Piazzale Douhet

L’uomo che cammina lentamente sul vasto marciapiedi di cemento chiaro è giovane.
Un giovane adulto di quaranta anni o giù di lì che cammina così lentamente da sembrare quasi fermo; e ad un certo punto si ferma davvero, lo sguardo basso e le chiavi della macchina che saltano nervosamente da una mano all’altra.
Si sente stupido, è sicuro che venire qui è stata una pazzia, solo un romantico omaggio ai bei tempi andati, e che non valeva la pena di litigare con sua moglie per questo. Non proprio oggi.
Sente un rumore, alza lo sguardo: sono i camion della nettezza urbana che continuano a raccogliere i resti della nottata, pulendo le strade con le spazzole rotanti, mentre addetti in tenuta arancione spostano la spazzatura caduta in strada verso l’aspiratore.
Sono le 17.00 del 1 Gennaio 2000, e Roma sta dando il benvenuto al nuovo millennio con un bel sole tiepido che scende rapido dietro i palazzi, e una quantità inimmaginabile di immondizia per le strade.
L’emozione di varcare una soglia storica ha moltiplicato le vendite di fuochi d’artificio, coriandoli, birre, panettoni, regali inutili, e tutti i resti sono finiti per strada.
Questo giovane uomo non vive a Roma, anche se ci è nato e cresciuto: da molti anni ormai la sua vita è in Francia, lavora per una grande azienda e ha sposato una donna francese. Anche i suoi figli sono francesi, parlano male l’italiano e quando sono dai nonni romani è sempre una fatica farli dialogare, anche se l’affetto è tanto e sono sempre contenti di questa loro seconda patria lontana.
Per questa occasione speciale, il Capodanno del nuovo millennio, ha insistito lui per venire in Italia: nella battaglia silenziosa tra Roma e Parigi ha vinto la passione italica, quella voglia di stare insieme almeno una volta l’anno a cui non sappiamo rinunciare, questa consuetudine da tribù di paese che abbiamo nel sangue, e alla fine non è stato difficile vincere le ultime resistenze della moglie.
Hanno passato il Natale a Parigi, poi sono scesi a Roma; sono stati giorni intensi, belli, pieni di cose da fare per stare tutti insieme.
Fino a stamattina, quando ha comunicato a sua moglie che aveva un appuntamento e che ci sarebbe andato da solo.
Guarda distrattamente il cellulare mentre ripensa alla discussione, alla moglie che non capiva e a lui che non sapeva cosa dire.
In fondo, cosa avrebbe potuto raccontarle?
Che aveva un appuntamento con un po’ di gente, ma che non sapeva se qualcuno si sarebbe presentato?
Che era un appuntamento preso venti anni prima?
Che c’era solo una persona che sperava di incontrare?
Una pazzia, si ripete. Una vera pazzia.
E poi per l’ennesima volta torna a quei giorni.

Il Duemila.
Per un ragazzo di vent’anni il Duemila era lontano anni luce, un’epoca in cui – immaginava – sarebbe stato vecchio, un vecchio quarantenne.
Avrebbe valicato la soglia del millennio reggendosi sulle stampelle, chissà, o da anziano pensionato; così si vedeva in futuro, e sebbene fosse consapevole che i quarantenni erano giovani come lui, solo un po’ più riflessivi, chissà perché lui vedeva se stesso vent’anni dopo sull’orlo della vecchiaia.
Forse perché l’Università, l’inizio della sua vita adulta, era in qualche modo l’apoteosi della giovinezza, e tutto ciò che c’era oltre era chiaramente marchiato con “hic sunt leones” nella mappa della sua vita: la laurea era un traguardo finale, la chiusura della sua adolescenza; dopo ci sarebbe stato il lavoro, magari un matrimonio, dei figli, le responsabilità, e tutto ciò sarebbe stato l’inizio di un inarrestabile declino.
Con questa idea in testa, e con il Duemila lontano, viveva il presente al massimo delle sue forze.
A lezione di giorno, a studiare il pomeriggio e la sera, da qualche parte la notte, poche ore di sonno per volta, poi il campeggio, una ragazza, poi un’altra, poi il pallone, e la bici, e la montagna d’inverno, la band rock con gli amici del liceo. La sua vita era un magma continuo di emozioni, il presente lo avvolgeva stretto e non gli faceva guardare il futuro con chiarezza, ma non gli importava.
Ogni tanto sbirciava a dire il vero, e cercava di guardare il sé del Duemila, ma non gli piaceva quello che immaginava di diventare, e allora tornava al centro del suo personalissimo tornado.
Tutto bello, tutto intenso, tutto con passione e bravura.
Poi all’inizio del secondo semestre arrivò lei.
Entrò in aula alla prima lezione dopo la sessione invernale e il mondo si capovolse: il pavimento sopra la sua testa, il domani improvvisamente migliore dell’oggi, lo stomaco al posto del pancreas che si spostava dove prima c’era la milza, in un ballo che i suoi organi interni fecero, irrequieti, prima che il cuore gli comunicasse che aveva intenzione di fermarsi.
Non fu l’unico, certo, a rimanere colpito da questa ragazzina smilza, con i capelli vagamente rossastri, senza trucco sugli occhi verdi e con un paio di libri tenuti stretti ad un seno inesistente.
Ma fu lui che scelse di darle tutto, subito, senza difesa.
E non le aveva ancora parlato.
Dopo un mese erano là, sui gradini bianchi dell’Università.
Non parlavano, non c’era molto da dire, guardavano qualche pesce che faceva avanti e indietro nella vasca di marmo sotto al monumento. Improvvisamente, al termine di un lungo ragionamento, lei disse solo:
– No. –
Lui annuì.
– No. – ripetè.
– No. – disse di nuovo. E poi aggiunse. – E perché? –
Se fosse stato più adulto avrebbe saputo che non c’è mai un perché, o forse ce ne sono così tanti che è inutile chiederlo, che il fatto stesso di fare quella domanda è una sconfitta per sempre, che solo nelle favole il cavaliere combatte per la sua dama e alla fine la conquista in punta di lancia.
Nella vita reale gli esseri umani si danno e si prendono subito, non dopo un secondo, una settimana, o venti anni.
– Lo sai perché. – disse lei – Ma se vuoi te lo ripeto. –
Lui non replicò, attese.
– Perché sono qui solo per un semestre, perché questa estate mi trasferisco negli Stati Uniti, sono iscritta a Stanford, mio padre lavorerà là e questo è solo un periodo che ho voluto fare qui prima di andarmene definitivamente dall’Italia e da Roma, perché dopo dieci anni passati a girare per l’Italia abbiamo la possibilità di fermarci in un posto, e perché tra due mesi non ti ricorderai più di me, e io di te, e tutto questo non avrà più senso. –
Se c’è una cosa di cui si sarebbe sempre pentito è di non aver urlato, in quel momento.
Di non aver negato, di non aver affermato la sua verità, che era un’altra verità.
Di non aver avuto la forza di promettere, di implorare, di combattere.
Forse non lo fece perché lei aveva ragione.
O lui era troppo debole, o chissà.
Invece le chiese:
– Come ti vedi nel Duemila? –
Lei si girò a guardarlo negli occhi, divertita da quella domanda improvvisa e inaspettata.
Si strinse nelle spalle delicate.
– Non lo so, magari sarò una grassona americana con cinque figli, oppure mi sarò rifatta le tette. –
Lui rise.
– Effettivamente potrebbe essere utile. – disse.
Lei lo guardò con un sorriso ironico ma di rimprovero.
– Forse ho sbagliato a fartici mettere le mani allora. –
Voleva essere una battuta, ma vide che lui si incupì.
Gli si strinse al braccio e gli diede un bacio leggero sulla guancia.
– Solo le favole finiscono a lieto fine, lo sai. – gli sussurrò, mentre lui annuiva.
Alla fine lui saltò in piedi.
– Va bene! – disse con voce squillante. – Facciamo così: ci vediamo il 1 gennaio del 2000, alle cinque del pomeriggio, a Piazzale Douhet. E’ vicino alla fermata della Metro e ci si arriva facilmente; e poi là dietro ci sono un sacco di locali, c’è una birreria che sta lì da sempre, figurati se non ci sarà ancora nel Duemila. Ci vediamo lì così potrò vedere se sei diventata una grassona o se le tue tette saranno piatte come oggi. –
Lei abbassò il viso, rideva e piangeva, poi lo rialzò per guardarlo negli occhi.
– Ci sarò. – disse.

Negli anni che seguirono, tra cartoline sempre più rare e esami sempre più difficili Piazzale Douhet era rimasta una costante.
Prese l’abitudine un po’ folle di dare appuntamento il 1 Gennaio 2000 alle cinque del pomeriggio a Roma, Piazzale Douhet.
– Se ci perdiamo di vista, ci troviamo là. – diceva ignorando qualche sguardo ironico.
In fondo in un mondo senza cellulari e senza email un appuntamento al Duemila gli sembrava la cosa più ragionevole da fare.
Poi ad un certo punto era diventato grande sul serio, era andato in Francia, si era sposato, i suoi amici francesi non conoscevano Roma e tantomeno Piazzale Douhet, e aveva smesso di dare appuntamento a tutti, e anzi se ne era praticamente dimenticato.
Fino a qualche settimana prima, quando il Duemila era ormai alle porte.
Sua moglie gli aveva chiesto:
– Come ti vedevi tu nel Duemila quando eri ragazzo? –
La guardò con la bocca spalancata.
Come mi vedevo.
Con lei.
Vent’anni fa io mi vedevo con lei.
E basta.

