carta firmati, e in un paio di casi ricordò anche di alcune fotografie che aveva fatto graziosamente ritirare dal mercato ma che erano ancora in suo possesso.
Quando cominciò la quarta chiama, Deputati, Senatori e Grandi Elettori, scuri in volto, si diressero verso l’urnna.
Serrani era teso, ma cercava di non darlo a vedere.
Il leader del Partitone invece ostentava sicurezza, e guardava negli occhi uno per uno i suoi, con l’espressione che a Roma potrebbe tradursi con “Se ce provi te sdrumo”.
Iniziò lo spoglio, e subito fu chiaro che le cose si stavano mettendo bene.
“Serrani”, “Serrani”, “Michelangelo Serrani”, “Serrani” e così via.
Man mano che la voce della Presidente della Camera enunciava i voti cresceva da una parte la soddisfazione e dall’altra l’incazzatura, che però ben presto lasciò il posto alla rassegnazione, e quando finalmente fu raggiunto il quorum della metà dei votanti più uno, l’aula esplose in un caloroso applauso.
Tutti circondarono Serrani per congratularsi e il giovane Premier gongolò a favore di telecamera.
Lo spogliò continuò, e quando addirittura Serrani superò i due terzi dei voti ci fu una vera e propria ovazione.
Finite le votazioni, mentre i Presidenti della Camera e del Senato si riunivano con i loro collaboratori per la convalida dell’elezione, gli elettori cominciarono a sciamare dall’aula di Montecitorio.
Disgraziatamente, o fortunatamente se vogliamo, uno dei primi fu il Senatore Giovanni Di Giuseppe, un vecchio ruvido molisano di Castropignano, forse quello che meno aveva mandato giù l’obbligo di votare Serrani e che quasi era venuto alle mani con il giovane Premier, il quale nonostante avesse venti anni di meno, aveva strategicamente evitato di assaggiare le ruvide nocche del Senatore Di Giuseppe.
Quando l’inviato di Sky gli piazzò il microfono sotto il mento, alla domanda: – E’ contento dell’elezione di Michelangelo Serrani a Presidente della Repubblica?-, il Senatore Di Giuseppe ebbe un guizzo di ironia e rispose: – Certo, sono felicissimo per lui, e per la sua famiglia. D’altronde siamo amici da quando eravamo bambini, e posso testimoniare come sia una persona intelligente e integerrima. Sarà un ottimo Presidente! –
L’inviato di Sky aggrotto la fronte, non capiva.
– Ah, quindi lei e il Senatore Serrani siete amici d’infanzia? –
Di Giuseppe lo guardò con gli occhi che ridevano e rispose.
– No, ma che c’azzecca il Senatore? Io parlo del mio amico veterinario di Castropignano, il Dott. Michelangelo Serrani. Io ho votato per lui, mica per il Senatore –
Alcuni colleghi che erano dietro di lui in attesa del loro turno per le telecamere fecero una risata, e il più lesto fu l’Onorevole Cavicchia, un calabrese scuro di pelle:
– Anche io ho votato per Michelangelo Serrani, il veterinario di Castropignano! –
Nell’arco di pochi secondi, una decina di Deputati e Senatori del Partitone che erano lì intorno presero il microfono e fecero la stessa dichiarazione.
La faccenda stava diventando da ridicola a seria.
Sfortuna o fortuna volle che l’intervista di Sky fosse trasmessa nel circuito interno di Montecitorio, e in particolare alla buvette, luogo dove tutti i nostri Onorevoli si precipitano appena possibile.
Si racconta che tra la folla dei politici passò come una corrente elettrica, e tutti mollarono cappuccini e brioche per precipitarsi davanti alla telecamera di Sky.
Insomma, nell’arco di pochi minuti più di cinquecento tra Deputati, Senatori e Grandi Elettori avevano dichiarato di aver votato non per il Senatore Serrani, bensì per l’ignaro Dott. Michelangelo Serrani, veterinario di Castropignano.
Quando la notizia arrivò al giovane Premier e al Presidente Eletto, che insieme ai capigruppo stavano allegramente festeggiando a champagne, per poco non si strozzò.
Si precipitò nell’ufficio di Presidenza, ma non fu fatto entrare.
Dentro, Presidenti di Camera e Senato che erano stati avvisati dell’accaduto, cominciarono a spulciare le schede: effettivamente tranne che in pochissimi casi dove il voto era stato dato al “Senatore Serrani”, tutte le schede presentavano l’indicazione “Serrani” o “Michelangelo Serrani”.
Furono fatti arrivare precipitosamente una decina di Costituzionalisti, il Presidente della Corte Costituzionale, il Vicepresidente del CSM, insomma tutto il vertice istituzionale per decidere il da farsi.
