Sogno

– Ti ho sognato, sai? –
Sorriso ironico, il suo sorriso.
– Davvero? che facevamo? –
Ho percepito un po’ di malizia? Forse, forse no, non è il tipo, ma sì, magari un pizzico.
– Eravamo in un grande magazzino. –
– Ahaha –
La sua risata, squillante. Che meraviglia.
– Come sei demodè. L’unico uomo che mi sognerebbe in un grande magazzino, invece che su una spiaggia tropicale, o in qualche luogo romantico. –
– Non sono demodè, sono vecchio, è diverso. – mi imbroncio un po’.
– Non sei mai stato vecchio, e comunque mi piaci così. –
Mi prende in giro, ma delicatamente.
– E che facevi? –
– Niente, ero in fila alla cassa, tu ti guardavi in giro, parlavi con una persona, poi ti sei girata e mi hai visto. –
– Ti ho sorriso? – è incuriosita.
– No. Anzi, mi hai guardato con un po’ di fastidio, poi ti sei voltata di nuovo dall’altra parte. –
– Ah quindi me la sono tirata un po’. Benissimo! –
Scema, penso. Scema.
– Anche in sogno, vedi!? –
– Faccio male!? – mi guarda con il viso inclinato, segno che mi sta scrutando.
– Certo. Con me non c’è mai stato bisogno, lo sai, sono sempre stato un libro aperto per te. –
Si tira su. Socchiude gli occhi, li stringe ancora un po’, è un gatto che si rotola al sole. Mi è mancata.
– Ma non è bastato, vero? –
No. Non è bastato.
– Fa niente. E comunque era solo un sogno. – alzo le spalle.
– Ti fidi di me!? –
C’è da chiederlo?
– Certo. Come sempre. –
– Dammi la mano, ora. –
La prendo, è delicata, le dita sottilissime appoggiano appena sul mio palmo, la stringo, piano, ho paura di farle male.
– Dove andiamo!? –
Mi sorride, mi dà un bacio leggerissimo su una guancia, sento il suo profumo, il suo odore.
Chiudo gli occhi.
– Vieni. Non ti preoccupare. Sei con me ora. E’ come un altro sogno. –
Non ho paura.
Vado.

Nella stanza in penombra la luce entra a lame dalle serrande abbassate.
L’uomo chinato sul vecchio sdraiato sul letto si rialza.
Intorno qualche persona, tutti in silenzio, qualche lacrima.
L’uomo si toglie lo stetoscopio dal collo e lo rimette in una grande borsa di pelle, poi annuisce senza parlare, non c’è n’è bisogno.
Le lacrime si fanno più intense, qualche singhiozzo, qualcuno si avvicina al letto mentre il medico si allontana; ora non è più il suo regno, lascia ad altri lo spazio che chiedono.
Si avvia verso la porta, la borsa in mano, saluta tutti, dice le solite frasi di circostanza, poi una donna gli si para davanti.
Lo guarda fisso, non sta piangendo, ha il viso contratto dal dolore ma non piange, le rughe leggere intorno agli occhi a malapena mascherate dal trucco di chissà quante ore prima.
– Ha sofferto? – chiede senza preamboli.
Il medico posa la borsa, si toglie gli occhiali, estrae un fazzoletto da una tasca e comincia a pulirli.
Prende tempo.
La stessa domanda, la stessa che fanno tutti.
All’inizio, quando era un giovane medico, diceva la verità, che non sapeva, che forse sì, che la malattia era dura, difficile, poi aveva capito che non era la verità che cercavano queste persone, ma una parola per alleviare il dolore, la sconfitta, e il senso di colpa per essere ancora qui mentre l’altro, gli altri no.
E allora aveva sviluppato un modo di mentire molto professionale, credibile. Non la considerava una bugia, ma una medicina come un’altra, un leggero sedativo per calmare i nervi in un momento di difficoltà.
Ma non stavolta.
Quegli occhi piantati nei suoi non vogliono sentire bugie. vogliono sapere. Vogliono stare male, se necessario.
Si rimette gli occhiali, alza la testa, fa un respiro.
– Non lo so. La verità è che non lo so. Nessuno può saperlo, solo coloro che hanno affrontato il momento della transizione tra l’esistenza e la non-esistenza potrebbero dirlo, ma non lo possono fare. Io ho cercato di tenerlo tranquillo, in questi ultimi giorni, e di tenere il dolore sotto controllo. Ma cosa sia passato tra i suoi nervi e le sue vene in quel momento in cui il cuore ha smesso di battere, non possiamo saperlo, mi dispiace. –
La donna annuisce, poi improvvisamente il medico riprende.
– Ma una cosa la posso dire. Proprio adesso, mentre ero lì, e mi avvicinavo per cercare disperatamente di sentire il suo respiro e il suo cuore, ha avuto un ultimo gesto. Era un sorriso. Non una contrazione delle labbra, una smorfia di dolore. No. Ha sorriso. E poi non c’era più. –
Quegli occhi che lo fissano non si staccano dai suoi per molti, lunghi secondi.
Poi è solo:
– Grazie. –
Esce, il medico, sereno nella sua sconfitta, mentre la donna si volta a guardare l’involucro che fino a qualche minuto prima conteneva suo padre.
Sembra che stia sognando, pensa.

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Succederà

Succederà.
Forse non domani, o la prossima settimana, e forse neanche tra un anno.
Ma prima o poi succederà.
Io sarò appoggiato all’angolo di una strada, magari in attesa fuori da un negozio; tu verrai verso di me, in salita, vicino ad un uomo.
Tu stai ridendo, e gesticolando, lui con le mani in tasca sorride e parla poco.
Non ti tiene stretta, non ce n’è bisogno, si vede da lontano che non ha bisogno di mostrare possesso.
Sarà bello, di sicuro, e gentile, con l’aria intelligente, magari la barba.
Tu camminando ogni tanto ti appoggerai a lui, lo provocherai e lui dirà poche parole, come fosse indifferente e tu scoppierai a ridere ancora e ancora.
Io vi vedrò da lontano e resterò paralizzato: vorrei scappare, ma l’idea che tu mi veda scappare mi fa più male dell’idea di incrociare il tuo sguardo, e così aspetto l’inevitabile.
E quando tu finalmente ti accorgi di quest’uomo appoggiato ad un muro cambi espressione.
La risata diventa un sorriso, e la testa si inclina.
Mi guardi, non c’è bisogno di dire niente, né di cambiare strada.
Continui a guardarmi mentre lui non si accorge di nulla, tranne che gli hai preso il braccio ora, ti serve quella protezione.
E quando arrivi alla mia altezza e continuare a fissarmi significherebbe far capire cosa sta succedendo ritorni a guardare avanti, la testa bassa.
Dal movimento del corpo capisco che stai cercando di prestare attenzione alle sue parole, e a poco a poco, inevitabilmente, ti stringi di più al suo braccio.
Poi è un attimo.
Giri la testa di scatto, per un solo secondo, e mi guardi.
Alzi il mento, gli occhi sono sereni.
Lo so, ti rispondo con gli occhi, non ti preoccupare.
Ti volti di nuovo e vai via, e mi lasci appoggiato a quel muro a pensare che i sogni qualche volta si avverano.
Ma anche gli incubi.

negozi

Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Ricordo di una notte di dicembre

 

Un uomo, una ragazzina, un ricordo, un rimorso.

