Il marketing della forchetta

Una volta gli esercizi commerciali di ristoro – bar, pizzerie, ristoranti, trattorie – almeno a Roma avevano un’insegna e un nome semplice.
In fondo una pizzeria è una pizzeria, e per distinguerla dalle altre, anche in una città densamente popolata come Roma, era sufficiente il nome del proprietario: da Giggi, Sora Lella, Checchino, Meo Patacca e così via.
In alternativa al nome si trovava spesso il soprannome, o il mestiere del “trattore”: al Pompiere, al Pescatore, er Bottaro, dar Poeta, etc.
Qualche volta il mestiere, o alcune specifiche caratteristiche note ma non ufficiali superavano in fama il nome del proprietario: da Marisa aa Vinara, dallo Zozzone, dallo sciancato, i Professionisti e così via (lo Zozzone a Circonvallazione Ostiense si puliva le mani sulla parannanza e faceva il conto con una penna sulla tovaglia di carta al volo, e poi la strappava e ti consegnava l’angoletto. Ma la pizza era gran bona…).
Caso di scuola eclatante, una famosa pizzeria trasteverina il cui nome è sconosciuto a tutti perché l’hanno sempre tutti chiamata “l’obitorio”, per via degli enormi tavoli di marmo grigio su cui venivano lanciate le pizze a velocità tale che se non le intercettavi te le trovavi per terra dall’altra parte.
La più seria alternativa al nome del proprietario era la zona o l’argomento.
Tralasciamo l’evergreen “Bar Sport” perché troppo usato, per ricordare i vari ar Montarozzo, la Sedia del Diavolo (che in realtà si chiamerebbe pomposamente “Ambasciata d’Abruzzo”, ma i romani hanno controllato e l’Abruzzo non è uno stato a sé, quindi il ristorante è stato derubricato a trattoria di quartiere), la Pariolina, e così via.
In realtà, in una città come Roma il quartiere e spesso la via non sono sufficienti a indicare con esattezza l’esercizio, ed ecco una mirabile combinazione di nomi e location, che creano anche una certa armonia ritmica che talvolta piace più della pizza che propinano: Checco allo Scapicollo, Bruno ai Quattro Venti, Giggetto al Portico d’Ottavia e così via.
Infine, i più sofisticati, i veri ripuliti, mettevano solo il cognome. Una specie di garanzia tipo “parola di Amadori”, che ha reso intramontabili alcuni spacciatori di cibo come Perilli, Piperno, Frontoni, Tornatora.

Poi, ad un certo punto, qualcuno ha cominciato a pensare che forse sarebbe stato utile indicare COSA si mangiava in questi posti. Che sì, vabbé, da Giggetto si sta bene, ma alla fine che se magna?
Ecco che timidamente cominciano a nascere i primi “Pizza e Birra”, che non è proprio una sorpresa visto che già negli anni settanta a Monteverde la pizzeria Sandokan strillava “Pizza&Birra 1.500 lire!”, ma spostare il prodotto dal menù all’insegna è un bel passo avanti.
E allora via con il Pomodorino, Fiori di Zucca, la Marinara, Bufala e Pachino, Alici e Mozzarella e tutte le combinazioni possibili di due o tre cibi, fino al geniale “Bir & Fud” (scritto proprio così) che coniuga birrazza e ironia dietro Piazza Trilussa.
Poi però ad un certo punto si è degenerato.
Perché neanche mettere il menù sull’insegna ha soddisfatto i ristoratori romani, alcuni dei quali evidentemente hanno fatto viaggi in luoghi esotici da cui hanno riportato la convinzione che il cliente vada attirato con ogni mezzo, non necessariamente con la buona cucina: è il marketing al massimo livello.
Per cui negli ultimi anni a Roma è tutto un fiorire di Ristoro della Salute, Mucca Bischera, Pulcino Ballerino, Mattarello d’Oro, e chi più ne ha più ne metta, fino all’apoteosi.
Quelli che credono di essere simpatici e originali, e intitolano il loro locale “Nonsolopizza”, “Nonsolocarne”, “Nonsolopane”, “Nonsoloquellochetupensiiovendamasechiedic’hopureartro”.
Che l’istinto sarebbe di entrare, sparare un bel “malimortaccivostri”, e di fronte alle rimostranze del proprietario sorridere e dire: “Nonsolovaffanculo”.

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Ricordo di una notte di dicembre

 

Un uomo, una ragazzina, un ricordo, un rimorso.

 

Il ricordo più vivido che ho di mio padre risale ad un dicembre di molti anni fa, quando lui aveva l’età che ho io adesso.
L’età che avrà per sempre.
Faceva freddo, era venuto a prendermi non ricordo se ad un allenamento o a qualche altro impegno, comunque so che eravamo in scooter, e che faceva freddo.
Percorremmo tutta la Via Olimpica, erano le otto e mezza di sera e c’era ancora molto traffico, ma non così intenso da impedirci di andare abbastanza veloci.
Lui guidava ingobbito, con quelle spalle che a me sembravano enormi quasi chiuse su se stesse, passando in mezzo alle macchine con delle “esse” molto ampie per essere sicuro di avere più spazio.
Io, dietro, stavo con le mani nella tasca del giubbotto, e canticchiavo sotto il casco.
Canticchiavo perché ero in quell’età in cui l’indifferenza ha un valore, e perché in fondo sono come lui, non mi piace mostrare troppo i miei sentimenti, se non quando serve o ne vale la pena.
E allora invece di stare abbracciata a mio padre, e godermi la sicurezza di quella schiena immensa, me ne stavo eretta con le mani in tasca, mentre lui disegnava le sue esse con lo scooter.
Ricordo ogni metro di quel tragitto, ogni faro di ogni macchina, ogni buca e ogni imprecazione di mio padre, e ricordo che avevamo fretta, perché era tardi e avevamo fame.
Me lo ricordo così bene perché fu l’ultima volta che andammo in scooter insieme, e la prima immagine che ebbi di lui quando mi fu chiaro che non c’era più.
Quel giorno, sotto quel cielo freddo e stellato, una ragazzina adolescente voleva bene a quell’uomo strano con cui litigava un po’ tutti i giorni, solo che non lo sapeva.
No. Non è esatto.
Lo sapeva, ma non sapeva di saperlo.
Ora la ragazzina di oggi sa bene che anche la ragazzina di ieri lo sapeva.
Solo, non sapeva di saperlo, come non lo sanno tutti i ragazzi finché non diventano improvvisamente adulti e non hanno più paura che l’affetto verso i genitori possa cambiare la loro esistenza.
Ma quel giorno, quel giorno non lo sapevo, e non me ne importava.
Quel giorno canticchiavo alla luna, mentre lui si incurvava sempre di più sul manubrio e sorrideva.
Lo sentivo, anche se non potevo vederlo.
Lo sentivo, e ora so che lo sentivo, perché è lo stesso sorriso che ho io quando porto mia figlia: avere dietro di te la tua carne e il tuo sangue, questa è la felicità, la felicità pura, e quell’uomo che disegnava le esse sull’asfalto per evitare le macchine era felice, anche se io canticchiavo e non gli parlavo, anche se avevo le mani in tasca e non lo abbracciavo.
Io ero la sua felicità.
E lui la mia, anche se non lo sapevo. Non sapevo di saperlo.
Rivedo ogni centimetro di quel giaccone sportivo da ex motociclista, quella nuca infilata a forza dentro un casco enorme, quelle ginocchia che non riusciva a tenere dentro.
So tutto perché è l’immagine che ho avuto di lui pochi giorni dopo.
Quando improvvisamente la porta della mia classe si aprì, ed entrò la preside.
Non veniva mai, mai, la preside, mai. Non l’avevamo mai vista in tre anni. Neanche una volta.
Però quel giorno era là, e mi guardava, e poi mi chiamò.
Io mi alzai, lentamente, mentre tutti si zittivano e la professoressa portava una mano alla bocca.
Poi uscimmo, e vidi la sorella di mia madre, e capii che qualcosa non andava, che non sarebbe più andato come prima, ed ebbi paura.
– Mamma? – chiesi.
– Mamma sta bene. – rispose mentre mi prendeva le mani. – Papà ha avuto un brutto incidente. –
Fu un attimo.
Un secondo.
Che dico: un milionesimo di secondo, fu solo il tempo necessario affinché il pensiero affronti le curve strette delle sinapsi e torni indietro alla velocità della luce, ma in quel milionesimo di secondo io provai un sollievo infinito.
Quando qualcuno mi chiede: “qual è la cosa più brutta che hai fatto?”, queste domande da talk show che prima o poi ti fanno tutti, io mento.
Dico: quando ho tradito il mio primo fidanzato, oppure quando non ho aiutato un amico all’esame di Anatomia.
Tutte cazzate.
La cosa più brutta della mia vita è stato quel milionesimo di secondo in cui sono stata contenta che fosse toccato a lui e non a mia madre.
Non ci ho potuto fare nulla, non è stato razionale, è qualcosa che abbiamo scritto nel nostro DNA, qualcosa che condiziona le nostre esistenze.
Quando vedo i miei figli, quando li sento come si stringono a me, e quando vedo come salutano il padre, so che sarebbe così anche per loro, anche se spero che non debbano mai essere messi alla prova come lo sono stata io.
Quel terribile, breve momento di sollievo è scomparso subito dopo.
Nel nulla, come dal nulla era venuto, ma ha lasciato il posto ad un dolorosissimo senso di colpa che non mi ha mai più mollato.
Il senso di colpa per non aver pianto e non essermi disperata subito, per aver provato sollievo mentre mio padre moriva in un ospedale.
Poi sì, ho pianto, ho smesso di mangiare per giorni, mi sono consumata dietro alle sue foto.
Ma il senso di colpa non se ne è andato più via. Mai più.
E’ ancora qua, vivido come in quel momento, come dopo quel milionesimo di secondo. Non me lo sono mai perdonato, mai.
Quando il senso di colpa mi colpì per la prima volta chiusi gli occhi, mentre qualcuno mi teneva e mi abbracciava per paura che svenissi, ma volevo solo cancellare tutto e lasciare che mi arrivasse qualcosa, qualsiasi cosa.
E arrivò.
Arrivò quella notte fredda e stellata, arrivò quello scooter che disegnava delle esse sull’asfalto, arrivò quella schiena ingobbita di un uomo felice, e quella ragazzina che canticchiava, mani nelle tasche.
Arrivò e non andò più via, quell’immagine di me e di te, si prese per mano con il senso di colpa e da allora sono sempre insieme.
Sono quaranta anni, oggi, da quella sera fredda di dicembre.
E sono qua per dirti che ora lo so.
Lo so che lo sapevo.