Fu alla fine concluso che in linea di principio nulla ostava all’elezione del Veterinario Serrani, ma che ciò non poteva essere basato su dichiarazioni alla stampa.
Allo stesso tempo, il dubbio non consentiva di ratificare l’elezione del Senatore Serrani.
Infine la Presidente della Camera ordinò che tutti gli elettori si riunissero di nuovo nell’Aula di Montecitorio, e spiegò:
– Per motivi che ben conoscete, e per garantire una regolare elezione del Presidente della Repubblica, ascoltati i pareri di eminenti costituzionalisti, dei Presidenti delle Camere, del Consiglio Superiore della Magistratura, si è deciso di ripetere la quarta votazione. Preghiamo i colleghi Elettori di indicare, oltre che nome e cognome, l’eventuale carica o comunque qualche elemento che possa far identificare con esattezza il prescelto.”
L’aula esplose in una bagarre che i commessi faticarono a sedare.
Il Senatore Serrani era pallido ed emaciato, e anche un po’ brillo per lo champagne.
Il giovane Premier, scuro in volto, lanciava saette ai suoi compagni di partito che invece se la ridevano di grosso, mentre il principale partito di opposizione urlava “Vergogna! E’ un golpe! Tutti a casa!”. Insomma, le solite stronzate.
Senatori e Deputati sfilarono durante la chiama con un sorriso largo in volto, e qualcuno, pensando di non essere ripreso dalle telecamere, fece la linguaccia al premier. Si ritiene in particolare che il Senatore Di Giuseppe si sia aggiustato gli occhiali con il dito medio per mandare un segnale non proprio di amicizia e di cordialità al Premier, ma egli ha sempre negato.
Quando lo spoglio iniziò tutti erano con il fiato sospeso.
Ovviamente la prima scheda riportò semplicemente “Serrani”. Qualche coglione non aveva neanche ascoltato.
La Presidente andò avanti: “Senatore Michelangelo Serrani” “Senatore della Repubblica Serrani Michelangelo” e così via.
Arrivati a cinque voti per il Senatore, che aveva ripreso colore, il primo intoppo: “Dott. Michelangelo Serrani Veterinario di Castropignano”.
Scoppiò una grande risata in aula e alcuni Senatori si puntarono il dito l’un l’altro come per dire “Sei stato tu, eh, furbacchione!”.
Poi di nuovo: “Senatore Michelangelo Serrani”, “Senatore Serrani”, ma poi subito dopo un altro “Veterinario di Castropignano Serrani Michelangelo”.
Ancora grandi risate in aula, ma anche a Castropignano, dove al “Gran caffè la tazza d’oro” il Dott. Serrano e i suoi amici guardavano esterrefatti la votazione in diretta, mentre già su per la collina si inerpicavano le prime troupe delle TV locali.
Il decimo voto per il Senatore Serrani fu anche l’ultimo.
Alla fine si contarono oltre seicento voti per il Dottor Michelangelo Serrani, veterinario di Castropignano, che dopo dieci minuti vide atterrare nella piazza principale del paese un elicottero della forestale, da cui scese il Presidente della Regione Molise, accompagnato dal Prefetto di Campobasso.
Entrarono nel bar, dove tutti gli astanti erano in silenzio, la bocca aperta e gli occhi sgranati per lo stupore; il Prefetto si avvicinò al Dott. Serrano dicendo:
– Signor Presidente, congratulazioni. Le devo chiedere di venire con me, un aereo la sta aspettando all’aeroporto militare per portarla a Roma. –
E fu così che il Dott. Michelangelo Serrani, veterinario di Castropignano, divenne Presidente della Repubblica Italiana.
Uno dei migliori, a detta di tutti.
Perché Serrani era uomo intelligente, colto, pragmatico, e soprattutto uomo di campagna, e non gli piacevano tanto i giochetti politici romani.
Il giovane Premier diede le dimissioni e nessuno gli chiese di ritirarle o le rimpianse.
Le redini del Partitone furono riprese dalla vecchia guardia, che concordò col Presidente un Governo di riforme.
Il Senatore Serrani concluse la legislatura e non fu rieletto, ma comunque con la storia della sua mancata elezione fece un sacco di soldi tra libri, interviste e talk show.
Attualmente è risposato con una ventenne, che possiede un cane di nome Fufi.
E così, come sempre nei momenti critici la nostra l’Italia un po’ per furbizia, un po’ per culo, trova sempre la soluzione ai suoi problemi.
Il Presidente Serrani, il veterinario di Castropignano, è stato certo un bello scherzo ma anche un bel regalo.
E i regali del destino non si sprecano.