 

Il ricordo più vivido che ho di mio padre risale ad un dicembre di molti anni fa, quando lui aveva l’età che ho io adesso.
L’età che avrà per sempre.
Faceva freddo, era venuto a prendermi non ricordo se ad un allenamento o a qualche altro impegno, comunque so che eravamo in scooter, e che faceva freddo.
Percorremmo tutta la Via Olimpica, erano le otto e mezza di sera e c’era ancora molto traffico, ma non così intenso da impedirci di andare abbastanza veloci.
Lui guidava ingobbito, con quelle spalle che a me sembravano enormi quasi chiuse su se stesse, passando in mezzo alle macchine con delle “esse” molto ampie per essere sicuro di avere più spazio.
Io, dietro, stavo con le mani nella tasca del giubbotto, e canticchiavo sotto il casco.
Canticchiavo perché ero in quell’età in cui l’indifferenza ha un valore, e perché in fondo sono come lui, non mi piace mostrare troppo i miei sentimenti, se non quando serve o ne vale la pena.
E allora invece di stare abbracciata a mio padre, e godermi la sicurezza di quella schiena immensa, me ne stavo eretta con le mani in tasca, mentre lui disegnava le sue esse con lo scooter.
Ricordo ogni metro di quel tragitto, ogni faro di ogni macchina, ogni buca e ogni imprecazione di mio padre, e ricordo che avevamo fretta, perché era tardi e avevamo fame.
Me lo ricordo così bene perché fu l’ultima volta che andammo in scooter insieme, e la prima immagine che ebbi di lui quando mi fu chiaro che non c’era più.
Quel giorno, sotto quel cielo freddo e stellato, una ragazzina adolescente voleva bene a quell’uomo strano con cui litigava un po’ tutti i giorni, solo che non lo sapeva.
No. Non è esatto.
Lo sapeva, ma non sapeva di saperlo.
Ora la ragazzina di oggi sa bene che anche la ragazzina di ieri lo sapeva.
Solo, non sapeva di saperlo, come non lo sanno tutti i ragazzi finché non diventano improvvisamente adulti e non hanno più paura che l’affetto verso i genitori possa cambiare la loro esistenza.
Ma quel giorno, quel giorno non lo sapevo, e non me ne importava.
Quel giorno canticchiavo alla luna, mentre lui si incurvava sempre di più sul manubrio e sorrideva.
Lo sentivo, anche se non potevo vederlo.
Lo sentivo, e ora so che lo sentivo, perché è lo stesso sorriso che ho io quando porto mia figlia: avere dietro di te la tua carne e il tuo sangue, questa è la felicità, la felicità pura, e quell’uomo che disegnava le esse sull’asfalto per evitare le macchine era felice, anche se io canticchiavo e non gli parlavo, anche se avevo le mani in tasca e non lo abbracciavo.
Io ero la sua felicità.
E lui la mia, anche se non lo sapevo. Non sapevo di saperlo.
Rivedo ogni centimetro di quel giaccone sportivo da ex motociclista, quella nuca infilata a forza dentro un casco enorme, quelle ginocchia che non riusciva a tenere dentro.
So tutto perché è l’immagine che ho avuto di lui pochi giorni dopo.
Quando improvvisamente la porta della mia classe si aprì, ed entrò la preside.
Non veniva mai, mai, la preside, mai. Non l’avevamo mai vista in tre anni. Neanche una volta.
Però quel giorno era là, e mi guardava, e poi mi chiamò.
Io mi alzai, lentamente, mentre tutti si zittivano e la professoressa portava una mano alla bocca.
Poi uscimmo, e vidi la sorella di mia madre, e capii che qualcosa non andava, che non sarebbe più andato come prima, ed ebbi paura.
– Mamma? – chiesi.
– Mamma sta bene. – rispose mentre mi prendeva le mani. – Papà ha avuto un brutto incidente. –
Fu un attimo.
Un secondo.
Che dico: un milionesimo di secondo, fu solo il tempo necessario affinché il pensiero affronti le curve strette delle sinapsi e torni indietro alla velocità della luce, ma in quel milionesimo di secondo io provai un sollievo infinito.
Quando qualcuno mi chiede: “qual è la cosa più brutta che hai fatto?”, queste domande da talk show che prima o poi ti fanno tutti, io mento.
Dico: quando ho tradito il mio primo fidanzato, oppure quando non ho aiutato un amico all’esame di Anatomia.
Tutte cazzate.
La cosa più brutta della mia vita è stato quel milionesimo di secondo in cui sono stata contenta che fosse toccato a lui e non a mia madre.
Non ci ho potuto fare nulla, non è stato razionale, è qualcosa che abbiamo scritto nel nostro DNA, qualcosa che condiziona le nostre esistenze.
Quando vedo i miei figli, quando li sento come si stringono a me, e quando vedo come salutano il padre, so che sarebbe così anche per loro, anche se spero che non debbano mai essere messi alla prova come lo sono stata io.
Quel terribile, breve momento di sollievo è scomparso subito dopo.
Nel nulla, come dal nulla era venuto, ma ha lasciato il posto ad un dolorosissimo senso di colpa che non mi ha mai più mollato.
Il senso di colpa per non aver pianto e non essermi disperata subito, per aver provato sollievo mentre mio padre moriva in un ospedale.
Poi sì, ho pianto, ho smesso di mangiare per giorni, mi sono consumata dietro alle sue foto.
Ma il senso di colpa non se ne è andato più via. Mai più.
E’ ancora qua, vivido come in quel momento, come dopo quel milionesimo di secondo. Non me lo sono mai perdonato, mai.
Quando il senso di colpa mi colpì per la prima volta chiusi gli occhi, mentre qualcuno mi teneva e mi abbracciava per paura che svenissi, ma volevo solo cancellare tutto e lasciare che mi arrivasse qualcosa, qualsiasi cosa.
E arrivò.
Arrivò quella notte fredda e stellata, arrivò quello scooter che disegnava delle esse sull’asfalto, arrivò quella schiena ingobbita di un uomo felice, e quella ragazzina che canticchiava, mani nelle tasche.
Arrivò e non andò più via, quell’immagine di me e di te, si prese per mano con il senso di colpa e da allora sono sempre insieme.
Sono quaranta anni, oggi, da quella sera fredda di dicembre.
E sono qua per dirti che ora lo so.
Lo so che lo sapevo.

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Millennium Bridge

Le cose che amo: Londra, la malinconia, la buona letteratura.
Come spesso succede, un racconto ispirato da un viaggio recente.