Ora è appoggiato alla vetrina di un supermercato, con le mani su un carrello per tenersi.
Non ha la forza di andare avanti, perché sa che è stata una grande, inutile stupidaggine.
Tutto quanto. Quegli inviti ridicoli, quella speranza, questo momento qua.
Chissà cosa credeva, in tutti questi anni, che il futuro fosse un’autostrada in cui ci si potesse dare appuntamento a qualche casello.
Non sa neanche se le persone a cui lo aveva detto fossero ancora vive, figuriamoci ricordarsi di una stupidaggine del genere.
Eppure in qualche meandro del suo cervello questo appuntamento era sempre presente: ogni tanto gli balenava l’immagine di tutti gli amici che aveva conosciuto che si incontravano quel giorno, a festeggiare una rinnovata promessa di affetto per il nuovo millennio.
Scuote la testa e diventa rosso, si vergogna da solo di quello che sta facendo, ma per fortuna non c’è nessuno che guarda questo giovane uomo imbarazzato.
Si rimette in piedi, si stringe la sciarpa e lascia la sicurezza del carrello.
Piazzale Douhet è un una slabbratura su Via Laurentina e non la si vede finché non ci si finisce dentro: i palazzi e gli alberi chiudono alla vista questo piccolo piazzale, con le fermate degli autobus, un ristorante e dei portici stile ventennio.
Gli angoli della piazza sono appoggiati a dei palazzi di marmo bianco squadrati, e lui può nascondersi fino all’ultimo secondo; poi gira, e si ferma.
Guarda il piazzale da lontano, tutto insieme.
E’ spopolato, sono pochissime le macchine che circolano; autobus nessuno, qualche mezzo della nettezza urbana, qualcuno che va a piedi chissà dove.
Guarda di nuovo: non c’è nessuno.
In fondo è sollevato, chissà se si fosse presentato qualcuno a cui aveva dato appuntamento anni prima, che imbarazzo: dei cretini che dopo dieci o venti anni si ritrovano dall’altra parte della macchina del tempo senza sapere bene cosa dirsi o perché sono venuti in questo posto sperduto.
Comincia a camminare piano lungo un lato della piazza, ha deciso che la girerà tutta e poi tornerà alla macchina e alla sua vita razionale di sempre.
In fondo al primo lato iniziano i portici, li imbocca, gira a novanta gradi per percorrere il lato lungo della piazza, e lei è là.
Magra, un cappotto nero dritto, una sciarpa rossa al collo – di sicuro un regalo di Natale – i capelli sempre vagamente rossi, gli occhi sempre di un verde scurissimo, la pelle chiara.
E’ là.
Sa già che passerà il resto della sua vita a cercare di descrivere con le parole quello che sta attraversando in quel momento, senza riuscirci.
Chiude un attimo gli occhi perché non vuole che la vista lo inganni, vuole che l’emozione marchi a fuoco il suo corpo e le sue viscere, per tirarla fuori a piacimento negli anni a venire.
Lei è là e gli sorride, i capelli ondulati di una giovane madonna, il viso inclinato e le braccia strette intorno al cappotto, per il freddo e l’emozione.
Quando riesce a mettere in moto le gambe le si avvicina e poi si ferma quando può finalmente vedere ogni millimetro del suo viso.
– Ti ho detto che sarei venuta. –
Annuisce, non può parlare.
– Non è stato facile, e forse neanche giusto. – continua lei. – Forse avevi ragione tu, se sono qui è perché avevi ragione. –
Lui annuisce, mentre piange.
– Ma ormai è fatta, non possiamo tornare indietro. Siamo andati avanti, e abbiamo fatto bene, sei sempre il ragazzo di venti anni fa, mi piaci un sacco, ma hai una fede al dito, e anche io. Però sono venuta lo stesso, per dirti che mi dispiace, avevi ragione. –
– Lo so. – riesce a farfugliare lui.
– Mi potrai perdonare mai? – gli chiede mentre gli appoggia una mano sul viso per asciugare le lacrime.
Lui la guarda.
– Perdonarti di essere qui, oggi? Di essere la donna della mia vita? Di avere dato un senso a venti anni di attesa? Sì, posso perdonarti. –
Lei gli si butta addosso, lo abbraccia, lui la tiene stretta.
Sono cinque minuti, cinque minuti di amore per venti anni di attesa, cinque minuti di passione per venti anni di pazzia, cinque minuti di tutto per venti anni di niente.
– Non te le sei rifatte le tette, lo sento. – le sussurra mentre le carezza la nuca.
Lei ride, tra le lacrime.
– Volevo vedere se te ne accorgevi. –
Allora ridono, ridono come pazzi, come quei pazzi che sono, ridono come due ragazzi al secondo semestre, come vent’anni fa.
Lei gli prende la mano.
– Devo andare. –
Lui annuisce, lo sa, anche lui deve andare.
In punta di piedi, come venti anni fa, un leggero bacio sulle labbra. Poi fa per andarsene, ma lui la blocca.
– Non aspetterò altri venti anni. –
Lei si ferma, lo guarda intensamente.
Cerca di capire cosa ci sia rimasto di quel ragazzo di venti anni fa dentro di lui, e cosa ci sarà tra venti anni.
Si avvicina di nuovo.
Gli afferra la camicia con le mani, si morde le labbra, gli tira su il colletto fino al mento, lo guarda con gli occhi in fiamme e i denti stretti.
– Non aspetterai altri venti anni. Ci ho messo venti anni a capire che avevo torto, mi servono venti anni della tua vita per farmi perdonare. –
Va via senza voltarsi, ma stavolta lui non è triste.
Quando non la vede più si gira a guardare la piazza.
Piazzale Douhet, torno presto.

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Mantova – un racconto

Quando vado in una città che mi piace, penso sempre che sia stata teatro di innumerevoli storie.
E provo a immaginarne una da raccontare anche io.
Questa è una storia d’amore per Mantova.

La donna che attraversa veloce la Piazza lasciandosi alle spalle il Palazzo Ducale da dove i Gonzaga regnavano sul loro feudo, non ha in realtà fretta.
E’ il suo modo di camminare, stretta nel suo cappotto, indispensabile in questa fredda sera di fine marzo: sono passi piccoli e veloci, incuranti dei ciottoli che lastricano la pavimentazione, scivolosi per la pioggia abbondante del primo pomeriggio.
Sta attenda a non incastrare i tacchi ma non ha paura di cadere.
Non ha un ombrello, e anche se la pioggia è cessata qualche goccia ancora si deposita sui capelli crespi e forma delle goccioline che brillano alla luce del tramonto e delle lampade intense che illuminano la piazza.
La attraversa in diagonale, da Piazza Castello e poi si infila nella stretta via con i portici, ma non passa sotto, rimane in mezzo alla strada, non devia, non le importa dell’umidità.
Da’ solo un’occhiata alla piccola piazza Broletto, dove un fast food stride con la sfarzosa antichità dei palazzi circostanti, ma è solo un’occhiata; non rallenta e dopo qualche metro improvvisamente entra in un bar.
Si ferma solo un attimo sulla soglia, come per controllare bene di non sbagliare.
Il Bar Pierrot a quest’ora di pomeriggio è pieno di ragazzi con in mano un aperitivo.
Lei chiede un cappuccino e si siede vicino alla parete, su una sedia alta, appoggiando la tazza ad un piccolo tavolo.
Il barista che la serve sembra non averla riconosciuta, oppure è bravo a fare finta, ma lei per sicurezza non lo guarda negli occhi.
Abbassa lo sguardo sulla tazza, poi lo rialza per guardarsi intorno.
Chissà, forse spera di vederlo comparire vicino a lei.
Come quella volta.
Lo stesso bar, la stessa ora, la stessa folla di giovani con in mano uno spritz e lei, lo stesso cappuccino sulla stessa sedia.
E una voce con il suo stesso accento, straniera tra queste cadenze lombarde con influenze emiliane.
– Lo sa che a Mantova bere il cappuccino a quest’ora è considerato reato? –
Alzò gli occhi, quel giorno, per trovarsi davanti un uomo sorridente, con un accento romano marcato e uno spritz mezzo bevuto.
Lei lo guardò freddamente anche se le faceva piacere sentire la sua parlata, forte ma non greve.
– Vorrà dire che mi cercherò un buon avvocato. – rispose cortesemente ma in modo da troncare il discorso.
– E’ qui per lavoro o in vacanza? – chiese l’uomo insistente.
Il barista – Luigi, come avrebbe imparato bene, lo stesso di stasera – si schiarì rumorosamente la voce e i due si girarono solo per vederlo appoggiare le mani al bancone e inarcare un sopracciglio.
L’uomo con l’accento romano annuì enfaticamente: sembrava un teatrino studiato appositamente per lei.
– Dici che sono stato banale? Bruciato subito tutte le cartucce? – chiese l’uomo con una falsa aria contrita sul volto.
Il barista fece un gesto con la testa, poi disse:
– Embè – un po’ alla romana.
L’uomo si girò verso di lei, che lo guardava sempre con distacco ma ora aveva alzato un sopracciglio e aspettava di vedere come sarebbe andato avanti il teatrino. Era sicura che i sue commedianti lo avessero già provato più volte.
Lui la guardò fissa ma senza traccia di impertinenza, era uno sguardo aperto e intelligente, poi parlò a voce un po’ più alta:
– Luigi – disse al barista continuando a guardare lei – come ne esco? Mi guarda male, e secondo me sta pensando ad una parola che inizia per “v” e finisce per “ulo”. –
Lei si morse le labbra per non ridere; erano due cretini, ma simpatici.
Improvvisamente Luigi si materializzò con uno spritz in mano.
Poi fece finta di parlare all’orecchio dell’uomo, ma ovviamente in modo che lei sentisse.
– E’ il cappuccino. Nessuna donna può essere simpatica se beve un cappuccino alle sei di pomeriggio. Prova con lo spritz. Se continua a ignorarti allora vuol dire che sei tu. –
L’uomo si girò verso il barista, lo guardò indeciso, poi prese lo spritz e disse:
– Rischio? –
Il barista annuì.
– Certo. Tutt’al più verrai a sapere cosa ci sta tra “v” e “ulo” di così importante. –
Lei sorrise e prese lo spritz che l’uomo le porgeva, mentre il barista si dileguava.
La spalla ha finito il suo compito, pensò lei.
– Guido, piacere. – le disse lui porgendo la mano.
Lei esitò un attimo poi gli strinse la mano, enorme rispetto alla sua.
– Sara. Sono qui per un congresso di odontoiatria. –
– Ahi, una dentista. Non ti devo far arrabbiare quindi. Conoscerai un milione di modi per fare male. – sorrise – Io invece lavoro per una multinazionale qua in zona, mi sono trasferito da un po’. In realtà la sede della mia azienda è a una mezz’ora di macchina, ma a me piaceva vivere qui, a Mantova; mi piace questa città, è della misura giusta per me, non caotica come Roma ma neanche un paesotto. Abito proprio qua sopra. –
Non finì la frase che vide lo sguardo di lei indurirsi, allora diventò rosso e cominciò a borbottare.
– No scusa, volevo dire..abito qui…insomma il motivo per cui mi conoscono in questo bar anche se sono di Roma, vengo tutte le mattine per colazione…scusa non volevo intendere… –
Lei sbottò a ridere e la risata piena che fece uscì dal bar, corse per tutta Via Broletto, entrò a Sant’Andrea, risalì il campanile, poi riscese, arrivò fino al Mincio, piegò le canne sulla riva del fiume, increspò le onde, poi corse di nuovo indietro, sollevò la gonna alle ragazze e fece ondeggiare i loro capelli, rientrò nel bar e colpì Guido alla schiena, facendolo sussultare.
Da quel momento lui non fu più lo stesso.
E desiderò di farla ridere per sempre.
– Fino a quando ti fermi? – chiese quasi sottovoce.
Lei fece un gesto vago con la mano.
– Domani è l’ultimo giorno del convegno. Speravo di avere tempo di vedere un po’ Mantova ma sono rimasta segregata in albergo tutto il giorno ieri e oggi. Stasera sono scappata per fare un giro, ma sono stanca, per questo mi sono fermata a prendere un cappuccino. Poi me ne andrò a fare una passeggiata senza meta, tanto per vedere qualcosa. –
Lui annuì, stava pensando a cosa dire, mentre Sara prese un sorso di spritz guardandolo con gli occhi ironici da sotto in su.
– Io sono qui da un po’ di tempo e ho girato la città in lungo e in largo. Se vuoi sarò contento di fare da cicerone ad una concittadina sperduta nella nebbia padana. – aggiunse un sorriso, ma si capiva che era ansioso.
Lei esitò; stava prendendo una decisione, e lui trattenne il respiro.
Dopo qualche secondo disse:
– Non faremo tardi però? Domattina il convegno inizia alle nove, e prima devo comunque fare il check out e prepararmi. –
Lui allargò le braccia.
– Ovvio; e poi guarda, con tutto il rispetto Mantova non è Roma, sarà una bella passeggiata, ma se vuoi a mezzanotte ti riporto a casa come cenerentola. –
Lei inarcò un sopracciglio.
– Facciamo per le dieci, caro principe. –
Lui alzò gli occhi al cielo, fingendo di essere infastidito, e lei rise di nuovo.
Ancora quella risata.
Uscirono mentre fuori pioveva una pioggia sottile e delicata.

