Il marketing della forchetta

Una volta gli esercizi commerciali di ristoro – bar, pizzerie, ristoranti, trattorie – almeno a Roma avevano un’insegna e un nome semplice.
In fondo una pizzeria è una pizzeria, e per distinguerla dalle altre, anche in una città densamente popolata come Roma, era sufficiente il nome del proprietario: da Giggi, Sora Lella, Checchino, Meo Patacca e così via.
In alternativa al nome si trovava spesso il soprannome, o il mestiere del “trattore”: al Pompiere, al Pescatore, er Bottaro, dar Poeta, etc.
Qualche volta il mestiere, o alcune specifiche caratteristiche note ma non ufficiali superavano in fama il nome del proprietario: da Marisa aa Vinara, dallo Zozzone, dallo sciancato, i Professionisti e così via (lo Zozzone a Circonvallazione Ostiense si puliva le mani sulla parannanza e faceva il conto con una penna sulla tovaglia di carta al volo, e poi la strappava e ti consegnava l’angoletto. Ma la pizza era gran bona…).
Caso di scuola eclatante, una famosa pizzeria trasteverina il cui nome è sconosciuto a tutti perché l’hanno sempre tutti chiamata “l’obitorio”, per via degli enormi tavoli di marmo grigio su cui venivano lanciate le pizze a velocità tale che se non le intercettavi te le trovavi per terra dall’altra parte.
La più seria alternativa al nome del proprietario era la zona o l’argomento.
Tralasciamo l’evergreen “Bar Sport” perché troppo usato, per ricordare i vari ar Montarozzo, la Sedia del Diavolo (che in realtà si chiamerebbe pomposamente “Ambasciata d’Abruzzo”, ma i romani hanno controllato e l’Abruzzo non è uno stato a sé, quindi il ristorante è stato derubricato a trattoria di quartiere), la Pariolina, e così via.
In realtà, in una città come Roma il quartiere e spesso la via non sono sufficienti a indicare con esattezza l’esercizio, ed ecco una mirabile combinazione di nomi e location, che creano anche una certa armonia ritmica che talvolta piace più della pizza che propinano: Checco allo Scapicollo, Bruno ai Quattro Venti, Giggetto al Portico d’Ottavia e così via.
Infine, i più sofisticati, i veri ripuliti, mettevano solo il cognome. Una specie di garanzia tipo “parola di Amadori”, che ha reso intramontabili alcuni spacciatori di cibo come Perilli, Piperno, Frontoni, Tornatora.

Poi, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a pensare che forse sarebbe stato utile indicare COSA si mangiava in questi posti. Che sì, vabbé, da Giggetto si sta bene, ma alla fine che se magna?
Ecco che timidamente cominciano a nascere i primi “Pizza e Birra”, che non è proprio una sorpresa visto che già negli anni settanta a Monteverde la pizzeria Sandokan strillava “Pizza&Birra 1.500 lire!”, ma spostare il prodotto dal menù all’insegna è un bel passo avanti.
E allora via con il Pomodorino, Fiori di Zucca, la Marinara, Bufala e Pachino, Alici e Mozzarella e tutte le combinazioni possibili di due o tre cibi, fino al geniale “Bir & Fud” (scritto proprio così) che coniuga birrazza e ironia dietro Piazza Trilussa.
Poi però ad un certo punto si è degenerato.
Perché neanche mettere il menù sull’insegna ha soddisfatto i ristoratori romani, alcuni dei quali evidentemente hanno fatto viaggi in luoghi esotici da cui hanno riportato la convinzione che il cliente vada attirato con ogni mezzo, non necessariamente con la buona cucina: è il marketing al massimo livello.
Per cui negli ultimi anni a Roma è tutto un fiorire di Ristoro della Salute, Mucca Bischera, Pulcino Ballerino, Mattarello d’Oro, e chi più ne ha più ne metta, fino all’apoteosi.
Quelli che credono di essere simpatici e originali, e intitolano il loro locale “Nonsolopizza”, “Nonsolocarne”, “Nonsolopane”, “Nonsoloquellochetupensiiovendamasechiedic’hopureartro”.
Che l’istinto sarebbe di entrare, sparare un bel “malimortaccivostri”, e di fronte alle rimostranze del proprietario sorridere e dire: “Nonsolovaffanculo”.

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Perché io odio TripAdvisor

Forse “odiare” è un po’ eccessivo, d’altronde anche io l’ho utilizzato talvolta, e anche piazzato qua e là qualche recensione (per lo più negative, per castigare ristoratori maleducati).
Però è vero che dopo l’entusiasmo iniziale del “peer to peer review”, mi sono convinto che TripAdvisor è il male, e vi spiego perché.

Prima di tutto, dovete capire come funziona il meccanismo. Certo, ci sono molti che come voi e me si divertono a scrivere recensioni su alberghi, ristoranti, bar e anche spiagge o campi da golf.
Recensioni oggettive e sincere.
Ma il primo campanello di allarme dovrebbe suonare quando TripAdvisor vi invita a prenotare la struttura attraverso uno dei motori di ricerca più diffusi, come booking.com, expedia o altri.
Accidenti, stai a vedere che le strutture affiliate a questi tour operator online sono tra quelle più consultate…
Non solo, ma i singoli operatori possono rispondere ai commenti, e anche comprare (non ufficialmente, intendiamoci) recensioni per salire di ranking.
E se non bastasse, si possono assoldare amici e conoscenti per piazzare review entusiastiche: basta guardare quanti recensori hanno solo uno o due post al loro attivo, e guarda caso solo per quel ristorante…
In un paio di occasioni ci ho fatto caso, e anche se non ho fatto uno studio sistematico, ho la sensazione che per gli esercizi con poche recensioni prendere per buono il ranking e poi trovarsi con la sabbia nelle vongole (vita vissuta) non sia impossibile.
Certo, i ristoranti con duemila recensioni probabilmente saranno veramente buoni, ma diciamocelo, non c’era bisogno di TripAdvisor per farcelo sapere…

Il danno più grave che imputo a TripAdvisor è di aver creato una categoria, i TA Addicted.
Persone che in vacanza non vanno neanche al gabinetto se non ha almeno dieci recensioni buone su TA.
Che ti costringono a fare duecento chilometri in macchina, oltre a dieci di trekking, per andare un quella trattoriola fuori mano dove però le fettuccine le tirano erte come quelle di nonna.
Che ti fanno dormire in dodici nell’ultima stanza rimasta nel B&B al centro di Canicattì, perché la proprietaria fa la torta al cioccolato più buona dell’universo.
Che se dioguardi ti dirigi verso una gelateria per una voglia improvvisa di cono alla fragola, ti urlano “fermo!”, che a soli dodici chilometri a piedi c’è una gelateria che non usa latte vaccino ma un estratto di zinne di ermellino e pare che lo zabaione venga superlativo, che poi sticazzi a me lo zabaione manco me piace.
Insomma, se capitate in vacanza con i TA Addicted rischiate di avere bisogno di una vacanza anche dopo.

Ma soprattutto, il motivo per cui a me TripAdvisor mi sta qua (dove “qua” lo potete immaginare gozzo, stomaco o testicoli a vostra scelta), è che ti toglie tutto il romanticismo della scoperta.
Della vacanza avventurosa.
Della soddisfazione di trovare un ristorantino carino sul mare, dove il vento ti accarezza, le cameriere ti sorridono, la risacca ti culla, e sticazzi se i gamberoni alla piastra erano tutti più corti di cinque centimetri.
Io me lo ricordo ancora, quel ristorantino.

Ombrellone di paglia LR

Fotografia di rodocarda