Mentre mi siedo al tavolino della pizzeria, un tavolino d’angolo davanti ad un finestrone, mi dico che era un bel po’ che non venivo a Londra.
Poi ci penso un attimo, e dico: no, non è un bel po’. Sono esattamente 2.347 giorni.
Forse se guardassi l’orologio potrei anche dire quante ore, ma lascio perdere.
E’ un po’, sì, e non l’avrei fatto se Sandro non avesse insistito affinché venissi su per la comunione del figlio maggiore.
Lui che nasce ateo in una famiglia di atei si è ritrovato un figlio che vuole fare la comunione, e tutto solo perché la scuola cattolica era l’unica dove insegnavano letteratura italiana fin dalle elementari.
– Ti prego non mi lasciare solo nel momento del bisogno. – mi ha detto ridendo al telefono.
Io ho sorriso, e stavo per dire di no, ma poi ho pensato “che cazzo, il mio miglior amico mi invita ad un evento così importante e io non ci vado?”. E allora ho detto sì.
Sono arrivato ieri sera tardi e sono andato subito in albergo, poi stamattina sono andato a salutare Sandro e Laura e i bambini, abbiamo fatto colazione insieme, poi loro avevano delle cose da fare per domani e mi hanno lasciato libero.
Senza una meta precisa mi sono fatto trascinare dai ricordi, e ho preso la metro fino a Liverpool Street.
Ho riconosciuto subito gli odori, l’abbigliamento dei manager della City – tutti uguali nel loro completo scuro, camicia bianca e borsa da postino a tracollo – le frasi spezzettate degli altoparlanti, le urla dei venditori.
Appena fuori dalla metro ho chiuso gli occhi e ho respirato.
Amavo Londra, forse la amo ancora, anche se mi ha tradito.
Qui ho passato i momenti più belli della mia vita e quelli più brutti.
Non ci voglio pensare ora, non proprio ora.
Riapro gli occhi e mi incammino, ho deciso di arrivare fino a Covent Garden passando per Cannon Street e Fleet Street.
Non dovrei andarci, a Covent Garden, ho troppi ricordi di pomeriggi passati seduti ad un tavolino tra tè e risate, a spulciare le bancarelle ogni domenica, a girovagare per l’Apple Store per ore e ore.
Ma non ci sono molti posti in questa città scevri da ricordi. Ci ho passato due anni, due anni con lei, e in due anni abbiamo toccato ogni angolo, ogni pub, ogni museo, ogni singolo London brick.
Abbiamo vissuto questa città come una cosa nostra, e quando una città è tua lo è per sempre.
Mentre mi incammino per Cannon Street non posso fare a meno di ripensare a nove anni fa. A Sandro, sempre lui, che conosce e sposa una ragazza inglese, e mi invita al matrimonio.
Io che ho appena vinto il concorso da ricercatore, lettere antiche per di più, e che mi presento con una vecchia giacca di tweed e una barba incolta che mi fa sembrare più uno studente inglese che un professore italiano.
E poi il matrimonio, la festa, e poi lei.
La migliore amica di Laura, la compagna del college, la scozzese dai capelli rossi e dagli occhi azzurri impossibili, la studentessa di letteratura italiana.
Ricordo il suo italiano incerto di quel giorno, con un accento terribile, un italiano che sarebbe migliorato moltissimo grazie alle passeggiate, le chiacchierate e le notti su un letto di Ikea malridotto, in cui le parole si sovrapponevano si fondevano e se ne creavano di nuove, e alla fine lei parlava un italiano corretto, bello, aggraziato. Come lei.
Non mi accorgo che sono arrivato a Russel Street, e il vecchio mercato di Covent Garden si apre improvvisamente davanti a me.
Mentre mi avvicino la voce di una soprano comincia a coprire i rumori dei passanti, e quando mi affaccio alla balaustra è lì in un angolo che canta arie di opere, canzonette più o meno note, cose così.
Scendo le scale e le lascio mezza sterlina, lei ringrazia con un cenno del capo e resto a guardarla per qualche minuto, poi risalgo e mi dirigo verso lo Strand e da lì arrivo al Southbank.
Prendo fiato, perché il Tamigi mi afferra alla gola, ai polmoni e anche al cuore.
Se penso a tutte le volte che abbiamo fatto questa camminata potrei riconoscere ogni panchina, ogni pesce decorato sui lampioni, ogni anatra che galleggia sull’acqua lurida.
Arrivo al vecchio incrociatore che staziona sul fiume da decenni e una scena mi colpisce: un vecchio, probabilmente un marinaio reduce di qualche guerra, cerca di salire pochi gradini con due bastoni, aiutato da un inserviente.
E’ un lavoro ardimentoso e difficile, che richiedete tempo e pazienza, e io lo guardo senza ironia, incito quel vecchio con il pensiero, e penso che ce la può fare.
Arrivato in cima alle scale improvvisamente si gira e mi guarda: non dice nulla, ma chissà perché sento che mi sta inviando un messaggio.
Abbasso gli occhi, non riesco a reggere quello sguardo fiero, e mi avvio.
Lentamente, perché so cosa mi aspetta.
Il Millennium Bridge.
Quando ci sono ormai sotto e devo solo decidere se salire o meno, le pulsazioni mi salgono a ritmi insostenibili.
Alzo gli occhi al cielo, ed è lo stesso cielo.
Lo stesso di quel giorno: lo stesso vento, le stesse nuvole veloci che rendono impossibile sapere se pioverà o meno tra dieci minuti.
Salgo le scale di marmo, dò un’occhiata distratta a St. Paul, poi imbocco il ponte e quando la Tate Modern si staglia davanti a me il cuore non batte più velocemente come prima.
Semplicemente non batte più.
Chiudo gli occhi sul ponte, e il ricordo di pochi minuti fa me li fa chiudere anche al ristorante, e dagli occhi chiusi di adesso e di prima riappare lei, quel giorno, al matrimonio, con quell’assurdo vestito a fiori che solo le donne britanniche possono indossare, e una coroncina di fiori a tenere fermi i capelli rossi.
Le sue lentiggini che camminano e ruotano sul viso seguendo i suoi sorrisi, le risate, le mosse rapide, l’aggrottare della fronte.
Improvvisamente è lei che voglio. Non ho dubbi. Ci sono venuto fin qui per trovarla e ora non la voglio lasciare.
E così farò, attraverso i primi contatti, le prime uscite avventurose, io che mi invento una scusa per venire a Londra, lei che parte da Edimburgo, e poi la scelta finale.
“Vieni a vivere con me”, le dico. Neanche glie lo chiedo, e lei dice sì, con la testa, in maniera esagerata, facendo ondeggiare i suoi capelli rossi davanti a quegli impossibili occhi azzurri, facendo ballonzolare il seno davanti ai miei occhi perché glie l’ho chiesto mentre era nuda, in bagno, l’ho vista passando e ho detto “Non mi basta più”.
Riapro gli occhi e sono sempre seduto al ristorante, una terribile pizzeria italiana, ad un tavolo d’angolo da cui si vede il Globe Theatre e il Millennium Bridge e tutta la Southbank fino a Canary Wharf.