Quando la riaccompagnò al bar erano le due di notte.
La breve passeggiata turistica si era trasformata in una notte di parole e sorrisi.
Erano andati a Piazza Castello, e urlato nel silenzio del Palazzo Ducale per poi correre via sul selciato, avevano fatto i buffoni davanti al buffone Rigoletto, poi erano andati a passeggiare sul fiume, e quando il freddo era diventato intollerabile si erano chiusi in un ristorante a chiacchierare e a mangiare.
Poi avevano deciso di camminare un po’ all’aria aperta per snebbiare la mente dal vino e dal cibo e invece si erano ritrovati in un locale in mezzo a centinaia di giovani con un bicchiere in mano, a raccontarsi cose e a ridere senza sosta.
Ancora quella risata.
Alle due, ancora ridendo e parlando ad alta voce in una Mantova ormai deserta, si erano fermati davanti all’insegna spenta del Bar Pierrot.
Improvvisamente calò il silenzio.
Il silenzio pieno di domande e di desiderio che spesso si depone sulle parole delle persone che provano attrazione e che non sanno come dare corpo ai loro pensieri più nascosti.
Fu lei a romperlo, questo silenzio che stava per diventare una coperta troppo spessa e difficile da rimuovere.
– Quando hai detto che abitavi qua sopra, intendevi qua sopra sopra?. –
Lui annuì, senza coraggio di dire troppo.
– Sì. Il portone è questo, al terzo piano. Senza ascensore. –
Non sapeva perché lo aveva detto, ma ormai lo aveva detto.
– Non sono così ubriaca, ce la posso fare. – rispose lei sorridendo.
Lui non disse niente, si limitò ad aprire il portoncino con le chiavi e a farle strada.

La mattina dopo la sveglia suonò alle sette; Sara saltò su dal letto e cominciò a vestirsi in fretta.
Guido alzò la testa ancora insonnolito, la vide, nuda, mentre cominciava a infilarsi i pantaloni e poi gli stivali.
La chiamò.
Lei si girò, sorridente, e lui non poté evitare di guardare il suo seno, prima degli occhi.
Lei lo rimproverò con lo sguardo, poi disse:
– Devo scappare, ci sentiamo dopo? –
Guido saltò improvvisamente in piedi, la abbrancò e quando la ebbe ad un centimetro dalle labbra le disse:
– Non andare. Rimani qui. –
Lei sgranò gli occhi ma non sciolse la presa.
– Ma che dici? Come faccio? Devo andare al convegno e poi tornare a Roma, ho il treno oggi pomeriggio, lo studio… –
– Fottitene del convegno. E lo studio non chiuderà se non scendi oggi. Rimani qui. Con me. Per favore. –
Lei soppesò le sue parole. Batté gli occhi un paio di volte. Poi si allontanò lentamente dal suo abbraccio.
Senza smettere di guardarlo prese il cellulare e attese che dall’altra parte rispondessero.
– Silvia? Sì ciao, sono io, buongiorno. Senti Silvia, volevo dirti che ho avuto un contrattempo, oggi non torno, mi puoi spostare gli appuntamenti di domani per favore? No, non lo so quando torno. – disse queste parole guardando Guido che tremava – Però questa settimana non avevo preso molti impegni. Chiedi per favore al Dott. De Santis se può occuparsene lui, poi lo chiamo e glie lo spiego. No, per favore non mi prendere altri impegni per il momento, ti richiamo dopo e ci mettiamo d’accordo. Sì sì, tutto bene, grazie, solo un piccolo contrattempo che spero di risolvere a breve. Ci sentiamo dopo, va bene? Grazie a te. –
Chiuse la telefonata, mentre il suo “piccolo contrattempo” si era abbandonato sul letto e guardava fuori dalla finestra con un leggero sorriso.
Si può morire di felicità? Pensava Guido in quel momento.
Lei si tolse gli stivali e i pantaloni e si infilò di nuovo sotto le coperte.
Rimasero così a lungo, senza parlare. Non ce n’era bisogno.

Trascorse un mese in cui Sara non tornò a Roma.
Guido andava in ufficio la mattina, lei girava per Mantova oppure prendeva la macchina e andava a vedere le cittadine nei dintorni, ma per lo più faceva lunghe passeggiate sul Mincio.
Aveva comprato un blocco e dei colori e disegnava.
Le era sempre piaciuto, ma non aveva mai avuto tempo, e ora quasi tutti i giorni tornava con dei disegni del fiume, dei palazzi, delle persone.
Guido tutti i giorni li prendeva e li appendeva, e dopo qualche giorno la casa era già una pinacoteca delle opere di Sara.
Roma era lontana, e Mantova una bolla di felicità che nessuno dei due voleva rompere.
Non parlarono molto della loro vita romana, dei loro parenti, amici, si concentrarono sul momento, sulla loro storia.
Guido quando passeggiavano stretti come due ragazzi pensava di non aver mai conosciuto una donna così appassionata.
Lei non rispondeva quando lui le chiedeva “sei felice?” ma si stringeva più forte.
Un pomeriggio, quando le giornate si erano già allungate e il sole tingeva di rosso il Palazzo Ducale, Guido la prese per le spalle, la fissò negli occhi e le disse:
– Sposiamoci. Rimani qui, a vivere con me. Lo studio lo puoi chiudere, o lasciare al tuo collega e aprirne un altro qua. Oppure anche non lavorare e fare tanti figli – scherzò sorridendo – Fai quello che vuoi ma resta qui per sempre. –
Lei non rispose ma disse di sì con la testa e pianse addosso a lui mentre lui la teneva stretta.
Quando la mattina dopo si svegliò, Guido sentì il rumore di Sara in cucina e sorrise: stava preparando la colazione.
Pensò al giorno prima e il sorriso si allargò.
Poi si girò e la vide.
Era vestita di tutto punto e aveva appoggiato le valigie vicino alla porta.
Il cuore di lui cominciò a battere velocemente, poi a fermarsi e poi a battere di nuovo, in un’alternanza che lo faceva ansimare.
Non capiva cosa stesse succedendo, o meglio, capiva cosa, ma non capiva perché.
Si alzò dal letto, mentre lei abbassava lo sguardo a terra e poi lo rialzava.
Nello sguardo di lei Guido vide la fine.
Lei aveva alzato un muro, messo un fossato con i coccodrilli, steso il filo spinato, eretto una torre altissima e là dentro c’era il suo cuore, ormai al riparo.
Solo le donne sanno amare e smettere di amare così repentinamente.
Solo una donna può scegliere e decidere volontariamente e senza esitazioni di andare via.
Guido lo sapeva e lo vide nei suoi occhi, vide i muri che aveva alzato, e vide che non aveva speranze.
Ma lo chiese lo stesso, perché era disperato, e quando un uomo è disperato chiede le cose più inutili.
Perché farsi male è l’unico modo per capire veramente.
– Perché Sara? Ieri ti ho chiesto di sposarmi e hai detto sì. Perché te ne vai oggi? Perché non resti e proviamo a parlarne? Ti fa paura il matrimonio? Non vuoi chiudere lo studio? Vuoi che mi licenzi io e trovi un lavoro a Roma? Chiedimi qualsiasi cosa, Sara, ma non te ne andare. –
Sara ricorda bene lo sguardo disperato di Guido, non lo ha dimenticato.
E ricorda cosa gli ha dovuto rispondere. Perché non poteva non rispondere.
– Io vorrei sposarti, Guido. Vorrei rimanere qui e vivere la mia vita con te. Ma lo sono già, sposata. Il mio collega di studio è anche mio marito. E lui…lui non mi ha fatto niente, non mi ha tradito, non mi ha chiesto nulla. Sta soffrendo in silenzio; ogni tanto ci sentiamo, ha capito tutto, sta male senza dire nulla. Ieri, quando mi hai chiesto di sposarti, mi sono ricordata di quando me lo ha chiesto lui, e di quanto fossi felice. E lui mi ha dato tutto. Io amo te, ma lui merita un’altra possibilità. La merita e io voglio dargliela. Mantova rimarrà una parentesi di felicità assoluta, purissima, che non dimenticherò mai. Ma ora vado via. E non tornerò, Guido, non me lo chiedere per favore, non me lo chiedere. –
Lui non glie lo aveva chiesto, e lei non era più tornata.
Fino ad oggi, fino al momento in cui ha chiesto di nuovo un cappuccino al Bar Pierrot.
Una lacrima scende lenta sulla sua guancia destra, non la ferma, non le da’ fastidio. Niente può darle fastidio.
Improvvisamente sente la presenza vicino e si gira.
Luigi si è seduto vicino a lei, abbandonando per un momento gli avventori a se stessi.
– E’ domani vero? – chiede sapendo già la risposta.
Lei annuisce.
– Ti avevo riconosciuto, non solo perché sei venuta qua tutte le mattine per un mese, ma perché lui ha parlato di te tutti i giorni, per cinque anni. –
– Tu lo sapevi? – gli chiede.
L’uomo ci pensa, poi risponde.
– Lo avevo capito. Qualche mese fa lo avevo visto dimagrito e lo avevo preso in giro. Poi dopo qualche settimana era…emaciato. Stanco. Non c’era bisogno di spiegazioni. Gli ho chiesto: “Vuoi che chiami Sara?”. Lui mi ha detto: “No. Non voglio che la chiami, non per vedermi stare male. Se non è venuta finora vuol dire che la sua vita va bene così com’è. Verrà quando sarà il momento.” Ed eccoti qua. –
Tenta un sorriso, Luigi il barista, che non ha nessun effetto, perché è un sorriso pieno di dolore e perché lei piange a dirotto.
Sara finalmente si asciuga le lacrime, quando ritiene di averle finite tutte, poi chiede:
– Come sarà il tempo domani? –
Luigi alza le spalle.
– Come vuoi che sia? Siamo a marzo, a Mantova. Farà freddo, forse pioverà. Però davanti al Palazzo ci sarà un mercatino. Starà lì tutto il giorno, e come tutte le domeniche lanceranno dei palloncini colorati. Per spezzare il grigiore. A lui piacevano. –
E va via senza aggiungere altro, non vuole piangere davanti a lei e ha dei clienti da servire.
Lei annuisce da sola.
Lo sa benissimo, lo sa che gli piacevano quei palloncini davanti ai merli del palazzo. Lo sa bene.
Si alza, esce senza salutare, tanto si vedranno domani.