Montecitorio

Il Presidente che verrà

Il 18 Aprile il Parlamento, riunito in sessione plenaria, dovrà iniziare le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Come sempre in questi casi, si arriverà al voto dopo giorni di frenetiche trattative, accordi trasversali, rose di nomi, e tentativi di inciucio più o meno alla luce del sole.
Ma la situazione politica sembra stavolta spingere per una soluzione di “alto profilo”.
Basta con i soliti, vecchi nomi.
Basta con il do ut des.
Basta con l’alternanza, e le consuetudini istituzionali.
Le forze politiche, sotto pressione per un rinnovamento senza precedenti, hanno già in segreto identificato alcune personalità al di fuori di qualsiasi gioco e compromesso, che possano garantire finalmente al Paese un Presidente della Repubblica di altissimo livello.
Grazie ad un paio di soffiate, siamo in grado di anticiparvi i candidati più probabili alla prima carica dello Stato.
Ecco i nomi.

Gianfranco Vissani
A suo favore può vantare un’aria pacioccona, la difficoltà a mantenere il peso forma – che lo farebbe facilmente identificare con metà degli italiani – e la bonaria parlata umbra.
Farebbe la spesa da solo e cucinerebbe senza problemi anche per tutto il corpo diplomatico straniero, con grande risparmio sui costi degli approvvigionamenti alimentari del Quirinale.
Ha chiesto di spostare la residenza ufficiale del Presidente a Baschi, e un comitato dell’ANAS ha valutato che si può fare, grazie ad una comoda uscita dell’A1, che consentirebbe al Primo Ministro di recarsi per consultazioni senza dover fare più di due o tre chilometri di raccordo anulare.
L’unico inconveniente è che Vissani non ama cuocere troppo il cibo, e questo metterebbe in difficoltà i Corazzieri che dovessero essere assegnati all’inseguimento degli scampi.
Al momento è parcheggiato in dispensa.

Paolo Villaggio
Ha l’età giusta, il fisico giusto e anche le origini giuste.
La sua genovesità, quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, e soprattutto l’amicizia con Grillo gli permetterebbero un settennato tranquillo, senza timore di imboscate.
La capacità di sparare qualche cazzata al momento giusto per sdrammatizzare è ben vista da chi vuole rinnovare le grisaglie e gli ambienti paludati da prima repubblica.
Data però l’età, ed un certo livello di rincoglionimento, si teme che durante la presentazione dell’Ambasciatore Russo si lasci andare urlando “per me, la corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!”

Eugenio Scalfari
Il grande vecchio del giornalismo italiano è ben visto da tutti gli ambienti che contano.
Vaticano, socialisti, PD, PDL e financo la confindustria.
Gode dell’appoggio degli USA e della Russia, dato che, in barba – e che barba – a tonnellate di processi, inchieste, commissioni parlamentari, libri, era lui il capo di tutte le organizzazioni eversive degli ultimi 50.
Da Gladio, alle BR, alla P2, non c’è stato gruppo, organizzazione o gruppuscolo che non l’abbia visto sulla plancia di comando.
Il grande vecchio Scalfari ha comandato a bacchetta Gelli, Moretti e Cossiga, il Generale De Lorenzo, e la Decima Mas, consigliato Berlusconi, preparato i comunicati del comitato centrale PCI.
Gradito da tutte le forze politiche, e soprattutto da Berlusconi, che vedrebbe finalmente realizzato il piano di rinascita, si teme solo che voglia una rubrica quotidiana in tv.