Il nostro tavolo, quello dove ci sedevamo sempre: o quello o niente diceva lei.
La pizza fa schifo ma la vista è impagabile, aggiungeva, e io mi sono venuto a mettere proprio qui.
Mentre ordino distrattamente penso a tutto quello che ho fatto per lasciare l’Italia, la mia posizione all’Università, la mia famiglia, tutto, per venire qui e stare con lei.
Due anni.
Abbiamo vissuto due anni insieme, due anni che non dimenticherò mai, due anni senza una lira, con contratti a termine, affitti a termine, una vita a termine, e anche l’amore a termine, ora lo so.
Due anni passati a camminare per questa immensa città, io e lei, lei e io, due anni finiti 2.347 giorni fa, proprio lì, sul Millennium Bridge.
Rivedo la scena come fosse ora.
Se sforzo un po’ la fantasia riesco a vedere quei due ragazzi sul ponte.
Lui alto, magro, stempiato, gli occhialini alla John Lennon, un cappotto grigio liso e consunto.
Lei con un vestito a fiori, nonostante il freddo primaverile di Londra, i capelli al vento, ribelli, senza freni.
Non pensavo. Non sapevo. Non immaginavo.
Come al solito dopo aver fatto le scale ho buttato un’occhiata distratta a St. Paul, sì anche quel giorno l’ho fatto, e mi sono incamminato sul ponte.
Solo quando ormai la Tate Modern occupava gran parte del mio spazio visivo, mi sono accorto che lei non c’era.
Mi sono girato, ed era rimasta ferma, a metà del ponte, e mi guardava.
I capelli quasi tutti da una parte le coprivano il viso, il vento freddo che tirava dal Tower Bridge li sferzava senza sosta, ma lei non faceva nulla per sistemarli.
Gli occhi azzurri erano diventati due lame, e me li aveva piantati nei miei.
Lentamente, per paura di scoprire quello che avrei dovuto sentire già, mi sono avvicinato.
L’ho guardata con attenzione, le ho scostato leggermente i capelli dal viso, lei non ha reagito, ha continuato a guardarmi.
– Cosa c’è? – la domanda più stupida dell’universo.
– Promettimi una cosa. – chiede lei senza distogliere lo sguardo.
Sorrido. Un sorriso inutile, perché il cuore già sa che sta per farmi male, ma la testa pensa “Le farò qualsiasi promessa mi chieda, purché resti con me.”
– Certo, qualunque cosa. – dò seguito all’inutile sorriso con parole altrettanto inutili.
– Promettimi che non mi dimenticherai. Che ti ricorderai che io sono esistita. –
Resto a bocca spalancata per un attimo, poi rispondo:
– Murakami. Lo so che l’hai letto. –
Lei distoglie lo sguardo, lo fa vagare verso la nostra pizzeria, dietro le mie spalle.
– Non è colpa mia se lui ha scritto quello che penso. –
Poi, improvvisa, gira di nuovo lo sguardo su di me, stringe le labbra, sembra arrabbiata perché deve farmi male, ma non può evitarlo.
– C’è un’altra persona. – dice.
Un’altra persona, ripeto nella mia mente.
Sapete, ci sono concetti che il nostro cervello fatica ad elaborare.
Non è mancanza di intelligenza, o di razionalità, ci mancherebbe.
E’ una corazza. Per difendersi.
Ci sono momenti in cui il nostro cervello si rifiuta di capire.
Quando muore una persona cara, quando ti licenziano dal posto di lavoro, e quando la tua donna ti dice che ama un altro uomo, che non sei più tu l’idea di futuro che si è costruita, che da questo momento siete due cose diverse.
“Siamo una cosa sola” gridava fino a ieri mentre facevamo l’amore, e ora no, ora c’è un’altra persona.
C’era anche ieri, sicuro, e l’altro ieri, e una settimana fa, e chissà da quanto tempo.
Ma ora, in questo momento, sospesi a decine di metri dal Tamigi, c’è solo lui, e io non ci sono più.
La guardo incredulo, mentre gli occhi le si addolciscono, mentre tenta finalmente di combattere il vento che le scompiglia i capelli e il tornado che le travolge l’anima, e poi smette di combattere, si gira e se ne va.
Apro di nuovo gli occhi e sono seduto in questo ristorante italiano, con una pizza fredda davanti, e penso che non l’ho più vista, non l’ho più sentita, non ho più vissuto.
Da 2.347 giorni, da quel pomeriggio ventoso sul Millennium Bridge.
Decido che mi sono fatto abbastanza male, sono riuscito a resistere per tanto tempo, tanto, tantissimo tempo senza stare male per lei, ma ora che sono qui ho pensato che fosse meglio affrontare l’ordalia, che scappare ancora sarebbe stato inutile, e impossibile, che forse dopo starò meglio.
Non riesco neanche a tagliare un pezzo di quella orribile pizza, perché improvvisa come una folata di vento una macchia rossa compare nel mio campo visivo, e non faccio in tempo ad alzare la testa che i suoi occhi sono lì, di nuovo piantati nei miei.
Qualche ruga, inevitabile, il rosso un po’ scolorito sull’attaccatura dei capelli, le efelidi ingrossate in alcuni punti, le conosco a memoria, ma è sempre lei.
Gli occhi non sono duri come quella volta, come l’ultima volta.
Sono occhi curiosi, e teneri.
– Sandro? – chiedo.
Lei annuisce, divertita pare.
– Sapevo che non mi dovevo fidare di lui. – dico scherzando, e mi stupisco con quale naturalezza io riesca a scherzare con lei.
– Mi ha detto solo che saresti venuto per la comunione, sapevo dove ti avrei trovato. –
Ora è il mio turno annuire, mentre il mio cervello scandaglia frettolosamente ogni singola cellula per controllare se ce ne sia qualcuna che non fa male.
Non ce n’è, è il responso finale. 2.347 giorni e mi fa ancora male tutto davanti a questi occhi.
Lei si fa seria.
– Non voglio sapere della tua vita, e non ti dirò della mia. –
Siamo d’accordo, dico con lo sguardo.
– Sei stato male, e anche io. E forse sarebbe stato meglio non vederci, oggi, qui, ma c’era una cosa che volevo sapere. Che è importante per me, come lo sei stato tu. –
Sei stato. Ha imparato troppo bene l’italiano, questa scozzese dai capelli rossi.
Tanto lo so cosa vuole sapere, e non glie lo negherò.
– Non ti ho dimenticato. Mai. Neanche un momento. Neanche quando altre donne occupavano il mio letto o il mio cuore, neanche quando ho sofferto per persone che se ne andavano per sempre, tu eri sempre lì. Esistevi allora, quando ti tenevo tra le braccia, esisti ora che ti vedo davanti a me, ed esisterai finché avrò la forza di pensare. –
Non mi sono tenuto niente, forse neanche se lo aspettava.
Forse credeva che non le avrei dato quello che voleva, e invece ho rovesciato tutto.
Che senso aveva mentire?
E dire “sono felice”, “non ho più pensato a te”, “davvero sono passati più di sette anni?”.
2.347 giorni. Li ho contati tutti.
Si alza, prende la borsa, va via, non mi sfiora neanche.
La vedo incamminarsi sul Millennium Bridge, la chiusura perfetta di un cerchio imperfetto.
Murakami, sì, ancora una volta.
Neanche tu mi hai mai amato, Sara.