Mantova Palloncini

Photo by rodocarda

Se essere felice

L’uomo che entra nella stanza d’albergo è stanco.
Lo si vede dal passo trascinato, dal leggero strato di sudore che gli permea il viso, dalle occhiaie nascoste appena dagli occhiali e dalle spalle curve che portano le borse.
Ha un trolley in una mano, uno zaino sulle spalle, una borsa con il computer e appoggia tutto a terra appena entrato.
Senza neanche togliersi il cappotto si avvia lentamente verso la finestra.
Ha sulle spalle oltre diciotto ore di viaggio, uno scalo tecnico ad Atlanta, il ritardo di un aeromobile, la fila per l’immigrazione, la fila per l’auto a nolo, quasi un’ora di macchina per raggiungere l’albergo e nove ore di fuso orario.
Almeno, pensa guardando fuori dalla finestra, il panorama dal trentesimo piano di questo albergo immenso è interessante.
Anche se la skyline di Los Angeles non è certo quella di Manhattan è sempre impressionante ammirare queste città americane dall’alto.
Rimane un minuto a osservare fuori, poi si volta e i suoi occhi guardano con cupidigia l’enorme letto king-size.
Vorrebbe tuffarsi sulle coperte così come sta, senza neanche spogliarsi, e dormire per due giorni.
Invece lentamente si spoglia e si avvia verso il bagno.
Apre l’acqua della doccia e appena sente che la temperatura è giusta si infila sotto, e poi non si muove più.
Rimane così, immobile, per minuti interi, aspettando chissà cosa, evitando di pensare, lasciando che l’acqua bollente gli martelli la schiena mentre le braccia sono avvolte intorno al corpo.
Finalmente decide di averne abbastanza, o forse teme di addormentarsi nella doccia, in ogni caso chiude l’acqua ed esce, asciugandosi con un grande telo che poi mette intorno alla vita.
Mentre esce dal bagno prende un asciugamano più piccolo e se lo mette sulla testa, e così, come protetto da un’armatura di spugna, si appoggia sul bordo del letto.
Fuori dalla finestra il sole sta tramontando e il riflesso su un grattacielo lo illumina perfettamente dalla testa ai piedi, mentre il resto della stanza comincia a diventare buio.
Chiude gli occhi per godersi la luce, poi abbassa di nuovo la testa, che è nascosta dal telo.
Prende il cellulare e compone un numero.
Dopo qualche secondo dall’altra parte si sente uno squillo e poi una voce risponde.
E’ la voce di un uomo.
– Pronto? –
– Papà…ciao…- dice l’uomo seduto sul letto.
– Ehi tesoro, ciao. Come stai? E’ andato tutto bene il viaggio? – la voce è di un uomo anziano, forse vecchio, ma vitale e pronta.
– Sì…sì…il viaggio è andato bene. Sono in albergo ora. –
La voce è esitante.
Prima che il padre possa rispondere, l’uomo sul letto dice:
– Sto male papà. –
Silenzio. L’uomo dall’altra parte del mondo sta riflettendo.
– I ragazzi stanno bene vero? Il lavoro? –
– Certo, sì, i ragazzi stanno bene, ci ho parlato durante lo stopover, li chiamo tra un po’ prima che vadano a scuola. – fa una piccola pausa poi aggiunge – Il lavoro va bene, non mi lamento dai. –
Attende.
Il padre respira piano, si capisce che sta decidendo cosa dire e come dirlo.
– Non è per Sandra vero? –
L’uomo sul letto si mette una mano dietro la nuca. Non sa perché gli ha detto questa cosa, e ora non può più fare finta di niente.
– No. Non è per Sandra. –
E’ tutto chiaro. Sono due uomini che si conoscono, legati dal sangue e dalla vita, non c’è bisogno di tante parole.
Immagina il padre a casa, seduto sul divano, che annuisce. Ed è proprio così.
Poi l’uomo dall’altra parte dell’oceano continua, senza preavviso, e non sono domande inutili ma dati di fatto.
– Lei è andata via. Per un momento hai pensato che rimanesse nella tua vita. Ora invece sai che non succederà. Pensi che avresti potuto fare qualcosa, che hai sbagliato a dire delle parole, a fare o non fare delle cose, ti stai colpevolizzando, stai male per un sacco di motivi e non riesci a trovare una ragione. –
Le lacrime bollenti che rigano le guance dell’uomo seduto sul letto sono il segno più evidente che suo padre ha capito tutto.
Non potrà aiutarlo, forse, ma almeno ha capito.
– Sì… – sussurra piano. Che altro c’è da dire?
L’uomo dall’altro capo del telefono si schiarisce la voce.
– Ti ho mai raccontato di Lisa? –
– No. Chi è Lisa. – chiede il figlio, domandandosi cosa c’entri con quello di cui stanno parlando.
– Beh, Lisa è…o meglio era la tua…come si chiama? –
– Anna. Si chiama Anna. –
– Era la tua Anna. Quando l’ho conosciuta tu avrai avuto forse dieci anni e tuo fratello otto. Era bellissima. Rossa naturale, occhi verdi brillanti, una ragazza che affrontava la vita con un sorriso meraviglioso. In un attimo non ho capito più niente. Sono stati mesi di passione, di difficoltà, di gioie e di dolori. Poi improvvisamente è andata via. E io sono stato male, malissimo. Come te ora. –
Si mette le mani sugli occhi per pulire le lacrime.
Mal comune mezzo gaudio. E’ questo che stai cercando di dirmi papà?
Però non lo interrompe, capisce che suo padre ha altro da dire.
– L’altro giorno sono andato da Castroni a Via Cola di Rienzo, per comprare delle liquirizie. –
– Ma se a te la liquirizia non piace! – lo interrompe l’uomo nella stanza d’albergo.
– A tua madre sì. – dice il padre sorridendo – A lei piacevano molto e ogni tanto vado a comprarle, ne mangio una per lei e le altre le butto. Ci metto una settimana a riprendermi dal sapore della liquirizia, ma mi sembra di aver fatto una bella cosa. –
Lui sorride al pensiero del padre che compra le liquirizie per sua madre che non c’è più. Però non stanno parlando di liquirizia, ora.
– Che cosa c’entra questo papà? Non capisco. –
Ancora una volta l’uomo anziano al telefono sorride. Sente l’impazienza e la sofferenza del figlio e lo vuole aiutare, se può.
– Mentre ero lì – continua – vedo una donna di spalle con un bimbetto per la mano di due o tre anni. Anche da dietro, anche dopo quaranta anni, non potevo non riconoscerla. Capisci? Era Lisa. Non la vedevo da quasi quaranta anni. L’ho chiamata: “Lisa..”. Lei si è girata. I capelli rossi, anche se non più il suo rosso naturale, gli occhi verdi brillanti come allora. Le rughe? meravigliose. Mi ha fatto un sorriso, e io in un attimo mi sono ricordato tutto, di come era bella, appassionata, di come fosse morbida la sua pelle, e calde le sue lacrime. Di come abbiamo riso, e pianto e ci siamo abbracciati. Di come ad un certo punto la sua assenza mi è sembrata insopportabile. Forse anche lei ha pensato lo stesso. Mi si è avvicinata. “Ciao…” mi ha detto “Come stai…quanto tempo…ti trovo bene…” Le ho sorriso. “E’ tuo nipote?” Le ho chiesto. Il suo sorriso si è allargato. “Sì. Figlio di mia figlia. Per il momento è l’unico, ma ho buone speranze. “ Ho annuito mentre la guardavo. Quella che vedevo era una donna anziana, ma bellissima. E’ più giovane di me, sai. Molto più giovane. Ma se io sono vecchio ormai anche lei è anziana. E’ una nonna. Ma una nonna bellissima. “Io ho tre nipoti.” le ho risposto, “Ho due figli maschi e tre nipoti maschi. Le femmine non ci vengono.” ho detto scherzando “Però i miei sono già grandicelli, vanno tutti e tre alle medie”. Poi abbiamo finito i convenevoli. Ci siamo guardati. Il rimpianto, il ricordo, il tempo, l’amore perduto, le scelte fatte, gli anni vissuti, gli altri amori, tutto ci è venuto addosso. Ci siamo guardati per un minuto, poi lei ha detto solo: “Devo andare”. Io allora le ho detto: “Aspetta.” Lei si è fermata e mi ha guardato incuriosita. Ho aperto il portafoglio, e ho preso un foglietto, che tengo da sempre in tasca. L’ho protetto con della plastica trasparente per non farlo sgualcire, per questo è durato così a lungo. L’ho tolto dalla plastica. “Questo è tuo. Vorrei che lo riprendessi.” Lei lo ha preso, lo ha rigirato tra le mani senza leggerlo. Sapeva benissimo cosa c’era scritto: “Devo andare avanti. Non posso fermarmi qua. Ti auguro ogni bene. Lisa.” Si è portata la mano alla bocca per non piangere, mentre io le dicevo “Il tuo augurio ha funzionato. Ho avuto alla fine una bella vita. E anche tu, vedo.“ Lei ha annuito, ha messo il foglietto nella borsa ed è andata via senza dire altro, senza girarsi. E’ fatta così, Lisa. Così come Anna, immagino. Donne importanti, forti, che prendono decisioni per se stesse e per gli altri. Donne da ammirare. –
L’uomo che siede sul bordo di un letto, in un albergo di Los Angeles, piange a dirotto. Singhiozza senza ritegno, come se non fosse un uomo di quasi cinquanta anni, ma un ragazzino di dieci che ha perso la mamma.
Piange mentre la lama di luce che si assottiglia sempre di più fa brillare le sue lacrime contro la parete buia.
Piange e non si dà pace.
– Mi stai spezzando il cuore papà, perché mi hai raccontato tutto questo? Pensi che la tua sofferenza e il tuo rimpianto possano mitigare il mio? Sapere che hai vissuto una vita senza la donna che pensavi di amare non mi fa stare meglio, mi distrugge. –
Il padre sorride, sospira, poi chiede:
– Ti piacciono ancora i Beatles? –
Lui annuisce, tra i singhiozzi, come se il padre potesse vederlo, poi dice:
– Sì, li sento ancora tutti i giorni. –
– E allora ricorderai l’ultima cosa che ci hanno lasciato: “In the end, the love you take is equal to the love you make”. Non ti devi disperare. L’amore che hai dato tornerà. A te, a lei, ai tuoi figli. A qualcuno. Non è sprecato. Se hai molto amato, qualcuno sarà amato altrettanto. Forse sarai tu stesso, ma non è importante. Anna avrà una vita meravigliosa, come l’ha avuta Lisa, e come l’ho avuta io. E se la incontrerai tra qualche anno, magari tra molti anni, lo capirai. Hai un suo biglietto vero? –
E’ stupito, l’uomo seduto sul letto con un asciugamano a coprire le lacrime. Sta già cominciando a capire. Questo legame che scopre ora con suo padre forse è già l’amore che ritorna.
– Sì…una lettera… –
– Non la buttare mai. Tienila con te. Qualsiasi cosa ci sia scritta. Glie la darai quando sarà pronta. Lei non lo sa, ma il tuo amore la accompagnerà per sempre. Anche quando non penserai più tutto il giorno a lei, anche quando magari ci sarà un’altra donna, oppure nessuna. Quello che hai dato e quello che hai ricevuto è l’unica cosa che conta. E adesso vai a dormire. Chiamami. Quando vuoi, va bene? –
– Certo papà. Ti chiamo domani. E…grazie. –
Attacca il telefono, si alza, va verso la finestra.
Le luci della metropoli hanno rimpiazzato il sole cocente della California.
Pensa ad Anna, a Lisa, a suo padre, a sua madre, a Sandra.
Pensa all’amore che è passato in mezzo a tutti questi cuori, e finalmente sorride.
GRattacielo New York