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Las estrellas tambien lloran: “Assessore a sua insaputa”

Las estrellas tambien lloran – Sceneggiato in più puntate, di durata indefinita.

Riassunto delle puntate precedenti.
Un sindaco pentastelluto, eletta di un santone genovese, vince le elezioni promettendo una città meravigliosa, in cui il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e essi non costruiranno perché un altro abiti.
Dopo assessori indagati, manager dimissionari, studi legali in mano a pregiudicati che decidono chi comanda, le quinte del teatro vengono giù rivelando che era tutto un dipinto, e che dietro c’era sempre la monnezza in mezzo alla strada e la Nomentana allagata.

Puntata di oggi: “Assessore a sua insaputa”.
Un vecchio bizzoso viene incautamente nominato assessore al bilancio, ma dopo la sua rivelazione che la nomina è stata decisa dagli apostoli dell’unto del signore, viene rapidamente defenestrato con futili motivi.
L’ineffabile eletta del santone dichiara a questo punto che un assessore non basta più, per quel compito ce ne vogliono ben DUE, ma siccome trovarne uno è stato impossibile, trovarne due sarà equiparato alle olimpiadi delle cazzate alla stessa difficoltà della ricerca del santo Graal: 5.0, otto carpiati rovesciati e atterraggio sul cemento.
Ma mentre faticosamente gli addetti ai lavori tentano di rimontare il teatrino, Arfio se ne esce: ma non è che ve siete dimenticati de licenzià er vecchio?
Stupore tra i pentastelluti, e risate del pubblico pagante.
Il vecchio bizzoso è ancora assessore, perché nessuno si è ricordato di dirgli che se ne doveva andare.
Titoli di coda.

Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

Ponte_Sisto_Rome

La fantasia al potere (e speriamo di no)

La campagna elettorale per l’elezione a Sindaco di Roma è ormai in pieno turbinio.
I candidati sparano le loro cartucce migliori, e noi osservatori semi-imparziali non possiamo che trarne gioia e letizia.
Per il momento in testa è la candidata del M5S Virginia Raggi, con il suo slogan a metà tra il social e la Settimana Enigmistica:

#coRAGGIo
E’ ora di cambiare Roma

Carino, simpatico, umoristico e serio allo stesso tempo.
Ma dato che noi abbiamo spie in ogni dove, siamo riusciti a mettere le mani nella lista degli slogan che la futura non-sindaca di Roma farà esplodere sui mass media da qui al 5 Giugno.
Ed è con non poca soddisfazione che andiamo a spoilerarli tutti senza pietà.

#ammaRAGGIo
Dal fiume sacro conquisteremo il Tirreno

#irRAGGIamoci
Il sole bacia i belli

#atterRAGGIo
Riannettiamoci Fiumicino!

#viRAGGIo
Per una città color seppia

#foRAGGIo
Magnatene e bevetene tutti

#metRAGGIo
Per un GRA più snello e scorrevole

#stiRAGGIo
Dopo il premier-operaio una sindaca-colf

#oltRAGGIo
A stronzi! Ma che, nun me votate?

#scoRAGGIo
Compro una “E” e ve faccio fori a tutti

#miRAGGIo
C’avevate creduto eh!?

Attendiamo nuove e mirabolanti invenzioni del marketing politico, che non ci delude mai.

raggi

Estate a Roma

Avevo scritto questo racconto breve per un concorso, poi avrei dovuto limarlo per partecipare e invece mi piaceva così.
Ne scriverò un altro.