Two lovers

Photo by rodocarda

Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

La stazione

Un racconto

L’uomo che è seduto sul bordo del marciapiede è tranquillo.
Apparentemente tranquillo.
Guarda avanti, incurante di quello che lo circonda, le gambe che dondolano ritmicamente nel vuoto, come un bambino su un’altalena; ma non è più un bambino, da molto tempo. E questa non è un’altalena.
Le mani appoggiate sul marmo consunto, il corpo in avanti e la testa alta, siede lì da un po’.
Davanti a lui il binario più importante di quella stazione di periferia attraversa la stazione appoggiato solidamente sul suo letto di sassi e cemento, e i treni, lenti, che passano davanti a lui sono pieni di facce che si schiacciano contro i finestrini per guardarlo.
Le stesse facce, anonime, inutili, che lo guardano da dietro la rete di protezione, dalla costruzione alle sue spalle, dal marciapiede di fronte.
Li ignora, come li ha ignorati da quando è seduto qui, come ha ignorato le urla della polizia, i richiami di un capostazione, le parole suadenti di un medico.
Ha un sorriso appena accennato, e guarda davanti a sé, inclinando ogni tanto la testa.
Sotto di lui gli scavi aperti per la metro sprofondano in un baratro di almeno trenta metri, sufficienti per terminare i suoi pensieri, se dovesse scivolare giù.
O farsi scivolare.
Non dovrebbe essere qui. Non può essere qui, nessuno può.
Neanche lui lo voleva.
Era qui stamattina, con la sua borsa e il suo giaccone blu, per prendere uno di quei treni lenti che vede passare da ore.
Sembrava normale, è bravo a sembrare normale, nessuno direbbe che non sia normale.
Poi ha visto gli scavi, la rete, il marciapiedi.
Era presto, c’erano solo un paio di persone, lontane da lui.
E’ bastato un attimo, ha gettato la borsa per terra, poi il cappotto, ha preso un tubo di ferro appoggiato alla rete, ha fatto leva, l’ha sollevata e si è infilato, e prima che qualcuno potesse anche dire solo una parola era seduto lì, dove si trova ora, sul bordo del niente.
E sorride.
Invece la donna che arriva correndo, seguita a qualche metro da un uomo che rallenta fino a fermarsi, è sconvolta.
Corre sui tacchi, con il cappotto che la ingombra, i capelli raccolti che ondeggiano instabili finché non decide che ne ha abbastanza e getta via l’elastico con un gesto della mano lasciandoli liberi.
Corre fendendo la folla, la polizia, gli infermieri, la varia umanità che si raccoglie sempre in questi casi, e tutti si allargano come onde investite dal vento, la guardano correre verso la rete e verso di lui e nessuno la ferma, nessuno le chiede perché corre.
E’ così chiaro.
Lui sente lo scalpiccio, riconosce il ritmo dei piedi e non si gira: inclina semplicemente la testa per farla entrare nel suo campo visivo, da sopra la spalla.
La sua corsa scomposta e disperata gli ricorda quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta.
Anna. Un’altra Anna.
Questo nome che ricorre e lo insegue, che non riesce a dimenticare e a non vedere.
Si guardano, ma è uno sguardo di disperazione e rimprovero, dolore e smarrimento.
Lei arriva alla rete, si aggrappa, ansima, piange.
– Che fai? Che stai facendo, Giulio? Sei impazzito, che cosa fai? –
Non urla, non come quell’Anna lì.
Questa Anna sussurra, la disperazione sussurrata è più intensa, più forte, più drammatica.
Lui non risponde, dapprima, poi chiede:
– Perché è venuto anche lui? –
Lei si gira a fissare la figura lontana che si è fermata cento metri fa, poi si volta di nuovo.
– Non è “venuto”. Mi ha accompagnato. Quando mi hanno chiamato ero sconvolta, non ero in grado di guidare. Lui mi ha solo dato un passaggio. –
L’uomo sul bordo del niente annuisce. Inutilmente, perché non ha capito e non gli interessa capire.
Una persona si avvicina ad Anna, le dice qualcosa, forse le suggerisce delle parole, ma lei lo scaccia, infastidita.
Non è qua per convincerlo, è qua per spiegare e per capire.
Non è il momento giusto, forse, ma potrebbe essere l’ultimo momento che hanno a disposizione.
– Lo fai per me? – chiede, pensando di conoscere la risposta.
Lui fa un gesto strano, la bocca si contrae, un sopracciglio si alza e la testa ha un piccolo scatto mentre torna a guardare davanti a sé, alle decine di persone dall’altra parte del niente, che non vede neanche.
– No. Lo faccio per me. Come potrei farlo per te? Come potrei cambiare le cose in questo modo? Lo faccio perché il dolore è diventato insopportabile, perché fare finta di essere normale non è più possibile, perché tutto questo – e fa un ampio gesto con un braccio – non ha più senso. –
– Però è colpa mia. – insiste lei.
La voce di Anna è tranquilla. Lo conosce, sa che non servirebbe a niente ora pregarlo, raccontare bugie, dirgli quello che lui vorrebbe sentirsi dire, o quello che non vorrebbe sentirsi dire.
Lei vuole capire, ora. Vuole capire come è possibile che si ritrovino qui, dopo tutto questo tempo, separati da una rete e da un baratro, da una vita e da una morte.
Vuole capire, e le interessa quasi quanto salvarlo.
Anzi, pensa che se capirà forse riuscirà a salvarlo.
Se capirà lui, e se capirà anche se stessa.
Si gira di nuovo a guardare l’uomo fermo in mezzo alla banchina, cento metri prima, poi torna a guardare l’uomo sul bordo del niente.
Giulio ci pensa. Ci pensa un po’ troppo, per essere uno che ha avuto un sacco di tempo per pensare.
Ma ancora una volta la risposta è la stessa.
– No. Non è colpa tua se sono qua. E non sarà colpa tua se le mani mi lasceranno scivolare. –
Le sorride, e lei rabbrividisce.
– Mi senti? – gli chiede lui, improvvisamente.
Lei dice di sì, con la testa, una lacrima scende inesorabile.
Lo sente, e si vergogna, di non averlo voluto sentire finora.
E come fa a far scivolare un uomo così.
Come fa a rimanere ferma e vederlo morire senza fare niente.
Si toglie le scarpe, il cappotto, bracciali, tutto quello che la ingombra e va verso la rete, verso lo squarcio che ha aperto lui.
Una mano le serra un braccio, si gira furiosa, è un poliziotto che cerca di impedirle di andare, lei lo allontana con una spinta violenta, con una forza che non credeva di avere.
Poi guarda le persone intorno a lei con occhi pieni di rabbia, e nessuno si avvicina più.
Si china, si infila sotto lo squarcio, e in un secondo è lì, vicino a lui.
Si siede nello stesso modo, con le gambe a penzoloni, e guarda anche lei le persone che urlano e si mettono le mani sulla bocca.
Lui sorride, senza guardarla.
– Ciao. – le dice.
– Ciao. – risponde lei.
– Li vedi? – chiede lui indicando con il naso le persone.
– Sì, li vedo. – risponde lei.
– Scemi vero? – dice lui con un sorriso.
Anche lei sorride. Due pazzi sul bordo del niente, e gli scemi sono gli altri.
Poi smette di sorridere, e si gira verso di lui.
– Perché mi hai tradito? –
Neanche lui sorride più.
– Ti avrò chiesto scusa un milione di volte. – risponde.
– Non è quello che ti ho chiesto. – ribatte lei.
Lui sembra pensarci.
Non sa perché, in realtà.
Non sa perché ha tradito la donna più incredibile che abbia mai incontrato, la donna che lo ha amato così violentemente, teneramente, disperatamente.
Non sa perché l’ha ferita così in profondità.
Non ha una risposta, o meglio, non ce l’aveva fino ad adesso.
– Perché avevo paura. – dice – Avevo paura di essere felice. Avevo paura di non essere adeguato. Perché non credevo che stesse succedendo proprio a me. Perché nell’animo degli uomini c’è sempre un angolo buio, che cerca di uscire allo scoperto e rovinare tutto. Perché ho vissuto senza sapere, e la conoscenza mi ha sopraffatto. Perché volevo mettermi alla prova, ed essere sicuro che non sarei stato schiavo della mia passione. Perché sono stupido. E non merito di vivere. –
Anna lo ascolta guardandolo negli occhi, senza dire nulla, senza un gesto, senza un battito di ciglia.
Glie lo ha chiesto per sentirglielo dire, ma mentre lo chiedeva si rendeva conto di saperlo già, non ha bisogno delle sue spiegazioni. Ora vuole solo che lo sappia anche lui.
– E tu perché ti sei messa con lui dopo così poco tempo? –
Lei non può trattenere un sorriso, amaro e tenero allo stesso tempo.
Non ce l’ha fatta a non dirlo. Non ce l’ha fatta.
Con tutta la sua intelligenza, e maturità, non ce l’ha fatta.
Un adolescente ferito, ecco cosa è quest’uomo accanto a lei, che vuole togliersi la vita per un amore perduto.
Il sorriso cancella l’amarezza mentre lei gli prende una mano.
– Non c’è nessuno. Nessun “lui”. Non c’è niente. Non ancora. –
Lui non la guarda. Ora ha paura sul serio.
– Lo dici solo per farmi andare via da questo posto. Diresti qualsiasi cosa ora. –
Lei scatta e gli si abbraccia addosso, le mani intrecciate alle sue, le gambe sulle sue, il naso appoggiato ai suoi capelli, le labbra su un orecchio, mentre intorno a loro si alzano grida e singhiozzi.
– Allora fallo. – gli sussurra mentre lui spalanca gli occhi dallo stupore – Fallo, lasciati andare e portami giù con te. Se non mi senti più, se non sei più in grado di capire le mie parole, fallo. Ammazzati, e ammazza anche me. Se pensi che io ti stia mentendo per tirarti fuori di qui, andiamo giù insieme. Non ho paura. –
Si ferma un attimo, lo guarda. Lui sta ansimando. Aspetta.
Lei stacca una mano e gli fa una carezza sul viso.
– Ma se non mi tradirai più, e non mi lascerai più, e non mi farai stare più sul bordo del niente, ti prometto che non soffrirai più. –
La testa dell’uomo si abbatte sul petto, stanca, per la prima volta da ore.
Le mani sulla testa, si rannicchia, mentre lei lo stringe più forte.
Quanto sarebbe facile andare giù.
E’ la cosa più facile. Lasciare che il rancore, la paura, il sospetto, la diffidenza, prendano il sopravvento e spengano tutto.
Lei lo stringe ancora di più, ancora di più, poi punta i piedi.
Basterebbe così poco.
E poi, senza preavviso, l’uomo seduto sul bordo del niente si sdraia sul marciapiede, le braccia in alto come un cristo sofferente, mentre lei gli si butta addosso e lo tiene così, e decine di persone arrivano per portarlo via.
Li separano, li strattonano, li allontanano, lo ammanettano.
Ma lui non fa resistenza.
Mi troverai qua, sembra dire lei, e lui sa che è vero.
Stavolta è vero.