Photo by rodocarda

Parole

Quando sarò vecchio
E il desiderio sarà finalmente appassito

Quando la memoria dovrà sciogliersi
Nel ricordo di un amore lontano

Quando la malinconia e un respiro affannoso
Mi accompagneranno tenendomi per mano

Mi rimarranno solo le parole.

Centinaia, migliaia, milioni di parole.

Parole pensate, sussurrate, recitate, regalate, strappate, scritte e cancellate.
Parole delicate e appassionate
Come solo un giovane diventato vecchio sa immaginare.



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I prossimi mesi

Un racconto d’amore?

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Chi avesse visto quel pomeriggio l’Ing. Giulio Serrani non avrebbe notato nulla di strano nel suo comportamento.
In effetti egli come tutti i giorni varcò il portone del palazzo in cui abitava, salutò la portinaia e andò deciso verso l’ascensore.
Mentre attendeva che l’ascensore arrivasse guardò verso l’alto.
Era una sua abitudine, che non sapeva spiegarsi: mentre l’ascensore arrivava il suo sguardo era sempre rivolto verso il soffitto dell’androne; una volta entrato, durante la salita verso il quinto piano teneva lo sguardo basso ai piedi.
Non c’erano motivi apparenti per questo comportamento, solo un’abitudine che aveva preso da bambino, quando si vergognava di incrociare lo sguardo con altre persone, soprattutto adulti.
Ecco, se qualcuno quel pomeriggio fosse salito con lui e fosse stato a conoscenza di questa sua abitudine avrebbe effettivamente potuto notare qualcosa di strano: per tutto il percorso dal pianoterra al quinto piano l’Ing. Serrani fissò senza abbassare lo sguardo la sua immagine allo specchio.
Quello che vide sembrò rassicurarlo: la figura che si rifletteva era quella di un uomo di mezza età, alto, con un portamento tonico e giovanile per la sua età, i capelli pettinati accuratamente, gli occhiali anni ’50, la borsa di pelle in una mano e il soprabito su un braccio.
L’abito marrone intonato con le scarpe, la camicia bianca, la cravatta di un colore morbido, tutto contribuiva a dare l’impressione di normalità.
Anche il colorito olivastro della pelle e l’espressione severa ma tranquilla emanavano sicurezza di sè.
Arrivato che fu al quinto piano, anche l’Ing. Serrani cominciò a crederci, la sua immagine lo aveva rassicurato; chiuse con decisione ma senza fare rumore la porta dell’ascensore e si avviò con passo tranquillo verso la sua porta di casa.
Fu solo al momento di inserire la chiave nella serratura che le sue sicurezza crollarono tutte insieme: la mano gli tremava così tanto che ci vollero diversi tentativi e l’uso di tutte e due le mani per riuscire nell’operazione.
L’uomo che si chiuse la porta di casa alle spalle era un uomo diverso rispetto a quello che si specchiava nell’ascensore solo pochi secondi prima, l’ostentata normalità scomparsa.
Lasciò cadere la borsa sul pavimento, si tolse gli occhiali, lanciò il soprabito e la giacca su una poltrona e si diresse di corsa in bagno, dove vomitò senza sosta per diversi minuti.
Si rialzò con il sapore aspro dell’acido gastrico in bocca e gli occhi pieni di lacrime, e mise la testa sotto l’acqua incurante del fatto che camicia, cravatta e pantaloni si stavano bagnando irrimediabilmente.
Dopo qualche minuto trovò la forza di rialzarsi e si diresse verso la cucina, dove si versò un bicchiere abbondante di un amaro dolciastro – l’unico prodotto alcoolico che possedesse – e se lo scolò d’un fiato, tossendo di brutto prima di prenderne un altro.
Con il bicchiere pieno in mano recuperò la borsa di pelle e finalmente si lasciò cadere su una poltrona, bevendo più lentamente ed estraendo una cartellina bianca.
Avrebbe voluto aprirla per leggerne di nuovo il contenuto, ma lo conosceva a memoria e preferì buttarla a terra.
Chiuse gli occhi per un momento sperando di tranquillizzarsi, ma la sua mente gli proiettò sulla retina l’immagine dello specialista che aveva incontrato solo poche ore prima.
Un medico preparato, così gli avevano detto; il migliore nel suo campo, si diceva; uno che aveva fatto miracoli e forse era così.
Ma anche un vigliacco, uno che non aveva il coraggio di chiamare le cose con il loro nome; e solo quando lui gli fece la domanda direttamente ebbe il coraggio di dire quello che pensava.
Non subito, a dire il vero.
– Quanto tempo? – gli aveva chiesto Giulio.
– Mah, è difficile dirlo. Come sa ogni organismo reagisce in maniera differente, poi come le dicevo ci sono alcune molecole che stiamo sperimentando e che potrebbero essere combinate con la terapia che le ho consigliato, e quindi… –
– Dottore, non ho tempo per le cazzate. Quanto tempo? Ho bisogno di una risposta chiara. – lo interruppe Giulio guardandolo dritto negli occhi.
Il luminare cominciò a sudare e a torcersi le mani. Evidentemente non riteneva che dare brutte notizie fosse suo dovere, e preferiva di gran lunga elencare i successi durante prestigiosi seminari che non le sconfitte, ma non potè evitare la domanda.
– Tre mesi. Più o meno, ovviamente, ma sarei stupito se arrivasse a sei. –
– E di questi quanti in ragionevole buono stato? –
– Questo è veramente impossibile dirlo, ma per esperienza nei casi terminali le cose accadono alla fine abbastanza rapidamente. Direi che può contare su un paio di mesi di buona salute, poi non posso fare previsioni. –
Giulio ringraziò, pagò l’onorario e uscì con la sua borsa di pelle e il suo soprabito per dirigersi verso casa e ritrovarsi su una poltrona, brillo per un banale amaro.
Improvvisamente torno in sé, riaprì gli occhi e si guardò intorno. Viveva in una casa ordinata, come d’altronde era lui. Tutto aveva un posto, nella sua casa come nella sua vita, e aveva impiegato una vita per mettere cose, persone e sentimenti nei loro scomparti.
Tre mesi. Non riusciva a mettere a fuoco questo concetto, gli sembrava…senza senso.
L’idea che la sua esistenza stesse per terminare, così presto e così improvvisamente, era qualcosa che la sua mente si rifiutava di razionalizzare.
Terminò il bicchiere di amaro e se questo lo aiutò a calmare i nervi di certo non migliorò la sua capacità di pensare in maniera razionale.
Certo si disse, ci sono persone che muoiono improvvisamente, che muoiono giovani, che muoiono di stenti o di morte violenta, che soffrono per tutta la vita.
Ma erano ALTRI. Non erano LUI.
Eppure doveva accettare il semplice e ineluttabile fatto che stava per morire. Non oggi, non domani, e forse neanche tra tre mesi come aveva predetto il luminare vigliacco, ma sarebbe successo presto. Prestissimo.
Tutto sommato una parte del suo cervello era incuriosito, poteva osservare da posizione privilegiata la reazione di un essere umano razionale di fronte ad un evento così drammatico.
La sensazione durò un attimo, poi realizzò che avrebbe di gran lunga preferito continuare a vedere queste reazioni al cinema o leggerle nei romanzi, e non viverle in prima persona.
Si maledì per non essere una persona diversa: non beveva, non fumava, non si drogava, non frequentava ambienti ambigui.
Non aveva insomma nessun modo per sfogare la propria rabbia e la propria depressione distruggendo la propria esistenza in maniera clamorosa.
Avrebbe potuto lanciarsi dal balcone, come quel famoso regista.
Accarezzò l’ipotesi poi si disse che appunto quello era famoso, e molto vecchio, aveva avuto tutto il tempo del mondo per vivere la sua vita e sistemare le sue cose. Se lui si fosse gettato di sotto avrebbe anche dovuto lasciare qualche dettagliata spiegazione sul perché e sul percome, per evitare di sembrare un pazzo squilibrato, cosa che gli stava a cuore forse quanto la sua salute.
E poi anche se non aveva figli aveva delle cose da sistemare, persone da avvisare, conti aperti da chiudere.
Tre mesi per una vita di oltre 50 anni, sono troppo pochi per riuscire a tirar tutti i fili che ogni esistenza inevitabilmente lascia appesi, e lui era troppo razionale per lasciare questo mondo senza almeno provarci.
Doveva però iniziare subito, si disse, fare una lista delle cose da fare, priorità, persone, luoghi.
Si alzò, animato da questo obiettivo, per dirigersi nello studio e accendere il computer, quando qualcosa lo fece fermare sui suoi passi.
Ci sono persone che devo avvisare, è vero. E ci sono persone a cui devo pensare.
Ci sono fondi da allocare, case da vendere, oggetti da regalare.
Ma ci sono anche persone che NON devono sapere.
Persone per le quali sono scomparso in vita e voglio scomparire anche in morte, pensò.
La prima è lei. La mia ex moglie.
La donna che mi ha rovinato economicamente e psicologicamente.
Ho impiegato dieci anni per cancellarla, e non voglio rivederla ora.
Non voglio morire pensando a lei e non voglio che lei pensi a me quando muoio.
Questa improvvisa reminiscenza della sua vita passata frenò i suoi piani.
Si disse che tutto doveva essere fatto in silenzio, senza clamore, chiedendo a tutti riservatezza, in modo che lei non venisse a saperlo.
Anzi avrebbe fatto in modo che venisse a saperlo dopo, in modo da provare rimorso e sensi di colpa.
Ammesso che ne fosse capace, cioè.
Una donna che lo aveva tradito, non solo fisicamente ma nell’animo, che era capace di urlargli il suo amore ma allo stesso tempo di andare a letto con un altro, di dirgli che voleva continuare a vivere con lui, ma nel frattempo accumulare beni e danaro per un futuro senza di lui.
Una donna che quando aveva trovato la forza di mandare via, piangeva e si dibatteva, ma poi aveva mandato un avvocato terribile che lo aveva spolpato.
Una donna soprattutto che non aveva saputo dargli figli e che lo aveva tradito in un’età in cui rifarsi una vita era ormai impossibile.
La donna che gli faceva maledire se stesso per averla incontrata ed essersi innamorato di lei e di amarla ancora.
La odiava, pur amandola, ma l’odio era più forte e per questo voleva punirla.
Avrebbe usato la sua malattia e la sua morte per punirla.
Chissà, forse si sarebbero incontrati di nuovo, nell’aldilà se esisteva o in un’altra vita, ed egli avrebbe tratto qualche sottile piacere nel sapere che lei aveva sofferto di questo.
Non si sentiva particolarmente bene nel provare questi sentimenti, era una persona a modo che non aveva mai fatto del male volontariamente a nessuno, ma aveva sofferto troppo e in fondo, si disse, stava per morire: che obblighi poteva avere verso la società e verso la morale?
Nessuno, si rispose da solo, e si avviò verso lo studio.