Avevo giurato che non ci sarei più tornato, e invece eccomi qua.
Guardo la fontana, con gli scalini pieni di ragazzi accaldati dall’afa di una bella giornata di fine giugno e dalla birra, e mi stupisco di dove mi hanno portato le mie gambe.
Ho una busta in una mano e la borsa nell’altra, e ruoto su me stesso aprendo le braccia come una ballerina per guardare questo universo che avevo quasi dimenticato.
Sbircio il Tevere oltre il parapetto, poi mi giro di nuovo e abbasso gli occhi per guardare il selciato e i miei piedi, come per rendermi conto di essere di nuovo qui, davvero.
Chiudo gli occhi, sperando che il buio cancelli l’immagine che si sta formando nella mia mente, ma è inutile, è tutto inutile.
Lei è ancora lì, che ride nel suo vestito verde, seduta sugli scalini di Piazza Trilussa, e io vicino che abbasso la testa e tengo le braccia appoggiate sul marmo, per paura di toccarla, ma sento il suo calore e il suo respiro, e le braccia si irrigidiscono per il desiderio di tenerla stretta, eppure resisto e continuo a parlare, e sono divertente, perché lei ride, mi prende in giro, è contenta di essere qui con me.
Poi le do’ un foglio.
Lei si fa seria, lo apre e comincia a leggere.
Riapro gli occhi, non voglio vedere: anche se questa scena è solo nella mia mente, non voglio vederla. Giro sui tacchi e attraverso la strada di corsa e vado sul ponte.
Mi affaccio e guardo giù.
Quante volte ci ho pensato, quante volte.
Ma sono troppo vigliacco, ho preferito scappare.
Londra, poi Bangkok, poi addirittura l’Australia.
Lontano, il più lontano possibile da Roma, da questa città che amo e che mi ha fatto così male, da questo caldo opprimente e lo smog che mi fa tossire.
Lontano dal dolore lancinante che mi provoca il ricordo, un ricordo che sulle onde dell’oceano è più delicato, una malinconia di sottofondo, mitigato dai corpi di donne alte e muscolose, con capelli biondi e occhi azzurri impossibili.
E così ho resistito per dieci anni e sono riuscito a vivere.
Oggi però no, oggi non vivo, perché sono di nuovo qua, e il dolore è di nuovo una spada arroventata infilata nel costato, e una mano impietosa che la gira in continuazione, non è possibile sopportarlo.
E allora guardo di nuovo giù: ora che anche i miei non ci sono più lasciarsi cadere è un dolce desiderio.
Ma prima voglio vederla di nuovo.
Rialzo la testa, guardo in direzione di Piazza Trilussa e attraverso di nuovo, e come in un film, un brutto film di fantasmi, lei è lì, con il mio foglio in mano, gli occhi che si allargano mentre procede nella lettura, io che abbraccio le mie gambe e metto la testa tra le ginocchia come un adolescente, lei che finalmente finisce e mi guarda stupita, con la bocca aperta, non dice una parola.
Poi con lenta consapevolezza si alza, mi toglie gentilmente le mani dalle ginocchia, chiude la bocca e addolcisce lo sguardo, si siede sulle mie gambe e mi abbraccia senza dire una parola.
E’ la prima volta che la tocco, e non avevo idea. Nessuna idea che quel contatto avrebbe cambiato la mia vita.
Resto fermo così, con le mia mani sulla sua schiena, sento il suo cuore, il suo seno, il suo respiro, e non ho coraggio di dire nulla.
Devo riaprire gli occhi ora, lo devo fare. So che se li terrò chiusi scenderanno delle lacrime e io non voglio piangere.
Ma non riesco, non riesco proprio a riaprirli.
Sento la busta di plastica nella mia mano, e ne percepisco la leggerezza.
Ma so che anche se non pesa nulla mi farà male.
Apro gli occhi e guardo questa busta, e mi odio per questo, mi odio per averle comprato dei fiori.
Lei non amava i fiori e non li voleva, e l’unica cosa che ho saputo fare per lei è comprare dei fiori e venire qua a piangere.
Mi avvio verso il parapetto, guardo in lontananza il Cupolone, e Castel Sant’Angelo.
Penso che è stato bello nascere qua.
Mi hai fatto male, Roma. Ma non te ne voglio, mi hai dato lei, e ti ringrazio per questo, anche se poi me l’hai tolta.
Getto i fiori sul marmo che c’è sotto.
Arrivo, penso, il tempo del dolore finisce qui.

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Le Grandi Recensioni di Rolandfan – Suburra di Stefano Sollima con Pierfrancesco Favino

Trama del Film
Roma. Autunno 2011. Piove. Sempre (siamo in un film di fantascienza, non vi preoccupate, a Roma non piove mai).
A seguito dell’esplosione di un ordigno termonucleare di tipo selettivo, sono scomparse dalla città tutte le persone normali: io, voi, impiegati, netturbini, guidatori dell’ATAC e soprattutto addetti alla manutenzione fognaria dell’ACEA.
Sono rimasti solo: mignotte (in grande quantità), politici corrotti, delinquenti, vigliacchi, zingari, ex membri della Banda della Magliana (che ci sta sempre bene in qualsiasi film), mafiosetti locali, guardie del corpo e spacciatori.
Il film è molto lungo e non siamo sicuri di aver afferrato tutta la complessità della trama, però la sintesi è questa: un politico corrotto va a mignotte mentre la banda della magliana fa affari con la camorra e per questo un gruppo di zingari si prende a revolverate con un bellimbusto di Ostia fidanzato con una tossica che c’ha il vizio di sparare alla gente e però quanto cazzo abbaia quel dobermann.
A seguito di tutto ciò il Papa si dimette, e i soldi del Vaticano finiscono nei conti segreti del malandro di turno.
Ahò, io non c’ho capito un cazzo, andatelo a vede’ voi, magari ero stanco.

Giudizio della Critica
Ispirato ad un classico come “La Grande Bellezza”, il film avrebbe dovuto chiamarsi “La Grande Rete Fognaria”, ma poi la sintesi ha prevalso.
Nel ruolo dell’alter-ego di Jep Gambardella troviamo un grandissimo Pierfrancesco Favino, che pur in preda ad una paresi facciale da botulino riesce a riprendersi nelle scene di sesso, ma giusto quei due tre minuti che pure lui c’ha un’età.
Grande fotografia, grande regia, grande montaggio, ma due palle come due cocomeri.

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La incredibile e triste storia del tenero Ignazio e del suo partito snaturato

In questi momenti di conforto/sconforto seguiti alle dimissioni dell’ex-Sindaco Marino (sono mesi che lo chiamo così e finalmente la storia mi ha dato ragione), quello che mi interessa di più sono le urla piangenti degli inconsolabili.
La scomparsa dell’ex-Sindaco ha provocato reazioni di rabbia e dolore, che inevitabilmente hanno prodotto motivazioni per tale sconforto che oscillano tra l’elencazione pedissequa dei suoi meriti, al confronto con i predecessori, fino alle infauste previsioni sul futuro (nero) di questa città.
Io personalmente non solo non mi appassiono alla diatriba in quanto avevo previsto questa fine già da tempo, ma mi dissocio dalle analisi seppur fatte in buona fede da chi considera le dimissioni di Marino una iattura, pur avendolo (ahimé) votato.
Sapete, se ci si sofferma sui dettagli, e se si usa il noto e ben rodato italico strumento del benaltrismo, qualsiasi episodio può essere letto come si desidera.
Io invece vorrei prendere un bel grandangolo e fotografare Roma da lontano, ORA, in questo esatto momento, dopo due anni di amministrazione di Marino.
E quello che vedo non mi piace.
E sinceramente non me ne frega niente se Alemanno è stato peggio, se i dipendenti comunali remano contro, se il partito fa la fronda, se la mafia, la camorra, etc etc etc.
Non me ne frega una beneamata mazza.
A me frega che Roma è diventata ancora più invivibile, che le strade sono ormai dissestate, che il trasporto pubblico non è più al collasso ma all’infarto del miocardio, che i vigili scioperano a capodanno e i tassisti bloccano la città, a me frega che la mondezza è dappertutto, che il ponte della musica è pieno della merda di quelli che ci vanno a fare le feste di compleanno e poi lasciano tutto li e non pulisce nessuno, che cinquecento metri di marciapiede da casa mia alla scuola di mia figlia sono diventati una discarica, che tutti gli esercizi commerciali hanno uno zingaro o un nero di fuori che chiede l’elemosina, che non si trova parcheggio neanche a pagamento, che Via dei Fori Imperiali è pedonale ma Viale Libia un inferno di metallo, che ormai i rom che frugano i cassonetti si sono organizzati e li tengono sempre aperti così non devono neanche più fare fatica, che ai bar del centro fregano tutti i turisti, che intorno a Fontana di Trevi, al Colosseo, a Piazza Navona e così via stazionano centinaia se non mi gliaia di pakistani con le loro cassettine e i loro pupazzetti che si infrangono migliaia di volte al giorno contro una tavola, che tutti i commercianti e i punti di ristoro invadono i marciapiedi senza pagare, e se chiedi lo scontrino sei solo un rompicoglioni.
A me mi frega solo che questa città, la MIA città, la culla della cultura occidentale, della cristianità, la Capitale d’Italia, la depositaria di una storia, cultura e arte unici al mondo, questa città è diventata uno schifo, e dopo due anni è anche peggio.
Quindi asciugatevi le lacrime, vedove inconsolabili.
Era ora.
Era veramente ora.