Luigi De Magistris
Il suo profilo di indipendente, di seguace dei movimenti, lo rende forse l’unico politico presentabile all’interno della rosa dei candidati.
A dire il vero, inizialmente c’è stato un po’ di disagio quando il suo nome è stato inserito nella lista, perché tutti si guardavano dicendo: “l’hai messo tu? ma è stata una tua idea? boh, mi sa che è stato quello, no mi sa che lo ha voluto quell’altro”.
In realtà si è scoperto che la sua candidatura è frutto di una colletta totale globale degli abitanti di Napoli, camorra inclusa, che farebbero di tutto per levarselo dai coglioni.
Il suo motto “peace, love, freedom, happiness”, e l’ipotesi di legalizzare la marijuana, lo hanno fatto diventare il candidato preferito nei sondaggi nella fascia 18-40 anni.
Le uniche perplessità derivano da un’improvvida esternazione, in cui si diceva convinto che l’Italia dovesse diventare un’unica, grandissima, ZTL.
Il Ministero del Turismo, la Confcommercio e la Fiat si sono dichiarati contrari.

Francesco Schettino
Chi meglio di un capitano di lungo corso potrebbe mettersi al timone della nave-Italia, che rischia seriamente di affondare in acque tumultuose?
Chi meglio di lui potrebbe garantire il necessario inchino ai poteri forti, dalla Nato agli USA al Vaticano, alla Germania?
Chi saprebbe abbandonare la plancia al momento opportuno con grazia e naturalezza?
Chi…vabbè, depennato.

Dario Fo
Attore, scrittore, compositore, Premio Nobel.
Un nome che tiene alto il prestigio dell’Italia.
Inviso a Berlusconi perché lo spernacchia quotidianamente, è il candidato forte del PD, nonostante Fo e Franca Rame randellino più Bersani e D’Alema di quanto non faccia Grillo.
Gli ambienti del Quirinale sono preoccupati solo perché in caso di elezione di Fo dovrebbero tutti imparare almeno i rudimenti del Gramelot, se vogliono capire qualcosa di quello che ordina per pranzo, e non farlo morire di fame.
Per i discorsi pubblici il problema vero è che l’unico a capire il Gramelot è Claudio Bisio, anche lui attore, scrittore, compositore.
Si sta pensando di fargli vincere il Premio Nobel, ed eleggere direttamente lui, almeno l’italiano lo conosce.

Miriam Bartolini
In arte Veronica Lario.
Piace alle deputate e senatrici, perché donna di carattere.
Piace trasversalmente alle forze politiche in quanto donna di cultura, di letteratura e di teatro.
Capaci di dialogare con gli ospiti su Vonnegut in ben quattro lingue, farebbe finalmente dell’Italia un paese moderno, all’avanguardia, in cui le donne hanno un ruolo importante.
La soluzione piace molto a Berlusconi, che trasferendo la Bartolini al Quirinale vedrebbe liberarsi un paio di immobili di prestigio, e potrebbe così scaricare l’appannaggio mensile su tutti gli italiani.
Unico vero ostacolo: le tette della Bartolini sono molto più vistose di quelle della Merkel, e ciò potrebbe creare non pochi imbarazzi durante gli incontri ufficiali.

Arthur Antunes de Coimbra
Meglio noto come “Zico”.
Grande dribblatore, appare l’unico capace a destreggiarsi negli ostacoli e nelle trappole della vita politica e istituzionale italiana.
E’ cittadino brasiliano, e questo sembra costituire un problema.
Tuttavia una decina di saggi costituzionalisti stanno alacremente lavorando per trovare tra le pieghe della nostra carta fondamentale qualche codicillo che permetta di equiparare la nazionalità brasiliana a quella italiana.
A contrastare questa candidatura di altissimo livello, si è formato un gruppo ristretto ma coriaceo di deputati e senatori, tifosissimi di calcio, i quali temono che come primo atto della Presidenza Zico voglia dichiarare retroattivamente nulla la partita Italia – Brasile 3-2.
Fuorigioco.

Vabbè, avrete capito che si scherzava. Ma dite la verità, quando sentite il nome di certi candidati al Quirinale, tipo D’Alema, Prodi, Amato, Berlusconi…non vi viene di pensare che forse, dico forse uno di questi qua potrebbe anche essere meglio?