Le settimane successive furono molto impegnative per Giulio, gli sembrava di non avere abbastanza tempo per tutto ed era effettivamente così.
In ufficio – lavorava da sempre per una multinazionale del petrolio – cominciò pian piano ad allentare i ritmi, finché non fu costretto a parlare con il suo capo pregandolo di non spargere la voce: non voleva assolutamente incontrare sguardi compassionevoli ad ogni angolo.
I suoi amici più stretti seppero tutto quasi subito; organizzò qualche cena in cui cercò di veicolare la notizia senza enfasi e senza drammaticità, in fin dei conti era una persona pragmatica e passato il primo momento di sconforto riuscì a gestire la situazione con relativa tranquillità.
Con sua sorella fu più difficile.
Era la sua unica sorella, e a parte suo nipote l’unico vero parente rimasto. O almeno quello di cui gli importasse qualcosa, se si escludevano un paio di cugini che non vedeva da trenta anni e per quanto ne sapeva potevano essere già morti da un pezzo.
Lei la prese male; come l’avrebbe presa sua madre, pensò.
Si disperò, chiese se c’era niente da fare, si offrì di chiamare un suo amico chirurgo che magari conosceva qualcuno: insomma le solite cose.
Giulio la lasciò sfogare, l’abbracciò, piansero insieme e quando valutò che si fosse calmata abbastanza le disse cosa avrebbe voluto fare.
Avrebbe venduto tutto quello che possedeva tranne la casa dove abitava e trasferito tutto in un fondo a nome del nipote, con la clausola che potesse ritirare tutto solo dopo la laurea.
La casa l’avrebbe invece lasciata alla sorella che ne avrebbe disposto come meglio credeva.
Le avrebbe lasciato le password dei suoi account email, facebook, instagram, twitter, insomma la sua vita on line, così come i cellulari.
Lei avrebbe dovuto gestire il passaggio e decidere che farne, Giulio si fidava di lei.
Quando lui le diede una busta con tutte le password, lei ricominciò a piangere, non poteva farci nulla, e lui le passò un braccio intorno alle spalle.
Poi le diede una chiavetta usb.
– Qui c’è tutta la mia vita – le disse – La mia rubrica, l’elenco delle persone da contattare, documenti, foto, tutto quello che ho potuto mettere insieme facilmente. Il resto lo troverai a casa. –
La baciò e tornò a casa sua, felice di aver sistemato anche questo.

Più di due mesi passarono senza che le avvisaglie del male si facessero vive.
Forse erano le medicine che prendeva tutti i giorni coscienziosamente, forse le giornate ancora piene, fatto sta che si sentiva in perfetta forma e per certi aspetti anche con il morale abbastanza alto.

Poi una sera mentre si riposava guardando distrattamente una partita in televisione squillò il telefono.
Lo teneva sempre a portata di mano perché ogni giorno, in ogni momento, c’era sempre qualcuno che voleva sapere come stava, se si sentiva bene, se aveva bisogno di qualcos, e lui non se la sentiva di scomparire; anche se francamente avrebbe fatto a meno di tutte quelle attenzioni.
Ma era consapevole dei suoi obblighi e quindi non si sottraeva all’abbraccio affettuoso, anche se asfissiante, di coloro che gli volevano bene ed erano in pena per lui.
Per cui rispose sovrappensiero, senza neanche guardare il display.
Pronto? –
Ci un momento di silenzio, poi una voce femminile, che conosceva bene.
– Come stai? Ti disturbo? –
Giulio non rispose subito.
Il suo istinto fu di chiudere immediatamente la conversazione ma la rabbia che gli salì immediatamente dal profondo dello stomaco era un sentimento troppo intenso per essere ignorato, e mentre la rabbia saliva il suo senso di responsabilità fluiva copioso dal cervello, razionalizzando migliaia di anni di evoluzione della società in cui lui viveva.
Le due spinte opposte si incontrarono all’altezza della laringe e fu così che Giulio emise un suono strozzato:
– Ciao, dimmi. –
La voce uscì più carica di emozione di quanto avrebbe voluto; sperava di risultare freddo e distaccato, di dire qualche frase di circostanza e di liquidarla. Invece la voce si arrochì, e dimostrò chiaramente, se ce ne fosse stato bisogno, che lei era ancora presente nella sua mente.
In quel momento Giulio sperava ancora che lei non sapesse nulla e che la telefonata fosse casuale, magari per qualche pendenza ancora inevasa.
Ma era un ingegnere, non credeva alle coincidenze.
– Ho saputo…della malattia…e anche se non ci crederai mi dispiace tantissimo, sono senza parole, vorrei fare qualcosa per aiutarti ma temo di aver già fatto anche troppo. Però ti prego di credermi, qualsiasi cosa io possa fare per te lo farò volentieri. –
– Anche morire? – chiese lui amaro.
Lei esitò e rimase in silenzio per qualche secondo.
– Giulio, io so che mi odi, e so anche che me lo sono meritato. Pensi che se io morissi tu vivresti meglio questo tempo che ti rimane? pensi che se io soffrissi quello che hai sofferto tu la tua vita migliorerebbe? pensi che se io morissi prima di te questo ti consentirebbe di affrontare il tuo viaggio più serenamente? Non ti sto chiedendo perdono, non so neanche se esista un modo per farlo, se sia giusto o se è quello che voglio da te. Ti sto dicendo che so quello che stai passando e che ti sono vicina con il cuore come forse non ti sono stata mai, e che anche se immagino che avrai un sacco di persone disposte ad aiutarti, io sono qui. Se c’è una cosa che posso fare per te la farò. Non te lo sto dicendo per mettere a posto la coscienza, sai bene che la mia coscienza ha una sua idea tutta particolare di cosa sia bene e cosa male, ma te lo dico perché ti voglio bene – sì ti voglio bene – sei una persona che nella mia vita è stata importante e vorrei aiutarti. Tutto qua. –
Il tono della voce di lei si era alzato e si era fatto concitato, probabilmente nella speranza di convincerlo che la sua offerta era sincera, o forse solo per la frustrazione di una situazione senza via di uscita.
Alla fine il momento che Giulio temeva era arrivato; aveva sperato che lei non venisse a sapere nulla e non doversi confrontare di nuovo con il passato, soprattutto ora che per lui non sarebbe esistito un futuro; avrebbe voluto spendere tutte le sue energie per lasciare la sua vita in maniera ordinata, e serena; credeva che non pensare equivalesse a dimenticare, ma evidentemente non era così.
Anche in punto di morte la mente umana rifiutava di farsi comandare dalla volontà, e lui semplicemente non poteva scegliere a cosa pensare: era schiavo del suo stesso corpo, così come il suo corpo era schiavo della malattia che lo consumava.
Era così disperato di questa impotenza, che mentre la donna che una volta era stata sua moglie attendeva pazientemente una sua risposta pensò seriamente per la prima volta a farla finita subito.
Poi tirò su col naso, perché stava piangendo, e in tono sommesso le disse:
– Vieni qua. E fai l’amore con me. –
Se lei fu sorpresa di questa richiesta non lo diede a vedere perché l’unica cosa che disse fu:
– Sono da te tra mezz’ora –