Marino

Roma, 2015

Allora dice che a Roma er traffico è ‘na caciara, dice te credo nun ce stanno più l’autobus! ma come nun ce stanno più, ma se è pieno, se, pieno e ‘ndo li vedi tutti ‘sti autobus, ma come ‘ndo li vedi, ma se è appena passato er 60 ma che me stai a dì, no lo so che è passato er 60 l’ho visto pure io che te credi, ma tu lo sai quanti semo a Roma? tre milioni e mezzo, e lo sai quanti autobus ce stanno? quattro! ma come quattro, se uno è er 60 che è passato mo’ l’artri tre quali so’? e daje a Se’ quattro pe’ modo de di’, te vojo di’ a Roma ce stanno meno de dumila autobus, pe’ tre mijioni e mezzo de abitanti, e pe’ guidalli hanno assunto quattordicimila persone eccheccazzo manco se li dovessero spigne a mano e comunque co’ dumila autobus ma quando cazzo ce la fai? che poi ce ne sarebbero un sacco de più ma stanno fermi. Fermi a fa’ che? Niente, a fa’ li pezzi de ricambio, che se rompeno in continuazione e nun c’hanno i sordi per comprà i ricambi e allora li pijano da un altro autobus, che poi sti autobus se rompeno de continuo perché le strade che voi so’ quelle che so’, ahò ma io sapevo che ereno l’autobus che rovinaveno le strade e no’ er contrario, è vero, ma le strade rompeno l’autobus, l’autobus rompeno le strade, i sordi nun ce stanno e quindi pure noi alla fine se rompemo li cojoni e pijamo la machina, che poi pure er Papa, sant’omo, se sarebbe rotto er cazzo, pare che l’artro giorno a un cardinale j’ha detto ma porca troia embè er papa quanno je pijeno i cinque minuti nun guarda in faccia a nisuno dice ma porca troia, ma come cazzo ce li portamo venti mijioni de pellegrini ar vaticano? embè scusa e che ce li dovemo porta’ noi? a Se’ ma che sei nato ieri? che nun lo sai? er Papa fa i sordi cor giubileo, e noi li spennemo, je dovemo mette l’autobus novi, arifà le strade, i parcheggi e quanti cazzi! ahò sarà, ma sei sicuro Fra’? me stai a di che er Papa se fa’ ricco alle spalle nostre? ma scusa ma te c’hai presente l’ingresso ai musei vaticani? ‘mbè? ‘mbè un cazzo, l’ingresso dove se paga sta in Vaticano ma la fila sta in Italia, quindi se c’è casino se lo dovemo sbrigà noi, i turisti smadonneno in Italia ma poi l’acqua a du’ euro a pezzo la compreno in Vaticano. Ma poi c’hai fatto caso che l’unico posto pulito de Roma è Piazza San Pietro? no a Fra’ te sbaji, pure la piazza davanti er Quirinale è pulita. Bravo, c’hai ragione, ma è la stessa cosa, er Papa e er Presidente quanno s’affacceno al barcone a pija’ un po’ d’aria mica ponno vede’ ‘a monnezza, vonno vede’ li giardini e er pavimento pulito, così la monnezza ce la lasceno a noi a Montesacro, limortacciloro che poi so’ pure un po’ li nostri, li tua! e no pure li tua, perché sei te che l’hai votati, e invece de rompeje li cojoni perché c’hai li cassonetti pieni de monnezza fai spallucce e te ne vai a aprì er banco ar mercato, e te invece che fai ‘a rivoluzione? che l’urtima vorta che sei annato ar Campidojo co’ l’artri dipendenti der San Camillo a protestà t’hanno pure fatto ‘a murta, elimortacciloro lo so è che ho sbajato giorno nun bisogna annà in giro pe’ Roma dopo er venti der mese che er Comune c’ha bisogno de sordi e le murte fioccheno, l’artri giorni ai vigili nun je frega un cazzo de gnente a Fontana de Trevi ormai vendono de tutto ce manca solo che ce se piazzeno le mignotte e quelli figurate se dicono quarche cosa, ma prova a mettete in doppia fila er venticinque del mese e te fanno secco subito e comunque mo’ te devo lascia’, devo porta er pupo a scola e poi devo annamme a fa’ vede’ la schiena dice che er motorino nun lo devo pija’, che devo evita’ ‘e buche, ma come cazzo fai a evita’ ‘e buche, dico io, fai prima a evita’ ‘asfarto che ce n’è meno de ‘e buche, vabbè a Se’ mo’ te saluto ce vieni a vede’ a Roma domenica? a Fra’ ma che te sei rincojonito? ma so’ de ‘a Lazzio e vengo a vede’ a Roma? e vabbè nun t’arabbia’ tanto qua nun ce se capisce più un cazzo, fascisti, comunisti, preti froci, monnezzari magnaccioni er Sindaco de Genova che però è de filaderfia come er formaggio aho’ ma che cazzo ne so’ fa’ un po’ come te pare. A proposito: ce l’hai ‘na canna?

 

Vaticano by rodocarda

Photo by rodocarda

#romasonoio, l’idea di Gassman

Ha riscosso interesse la proposta di Alessandro Gassman di armarsi di scopa e paletta e andare in giro per Roma a raccogliere la sporcizia.
L’iniziativa si inserisce in un filone di altre attività, alcune già molto avanti come retakeroma, che prevedono l’impegno dei cittadini per cercare di fermare in qualche modo il degrado evidente e l’inefficienza (o peggio) dell’AMA, la municipalizzata che dovrebbe pensare alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti.
Prima di esprimere un qualsiasi parere è indispensabile ricordare che la monnezza – a Roma e non solo a Roma – è uno dei business più fiorenti in Italia, e uno di quelli più infiltrato dalla mafia e dalla criminalità comune.
Attorno alla gestione della monnezza, business miliardario e indispensabile in una grande città, si muovono interessi criminali, imprenditoriali e politici che spesso, se non sempre, si sono saldati per fare i soldi alle spalle dei cittadini fornendo in cambio un servizio scarso o inesistente.
Per cui, se si pensa di poter esprimere un qualsiasi parere semplicemente guardando la superficie, appunto sporca, del problema si rischia di dare giudizi di tipo moralistico che per quanto legittimi sono completamente svincolati dalla realtà.
Chiarito questo punto, veniamo ai fatti.
Gassman lancia la sua sfida, e in molti rispondono positivamente: semplici cittadini, associazioni di quartiere, personaggi più o meno noti e anche qualche paraculissimo politico.
Ma a me interessa di più parlare di quelli che si sono dichiarati contrari.
Per lo più agitano un argomento legittimo e anche sensato: come mai se io già pago le tasse per questo servizio invece di migliorarlo devo anche farlo da solo?
Non sarebbe più giusto rendere più efficiente l’AMA, oppure chiuderla e risparmiare almeno le tasse?
Perché devo pensare io alla monnezza quando stipendiamo già centinaia se non migliaia di persone per occuparsene?
Questa obiezione ripeto è sensata e legittima.
Ma è sbagliata, sbagliatissima.
Prima di tutto perché sottolinea ancora una volta il cinismo e il machiavellismo italici, che affiorano sempre con una reazione pavloviana quando c’è da fare qualcosa di diverso dallo stare seduti davanti alla TV con una birretta in mano.
Me l’immagino, tutti i miei concittadini scettici, con il sopracciglio alzato, e la “e” strascicata: “Seeeeeeeee, figurate se funziona”.
Solo per questo mi verrebbe voglia di prendere una scopa in mano. Ma tralascio volentieri come la userei, ci sono i bambini.
Questo sarebbe tutto sommato un peccato veniale, il classico menefreghismo romano di chi ha visto tutto, e sa già che tanto in qualche modo la svanga.
Il vero motivo per cui la reazione negativa è sbagliata, è che la colpa è soprattutto NOSTRA.
Quanti di noi fanno veramente la raccolta differenziata?
Quanti portano gli oggetti ingombranti al deposito invece di buttarli nei cassonetti o lasciarli per strada?
Quanti fumatori buttano continuamente le cicche in mezzo alla strada, tanto che al centro ormai i sampietrini sono inframmezzati da simpatici bastoncini arancioni?
Quanti soldi spende il comune per togliere le gomme americane incastonate nel marmo?
Quanti soldi si spendono per ridipingere in continuazione palazzi anche prestigiosi per ripulirli di scritte oscene fatte da coglioni a cui basta una bomboletta in mano per pensare di avercelo più grosso degli altri?
Quante volte abbiamo visto volare dal finestrino di una macchina un fazzoletto, un pacchetto di sigarette vuoto, bottiglie di plastica?
Quanti preservativi e fazzoletti sporchi trovi a Villa Borghese se solo guardi attentamente nelle siepi?
Quanta merda lasciano in giro i proprietari dei cani?
Quanto schifo, incuria, porcilaia siamo in grado di generare NOI cittadini romani benpensanti?
E a tutto questo, ci deve pensare l’AMA?
Certo, la nostra municipalizzata fa acqua da tutte le parti (no, non parlo dell’ACEA), e sicuramente metterci le mani è un dovere per l’amministrazione.
Ma noi cittadini siamo la prima causa dello schifo che ci circonda.
Quindi non fate i furbi, non alzate il sopracciglio, muovete il culo dal divano.
E spegnete quella cazzo di sigaretta.