Stazione

Parole

Quando sarò vecchio
E il desiderio sarà finalmente appassito

Quando la memoria dovrà sciogliersi
Nel ricordo di un amore lontano

Quando la malinconia e un respiro affannoso
Mi accompagneranno tenendomi per mano

Mi rimarranno solo le parole.

Centinaia, migliaia, milioni di parole.

Parole pensate, sussurrate, recitate, regalate, strappate, scritte e cancellate.
Parole delicate e appassionate
Come solo un giovane diventato vecchio sa immaginare.



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L’attesa

In un racconto precedente, “La Lettera“, ho raccontato la storia di Giulio e Anna, una storia malinconica e con un finale difficile e struggente.
Ma sapete, a volte quando si trova una bella storia ci si affeziona, e non si vuole lasciarla andare.
E allora ho pensato: ma sarà andata veramente così?
Chissà.

Nel quartiere lo conoscevano tutti.
D’altronde era difficile non conoscere un vecchio che tutti i giorni da trenta anni passa le ore di pranzo su una panchina, la stessa panchina, nello stesso parco, seduto nella stessa posizione.
Una volta era un medico e aveva poco tempo, ma trovava sempre una mezz’ora per sedere sulla panchina, a occhi semichiusi per difendersi dal sole, sbirciando ogni tanto l’ingresso del parco.
Dato che abitava in zona non mancava l’appuntamento con la panchina neanche nei fine settimana.
Gli unici giorni in cui non si faceva vedere erano quelli dedicati alle rare, brevi vacanze. Mai più di una settimana di seguito, e quando tornava sembrava ansioso di riprendere il suo posto su quella panchina.
Poi da quando era andato in pensione non aveva saltato un giorno, tranne quando era stato ricoverato per una banale colica renale.
Ma il vecchio, così ormai lo chiamavano tutti, godeva di una salute di ferro e negli ultimi cinque anni era arrivato puntuale, alle ore di pranzo, ed era rimasto seduto per un paio d’ore almeno, tutti i santi giorni.
Se c’era troppo sole si copriva con un cappelletto da pescatore e indossava degli occhiali da sole graduati; se pioveva aveva un giaccone impermeabile nel quale si rannicchiava e un ombrello arancione.
Se pioveva veramente forte lasciava a malincuore la panchina e si riparava sotto una tettoia del parco giochi, ma senza mai perdere di vista l’ingresso del parco.
Era sempre lì, il vecchio.
D’altronde non aveva figli o nipoti, forse, si diceva, una sorella chissà dove; i genitori erano morti da tempo immemorabile e quindi non aveva motivi per allontanarsi da quella panchina.
Non che fosse chiaro cosa ci facesse, perché i pochi che avevano osato fargli delle domande si erano beccati delle occhiatacce che li aveva fatti desistere dal continuare.
Di una cosa erano sicuri: il vecchio era chiaramente in attesa.
Di chi, o di che cosa, questo non si sapeva, e dopo trenta anni era diventato un argomento molto frequentato, nel quartiere.
Il vecchio che aspettava sulla panchina era una storia troppo bella da non raccontare, e via con le ipotesi più incredibili: quasi tutte riguardavano una donna perduta, ma c’era chi parlava di un figlio che lo aveva disconosciuto, di un cane che era fuggito (che se fosse stato vero sarebbe morto da un pezzo, ma al quartiere piacevano le storie impossibili), addirittura di una crisi mistica.
Fatto sta che nessuno ne sapeva veramente niente.
Fuori da quella panchina in verità il vecchio era una persona piacevole: salutava tutti cordialmente, sorrideva, aveva degli amici con cui si vedeva, e qualche volta lo avevano anche pizzicato, quando era più giovane, con una donna sotto braccio.
Ma su quella panchina era lui e lui solo.
Non c’era nessun altro e non voleva nessun altro.
Di solito sedeva in punta, con le mani appoggiate come se stesse per darsi una spinta per alzarsi.
Qualche volta teneva in mano dei fogli di carta, che estraeva da una busta gialla scolorita.
Una lettera, forse.
Raramente aveva con sé qualcosa da mangiare o da bere.
Negli ultimi tempi aveva accettato di scambiare due parole con una ragazza che alle ore di pranzo portava il cane nel parco.
Molti nel quartiere l’avevano poi fermata per sapere se lui le avesse raccontato qualcosa, ma lei assicurò che parlavano del più e del meno, del tempo, del cane, e insomma niente che potesse far capire cosa stesse facendo su quella panchina.
I giorni, i mesi, gli anni passavano, e il vecchio diventava sempre più vecchio, ma ogni giorno sedeva sulla sua panchina, le mani appoggiate, la schiena eretta e lo sguardo indagatore.
Gli anni passavano, bambini diventavano ragazzi, poi uomini e donne, generavano altri bambini, ma il vecchio rimaneva sulla sua panchina.
Fino a quel giorno.
Dovete sapere che quello che segue fu raccontato dal barbiere, che era presente all’evento. Ma il barbiere era vecchio anche lui, forse addirittura più vecchio del vecchio.
Fu forse per questo motivo che molti non gli credettero, o pensarono che avesse abbellito la storia per far scendere qualche lacrima, ma lui insistette, si stizzì, e alla fine tutti dovettero prendere per buona la sua storia.
Fatto sta che il vecchio da un giorno all’altro scomparve.
Dopo trenta e passa anni, non venne più sulla sua panchina al parco.
Qualcuno che conosceva il suo indirizzo provò a suonare al citofono, ma non ebbe risposta.
La portinaia si infastidì del viavai di curiosi, e disse senza mezzi termini che il vecchio non si era più visto, che dopo un paio di giorni si era presentata una ditta di traslochi con le chiavi e una regolare autorizzazione, e aveva portato via tutto.
Il giorno dopo ancora un cartello “vendesi” era comparso con i riferimenti dell’agenzia, e siccome il prezzo richiesto era molto competitivo in un paio di settimane la casa fu venduta.
Del vecchio non si seppe più nulla, così che il quartiere ebbe ancora una storia da continuare a raccontare molti anni dopo che il vecchio era scomparso e presumibilmente morto, anche se godeva di buona salute.
Ma cosa raccontò il barbiere?
Era dicembre, uno degli ultimi giorni dell’anno, e il freddo secco di una soleggiata giornata invernale entrava nelle ossa e le sbriciolava senza pietà.