Quando Giulio aprì la porta la donna che gli si parava davanti portò istintivamente la mano alla bocca e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Lei non aveva idea che la malattia fosse ad uno stadio così avanzato, e l’uomo che la guardava tristemente era solo una vaga reminiscenza di quello che trenta anni prima l’aveva conquistata durante un’estate caldissima passata in Grecia insieme a tutti i compagni di università.
Era magrissimo, la pelle bianca, le occhiaie profonde, i capelli scomparsi.
Lui abbassò gli occhi vergognandosi di se stesso, ma lei gli prese la mano, la baciò delicatamentee poi se la portò sul seno, per fargli capire che il suo era stupore e non repulsione.
Lo prese per mano e lo guidò verso la camera da letto, la stessa dove avevano diviso gioie – poche – e dolori – molti – del loro matrimonio.
Quando lei si spogliò, in silenzio, il desiderio di lui riaffiorò dai meandri della memoria e si ricordò di quanto amasse quel corpo florido, che gli anni avevano reso solo appena più morbido.
E si rese conto che non solo il suo corpo ricordava il corpo di lei, ma anche il suo stomaco ricordava benissimo perché l’aveva voluta e sposata, e improvvisamente gli sembrò che tutti i motivi per cui si erano separati fossero irrilevanti, anche i suoi tradimenti, i soldi che gli aveva sottratto, il rifiuto di avere figli.
Oggi lui sentiva di aver fatto un errore a passare più di dieci anni della sua vita senza di lei.
Per questo l’amò con disperazione, non perché stava per morire, ma perché si era rifiutato di vivere per troppo tempo.
Lei fu gentile, e delicata, e morbida.
Lui si stancò presto e subito dopo dovette chiudere gli occhi e aspettare che la stanza smettesse di girare, poi non resistette più e si alzò vomitando.
Quando lei cercò di aiutarlo lui le fece cenno alzando una mano che tutto andava bene, poi andò in bagno, finì di vomitare e si sciacquò la bocca.
Prima di tornare in camera da letto andò in cucina e prese due bicchieri di tè freddo.
Quando tornò la trovò seduta su letto, ancora nuda, ma con lo sguardo corrucciato e preoccupato.
Giulio si sforzò di sorriderle, le porse il tè, poi si sedette accanto a lei.
Lei lo guardò di sbieco mentre beveva un po’.
– Come ti senti? – gli chiese.
Lui annuì, sempre con quel sorriso forzato sul volto.
– Adesso bene. Le crisi di vomito sono frequenti ormai, non è stata colpa di…insomma, diciamo che mi capita comunque. Mi passano rapidamente anche se non sono piacevoli. –
L’imbarazzo ora che tutto era finito era evidente. Passarono diversi secondi in cui i due si guardavano un po’ di sottecchi bevendo il tè, lei nuda, lui con un paio di pantaloncini che ormai gli stavano troppo grandi.
– Che cosa farai adesso? cosa vuoi che faccia? – chiese infine lei con la voce che tradiva la speranza di poter continuare a stargli vicino; se per affetto, nostalgia o senso di colpa questo lui non riuscì a stabilirlo.
Lui posò il bicchiere e finalmente si girò verso di lei per guardarla bene in viso.
Era serio ora.
– Ci sono cose che non si possono cancellare. Per quanto io oggi abbia capito di amarti ancora, e di aver desiderato questo momento per dieci anni non posso dimenticare quanto male mi hai fatto e quanto ho sofferto per causa tua. –
Lei cominciò ad incupirsi, sperava in un discorso diverso.
Lui percepì il suo disagio e le prese le mani.
– Non ti preoccupare, non ti voglio tediare con uno dei miei discorsi pieni di livore e rancore che hai già sentito tante volte, anche se so che stavolta ascolteresti senza replicare, anche solo per pietà e rispetto. –
Lei cominciò a negare ma lui la zittì.
– Ti prego, non c’è più bisogno di finzioni tra di noi. Forse non ce n’era bisogno neanche prima, ma adesso a maggior ragione. Oggi mi hai reso felice, veramente. In fondo era quello che ho sempre desiderato anche se lo negavo a me stesso. Anche se ti maledicevo in privato e ti insultavo in pubblico. Anche se dopo di te non ho più avuto nessuna donna che mi abbia reso felice, o infelice. –
Si fermò un attimo, per essere sicuro che lei lo stesse ascoltando con attenzione, e fu contento quando vide che lo guardava con una profondità e un affetto che forse non aveva mai visto nei suoi occhi.
– Ho negato a me stesso questo desiderio per dieci anni, e non avrei avuto mai il coraggio di confessarmelo se non fossi stato male e se tu non mi avessi chiamato. Di questo ti ringrazio. Mi hai dato una gioia immensa. Ma vedi, i desideri se ne tirano dietro altri, e mentre fino a qualche minuto fa ero sicuro che non ci fosse niente di più bello che tenerti di nuovo tra le braccia ora c’è qualcos’altro che voglio da te. –
Lei sembrò essere a disagio.
– Giulio… – disse – tu sai che io mi sono risposata…ti voglio bene ma non posso tornare ad essere tua moglie…mi ha fatto piacere oggi, è stato bello, ma ora devo tornare a casa. Ti starò vicino come potrò e come vorrai, ma non puoi chiedermi di tornare con te –
Lo stupore che si disegnò sul volto di lei quando Giulio scoppiò a ridere fu così comico che egli aumentò se possibile il tono della sua risata, e solo quando questa si mischiò alla tosse e a un accenno di vomito cercò di calmarsi, aiutato da lei che gli porgeva il bicchiere anche se contrariata da questo scoppio improvviso di risa.
Quando si fu calmato, ma sempre con un sorriso sulle labbra, la guardò con tenerezza come si guarda un bambino che non capisce.
– Scusami, non volevo ridere, ma non ho potuto trattenermi. –
Lei abbozzò un sorriso, non capiva cosa stesse succedendo ma voleva cercare di essere carina con lui.
– Vedi – riprese Giulio con un tono condiscendente che la irritò un po’ – quando tu hai chiamato io ero arrabbiato. No, di più: ero disperatamente infuriato, così tanto che avrei voluto buttarmi dalla finestra pur di non sentirti. Perché quando hai chiamato mi hai preso di sorpresa e io ero chiuso nella mia stupida e inutile rabbia decennale nei tuoi confronti, non avrei potuto reagire diversamente. Poi la tua voce ha risvegliato dentro di me quello che pensavo di aver seppellito per sempre: la tenerezza, l’amore, il desiderio di te. E qualcosa è cambiato. E’ stato come…come passare da una follia all’altro, la follia dell’odio e la follia dell’amore, in pochi secondi. E quando ti ho visto ho capito che il desiderio avrebbe vinto su tutto: ti volevo, e ti avrei voluto anche nei dieci anni in cui non ti ho avuto. –
Lei gli carezzava delicatamente una gamba mentre lui parlava, era contenta.
– Ma quando abbiamo finito – continuò lui – e io ho cominciato a vomitare, un terzo incomodo si è insinuato dentro di me: la consapevolezza di quello che mi aspetta, e improvvisamente non solo l’odio ma anche l’amore sono svaniti. Un uomo che sta per morire non può permettersi di provare sentimenti così netti e assoluti. La morte è il momento del giudizio, di guardare a ciò che si è fatto e di esprimere una sentenza sulle proprie azioni. In questo senso io sono stato fortunato perché sapere quando morirò mi ha dato la possibilità di fare questo passaggio con serenità e attenzione. E l’ho fatto credimi: ho ripensato a tutto, sistemato tutto, mi sono pentito dei miei errori, e ho gioito delle cose belle. Ma mancava una cosa, anche se non lo sapevo. Mancavi tu. Io ti avevo cancellato, ti volevo evitare, volevo che tu non esistessi più. Poi però sei ricomparsa, e in poco tempo ti ho odiato, e poi ti ho riamato. –
Si fermò. Lei ne approfittò per interrompere il flusso del suo discorso che gli risultava difficile da seguire.
– E adesso? – domandò.
Lui la guardò con intenzione.
– E adesso ti ho giudicato. Per tutto quello che sei stata per me. E ho finalmente deciso che non meriti di sopravvivermi. –
Disse queste parole mentre con una forza inaspettata infilava un coltello da cucina affilatissimo nello sterno di lei fino a perforarle il cuore e un polmone e farlo uscire dalla parte opposta, tagliando due costole e inondando il lenzuolo di sangue che usciva a fiotti dal corpo nudo di lei e dalla sua bocca.
Lei morì all’istante, con gli occhi sgranati per lo stupore.
Lui lasciò il coltello facendo afflosciare il suo cadavere sul letto.
La guardò per un istante, poi si alzò con calma, aprì la porta-finestra del salone e si lanciò dal quinto piano senza dire una parola.