Roma lapide mondezza

Quando

Un paio di giorni fa si è tenuta una serata musicale con tributo a Pino Daniele.
Con altri amici fotografi sono stato invitato a contribuire con una foto legata alle canzoni di Pino.
Io ho scelto Quando, e in particolare i versi: “…e vivrò, sì vivrò, tutto il giorno per vederti andar via…“.
Ho sempre trovato questa canzone struggente e malinconica.
Le due foto che ho selezionato sono queste, anche se ho presentato solo la prima delle due.

Pino Daniele tribute 1

Pino Daniele tribute 2

Photos by rodocarda





Se volete ascoltare il brano originale, questo è il link.

Lettera aperta all’ex-sindaco Marino

Egregio Professore,
avrei voluto scriverle subito dopo il voto, quando l’entusiasmo per aver rieletto un sindaco con il mio voto mi aveva fatto sperare di poter cambiare il corso delle cose, rispetto alla precedente amministrazione, che ha utilizzato il potere per lo più per piazzare i suoi grandi elettori nei posti di potere, e disporre delle aziende comunali come un serbatoio di assunzioni e quindi di voti.
Sono sincero, ho anche voluto ignorare, non so se inconsciamente o meno, la conclamata incapacità della sinistra romana di scegliere un candidato accettabile. 
Dopo Rutelli, finto alleato e opportunista dell’ultim’ora e giustamente sconfitto, ora è venuto il turno di Ignazio Marino.
È un bravo cardiochirurgo, una persona onesta, un non romano che ama Roma.
Una persona equilibrata, di una sinistra ecologista ma non radicale.
Insomma una persona perbene.
Vede, Professore, sul perbene personalmente continuo a darle credito.
Ma essere persone perbene è assolutamente insufficiente, e non è neanche il minimo sindacale per governare una città come Roma.
Penso che in Italia ci siano milioni di persone perbene, e io stesso ne conosco moltissime, ma a nessuna affiderei una città di tre milioni e passa di abitanti.
Mi sono chiesto, dopo un anno che giudico totalmente fallimentare del suo governo, perché lei si sia rivelato così inadatto.
Credo che se questa analisi la facesse anche il PD con i suoi alleati, non penserebbe per la sua sostituzione a persone altrettanto perbene e altrettanto inadatte, come la povera Bianca Berlinguer, di cui si vocifera in questi giorni, che a parte un cognome nobile non esibisce alcuna competenza in materia.
Intanto lei, egregio Professore, è un genovese di origine siciliana.
Che cosa c’entra con Roma? Cosa sa di Roma, dei suoi problemi, della sua gente, del cuore di una città millenaria?
Lei ha vissuto a Milano, poi negli Stati Uniti, poi a Palermo, poi è venuto a Roma catapultato in un seggio da Senatore. 
Prima di oggi, prima della campagna elettorale, quante volte si era fatto un giro nelle periferie, a Torbellamonaca, a Finocchio, a Ostia, nei posti dove ogni Sindaco va una volta, come il Papa le parrocchie.
Badi bene, Roma non è una città che respinge i forestieri, anzi. È una delle città più accoglienti del mondo. Abbiamo avuto imperatori stranieri e anche di colore.
Abbiamo accolto un’immigrazione violenta dopo l’unità d’Italia e dopo la guerra, tanto che a Roma ci sono più abruzzesi, pugliesi o siciliani che romani.
Ma lei non è venuto qui per crearsi un’opportunità.
Lei è venuto per governarci.
E qui sorge spontanea una domanda, che poi è la vera e unica domanda che le farei se potessi incontrarla: perché?
Ma chi gliel’ha fatto fare?
Lei era un chirurgo affermato, un pioniere, una persona stimata e rispettata.
Cosa le è saltato in mente di venire a Roma a farsi prendere in giro dai comici per il suo accento ridicolo, o farsi schiaffeggiare tutti i giorni, una volta dall’opposizione e una volta dalla maggioranza, che ne godono in eguale misura?
Io, purtroppo, una risposta me la sono data.
Lei è una persona perbene, non ho dubbi, ma è vanitoso ed egocentrico, e anche ingenuo.
Lei ha pensato che la politica fosse una cosa più facile di un trapianto di fegato, e si è sbagliato.
In sala operatoria è lei che comanda, e gli altri sono asserviti al suo potere e alla sua competenza.
Qui anche l’ultimo dei peones, che magari non sa neanche mettere in piedi un congiuntivo come si deve, è in grado di ricattarla e negoziare con lei anche le volte che può andare in bagno.
Lei è un ingenuo, se ha pensato di poter domare la bestia, e un vanitoso, perché ha pensato (è umano, lo capisco) che fare il sindaco di Roma le desse accesso a un mondo fantastico, di conferenze stampa a New York, ufficio sul Campidoglio, incontri con il Papa, con i potenti della terra, gemellaggio con le città più belle e prestigiose del mondo.
Fare il sindaco di Roma significa anche essere il sindaco del Colosseo, dei Fori Imperiali, dellle bellezze che tutti ci invidiano.
Ma vede, caro Professore, Roma non è solo questo.
Roma sono tre milioni di persone, di cui solo un pugno vive al centro.
Roma sono cinquanta milioni di visitatori all’anno che pretendono servizi efficienti, regole, pulizia, cortesia, onestà.
Roma sono migliaia di chilometri di strade dissestate.
Roma sono cassonetti luridi, muri devastati.
Potrei continuare, ma lei ha già fatto la sua scelta.
Di rendersi ridicolo con la falsa pedonalizzazione dei Fori Imperiali.
E di chiedere l’elemosina al Governo, rendendosi vieppiù ricattabile.
Dice: il precedente sindaco ha lasciato un buco di centinaia di milioni, le aziende comunali non vanno, abbiamo bisogno di soldi.
Vuole sapere un segreto? I bilanci della PA sono pubblici, e lei poteva leggerli PRIMA  di candidarsi, e dire: cari romani, se verrò eletto vi prometto lacrime, sudore e sangue perché il mio predecessore ha lasciato macerie.
Non ricordo una sua affermazione in tal senso.
Mentre scrivo, lei ha deciso di aumentare del cinquanta per cento i parcheggi, e di abolire le agevolazioni.
Ma signor ex-sindaco, questo è l’indice del suo fallimento, non capisce?
È costretto ad aumentare le già incredibilmente elevate tasse che gravano sui cittadini romani, per mettere una pezza alla sua incapacità di governare l’economia cittadina.
Nella sua triste incapacità si è anche reso protagonista di atti al limite dell’avanspettacolo, come telefonare ai vigili per far sgombrare i venditori ambulanti da Via del Corso.
Professore, lei mi fa tenerezza, lo dico con dispiacere, ma anche con quella malinconia che accompagna i nostri sguardi verso le persone semplici.
Lei ha un’idea, una VAGA idea, di cosa ci sia in giro per Roma, personaggi che presidiano tutte le principali strade e monumenti del centro tra pakistani con ombrellini e pupazzetti sbattuti su cassette di frutta, senegalesi a decine in piazza del Pantheon, venditori ambulanti di qualsiasi cosa, figuranti vestiti da centurioni, pistoleri, cadaveri, yogi arancioni, occupazione abusiva di qualsiasi spazio, fornitori che portano la merce ai negozi nelle ore di punta?
Lei ha una MINIMA idea del suk che è diventata Roma?
Lei sa che i principali monumenti, Colosseo, Fontana di Trevi, la Barcaccia, Trinità de Monti etc, sono in restauro tutti insieme?
Lei sa che Roma è forse la città più sporca d’Europa?
Caro Professore, lei, nella sua infinita presunzione e vanità ha ritenuto che avendo avuto successo in un campo, potesse riuscire a fare qualsiasi cosa nella sua vita.
Le devo dare una brutta notizia. Non è così.
Io non affiderei a Totti un bisturi per eseguire un trapianto, ma non metterei certo lei al centro dell’attacco della Nazionale.
Lei non è adatto per fare il sindaco, si rassegni, e rassegnamoci tutti.
Temo, in conclusione, che lei non sarà purtroppo il peggiore tra quelli che verranno, ma non è una consolazione, né per noi ma tanto meno per lei.
Le dò un suggerimento, amichevole.
Si faccia cacciare presto, prendendo come scusa una battaglia giusta ma che non potrà mai vincere, ad esempio liberalizzare le licenze dei taxi.
Potrà andare via dicendo che voleva cambiare le cose ma non glie l’hanno permesso.
Io e lei sappiamo che non è vero, ma stia tranquillo.
Non lo dirò a nessuno.
Cordiali saluti.
Un suo ex elettore.