Il vecchio era seduto sulla sua panchina, le mani sul marmo, una giacca imbottita ben chiusa, e una sciarpa a proteggere il collo.
Sulla testa un berretto di lana calcato fin sopra gli occhiali.
Il barbiere lo vide bene, dice lui, perché lo salutò con la mano e ne ebbe un breve cenno della testa.
Sapete, il barbiere era testardo, tignoso, era uno di quelli che non si rassegnava alla solitudine di quell’uomo, e ogni tanto provava ad attaccare bottone anche se veniva sempre respinto da una delle occhiatacce del vecchio.
Anche quel freddo giorno di dicembre decise di tentare un approccio, ma non riuscì neanche ad arrivare alla panchina perché il vecchio si alzò di scatto e anche lui si bloccò per guardare cosa stesse succedendo.
Il vecchio si mise in piedi con una rapidità ed un vigore che probabilmente non pensava neanche di avere, occhi e bocca spalancati verso l’ingresso del parco.
Lì, tra le colonne di granito che sorreggevano le siepi, appena varcata la soglia che faceva da limite tra l’asfalto e la ghiaia, una donna avanzava lentamente.
Avrà avuto sessanta anni, forse qualcuno di più, ma ancora una bella donna, con i capelli sale e pepe lunghi, raccolti da un lato e fermati da un legacapelli dorato.
Gli occhi erano intensi, segnati da un trucco che sembrava permanente per quanto era scuro, e sulla fronte un segno colorato.
Era vestita in modo semplice, un paio di jeans infilati dentro stivali marroni, un cappotto blu aperto su una maglia molto chiara.
Al collo una pashmina turchese su cui erano appoggiati, sorretti da una cordicella nera, degli occhiali da vista.
La donna camminò verso il vecchio, lentamente, e ad ogni passo sul suo viso le rughe andavano via, una ad una, man mano che il sorriso si impadroniva di lei.
Poi le rughe tornarono, rughe profonde ai lati della bocca, e sotto gli occhi, ma erano rughe di felicità.
Il vecchio invece non cambiò espressione: rimase con gli occhi spalancati e la bocca aperta, finché lei non gli fu ad un metro.
Solo quando lei arrivò quasi a toccarlo lui finalmente si rilassò, la bocca si richiuse, gli occhi si addolcirono, una lacrima scivolò dall’angolo dell’occhio sinistro.
Solo il sinistro, perché là c’erano il cuore e lo stomaco, ed era la parte sinistra del suo corpo che aspettava questo momento da più di trenta anni.
– Sei tornata… – ebbe la forza di dire il vecchio – Io…ho aspettato qui…come ti avevo promesso… –
Lei annuì, senza avere il coraggio di togliere le mani dal cappotto.
– Ognuno fa le promesse che deve, Giulio, e cerca di mantenerle. Io avevo fatto le mie, e ho cercato di rispettarle. Tu hai fatto le tue, e sei ancora qua. E’ arrivato il momento di scioglierle. –
– Lui dov’è? – chiese il vecchio, impaurito da una presenza che aveva condizionato la sua stessa esistenza.
Lei fece un gesto vago con una mano, come per dire “lassù”.
– Non c’è più. Da un po’. Non sarei tornata, sai, perché non credevo di trovarti. Ma quando ho fatto qualche telefonata per avvisare, mi hanno detto di te. –
Finalmente tolse una mano dalla tasca e fece una lieve carezza sulla guancia del vecchio che adesso piangeva senza ritegno.
– Io…non avevo idea Giulio…non pensavo che tu…fossi capace di questo. Anche io ti ho pensato, tutti i giorni, tutti i giorni della mia vita ho rivissuto quelle due settimane, minuto per minuto, secondo per secondo, e tutti i giorni mi sono chiesta se avevo fatto bene e se facevo bene. –
– Non c’è stato più niente dopo di te, Anna. Niente. Niente per cui valesse la pena vivere, o morire. Niente che mi facesse male allo stomaco, in alto a sinistra. Niente che occupasse lo spazio nel petto e che mi facesse mancare il respiro. Ho atteso perché la speranza è stata l’unica cosa che mi ha mantenuto in vita. –
Lei non piangeva, le lacrime le aveva consumate tutte in lunghi, forse inutili anni di lontananza, vicino ad un uomo che adorava ma non amava, e lontana da questo uomo diventato un vecchio, che aveva amato in maniera assoluta.
Tese la mano.
– Ce l’hai con te? – chiese.
Lui annuì. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Mise una mano nella tasca del giaccone, e con le dita tremanti le porse una busta gialla, corrosa dal tempo, da cui spuntavano dei fogli una volta bianchi, anch’essi ingialliti dal sole e consumati dalle dita del vecchio.
Era la lettera con cui lei gli aveva detto addio.
La lettera che era rimasta per più di trenta, infiniti anni, l’unico legame tra di loro, e che portava le ultime parole che lei gli aveva detto.
La donna prese la busta, la guardò a lungo, sospirò, estrasse la lettera, e infine, guardandolo negli occhi, la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Poi prese il vecchio sottobraccio e gli disse:
– Vieni. Andiamo via. –

panchina

Il ricordo di te

Sono due anni che Renato non c’è più.
Ogni giorno mi stupisco di come questa perdita mi abbia colpito, e sconvolto nel profondo.
Eppure alla mia età ho già subito perdite importanti, dovrei avere gli strumenti per gestire il dolore e il rimpianto.
Ma non so perché, quest’uomo perbene che ci ha abbandonato ha lasciato un solco che non si rimargina.
Certo, eravamo colleghi, e amici, questo conta.
E per un lungo periodo confidenti: credetemi, è molto difficile per uomini adulti aprirsi veramente tra di loro, senza che ci sia competizione o ironia o qualche altro stupido meccanismo a rovinare tutto.
Io credo tuttavia che questa mancanza dipenda dal fatto che Renato era una persona che tutti, indistintamente, amavano.
Bastava conoscerlo, ed era così, molto semplicemente, in maniera naturale.
Raramente ho conosciuto esseri umani in grado di catalizzare così tanto affetto da parte di persone così diverse tra di loro, ma tutte concordi nell’indicare in lui il centro gravitazionale di una specie di affetto cosmico.
E non è un caso se le persone che ha lasciato hanno stretto in molti casi amicizie importanti, o hanno consolidato quelle esistenti.
Lui era così, e a me oggi va di ricordarlo raccontando qualcosa, prima che le memorie di una persona speciale svaniscano per me insieme al passare degli anni.
Questo, Renato, è il mio ricordo di te.