Fiori Giapponesi

Il mare

Era il primo di maggio del 1975, il primo giorno che vidi il mare. Me lo ricordo benissimo.
Perché sebbene dal paesino abruzzese dove abitavo il mare non fosse poi così lontano – da nessuno dei due versanti – non c’ero mai stato.
La mia era una vita di paese, limitata al villaggio d’origine e quelli confinanti.
Anche l’Aquila, in teoria solo ad un’ora di pullman, era una destinazione esotica per noi.
Non c’erano soldi, non c’era tempo, non c’era nessuno con una macchina.
Eravamo io, mia mamma e i nonni. Mia madre aveva continuato a vivere dai nonni anche dopo che ero nato io, in quella piccola fattoria che a fatica mandavano avanti in un territorio così aspro.
Lei aveva dovuto crescermi da solo, tra difficoltà di tutti i tipi e l’incredibile ostilità dei paesani che non avevano perdonato a quella ragazza così bella di aver buttato via la sua vita così giovane.
Mio padre, non sapevo neanche chi fosse; mia madre non ne parlava quasi mai, e comunque già allora avevo il sospetto che il suo operato si fosse limitato alla fornitura del seme per poi scomparire nel nulla.
Avevo quasi dodici anni all’epoca, facevo la prima media in un paesino vicino, e tutto sommato la mia vita poteva dirsi felice.
La mamma aiutava i nonni con la fattoria e arrotondava ogni tanto con dei lavoretti a casa delle persone più anziane.
Da mangiare non ci mancava ma non avevamo certo la possibilità di fare delle vacanze, e quindi tutta l’estate ce ne restavamo alla fattoria, magari prendendoci qualche giorno di riposo in più, oppure andando a fare lunghe passeggiate nei campi, e la sera si mangiava spesso insieme ai proprietari delle fattorie vicine e si organizzavano lunghissime partite di pallone, mentre gli anziani si scannavano a briscola e tressette.
L’unica che sembrava non partecipare era lei. Mia madre.
Ma era serena, o almeno così mi sembrava.
Era solita sedersi sui gradini di ingresso della casa a godersi il chiasso che facevano gli ospiti.
Ogni tanto doveva accompagnare al bagno qualche ragazzino che si era sbucciato un ginocchio cadendo e lo faceva sempre con gentilezza e un sorriso.
Ma non potevamo permetterci di andare al mare.
Neanche a casa di un amico che aveva un piccolo appartamento a Tortoreto e che mi invitava tutti gli anni: mia mamma diceva che non potevamo semplicemente andare lì e soggiornare gratuitamente, che avremmo dovuto portare un regalo, dividere le spese e semplicemente non avevamo soldi sufficienti.
Un paio di volte andammo a fare il bagno ad un lago là vicino.
Anche se era abbastanza grande da poter immaginare di essere al mare, con la riva di ciottoli degradanti e le onde sugli scogli, chissà perché non mi dava soddisfazione.
Quell’acqua oleosa che mi scorreva sulla schiena non mi piaceva, e il fatto di vedere le montagne intorno fin dove era possibile guardare non mi faceva per niente sentire di essere al mare.
Ma ero già maturo per la mia età e capivo la situazione, e in fin dei conti avrei avuto tempo per andare al mare, magari dopo laureato, pensavo, fantasticando di comprare una macchina ed essere io a portarci mia madre e non viceversa.
Spesso mi addormentavo con quel pensiero, quel sogno, e chissà perché anche se non lo avevo mai visto il mare esercitava su di me un fascino così grande.
Quella mattina, il primo di maggio del 1975, mia madre mi svegliò che ancora non si vedevano le luci dell’alba.
– Vincè! Svegliati a mamma. Esci dal letto, preparati! –
Aprii gli occhi, vidi che fuori era buio, e dissi:
– Ma mamma, oggi non ci sta scuola! –
Lei mi guardò sorridendo, poi rispose:
– Lo so. Oggi andiamo al mare. –
Il mare! Il mare…
Scattai dal letto e cominciai a prepararmi di corsa.
Correvo per tutta la casa con un sorriso ebete in faccia, e alla fine mi misi davanti alla porta di casa, maglietta, pantaloncini, ciabatte, e una cartella con dentro asciugamano, panini e una bottiglia d’acqua che pesava un accidenti perché era di vetro.
Mia madre mi squadrò, ma ridendo disse solo:
– Andiamo! –
Prendemmo il pullman per L’Aquila, che ci mise una vita perché nel nostro paese il primo di maggio è sacro e non lavora nessuno e dovemmo aspettare quasi un’ora prima che arrivasse un autista assonnato.
Poi da L’Aquila prendemmo un pullman di linea più grande per Pescara.
Il viaggio lo feci attaccato al finestrino a guardare fuori: anche se conoscevo un po’ la mia zona non ero mai stato così lontano da casa, e quei luoghi, seppur famigliari, mi erano sconosciuti.
Quando arrivammo vicino al Gran Sasso rimasi stupito di vederne le cime innevate.
Era stato un inverno rigido, e anche se in basso faceva abbastanza caldo da rimanere solo con la maglietta, la neve non si era sciolta del tutto.
Mi sembrava un miracolo: noi che andavamo al mare e la neve sulla montagna così vicina.
Ogni tanto mi giravo a guardare mia madre, e invariabilmente la trovavo con lo sguardo su di me.
Mi sorrideva, io le davo magari un bacio, e poi mi rimettevo col naso incollato al vetro a guardare la strada che scorreva e a contare le macchine rosse.
Non so perché mi piacevano le macchine rosse, indipendentemente dalla marca.
Il rosso era il mio colore preferito. Dopo il blu, s’intende: il blu del mare.
Quando il pullman arrivò a Pescara non stavo più nella pelle.
Presi mia madre per la mano e la trascinai, anche se non sapevo dove andare.
Probabilmente non lo sapeva bene neanche lei, perché anche se ne sentivamo il profumo non riuscivamo a raggiungerlo, e alla fine, dopo aver svoltato in una stradina, ce lo trovammo davanti.
No. Il lago non era la stessa cosa.
Un’immensa distesa di acqua, con le onde che si alzavano ruggendo.
La sabbia finissima e bianca.
Il vento che ci spingeva verso la riva.
Rimanemmo così, madre e figlio, estasiati per un minuto, poi corremmo insieme verso la spiaggia.
Io mi spogliai al volo e mi buttai in acqua senza pensare alla temperatura.
Abituato com’ero al clima rigido della montagna non avevo certo paura dell’acqua di mare a Maggio.
Feci cenno a mia madre di entrare ma lei disse di no con la testa e si mise seduta su un asciugamano, vicino alla riva.
Non si tolse il vestito, un vestito strano dai disegni improbabili, forse dei fiori stilizzati chissà. Tirava vento ma non si legò i capelli, anche se aveva con sé forcine ed elastici.
Aveva capelli biondi, mia madre, lunghi e sottili, e il vento rapidamente glie li intrecciò, ma lei non ci fece caso.
Continuava a sorridermi con le labbra rosa, sottili ma delicate, su un viso affilato e un mento a punta.
Era snella, nonostante la gravidanza e il lavoro duro, e bella.
Ed era giovane. Non aveva neanche trent’anni quel giorno, mia madre. Una ragazzina.
La giornata passò così, io avanti e indietro dall’acqua, o a correre lungo una spiaggia quasi deserta: poche persone vi si avventurarono, qualche cane che correva dietro a me ogni tanto.
Feci castelli con la sabbia, cacciai i granchi dietro gli scogli, lanciai pietre in acqua, ingerii litri d’acqua salata perché non sapevo nuotare e neanche andare sott’acqua, ma non ci feci caso.
Alla fine mi sdraiai vicino a mia madre a riposarmi e a guardare i granelli di sabbia da vicino, sperando di trovare qualche sassolino prezioso da riportare a casa.
Anche mia madre si sdraiò vicino a me.
Tutti e due con la testa sulle mani e i gomiti a contatto.
– Quando sei venuta al mare l’ultima volta? – le chiesi.
– Mai. – mi rispose con un sorriso che per la prima volta era malinconico.
Io sgranai gli occhi.
– Vuoi dire che anche per te è la prima volta? –
Lei annuì.
– Non sono andata mai molto lontano. Non ho mai visto Roma, Venezia, Napoli. Non sono mai stata al mare. Non ho mai guidato una macchina. Ma se ci credi, sono felice. Perché ho avuto te, e la mia vita è stata perfetta così, non mi è mancato niente. –
Me la strinsi forte, quanto le volevo bene!
Affondai il mio viso nell’incavo delle sue braccia e rimanemmo così, guancia a guancia, per dieci minuti, a goderci il tepore del sole sulla schiena, nelle ultime ore del pomeriggio.
Fu allora che me lo disse.
Con il sorriso sulle labbra, come sempre.
E mentre me lo diceva io piangevo piano, lei si interrompeva e mi asciugava le lacrime con le labbra, e poi ricominciava, e poi si interrompeva di nuovo.
Quando finì, io piangevo ancora e lei sorrideva, ci abbracciammo forte, e così abbracciati raccogliemmo le nostre cose e raggiungemmo il pullman per L’Aquila.

Mia madre morì due mesi dopo, e io rimasi con i nonni: nessun padre si fece avanti per reclamarmi.
Feci il liceo a L’Aquila e l’Università a Roma, e sebbene il mare fosse lì ad un passo mi rifiutai sempre di andarci.
Perché io dopo quel primo di Maggio non ci andai più, al mare.
Trovavo sempre scuse con gli amici e poi con le fidanzate, e c’era sempre un impegno improvviso o un mal di testa lancinante ad impedirmelo.
Il mare non mi vide più per lunghi anni.
Finché infine non fui in grado di trovare un lavoro e di comprarmi una casa proprio lì, davanti a quella spiaggia di Pescara dove mia madre mi aveva portato per la prima e ultima volta nella sua vita tanti anni prima.
Oggi che ho più di cinquanta anni mi piace ancora stare sul balcone a guardare da lontano la spiaggia.
Per rivedere con la mente quella ragazzina di neanche trent’anni seduta sul bagnasciuga, un abito dai disegni improbabili indosso e lunghi capelli biondi intrecciati dal vento, e pensare “Il mare! Il mare…”.

Il Mare_new

Photo by rodocarda

Quando

Un paio di giorni fa si è tenuta una serata musicale con tributo a Pino Daniele.
Con altri amici fotografi sono stato invitato a contribuire con una foto legata alle canzoni di Pino.
Io ho scelto Quando, e in particolare i versi: “…e vivrò, sì vivrò, tutto il giorno per vederti andar via…“.
Ho sempre trovato questa canzone struggente e malinconica.
Le due foto che ho selezionato sono queste, anche se ho presentato solo la prima delle due.

Pino Daniele tribute 1

Pino Daniele tribute 2

Photos by rodocarda





Se volete ascoltare il brano originale, questo è il link.