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Avviso ai turisti

Turisti italiani e stranieri!
Ma che ce venite a fa a Roma in vacanza?
E’ zozza, i cassonetti e i cestini che trabboccheno, incasinata de macchine che se tutto va bene te soffocano coi gas de scarico, e se te va male te mettono sotto perché nun ce ne sta uno che rispetta li stop o che guarda la strada invece der cellulare.
‘Na città co li tassisti più ignoranti dell’universo, dove i baristi e i camerieri te danno tutti der tu pure si c’hai cinquant’anni, dove er saluto più carino è “ahooooooooo” (co’ ducento “o”).
Che se dio guardi c’hai li capelli biondi e parli n’antra lingua ar ristorante er conto t’aumenta del cinquanta per cento.
Quando te lo danno er conto, o lo scontrino.
Che si devi comprà un bijetto daa metro o der treno devi fa ‘na trattativa co du’ zingari per ogni macchinetta, e er bijetto che te costerebbe solo un euro e cinquanta (li mortacci loro un euro e cinquanta pe’ morì de caldo e aspettà l’autobus un’ora) te viè a costà più de mancia ao zingaro che che all’ATAC.
Che nun poi fa cinquanta metri senza incontrà un pakistano co’ l’ombrello (si piove) o con ‘na cassetta de frutta tutto er santo giorno a spiaccicà un pupazzetto de gomma colorata che me possino cecamme si ho visto mai quarcheduno compranne uno, ma come cazzo se mantengono ‘sti pakistani?
E a sera non te poi fermà da nessuna parte senza che passeno in cinquanta a offritte la rosa. Ma cazzo, si nun l’ho comprata ar primo, che me volete prende pe’ sfinimento?
Che si vai ar pantheon i senegalesi hanno occupato tutti li spazi liberi e se sò messi in fila che nemmeno a Porta Portese.
E nun ce sta più nessun bar o ristorante senza l’elmosinatore stanziale, che o diventi stronzo o povero, e so’ du’ belle arternative der cazzo.
Che ‘na cosa bona ce stava, er tramme nummero otto, embè certo, sticazzi, è chiuso, pija l’autobus se ce riesci.
Turisti!
Annate ar ristorante e ce ne fosse uno in cui ar cameriere poi ordinà du’ fiori de zucca senza che te porta ‘na cacio e pepe, tanto che ne sa lui, mica lo parla l’italiano, ma neanche l’inglese, o er tedesco o financo er russo.
Conosce er dialetto principe de timor est, ma quanti cazzo de turisti ce veranno a Roma da timor est?
Poi però, dopo tutta sta zozzeria, dimoselo: Roma è ‘a città più bella del mondo!
‘A grande bellezza.
Dumila anni de storia qua, ai piedi tua.
E allora, vedi, superi quarsiasi fatica, angheria, zozzeria, spesa, pe’ godè de ‘sto spettacolo.
Poi arivi ar Colosseo, è tutto ‘mbracato.
Fontana de Trevi, chiusa pe’ lavori, c’hanno messo ‘na piscinetta pe’ fa’ tirà li sordi ai turisti, che senno er comune va in rovina,
De le Quattro Fontane se ne vedesse una, l’hanno barricate tutte e quattro e checcazzo fatele a due a due no!?
I giardini davanti ar quirinale, uno sì e uno no.
‘A barcaccia, sta naa darsena.
Trinità de’ monti, ‘mbracata pure quella.
Via Nomentana, na cambogia.
E allora, turisti italiani e stranieri!
Statevene a casa vostra, o annatevene a Parigi, Londra, Nova Iorche.
Che cazzo ce venite a fà qua a morì de pizzichi, pe’ poi torna a casa e dì che Roma fa schifo?
Armeno, si nun ce venite, ve rimane er rimpianto.
Che è sempre mejo der rimorso.

F1.2 Challenge Strada 4

La smart

Lo confesso. Io odio le smart.
Non mi tiro indietro, faccio coming out: quando vedo una smart ho l’istinto di farla saltare in aria.
Ma da scooterista che vive a Roma, ho i miei buoni motivi.
Eccone alcuni.

– La smart è brutta, piccola, non ci si entra. Dice: ma che te frega? Mi frega, perché da quando devo starci attento, vedere quella bruttura peggiora il mio umore. Fosse una Maybach sarei più tollerante
– Chi guida le smart pensa di essere a bordo di uno scooter. Svicola, sorpassa a destra, a sinistra, contromano, in mezzo alle macchine. Ma non è uno scooter. Basta sbattergli addosso per rendersene conto. State dal lato vostro, cazzo
– Le smart sono della misura perfetta per infilarsi in mezzo a due corsie di automobili, tappando perfettamente la strada. Quindi se voi con il vostro scooter pensate di poter comunque fare la tangenziale in meno di un’ora, basta che ci sia in fila una smart e prima o poi si infilerà talmente bene tra altre due vetture, che in confronto il sughero nel Brunello sembra lasco. E voi vi fate la tangenziale a passo d’uomo, respirando per di più i gas di scarico della smart. E il guidatore della smart? Affanculo, và.
– La smart ha il peggior rapporto peso/decibel nella storia dell’automobile. Il cinquanta per cento di quell’inutile automezzo è dedicato a woofer da stadio. Capitare al semaforo vicino ad una smart significa come minimo garantirsi un principio di acufeni. E poi, che cazzo, ma tutti con Gigi D’Alessio?
 – I proprietari delle smart parcheggiano di taglio. Tanto è corta, dicono. Stocazzo. A Roma, dove certi vicoli sono giusti giusti per passarci con un’auto normale, una smart parcheggiata di taglio può significare dalle due alle trecento manovre per passare. E vaffanculi come se piovesse
– E c’è di peggio: le smart vengono parcheggiate regolarmente nei posti riservati agli scooter. Avete presente quei bei posti dipinti di bianco della larghezza di un metro? Ci trovi regolarmente parcheggiata una smart. Tanto è piccola, dice. Eh no. Nei parcheggi dei motorini, le smart vengono parcheggiate per lungo, non di taglio. Così occupano più posti, no!? Fanculo.
– I proprietari delle smart hanno subito una complessa e difficile operazione al cervello, che ha eliminato per sempre i centri che sottendono all’uso del vivavoce e dell’auricolare. Vagano per la città guidando la bomba viaggiante con un cellulare sempre attaccato all’orecchio, o inviando messaggi a raffica. Intanto il piccolo, tenero veicolo sbanda a destra e sinistra, cercando di trascinarvi a terra appena possibile. Nculo. Fa.
– Le smart hanno un raggio di curvatura pari a zero. Se una Chrysler Voyager mettiamo si accorge di aver sbagliato strada e deve fare una svolta improvvisa, la stazza obbliga il guidatore a prenderla talmente larga che hanno messo dei punti ristoro appositi a San Pietroburgo.
La smart no. Può praticamente ruotare su se stessa. Quindi quando l’abile guidatore si accorge che il cellulare/stereo/ipad/rossetto gli hanno fatto sbagliare strada, sterza improvvisamente, e voi che eravate affiancati ve la ritrovate di taglio. E non potete evitarla, perché per voi l’inerzia vale.