L’ultima volta che ci siamo visti avevo meno di 50 anni.
Per essere precisi, cinquanta anni meno un giorno, era venerdì 26 Luglio 2013.
Era l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, io avrei raggiunto la famiglia al mare per festeggiare con loro, e tu ti preparavi per quel viaggio in montagna.
Come al solito hai aperto la porta del mio ufficio, in piedi sullo scalino anche se eri molto più basso di me mi guardavi dall’alto in basso, e non dicevi niente, la faccia parlava chiaro: “Mi sono rotto, andiamo a pranzo?”.
Io devo aver cincischiato, perché mi hai fatto una foto, che poi hai pubblicato, una delle tante.
Poi siamo andati a pranzo con Paolo, abbiamo parlato delle solite cose, di donne.
A te il calcio non interessava, e del lavoro ne avevi abbastanza, quindi non c’erano altri argomenti che noi tre potessimo affrontare con serietà.
Tutto sommato è stato un addio sereno, non abbiamo discusso, non ci siamo intristiti, abbiamo parlato d’amore. Quale argomento migliore, prima di non vedersi più?

Anche se eri in azienda da prima di me, praticamente non ti avevo mai visto fin quando non sei stato catapultato nello stanzone in cui eravamo già in 5.
Eri in castigo, avevi osato andare in rotta di collisione con un capo che ti vessava, e ti avevano confinato in quel limbo a metà tra la tecnologia e il contrabbando che si chiama marketing.
Pensavano di averti fatto una cattiveria, e a dire il vero per chiunque altro sarebbe stata una cattiveria, ma non per te.
Nella tua personalissima priorità dell’esistenza il lavoro era molto in fondo alla lista. E sebbene fossi consapevole delle angherie a cui eri sottoposto, non te ne curavi più di tanto.
Avevi una vita intensa, intricata, piena di amici, di amore, di cose da fare.
Non era così importante per te fare carriera e anche quando ti misero come capo un ragazzo che avevi assunto tu, il sorriso non ti mancò mai.
Lo raccontavi più come aneddoto che come argomento per provare astio.
Andava bene così, non erano quelle le cose importanti.

Eri incazzoso. Incazzosissimo. Cazzo se eri incazzoso. Non ho mai conosciuto una persona capace di prendere d’aceto improvvisamente come te.
Se ti facevano girare le palle non ce n’era per nessuno.
E dato che non eri una persona violenta, le tue incazzature di fatto si concretizzavano nel prendere e andartene.
Non eri né tipo da fare a botte, né da insultare, né da usare sarcasmo.
Semplicemente se ti facevano incazzare eri capace di non parlare più con quella persona.
Te l’ho visto fare con me, e con persone a cui volevi decisamente più bene.
Ma allo stesso tempo avevi una caratteristica unica, che non ho mai trovato in nessun uomo adulto e dubito che ritroverò in qualcun altro, men che meno in me stesso: sapevi chiedere scusa.
Se ti accorgevi che durante una discussione, anche accesa, l’altro aveva ragione, eri capaci di ammetterlo, anche dopo uno o due giorni.
Con me lo hai fatto almeno un paio di volte.
Eri orgoglioso per le tue cose, ma non stupidamente orgoglioso come la maggior parte delle persone.
Questo mix incredibile di incazzatura facile e tenerezza faceva di te una persona speciale.

Non ho mai capito la tua infatuazione per le religioni alternative, per i santoni, per la spiritualità.
Ho sempre pensato che fossero più o meno delle truffe né più né meno come le religioni tradizionali e tutto il resto.
Però eri l’unica persona di mia conoscenza che credeva in qualcosa e ne parlava con passione senza voler fare proselitismo.
Non avevi l’atteggiamento supponente e sufficiente di chi ha visto la luce.
Non te ne fregava gran che se chi ti stava vicino decideva di avvicinarsi allo stesso percorso; a te faceva stare bene e questo bastava,
Hai conosciuto in questo percorso persone meravigliose, che ti hanno fatto stare bene, e questo te l’ho sempre un po’ invidiato.
Mi avevi solo consigliato di leggere un libro, a dire il vero un tomo gigantesco. Lo avevo comprato, poi però non so che fine ha fatto e quando te ne sei andato ne ho comprato un’altra copia.
Non l’ho letto, e non credo che lo farò, spero mi perdonerai.

Poco prima di andartene eri in tensione per una cosa particolare. Che a ripensarci mi viene da ridere.
Un uomo della tua età, che si preoccupa per una cosa del genere.
Avevi un saggio. Di ballo.
Anche questo non l’ho mai capito, io che adoro la musica ma odio muovermi.
L’idea che un uomo della tua, della nostra, età possa provare piacere a ballare vestito in maniera quanto meno atipica, e che sia in ansia per il saggio di fine anno, mi faceva ridere.
Però tu ci tenevi, eccome.
Me ne avrai parlato un milione di volte, e mi hai anche chiesto consiglio. A me. L’uomo più ansioso dell’universo.
E poi mi ricordo che eri contento, perché alla fine era andato tutto bene, e ho visto anche un paio di video.
A me sembravi ridicolmente contento, ma con te non c’era modo di provare sentimenti negativi, quindi ero felice. Anche se pensavo e continuo a pensare che il ballo sia per giovinastri tatuati.

Per il mio cinquantesimo compleanno mi hai mandato un messaggio, affettuoso e ironico.
Poi non ho avuto più tue notizie direttamente se non da chi ti stava vicino in quei giorni terribili.
Pensavo che avrei avuto rimpianto di non essere venuto, e invece no: posso fare finta che sei andato in vacanza, e che prima o poi tornerai.
Non ho dovuto vedere la tua sofferenza, l’impotenza dei medici, il dolore di chi ti vuole bene.
Mi è bastato il giorno del funerale, ho visto così tanto dolore, e affetto, che mi potrebbero bastare per un’altra vita.

Ho un unico rimpianto, colpa mia e tua: non siamo riusciti ad andare insieme a trovare Carla, che ci aveva lasciato giusto un anno prima di te.
Lo abbiamo detto tante volte, abbiamo stampato la mappa della sua tomba, abbiamo preso l’impegno e poi disdetto in continuazione.
Ma sai, quando si è vivi e felici di esserlo non si pensa mai che non ci sarà tempo.
E invece qualche volta tempo non c’è, o non ce n’è più.
E’ una lezione che sappiamo a memoria, ma qualche volta preferiamo dimenticarcene.

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Seta – F1.2 Photo Challenge

Seta è attesa
Desiderio, anticipazione
Ricordo di quello che è stato
E di quello che forse non sarà

Silk is expectation
Desire, anticipation
A recall of what has been
And what it may not be

Seta 1 Finale V2 S



Seta è respiro
Silenzio e leggerezza
Un tocco lieve
Pelle e poco più

Silk is breath
Silence and lightness
A light touch
Skin and nothing more

Seta 3 finale


Seta è sogno
Vedere ad occhi chiusi
Sorrisi leggeri
Al pensiero di te

Silk is a dream
To see with eyes closed
Light smiles
At the thought of you

Seta 2 finale


Seta è abbandono
Speranze infrante
Attese infinite
Delusione e follia

Silk is abandonment
Broken hopes
Infinite expectations
Disappointment and madness

Seta 4 finale


Seta è addio
Una lacrima e basta
Forse un sospiro
E un’altra seta

Silk is a goodbye
A tear and nothing else
Perhaps a sigh
And another silk

Seta 5 finale