Potrei continuare ma mi fermo qui.
Come difendersi da questa piaga biblica?
A me è sempre piaciuta la storia. E come Caio Duilio, ho fatto montare i rostri sullo scooter.
Al momento ne ho raschaiate una decina, ma conto di battere il record la prossima stagione.
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La Difesa di Roma – 8 Settembre 1943

L’otto settembre è una data importante e per certi aspetti controversa della storia di Roma e dell’Italia.
A settanta anni di distanza, mi piace che le opinioni lascino spazio alla testimonianza di chi in quei giorni c’era: mio padre.


LA DIFESA DI ROMA
Ricordi personali dell’8 – 9 settembre 1943

Erano giorni che noi ragazzini avevamo capito che qualche cosa di grosso sarebbe successo. L’avevamo capito e no. Certo i nostri genitori erano agitati e non capivamo bene perché.
Noi amichetti del Lotto 11 e qualcuno pure di altri lotti, giocavamo in strada a via della Madre Italiana, oggi Via Alessandra Macinghi Strozzi. Giocavamo pure con le femmine. A tre tre giù giù, a corda, a palla, a sottomuro, a nizza, a campana, col cerchio, a nascondino, a palla avvelenata, a ruba bandiera, a lo schiaffo del soldato, a uno monta la luna, a spacca picchio e tanti altri che c’inventavamo.
A parte i tuffi nella marana tutti nudi…e eravamo sempre gli stessi: io, Franco e Renzo de Stefani, Settimio (Mimmo) Fiorini, prima Sacerdote e oggi Monsignore, Bruna e Franco Genzini, Nino Bacchini, Enzo di Silvio, Eugenio Gaudiosi, Virgilio Messineo e altri che adesso non mi ricordo nemmeno.
Nei giorni 6 o 7 settembre 1943, all’interno dell’Orto de Oreste, che non esiste più e oggi c’è invece pure il CTO, avevamo visto qualche soldato tedesco che si sparava con soldati Italiani che indietreggiavano verso il Lotto 11.
Si sparavano pure da abbastanza vicino.
Ma fu una cosa così.
Cominciò e fini in poco tempo. Era tutto calmo.
Alla Garbatella non si sentivano schiamazzi, si vedevano pochi soldati.
Insomma pareva tutto tranquillo.
Almeno agli occhi di noi ragazzini che, non ce lo scordiamo, ragazzini degli anni ’30, non avevamo che poco o niente. Eravamo poco coinvolti da quello che ci circondava.
Ogni tanto sentivamo parlare d’armistizio.
I miei nonni seguitavano a sentire Radio Londra con un lenzuolo pesante che copriva sia la testa loro che la radio. “Per non farsi scoprire”, dicevano, “perché il fascismo proibiva di ascoltare Radio Londra”.
Ma i miei nonni sentivano Radio Londra già da quando era scoppiata la guerra. Dal ’39. Da Radio Londra, agli Italiani, parlava il “Colonnello Buonasera”, che pure se parlava in Italiano si capiva che non lo era.
E adesso vengo a una cosa che qualcuno di noi fece tra il 7 e l’8 settembre 1943. Oggi io penso che abbiamo fatto una cretinata perché abbiamo corso rischi anche mortali.
Ma allora, ancora piccoli, non lo avevamo capito.
Venimmo a sapere che a Porta S. Paolo si sparavano Italiani e Tedeschi e l’8 di settembre decidemmo di andare a vedere.
Allora non c’era la Circonvallazione Ostiense, ma da Via Pigafetta si saliva un vallone che portava ai binari della Stazione Ostiense. Attraversati questi ci siamo ritrovati a Porta San Paolo.
Il ricordo più vivo che ho è di una serie di militari italiani sdraiati per terra che sparavano addosso ai tedeschi che gli stavano di faccia.
I soldati italiani si facevano scudo pure dietro a dei tram rivoltati. Gli Italiani avevano le gambe verso la Stazione e gli altri, i tedeschi, stavano di fronte.
Io mi ero impaurito e ho cominciato a strillare come un matto agli altri di scappare o di coprirsi. E difatti ci mettemmo a un angolo della Stazione Roma-Ostia e assistemmo a qualche cosa che ancora oggi non ce la faccio a raccontare.
I soldati, sia italiani che tedeschi, cadevano come pupazzi e rimanevano lì morti. Forse quel giorno e per la prima volta ho capito cosa volesse dire morìre. Ma ne morivano tanti, da una parte e dall’altra.
Io avevo 10 anni e gli altri amici uno o due di più. Poi, tempo dopo si venne a sapere che erano morti a S.Paolo circa 400 Militari ma pure un centinaio di persone che stava lì come me. Come noi. E che a modo loro partecipavano, aiutando i soldati Italiani. E parecchi erano pure armati e sparavano insieme a i soldati.
Poi si seppe che questi poveri soldati Italiani e anche i civili stavano lì a difendere Roma e i Romani dai Tedeschi che la volevano occupare. E malgrado quello che fecero, Roma finì nelle mani dei Tedeschi e fu dura…molto dura.
Credo di ricordare bene che i Tedeschi occuparono Roma per nove mesi dal settembre ’43 e fino al giugno del ’44. Furono nove mesi di terrore, di paura, di rastrellamenti di Ebrei a Portico D’Ottavia.
Col rastrellamento i Tedeschi si portarono via più di 1000 Ebrei Romani.
A marzo del ’44 fecero saltare le Cave Ardeatine, come si chiamavano allora, dove noi andavamo a giocare a pallone: diventarono le Fosse Ardeatine dove i tedeschi fucilarono più di 300 persone.
Circa 10 anni dopo, quando fui chiamato a fare il militare m’assegnarono ai Granatieri di Sardegna, che allora stavano a Santa Croce in Gerusalemme e mi sono sentito pieno d’orgoglio. Non avevo dimenticato quei Granatieri che erano morti tanto giovani per difendere Roma.

Alvaro Cardarelli

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Senti questa, a Sorrentì…

Poi dice che Roma non è tutta una scena di un film.
Oggi, al forno a Fontana di Trevi, sono stato testimone di una di queste scene, molto felliniana o sorrentiniana, se il correttore automatico mi passa l’aggettivo…

Insomma ero in fila alla cassa, e un simpatico signore con cappello da pescatore, con i lineamenti orientali (giapponese? filippino? ah saperlo, saperlo…) tentava disperatamente di saltare la fila sporgendo la mano con un biglietto da cinque euro ben stretto.
La cassiera, che come tutti i romani ormai ne ha viste di tutti i colori da millenni, non si è scomposta e si è limitata ad ignorarlo.
L’unico accenno alla possibilità che si fosse resa conto della presenza del tizio, è stato quando ha chiesto a una ragazza davanti a me:
– Bella, c’eri prima tu? ah, ‘mbè, me pareva… –
Finalmente arriva il turno del turista per caso, che porge il biglietto e una lattina.
La cassiera, senza dire una parola (esercizio inutile, viste le barriere linguistiche) batte lo scontrino e prepara il resto.
In quel momento arriva la moglie del tizio, tutta trafelata, che appoggia con malagrazia davanti alla cassiera due pacchi di biscotti del Mulino Bianco e fa un gesto con la mano che voleva significare: “pago anche questi”.
Contestualmente però comincia ad inveire contro il marito in una splendida ma incomprensibile lingua; ma dato che le mogli sono le stesse a qualsiasi latitudine, suppongo stesse dicendo: “brutto coglione, perché hai pagato, ti avevo detto di aspettare che volevo prendere altre cose”.
La cassiera emette il verdetto in inglese:
– Seven euros and twenty –
Il tizio entra nel panico.
Forse si rende conto che cinque euro non sono sufficienti, comincia a frugarsi nella tasca, tira fuori un rotolo di biglietti di vario taglio, tutti superiori ai venti euro, è indeciso, la moglie glie ne indica uno, poi l’altro, poi discutono, poi guardano la cassiera, le parlano in giapponese/filippino/quel che l’è, il tizio suda, e probabilmente smadonna in lingua.
La scena si protrae per diversi minuti, con la cassiera che lo guarda con la bocca chiusa in un ghigno, e il sopracciglio alzato.
Quando finalmente il poveraccio decide che ne ha abbastanza, e allunga un biglietto da cinquanta, la cassiera, stupenda, si illumina in un sorriso splendido a 32 denti e quasi senza muovere le labbra e senza smettere di sorridere gli dice:
– Che è successo bello stammatina, nun t’hanno svejato? che nun t’hanno portato ‘a colazione? nun t’hanno detto che ‘a guera è finita? –
Ha dato il resto – testimone me medesimo, esatto al centesimo – sempre continuando a sorridere, mentre il disgraziato se ne usciva con i suoi biscotti e la moglie che continuava a martoriarlo.

Secondo me la sceneggiatura per “la Grande Bellezza” non è costata niente a Sorrentino, si è fatto un paio di giri a Fontana di Trevi e ha risolto…

Test FdT 3

I miei posti a Roma

Ognuno di noi ha dei posti preferiti, soprattutto nella città in cui abita.
Questi sono, o dovrebbero essere, i segreti più gelosamente custoditi, perché si presume fuori dal circuito turistico, con un migliore rapporto qualità prezzo, con delle specialità particolari e note solo agli “indigeni”.
Soprattutto in una città come Roma.
In realtà, sono i posti che frequento io, piacciono a me per motivi che talvolta è anche difficile spiegare: non sono un gourmet, più che altro un abitudinario, e magari molti di questi staranno anche su tutte le guide turistiche della Capitale.
Inoltre a Roma ci sono letteralmente migliaia di posti dove mangiare, prendere un caffè, un gelato, e la qualità media non è male, soprattutto nelle zone meno turistiche, e immagino che ognuno di noi romani e non abbia i suoi posti preferiti, magari anche più alla moda.
Ma sono posti dove io mi trovo bene, magari anche solo per motivi affettivi, oppure sono scoperte recenti.
Insomma, mi andava di condividerli, e l’ho fatto!

Gelato
Mondi – Ponte Milvio


In mezzo alla movida romana, in una zona piena di locali, ristoranti, bar, pizzerie e lucchetti dell’amore, la gelateria Mondi mantiene una qualità del gelato “vecchia maniera” elevatissima.
A chi piace il cioccolato, se ne possono contare almeno 5/6 tipi diversi, combinati con nocciole, e altre simili delizie.
Volendo c’è anche la possibilità di sedersi sotto il gazebo, ma la sera e nel we è un’impresa impossibile


Pizzeria
Pizza Ciro – Centro, Piazza San Silvestro


Classica pizzeria/ristorante stile napoletano, di una serie che hanno aperto a Roma negli ultimi anni e ancora ci chiediamo come si sostengano…ma francamente non ce ne può importare di meno.
A chi piace la pizza stile Napoli troverà una gradita sorpresa, proprio al centro di Roma, camerieri cortesi, prezzi modici.
Da provare anche gli gnocchi alla sorrentina.
A pranzo durante i giorni feriali, chiedere del menù Sorrento, 7 euro pizza e bibita. Imbattibile.


Ristorante/Birreria
Bir and Fud – Trastevere, Piazza Trilussa


Solo birre artigianali in questo locale proprio dietro Piazza Trilussa.
Da mangiare, oltre a pizze strepitose biologiche e con lievito naturale, ci sono sempre piatti particolari, come ad esempio supplì alle melanzane, ma difficili da elencare perché sempre diversi, e scritti su una grande lavagna.
Si può prenotare, sempre pienissimo, ma vale veramente la pena.
L’ingresso è piccolo ma il locale abbastanza grande, quindi si riesce a mangiare anche nei giorni di maggiore affollamento, con un po’ di pazienza.


Ristorante/Pizzeria/Etnico
I Tre Fratelli – Garbatella


Come diceva Nanni Moretti: “Il quartiere che mi piace di più è la Garbatella”. Non per niente ci sono nato io…
A due passi dal famigerato bar dei “Cesaroni”, questo ristorante si propone come la vecchia trattoria di una volta.
Quindi non vi aspettate lusso o piatti sofisticati.
Pizza spettacolare, la migliore pizza stile romano mai mangiata, gnocchi fatti in casa, e anche cucina etcnica, come kebab e zighinì.
Prezzi abbordabili, e avrete la possibilità di visitare il quartiere più bello e caratteristico di Roma.


Bar/Pasticceria
Natalizi – Salario


A due passi da Villa Borghese, dal quartiere Coppedè e quasi al centro storico, questo bar, comparso anche in molti film, è famoso per la qualità della sua pasticceria.
Assolutamente da non perdere i cornetti con la crema, o con la marmellata d’arancia.
Se avete tempo, comprate il cestino con i bignè alla crema, da ricoprire poi con la cioccolata calda (fornita ovviamente dal bar).
Molto “ben” frequentato, è piccolo e si mangia in piedi, ma non mi risulta ci siano cornetti più buoni in giro.


Caffè
Sant’Eustachio


Un grande classico, ma il caffè è veramente buono.
Poi è a due passi dai posti più belli di Roma, il Pantheon, Piazza Navona, etc.
Mi raccomando: il caffè viene zuccherato da loro, per impastare il tutto come fosse una cremina.
Potete chiederlo senza zucchero, certo, ma non vi fate riconoscere…


Filetti di baccalà fritti
Dar Filettaro – Campo de’ Fiori


Una specialità romana, e in questo posto a Via de’ Giubbonari, a due passi da Campo de’ Fiori, sono enormi e buonissimi.
Da mangiare rigorosamente passeggiando, possibilmente ungendosi mani, bocca e camicia, dà più gusto.


Pizzeria
O’ Pazzariello – Castel Sant’Angelo


Pizzeria alternativa se vi trovate dalle parti del Vaticano.
Locale microscopico, si consiglia di prenotare.
Pizza napoletana e altre specialità molto buone.
Prezzi non esattamente popolari, ma si va a colpo sicuro


Pizzeria
Montecarlo – Castel Sant’Angelo


Alternativa in Zona Castel Sant’Angelo/Vaticano, un po’ più lontana, c’è la storica pizzeria Montecarlo, che sforna alla velocità della luce pizze stile romano (basse e croccanti) a prezzi popolari.
Di solito pienissima, ma sono molto rapidi, e quindi anche si attende un po’, ci si siede sempre. Anche il sabato sera, dove però la confusione è massima.


Bar/Aperitivi
Assaggi d’Autore – Fontana di Trevi


A due passi da Fontana di Trevi, è il posto dove vado quasi tutti i giorni a prendere il caffè, e talvolta a mangiare.
La sera aperitivo dalle 18, il locale è piccolino, ma con bei tavolini, e ha una zona interna piacevole e mai affollata.
Tutto il meglio di Roma è appena fuori.


Bar/Aperitivi
La Caffettiera – Piazza di Pietra


Il bar è lo stesso che c’è a Napoli. Il caffè è ottimo, si può anche mangiare torte, o timballi.
Pasticceria napoletana di qualità.
La location da sola vale il prezzo del biglietto.


Ristorante/Vineria
Il Chianti – Fontana di Trevi


Si può mangiare alla carta fuori, e quando è bel tempo si sta veramente bene, oppure dentro a buffet nei giorni feriali a pranzo.
Qualità ottima, prezzi normali, servizio amichevole.
La scelta più equilibrata vicino Fontana di Trevi se si vogliono evitare fast food o pizzerie, mangiare bene e spendere il giusto.


Bar/Gelateria
Romoli – Viale Eritrea


Fuori dalla zona più turistica, ma non per questo poco affollato, anzi. Per il fatto che rimane aperto fino a tarda notte, sfornando in continuazione cornetti, ciambelle, maritozzi con la panna, il bar è sempre strapieno e le macchine in doppia fila ne testimoniano il successo.
Per gli abitanti della zona Libia/Bologna, un’istituzione.


Forno/Pizza/Panini
Antico Forno – Fontana di Trevi


Incredibile a dirsi, ma proprio di fronte alla famosa fontana c’è un forno/alimentari, con prezzi ragionevoli, dove si può fare la spesa, oppure semplicemente provare la pizza del forno – che a Roma è diversa da quella delle pizzerie a taglio – magari ripiena di mortadella.
Inoltre propongono anche piatti pronti, panini già farciti, e comunque si può chiedere pizza bianca o pane ripieno con qualsiasi cosa.
Ci sono anche lattine e acqua in frigo, a prezzi da fornaio e non da bancarella ambulante.